Arte

Thomas Struth tra ordine e disordine

Temo di essermi già espresso altre volte in termini non troppo positivi a favore del MAST, voluto da Isabella Seragnoli, senza dubbio straordinaria benefattrice nel contesto bolognese, ed è pure positiva in partenza l’iniziativa di edificare un centro dedicato all’arte contemporanea, oltretutto in zona periferica, contraddicendo la stupida pretesa di portare tutto nel centro della città. Purtroppo l’edificio è stato progettato in stile “moderno”, nel senso specifico proprio del Movimento moderno, cioè in ossequio alle rigide norme del Bauhaus di Gropius. Inoltre la volontà di ospitarvi manifestazioni d’arte rivolte a fare il pelo al mondo dell’industria non ha certo ammorbidito quell’assunzione originaria. Ciò non toglie che, pur in un ambiente troppo freddo e specchiante, dove si rischia ad ogni passo di andare a sbattere contro quale parete vitrea trasparente, o di incespicare in gradini elevati appena a un palmo dal suolo ma comunque insidiosi, talvolta, pur nel rispetto del tema, si possano vedere cose valide. Come è ora, con una bella mostra dedicata a Thomas Struth (1954), forse il più influente nel gruppuscolo di artisti tedeschi allievi di Bernd e Hilla Becher, di cui hanno accolto in pieno l’insegnamento di fare a meno della pittura a vantaggio della fotografia, eseguita in modi il più possibile rigidi, senza nulla concedere ad effetti “mossi”. I suoi compagni di avventura si chiamano Thomas Ruff, Andreas Gurski, Candida Hofer, ma fra tutti è proprio Struth il più fermo e impavido, mentre gli altri, forse anche per sottrarsi al suo abbraccio, tentano qualche giro di valzer. E dunque, freddo il tema, un inoltrarsi nel mondo della tecnologia più avanzata, in una selva di tubi, tubicini, apparecchi robotici, quasi il presagio di un futuro che viene annunciato come imminente e inesorabile. E allora? Ma ecco compiersi il miracolo. Struth parte all’inizio come perfetto adepto al servizio di un mondo del genere, almeno con una mano, ma è come se con l’altra scompigliasse quella trama fin troppo ordinata, introducendo indizi, fattori, tracce di inquietudine, o diciamolo pure di caos, di disordine. Come se con la mano sinistra l’artista agisse da sabotatore, staccando le spine, curando che i cavi si imbroglino tra loro, fino addirittura a prendere come modello il nemico, l’aborrita natura, con il suo rigoglio di forme spontanee che non seguono schemi rettilinei ma che se ne vanno per traverso. Insomma, quello specchio delle nostre brame fin troppo irreggimentato e a senso unico si mette invece a trasmettere immagini sconvolte, arruffate. Come detto, il caos, il disordine entrano, seppure in punta di piedi, in quel mondo che pretenderebbe di essere fin troppo pettinato, conforme a canoni geometrici. In fondo, se diamo un’occhiata al titolo della mostra, vi compare proprio l’antagonista, il nemico che la tecnologia vorrebbe dominare, cancellare, vi si parla proprio di “Nature”. L’antagonismo rispetto ad essa, chissà perché, viene affidato al termine di “Politics”, ma di questi non c’è segno, in un universo semmai troppo in ordine, a meno che proprio l’attentato messo in atto dall’artista contro il mondo dell’artificio non equivalga a un gesto di insurrezione “politica”.
Thomas Struth, Nature and Politics, a cura di Urs Stahel. Bologna, MAST, fino al 22 aprile.

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Letteratura

Cappagli, piacevoli bisticci in famiglia

Ricevo di nuovo un libro dalla Einaudi, di Alice Cappagli, “Niente caffè per Spinoza”, così come in precedenza mi era arrivata “La vita dispari” di Paolo Colagrande, e ne sono ben lieto, tanto più che di nuovo mi è possibile esprimere anche su questo secondo arrivato un giudizio del tutto positivo, per giunta motivato da ragioni di natura diversa. Ovvero i due prodotti non si assomigliano affatto, ma pescano in acque tra loro distanti. Nella Cappagli non si rintraccia certo l’ironia fredda, quasi metafisica, come nell’opera di Colagrande. Al contrario, almeno in partenza, la protagonista di questo romanzo, di nome Maria Vittoria, è ben decisa a “volare basso”, quasi intimando a se stessa la prescrizione che nel film “Un eroe per caso” Dustin Hoffman pronuncia continuamente verso il figlio. Del resto, di che cosa si dovrebbe inorgoglire, questa modesta esistenza che soffre dei tipici mali del nostro tempo, cattivo esito di un matrimonio, disoccupazione, liti in famiglia, insomma difficoltà ad ogni livello. Da cui però la salva l’intervento provvidenziale di un’amica che le fa ottenere un posto di badante presso un anziano professore di filosofia in disarmo. E qui comincia il bello, dato che la configurazione di questo personaggio è condotta in modo addirittura geniale. Questo anziano, semicieco, ne combina di tutti i colori, da bambolone cui si vede ridotto, che fa malestri in cucina, se lasciato a gestire da solo la sua ghiottoneria, con la pretesa, magari, di cuocersi un riso ma versandosi addosso l’acqua bollente e così producendosi dolorose scottature. Maria Vittoria è stata reclutata non come domestica “tutto fare”, ma secondo la regola d’ingaggio dovrebbe prestarsi come lettrice per il povero ex-docente, che non può più contare sui suoi occhi, e qui si introduce un tema esilarante, in quanto il raffinato professore chiede all’inserviente di andargli a pescare di volta in volta, nel massimo disordine della sua biblioteca, un certo testo filosofico, una delle cui massime sarebbe adatta a commentare la situazione che il professore stesso, la sua famiglia, ivi compresa anche l’assistente, stanno vivendo. Vengono quindi pescate al proposito o meno frasi sentenziose soprattutto di Epitetto, ma anche di Aristotele, Agostino, Pascal, Bergson, in un ardito e piacevole bisticcio continuo con le basse pratiche che si consumano in quello sgangherato ménage. Del resto, il titolo la dice lunga, chiamando in causa Spinoza, ma subito contrastato, menomato da un caffè, cioè di una minima prestazione domestica, che non arriva, per i pasticci che i due conduttori del gioco combinano, volenti o nolenti. E’ una coppia ben assortita, pur nella sua voluta e calcolata diversità, di fronte a cui devono cedere i comprimari: una figlia del professore troppo preoccupata di sue questioni personali, e dunque perpetuamente assente; una cognata che tenta di impadronirsi della situazione per comandare su tutti, ma che viene colpita dalla legge del taglione, lei così abile e adatta agli inghippi dell’esistenza, viceversa è la prima ad andarsene, vittima di una malattia. Si aggiunga anche un’altra mossa opportuna dell’autrice, che non lascia troppo spago alla sua creatura “bassa”, non le permette di sviluppare a fondo una relazione pur promettente con un uomo baldo e simpatico. Devono rimanere in lizza, a combattersi, comprendersi, in definitiva stimarsi, da un lato il Professore, dalle sue altezze, ma compromesse dalla malattia, e dall’altro l’umile “badante”, Un contrasto che produce scintille di ironia, di humour, tali da ricordare un modo molto simile di procedere per piccole scosse quale è proprio del narratore Domenico Starnone. Su cui, come è ben noto, si è scatenata la pretesa di assegnargli l’esecuzione del romanzo “L’amica geniale”, da cui tuttavia è totalmente assente proprio la dimensione dell’ironia, qui invece, come nelle opere di Starnone, scoppiettante, ben dosata, fino allo spegnersi inevitabile di chi ne è la fonte, il Professore, con tutto il carico della sua sapienza e dei suoi limiti fisici.
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, Einaudi, pp. 273, euro 17,50.

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Attualità

Dom. 17-2-19 (Abruzzo)

Sulle elezioni svoltesi domenica scorsa nella regione Abruzzo il verdetto è unanime, la differenza di consensi emersa tra la Lega e i Cinque stelle suona una campana a morto per la loro alleanza di governo, ben difficilmente questa si manterrà dopo le elezioni europee della prossima estate, i gialloverdi forse non festeggeranno assieme neppure il ferragosto. Purtroppo questa unanimità di referti si guarda bene dal fare un passo indietro, lasciando solo al mio ronzio di insetto trascurabile il compito di ribadire quanto da tempo mi affanno a proclamare, l’enorme errore del presidente Mattarella di non averci fatto andare a nuove elezioni, procedendo invece a rabberciare una alleanza che appariva disastrosa già sulla carta, per evitare l’imbarazzo che senza dubbio gli avrebbe procurato l’indire una nuova tornata eletoorale, ma che era cosa del tutto ammissibile, come ora conferma per l’ennesima volta un nostro vicino quale la Spagna. Se nuove elezioni ci fossero state, come era legittimo pretendere, avremmo avuto subito un governo di Lega più Forza Italia più Fratelli d’Italia, come ci arriveremo, ma con un anno di ritardo, il che ha consentito alla disastrosa alleanza concessa da Mattarella di distruggere risorse e di infliggere gravi colpi alla nostra stabilità.
Chi mi legge (ma forse non c’è più nessuno) sa bene quanto avverso io sia a Di Maio e alla sua banda, il che però non mi esime dal riconoscere due punti a suo favore. Sono del tutto d’accordo, e già l’ho detto in passato, sul suo tentativo di far reggere l’Alitalia, la compagnia di bandiera, su nostre forze autonome. I servizi essenziali di trasporto e comunicazione (come dell’assistenza medica e della scuola) devono rimanere nelle mani dello stato. E trovo anche nel giusto l’impegno dei Pentastellati di bloccare la pretesa delle autonomie regionali. Non si possono privilegiare le ricche regioni del Nord a danno di quelle disastrate del Sud, le autonomie da concedere, o da rifiutare, devono essere le stesse da un capo all’altro del Paese, se non si vogliono alimentare mosse secessioniste. Vedo con piacere che anche il mio punto di riferimento costante, Matteo Renzi, si è pronunciato oggi proprio in questo senso, contro la Regione Emilia Romagna, colpevole di un “tu quoque”, anche tu allineata con le regioni destrorse nel voler ottenere uno statuto speciale.

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Attualità

ORLAN e il “fattaccio brutto” di venerdì scorso

Forse domenica scorsa 3 febbraio qualcuno tra i miei pochi lettori si attendeva di veder comparire un mio commento sul “fattaccio brutto” accaduto nella sera del venerdì precedente nel corso dell’evento dedicato alla performer francese ORLAN, quando io, a circa metà dell’incontro, venendo meno ai miei doveri di ospitante, me ne sono andato in malo modo abbandonando la sala, con la quasi unanime disapprovazione di tutti i presenti. Ora la settimana intercorsa mi ha consentito di “elaborare il lutto”, come si usa dire, e quindi di poter fornire la mia versione, spero la più oggettiva possibile. In fondo, si è trattato di un equivoco, causato anche dalla mancanza di incontri diretti tra l’artista e me, dovuti ai suoi continui spostamenti dalla sede sua solita di Parigi, per cui abbiamo dialogato solo da lontano, e ci siamo incontrati “de visu” solo la sera prima. ORLAN ha creduto di essere invitata a tenere una sua propria conferenza, arricchita da momenti performativi svolti in presa diretta, da qui la sua ansiosa richiesta che ci fosse un traduttore professionale, per rendere conto al nostro pubblico, per lo più ignaro della lingua francese, di ogni sua parola. Io invece intendevo svolgere come sempre un dialogo con lei, volto anche a precisare come la sua presenza alle “Settimane” si inserisse nel quadro generale, con quali intenti e in quali modi. Avevamo concordato una lunga lista di immagini del suo percorso, purtroppo tutte statiche, prive di sequenze in movimento, e dunque ritenevo che fosse facile per me illustrarle al nostro pubblico, facendone un riassunto per lei e ovviamente dandole il diritto di aggiungere ogni utile informazione ulteriore. Lei invece intendeva gestire in proprio la serata, accrescendo la statica successione delle immagini con corposi e perfino violenti interventi diretti, delegando me al ruolo di passivo traduttore, cosa per cui sicuramente ero inadatto. Né da parte sua c’era comprensione per i miei sforzi di seguirla con le mie senza dubbio stentate traduzioni, per esempio quando io ho presentato la sua invenzione-tipo, di una monaca col seno scoperto pronta a brandire una croce, ho parlato di “profanation”, lei invece mi ha subito corretto dicendo che semmai era una “de-sacralisation”. C’era un pubblico di maestrine dell’Italo-francese pronte anche loro a bollare ogni mio errore di traduzione, e nel complesso a considerarmi come un disturbatore, come una presenza incongrua e inopportuna. Il momento di rottura è avvenuto quando sullo schermo è apparso uno dei suoi “mésu-rage”, dove ho creduto che fosse facile illustrare la crasi tra la misura e la “rabbia” espressa dal “rage” francese, mentre ORLAN, che sempre si era rifiutata a una tranquilla posizione seduta accanto a me ma voleva dominare in piedi la platea, si è messa a ululare, in una manifestazione fin troppo accesa di “rage”, che sembrava essere anche rivolta contro la mia inadeguatezza. A quel punto ho abbandonato la nave, comprendendo che io nulla potevo fare per dirigerne, o almeno pilotarne il corso, me ne sono andato dalla sala tra i fischi del pubblico. Non so se ci sarà un avvenire per questi incontri in cui. esaurita la serie di perfomer italiani, dovrei continuare a insistere su presenze straniere, che per fortuna, trattandosi di personalità anglofone, in ogni caso richiederebbero la partecipazione di un traduttore completamente esperto. Ma chissà, un Bob Kushner, anche per ricordare una nostra amica come Holly Solomon, e il Pattern Painting di cui è stata sostenitrice. O un concerto sgangherato e folle di Charlemagne Palestine…

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Murakami, un secondo tempo interlocutorio

Ovviamente mi sono precipitato ad acquistare la seconda puntata della trilogia “L’assassinio del commendatore” concepita dallo scrittore giapponese Murakami Haruki, ma devo dire che l’ho trovata abbastanza interlocutoria, fatta quasi per “allungare il brodo”, però con la cura di rimandare a un terzo momento la soluzione dell’enigma di base, concernente proprio quell’omicidio annunciato nel titolo, e a suo tempo rappresentato in un enigmatico dipinto dall’artista Amada Masaiko, quando si era trovato a vivere, nella Vienna ormai in preda ai furori del nazismo, un truce quanto misterioso fatto di sangue. Se non sbaglio, in questa puntata intermedia non ci sono nuove “entrees”, ma taluni personaggi già visti nel primo tempo vengono senza dubbio messi a fuoco con maggiore precisione, pur sempre in quell’affascinante, ma anche ingannevole “mix” tra un precisionismo minuzioso e invece abili inserimenti di atmosfere di sospetto, di minaccia, di incubo. Assume maggior consistenza in primo luogo Menshiki, l’enigmatico vicino di casa del protagonista, il quale se ne sta installato in una dimora di Masaiko, l’autore del dipinto in oggetto. Menshiki, possessore di una ingente fortuna, non si sa bene come acquisita, si è potuto permettere una principesca dimora nei pressi della residenza di chi ci parla in prima persona, e forse ricordiamo che si era rivolto a lui per chiedergli un ritratto, suo e di una fanciulla, Marie, che vive in un’altra dimora, sempre in quelle vicinanze. Domina su tutto una trama di paternità sospette, come del resto è comune all’intero ambito dell’attuale narrativa, dove compaiono le famiglie “aperte”, con donne dalle relazioni multiple, con possibili sospetti sulla autentica paternità dei figli che ne nascono. Infatti questo misterioso vicino crede di essere il padre di una deliziosa adolescente, Marie, ufficialmente figlia di un altro residente, in quel borgo animato da tante creature e fantasmi. Marie dunque viene per posare dal nostro ritrattista ufficiale, accompagnata da una zia in funzione di badante, tale Shoko, sfiorita zitella ma ancora disponibile a stringere relazioni, come avviene proprio nei confronti di Menshiki. Altro elemento apprezzabile della vicenda, la comparsa di un vecchio amico del protagonista, figlio del grande pittore, che per parte sua è orami invecchiato, relegato in un ospizio. Come sappiamo, Murakami è sempre pronto a scantonare da una dimensione di gretto e minuzioso realismo, che non salta nessun dettaglio per quanto riguarda il cibo, le cene, i lunch, i breakfast, o anche gli incontri sessuali. Gli appetiti sensoriali e sessuali vengono abbondantemente soddisfatti. Ma da questa dimensione volutamente mantenuta piatta, raso-terra, si staccano delle incursioni nei regni dello spiritismo, che lo scrittore tenta di mantenere in sospeso tra il sì e il no, tra una decisa concessione allo spiritico o invece qualche cauto ritorno alla realtà comune. Proprio quando il nostro eroe è in visita presso l’anziano pittore, da cui non può più venire la luce sulle ragioni di quel lontano dipinto, compare la proiezione proprio del commendatore, posta in bilico tra un fantasma concettuale e qualche residuo legame con una realtà materiale. Sta di fatto che, quasi preso per mano dal fantasma volonteroso, il narrante intraprende un lungo cammino per cunicoli misteriosi, fino a ritrovarsi recluso nella cripta che costituisce un po’ la scena madre di tutta la storia, una tomba da cui ancora una volta lo salva il vicino Menshiki. E c’è anche un altro viaggio in territori sconosciuti, che riguarda il personaggio fresco e positivo di Marie. Come si sa, Murakami tiene sempre un occhio rivolto alle trame dei maggiori autori del nostro Occidente, pronto a fare dotti riferimenti a Dostoevskij, a Kafka, a Proust. Non mi pare invece che tra questi autori venga mai menzionato Oscar Wilde, ma certo l’arcana scomparsa e riapparizione di Marie corrisponde da vicino ai “quattro passi nel delirio” che una sua coetanea compie in un delizioso racconto di Oscar Wilde, in quanto sequestrata dal “Fantasma di Canterville”. Qui le carte di ogni gioco sono sempre imbrogliate, lo scrittore nasconde eventuali tracce di ripetizioni e concomitanze, del resto i percorsi si incrociano, in quanto risulterà che Marie, nella sua apparente fuga, si era rifugiata proprio presso l’inquilino numero uno del mistero, Menshiki, permettendoci così, al suo seguito, di effettuare una accurata ricognizione nel suo enorme immobile, pieno di tante stanze. Ma al solito non scopriamo alcun mistero in esse, almeno non in misura esplicita. La penombra è abilmente mantenuta ovunque, in alternanza al troppo di luce cruda gettato su ogni dettaglio marginale, quasi per distrarci. Tra i personaggi che in questa seconda puntata balzano in primo piano, più che l’anziano pittore cui si deve l’aver eseguito il ritratto “matriciale”, conta il figlio, che è il tramite tra lui e il protagonista numero uno, il quale oltretutto gli porta notizie della moglie, di Yuzu, che, come ricorderà ogni lettore della prima puntata, lo aveva abbandonato, a favore di un diverso partner. Ora l’amico lo avvisa che l’ex-moglie è incinta, e qui di nuovo scatta uno di quei misteriosi rapporti virtuali, “concettuali”, a distanza, infatti viene insinuato che il fecondatore potrebbe essere stato il protagonista stesso, in una notte in cui ha sognato una relazione sessuale con la moglie del passato. Diciamo pure che un altro tratto di queste peregrinazioni sta in una loro circolarità, per cui nulla esce mai definitivamente di scena, ma i personaggi rimbalzano, rigettati a recitare di nuovo alla ribalta. Vedremo con quali ingredienti e attrazioni l’autore riuscirà a rimpolpare a sufficienza l’ultimo atto del suo trittico.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore. Libro secondo, Einaudi, pp. 434, euro 20.

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Attualità

Dom. 10-2-19 (Calenda)

Carlo Calenda è senza dubbio un personaggio piacevole, disponibile, pieno di buona volontà, ma le sue modalità d’intervento ricordano da vicino, purtroppo, quelle già tenute, con esito negativo, da Giuliano Pisapia, l’ex-sindaco di Milano che nei tempi scorsi aveva tentato pure lui di creare una strana compagine intermedia, al di sopra delle parti, con vaghi propositi di conciliazione, che però avevano finito per farlo apparire “ a Dio spiacente e agli nimici suoi”. Lo stesso mi pare che stia accadendo anche per gli sforzi di Calenda di creare una terza cosa, non contro i partiti o le forze già esistenti, ma al di sopra di loro, ingenuamente trasversale, assicurando d’altra parte di non voler agire pro domo sua, di non candidarsi a svolgere un ruolo preciso in questo proposto “rassemblement” generalista. Si potrà dire che qualcosa del genere è riuscito clamorosamente a Grillo, ma perché lui partiva da zero, rivolgendosi a tutti gli esclusi, a quanti non erano iscritti o partecipi in nessuna coalizione già in atto, e dunque il suo intervento a gamba tesa non pestava i piedi a qualche formazione già in corso d’opera. Invece l’appello di Calenda sfonda delle porte aperte, in quanto l’afflato europeista è proprio di tutte le già esistenti liste e candidature di sinistra, mentre molto limitata è l’utilità di volersi sporgere al di fuori della mischia, nel tentativo di pescare in altre acque. Il che del resto è comune a tutti i suoi concorrenti dichiarati, i quali ovviamente sognano di riportare all’ovile i compagni di sinistra attratti dai Cinque Stelle, o i centristi delusi da Berlusconi e in rotta rispetto alle mosse destriste della Lega. Oltretutto, credo che nuocciano questi appelli lanciati da chi nello stesso tempo vuole rimanere fuori dalla mischia. Perché a suo tempo Calenda non si è presentato alle elezioni del 4 marzo scorso, e addirittura perché ha esitato a iscriversi al PD, nonché a mettersi in corsa per divenirne segretario? Salvo poi, all’improvviso, cambiare rotta, quanto meno nel senso di divenire un umile iscritto al Partito, senza ulteriori ambizioni al suo interno, ma enunciando una macro-ambizione sopra le righe, di bypassare i compagni volonterosi che si battono dentro le file, nelle forme canoniche. Questo tentativo di Calenda, a mio avviso destinato a cadere nel nulla come già quello di Pisapia, un esito positivo lo avrà, di scoraggiare Renzi dal seguire quello stesso cammino, di rimanere aderente al Pd, attendendo che per lui si apra l’ora di un grande ritorno, visto che purtroppo i successori saranno deboli. E’ già scontato che alle prossime primarie nessuno dei concorrenti superi il 50% dei voti, e dunque starà all’assemblea produrre qualche più o meno abile compromesso.

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Arte

Una mostra “panoramica” a tutti gli effetti

Al solito, in concomitanza con la bolognese Artefiera, e soprattutto col programma allegato di eventi sparsi per tutta la città, Artcity, viene offerta una abbuffata gigantesca che credo nessuno riesca a visitare in toto per via diretta, tanto meno un vecchietto come me ormai in preda a problemi deambulatori. Purtroppo a tanto pieno poi fa seguito un quasi-vuoto per il resto dell’anno, ovvero, dopo il carnevale viene la quaresima. Tra le poche cose che ho avvicinato “de visu” c’è la mostra allestita dalla Fondazione del Monte, col titolo globale di “panorama”, che si presterebbe a qualche equivoco, se si pensa che l’intenzione sia di offrire un repertorio di vedute oggettive sul paesaggio fuori di noi, mentre in concreto si tratta di compiere una analisi dei mille modi nostri di vedere, e in seguito di rendere qualche sembianza di quanto sta di fuori, con ricorso a una piacevole varietà di stili e tecniche. Del resto il principale curatore della mostra, Claudio Musso, esordisce in catalogo invitando proprio a una s-definizione del concetto stesso di panorama, o di paesaggio, pur sbandierato nel titolo. E dunque, ecco la sfilata di una ventina di presenze, tutte in genere stimolanti, o perfino aggressive. Si inizia opportunamente convocando qualche padre nobile, con ricorso perfino a Antonio Sant’Elia, che nei suoi precoci disegni registrava già in pieno la boccioniana “città c che sale”, piena di fascino ma anche di mistero. Ci sono l’aspetto progettuale utopico del gruppo di Superstudio, o invece le visioni placide della pianura padana cui si dava Luigi Ghirri, costeggiando quanto di simile ci proponeva nella prosa Gianni Celati con i, suoi “Narratori delle pianure”. Infine, un omaggio va pure a Mario Schifano, volutamente rozzo pittore di insegne, o di cartoline illustrate rialzate con sapienti tocchi di pittore. E poi, ecco la sfilata delle nuove promesse, tutti suppergiù “millennials”, dove appunto si registra la piacevole varietà di mezzi assunti, tra cui compare anche il colore, nelle “cartoline illustrate” che osa proporci Mauro Ceolin, volutamente al limite col kitsch. Il che si può ripetere anche per il verde assurdo, orgogliosamente artificiale dei prati rinvenibili in Valentina D’Amaro, mentre contro tanta serenità reagisce subito Davide Franchina immergendo la visione in tenebre notturne, dove la città è già salita troppo e si è fatta cupa, paurosa. Laura Pugno abbassa lo sguardo su una distesa di vegetazione grama, stentata. Ma molti di questi ospiti saltano fuori dal piano guizzando in alto svelti e sciolti, magari affidandosi, come fa Francesco Pedrini, a una svettante tromba d’aria, o facendo risuonare un corno issato nello spazio. Il modo migliore per stimolarlo e provocarlo è sempre quello praticato da Margherita Mazzantini, anche se nel presente caso rinuncia alla tangibilità del video. Di questo si vale invece Andreco, affidandogli una “Parade for the Landscape”, che è anche, se si vuole, una piena manifestazione a favore del paesaggio ottenuta attraverso una immersione gioiosa di sbandieratori. In fondo, la mostra è tutta un su e giù tra chi si acquatta sulla superficie, facendole il solletico in tanti modi, e chi invece ne balza fuori, come per esempio Andrea De Stefani che esibisce strani lacerti di materia contorta e neo-informale. Mentre con Luca Coclite il paesaggio torna ad essere “immaginario”, cioè tracciato come su una lavagna didattica con grafismi leggeri, quasi di sapore esotico. Riccardo Benassi, ancora una volta, rinuncia al corposo linguaggio usato altre volte, soprattutto nei suoi video, per affidarsi alle immateriali risorse di scritte concettuali. Ci sono infine casi intermedi di chi passeggia con agio perfetto tra le due e le tre dimensioni, come Martino Genchi, che talora accarezza la superficie talaltra vi si appoggia per innalzare corpi adunchi e lanceolati. Infine c’è chi sa conciliare entrambe le soluzioni, come Marco Strappato, che per un verso monta macchine, scattanti come trappole, o come rubinetterie da manovrare per chissà quali effetti, mentre in altre occasioni preferisce stendere sul piano dei fogli policromi, quasi per condurre un “solitario”, o per comporre un gigantesco puzzle. Mi scuso con altri partecipanti sfuggiti a questa specie di appello, ma tutti accreditabili di soluzioni vivaci e funzionali.
Panorama, a cura di Claudio Musso. Bologna, Fondazione del Monte, fino 13 aprile. Catalogo Danilo Montanari.

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Colagrande e i piaceri di una “vita dispari”

Ricevo in omaggio, cosa che ormai mi succede ben raramente, un’opera narrativa di Paolo Colagrande, “La vita dispari”, e ne sono ben lieto, dato che trovo in lui un eccellente scrittore degno dei più ambiziosi traguardi, mentre in passato mi erano sfuggite le tre opere precedenti, di cui apprendo dalla bandella di copertina. E’ giusto il riferimento che vi si fa a Gianni Celati, ma forse ancor più appropriato rivolgersi al suo compagno di via che è Ermanno Cavazzoni, mentre, nella felice aperture di prospettive che troviamo in questo narratore, ci starebbero bene riferimenti anche Stefano Benni e a Francesco Piccolo, Anzi, a proposito di quest’ultimo, mi sembra che man mano che ne cresce il prestigio, diminuisce la sua capacità di invenzioni rapide, la destrezza di mano nel giocare a pari e dispari, o a una sistematica morra cinese. Mentre il nostro Colagrande ne sa fare abile, persuasivo interprete il suo protagonista principale, il Buttarelli che gli amici abbreviano nello pseudonimo di Buz, a cui si addice proprio la ”vita dispari” annunciata nel titolo, verificabile attraverso mille storture e allontanamenti dalla retta via, di cui Buz ci fa dono abbondante nelle varie fasi della sua esistenza. Caso mai, l’unico rischio di questo tipo di narrazione è che tra l’una e l’altra invenzione con cui il nostro anti-eroe rivolge uno sberleffo alla “vita pari” dei normali, si aprano cesure, momenti di vuoto, in attesa che scatti una trovata successiva per dare nuovo alimento ai vari focherelli. Ma ciascuno di questi si accende rapido, felice, incalzante, fin da quando il personaggio centrale inizia la sua carriera scolastica, facendo apparire subito un ben strano difetto, che starebbe nel riuscire a leggere, tra le due pagine di un volume, solo quella di destra, saltando l’altra. La sua esistenza, insomma, parte subito come dimezzata, come quando si stampa una fotocopia e le pagine dispari non vengono fuori. E ci sarebbero tante altre irregolarità che perseguitano Buz nel periodo della scolarità, come il trattamento bestiale che gli impone una crudele e sadica preside, Maribel, infliggendogli una dieta sgradita e intollerabile. L’irregolarità che affligge fin dalla nascita questo erede del Guizzardi di Celati, anche per il fatto di non avere padre ma di dover sottostare alle eccessive cure della madre vedova, ma consolata dalla solerte presenza del convivente Fulgenzio, si fa pesante quando per lui, ormai adolescente, si affaccia la questione dei rapporti con l’altro sesso, per cui in partenza non sembra molto dotato. Ma qui scatta una delle innumerevoli invenzioni del nostro autore. Buz, che supera brillantemente i suoi difetti nella lettura dimostrandosi del tutto padrone dei numeri, quasi un genio nella statistica, capace quindi di organizzare un sistema ingegnoso per procurarsi contatti con le compagne di scuole, scegliendone ben otto, a ciascuna delle quali propone una sorta di fidanzamento. Ebbene, pare incredibile, ma tutte rispondono, ponendo il finto spasimante in una situazione di imbarazzo, come accontentarle tutte, come accettare le loro proposte di singoli appuntamenti? Basterà inventare una serie bizzarra, a vanvera, di motivazioni varie che costringono il nostro pretendente “dispari” a non poter andare agli incontri in calendario. Ma tanta bizzarria nel tentare di risolvere la questione sessuale affidandosi al caso non impedisce a Buttarelli di conquistarsi un amore regolare, fino a sposare una efficiente collega trovata sul luogo di lavoro in cui p, per la sua capacità nei calcoli, egli ha potuto inserirsi, seppure a basso livello. Naturalmente la madre vedova e il compagno coabitante vedono di malocchio quella volontà del figliolo, un tempo docilmente succube, di sottrarsi al loro controllo, ma basta un colpo di dadi per causare la morte di entrambi, per via simmetrica, quasi speculare, in omaggio al gusto che domina per intero questa narrativa a favore di schemi geometrici, come fare un uso sistematico del testo di Rorsach. Intanto però Buz cresce, dall’adolescente timido e incerto salta fuori l’adulto ormai padrone dei suoi affetti, dei suoi impulsi erotici, al punto di sentirsi stanco della moglie legittima. Gli viene in aiuto un’avventura in cui Colagrande, diciamolo pure, si adegua a tante trame oggi in uso, relative alla coppia aperta, dove “lui” appare pronto a subire il fascino di figure femminili più giovani della coniuge, più “arrapanti”. C’è una scena madre, di taglio abbastanza convenzionale, in cui sorprendiamo Buz andato in viaggio di piacere, alloggiato in un hotel di lusso, che all’alba si sveglia con accanto nel letto il corpo adorabile di una giovane del luogo, Berengaria, di cui si innamora alla follia. Ma come liberarsi della moglie legittima, che si dichiara contraria a concedere il divorzio? Ci vuole un’altra trovata, come sarebbe quella di pagare una terza persona che sia disposta a sposare la giovane ma solo per finta, consentendo a Buz di proseguire tranquillamente nel godimento sessuale di Berengaria, Però, al solito, i giochi d’azzardo non sono agevoli, si inseriscono delle incognite impreviste, diciamo insomma che vivere una “vita dispari” non si rivela poi più facile e comodo rispetto a chi segue vie normali, Però si può assicurare che per noi lettori queste traversie, queste varie puntate a una sorta di roulette dei destini, riescono perfettamente godibili, ed è quello che più conta.
Paolo Colagrande, La vita dispari, Einaudi, pp. 281, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 3-2-19 (Diciotti)

Le varie questioni connesse al nodo tormentoso dei migranti sono sempre all’ordine del giorno, mi rassegno quindi a condurre una sintesi di tanti interventi che nei domenicali scorsi ho già svolto in materia.
1. Ho riconosciuto un unico punto a favore di Salvini, relativo alla sua ostilita per le navi “non governative”, che in effetti, nelle loro regole d’ingaggio, dovrebbero mettere in conto il modo con cui sbarazzarsi dei naufraghi salvati, senza dubbio con loro merito. Ho fatto ricorso a una rozza metafora, sarebbe come dei gitanti che non si preoccupano dei rifiuti dei loro pasti e altro, pretendendo di lasciarli ai casolari incontrati sulla strada. E dunque è giusto, in linea di principio, chiudere i nostri porti a questi dilettanti, liberi escursionisti del salvataggio.
2. Ma Salvini ha avuto torto marcio nel caso della Diciotti, perché in quella circostanza il salvataggio era stato effettuato da una nostra nave, e dunque era più che giusto portare i naufraghi in uno dei nostri porti. Sembra quindi pure giustificata l’azione legale intentata nei suoi confronti, con richiesta al tribunale dei ministri e al senato di dire di sì al suo possibile arresto. Ma, riconosciuta in astratto la legittimità di quell’atto, quasi sicuramente non se ne farà nulla, la maggioranza giallo-verde si pronuncerà contro, e del resto, se condanna ci fosse, ne verrebbe un vantaggio propagandistico che farebbe salire alle stelle le previsioni elettorali a favore della Lega.
3. Resterà però il problema dei salvataggi, da fare fin quando non cesserà del tutto il fenomeno migratorio. E quindi è stato giusto istituire via via, con diverse etichette, a cura nostra o dell’intera UE, delle misure di pattugliamento e di recupero dei naufraghi. In alternativa, ci sarebbero le vie incerte del respingimento, e della chiamata in soccorso di motovedette libiche, ma si sa quante difficoltà ci siano nel fare affidamento sulle capacità di questi scomodi interlocutori d’oltremare.
4. Ma che fare dei profughi, una volta raccolti a bordo, dato che sarebbe nefanda l’ipotesi di voltare il capo dall’altra parte e di lasciarli crepare? Qui sta il punto, la soluzione salomonica di spartirli tra i vari Pesi UE non funziona, o solo col contagocce, ci abbiamo provato in passato, incontrando solo dei rifiuti. E se ce li prendiamo, sappiamo bene che non si può poi ricorrere alla restituzione al mittente, il governo attuale lo ha promesso, ma non riesce a farlo se non in numeri esigui, irrilevanti, dato che i poveri esuli hanno bruciato i ponti alle loro spalle, nessuno è pronto a riprenderseli.
5. In questo ambito ha funzionato, almeno pare, l’intervento della Turchia, a tenersi i migranti avviati lungo la rotta dall’Est, purché ampiamente foraggiata dall’UE. Ebbene, ho già detto che anche sul nostro fronte la soluzione dovrebbe essere la stessa, ricevere una congrua somma dall’UE per divenire anche noi un simile luogo di accoglienza, da condurre in modi razionali, impedendo che la malavita ci speculi, e che questi luoghi siano dei colabrodo tali da consentire, o quasi imporre, che i reclusi se ne vadano, a invadere le nostre strade, o a premere ai confini per tentare di passare in Francia, con gli esiti disastrosi che ben conosciamo. La colpa del Pd quando era al governo è stata di tollerare entrambe queste vie, il lasciare il controllo della spesa per questi centri nelle mani di ladroni, e il chiudere un occhio, il permettere l’evasione di massa, a invadere le nostre vie, da qui il sentimento xenofobo di cui la Lega è stata profittatrice
6. E’ una balla inconsistente pretendere che questi invasori tolgano il lavoro ai nostri giovani, al contrario, sarebbe una mano d’opera da usare adeguatamente, con paghe ragionevoli e con legittime forme di tutela del lavoro. I sindacati su questo versante hanno gravi colpe, nulla hanno fatto per proteggere queste fasce dallo sfruttamento del caporalato. Da questi centri i residenti dovrebbero uscire a ragion veduta, quando si profili per loro una possibilità di impiego secondo tutte le regole, sia in Italia sia all’estero.
7. Salvini è di nuovo colpevole, suscettibile di denuncia, nella misura che con la sua legge di sicurezza ha voluto marciare in senso contrario, smantellare questi centri d’accoglienza, assecondando il fenomeno pernicioso del l’esodo dei migranti dai luoghi previsti, con conseguente invasione delle nostre strade. In merito, ci stava molto bene un ricorso alla corte costituzionale proclamato dai nostri presidenti di regione e sindaci, ma questo c’è stato?
8. In alternativa, la costituzione di centri di soggiorno per i reduci dai Paesi subsahariani potrebbe essere prevista in Libia stessa, ma si sa che quanto esiste da quelle parti in tale senso viene considerato dai candidati a quella reclusione come una orrida prigionia, cui sono pronti a sottrarsi anche ricorrendo al suicidio. Ma un intervento dell’ONU non potrebbe fare qualcosa in una materia del genere, per esempio mettendo sotto protezione con invio di truppe alcune di queste riserve potenziali, rendendole vivibili?
9. A lungo termine, ma ci vorranno decenni, e questo forse sarà il problema dominante del secolo appena iniziato, dovremo tentare di rendere abitabile la popolazione malridotto dei paesi subsahariani, andando a impiantare industrie da quelle parti, che fra l’altro potrebbero fornire un’occasione di lavoro per la nostra mano d’opera. Da noi, inutile illuderci, il PIL è destinato a diminuire progressivamente, e le due uniche soluzioni a lunga portata saranno di diminuire gli orari di lavoro o appunto di mandare le nostre maestranze a consentire il decollo industriale di Paesi attualmente sottosviluppati. Ma campa cavallo…

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