Arte

A Venezia due mostre per celebrare il Tintoretto

A Venezia il comunale Palazzo Ducale e le statali Gallerie dell’Accademia si sono consociati per prepararsi a celebrare assieme i cinque secoli dalla nascita di Jacopo Robusti, il Tintoretto (1519-1594). Compito difficile, dato che questo artista appartiene alla serie dei grandi che si sono espressi non tanto con opere da cavalletto quanto con vaste tele murali o affreschi, i secondi due disperdendo i loro capolavori in tante località dell’Occidente. Nel caso del Tintoretto, la città della Laguna ne ospita la quasi totalità, per cui voglio sperare che i visitatori, oltre a recarsi nelle due mostre in oggetto, non rinuncino a portarsi nella vicina Scuola di San Rocco, le cui pareti ospitano l’enorme contributo che in tre decenni di forsennato lavoro il Tintoretto ha affidato a quelle pareti, E tanti altri ancora sono i numerosi dipinti da lui lasciati nelle chiese della città che non hanno voluto o potuto privarsene per far loro raggiungere le due esposizioni. Queste si dividono salomonicamente il compito, le Gallerie insistendo sul primo decennio di attività del pittore, il Palazzo Ducale offrendo un’antologia di quanto da lui fatto in seguito. Personalmente ho già dato il mio contributo al genio del Tintoretto dedicandogli un corso, quando ero docente al DAMS di Bologna, con dispensa poi confluita nel volume edito da Feltrinelli “Maniera moderna e Manierismo” (2004), di cui invano si cercherebbe traccia nella pur enorme bibliografia che accompagna entrambi i cataloghi, ma si sa che io sono il “critico inesistente” (sull’aria del calviniano “Cavaliere inesistente”). In particolare, ho scritto pagine di cui ancora mi compiaccio proprio sul “Miracolo dello schiavo”, il dipinto che, presente nelle Gallerie dell’Accademia, e nella mostra relativa, segna lo spartiacque tra gioventù e maturità dall’artista. A questo proposito devo causare una delusione alla pur diligente commentatrice in catalogo Roberta Battaglia che, a p. 91, si ritiene la prima a notare che in quel dipinto fondamentale il Robusti “cita” un particolare dell’affresco di Raffaello, al centro della seconda delle Stanze vaticane, dedicato alla “Cacciata di Eliodoro dal tempio”, ghiotto episodio pubblico per cui una donna del popolo col figlioletto in braccio si gira per meglio ammirare lo spettacolo, e c’è pure un giovanotto che si arrampica su una colonna, tocchi di deliziosa quotidianità che appartengono all’universo del Sanzio, mentre il sublime Michelangelo li avrebbe sdegnati, considerandoli indegni del suo alto profilo. Infatti, tutti sono pronti ad ammettere che il giovane Tintoretto è imbevuto di ricordi dai due grandi protagonisti della scena romana, assai superiori ai Vasari e Salvini che in genere vengono considerati come gli introduttori delle novità manieriste nell’ambiente, ancora belliniano-giorgionesco, di Venezia, fino a far girare la testa anche al pacato Tiziano, pronto però a riprendere la sua strada maestra. Il Tintoretto invece, fin da quella prima ora, fu pronto ad accogliere quella lezione, in modo così fedele che si riaffaccia l’ipotesi di un suo viaggio proprio a Roma, sulla metà del secolo. Ma alla fine si riconosce che non ce n’era bisogno, a nutrirsi del midollo del leone di quei due campioni bastavano le stampe, le riproduzioni, che affluivano copiose. Del resto, correndo in avanti, fino a una presenza ugualmente profetica e piena di energia come l’inglese William Blake, balzato in campo più di due secoli dopo, pure lui si nutrì dell’insegnamento congiunto Buonarroti-Sanzio, ma senza fare il viaggio a Roma, per il quale non aveva soldi, ma neppure la sollecitazione a compierlo davvero, gli bastava “immaginarlo” nella mente, e qualcosa del genere vale anche per il Tintoretto. Ma visto che ci siamo, proprio questo suo dipinto “matriciale” ci invita a guardare più in direzione di Raffaello che di Michelangelo. Il catalogo della mostra all’Accademia ha il pregio di mettere a confronto, col “Miracolo dello schiavo”, una piena visione del “Giudizio universale”, da cui emerge la distinzione della scena, pur gremita, ma scissa in tanti episodi autonomi, come dire che il Buonarroti rimaneva essenzialmente scultore, pronto a scolpire anche in pittura come dei gruppi da ammirare in soluzione distaccata. Invece il Tintoretto, pittore fino in fondo, preferiva avviluppare, attorcere le sue figure, invischiarle tra loro, pur impregnandole di tensione muscolare, di slanci e cariche energetiche degni di Michelangelo. E certamente il santo in picchiata dall’alto è “citazione” dal Buonarroti, che però non lo avrebbe mai fatto planare su un parterre di personaggi predisposti ad accogliere quella caduta rovinosa, e perfino, se si vuole, a cercare di porle un rimedio, apprestando come una coperta accogliente, al modo di come potrebbe fare una squadra di provvidi pompieri. E per rendere più soffice e sicuro quell’atterraggio, ci pensano i cappelli di una folla effigiata secondo i costumi arabi, cioè con tanti copricapi a turbante, simili a capocchie di viti, provvidenziali proprio per fissare quel grembo, per consentirgli di reggere il colpo.
Il giovane Tintoretto, a cura di Roberta Battaglia, Paola Marini, Vittoria Romani, Venezia, Gallerie dell’Accademia, fino al 6 gennaio, cat. Marsilio; Tintoretto 1519-1594, a cura di Robert Echols e Frederik Ilchman, Venezia, Palazzo Ducale, fino al 6 gennaio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Carofiglio e Levi: il vero, cattivo consigliere

La nota odierna colpisce due opere narrative, unificate in un giudizio molto limitativo, in base a una riflessione di qualche peso, che cioè bisogna sempre fare la differenza tra il vero e il verosimile. La narrativa, in quanto figlia della “Poetica” aristotelica, deve essere il regno della seconda categoria, cioè il narratore deve sforzare la sua fantasia a trovare casi immaginari, che però, se non veri, siano attendibili. Il vero, invece, appartiene alla storia che, come non manco mai di ricordare, viene dalla radice greca di “id”, del vedere coi proprio occhi, e dunque del farsi testimone di quanto accaduto. Non posso dimenticare che alcuni grandi narratori dei nostri tempi, a cominciare dal mio amatissimo Pirandello, hanno dichiarato che talvolta il vero batte per forza e novità il verosimile, ma bisogna che i fatti accaduti si carichino di un potenziale capace di andare ben oltre una piatta statistica. Comincio le mie reprimende con un’opera di Gianrico Carofiglio, “Le tre del mattino”. Nei suoi confronti mi ero espresso favorevolmente a proposito dell’”Estate fredda”, che mi era apparso un poliziesco ben condotto, proprio con la freddezza annunciata nel titolo, ma mi ero scordato di avere invece presentato un “pollice verso”, sull’”Immaginazione””, per una precedente uscita di questo autore, “Il silenzio dell’onda”, di cui invano si cercherebbe menzione nel breve curriculum ospitato nel risvolto di copertina dell’attuale prodotto, secondo il deprecabile uso di elencare solo quanto di un certo autore è stato pubblicato sotto le bandiere del medesimo editore che ora ne gode i diritti, clausola commerciale che mi sembra vile e deprecabile quando si tratta di prodotti intellettuali, e che sottrae al lettore validi strumenti di giudizio. Allora, Carofiglio aveva tentato le vie del verosimile, con la vicenda di un poliziotto infiltrato, ma in modi così smaccati da rendere offesa proprio al vero, alla prudenza dei malviventi che fiutano da lontano la puzza dei traditori. Poi invece, nel romanzo da me lodato, aveva proceduto in modo misurato e corretto. Questa volta Carofiglio getta alle ortiche la sua professione di giallista appezzato, per tuffarsi in una vicenda che ha tutto il sapore di una pagina di diario personale, anche se una premessa si affretta a mettere le mani avanti e a dire che no, si tratta proprio di un prodotto di “finzione”. Ma allora, quale portata esemplare, quale valore paradigmatico ha una vicenda così meschina e riduttiva, come questa, di un figlio che soffre di turbe psichiche, tanto che un padre comprensivo lo porta in visita da uno specialista a Marsiglia, il quale prescrive un rimedio singolare, stare sveglio per tre notti consecutive, a digiuno e senza dormire. E così, comincia la peregrinazione di padre e figlio per le vie della seconda città della Francia, se si vuole, una “rimpatriata” tra i due congiunti, costretti a ritrovare una vicinanza, a sopportarsi, a comprendersi e possibilmente ad amarsi a vicenda, ma nulla più. Invano un lettore spera che da qualche viottolo dei bassifondi della città portuale sbuchino malviventi, o che i due in utile esercizio di astinenza scoprano un cadavere. Nulla di tutto questo, restano pagine di un diario molto personale ed esclusivo.
Certamente più efficace è la documentazione del vero condotta da Lia Levi, in “Questa sera è già domani”, arrivata ultima nella cinquina conclusiva dello Strega, e mi sembra che in quel caso il verdetto sia stato giusto. Il vero affrontato in questo caso è della massima importanza, dato che riguarda le persecuzioni antisemite come si svolsero, dopo il ’39, per la sciagurata decisione mussoliniana, esaminate negli effetti su una comunità ebrea di Genova. La Levi tenta di inserire elementi “verosimili”, come la vicenda del protagonista principale, Alessandro Rimon, che sarebbe un “enfant prodige”, tanto intelligente da indurre i genitori a fargli saltare un anno delle elementari e da andare alle medie in anticipo. Male gliene incoglie, perché a quel modo, e anche per un suo certo spirito saccente, diviene lo zimbello di compagni più maturi di lui, tanto da indurlo a condotte protestatarie, quasi a voler reprimere quelle buone doti naturali che sono causa dei suoi disagi. Questo il nocciolo autonomo della vicenda, su cui ben presto si abbatte il capitolo delle persecuzioni antisemite. La Levi ha il merito di esaminarle con mano leggera, sempre attenta a non fare offesa al vero, ma a questo modo ne viene un deficit di climax, di cariche drammatiche o addirittura tragiche. Per un verso le dobbiamo essere grati per non aver pescato nel repertorio, ben noto delle sciagure inflitte in quegli anni agli ebrei d’Europa. La nostra autrice procede in modi cauti, con tutti gli alleggerimenti possibili. Per esempio, il padre di Alessandro viene perseguitato, ma in un primo tempo non tanto perché ebreo bensì perché straniero, belga di nascita, portatore di passaporto inglese, per cui contro di lui scatta l’internamento. Quando l’Italia entra in guerra, lo si costringe a vivere in un paesello remoto, raggiunto da moglie, e figlio, sempre più scontroso, deciso perfino, pur essendo ancora un ragazzino, a entrare nelle file dei partigiani, al crollo del regime fascista e quando il nostro Paese è occupato dai tedeschi. Ma è mossa velleitaria, la Levi ritrae subito la mano, come un giocatore di scacchi che ha capito di avere fatto una mossa sbagliata. Poi i giochi si fanno duri, viene l’ora di tentare la fuga all’estero, nella solita e provvida Svizzera. Il guaio è che su questa strada abbiamo già il capolavoro affidato da Hemingway alle pagine finali dell’”Addio alle armi”. E’ vero che il suo eroe fuggiva da una possibile accusa di diserzione dall’esercito italiano, ma le insidie, i pericoli in quel frangente erano già tutti ben evidenziati. La Levi ha letto quelle pagine? E allora perché pretendere di ricalcarle, oltretutto in modo piatto, come sempre aderente, si può supporre, a un vero che non sale mai di tono per acquisire tinte sostenute e ben chiaroscurate?
Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino, Einaudi stile libero, pp. 165, euro 16,50.
Lia Levi, Questa sera è già domani, edizioni e/o, pp. 217, euro 16,50.

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Dom. 16-9-18 (Svezia)

Il tema di questo domenicale viene dal risultato delle elezioni che si sono appena fatte in Svezia. Ancora una volta una legge elettorale di specie proporzionale si è dimostrata difettosa, anche là dovranno fare sforzi enormi per rappattumare una maggioranza possibile. Il caso si aggiunge ai molti già verificatisi, In Germani, in Italia, in Spagna, perfino la Gran Bretagna non ne è stata indenne. Gli unici due stati dell’Occidente che non hanno patito di questa impasse sono la Francia, per effetto della riforma costituzionale a suo tempo voluta da De Gaulle, che ha introdotto il ballottaggio, di cui ha usufruito Macron, l’unico leader europeo oggi sufficientemente in sella, salvo errori suoi, gli unici che ne possono corrodere il potere. E Beninteso gli USA, che procedono risolutamente a colpi di ballottaggio sia dentro le file dei due unici partiti, sia nello spareggio finale tra questi. E proprio gli USA dimostrano che c’è una provvidenza interna a questo metodo, per cui i vincitori si alternano, nessun partito manda per tre volte consecutive un proprio esponente al governo, e dunque è possibile un ricambio fisiologico. Il nostro Renzi aveva tentato di introdurre anche da noi questo sistema provvidenziale, ma è stato “gambizzato”, dagli elettori, e anche da una pavida corte costituzionale, che ammette il ballottaggio per la nomina dei sindaci ma, chissà perché, non lo concede a livello di elezioni nazionali. Si parla tanto di riforme per l’EU, credo che la prima e più impellente sia proprio di far adottare a tutti i membri della Unione questo sistema del ballottaggio, a costo di espellere chi non lo accetta.

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Le molte aggressioni spaziali di Bonalumi

Sono stato molto amico di Agostino Bonalumi, del resto mio perfetto coetaneo (1935-2013). Ricordo con non cessata gratitudine che era uno dei pochi a rispondere alle mie convocazioni, quando fui nominato, da Claudio Martelli, allora braccio destro di Bettino Craxi, alla carica di responsabile nazionale arti visive per il PSI, e appunto cercavo di riunire le scarse schiere di simpatizzanti in una delle sale del quartier generale che il PSI aveva in via del Corso. E appunto Bonalumi rispondeva quasi sempre, sedendo con seria disponibilità in prima fila, in irreprensibile tenuta professorale. Magari, accanto poteva sedere pure il grande presentatore Paolo Brosio, venuto a vedere con un filo di curiosità che cosa mai potesse venire fuori da quei raduni. Sul limitare della sua esistenza terrena, nel 2006, gli avevo pure assegnato il Premio Belluno Cortina artista dell’anno. Credo che, nella sua carriera, sia sempre stato amareggiato dalla continua preferenza attribuita, su di lui, al collega Enrico Castellani, questo in nome dell’inguaribile minimalismo della nostra critica ufficiale, sempre pronta a osannare chi meno fa, chi tende al monocromo, alla semplificazione assoluta. E Castellani è stato perfetto, in una simile direzione, con quelle sue superfici che appena solleticavano l’ambiente con estroflessioni molto parche, tutte messe in ordinata fila come soldatini, o come biglie su un pallottoliere, tutte immerse in qualche non-colore, per lo più un bianco candido e immacolato, Monumento alla noia, alla ripetizione priva di scatti differenziali. Invece Bonalumi, per parte sua, contravveniva sistematicamente a queste rinunce. Sul fronte cromatico ha coltivato tutti i colori possibili, in genere tenendosi lontano proprio dallo sterile bianco, preferendo al suo posto i blu notte, i rossi sgargianti, i gialli fosforescenti, e così via. Ma soprattutto era vario proprio nella ragion stessa d’essere di quella stagione, il ricorso alle estroflessioni, che in lui hanno praticato ogni possibile morfologia, tra le due e le tre dimensioni, il cerchio, l’allungarsi in griglie, in “strisciate”, così da simulare le tapparelle, gli infissi delle nostre case. Qualche volta ha spinto con decisione sul pedale delle invasioni ambientali, come nella “Struttura modulare bianca”, una serie di corpi panciuti, quasi come dei tortelli, come dei piatti recanti qualche portata, o come i piatti di una batteria, in partenza diligentemente impilati l’uno sull’altro, ma recati come da un cameriere sbadato che perde l’equilibrio, e dunque quegli elementi plastici gli cascano, si diffondono a pioggia, pare quasi di sentire il suono che provocano cadendo a terra, pronti a emettere una sinfonia arcana, al limite con gli ultrasuoni. Del resto, se per gran parte della sua attività Bonalumi era stata un buon cultore di geometrie regolari fondate sulla linea e il circolo, negli ultimi tempi aveva ben compreso come fosse ormai giunta l’ora di buttar via il vecchio manuale della geometria euclidea per coltivare le nuove proposte, fino alla geometria del frattali. Comunque bisognava incrinare la superficie, assegnarle dei colpi, saggiarne la capacità di resistere, trovare i punti fragili di rottura, magari senza spingere fino fondo, senza violarne una residua unità finale, ma tracciandovi sopra come tante possibili linee di frattura, però sempre fermandosi un momento prima. Insidiando insomma, assediando il principio dell’unità, senza lasciarsi intimorire dalla sua sacralità, mettendo in atto tutto un balletto di attacchi, di provocazioni, di minacce, che pure sono sempre rimaste deliziosamente sospese tra il virtuale e il reale. Insomma, una morfologia sempre varia, rinnovata, pronta a valersi di tutti i suggerimenti di una libera invenzione.
Bonalumi 1958-2013, a cura di M. Meneguzzo. Milano, Palazzo Reale, fino al 30 settembre. Cat. Silvana editoriale,

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Letteratura

Scarpa e la “sintesi” della poesia

Seguo direi fin dagli inizi la produzione letteraria di Tiziano Scarpa, con responsi in genere favorevoli, nella forma di “pollici retti” se affidati alla rivista l’”Immaginazione”, o comunque con toni positivi se invece consegnati, come questa volta, alla sfera semi-privata del mio blog. Ma non ero mai intervenuto sulla sua attività poetica, come invece faccio questa volta, rivolgendomi all’appena uscito “Le nuvole e i soldi”. In genere chi mi conosce sa bene che, in ambito letterario, il mio interesse va in primo luogo alla narrativa, e infatti sono proprio i romanzi di Tiziano ad aver sollecitato i miei interventi, ma un altro mio settore di attività, il “laboratorio di nuove scritture” detto ora Ricercabo, in quanto esercitato a Bologna, mi spinge a occuparmi dei lavori di poesia per la buona ragione che da questa provengono i più raffinati ed estrosi prodotti proprio “di nuove scritture”, mentre la narrativa appare più lenta nelle sue mosse. Quello che tradizionalmente si direbbe il territorio della poesia è, forse per la sua innata leggerezza, più mobile e irrequieto, gli elementi verbali sono pronti a frantumarsi, a disseminarsi sulla pagina, e anche a saltarne fuori aggredendo le dimensioni del suono, dell’immagine, del comportamento. Soprattutto, vige per la poesia il criterio dominante della brevità, o diciamo della sintesi, laddove la prosa è per sua natura affidata alla lunghezza, a uno spirito analitico. Altre volte mi sono valso di una similitudine presa dalla strategia bellica, soprattutto di specie navale. I romanzi sono le corazzate, le ammiraglie, i maxi-trasporti, laddove le prove poetiche sono i mas, le imbarcazioni fragili, agili da manovrare. Questo lungo prologo per dire che lo Scarpa in versione poetica viaggia a grande distanza dai raffinati frequentatori delle rive della poesia, niente a che fare neppure con un Marco Giovenale e con i suoi sodali, quando pure simulano di avvicinarsi all’avversario parlando di una “prosa in prosa”. Dopotutto, anche Scarpa, nel voltare pagina, può rifarsi a un classico del continente lirico, il baudelairiano “petit poème en prose”, che non per nulla, affrontato dal grande Charles, si apre proprio con un elogio delle nuvole. Non so se di ciò ci sia stata memoria espressa nel nostro autore, che nell’affrontare il territorio non familiare della poesia potrebbe aver pensato di iniziare proprio nel nome di quella tradizionale vacuità, leggerezza, inconsistenza spettante alla controparte. Ci sta bene insomma una invocazione alla “nifologia”, come si direbbe con termine in punta di penna, invocato pure da un narratore di successo come Tabucchi, del resto trovatosi a vivere in perenne fuga dai gravosi impegni narratologici. Invece Scarpa è narratore pesante, incardinato nella prosa più densa, grezza, materiale, e dunque ci sta bene che la futilità nifologica venga subito contrastata, sempre nel titolo, dalla comparsa dei “soldi”, cioè della componente più pesante e sporca che compare nella nostra vita di relazione. In effetti, i temi di queste liriche, a volerli estrarre, altro non sono che un condensato di tutti i motivi forti, aggressivi, tenebrosi che l’autore perlustra proprio nei suoi romanzi, non c’è nessun cambio di tema, ma solo di pedale. Vale a dire che egli abbandona il metro analitico, scompositivo, per abbracciarne uno sintetico, riduttivo, volto a stringere, ad accorciare, a condensare, ma nel rispetto della stessa brutalità, nell’affrontare i temi scabrosi del sesso, dei rapporti con i genitori, e quant’altro compare nell’opera narrativa, ivi compreso un immanente senso di ironia, di humour, pronto anche ad assumere il colore del nero. Insomma, nel trasbordo dei temi dal continente prosa a quello della poesia, nessuno sconto, nessun alleggerimento, ma solo l’intervento, ora, del criterio della sintesi, della riduzione, quasi della condensazione. Voglio far notare a questo proposito una brillante soluzione che appare nelle pagine di questo volumetto, e che potrebbe sembrare una concessione, da parte di Tiziano, a qualche marchingegno formale di cui sono così fecondi i suoi compagni del versante poesia. Ci sono alcune di queste liriche in cui la pagina è riempita da un sottofondo di frasi assolutamente prosastiche, ripetute continuamente, a fare muro, ma dal loro tessuto neutro l’autore preleva, e sottolinea ricorrendo a caratteri in grassetto, alcune frasi, alcune verità scomode, urtanti, sconvolgenti, che emergono da quel grigiore, da quel ronzio di fondo. Qualcuno potrebbe pensare al ricorso a uno stratagemma degno della poesia visiva, o dei giochi tra il cancellare e il lasciar sopravvivere che è proprio di Emilio Isgrò, ma lungi da Scarpa l’intenzione di lavorare di fioretto, di risorse formali. È invece proprio l’affidarsi al nudo criterio della sintesi, al lasciar emergere nella maniera più nuda e diretta alcuni dati scabrosi, drammatici, perfino tragici dell’esistenza.
Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi. Einaudi, pp. 123, euro 11,50.

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Dom. 9-9-18 (fuga dai centri)

Merita qualche riflessione il fatto recente di quelle decine di migranti giunti in Italia a bordo della Diciotti di cui per tanti giorni è stato proibito lo sbarco, da parte di Matteo Salvini, ma che poi, accolti dalle diocesi cattoliche del nostro Paese e in particolare sistemati in via provvisoria nella sede di Rocca di Papa, se ne sono andati, insalutati ospiti, cercando di far perdere le loro tracce. E’ del tutto inspiegabile la diversità di reazione proprio da parte di Salvini e della sua cerchia. Dapprima, hanno tentato di impedire lo sbarco di questi disgraziati, nonostante che fossero stati accolti da una inave della nostra marina, il che ha indotto la magistratura a muovere al nostro ministro la ben nota accusa, di sequestro di persona e simili, a mio avviso del tutto a proposito, anche se sicuramente finirà in una bolla di sapone. Avevo lodato l’atteggiamento di Salvini ostile alle navi ONG e alla loro pretesa di sbarcare i loro salvati nei nostri porti. In merito ho fatto ricorso alla similitudine dei gitanti che se si recano a fare dei picnic nei boschi, devono riportarsi a casa i rispettivi avanzi, non possono abbandonarli al primo casolare trovato sul loro cammino. Ma ben diversa è la cosa se il salvataggio è stato effettuato da imbarcazioni ufficiali battenti la nostra bandiera, o da navi di passaggio, che non sono andate apposta alla ricerca di naufraghi. L’obbligo del salvataggio in mare è un dovere umanitario imprescindibile, Ora poi, dati i nuovi ribaltamenti in Libia, l’intera politica impostata da Minniti al momento è andata a farsi friggere, non si può sperare che ci siano interventi della marina costiera libica per impedire le partenze, né che si possano fare in quel Paese dei centri di accoglienza con sufficienti garanzie umanitarie. E dunque, se non si vuole chiudere gli occhi, tirare diritto quando si incontrano casi di annegamento quasi certo, non resta che approdare ai nostri porti. Ma qui giunti, si tratta pur sempre di emigranti clandestini, anche se per le migliori ragioni di fuga da guerre e persecuzioni, comunque queste persone non si possono lasciar andare libere per il nostro territoro, bisogna confinarle, con tutte le garanzie che ci vogliono, per poi assegnarle a ragion veduta, dove risulti la possibilità di un loro utilizzo per lavori riconosciuti e trattati secondo le regole. Non possono invece scorrazzare liberi per il nostro Paese, anche se c’è qualcuno pronto ad accoglierli. E’ proprio questa erranza incontrollata che provoca il consenso massiccio a favore della Lega, e l’ostilità degli altri Paesi, che loro sì, si oppongono a un’immigrazione clandestina, quindi, lo spettacolo sarà sgradevole, ma non ci si può opporre ai blocchi alle frontiere verso la Francia o l’Austria. Sappiamo bene che questa è una imputazione rivolta all’Italua, appunto di non trattenere questi corpi erratici, anzi, in qualche modo di autorizzarli ad andare a premere disordinatamente ai vari confini. L’unico rimedio è di fare dei centri, prima, di accoglienza, poi di avvio ad assunzioni lavorative secondo le buone regole. Purtroppo il PD è stato colpevole di non aver capito tutto questo, di aver permesso alle solite cricche di profittatori di lucrare sui soldi che dovrebbero servire per rendere sopportabili i centri di accoglienza, e soprattutto di aver imposto accoglimenti qua e là, senza provvedere al dopo, a un utilizzo sensato di queste possibili forze-lavoro. E’ curioso che ora la cosa si ripeta anche da parte dei fieri avversari di questo “laissez faire”, che il nostro super-ministro di ferro non abbia nulla da dire quando la questura lascia andarsene liberi, con tante scuse, questi individui appena sbarcati dalla Diciotti.

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Un Giorgione splendidamente movimentista

Paola Marini, passata in forza della riforma Franceschini dalla direzione del veronese Museo di Castelvecchio alle ben più prestigiose veneziane Gallerie dell’Accademia, ha seguito l’esempio dato dal suo collega Elke Schmidt, anche lui promosso dal ministro alla guida degli Uffizi. L’idea è di mettere fianco a fianco nelle rispettive sedi i capolavori di un medesimo artista, o di opere comunque tra loro strettamente legate, che a quella sede appartengono. Se Schmidt ha proceduto così in favore di Leonardo, la Marini l’ha fatto per Giorgione, accostando le due opere di cui la Galleria si fa vanto, il paesaggio “La tempesta” e il “Ritratto di vecchia”, a un terzo lavoro, la cui paternità giorgionesca non è del tutto sicura, ma l’ha ricevuta da grandi critici, come Roberto Longhi, e del resto, se non la si attribuisce a Giorgione, a chi altri darla in quel giro d’anni? Il dipinto era stato acquistato dal grande collezionista Mattioli, che a dire il vero non si è disfatto dei suoi capolavori ma ha proceduto dandoli in comodato, come è il caso di questo dipinto, affidato alle Gallerie veneziane dall’erede Laura Mattioli Rossi, la stessa che a New York ha creato il CIMA, il Center for Italian Modern Art. Del dipinto è incerto anche il soggetto, si parla in genere di un “Davide cantore”. In Giorgione tutto è misterioso, ma certo egli è stato incalzato dalla premonizione di “non avere tempo”, di dover affrettare le tappe della sua vertiginosa corsa verso la modernità. C’è quasi un abisso tra la sua tavola degli esordi, la Pala di Castelfranco, dove l’ordito ancora quattrocentesco alla maniera del Bellini è ancora evidente, anche se è merito del nuovo protagonista aver trasportato la scena all’aperto, avvolgendola in tanta atmosfera, arricchendola di ombre che si allungano. Ma in seguito egli ha proceduto come con delle zoomate successive, e l’opera in questione segna un culmine in questo senso, con ben tre volti colti in primo piano, per giunta animati da un movimentismo che manda all’aria gli equilibri, le simmetrie ancora di sapore quattrocentesco, per stipare le facce in libera maniera sghemba. Domina in primo piano il volto, indagato da vicino, colto con sguardo penetrante, radente, dell’incognito cantore, che però mette nel gesto, nella forza con cui abbranca lo strumento, gettandolo fuori campo, la stessa violenza che uno scherano potrebbe mettere nell’aggredire una povera vittima. Da qui si arriva fino al Caravaggio, neppure il “creato” di Giorgione, Tiziano, saprà godere di quella medesima disinvoltura nel proporre una scena animata. L’anziano sulla destra è il degno continuatore del “Ritratto di vecchia”, ma per lasciare al dominatore in primo piano tutto il rilievo che gli spetta assume una posa obliqua, di traverso, che è già un atto di disinvoltura, rispetto alla posa frontale con cui in genere, anche in pieno Cinquecento, venivano colti i ritratti. E anche la terza presenza, sulla sinistra, riceve una posa inclinata, e trattata con mano leggera, per non limitare tutto il rilievo spettante al protagonista in primo piano. C’è la grande libertà di far posto a tre figure di colpo, ma certo bisogna che almeno due tra queste si sacrifichino, attenuino la loro presenza, si mettano di lato per consentire al dominatore dell’episodio una massima capacità di movimento. C’è da chiedersi dove sarebbe arrivato Giorgione, se l’epidemia scoppiata Venezia nel 1510 non lo avesse tolto di mezzo, e si sente il bisogno di tornare a interrogare le ombre che sono rimaste del ciclo terminale giorgionesco al Fondaco dei Tedeschi per verificare se anch’esse attestano una uguale carica di dinamismo, di aggressione spaziale.

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Letteratura

Giorgino. un ritorno al tema letteratura e industria

Sono molto grato a Simone Giorgino che per ben tre volte, in anni successivi, si è prestato a presentare, alla Feltrinelli di Lecce, tre dei miei saggi usciti come in un “serial” presso Mursia, dedicati a vari aspetti della narrativa internazionale tra il moderno e il contemporaneo. Non è per un rito di scambio che ora mi impegno a mia volta sul suo saggio recente, “Poeti in rivolta”, dedicandogli uno scritto di cui certo non ha ragione di rallegrarsi, dato che esce in questa mia rubrica solitaria, in definitiva è come se gli inviassi una lettera del tutto privata e personale di commento a quanto da lui affrontato in pubblico, toccando un tema illustre, quale il rapporto tra la ricerca letteraria e i fattori “pesanti” della cultura materiale, il lavoro, l’industria. E’ stato un tema che ha assillato particolarmente la nostra critica proprio al tornante decisivo tra anni Cinquanta e Sessanta, quando l’Italia conobbe il grande mutamento, da una immersione nella civiltà contadina a un ingresso, con tutti i relativi disagi e problemi, nell’età industriale avanzata. Il quadro socio-economico che Giorgino traccia come sfondo della sua ricerca è corretto e puntuale, e così pure sono opportunamente scelti i protagonisti e testimoni di quella svolta epocale. Del resto, così facendo, il nostro critico ha aggiornato, rivisitato un dibattito illustre che allora si tenne sulla rivista letteraria più titolata dei quel momento, il “Menabò”, sotto l’autorevole guida di Elio Vittorini e di Italo Calvino, con un numero, nel 1961, dedicato per intero proprio a questo argomento, e uno successivo in cui veniva presa in esame la reazione che ai nuovi orizzonti sociali stava fornendo proprio il fenomeno di cui io stesso ero protagonista, la neoavanguardia del Gruppo 63. A questo proposito non posso che confermare la mia adesione a un saggio fondamentale affidato da Umberto Eco alla seconda di quelle puntate, e provvisto di un titolo che ne è già anche il riassunto nel modo più chiaro: “Del modo di formare come impegno sulla realtà”. Era un Eco allora in gran forma, da vero e proprio nostro fratello maggiore, come allora eravamo tutti pronti a riconoscergli. Ma poi sono venuti da parte sua le delusioni, i tradimenti, i giri di walzer che io personalmente non gli ho perdonato. Lui, paladino del concetto di “opera aperta”, di lì a poco si sarebbe tuffato nell’impresa asfissiante, chiusa al massimo, della semiotica. E da ottimo esegeta dell’opera più avanzata dello sperimentalismo del primo Novecento, il “Finnegans Wake” di Joyce, si sarebbe dato a stendere quei romanzacci di intreccio, di avventure che tentavano di rubare il mestiere a Dan Brown, senza peraltro riuscirvi. Invece, in quel saggio magistrale, egli imboccava la via giusta di affrontare il problema, che non sta, per valerci di una felice similitudine fornita proprio da Vittorini, nel “suonare il piffero alla rivoluzione”, ovvero i poeti e narratori non devono impadronirsi dei nuovi temi, propositi, lieviti di rivolta eccetera, condendoli in bella forma, rendendoli appetitosi. La via maestra, anche se non mi pare che Eco ne fosse del tutto consapevole, stava nel seguire la via imboccata dal sociologo francese Lucien Goldman: la letteratura, o in genere l’attività artistica di ricerca, non deve essere succube dei contenuti, ma impostare degli schemi d’azione innovativi, in profonda corrispondenza (omologia) con le nuove strutture e tendenze che la realtà stessa, nella sua materialità sta seguendo. Il nostro obiettivo polemico, in quella stagione, era Pier Paolo Pasolini, perfetto nell’enunciare nella sua poesia tutti i temi sociali del giorno, ma col limite di “dirli” in forma “chiusa”, con lessico e metrica di impeccabile impronta classica. Mentre al contrario occorreva che la poesia acquisisse lo stesso ritmo sussultante, dinamico, di coinvolgimento immediato di cui si dotavano nello stesso momento anche i meccanismi produttivi. Insomma, la stessa azione doveva battere all’unisono nella prassi materiale e nella contemporanea produzione artistico-poetica, senza intercapedine, senza la fatale distanza e separazione che potrebbero dividere la cosa e la sua immagine riportata. Ecco perché la poesia “novissima” era fondamentalmente asintattica, praticava un collage immediato di oggetti linguistici brutalmente accostati, senza margini, in luogo delle ben lubrificata sintassi, con tutte le congiunzioni e preposizioni al posto giusto, di cui Pasolini non sapeva né voleva privarsi. Tra le poesie indagate da Giorgino ci sono pure quelle di Pagliarani, e beninteso anche nel suo caso vale la “presa diretta”, nel narrare le tristi vicende della “Ragazza Carla” egli passa al riporto “tale e quale” di frasi fatte, simili a stereotipi, proprio come in un collage, o meglio in un décollage, come quelli che stava fabbricando in ambito visivo Mimmo Rotella. Anche se, lo ammetto, il riporto del “tale e quale” nel caso di Pagliarani era pure accompagnato da un po’ di solvente, il che gli permetteva di essere l’eternamente salvato tra i “Novissimi”, da tutti i nostalgici delle buone maniere, mentre i “cattivi”, i reprobi, erano Sanguineti e Balestrini, proprio per l’assoluta mancanza di interstizi nel loro muro oggettuale. Infine vorrei menzionare un caso che però non entra tra gli esempi di Giorgino, quello fornito da Paolo Volponi, non tanto come poeta quanto come narratore. Poteva sembrare un caso tipico, una dimostrazione probante del disagio che il lavoro industriale causa alla nostra psicologia, se pensiamo all’alienazione di cui dà prova Albino Saluggia, stendendo il suo “Memoriale”, che pare proprio essere il puntuale referto dei guai che il lavoro in fabbrica provoca su un uomo qualunque. Sennonché Volponi ha proceduto a rifiutare poco dopo questo solido ancoraggio contenutistico, scegliendo un protagonista lontano dal mondo della fabbrica, anzi, tuffato in un pigro sfondo agricolo, come quello delle colline marchigiane, assunto come terreno d’elezione della “Macchina mondiale”. Non c’è più il pretesto del male prodotto da iniqui sistemi sociali, l’essere umano è solo con se stesso, a indagare sulla propria ansia esistenziale. E’ un rifugio nell’individualismo, nell’eccezione? No, perché quel personaggio davvero “in rivolta”, senza evidenti provocazioni esterne, corrisponde alla nostra umanità che corre in avanti, magari verso le prospettive di liberazione, di vita sottratta alle cure, a realizzare il villaggio globale, il “tutti in rete”, che verranno buoni con la svolta del ’68. Ma mi rendo conto che sto prevaricando sulle intenzioni di questo saggio, però è anche l’invito al nostro Giorgino perché voglia mettere in cantiere al più presto un seguito, intitolato non più all’industria, ma alla post-industria, alle modalità di vivere e di fare arte dei nostri giorni.
Simone Giorgino, Poeti in rivolta. Lavoro e industria nella poesia italiana contemporanea, Edizioni Sinestesie, pp. 174, euro 15.

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Attualità

Dom. 2-9-18 (Pd alla riscossa)

Uno degli aspetti più spiacevoli di quanto avviene in questi giorni è il maramaldeggiare di tutti contro il Pd, in base al famigerato “vae victis”. Ci si è messo perfino il nostro miglior vignettista, Gianelli, che in una delle sue comparse quotidiane sul “Corriere della sera” ha dedicato uno sfottò proprio al Pd parlando in una sua opposizione “al Diciotti per cento”, collegando la solita accusa che quel partito non sta facendo una opposizione seria all’episodio della nave Diciotti, in cui si è consumato il reato di Salvini, di sequestrare su una nostra nave un centinaio di profughi salvati dal mare. Ma invece proprio in quell’occasione tutti i maggiorenti del PD, Maurizio Martina in testa, sono andati in processione a deplorare, a inveire contro Salvini e compagni. E si è pure realizzata una volta tanto l’unità della sinistra, perché a quel pellegrinaggio della protesta hanno partecipato pure i rappresentanti del LEU, Boldrini in testa. Che fare di più? Mi viene in mente una invenzione atroce del grande Dostoevskij, nel più cupo dei suoi romanzi, “I demoni”, dove alcuni rivoluzionari cercano di convincere un malato terminale a rendersi utile andando ad uccidere un qualche esponente dei poteri forti. In via analoga, si potrebbe cercare anche tra di noi un disgraziato ai suoi ultimi giorni con esortazione di andare a far fuori Salvini e Di Maio. E’ forse questo il tipo di protesta più robusta che l’opinione pubblica pretende da parte del PD? C’è poi il masochismo interno, di quelli che invitano a mutare etichetta, in vista delle prossime elezioni europee, il che mi sembra equivalere alla classica “excusatio non petita”, sarebbe il modo migliore per riconoscere la bancarotta, senza rimedio. Mi sembra curioso che una soluzione del genere venga invocata da un personaggio amletico come Calenda, che solo poco tempo fa reagiva nel modo a mio avviso giusto (tanto che nel mio piccolo l’ho fatto pure io) di correre a iscriversi nel partito ora posto sotto accusa. Per fortuna che Martina ha reagito nel giusto modo a questa stupida ipotesi, da lasciare tra gli altri, a profeti di sventure come Ignazi e la Gualmini, osservando giustamente che sarebbe come partire dalla coda, nella ricerca di ancore di salvataggio. Più che da una questione di etichette, bisogna partire dai contenuti. Sempre nel mio piccolo ho già provveduto a disegnare gli aspetti in cui la politica Pd è risultata deficiente nei tempi passati. Non certo nel mantenere i nostri porti aperti e le nostre navi disponibili ai salvataggi, ma nell’aver affidato la gestione delle hub a cooperative al solito ladrone, pronte ad approfittare, facendo di quei luoghi di riserva delle carceri insopportabili, con l’invito implicito ad andarsene. Un errore è stato pure il voler distribuire i profughi in ordine sparso, qua e là, determinando la protesta della popolazione, e il conseguente passaggio di rilevanti pacchetti di voti verso la Lega. Purtroppo è un vizio a cui non si è ancora posto rimedio, per esempio un centinaio dei profughi liberati a stento da bordo della Diciotti verranno infilati alla spicciolata in vari luoghi della Penisola, a cura del mondo cattolico. Ma che faranno questi disgraziati, se non inquietare con la loro presenza erratica e irregolare il mondo dei “normali”, instillando in loro quella protesta di cui Salvini è il pronto beneficiario? Ci vuole una grande operazione di collocamento, dare un lavoro a questi ospiti d’eccezione, naturalmente secondo tutti i crismi dell’ufficialità, retribuzione regolare, diritti assistenziali eccetera. Inutile insistere perché se li prendano altri Paesi, sappiamo già che questi dicono di no, o ne prendono quantità minime, insignificanti, La soluzione è che noi stessi diventiamo una grande centrale di ricollocamento in tutti i Paesi d’Europa, che di forze lavoro disponibili hanno tanto bisogno. La fuga dei giovani dai lavori pesanti, manuali, avviene dovunque, non è solo un fenomeno di casa nostra.
L’altro grande tema è proprio quello dei giovani, il cui voto ci ha abbandonato in massa e costituisce la cassaforte dei Cinque Stelle. In merito si dovevano studiare forme massicce di assunzione. Franceschini si è reso autore di una riforma inutile, andando ad assumere a peso d’oro alcuni direttori per aumentare le entrate nei nostri musei, invece gli si dovevano dare le risorse per bandire concorsi per centinaia di addetti al sistema museale e dei centri culturali, nelle varie nostre località. Passando a un altro settore, bisogna ammettere che ci siamo dati una riforma universitaria inutile, con quel primo grado triennale che non è stato provvisto di alcuno sbocco nel mondo del lavoro. Ecco un’altra occasione perduta, trovare possibilità professionali subito dopo aver raggiunto quella prima soglia. All’ipotesi malsana e rovinosa del reddito di cittadinanza si deve reagire fornendo accessi concreti ad attività lavorative. Un Pd che ritorni in campo con programmi revisionati, decisi a rimediare alle mancanze del passato, ha ancora buone possibilità di risalire la china.

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