Arte

Omaggio a Silvia Spinelli, animatrice della Galleria Duemila

Una scarna notizia di cronaca annunciava, qualche giorno fa, la scomparsa di Silvia Spinelli. Forse molti non sanno che Silvia era stata a lungo l’animatrice della Galleria d’arte più intraprendente e d’avanguardia a Bologna, negli anni cruciali attorno al ’68 e oltre. Non per nulla quello spazio si era dato il nome beneaugurante di Galleria Duemila. Apparteneva a Giancarlo Franchi, detto familiarmente Gianchi, figlio dei due proprietari di quel locale, uno stretto budello a fianco della farmacia Sacchetti, posta all’angolo tra Via D’Azeglio e via Marsili. Gianchi era una sorta di “idiot de famille”, posso ben usare questo epiteto in sé inglorioso in quanto il grande Sartre lo ha applicato all’ancor più grande Gustave Flaubert. Gianchi non era da tanto, ma di sicuro i genitori, e i due fratelli, lo consideravano inadatto a una normale vita di relazione e di affari, perduto in un suo regno di innocenza ingegnosa, da naif col dono dell’arte, per cui l’unica soluzione era proprio di lasciargli la gestione di quello spazietto minimo. Ma, come molti “inetti”, Franchi possedeva una sua genialità nascosta, se non altro per la capacità di scegliere bene da chi farsi aiutare, e appunto la sua scelta era andata a favore della Spinelli, lasciandosi guidare da lei, che a sua volta aveva piena fiducia in me, cosicché abbiamo costituito un terzetto capace di prestazioni avanzatissime. Io in quel momento, anni ’60 e ’70, ero il critico d’arte di punta a Bologna e collaboravo con le più reputate Gallerie del territorio, la Foscherari, la Nuova Loggia, la G 7, ma per gli interventi più avanzati e temerari mi valevo proprio di quella trincea posta in prima linea. Silvia del resto apparteneva a una famiglia con validi titoli nell’arte, basti pensare alla sorella Romana, magnifica pittrice, e moglie dello scultore Quinto Ghermandi. Qui non posso certo rifare la storia della Duemila, dopo la morte di tutti rappresentanti della famiglia Franchi finita ora in pessime mani. Basterà ricordare che esponevamo già Mimmo Paladino quando era pressoché ignoto. Perfino Enzo Cucchi si presentò tremebondo al nostro giudizio, ma in quel momento usava la foto, non era ancora giunto alla pittura. Però proprio in quel luogo così sperimentale ho messo alla prova sia Franco Vaccari, sia Germano Olivotto, non esitando a invitarli poi, alla Biennale di Venezia del ’72, come validi esponenti del comportamento, in una famosa rassegna, voluta da Francesco Arcangeli, in cui si mettevano a confronto le due drammatiche alternative del momento, opera e appunto comportamento. Dalla Duemila potevano venire solo i campioni della seconda alternativa. Tra tanti eventi, ricordo una performance di Giuseppe Chari, al termine della sua carriera, quando non compiva più neppure il gesto assurdo e minimale di distruggere un pianoforte sulla scena, ma si prestava a ogni possibile domanda, meglio se provocatoria, che gli potesse venire dal pubblico. Tra i tanti aspetti sperimentali messi alla prova dalla Duemila non potevano mancare quelli riguardanti la poesia visiva in tutti i suoi molteplici aspetti. Per questo aspetto io fui Galeotto perché tra gli altri invitai anche Ugo Carrega a presentare la sua poesia cosiddetta simbiotica, che era un perfetto congiungimento tra elementi verbali e oggetti fisici. Devo dire che tra gli aspetti sperimentali dell’esistenza pratica di Silvia c’era anche una vivace vita sentimentale, tanto da averle fatto partorire un figlio in giovane età, da un padre rappresentante di una grande ditta di vini, che poi lo avrebbe voluto avere al suo fianco, ma lui ha preferito stare accanto all’esistenza più avventurosa della madre. Negli anni di gestione della Duemila Silvia aveva contratto regolare matrimonio, ma poi non aveva resistito al fascino di Ugo Carrega seguendolo a Milano e dando vita con lui a una Galleria in via degli Orti. Ma poi lo aveva lasciato, aprendo un nuovo spazio tutto suo, “Avida dollars”, in pieno quartiere universitario, e richiamando in scena i vecchi eroi degli anni di gloria. Però, andata via lei, la Duemila aveva iniziato il percorso in discesa, fino alla sua cessione a dei continuatori indegni del suo passato. Ora a noi superstiti si impone un dovere imperativo, convincere il MAMbo a fare la mostra riparatrice di quel lungo pezzo di storia di prima qualità. Ma senza l’aiuto di Silvia, sarà ben difficile realizzare quest’impresa.

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Letteratura

Valentina Mattia, una positiva mediocrità

Io mi considero come una specie di “narrato-mat”, cioè di dispensatore quasi automatico di giudizi su opere narrative che mi vengano spedite proprio per ottenere un mio responso. E’ il caso di Valentina Mattia, che mi ha inviato un suo “Complici senza destino”, uscito da un a me ignoto Golem Edizoni, peraltro in linea con questa autrice impastata di modestia, come modesto, e deciso a “volare basso” è il suo prodotto, che però evita tormentoni e inghippi in cui cadono narratrici ben più in auge di lei. Andiamo a vedere. Protagonisti principali sono Nunziatina, di buona famiglia, e un immigrato, Ambir, tunisino di fede mussulmana. Ovviamente i genitori di lei sarebbero ostili a un matrimonio del genere, ma qui cominciano i pregi di questa navigazione attenta a superare indenne gli ostacoli in cui incorrono tante sue colleghe, più quotate di lei. Per rimediare alle ostilità della famiglia, un certo rito soprattutto meridionale prevedrebbe la “fuitina”, ma qui non ce n’é bisogno, perché in definitiva i genitori concedono e dunque il matrimonio si può fare, perfino con la benedizione dell’autorità religiosa che non frappone ostacoli. E naturalmente spuntano figli, anzi, figlie, ben tre. Poi, anche questo è nella media degli esiti, i due si separano, però, sia ben chiaro, Ambir non è un reietto, un cattivo soggetto, un drogato, secondo la facile soluzione in cui cadono, lo ripeto, autrici di più chiara fama. Al punto che una delle figlie preferisce stare dalla parte del padre e andare a vivere in Tunisia, fino a farsi una famiglia da quelle parti. E la moglie abbandonata, Nunziatina, certo non si rallegra di quell’abbandono, ma non cade neppure nella depressione, né stigmatizza il coniuge che l’ha lasciata, tira avanti la barca come può e col tempo trova perfino sollievo in una nuova relazione. Insomma, per stare al titolo, è vero che il destino si presenta impervio, non fortunato per tutti i protagonisti. Però questa malasorte non li esime da una certa complicità, o accettazione. Non facciamo tragedie, così è la vita, questa la morale, certo non altisonante, a scartamento ridotto, ma anche consolatoria, di una vicenda che ha il coraggio delle mezze tinte, il che, al giorno d’oggi, in mezzo a tanti prodotti che si ritengono in obbligo di introitare guai a catena, è tutto sommato una virtù apprezzabile.
Valentina Mattia, Complici senza destino, Golem Edizioni, pp. 236, euro 16.

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Attualità

Dom. 10-1-21 (Trump)

E’ inutile che io insista nelle mie geremiadi contro i virologi o nuovi monatti, riconosco solo un intervento giusto nel coprifuoco fissato alle 22 per eliminare le movidas, davvero fonti di contagio, mentre si dovrebbero non martoriare i ristoranti tenendoli chiusi, nelle fasce rosse e anche arancione, o comunque impedendogli il servizio per la cena. Quanto alla chiusura di musei, mostre, cinema, teatri, mi sentirei di farmi promotore di una invasione di Palazzo Chigi nello stile di quella dei giorni scorsi avvenuta a Washington. A proposito della quale, però, c’è una evidenza che si impone, che cioè le forze di polizia della capitale l’hanno permessa, o per incuria, o forse meglio per una loro incorreggibile vocazione di destra, quella per cui i loro colleghi nei vari States hanno ucciso per lo meno un nero al mese negli ultimi tempi. Il presidente Biden dovrà intervenire appena può in materia, punire, rimuovere, destituire i colpevoli di questo modo di agire. Ma ha pure ragione di procedere con cautela nei confronti di Trump, un tentativo di rimuoverlo inasprirebbe i suoi ultimi vagiti e gli darebbe perfino, Dio non voglia, un’aureola di martirio. Ma ceto voglio sperare che l’accesso ai bottoni per far partire una scarica di armi nucleari non sia solo nelle sue mani, che ci sia qualche partner che si dovrebbe associare nel premere sul bottone, e quindi di impedire la partenza dei missili. Ci potrebbe essere nel tiranno Trump la tentazione di chiudere col famigerato “Pera con tutti i Filistei”. Per esempio, lanciare una bombetta contro l’Iraq o contro la Corea del Nord potrebbe essere nel suo stile.

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Attualità

Ricordo di Silvia Spinelli

Una scarna notizia di cronaca annunciava, qualche giorno fa, la scomparsa di Silvia Spinelli. Forse molti non sanno che Silvia era stata a lungo l’animatrice della Galleria d’arte più intraprendente e d’avanguardia a Bologna, negli anni cruciali attorno al ’68 e oltre. Non per nulla si era data il nome beneaugurante di Galleria Duemila. Apparteneva a Giancarlo Franchi, detto familiarmente Gianchi, figlio dei due proprietari di quello spazio, uno stretto budello a fianco della farmacia Sacchetti, posta all’angolo tra Via D’Azeglio e via Marsili. GIanchi era una sorta di “idiot de famille”, posso ben usare questo epiteto in sé inglorioso in quanto il grande Sartre lo ha applicato all’ancor più grande Gustave Flaubert. Gianchi non era da tanto, ma di sicuro i genitori, e i due fratelli, lo consideravano inadatto a una normale vita di relazione e di affari, perduto in un suo regno di innocenza ingegnosa, da naif col dono dell’arte, per cui l’unica soluzione era proprio di lasciargli la gestione di quello spazietto minimo. Ma, come molti “inetti”, Franchi possedeva una sua genialità nascosta, se non altro per la capacità di scegliere bene da chi farsi aiutare, e appunto la sua scelta era andata a favore della Spinelli, lasciandosi guidare da lei, che a sua volta aveva piena fiducia in me, cosicché abbiamo costituito un terzetto capace di prestazioni avanzatissime. Io in quel momento, anni ’60 e ’70, ero il critico d’arte di punta a Bologna e collaboravo con le più reputate Gallerie del territorio, la Foscherari, la Nuova Loggia, la G 7, ma per gli interventi più avanzati e temerari mi valevo proprio di quella trincea posta in prima linea. Silvia del resto apparteneva a una famiglia con validi titoli nell’arte, basti pensare alla sorella Romana, magnifica pittrice, e moglie dello scultore Quinto Ghermandi. Qui non posso certo rifare la storia della Duemila, dopo la morte di tutti rappresentanti della famiglia Franchi, e ora finita in pessime mani. Basterà ricordare che esponevamo già Mimmo Paladino quando era pressoché ignoto. Perfino Enzo Cucchi si presentò tremebondo al nostro giudizio, ma in quel momento usava la foto, non era ancora giunto alla pittura. Però proprio in quel luogo così sperimentale ho messo alla prova sia Franco Vaccari, sia Germano Olivotto, non esitando a invitarli poi, alla Biennale di Venezia del ’72, come validi esponenti del comportamento, in una famosa rassegna, voluta da Francesco Arcangeli, in cui si mettevano a confronto le due drammatiche alternative del momento, opera e appunto comportamento. Dalla Duemila potevano venire solo i campioni della seconda alternativa. Tra tanti eventi, ricordo una performance di Giuseppe Chari, al termine della sua carriera, quando non compiva più neppure il gesto assurdo e minimale di distruggere un pianoforte sulla scena, ma si prestava a ogni possibile domanda, meglio se provocatoria, che gli potesse venire dal pubblico. Tra i tanti aspetti sperimentali messi alla prova dalla Duemila non potevano mancare quelli riguardanti la poesia visiva in tutti i suoi molteplici aspetti. Per questo aspetto io fui Galeotto perché tra gli altri invitai anche Ugo Carrega a presentare la sua poesia cosiddetta simbiotica, che era un perfetto congiungimento tra elementi verbali e oggetti fisici. Devo dire che tra gli aspetti sperimentali dell’esistenza pratica di Silvia c’era anche una vivace vita sentimentale, tanto da averle fatto partorire un figlio in giovane età, da un padre rappresentante di una grande ditta di vini, che poi lo avrebbe voluto avere al suo fianco, ma lui ha preferito stare accanto all’esistenza più avventurosa della madre. Negli anni di gestione della Duemila Silvia aveva contratto regolare matrimonio, ma poi non aveva resistito al fascino di Ugo Carrega seguendolo a Milano e dando vita con lui a una Galleria in via degli Orti. Ma poi lo aveva lasciato, aprendo un nuovo spazio tutto suo, “Avida dollars”, in pieno quartiere universitario, e richiamando in scena i vecchi eroi degli anni di gloria. Però, andata via lei, la Duemila aveva iniziato il percorso in discesa, fino alla sua cessione a dei continuatori indegni del suo passato. Ora a noi superstiti si impone un dovere imperativo, convincere il MAMBO a fare la mostra riparatrice di quel lungo pezzo di storia di prima qualità. Ma senza l’aiuto di Silvia, sarà ben difficile realizzare quest’impresa.

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Arte

Una “Festa campestre” del Divino Guido

Le cronache culturali di questi giorni hanno parlato del dipinto attribuito a Gudo Reni, “Danza campestre”, acquistato a un’asta estera dal nostro MIBAC e restituito alla romana Galleria Borghese, cui è dovuto, essendo appartenuto al suo creatore Scipione Borghese. Non sono affatto uno specialista in merito, ma l’attribuzione mi persuade, nonostante che l’immagine dominante del Divino Guido sia legata a dipinti di grandi figure, i più pregiati secondo il punteggio dei mercanti di un tempo. Ma nell’occasione, pur avendo affrontato un tema per così dire di massa, l’artista bolognese lo ha fatto con la sua solita grazia, evitando una noiosa stereotipia, quale invece aduggia la produzione contemporanea dei cosiddetti Bamboccianti. Pur avendo dovuto adottare una scala ridotta per rispettare il tema, il pittore ha conferito una larga autonomia ad ogni figurante della scena, cercando di atteggiarlo con relativa disinvoltura, comunicandogli una pur ridotta dinamica di movimenti, come il mettere di profilo i corpi o le teste, il presentarsi talvolta di schiena. Varrebbe quasi la pena di munirsi di una lente di ingrandimento per ridare a ogni comparsa il rilievo, la libertà di atteggiamenti di cui, benché nel formato ridotto, l’artista è stato capace di dotarla. Chi, se non lui, in quel momento poteva riuscire a tanto? Non il Guercino, le cui giovanili scene pastorali potrebbero avere qualche tratto in comune, ma con qualche grado in più di immersione in un fango realista di scena agreste. Certo, poteva riuscirci Annibale, che del resto è stato il maestro di Guido, col suo “Paesaggio classico”, nell’arte di conferire una presenza monumentale, maestosa al paesaggio che si innalza alle spalle dei festanti, accrescendone il carattere di forbita eleganza. Oppure poteva arrivare a un esito del genere il Domenichino, ma non mi risulta che ci siano da parte sua dei paesaggi equivalenti realizzati “in piccolo”. Insomma, questo del Reni è un dipinto in cui, contro i vari tentativi messi in atto da un secolo in qua di degradare il nostro Divino artefice, di ridurlo a un classicismo stanco e accademico, dimostra invece come lui stesso, sulla scorta di Annibale, e in anticipo sul Domenichino, fosse l’ispiratore della seconda metà del Seicento, soprattutto nei grandiosi esiti che si ebbero in Francia, dal Poussin al Lorrain. Quando cioè l’ondata travolgente del caravaggismo si spense, esaurì la propria carica dinamica, e quei parametri di eleganza, di compostezza, di dignità presero a dominare il “grand siècle” francese, e la sua origine “bolognese”, come conferma, seppure in versione lillipuziana, questo dipinto affascinante.

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Letteratura

Martinoni: quando Ligabue era solo Laccabue

Ricevo il libro di Renato Martinoni, “La campana di Marbach”, titolo che in sé non dice molto, ma ci pensa a far luce il sottotitolo, “Antonio Ligabue. Romanzo dell’artista da giovane”. Preciso che non so nulla dell’autore, dotato però di un curriculum molto ragguardevole. E che inoltre rifuggo in genere dall’occuparmi di biografie dedicate ad artisti illustri, soprattutto se “maledetti”, in quanto in questi casi si va a prendere il soggetto, certo, quando naviga in acque di bassa fortuna, ma poi si dà luogo a un’ascensione trionfale, fondata sul senno del poi, sulle alte quotazioni che oggi gli si riservano, con lettura frettolosa dei caratteri dell’arte, schiacciati dal rilievi assegnato ai dati biografici, ma in funzione della gloria cui il protagonista era in qualche modo predestinato. Colpisce invece in questo studio di Martinoni il fatto che si arresti proprio al momento in cui inizia il successo del suo personaggio, insistendo piuttosto sugli anni anteriori, della disgrazia, di una sorte miserabile che sembrava destinarlo a finire nel nulla, al pari di un’infinita schiera di altrettante misere esistenze. Aggiungo come titolo di merito che il tutto, contrariamente a quanto ci dice il sottotitolo, è assai poco “romanzato”, e anche l’etichetta presaga di futura gloria, “dell’artista da giovane” è tenuta molto a freno. Esiste invece una cupa cronaca degli anni della fame, della miseria, del degrado, come del resto è indicato dal risalire al vero nome di questo personaggio, Laccabue, che nasce da una povera donna di Cencenighe, nel Veneto, costretta a emigrare nella vicina Svizzera alla ricerca di un tozzo di pane. Le è accanto, ma più spesso assente e del tutto dimentico dei doveri coniugali e paterni. un tale che all’anagrafe porta il cognome preciso di Laccabue, quello stesso che poi viene ingentilito dal successo a posteriori conseguito dal figlio in un più pieno e rotondo Ligabue. Il padre biologico è un poco di buono, quasi sempre ubriaco, renitente a ogni obbligo civile, però, malgrado tanta bassezza, giunge a sposare davvero la povera ragazza esule come lui, e secondo le regole del tempo, quando il coito era uno dei pochi piaceri concessi alla gente del popolo, non manca di concepire con lei ben tre altri figli. Uno dei brani più toccanti di questa cronaca degli orrori è che i tre fratelli del nostro Laccabue decedono nel modo più orrido, in quanto dall’originaria Cencenighe salta fuori una vecchia fiamma della madre che le fa dono di una boccetta contenente un grasso buono per condire la pasta. Al che in quella famigliola sempre inseguita dai morsi della fame si fa grande festa, con una mangiata di pasta condita con quel sugo micidiale in cui si è sviluppato il botulino, e dunque i fratellini del nostro Antonio muoiono in modi strazianti, lui si salva con lavanda gastrica. Intanto per il suo stato miserabile a cui la madre, pur amandolo, non può sopperire, viene dato in adozione, e comincia un periplo di cambi di residenza della famiglia adottiva, nomade, anch’essa, alla ricerca di un filo di benessere. Ma malgrado ciò il ragazzo dimostra un certo attaccamento a questi genitori trovati per strada, pur manifestando un temperamento del tutto ribelle, astioso, pronto alla protesta, e anche alla sicumera, a un vanto esagerato di proprie doti che al momento non sembrano esistere. Un merito di questo romanzo, assai poco romanzato, è di tenere basso il motivo della genialità artistica, che certo fa capolino fin da quei primi anni dell’”artista da giovane”, affidato ai poveri materiali di cui può disporre, qualche matita colorata, la creta per comporre delle sculture precarie e di scarsa durata. Ma naturalmente quella sua vocazione aurorale non viene presa sul serio da nessuno. Le guardie che, sul finale del libro, avranno il compito di riportarlo nel Veneto, espulso dalla Svizzera, che non vuole tenersi un soggetto così pericoloso, compiranno un atto quasi simbolico, la distruzione del minimo corredo di statue in creta e di disegni colorati che il pessimo, deprecabile soggetto tenta di portarsi dietro. E’ in qualche modo un gesto condiviso dallo stesso autore, che non intende affatto seguire il suo soggetto nella via del successo quale, malgrado i tanti ostacoli, si aprirà per lui al ritorno in patria. Confermo che condivido in qualche misura la decisione di Martinoni, certamente mi sono occupato del Ligabue via via affermato e riconosciuto, collaborando anche all’istituzione del museo che gli ha dedicato il Comune di Gualtieri, ma ho sempre ritenuto che egli non fosse un caso del tutto autentico di primitivo, di esponente dell’’Art briut. Ci aveva pensato un artista colto come Marino Mazzacurati a fargli vedere esempi di Van Gogh e di altri espressionisti a cui il nostro artista, non più “da giovane”, poté ispirarsi e trarre frutti abbondanti.
Renato Martinoni, La campana di Marbach, Guanda, pp. 329, euro 19.

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Attualità

Dom. 3-1-21 (ancora Renzi)

Sono fortemente tentato di riprendere la mia fedeltà a Matteo Renzi, ora che gli vengo scagliate contro per dileggio tante monete simboliche, nei programmi televisivi, come in via reale era successo a suo tempo a Bettino Craxi. Pare proprio che gli Italiani non tollerino chi esce dal gregge e lo vogliano punire. Ma al contrario Renzi resta l’unica testa pensante della sinistra, l’unico che ha compreso come a suo tempo la sola via per scongiurare il ricorso a elezioni che avrebbero aperto la strada all’altro Matteo, era di superare ogni ritrosia e di fare alleanza con i Pentastellati, magari turandosi il naso. L’unico errore da lui commesso è stato quello di uscire da Pd, invece di tentare di riconquistarlo. Ma che bisogno ne aveva, potendo contare sicuramente su un numero di parlamentari aderenti a lui a prova di bomba? Ora ha ragioni da vendere nelle critiche contro l’immobilismo, il “piétiner sur place” di Conte, abile a seguire la politica del colpo al cerchio e alla botte. Giuste le critiche rivolte all’attuale premier, e del resto sotto sotto condivise dalla maggior parte dei Pd. Però, resta pure la necessità di non tirare troppo la corda, di evitare assolutamente che si vada a nuove elezioni. C’è qualcuno che dice che questo, poi, non è un male. Lo si doveva dire a Mattarella, due anni fa, che dopo il responso ambiguo delle urne temporeggiò a lungo, fino a partorire l’orrida combinazione del governo giallo-verde, origine di tanti mali. Se si andasse alle urne negli immediati prossimi tempi, ci sarebbe tuttora l’alto rischio di una vittoria del fronte delle destre, con relativa possibilità di dominare l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Qualcuno parla dell’effetto Churchill, quando il popolo inglese ebbe il coraggio di mandare a casa il vincitore della guerra preferendogli i Laburisti, ma ora un fenomeno del genere sarebbe del tutto ai danni della sinistra, facilmente imputabile di cattiva conduzione della questione contagio. E dunque, spero che la saggezza politica di Renzi sappia trovare il giusto equilibrio tra il tirare la corda ma non fino in fondo, fermandosi al momento giusto. Fra l’altro, tra i meriti di Iv, la compagine di Renzi, c’è anche quello di essere l’unica formazione politica a dire apertis verbis che è ora di farla finita con la dittatura dei virologi, e di riaprire tutto quello che si può. In questo ambito, ritengo opportuno segnalare un fenomeno su cui meditare, pare che nella mia città, a Bologna, sia quasi sparita una presenza abituale in questa stagione, quella dell’influenza: Che cosa significa un dato del genere, se non che la politica dei tamponi, fatta “alla carlona”, come ha detto giustamente la Annunziata in uno dei suoi ultimi incontri, ha messo sul conto del covid quanto altro non è che una banale influenza. Del resto, che ci sia aria di famiglia, tra l’una e l’altra infezione, l’hanno detto tutti. Fra gli altri, lo ha detto pure qualche virologo, poi sopraffatto dal coro interessato dei colleghi per i quali l’affermazione e la persistenza del contagio è un dogma a priori. Qualcuno ha detto cioé che il covid altro non è che un’influenza, nel novanta per cento dei casi non più grave di quella sua anticipatrice. E le morti? Ma quando ci si deciderà a andare a vedere quanto siano dovute proprio al covid, non come concausa, in quadri clinici già di per sé disperati, ma come indubitabile, unico fattore di mortalità?

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Arte

La Madonna Sistina, capolavoro assoluto di Raffaello

Il mio suggeritore di queste tornate, Artribune, annuncia che proprio oggi, sabato 26 dicembre, su Sky arte comparirà un documentario dedicato alla Madonna Sistina di Raffaello. Preferisco giocare d’anticipo parlando di mia iniziativa di questo capolavoro, una delle opere più intense del divino artefice, che ha la particolarità di essere dipinta su tela, cosa rara per quei tempi, ma certo il materiale “tenero” contribuisce alla sofficità del dipinto, mentre dipingendo su tavola, come era abitudine per quei tempi, Raffaello doveva sostenere una battaglia con la durezza del materiale di base. Intanto, ritengo anch’io che il Sisto invocato nel titolo non abbia nulla a che fare con i papi Della Rovere, anche se è probabile che proprio S. Sisto sia ispirato da Giulio II, come indica la tipica barba del personaggio. Pare dunque che siano stati proprio degli ecclesiastici di Piacenza a commissionare il dipinto, poi finito nelle mani del Granduca di Sassonia e da lui appoggiato a Dresda, dove tuttora risiede e risplende. Fra le numerose Madonne e Bambino uscite dalle mani dell’Urbinate questa è forse la più dolce, più trepidante, commovente, anche se praticamente immobile, o forse proprio per questo, per una enorme concentrazione espressiva. I due Santi ai lati sono prodigi di disinvoltura, con quelle pose che fanno coro alla scioltezza dell’immagine centrale. S. Sisto è di tre quarti, S. Barbara piega con perfetta naturalezza la testa verso di noi, mentre il corpo è rivolto alla coppia centrale. La scena, insomma, è più sottilmente animata di quanto non sia un altro capolavoro che si ritiene della medesima data, del secondo decennio romano dell’Urbinate, la S. Cecilia di Bologna, dove i vari personaggi non sfuggono a una certa rigidità nella loro ostentata verticale. Qui è pure da notare la sottigliezza dell’”aere perso” che avvolge, accarezza, ammorbidisce le poche figure ammesse. C’è quasi da rallegrarsi che l’artista non sia ricorso a quell’oscuramento forzato che stava prevalendo, soprattutto nei ritratti, anche se si trattava di una mossa vincente, di un enorme lascito a favore di tutti i futuri protagonisti della “modernità”, da Caravaggio a Rubens a Rembrandt. In proposito mi piace replicare una osservazione da me già più volte avanzata, ma nella trascuranza assoluta dei pretesi intenditori dell’arte raffaellesca. Un capolavoro del precedente periodo fiorentino quale La Madonna del Granduca era nato “in chiaro”, e solo portandoselo dietro a Roma Raffaello aveva fatto il salto rivoluzionario di dargli uno sfondo scuro. Ma qui per fortuna l’aria è trepidante, respirante, osmotica come il cielo della Disputa del Sacramento, nella prima delle Stanze, anzi, sembra che queste apparizioni ridotte ne siano appena scese, mantenendo in pieno il medesimo palpito e respiro. Un dettaglio da notare sono i due angioletti in basso, dipinti con la stessa grazia, scioltezza, mobilità, ma perfino in misura eccessiva. Un pittore troppo padrone del suoi mezzi in quel caso si era compiaciuto di esibirli allo scoperto, fino a sfiorare un effetto lezioso, quasi un campanello di pericolo, fino a che punto di aneddotismo libero e sciolto il maestro sarebbe giunto, continuando per quella strada? Forse proprio tanta disinvoltura stava agendo sui discepoli, e in primo luogo sull’erede designato, Giulio Romano, fino a fargli intendere che conveniva seguire altro cammino e preparare la svolta manierista. Ovvero, il Cinquecento doveva inserire un motivo di pausa e di diversione rispetto a tanta maturità, che minacciava di invadere le terre del Seicento molto prima del tempo. Ci voleva una gelata per fermare quella primavera, o addirittura estate, troppo precoce.

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Letteratura

Barbolini, un’offerta golosa di antipasti

Buttarsi sui racconti, per un narratore, è una tentazione e anche un rischio. Per un verso, si sente stimolato alla massima libertà, come un artista visivo in fase di bozzettismo, senza l’obbligo di “finire”. Ma per un altro verso proprio questa larghezza di possibilità può anche causare una dissipazione. Forse è come istituire un ufficio progettazione per il futuro su cui converrà ritornare con più calma, ed è pure una sorta di recupero museale del meglio della propria produzione passata. Agito tra me e me queste riflessioni a proposito della nutrita serie di racconti che Roberto Barbolini ci presenta col titolo “Il maiale e lo sciamano”. Un titolo che a ben pensarci è già per se stesso riassuntivo del suo intero universo. Il maiale sta a significare la parte bassa di stretto contatto con tutti i fattori materiali, a cominciare dal cibo, dalle occasioni di fare bisboccia, di avvoltolarsi, nel fango, proprio come i suini. Lo sciamano invece riassume in sé tutte le occasioni di incontro con una dimensione superiore che non mancano ai vari protagonisti mentre si avvoltolano nelle brutture della vita, ma sempre con una andata e un ritorno, se cioè si annuncia una qualche presenza superiore, si può star sicuri che l’autore provvede abbastanza presto a ridurla all’ordine. Se ne vuole un caso lampante? In un racconto del passato Barbolini ci ha detto che perfino Dracula in persona, cioè l’attore che meglio lo ha impersonato, Christopher Lee, si è spinto fino a Modena, per un legame di parentela con persone di quella città. Ho pronunciato il nome dell’entità che, se non sbaglio, non viene mai nominata in questi racconti, ma che pure è l’epicentro di tutto il mondo del Nostro, per la sua bassezza materiale, proprio da suino che si rotola nel fango, si compiace di quanto sta in basso, ma poi è sempre alle prese con qualche arcano, con qualche avventura di alto bordo. Se non sbaglio è stato Cesare Garboli a fare per il nostro autore il nome del tutto opportuno di Delfini, che lo ha anticipato proprio in una simile miscela di alto e basso. In definitiva, sappiamo che una delle imprese più esilaranti di questo precursore è stata di battersi per la tesi che uno dei capolavori di Stendhal, la Certosa di Parma, sarebbe da emendare sostituendole il nome della città della Ghirlandina, Ecco un obiettivo che potrebbe piacere anche a Barbolini, e che del resto lui realizza in tanti di questi racconti ancipiti, con i piedi beni in basso ma la testa in alto, a captare venti più favorevoli, Oltretutto, questa varietà di toni, misure, accenti gli permette di non muoversi solo nel presente, ma di aprire anche il capitolo delle memorie, però, niente paura, esso non è fatto di languori, di dolcezze svenevoli, ma riporta gli stessi accenti duri, soprattutto se si rivolge agli anni della guerra, e ancor prima del fascismo, con i due fronti che si combattevano anche nel natio borgo selvaggio, senza esclusione di colpi. Ma rimaniamo alla similitudine di carattere gastronomico, che mi sembra sempre la più azzeccata a contrassegnare un mondo di questa natura. In fondo, è come se fossimo invitati a una serie enorme, inarrestabile, di antipasti, o al contrario di pasticcini e dolcetti, a conclusione di un pasto abbondante, i quali, come ben si sa, possono anche essere fatti con avanzi, con residui di pasti precedenti, Una allegra, sbrigliata, incontenibile offerta, anche se poi il commensale si chiede se qualcosa di più corposo potrà seguire, Sono sicuro che anche Barbolini procederà in questo senso, e che a una prossima uscita sceglierà tra tanta abbondanza di offerte a quale di esse dare un corpo più vasto e più strutturato. Anche perché, ma qui tocchiamo un terreno minato e perfino colpevole, proprio come potrebbe succedere in una rassegna dedicata a degli chef stellati, i premi letterari non concedono molto ad antipasti e dessert, vogliono piatti pieni e magari ridondanti. Ne sa qualcosa un talento come Covacich che ha perso a uno Strega in cui si era presentato con magnifici racconti, ma gli hanno preferito un Lagioia, benché pesante e indigesto, ma impacchettato in un corposo romanzo. Anche il nostro Barbolini è ormai maturo per uno Strega, ma per avere buone probabilità dovrà scegliere tra questa ridda di proposte, per quanto golose e appetibili.
Roberto Barbolini, Il maiale e lo sciamano, La nave di Teseo, pp. 381, euro 15.

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Attualità

Dom. 27-12-20 (vax)

Evviva, dunque i vaccini sono arrivati. Io non sono certo un “no wax”, quindi mi vaccinerò, se arriverà il mio turno, e se lo potrò fare senza sottostare a file o turni gravosi, e se nel frattempo la loro elaborazione così affrettata non avrà rivelato degli inconvenienti. In proposito ci si può fidare dell’Europa, che ha fatto il suo dovere, ci ha già spedito una prima quota, e si può anche credere nella distribuzione cui procedono le Forze Armate. Ma ci saranno in tempo medici e infermieri, siringhe per procedere alle inoculazioni? L’impagabile commissario Arcuri avrà agito in tempo utile o coi suoi soliti ritardi, di cui peraltro viene premiato col conferimento di sempre nuovi compiti? Ma purtroppo i tempi per una vaccinazione di massa sono lunghi, si rischia di arrivare al prossimo autunno, quindi bisogna evitare che i nuovi monatti estendano la loro dittatura a oltranza. A questo scopo, ecco alcuni punti per cui battersi. Primo, smetterla di fare i tamponi “alla carlona”, come la Annunziata ha avuto il coraggio di dire proprio in faccia ad Arcuri. Non sappiamo con quale criterio vengono eseguiti. Inoltre essere contagiati non è così grave come pretendono. Il 90% di contagiati se la caverebbe solo con la quarantena a domicilio, il guaio è che i medici di base a domicilio non ci vanno, e allora chi si ritiene colpito si precipita negli ospedali determinandovi le lunghe code che ci vengono rinfacciate per alimentare il clima di terrore. Secondo. Il numero dei decessi dovrebbe essere controllato, che siano provocati davvero dal covid e non dalle immancabili cause naturali che gravano soprattutto sugli anziani. Terzo. Tra le misure in atto, che i nuovi monatti cercheranno senza dubbio di prolungare, sono accettabili solo l’uso delle mascherine e il coprifuoco alle ore 22. Tutti gli altri divieti sono da respingere, e dunque, quarto, occorre riaprire musei, mostre, cinema, teatri che sono luoghi sottoponibili a controlli sicuri, e non di massa. Quarto, riapertura delle scuole in presenza, a tutti i livelli. Al solito, un’intervista della Annunziata, domenica scorsa, a una esperta italiana, anche se residente in Danimarca, ha avuto la risposta che le scuole sono tra i luoghi meno soggetti a rischi di contagio. Inoltre le lezioni a distanza e on line sono diseducative, elitarie, incontrollabili. Un’affermazione del genere può apparire contradditoria da parte di un mcluhaniano a oltranza come me, ma io ho plaudito alle proposte innovative del profeta canadese se il lavorare on line da casa riguardava persone mature. Per esempio è un ottimo sistema per le donne, che possono conciliare, col lavoro domestico affidato al computer, la custodia dei figli. Il sistema invece ha tutti i possibili inconvenienti se affidato a giovani bisognosi di contatti umani diretti.
Per questi obiettivi ci dovremo battere nei prossimi tempi, attraverso appelli, mozioni, lotte da combattere con ogni mezzo, per sottrarci alla dittatura dei virologi, e dei ministri Franceschini e Speranza, meglio perderli che mantenerli. Purtroppo non ci sarà rimpasto, e anche in questo caso questi due famigerati sarebbero protetti proprio da tutti gli interessati al mantenimento del contagio il più a lungo possibile.

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