Arte

Gentileschi, fedele fino in fondo al Caravaggio

La visita virtuale di questa domenica mi porta a Cremona, Pinacoteca Ala Ponzone, che ha il merito di ospitare due tele di Orazio Gentileschi aventi per tema “La fuga in Egitto”, praticamente identiche. Da cui subito il problema di stabilire se una delle due è un duplicato per mano di qualche imitatore fedele, o se è lo stesso artista che, contento di quella sua prestazione, l’ha replicata di propria iniziativa. Una procedura del genere non era certo insolita a quei tempi, l’ha adottata anche il grande Caravaggio, si pensi al caso di una “Giuditta e Oloferne” comparsa all’improvviso in una collezione francese, su cui ovviamente si è accesa la disputa tra gli specialisti. Duplicato originale o copia fedele? Io allora mi sono schierato con Nicola Spinosa, ritenendo autentico quel rifacimento di soggetto già affrontato dal Merisi, ed esposto anche a Brera, seppure col punto interrogativo circa la sua originalità o meno. Ma nel caso di Gentileschi questa duplice apparizione, nella mia ottica, rilancia una questione essenziale concernente il primo tempo proprio del Caravaggio, appena giunto a Roma, dove dipinge dei capolavori con forme sode, intatte, immerse in una tersa luminosità. Su quella fase neppure i grandi esperti, a cominciare dallo stesso Roberto Longhi, si sono espressi in modi convincenti. La carta del rifarsi a origini lombarde, usata e abusata dal Longhi, non spiega affatto quella maniera caravaggesca, che si spinge fino alla prima versione delle tele della Cappella Cerasi in S. Maria del Popolo, poi sostituite dallo stesso artista, quando è passato alla sua maniera scura e tempestosa. Invece, questo è il punto, il nostro Gentileschi, in una lunga carriera (1563-1639), con inizio addirittura prima del Merisi, è l’unico che poi lo fiancheggia proprio in quella stessa maniera, non se ne trovano altri capaci di dipingere con pari forza robusta, intatta, quasi smaltata. Ma il bello è che poi non viene meno a quei requisiti, non si adegua al passo mutato del suo maestro di quegli anni, pur in una lunga carr6iera che lo porta nelle Marche, poi in Francia, infine a Londra, dal 1626 fino alla morte. E forse è proprio quella la fase in cui esegue le due tele, forse commissionate dal leggendario Duca di Buckingham, quello consacrato da Dumas padre nei “Tre moschettieri” in qualità di amante di Anna, regina di Francia. Si guardi il gruppo forte, robusto di forme, ma nello stesso tempo immerso in un’atmosfera quasi di alabastro della Madonna e figlio, mentre Giuseppe ci appare reclinato. E’ quasi una variante del favoloso tema analogo svolto dal Caravaggio proprio in quella sua prima fase misteriosa, e non abbastanza indagata, come se il seguace fosse ritornato sui medesimi passi sdraiando la figura di Giuseppe, ma sempre insistendo nel ricorso a “forme tornite e belle”, come diceva una vecchia canzone popolare. Si aggiunga anche che il padre trasmette alla figlia Artemisia quelle stesse virtù, infatti la nostra pittrice si distingue tra la folla dei comprimari non solo per quel dato anagrafico di riuscire a imporsi malgrado l’appartenenza allo svantaggiato e negletto sesso debole, ma perché, al modo del padre, sgrana i corpi, dà loro rilievo, autonomia, illuminazione concentrata, e presta ben scarso tributo al tenebrismo cui invece indulgono in quegli anni tutti i caravaggeschi, di prima o di seconda ondata, in attesa che su quei modi cada l’interdetto e scatti una sorta di richiamo all’ordine, di ritorno cioè a ricette di un eterno classicismo.
Orazio Gentileschi, La fuga in Egitto, a cura di Marco Rubbi, Cremona, Pinacoteca Ala Ponzone. Fino al 10 gennaio 2021.

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Letteratura

Albinati, il rischio di deviazioni

Ho sul mio tavolo l’ultimo prodotto di Edoardo Albinati, “Desideri deviati”, che mi sembra riportarsi all’altezza di una prova positiva quale “La scuola cattolica”, insignita del Premio Strega, e accolta anche da me con una sostanziale approvazione. Poi mi ero occupato anche di “Un adulterio”, riconoscendovi pur sempre i tratti di una buona attitudine, ma sviluppata come in un formato minore, meno impegnativo. Tuttavia il consenso che gli rivolgo è sempre offuscato da qualche disagio e perplessità. A formularli mi aiuta il titolo stesso di questa prova, pur complessivamente riuscita, quel riferimento a desideri “deviati”. Pare proprio che il nostro autore non riesca a evitare talune deviazioni rispetto a un percorso principale. In questo caso ce n’è uno subito in partenza, in quanto un primo protagonista, detto il Coboldo, viene dal Sud, ma rispetto a taluni stereotipi della meridionalità. come una vita grama trascorsa all’ombra di due zie zitelle, devia subito, portandosi, e portando fortunatamente anche noi, su una ben più dinamica scena milanese, così evitando tutti i limiti e i rischi che continuano ad annidarsi in chi ancora frequenti il Mezzogiorno, meglio lasciarlo a grandi testimoni del passato. Ma anche a Milano questa prosa ci impone un’altra deviazione, infatti potrebbe sembrare che il Coboldo si tuffi nella frequentazione del mondo editoriale. E dunque saremmo a un romanzo a chiave, dovremmo andare a cercare chi, tra i tanti dominatori dell’editoria ambrosiana, si cela sotto le varie dramatis personae. Saremmo insomma a una specie di emulazione del compito in cui si è specializzato in particolare Walter Siti, per non risalire addirittura al Parise del “Padrone”, intento a rivedere le bucce di un colosso dell’editoria quale Garzanti. Ma per fortuna non è così, anche se l’ambiente di partenza potrebbe farcelo pensare, infatti anche qui c’è un padre padrone, di nome Minaudo, pronto a esercitare un po’ di nepotismo a favore di un figlio inetto, come sta a significare il soprannome che gli viene affibbiato, di Quadratino, per certe sue caratteristiche somatiche. Però il vero protagonista si chiama Nico Quell, e non resta affatto prigioniero nelle stanze della casa editrice, e nei riti e intrighi che vi si compiono, ma si muove in libera, anarchica scoperta di altri aspetti del mondo circostante, Una scena madre consiste in un ricevimento, anzi, in un party, dato dalla facoltosa e ben introdotta coppia dei coniugi Macchi, e in questo caso Albinati dà il meglio di sé, riscrivendo il galateo che al giorno d’oggi si addice a questi incontri mondani. Ritroviamo quasi la finezza, l’arguzia, la capacità analitica di un Proust, ma riportate all’altezza della nostra società attuale, cioè con tutti gli adattamenti che si convengono se si vuole procedere all’altezza dei nostri tempi. Per stare ancora a una simile capacità di fornire un brillante contraltare ai grandi del passato, si dà il caso che il personaggio numero uno, Nico, abbia una sorella. Irene, e così ritroviamo addirittura il duetto brillante, intrigante che ci ha ammannito a lungo Musil. Irene brilla anche per un comportamento sessuale audace, disinibito, aggressivo, come del resto avviene in tutte le coppie che affollano queste pagine. Divertente. riuscita al massimo è pure la relazione che una solerte segretaria intrattiene col padre padrone Minaudo concedendosi a lui come per adempiere a una pratica d’ufficio. Fin qui tutto bene, siamo a un minuetto ben condotto, perfino esilarante. Ma poi, ancora una volta, arrivano le deviazioni cui pare proprio che Albinati, non del tutto consapevole delle sue armi migliori, non voglia rinunciare. Lo avevo già detto a proposito della sua “Scuola cattolica”, anch’essa raffinato tessuto di vita, sentimentale, sessuale, affaristica dei nostri tempi. Ma che bisogno c’era di introdurre, come elefanti in un deliziosa bottega di cristalleria, i truci delitti del Circeo? E anche qui, è vero che l’intellettuale anarchico Nico, vero eroe della vicenda, è sempre in libera uscita, al seguito di mutevoli e polimorfi “desideri”, ripetiamo pure uno dei due termini del titolo. Ma c’era proprio bisogno di fargli provare l’ebbrezza di sfidare la polizia, quando questa cerca di liberare un edificio da un’occupazione abusiva? Sembra quasi che Albinati tema di non riuscire a riempire a sufficienza le sue pagine, con le sottili note di un proustismo riveduto e corretto, ritenendo necessario metterci dentro anche qualche argomento forte, che però stride, proprio come dei pachidermi che schiacciano un brillante tessuto mediano.
Edoardo Albinati, Desideri deviati. Rizzoli, pp. 413, euro 20.

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Attualità

Dom. 18-10-16 (trasporti)

Non sono un negazionista, quindi, ora che è fatto obbligo in ogni occasione pubblica, indosso la mascherina, del resto se non lo facessi sarei crocifisso da ogni passante, già tentavano di farlo quando, non essendocene l’obbligo all’aperto almeno nella Regione Emilia Romagna, non la portavo, ma mi vedevo circondato da una folla di zombie che mi guardavano in cagnesco con evidente disapprovazione, fieri invece, loro, di portarla, perché siamo un popolo gregario, basta leggere Scurati circa il culto supino riservato a suo tempo a Mussolini, e poi siamo attaccati alla pellaccia, pieni di paure, che ovviamente la categoria da me stigmatizzata dei nuovi monatti fa ogni sforzo per rafforzare. Vado per esempio a esaminare alcuni punti.
Primo, i tamponi. Non sarebbe il, caso di farne ogni giorno lo stesso numero? Evidentemente se questo varia ad libitum, varia anche il ritrovamento del numero dei contagiati. Inoltre non ci vorrebbe una campionatura, non sarebbe il caso di interpellare le ditte esperte in sondaggi? Forse sarebbe bene affidare a loro il criterio di chi sottoporre ai tamponi, tanto per evitare il sospetto che ci pensino proprio i nostri bravi virologi, è evidente che più tamponi si fanno, e più sale il numero dei contagiati.
Due, le morti. Chi ci assicura che i morti che ci vengono religiosamente snocciolati giorno per giorno lo siano proprio a causa del covid, e non per pregressi stati di malattia?. Magari il covid interviene a dare un cricco ultimo a chi è già in pessimo stato. E poi non sarebbe corretto darci anche il numero dei morti per ragioni naturali’ Anche qui c’è il sospetto che a fini allarmistici i nostri bravi monatti facciano inserire nel numero dei decessi chi se n’é andato per altre ragioni, tutto fa brodo per mantenere il clima di sospetto e di paura, che tanto giova ai nuovi monatti.
Terzo, i termo scanner. Dovremmo deciderci se questo strumento vale oppure no, Solo nei giorni scorsi sono stato sottoposto a questa prova, ottima per la sua rapidità. quando sono andato dal barbiere, e anche quando ho preso una Freccia Rossa. Direi che, superata questa prova, si può essere ammessi senz’altro nei rispettivi ambienti, e forse si può prescindere anche dalla distanziazione. Ovviamente i virologi in coro mi direbbero subito esultanti che potrei essere un contagiato asintomatico, che quindi sfugge alla prova della temperatura, ma con altrettanta sicumera mi affretterei a dire che poco male, vuol dire che io contagio qualcuno che a sua volta avrà un’alta temperatura e non sarà fatto entrare.
Quarto, i trasporti. Non si vede proprio perché, sempre con l’ausilio dei termo scanner, non si mettano degli addetti all’ingresso delle stazioni delle metropolitane, dove queste ci sono, a Milano, Roma, Torino, Napoli, il che oltretutto potrebbe prescindere dal criterio della distanziazione, con quell’ assurdo numero limitato di ingressi. Ovviamente alle fermate dei tram non si potrebbe fare lo stesso controllo all’esterno, ne verrebbero file interminabili e l’inconveniente di far perdere le corse alle persone in attesa, ma in questo caso il controllo potrebbe essere condotto a bordo, facendo scendere alla prima fermata utile chi risultasse positivo.-
Quinto. Infine, dopo tante mie note di biasimo, questa volta mi devo congratulare col ministro Azzolina, che ha perfettamente ragione nel protestare contro la pretesa del governatore campano De Luca di far chiudere le scuole. Non per nulla questo politico è diventato uno dei bersagli più gustosi della efficace satira condotta da i Crozza.

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Arte

La rivoluzione chiarista di Luca Giordano

La mia ormai consueta visita virtuale, con l’aiuto dei media, questa volta si rivolge a una sede di massima eccellenza, al napoletano Museo di Capodimonte, e a un protagonista di uguale eccellenza quale Luca Giordano (1634-1705). Peccato che una mostra così importante e necessaria si celi sotto un titolo improbabile, “Dalla natura alla pittura”, non si vede proprio in che modo la natura entri nel repertorio di un artista compiaciuto nel coltivare una scoperta, proclamata artificiosità. Forse quella evocazione della natura è il malo riflesso discendente da certi precedenti cui i curatori della mostra legano l’emergenza di Luca, Jusepe Ribera (1591-1652) e Mattia Preti (1613-1699). Non è solo questione di distanze cronologiche, generazionali, quanto di tonalità. I due appena menzionati condividono il tenebrismo caravaggesco, che il Ribera coltiva con bella disinvoltura, mentre il Preti, tardo frequentatore, ne resta schiacciato, trascinandoselo dietro come un peso faticoso. Invece, in merito, Luca Giordano introduce una rivoluzione, o quanto meno una riforma decisiva, abbandona appunto il fare oscuro per un chiarismo terso, luminoso, aprendo la strada a Giambattista Tiepolo, che si comprende solo alla luce di questo predecessore. Non so se una svolta del genere si debba assegnare ai cosiddetti barocchetto e rococò, ma certo è avvenuta, e ha dato il tono all’intero Settecento, male ha fatto chi non ne ha inteso la portata adeguandovisi. E’ il torto che si può imputare al Piazzetta (1682-1754), che da quella soma non sa liberarsi, e anzi, se possibile, la infittisce, agendo in senso inverso appunto rispetto al Tiepolo, che lo segue a ruota ma capisce a volo il senso, la direzione della svolta di Luca, schiarendo immediatamente la sua tavolozza, rendendola liquida, aerea, gioiosamente pronta a espandersi. Del resto questa accettazione di un tramando, se non legata ai luoghi d’origine, la Napoli di Luca non ha molto a che fare con la Venezia tiepolesca, si concreta però in altre sedi, prima fra tutte quella Madird che per entrambi gli artisti è un banco finale di prova, una terra di conquista. C’entra meno Firenze che però per Giordano è una prima sede di emergenza, quando dipinge la volta al piano nobile del Palazzo Medici Riccardi, fornendovi una specie di prova generale di tutti gli industriosi soffitti cui poi l’erede Giambattista attenderà senza posa. Chissà, forse questo fare schiarito, terso, luminoso è anche una giustificazione della rapidità di esecuzione che come ben si sa connota a fondo il “Luca fa pesto”. Si procede più rapidamente se non ci si deve trascinare dietro la zavorra di ombre spesse, di fondi fangosi, invasi dalle tenebre. Certo è che proprio per merito di Luca, e del suo erede legittimo Giambattista, il fare scuro uscirà dal codice cromatico del Settecento, non ve ne troveremo più tracce. Inutile però cercare in entrambi le tracce di un procedimento concorrente, il fare in piccolo, il che ovviamente non era compatibile con la loro tematica, rivolta al grandioso, ai fasti della storia e del mito, giocata però su toni attenuati, di cristallina trasparenza e levità.
Luca Giordano, Dalla natura alla pittura, a cura di Stefano Causa e Patrizia Piscitelli. Napoli, Museo di Capodimonte, fino al 10 gennaio. Catalogo Electa.

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Letteratura

Pupi Avati, il buon diavolo tenuto a freno

Di Pupi Avati avevo lodato, su queste pagine semiclandestine, il primo romanzo, “Il ragazzo in soffitta” e il successivo “Il signor diavolo”, il primo senza riserve, dato che in fondo il grande regista, specializzato in storie che si consumano in interni borghesi, vi aveva piazzato un “giallo” non certo inferiore a quanto oggi fanno senza sosta i nostri giallisti di professione. Avevo detto bene anche della seconda prova, ma ora lo posso dire, un po’ a denti stretti, non del tutto convinto, perché mi è sembrato che gli spunti, pur brillanti, rimanessero alquanto scuciti, non ben concatenati, il che si è riflesso anche nel film che il grande regista ne ha tratto. Forse lui stesso si è reso conto di quel grado di incompiutezza, tanto da ritornare sui propri passi, nell’attuale “Archivio del diavolo”, ma riempiendo i vuoti, rispondendo ai molti quesiti rimasti in sospeso, con l’aiuto di una moltiplicazione di personaggi, che oltre a rendere più comprensibili i fatti pregressi, aprono tante altre vicende, tanto da avergli fatto avvertire la necessità di dotare il romanzo di un dettagliato elenco di “dramatis personae”, quasi per evitare che tra tanta varietà di vicende intricate il lettore si possa smarrire. Intanto, forniamo subito a chi si avvia alla lettura di quest’opera una rassicurazione, la parte del diavolo è trattata con molta discrezione, uno spirito laico la potrebbe addirittura espungere. Tanto per incominciare, ci viene detto che cosa è capitato all’eroe, o anti-eroe della vicenda precedente, a Furio Momenté, burocrate grigio, insignificante, inviayo nella provincia veneta a svolgere un compito più forte di lui, attenuare l’impressione provocata da un barbaro delitto avvenuto all’ombra di una famiglia nobile del luogo, e buona sostenitrice della DC. Il “missus dominicus” aveva fallito nella sua missione, scomparendo quasi nel vuoto. Ora ci viene detto che era caduto in un oscuro pertugio esistente all’interno di una chiesa, senza più essere in grado di risalire alla superficie, costretto a morirvi di fame, e addirittura a cibarsi dei miseri resti di una neonata, sepolta in quell’abisso, e vittima proprio di uno di quei turpi fatti su cui il funzionario era stato chiamato a indagare. In proposito può intervenire qualche influsso diabolico, ma nella forma ben nota dell’orrore di scoprirsi sepolti vivi, quel destino atroce che lo scrittore statunitense Edgar Allan Poe temeva più di ogni altra cosa e che, a quanto ci vien detto in queste pagine, ha colpito il narratore russo Gogol, come risulta a un altro impiegato, sul tipo del Momenté, addetto a sorvegliare gli ingressi in un sottoscala, conducente nell’archivio agitato nel titolo. Anche questo grigio burocrate passa il tempo scrivendo una biografia del grande autore russo, e indagando sul mistero di quel suo rivoltarsi nella tomba. Del resto, quasi per questioni di affinità di situazione, proprio questo modesto custode ha la visione di un morto vivente, crede di scorgere proprio il Momenté intento a risalire dalle tenebre dell’archivio in cui era confinato. Ma la realtà ci dice che il suo cadavere se ne stava in quella sepoltura lontana, e scoperta solo casualmente. Con ciò, in definitiva, terminano gli influssi di specie diabolica o soprannaturale, e passiamo all’escussione di tristi, squallidi casi di vita comune. Per esempio di un sacerdote, Don Stefano Nascetti, la cui esistenza è stata per sempre rovinata dall’aver assistito a un bestiale accoppiamento della madre con un malvagio personaggio, tale Saintjust, pronto a fare un uso iniquo dei suoi poteri governativi. Nello stesso tempo il timido sacerdote è perseguitato da una donna, infelice in quanto il marito la tradisce con un giovanotto, obbligandola ad accettarlo nel loro letto, in una convivenza a tre. La donna si suicida, o è vittima di un omicidio brutale, magari compiuto proprio dal rozzo convivente, nella speranza di ricevere, attraverso il vedovo, suo amante, un premio assicurativo. Ma anche il nostro sacerdote può essere accusato dello stesso crimine, il che lo convince a ritirarsi in provincia, dove ritrova proprio la situazione rimasta interrotta nel romanzo precedente. I fatti, le vicende, i personaggi si moltiplicano, ma c’è un fil rouge, o noir, con qualche apporto del diavolo, a congiungerli, a richiamarli circolarmente in scena. Il prodotto è ampio, vivace, polimorfo, ben ordito, per cui, pur non contando nulla, mi sento di avanzare una candidatura a favore di quest’opera, la vedrei del tutto degna di riportare il prossimo Premio Strega.
Pupi Avati. L’archivio del diavolo, Solferino, pp.264, euro 16.

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Attualità

Dom. 11-10-20 (Vaticano)

Papa Francesco gode sicuramente di buona stampa per le sue incessanti predicazioni a favore dell’accoglienza, della pace, del rifiuto di ogni discriminazione tra i vari membri della comunità umana, e beninteso un simile giudizio positivo risale indietro ai suoi predecessori, a partire dal forse più innovativo fra tutti, Giovanni ventitreesimo. Però uno spirito laico come io sono non può mancare di rimproverare a tutti loro alcuni gravi torti teologici. Per un verso, non si sono certo esentati dal proclamare l’uguaglianza tra uomo e donna, ma allora, perché non concedere anche alle donne l’esercizio del sacerdozio? Il fatto che non ce ne sia una autorizzazione nei Vangeli non è certo una buona ragione, sarebbe come voler essere terrapiattisti perché la rivoluzione copernicana non compare nei testi sacri. Io mi sono chiesto per quali ragioni resiste questo curioso interdetto, in uno dei miei primi blog ne ho indicato un motivo se si vuole alquanto esteriore e risibile, infatti allora qualcuno aveva riferito con commento divertito quel mio parere. Che cioè la Chiesa teme che una sacerdotessa consacrata possa rimanere incinta. Se il sacerdote ha rapporti sessuali, non lo si vede, mentre nella sua eventuale collega se ne vedrebbero segni fin troppo eloquenti. Un altro motivo che genera forte perplessità sta nella condanna della contraccezione. Capisco che la Chiesa condanni in un credente la risoluzione di non fare figli, ma dovrebbe riconoscere il diritto di pianificare le nascite secondo le proprie possibilità, e soprattutto cessare di considerare l’accoppiamento come una sorta di peccato che può essere perdonato solo se destinato alla procreazione. Si sa quanto proprio le nascite incontrollate mettano a rischio le popolazioni del terzo mondo. Ma in definitiva mi si potrebbe controbattere che appunto da coscienza laica non mi devo impicciare in quesiti teologici. Ora però c’è un altro grave motivo di dissidio, provocato dal caso Becciu. Questo cardinale sarà anche il peggiore dei criminali, ma secondo le leggi di uno stato laico avrebbe diritto a vari gradi di giudizio, prima della condanna definitiva, invece nello Stato del Vaticano è stato soggetto al gesto dispotico di un padre padrone che lo ha condannato ed espulso per sua imperscrutabile decisione. Insomma, siamo in presenza di uno stato teocratico estraneo a tutti criteri della democrazia occidentale. Per questo verso il Tevere resta molto largo, separa decisamente le due sponde.

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Arte

Pessoli, pittore ubiquitario

“Artribune” tiene una utile rubrica intitolata a “pittura lingua viva” in cui sono già comparsi incontri con molti artisti. Non sempre condivido le scelte, ma sicuramente è stata di mio pieno gradimento quella andata a Alessandro Pessoli il 28 settembre scorso, artista ormai della generazione di mezzo (1963), formatosi dalle mie parti emiliane ma ora emigrato con molto successo a Los Angeles. Mi è già capitato di incontrarlo e menzionarlo molte volte, ma l’occasione attuale mi invita a un ampio ritratto. Partirò dal riconoscergli il merito di fondere nel modo migliore i due versanti propri della pittura, quella delle immagini (iconico) e l’altro “astratto”, parola abusata, pe cui meglio parlare piuttosto di un versante aniconico. Le due componenti nel caso di Pessoli si prestano al reciproco incontro, in quanto in lui le figure, anche se ravvisabili, vengono subito smontate, fatte a pezzi, quasi fossero dei manichini, dei burattini, prestandosi così a essere penetrate da sostanze liquidi e gassose di splendente cromia. Si può intravedere come un percorso nei due sensi, quei pupazzi, dopo essere stati smembrati, sottostanno pure a un processo di ricomposizione, magari con l’aiuto di qualche sostanza adesiva, come rattoppare quanto in un primo momento si è presentato disunito, parcellizzato. Un simile stato di ambiguità congenita consente al prodotto risultante di prendere varie strade. Pessoli, infatti, entra nel giro del graffitismo, wall painting, muralismo e simili, in quanto quei coacervi, proprio perché provvisori e sempre sul punto di disfarsi, si possono distribuire per il lungo e per il largo, non sono cioè regolati da una qualche misura fissa. Ovviamente il concetto di “quadro”, di recinzione chiusa, è quanto di più estraneo alla voracità di questo artista, che per le medesime ragioni si trova a suo agio anche a frequentare la dimensione temporale resa possibile dalla videoarte. Quei lacerti, quei frammenti, proprio per la loro provvisorietà, si possono affacciare per un momento e subito dopo essere risucchiati per dare posto a nuove emissioni, sempre felici, sorprendenti, umorose. Come sedersi e assistere a un piacevole spettacolo di fuochi pirotecnici sempre pronti a mutare. Ma resta pur vero che tanta mobilità e irrequietudine è in qualche misura legata dall’esistenza di sagome, di figure, decise a non dissolversi del tutto, pronte anzi a resistere, ciascuna, per qualche tempo, per dare spettacolo di sé, prima di cedere il campo a qualche formazione successiva.

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Letteratura

Arianna Ulian, una storia di cavalli a Venezia

Ho tirato un sospiro di sollievo, ricevendo le bozze di un romanzo steso dalla sconosciuta, almeno a me, Arianna Ulian, giuntomi su consiglio di un valido talent scout come Giulio Mozzi, e con la postfazione di Dario Voltolini, uno dei favolosi protagonisti degli incontri di Reggio Emilia negli anni ’90. In tal modo ho potuto uscire dalla sacca di miserie, morali, fisiche, sessuali, corporali, di cui è pregno il secondo arrivato nella cinquina del Campiello, il Firizziero di “Sommersione”. Qui non siamo molto lontano, seppure lo scenario si amplia aprendosi sull’intera Venezia, non certo presa per il verso solito, turistico, prigioniero di stereotipi. Ma quanto appunto la vicenda narrata da Frizziero è prevedibile e scontata, qui tutto diviene arcano, sfuggente, di difficile ricostruzione. Se presentato al pubblico impreparato del Campiello, un simile prodotto lo avrebbe fatto fuggire via inorridito, anche per la buona ragione che la vicenda qui esposta sfugge di sicuro all’”eresia della parafrasi”. Chi riesce a darne conto “per filo e per segno”? Si tratta infatti di una vicenda impostata nel segno dell’avventura folle, impraticabile. Due cineasti, Angelo e Sarah, si mettono in testa di fare entrare a forza, di girare nelle strette calli veneziane un western scatenato, sul tipo del famoso “Mucchio selvaggio”, con la necessità primaria di far arrivare sulla Laguna una schiera di cavalli, cosa contro cui contrastano ragioni logistiche di trasporto, di protezione degli animali, di igiene dei cittadini. Sorge insomma, come dice il titolo di quest’opera quanto mai aperta e sospesa, “La questione dei cavalli”. Infinite sono le traversie per tentare di portare entro la Serenissima questi poveri animali, impresa che in effetti non riuscirà, li vedrà abbandonati su un’isola a metà strada, sottoposti a un’agonia, a una morte inesorabile. Mentre per le calli veneziane, secondo il copione, velleitariamente assunto, si affolla una schiera di comparse autorizzate a comportarsi proprio da “mucchio selvaggio”. La Ulian rasenta una prova di Scurati, prima che divenisse il puntuale e ispirato biografo di Mussolini, quando in un romanzo colmo di orrori aveva supposto che S. Marco cadesse preda di un’orda di cinesi barbari occupanti. C’è tanta barbarie anche in queste comparse, che però si limitano a sbevazzare nelle varie osterie disseminate nei sestieri, fornendocene quasi una guida enologica e gastronomica, che si mescola ai sentori, alle puzze, alle muffe che incrostano case e palazzi, o salgono dai canali. E’ insomma un orrido impasto di sensazioni, ben lontano dalle immagini oleografiche della Venezia per turisti, ma anche dal degrado neo-verista di cui si compiace Frizziero. A completare l’indubbio senso di disagio di un lettore ci si mette anche un’altra componente, ugualmente astrusa e sfuggente, la presenza di un ragazzino, tale Momo, forse un disadattato, forse in fuga dai genitori e dalla scuola, armato di un binocolo con cui diviene il muto, simpatetico testimone dell’agonia dei cavalli, che in definitiva restano i protagonisti principali di questo dramma.
Arianna Ulian, La questione dei cavalli, Laurana Editore, pp. 282, euro 18.

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Attualità

Dom. 4-10-20 (concorsi)

Credo di aver già detto che, pur essendo orgogliosamente iscritto al Pd, condiviso la mozione di sfiducia che il fronte della destra vorrebbe scagliare contro la ministra Azzolina, come già aveva fatto contro il ministro della giustizia Bonafede. Anche se capisco bene che il Pd, anche se in buona misura condivide quell’impulso, vi si deve opporre per non compromettere l’alleanza giallo-rossa, diga proprio contro l’offensiva destrorsa, non cessata affatto. Il nuovo crimine della Azzolina è di non aver accettato che il concorso per l’assunzione di nuovi insegnanti slittasse al periodo natalizio, come invece era richiesta appunto del Pd. E’ illogico che in un mento così difficile si sottraggano per giorni i docenti, già carenti di numero, all’obbligo scolastico per costringerli a partecipare al concorso, i cui risultati, comunque, si saprebbero solo a distanza. Quindi tanta fretta nell’anticipare il concorso non risponde neanche all’esigenza di avere al più presto nuovi docenti, a questo ci pensano i bandi di supplemza. Ma ho pure detto che bisognava abbandonare il criterio del distanziamento obbligatorio, affidandosi solo al termo-scanner come unico criterio per non far entrare i sospetti positivi, Diversamente, liberi tutti di sedersi accanto ad altri come loro risultati negativi al controllo, senza obbligo di dividere le classi, e soprattutto di raddoppiare il numero dei docenti. Fra l’altro, rimandando le prove concorsuali di tre mesi, si poteva sperare che lo spettro del contagio si fosse definitivamente allontanato. In proposito, riaffermo anche in questo caso un consenso alle accuse della destra: perché prolungare lo stato d’emergenza addirittura fino a gennaio, perché darla vinta ai nuovi monatti, che ovviamente gongolano e si fregano le mani dalla gioia? Altri mesi di passerella mediatica così garantita. E resta l’interrogativo di fondo, come si fa a dire che i contagi aumentano di numero, solo per qualche sondaggio fatto qua e là in modo non sistematico? E’ la truffa del bigliardino, quando con la pancia si urtavano le sponde del meccanismo per far entrare la pallina nel buco. Ora sono i virologi che spingono per fare crescere il numero dei contagi che a loro giova tanto.

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Arte

Jan Van Eyck e la “seconda maniera” del Vasari

Le difficoltà di andarsene in giro a visitare mostre, dovute a mie ragioni personali e all’incombere dei veti da contagio, mi incitano ad approfittare sempre più di visite virtuali con l’aiuto della rete, come quelle che ora, complice una segnalazione di Artribune dello scorso 20 settembre, mi consente di affrontare un capolavoro del fiammingo Jan Van Eyck quale il Polittico di Gand, detto anche dell’Agnello mistico. L’occasione è valida per affrontare una vecchia questione storiografica, i rapporti tra i Toscani e i Fiamminghi, suppergiù coetanei. Il nostro artista è vissuto dal 1390 al 1441, suppergiù come i suoi paritetici dell’altra sponda quali il Beato Angelico e Paolo Uccello, fino a Masaccio. L’approccio tradizionale crede un po’ troppo ai vincoli nascenti da contatti diretti, che senza dubbio ci furono, Gli artisti di quei tempi, pur coi loro mezzi disagiati, viaggiavano molto e si guardavano tra loro, ma non oltre un certo grado. Ben più importante è un fattore che in genere i troppo affezionati ai criteri consueti della filologia trascurano, i forti legami per corrispondenti situazioni di carattere strutturale, materiale, di economia, di sviluppo sociale. Ebbene, l’indubbia corrispondenza tra i Fiamminghi capeggiati da Jan, più che dal misterioso fratello, più anziano ma di incerto ruolo, fu dovuta prima di tutto, ci insegnerebbe Lucien Goldmann, a una omologia di livelli appunto materiali, o sprechiamo pure un termine oggi abusato come quello di tecnologia. Nelle due regioni, per quanto distanti tra loro, si ebbe una eccezionale fioritura dei commerci, col relativo apparato di strumenti di contabilità, di calcolo, capaci appunto di sollecitare al massimo le invenzioni di carattere virtuale, a cominciare dalla prospettiva, per la quale si dovrebbe rinunciare all’abusato termine di Rinascimento, in quanto proprio la perfezione di ordine mercantile consentì a entrambe quelle squadre di mettere a punto un sistema rappresentativo di rigore matematico quale non esisteva nell’antica arte greco-romana. Un pratico e teorico come il nostro Alberti, punta d’attacco di quella generazione, lanciò il modello della sua “camera”, un antefatto della macchina fotografica. I Fiamminghi realizzarono qualcosa di assai simile che, venendo al Polittico in questione, governa i fazzoletti di pittura che si aprono tra gli squarci di un sistema di ante e sportelli, il quale invece resta ancora di estrazione medievale, gotica. Ma c’è già una notevole maestria nell’impiantare, almeno nei tratti di paesaggio aperto, delle linee di fuga, capaci di infilzare, di graduare i corpi nello spazio. E c’è un delizioso precisionismo nel delineare i volti, che però si assiepano, in contraddizione con gli stessi criteri dell’apertura spaziale. E’ una contraddizione comune a tutti gli operatori di quel momento, che nell’industriosa classificazione data un abbondante secolo dopo dal Vasari verranno assegnati alla seconda maniera, caratterizzata proprio dal fatto che le figure umane, pur già in cospetto di una profondità spaziale, hanno timore di andare ad occuparla e preferiscono assieparsi in primo piano, a farvi barriera, a stringersi in mutua protezione. C’è quasi una dialettica, tra il serrare i ranghi, e invece l’avvertire già la tentazione di quegli orizzonti che si aprono, si distendono, ma restando per larga parte incogniti. Oppure è possibile andare ad occuparli, ma a squadre che si sostengono a vicenda, si fanno forza nell’affrontare l’ignoto. Dovremo aspettare, come ci rivela il Vasari nella scansione precisa dei suoi proemi, la terza maniera, capeggiata da Leonardo, per assistere a una invasione sistematica dei lontani. Tutti gli artisti di questa generazione già sanno tracciare progetti per andare ad occuparli, ma per il momento non ce la fanno, si tengono a riva, così come si comportano pure i loro coetanei navigatori, che bordeggiano lungo le coste. Ci vorrà un Cristoforo Colombo, coetaneo di Leonardo, per avere il coraggio di inoltrarsi nel mare profondo.

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