Arte

Richter: un viaggio da Tiziano all’Informale

La visita virtuale di questa domenica mi porta a Mantova, Palazzo Te, ma non per partecipare alle celebrazioni che vi si tengono dedicate al genio di quel luogo, Giulio Romano. Ho già “dato” ampiamente in questa direzione, dedicandogli un intero corso di quando insegnavo Fenomenologia degli stili al DAMS di Bologna, e portando anche in devoto pellegrinaggio a quelle stanze, anche con inclusione di quanto l’artista ha fatto nel Palazzo Ducale, una nutrita schiera di allievi. Ora vi trova posto un evento certo più limitato, ma del tutto caratteristico, e caro al mio percorso personale. E’ un omaggio che uno dei maggiori artisti tedeschi di oggi, Gerhard Richter, aveva già indirizzato a Tiziano, rivolgendosi a una sua “Annunciazione”, assumendo nei confronti di quel dipinto l’umile ruolo del copista, ma, diciamo così, alquanto sbadato, tanto da non fornire certo una copia fedele dell’originale, ma al contrario da apparire maldestro, fino a impastarla, slabbrarla, renderla via via irriconoscibile. Era insomma un caso memorabile di quanto, nel ’74, ebbi modo di definire col binomio di “Ripetizione differente”, in una mostra tenuta all’allora Studio Marconi di Milano (1974), che lo stesso titolare, Giorgio Marconi, mi ha consentito di replicare un trentennio dopo (2012), e non potevo certo mancare di ripresentare proprio quel procedimento in apparenza confusionale e volutamente “sbagliato” attraverso cui Richter, passo dopo passo, imbrogliava le piste e trascinava il capolavoro tizianesco da un massimo di icasticità fino a un guazzabuglio di informalità, di pennellate stese a ruota libera. Era un modo per segnalare quanto avviene al giorno d’oggi attraverso le varie repliche, fotocopie, travasi da un contenitore all’altro. Il che può anche ricordare quel giochetto, ma di portata acustica e non visiva, attraverso cui si sceglie una certa parola e poi ciascun membro coinvolto nella partita la sussurra rapidamente nell’orecchio del vicino, ma nei passaggi successivi succede proprio che la parola iniziale, anche in questo caso, si slabbra, si deforma, per cui, alla stazione di arrivo, quando l’ultimo ricevente è invitato a dire ad alta voce quanto ha recepito, salta fuori un suono che ben poco ha da spartire con quello di partenza. Richter stesso ha capito che attraverso quel deliberato procedimento di deformazione di un’immagine originale aveva messo mano a qualcosa di assolutamente tipico dei nostri giorni, al punto da richiamare quella sua avventura lontana ormai quasi mezzo secolo, e ora riproporla, nella sequenza dei passaggi successivi. Del resto, in quell’esperimento l’artista tedesco ha adombrato l’intera sua avventura stilistica, che si è sempre svolta tra due terminali, un’immagine di alta definizione fotografica, e poi il via libera a una serie di metamorfosi in cui il precisionismo iniziale dà luogo a un pittoricismo scatenato, libera, a una sinfonia di colori, macchie, grovigli. Un’alfa e omega di ogni possibile avventura visiva dei nostri giorni.
Gerhard Richter, Il cielo sulla terra. Mantova, Palazzo Te, fino al 6 gennaio. Cat. Corraini.

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Letteratura

Perché Camilleri difende Caino?

Quando Camilleri è scomparso, commosso come tutti, avevo ritenuto che il modo migliore per ricordarlo fosse di parlare della sua “Conversazione su Tiresia”, non avendolo fatto al momento giusto, quando lui stesso aveva recitato quel suo monologo in modo del tutto appropriato e avvincente, da Tiresia redivivo, sia per il fatto di riviverne la cecità sulla sua pelle, sia per averne acquisito la connessa sapienza e preveggenza. E dunque, ero in piacevole attesa del passo successivo, della già annunciata “Autodifesa di Caino”, nella speranza che fosse un equivalente di tanta prestazione, sia nel testo sia nella recita. Ora che, in forma cartacea, quel testo è uscito, devo confessare una certa delusione, consistente soprattutto in una mancanza, o non chiarezza, circa la finalità globale del monologo, ben diversamente da quanto avveniva nel caso di Tiresia, anche se la procedura per tanti versi è la stessa: evocazione del mito, anche attraverso le varianti di cui si è impadronita la tradizione, e poi suo riecheggiamento in testi letterari o teatrali anteriori. Ma mentre ogni tappa di un simile procedere nel caso di Tiresia scorreva via, essenziale, tesa, sempre di buon effetto, qui al contrario la trama si imbroglia ad ogni passo, con tante precisazioni che tolgono fascino alla vicenda, ne moltiplicano i personaggi, in un omaggio a testi biblici di cui il nostro Occidente ha perso la memoria. C’è insomma una volontà di precisione quasi filologica che ovviamente, trattandosi di grandiose vicende mitiche, non è per nulla richiesta, come quella di dirci che il serpente tentatore in realtà era un diavolo maligno, Alialel, reo fra l’altro di essere stato a sua volta sedotto dal fondoschiena di Eva, così da avere un rapporto sessuale con lei. E poi, diciamoci la verità, forse che proprio la decisione di Eva di mangiare il frutto proibito superando l’interdetto divino non meriterebbe, esso sì, un elogio da parte di uno spirito laico e spregiudicato come Camilleri? Non è lodevole, ai nostri giorni, la decisione di contestare un principio autoritario, enunciato con tono ultimativo quanto immotivato, o col futile motivo, da parte di Dio, di tenere solo per sé i buoni frutti del giardino incantato? Ma parliamo della coppia al centro della vicenda, Abele e Caino, che intanto, anche loro, si moltiplicano avendo al fianco ciascuno delle sorelle gemelle, tra cui si adombrano anche possibili rapporti incestuosi. Ma soprattutto quello che nuoce alla vicenda è una non netta divisione di ruoli, di responsabilità. Abele non è certo il buono, anzi, è violento pure lui, usa la sua forza contro il fratello, al punto che l’omicidio cui Caino giunge nei suoi confronti si potrebbe anche configurare come legittima difesa, o come violenza preventiva, in quanto Caino si sente sicuro che, se non imbocca per primo la via dell’omicidio, sarebbe Abele a farlo fuori. Siamo quasi a una storia degna di un western, a una gara tra chi compie per primo l’uccisione. Poi, certo, c’è la difficoltà di disfarsi del corpo della vittima, ma in merito ha saputo fare molto meglio Dario Fo, con una ilare, comica difesa di Caino, alle prese proprio con il grosso problema di come sbarazzarsi di quel cadavere, per impedire che si manifesti apertamente il misfatto compiuto. In ogni caso, emerge, domina l’intera parabola un interrogativo di fondo: quale la sua morale? Che bisogno c’era di difendere Caino, colpevole se non altro di aver infranto un divieto assoluto di farsi giustizia da sé, di portare offesa su altri esseri umani, da considerarsi tutti come fratelli? O il messaggio è proprio di una specie di indulgenza totale, vietato condannare, non si deve applicare la legge del taglione? Insomma, in questa circostanza il nostro Camilleri non appare illuminato, forse anche una sua recita diretta non avrebbe salvato un testo ambiguo e incerto nei suoi fini.
Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino. Sellerio, pp. 81, euro 8.

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Attualità

Dom. 1-12-19 (Iri)

Si usa sostenere che ai nostri giorni non ci sono più differenze tra destra e sinistra, ma invece una grossa e palese se ne prsenta, se parliamo delle crisi aziendali che si sono accese negli ultimi tempi. Per una destra, anche moderata, liberale, è un dogma che non si possono obbligare le aziende private a mantenere il personale se il mercato non consente di produrre ai ritmi soliti, e dunque in questo caso non si possono evitare i licenziamenti, magari col sottinteso che conservare in uno stato sciale un po’ di disoccupazione serve a far tenere basse le richieste dei lavoratori. Per la sinistra invece bisogna farsi carico dei disoccupati, sia con varie forme assistenziali, come le casse integrazione, magari sconsigliando solo quella forma di beneficienza a fondo perduto che è il reddito di cittadinanza, accettato dal Pd solo per poter andare al matrimonio con i Pentastellati, che in quel provvedimento hanno visto una propria ragione sostanziale di esistenza. Ma a monte di tutto questo un pensiero di sinistra non può rinunciare al principio delle nazionalizzazioni, cioè del fatto che deve essere l’intera comunità a farsi carico di certi sevizi fondamentali, costi quel che costi. In questo senso ragiona bene il ministro Stefano Patanuelli che di recente ha risollevato il fantasma dell’IRI, dell’Istituto Ricostruzione Industriale, a cui si deve il salvataggio del nostro Paese sia nella crisi Anni Venti, sia in quella del dopoguerra. Averlo smantellato è stato forse un torto, uno sbaglio, la cui colpa grava in larga parte su Romano Prodi, che trovatosi alla testa di quell’istituto, lo aveva considerato insostenibile, soprattutto in visita delle nuove regole europee, e ne aveva avviato lo smantellamento a favore del privato. Ma oggi i privati fuggono a gambe levate da quelle responsabilità, o ne fanno una conduzione molto dubbia, vedi i casi di Autostrade e dell’ex-Ilva, mentre lo Stato non si è comportato male in occasione della costruzione di una poderosa rete autostradale, negli anni Sessanta e oltre, e più di recente nel creare la rete ferroviaria dell’Alta Velocità. In un caso e nell’altro non sembra che si siano avute ruberie o inserimenti mafiosi di particolare entità, e dunque non sempre l’intervento pubblico equivale a un ingrossamento dei costi e a un intervento di mediazioni nocive. Pare che una norma UE proibisca proprio gli interventi statali, ma questo è per garantire una apertura a gare di appalto cui possano accedere anche i privati. Se questi non compaiono, o se le loro anteriori gestioni risultano inefficienti, la parola non può che ritornare all’ente pubblico, tenuto ad assicurare lo svolgimento di servizi essenziali per la comunità, con relativo assorbimento della mano d’opera. Naturalmente, finché si può, è opportuno cercare forme miste, dove accanto a risorse pubbliche entrino anche i privati. Pare che qualche speranza in questo senso si sia profilata per la questione ex-Ilva, in cui il magnate franco-indiano è tornato al tavolo delle trattative. Mentre una pista del genere, che pure sembrava promettente, pare si sia chiusa per Alitalia, col ritiro di Atlantia, che ci starebbe solo se le venisse confermata la gestione delle autostrade, ma compromessa dai recenti crolli di ponti. Una cosa comunque è sicura, in un modo o nell’altro l’ente pubblico deve fare fronte a queste esigenze, trovando le giuste vie di intervento.

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Arte

Jean-Francçois Millet. davvero in lui semi di attualità

Riprendo le mie visite puramente virtuali spingendomi con lo sguardo elettronico fino al Museo Van Gogh di Amsterdam che molto giustamente ospita nelle sue sale una mostra dedicata al francese Jean-François Millet, mostra quanto mai opportuna, dato che proprio Van Gogh, nella sua carriera disordinata, non ha mancato di ispirarsi a quel suo predecessore. Che in definitiva non ha goduto di una fortuna pari ai suoi meriti, quanto meno nel nostro Paese, dove per tutto l’ambito del contemporaneo ha fatto danni la lezione di Roberto Longhi, a netto favore nei confronti del quasi coetaneo ma oppositore di Millet quale fu Gustave Courbet (1814-1875 il primo, 1819-1877 l’altro, come si vede quasi una sincronia, ma con destini diversissimi). Il culto di Courbet, sicuramente dominante nel nostro Paese, nasce anche come rimbalzo del precedente culto sviscerato tributato, sempre dal longhismo, a Caravaggio, di cui il pittore francese è sembrato il naturale erede per tutta la seconda metà dell’Ottocento, Ma la lezione courbettiana giungeva troppo carica, lutulenta, fangosa, tanto che gli Impressionisti, i supposti profittatori di quel precedente, per prima cosa dovettero alleggerire, schiarire, attenuare, pur accettando l’impegno su motivi di quotidianità. Una diagnosi, questa che vale alla perfezione per i casi di Manet e di Degas, e per il francese acquisito che fu Whistler, portato davvero a polemizzare col più anziano maestro (anche per questioni personali, di sesso). Al contrario Millet appare leggero, quasi aereo, il che quindi sembra limitarlo, se la posta in gioco è quella di un realismo schietto e risoluto. Eppure i due si ritrovavano per esempio nel comune impegno sui temi di figure sottoposte ai duri cimenti del lavoro, e nella versione più faticosa e umile come l’agricoltura. E’ curioso che Millet, se si guarda il suo curriculum, partecipò davvero alla Scuola di Barbizon, ma senza condividerne l’interesse primario per il paesaggio, da lui sempre lasciato sullo sfondo, a fare da quinta, da cassa di risonanza agli umili temi georgici, come, tanto per menzionare alcuni titoli celebri, “Le spigolatrici”, “Il seminatore”, “Il piantatori di patate”, “Mietitori a riposo”. Ma, invece di caricare queste immagini, di portarle a un’esasperazione, a una aperta protesta sociale, al modo di Courbet, Millet al contrario sembra preoccuparsi di alleviare quelle fatiche, di addolcirle con qualche riferimento mistico alla preghiera, alla meditazione, alla consapevolezza della sacralità di quel medesimo triste immergersi nella volgarità del quotidiano; Come dire, in termini di critica marxiana, che Millet fa annusare ai suoi contadini un po’ di aura religiosa, che si merita la taccia appunto marxiana di dover essere considerata alla stregua di una droga, di un consumo oppiaceo. Da qui, ovviamente, il celebre “Angelus”, ovvero i poveri rappresentanti del quarto stato invece di imboccare fieramente le vie del conflitto sociale chinano la testa, si arrendono al fato, ai misteri dell’aldilà. Ma a quel modo Millet entra in consonanza con una linea che verrà dopo di lui e che in Francia avrà il massimo rappresentante in Pierre Puvis del Chavannes, anche lui pronto a far chinare il capo, nel suo caso, a poveri pescatori, ma in un comune atteggiamento di accettazione del destino, anche se perverso e punitivo. E quel che più conta, di questo chinare il capo per entrare in sintonia con valenze superiori, si dà una pronta trasposizione stilistica, infatti nei dipinti di Millet compaiono linee curve che in qualche modo si spingono in avanti, ad anticipare il fitomorfismo di cui si compiacerà l’arte fin-de-siècle del Simbolismo. E si dà anche un preannuncio del Preraffaellismo inglese, addirittura con un vantaggio rispetto a Rossetti e compagni, che in definitiva non riuscirono ad alleggerire a sufficienza le loro tavolozze, mentre Millet appunto sa essere leggero, quasi volatile. Del resto, proprio di questa congiunzione tra la pietas per un’umanità povera e derelitta e una sublimazione formale in ritmi curvilinei, arricciati sarà buon erede proprio l’ospite numero uno di questo museo, lo stesso Van Gogh, sempre alla ricerca di qualche soluzione più soddisfacente, per coprire le sue ansie sperimentali, non per niente poste giustamente dal nostro Francesco Arcangeli all’insegna di un “eterno apprendistato”. Ma purtroppo l’artista olandese, benché attratto da quel possibile matrimonio mistico, non seppe liberarsi dalle sue mani pesanti, continuando a portarsi dietro uno spessore di pasta, contro cui si levava la protesta commiserante del compagno di viaggio Gauguin, molto più coerente nel comprendere che, se si volevano inserire davvero dei ritmi sinuosi, bisognava accoglierli in un clima disteso, quasi astratto. Ma ritornando al dissidio Millet-Courbet, quest’ultimo non scavalca il secolo, del resto, come detto, non giunge neppure all’Impressionismo, non parliamo del Simbolismo, e caso mai ritorna ai nostri giorni nelle soluzioni ugualmente grevi di Lucian Freud. Mentre si sa bene che il misticismo di Millet è stato recuperato in chiave onirica e psicoanalitica da uno dei grandi protagonisti della stagione Surrealista, Salvador Dalì.
Jean-François Millet. Piantare i semi dell’arte moderna, Amsterdam, Museo Van Gogh, fino al 12 gennaio.

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Letteratura

Starnone, vano ricorso alla “Confidenza”

E’ una fortunata coincidenza che, dopo essermi occupato nel domenicale scorso del recente romanzo della Ferrante, ora mi venga a tiro l’ultimo prodotto di Domenico Starnone, “Confidenza”. Questo mi permette di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia assurda la pretesa di coloro che dietro l’incognita presenza di quella scrittrice sospettano il celarsi del suo concorrente al maschile. Per quale mai ragione un buon produttore come lui si dovrebbe sfibrare stendendo le lunghe lasse dell’altra, oltretutto affidandole a un anonimato, assolutamente inutile e incomprensibile nel suo caso? Ma soprattutto, conta la differenza stilistica con cui viene trattata una materia che, sì. qualche affinità la potrebbe avere, ma mentre gli svolgimenti della Ferrante, come dicevo la volta scorsa, sono troppo diluiti, “ronronnanti”, privi di nerbo, viceversa le vicende, magari anche in questo caso amorose, dipanate dallo Starnone si svolgono nel segno della crisi, della rottura, dell’eccezione. C’è in lui un fondo di “autofiction”, in quanto i suoi protagonisti, come nella sua esistenza, frequentano il mondo della scuola, o dell’università, e dunque è quasi inevitabile che intreccino amori, o anche soltanto tresche, con studentesse, ma queste relazioni non hanno mai un decorso placido, prevedibile, anzi, risultano scosse da traumi incertezze, come è quello subito sbandierato in primo piano tra il nostro Pietro Vella e una allieva modello, di sicuro avvenire, tale Teresa Quadraro. Ma, siccome entrambi hanno gli artigli, non sarà un rapporto facile, anzi, presto interverrà l’interruzione, però non definitiva, in quanto quell’amore continuerà a covare sotto la cenere, pronto a risorgere. Se prendiamo il titolo dato al romanzo, “Confidenza”, questo vale al modo del proverbiale “lucus a non lucendo”, nega cioè la sostanza della cosa, nelle faccende sentimentali non ci può essere confidenza, tutto è a rischio, perfino un rapporto più tranquillo con Nadia, che alla fine il turbolento protagonista accoglie come legittima consorte, quasi per evitare rischi, ma anche là ci sono insidie, su entrambi i fronti, dato che il nostro intellettuale non rinuncia a qualche giro di valzer con una redattrice che gli viene messa a fianco, quando sale di grado e diventa un apprezzato autore di saggi. Dopotutto, l’ultima volta che mi ero misurato su Starnone, era stato all’uscita di “Scherzetto”, un’avventura nel mondo infantile, ma che si può estendere e ricavarne quasi una norma di vita, considerata come un susseguirsi di scherzetti che ci infliggiamo gli uni con gli altri, da cui una apprezzabile nota di perenne ironia che costella la prosa del Nostro, mentre non ce ne sono tracce nei plumbei decorsi della Ferrante. Ma diciamo pure che l’attuale uscita non aggiunge molto, a quanto già conosciamo di questo scrittore, assai più ampia, e significativa, fin dal titolo, era risultata l’“Autobiografia critica di Aristide Gambia”, che del resto, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per la recente prestazione. Un cui aspetto meritevole sta in una circostanza che mi aveva fatto temere il peggio, il fatto che, correndo all’indice, vi si trovassero menzionati un primo, un secondo e un terzo racconto, come se fossimo in presenza di un’operazione raccogliticcia, con la fatica di dover ricominciare ogni volta daccapo. Invece si tratta della consacrazione di un metodo poggiante su mosse ardite e ben articolate, quasi una sorta di cubismo, di sfaccettatura, con cambio di punti di vista, e anche di fasi temporali. Infatti i casi paterni, patetici e ironici allo stesso tempo, vengono avvistati da una figlia, Emma, quando cresce ed è in grado di giudicare il genitore, anche nei suoi tradimenti, proprio quando la “confidenza” in lui è stata posta in crisi. Poi arriva la consacrazione finale, senile, del nostro eroe, e a officiare la consegna di una prestigiosa onorificenza viene proprio richiamato in scena il lontano amore, Teresa, frattanto anche lei cresciuta di importanza, divenuta una austera e rinomata studiosa statunitense. E’ quasi una reazione chimica, per andare a vedere se due metalli sono ancora capaci di reagire reciprocamente, di mandare qualche scintilla. Ma il protagonista preferisce non tentare la sorte, non condurre l’esperimento, meglio chiudere la vicenda, respingendo la vanità della tribuna pubblica e delle vacue onoranze previste.
Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi, pp. 141, euro 17,50.

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Attualità

Domenicale 24-11-19 (desistere)

Nel domenicale scorso (17 novembre) avevo annunciato gli argomenti che, se possibile, avrei svolto nella riunione delle sezioni Pd previste il martedì dopo, 19. Così è stato, in un incontro, presso la sede di via Murri, molto affollato, con ampia serie di interventi, ma non direi sorretti da una particolare avvedutezza politica. Per esempio, il tema di base da me introdotto non è stato ripreso da nessuno. Riguardava la desistenza, cioè l’opportunità, o quasi necessità che il M5S non presentasse una sua lista alle nostre elezioni regionali. Ovviamente non dipendeva da noi ottenerlo, ma trovo alquanto dissennato che nessun altro, oltre al sottoscritto, accennasse all’importanza di quel fatto. Si sa che poi il non aver ottenuto quella desistenza è apparso come un fatto grave, compromettente per il buon esito della nostra lista. Purtroppo il risultato della votazione Rousseau ci è stato avverso, ma nell’occasione è più che opportuno esprimere tutta la diffidenza possibile su quel metodo, non in sé, andiamo ormai verso un’estensione dilagante del ricorso alle consultazioni informatiche, ma ci vorrebbe almeno la regola che eventuali referendum affidati a quella via dovessero considerarsi validi solo se ad accedervi ci si stata la maggioranza degli aventi diritto, Invece in questo caso, funesto per noi, pare che si sia espresso solo un quinto degli aventi diritto, un esito che quindi sarebbe da annullare. Curiosa anche una tesi che pure ha ricevuto il maggiore consenso da parte degli intervenuti, che per sostenere la candidatura Bonaccini non si debba insistere sui meriti pregressi della sua amministrazione, ma invece prospettare future mirabilia. A promettere la luna, in fasi elettorali, sono buoni tutti, mentre il metro più solido appare proprio quello di valutare quanto in concreto è già stato fatto. Un altro mio motivo è stato raccolto, cioè il timore di uno spareggio nel voto regionale tra le città e le campagne, dove le prime votano a sinistra e le altre a destra, come è già accaduto tra Milano e le province lombarde, o tra Londra e le zone rurali, a proposito della Brexit. Io in merito ho ricordato, con un po’ di spocchia da intellettuale, l’esempio classico dell’avvento del Cristianesimo ai tempi dell’impero romano, senza dubbio portatore di progresso, e invece il culto resistente, rivolto agli dei “falsi e bugiardi”, nei pagi, da cui anche il termine di paganesimo.
Oltre ad avere insistito sul desistere, io ho anche ricordato il resistere a oltranza, pronunciato a suo tempo dal magistrato Borrelli. Credo infatti che questa debba essere la trincea di contenimento, anche nel caso malaugurato che si perdessero le elezioni regionali. Non cedere, non andare alla crisi di governo, non rendere felici Salvini e compagni. Quanto alle Sardine, è lecito esprimere qualche nota dubitativa, Al populismo fa da correlato il giovanilismo, i giovani si prestano volentieri a queste parate gioiose e giocose, per spirito emulativo, come è avvenuto anche per la predicazione lanciata dalla Thunberg, ma poi che cosa resta? Non è affatto detto che queste pur belle e incoraggianti folle si mutino automaticamente in voti a nostro favore. Temo che tra i “millennials” prevalga l’astensione dal voto, mette in allarme quel loro altezzoso respingere il patronato di qualsivoglia partito, compreso il nostro. Purtroppo temo che sia in arrivo una nuova ondata di qualunquismo, o quanto meno forse non saremo noi a cogliere i frutti di quell’albero.

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Arte

Morris: un “Monumentum” eretto per sè e per tutta l’umanità

Ad appena un anno di distanza dalla morte, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, sotto l’abile direzione di Cristiana Collu, celebra come meglio non si potrebbe Robert Morris (nato nel 1931), forse l’esponente principale della grande rivoluzione che si ebbe nel ’68, ma anticipata proprio dal cosiddetto Minimalismo di cui questo artista si può considerare il numero uno. Io allora non esitati, nei miei vari scritti, a riconoscere l’importanza di quel movimento, anche facendo forza su alcune mie quasi innate convinzioni, che mi portavano ad aderire alle teorie di Einstein secondo cui le rette, e il loro incontro in un angolo a 90 gradi, non esistono nell’universo, mentre al contrario le proposte minimaliste si presentavano sotto forma di cubi e prismi, comunque di strutture, dette anche “primarie” proprio per la loro discendenza perfetta da un manuale di geometria euclidea. Ma me la potevo cavare ricorrendo al mio amato Sartre, che ci aveva insegnato a distinguere tra l’”in sé” e il “per sé”, e infatti quelle forme, fin troppo rigide in se stesse, richiedevano che il fruitore gli passeggiasse attorno, che cioè si impegnasse in una azione, in una performance, in cui consisteva il cuore stesso di quella rivoluzione in atto. Del resto, il tratto distintivo, e geniale, di Morris è stato quello di essere pronto a voltare la frittata. Infatti questo mio privato ragionamento ben presto se lo pose lui stesso, e dunque da quel formalismo compiaciuto e perfetto passò ben presto al suo rovesciamento, non più pannelli rigidi, metallici ma morbidi tessuti, feltri pronti a cedere alla forza di gravità. Era un esemplare passaggio dallo “hard” al “soft”, che si può anche considerare come il tratto distintivo della grande svolta di quegli anni, con l’appoggio della tecnologia, pronta anch’essa ad adottare proprio la “softness” come nota distintiva. Tutto questo mi permise addirittura di recuperare il mio amato Informale, ma con la precisazione che ora si trattava di un Informale “freddo”, nell’accezione di McLuhan, cioè tale da non fruirsi solo con gli occhi ma con l’intero accompagnamento di ogni orano sensoriale, e dunque col movimento, con la tattilità. Morris, su quella strada, si spinse fino a traguardi “massimali”, come per esempio il riempire una stanza con un cumulo di “trash”, di spazzatura. Credo che a quella svolta abbandonasse quasi tutti i compagni della prima ora, rimasti a prodursi in sbarre, o magari disponibili a invadere anche il territorio (Land Art), ma sempre con mosse parche e circospette. Del resto, non fu solo quella, l’unica svolta proposta da Morris. In seguito fece di meglio, o di peggio, secondo i punti di vista, imbracciando anche il pennello per dar luogo a una popolazione di immagini violente, brutali, in una ripresa di Espressionismo, e neppure astratto, ma rispondente ai canoni più consacrati. Ora quasi “in articulo mortis” ha voluto dare il meglio di sé, ovvero uscire di scena con una specie di sintesi di tutti i passi precedenti, ritornando addirittura alla figura umana, ma svuotandola di ogni interiorità. Come se un cataclisma, simile alla famigerata eruzione del Vesuvio, avesse soppresso le carni, modellando solo le scorze esterne dei corpi. Infatti l’artista ha fatto indossare a delle persone viventi delle tuniche, delle gabbane, delle tonache monacali, invitandole a gestirle dall’interno come indemoniate, facendole poi uscire e indurendo le pose che ne erano risultate. Come una folla di ossessi, di indemoniati, di streghe avviate al sacrificio estremo, al rogo, e in attesa dello strazio protese a gesticolare, a protendere braccia, dorsi, gambe, in un balletto sinistro, in una performance muta, delirante, che le spinge a fare gruppo, o a uscir fuori dagli spazi chiusi per andare a occupare con pose drammatiche le gradinate esterne di accesso alla Galleria. E’ davvero un “Monumentum”, come suona il titolo della mostra, che Morris erige a se stesso, ma anche a tutto il mondo dell’arte, di cui riassume, come proprio si deve fare sul punto di andarsene, alcune delle tappe più tumultuose, di un barocco magicamente ritrovato. Non posso fare a meno di menzionare che a Modena c’è da tempo un’artista, Cristina Roncati, cui non è mai mancato l’appoggio continuo del miglior critico di quella regione, Francesco Arcangeli, che si è avventurata in soluzioni molto simili. Ma in qualche modo l’ultimo Morris si è fatto carico di tutta l’umanità, l’ha voluta trascinare con sé in un balletto estremo.
Robert Morris. Monumentum 2015-2018. A cura di Saretto Cincinelli. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, fino al 12 gennaio 2020.

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Letteratura

Ferrante: un prodotto annacquato

Non ho mai mancato di manifestare la mia perplessità, per non dire ostilità, davanti ai prodotti narrativi di Elena Ferrante, nonostante i gridi di entusiasmo di tanti colleghi, e soprattutto il consenso ottenuto da questa scrittrice a furor di popolo, ma non per niente siamo prevenuti contro i rischi del populismo in ogni sua accezione. Forse tanto successo è il frutto di una ignoranza, o dimenticanza, i critici e comunque i lettori che applaudono non hanno letto, o hanno scordato il capolavoro steso da Elsa Morante negli anni ’30, “Menzogna e sortilegio”, di cui questa attuale “Vita bugiarda degli adulti” ad opera della Ferrante appare come un prodotto edulcorato, annacquato, privo del vigore dell’originale. Anche se qualche cosa resiste, per esempio nel personaggio dominante della zia Vittoria, una fiera popolana di Napoli, piena di cattiveria per tutti i torti che ritiene di aver subito dai parenti, e pronta a trasmettere questo messaggio di ripulsa, di odio inconciliabile alla nipote Giovanna, Giannì, che si assume il compito di ricevere i colpi di questa avversione, ma anche pronta a mutarsi in una forma molto particolare di amore, rivolto quasi a sottrarre l’ignara bambina, che poi cresce, diventa adolescente e donna, ai mali che gli “adulti” sarebbero pronti a infliggerle. Chi ha letto le pagine della Morante, potrà trovare assonanze, corrispondenze, nel gioco estremo dell’odio, della ripulsa degli affetti familiari più sacri. Ma, come dicevo, la Ferrante annacqua questi nodi di vipera per una specie di sua incontenibile bulimia, pronta a dotare ogni personaggio che mette in scena di una serie innumerevole di fratelli, figli, cugini, nipoti, tanto che a leggere le sue pagine converrebbe proprio dotarsi di una pagina per registrare i nomi, e non perderli per strada, resistendo anche ai continui mutamenti di luogo e di condizione sociale, mentale, attitudinale dei vari protagonisti. Basti prendere il caso proprio di Giannì, in definitiva la protagonista numero uno, o il punto di vista adottato dall’autrice. Un momento va bene a scuola, è quasi un piccolo genio, poi no, diventa lavativa, indolente, quasi deficiente. E’ vero che soprattutto da piccoli o nell’età ingrata questi sbalzi di umore e di rendimento scolastico sono possibili, ma la Ferrante vi si affida un po’ troppo, come il malato che cerca scampo rigirandosi nel letto, o come il puglie che in momenti di debolezza si attacca al corpo dell’avversario per cercare riparo, finché l’arbitro non intima il tipico “break”. Qualcuno lo dovrebbe intimare anche alla Ferrante, il che fuor di metafora consisterebbe in un invito a “tagliare”, a stringere, a smetterla di allungare il brodo Ma questa moltiplicazione dei pani serve alla Nostra per tirare avanti, per moltiplicare le pagine dell’intreccio, anche se questo diviene ballonzolante, in un su e giù di umori contrastanti, per cui questa tumultuosa schiera di personaggi talvolta appare buona, qualche altra malvagia e insidiosa. Si dirà che anche la vita è così, ma una narrativa seria deve darsi un’economia, stringere i caratteri, portarli a pesare forte sulla bilancia dei sentimenti, il che qui certo non avviene.
Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni e/o, pp. 320, euro 19.

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Attualità

Dom. 17-11-19 (desistenza)

Nel domenicale di oggi anticipo quanto direi nella riunione indetta dal Pd locale per il prossimo martedì 19 novembre, con al centro i problemi delle prossime elezioni nella nostra Regione, ammesso che a un pesce piccolo come me sia possibile prendere la parola. Del resto sarebbe la ripetizione di quanto giù affidavo al domenicale di due settimane fa, del 3 novembre. Purtroppo anche nella nostra Regione potrebbe accadere quanto si è verificato in Inghilterra, e anche in Lombardia, che cioè i grandi centri, come Londra e Milano, votano a sinistra, mentre il contado (si sarebbe detto una volta) è più portato a favore della Lega. Questo avviene, almeno a casa nostra, per la politica sbagliata di aver obbligato alcune località a prendersi quote di immigrati, senza preoccuparsi di dar loro un qualche sbocco lavorativo. E forse anche la tutela da parte delle forze dell’ordine può essere apparsa talora alquanto scarsa, che sono i motivi su cui la campagna elettorale di Salvini insiste. A Bologna non dovrebbero esserci problemi, come ha dimostrato la magnifica levata di scudi delle “sardine”, che però, per effettuarsi, richiede una concentrazione di consistenti folle giovanili, come non si verifica altrove. Ma in ogni caso ingranerei il motivo da me agitato in un altro domenicale, l’opportunità di “resistere” a oltranza, se anche ci fosse una sconfitta. Starebbe solo nel Pd ricavarne la triste conseguenza di imboccare la crisi di governo, che diversamente, anche se l’esito elettorale fosse per noi negativo, non potrebbe valere per il Presidente della Repubblica, non tenuto a rispettare i sondaggi di Pagnoncelli e compagni, e neanche i responsi di elezioni parziali. In ogni caso, meglio la vittoria, che sarebbe resa più facile da una desistenza del M5S. Proprio non si vede perché dovrebbe presentare presso di noi una propria lista, per rendere pubblica una sua inevitabile caduta di consensi? Naturalmente una rinuncia a entrare in lizza, col rischio di sottrarre voti al Pd, potrebbe trovare dei compensi, per esempio promettendo a esponenti Pentastellati qualche posto nella Giunta regionale, o anche nelle liste per il Consiglio, se c’è tra loro qualcuno cui non ripugna apparire sotto i nostri simboli. E poi ci si potrebbe impegnare a rendere il reciproco, cioè a non presentare liste nelle Regiini in cui i Cinque Stelle apparissero forza preponderante.

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Attualità

Una sontuosa manifestazione del “triangolo” di Joseph Kosuth

Avevo già annunciato, parlando di Cesare Viel nel blog di domenica scorsa 3 novembre, che avrei approfittato della presenza in contemporanea di una mostra di Jseph Kosuth, nella Galleria di Lia Rumma, un vero e proprio miracolo, uno spazio che gareggia con le istituzioni pubbliche e tiene a contratto un gran numero di maestri di oggi, quasi sfidando le équipes più affollate dei nostri tempi, quali si riscontrano presso un Gagosian o un Perrotin. Tra tante presenze di valore, appunto, c’è pure il maestoso, ieratico Kosuth, cui si deve l’introduzione della scrittura tra i mezzi canonici di fare arte, accantonando, come insegnava la rivoluzione del ’68, l’usurato strumento del pennello e della pittura. La scrittura, fin dalle avanguardie storiche, era stata presente nella prassi artistica, ma come un modo di gettare un pittoresco disordine nella stanza ben ordinata dei caratteri tipografici. Kosuth invece la prendeva nei modi più conformi, desunti dalle pagine a stampa, per farne un uso tipicamente “concettuale”, ovvero per agire sulla nostra mente, mettendo tra parentesi l’aspetto materiale della grafia, il “significante”, a tutto vantaggio del “significato”, chiamato a far funzionare quasi allo stato puro le nostre “cellule grigie”. E questo uso insolito del materiale verbale era da lui prontamente associato ad altre due vie, così da costituire un rigoroso “triangolo”, che stavano nell’appendere alla parete l’oggetto stesso, oppure una sua foto, anche in questo caso ben attenta a non introdurre disturbanti caratteri sensuosi. Rispetto a queste tre vie canoniche, gli eredi come Viel, cioè i post-concettuali, si sono sentiti indotti a “riscaldare” il clima, ovvero a introdurre un po’ di aspetti più sensuosi, per esempio ricorrendo a scritture manuali, e soprattutto a sfondi cromatici, proprio per umanizzare, rendere più accattivante la maestosità che invece Kosuth ha continuato a imporre alle sue manifestazioni. In sostanza, egli si è limitato a introdurre un unico mutamento, affidando la scrittura alla luminosità opalescente e sfavillante del neon, come nelle insegne pubblicitarie, spiccanti su sfondi rigorosamente neri. Ma per carità, nessuna concessione a uno spirito Pop, alla volgarità delle insegne pubblicitarie. Infatti le frasi, magari sempre più lunghe e complesse, sono affidate a caratteri anch’essi solenni, sacralizzati. Per un verso è l’accoglimento della svolta impressa ai neon da Bruce Nauman, ma assolutamente lontana dal voler rendere conto di dati somatici, esistenziali. Il che sembra costituire una contraddizione, rispetto al titolo stesso di questa mostra in cui si invoca un “Existentioal Time”, ma ancora una volta risulta che il Signore impassibile di questo regno si rifugia nella impersonalità, andando a cercare queste testimonianze di specie esistenziale presso i grandi scrittori della storia, in una lista impressionante che va da Nietzsche a Joyce alla Stein. Si entra cioè in una sacra cripta, in un memoriale eretto per celebrare le più preziose testimonianze del genere umano. Una trasformazione analoga va a colpire gli altri due aspetti del sacro triangolo kosuthiano, che troviamo al primo e al secondo piano della Galleria. Il ricorso alla foto non riguarda più, come in origine, una banale sedia, o un orologio dozzinale, bensì un serpente sacro, acciambellato su se stesso, a evidenziare il mitico schema dell’Ouroboros, “dove è il mio principio c’è pure la mia fine”, avrebbe sentenziato Eliot (anche se in questo caso il riferimento va a Nabokov). E pure gli oggetti, convocati secondo il registro del ready made, del tale e quale, non sono a loro volta desunti da una quotidianità frusta e logora, bensì dai musei dove si conservano gli oggetti appartenuti a tanti eroi del nostro tempo, da Einstein a Duchamp a Virginia Woolf. Il tutto è immerso in gelido algore, in una sorta di freezer, come si conviene per consentire la custodia delle memorie, che non si corrompano, come è nell’intento del nostro artista. Va da sé che, viceversa, per distanziarsi, per trovare uno spazio autonomo di manovra, Viel, assieme ai suoi compagni di generazione, avverte la necessità di “riscaldare”, di riavvicinare alla vita di tutti i giorni quella olimpica e asettica virtuosità.
Joseph Kosuth, “Existential Time”. Milano, Galleria Lia Rumma.

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