Arte

Visita virtuale alla rembrandtiana “Ronda di notte”

Approfitto dell’attuale regime di chiusura per compiere in misura quasi autorizzata e obbligatoria delle visite virtuali a grandi capolavori, che diversamente sarebbe temerario da parte mia andare a commentare, senza neppure qualche appiglio occasionale. Oggi mi rivolgo nientemeno che alla “Ronda di notte”, massimo capolavoro di Rembrandt, conservato con ogni cura nel Rijksmuseum di Amsterdam, e ora appunto offerto in visione speciale per via elettronica. Se si pensa che il dipinto fu commissionato nel 1642, in occasione di una visita della longeva regina di Francia Maria de’ Medici, sopravvissuta a lutti e crisi innumerevoli, non si può che manifestare stupore al pensiero che a quella poderosa sovrana era stato dedicata poco prima l’alta impresa di Rubens, punta estrema del barocco, opera, potremmo dire in termini attuali, generosamente bulimica, esplosiva, inclusiva al massimo. Rembrandt aveva invece un atteggiamento opposto, di andare a rinchiudersi nel privato di abitazioni, o magari anche di sedi pubbliche, come in questo caso, ma a patto di sbarrarle, di portarne gli occupanti a stringersi tra loro, cosa che oggi, in stagione di contagio, sarebbe altamente sconsigliabile. Ma in sostanza era nel nostro artista una eredità dal connazionale Frans Hals, come lui intento a stendere ritratti celebrativi di persone influenti, e ben paganti. Qui siamo quasi alla foto-ricordo di una compagine di soci di un qualche club molto esclusivo, che si assiepano, rispettando un certo ordine gerarchico, ma anche sgomitano per la paura di essere tagliati fuori dalla foto-ricordo. E naturalmente domina l’oscurità dello spazio chiuso, dell’antro, da cui Rembrandt non è quasi mai uscito. In ciò sta la continua conferma di un atteggiamento in cui l’individualismo, il senso della privacy di un ebreo abituato a diffidare degli spazi pubblici si fonde a meraviglia con lo spirito del tutto affine del protestante, l’uno e l’altro in fiera rivolta contro il costume cattolico fondato sull’ estroversione eloquente e magnanima, e anche contro i sistemi di governo riposti sul primato di poteri assoluti, della monarchia, della chiesa di Roma. Roma del resto dal nostro artista è sempre stata vista come il nemico, come la Gomorra da evitare, con perfetta continuità, un secolo dopo, rispetto alle varie riforme protestanti, che del resto erano tutt’altro che sopite ma imperversavano nel cuore dell’Europa nei conflitto dei Trent’anni. Non che Rembrandt fosse del tutto alieno dal riconoscere la grandezza dell’età classica, al contrario, nel suo antro era disposto a evocare gli spiriti magni del buon tempo antico, come per esempio quello di Aristotele, ma a patto che scendessero dal piedistallo e che accettassero in pieno l’ospitalità del fiero e austero abitatore, indossando magari gli abiti da lui stesso prestati, in modo che la loro apparizione non stonasse, non apparisse sopra le righe rispetto ad ogni altro spettacolo, anche di banale e trita domesticità, che poteva addirsi a quelle segrete stanze. Il galateo rembrandtiano, insomma, non ammetteva alcuna diversità di codice se a posare fosse uno spirito magno del passato, o un esponente della tematica sacra, Bibbia o Vangelo che fosse, e naturalmente anche le donne dovevano adattarsi a fare le buone sacerdotesse di quei templi della privacy, senza alcun particolare spicco, né di avvenenza corporale né di abiti indossati. Naturalmente, se ritorniamo alla “Ronda”, quella era un’occasione pubblica, ma da celebrarsi riportandola il più possibile a dimensioni private, come si diceva, di riunione di amici, di sodali, disponibili a pagare una retta per entrare in quel ristretto convivio, con una prodigiosa inflazione di ritratti, ma attenti a non superare la soglia di una sacra, gelosa, guardinga interiorità, seppure coniugata a un momento di socialità, ma da manifestarsi in poco spazio, come una retata di pesci occhieggianti attraverso le maglie dello strascico che le aveva catturate. Forse, se si vuole nobilitare il tutto con una citazione dall’antichità romana, si potrebbero ricordare le Colonne erette alla gloria di qualche imperatore, a cominciare dalla più importante tra tutte, la Colonna Traiana, dove i mille legionari appaiono come capocchie di spillo, come tante figurine assiepate in poco spazio. Anche qui, volendo, si potrebbe andare alla conta dei numerosi figuranti, cui, senza dubbio, gli industri studiosi sarebbero in grado di appiccicare un nome, un titolo di merito, beninteso nel rispetto di una graduatoria, di una scala sociale.

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Letteratura

Rushdie, un Chisciotte sovrabbondante

Quando esce un romanzo di Salman Rushdie, mi precipito a comprarlo e a divorarlo. Mi erano sfuggite le sue prime apparizioni, ma poi ero stato raggiunto dal clamore di scandalo e di zolfo con cui si erano presentati, nel 1988, i suoi “Versi satanici”. Ricordo che avevo letto il libro in un lungo volo da Toronto a casa, con l’avvertenza di nascondere la sopraccoperta con relativo titolo, nella paura che qualche compagno di viaggio volesse applicare anche a me la condanna sancita contro quell’opera. Poi, in tutta tranquillità, mi sono letto, e ho commentato in tono positivo, i successivi “L’ultimo sospiro del Moro”, “L’incantatrice di Firenze”, “La caduta dei Golden”, si vadano a rintracciare i miei entusiastici verdetti stesi con altrettanti “pollici recti” sull’”Immaginazione”, o per le vie brevi su questo stesso blog. In sostanza, mi sembrerebbe giusto che in lui si avvisti il logico candidato a un qualche prossimo Nobel della letteratura, magari seguito o preceduto a ruota dal giapponese Murakami, di cui mi occuperò la prossima volta, o dal re degli effetti speciali, Stephen King. Ora eccomi davanti al “Quichotte”, che con omaggio a noi rivolto Rushdie ammette che il modo migliore per indicare questo indimenticabile personaggio sarebbe proprio, per il suono, l’italico Chisciotte. L’idea di base è giustissima, in quanto l’autore, ormai apolide di lusso, pronto a mescolare tra loro tutte le principali lingue e culture del mondo, ravvisa una omologia di situazioni tra la creatura di Cervantes e una sua possibile reviviscenza nei nostri tempi. Don Chisciotte era ossessionato da una produzione letteraria dei suo tempi, scesa ormai a un basso livello, noi diremmo di spazzatura, consistente nell’infinito propagarsi dei vari cicli cavallereschi. Oggi a quella invasione dilagante corrisponde l’ugualmente infinita serie di prodotti televisivi, gialli dozzinali, messaggi pubblicitari, spettacoli edonistici e di consumo. Io stesso, nei miei solitari sfoghi, ho auspicato che si possa levare qualche robusto narratore a contrastare la selva innumerevole dei nostri giallisti o raffazzonatori di storie di coppie più o meno aperte e pronte ad amori multipli. Forse un Busi, un Cavazzoni? Ma intanto, senza dubbio, ecco candidarsi a un ruolo del genere il Quichotte del nostro autore. Ed è pure giusto che la Dulcinea del Toboso cui sacrificare, sia la diva ultra-Pop, di nome Salma, in definitiva prigioniera dei suoi riti e miti, della sua dilagante notorietà. Il Chisciotte di nuovo conio vuole andare a riscattarla dal suo ruolo effervescente, ma in definitiva miserevole. Giusta impostazione, cui però Rushdie infligge strane deroghe o varianti non propizie, a cominciare dalla scelta del numero due dell’epopea, Sancho Panza. Come si sa, il duo cervantino è perfetto, nella dialettica dei ruoli, il volare alto, ma nei cieli della pazzia, del padrone, il volare basso dello scudiero d’accatto, impastato di lievito terreno. Invece, chissà perché, Rushdie non va alla ricerca di una figura corrispondente nel nostro mondo, ma dota il suo eroe di una creatura in definitiva evanescente, in quanto prodotta proprio da quei mezzi virtuali, informatici, inconsistenti che pure il protagonista dovrebbe combattere. Diciamo che in genere un rischio sempre in agguato sul nostro scrittore sta in una irrefrenabile bulimia, egli mette troppa carne al fuoco, che poi finisce per non essere carne ma materia troppo sfuggente, troppo cerebrale, tirata per i capelli. Trovo per esempio che sia inutile, fuorviante, provvedere il romanzo di una pesante cornice dove si confessa un autore, a sua volta scavalcato da qualche ulteriore apparizione. Insomma, Rushdie dovrebbe resistere alla tentazione di parlarci, per dirla con un noto motto latino, “de omnibus rebus et quibusdam aliis”. Mi capiterà di dire che lo stesso pericolo aleggia pure sulle laboriose composizioni di Murakami. Mentre ovviamente il romanzo riprende a scorrere nel modo migliore quando Quichotte, nella sua impresa liberatoria, marcia verso la tappa finale, verso la dama da riscattare, e allora ci sono tanti brani di tessuto concreto prelevati dall’infinito corpo degli USA che ci vengono serviti, così come un titolo di merito della grandezza del regista Hitchcock sta nell’essere andato, ai suoi tempi, alla scoperta di squarci autentici e ignoti di vita statunitense. Purtroppo la tentazione digressiva, particolarmente in quest’opera del Nostro, è sempre in agguato. Per un verso questo è un segno opportuno, vantaggioso di polifonia creativa, per un altro però allontana da un cammino che dovrebbe mantenere una sua direzione. Al limite, è la stessa motivazione di partenza dell’ eroe rivisitato a smarrirsi per strada, nella serie infinita di “pulcherrimae ambages”. Troppa grazia Sant’Antonio, forse, come si faceva un tempo nelle edizioni per l’infanzia, ci vorrebbe l’intervento di un riduttore, disposto ad applicare qualche opportuna sforbiciata su tanta abbondanza di fronde, qualche volta soffocanti.
Salman Rushdie, Quichotte, Mondadori, pp. 447, euro 22.

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Attualità

Dom-31-5-20 (Bersani)

Credo che l’On. Bersani risulti simpatico a molti sia per l’indubbia onestà di uomo politico dai chiari e onesti intenti, sia soprattutto per le sue battute ormai proverbiali, anche se poi non resistono all’analisi. Lunedì scorso, nel salotto Gruber, ne ha detto una in apparenza brillante ma in realtà del tutto fallace. Ha osservato che al nostro governo ci vorrebbe una Ferrari, mentre abbiamo solo una Panda. Apologo divertente ma sbagliato, basti pensare che da anni la Ferrari viene surclassata dalla Mercedes, e che all’interno della squadra del Cavallino regna in genere la massima discordia, tanto dall’aver dovuto allontanare un pluri- vincitore del titolo mondiale quale Vettel perché si accapigliava regolarmente con LeClerc. Al confronto, le liti nella famiglia giallo-rossa sono roba da ridere. E poi, finiamola di dire che così non va, che la squadra è debole. In quale Paese si trova al governo una squadra forte, se non sia qualche dittatuira, come in Cina o in Russia? Teniamoci la congiunzione certamente non virtuosa che oggi abbiamo, e auguriamoci che regga, non imitiamo il catastrofismo del “filosofo” (sic) Cacciari, una sorta di Bartali che come noto ripeteva senza sosta la sua giaculatoria, “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Tiriamo avanti così, che è ancora la migliore delle soluzioni. E smettiamola anche di dare addosso a Renzi, a schernirlo, a sputacchiarlo, come si fa con l’idolo di ieri oggi caduto. Il suo comportamento, anche nel caso dell’altro Matteo, è stato più che giusto, sono i Cinque stelle che si dovrebbero vergognare di volerlo mandare ora al processo, per ragioni del tutto simili a quelle che in passato, quando erano al governo con lui, lo avevano salvato. De resto, non è proprio Salvini che vuole il martirio a fini elettorali? Meglio quindi non concederglielo. E in linea di massima si dovrebbe rimettere in piedi il sacro istituto dell’immunità dei parlamentari, se almeno vengono accusati di reati di carattere ideologico, e non di crimini di carattere comune. E’ un istituto che viene dal mondo antico, dove fu creato fra l’altro per tutelare i tribuni della plebe.
Per non dimenticare del tutto la presenza del contagio, mi limito a ripescare dalle mie motivazioni due argomenti. Mi meraviglia la sottovalutazione di quell’ottimo strumento che è il termoscanner. strumento di pronta applicazione, basta che chi si presenta a qualche occasione pubblica abbia una temperatura superiore ai 37,5, per potergli infliggere la quarantena. E non capisco neppure perché si faccia tanto chiasso circa la dichiarazione o meno di zone rosse. In che senso potevano avere un potere salvifico, se non invece di condannare tutti i prigionieri di quella certa area, come ebrei in un ghetto, all’immancabile contagio? Come dissi a suo tempo, è proprio quel modello di immunità di gregge che si voleva attuare in Inghilterra. Quanto poi alla strage degli anziani, più che un’inchiesta regionale, inevitabilmente partigiana, ci vorrebbe una indagine parlamentare, anche per capire come mai noi siamo stati investiti per primi in Europa da un diluvio di contagi. Evidentemente i nostri virologi-monatti non hanno saputo dare i consigli giusti al momento opportuno. Avere avuto quel primato non è una ragione di superiorità, ma ancora una volta è stata la prova di una nostra fragilità costitutiva.

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Arte

Pierluigi Panza: un valido contributo al centenario di Raffaello

La mostra doverosa che le Scuderie del Quirinale hanno allestito per i cinque secoli dalla morte di Raffaello è stata funestata dal lock down scattato quasi subito, a pochi giorni dall’apertura. Ora per fortuna può ripartire. Io ero riuscito a visitarla subito prima della chiusura e a darne un commento in questa sede. Se come suppongo fioriranno altri commenti, sono curioso di vedere se qualcuno vorrà condividere la mia radicale bocciatura del criterio iniquo seguito nell’allestimento, di percorrere le tappe essenziali del Sanzio alla rovescio, dalle ultime alle prime. Ma, in attesa di un simile responso, posso indicare come assai utile un contributo che ci viene da Pierluigi Panza (1963), brillante poligrafo asceso ai massimi livelli del “Corriere della sera”, soprattutto per l’arte, in cui si è affermato con una serie di contributi di valore, come il saggio sugli “Orientalismi” e interventi di accurata filologia su un grande quale Giambattista Piranesi. Nel suo carniere ci sta pure un brillante romanzo, “Nati sotto la luna”, e la ricostruzione di una figura, tra lo storico e il leggendario, come quella di un estroso talento dell’età barocca, Adam Brux. Io sono già intervenuto a più riprese su questi validi apporti, ora segnalo con pieno gradimento un’opera che potrebbe anche sembrare temeraria, in quanto dedicata a un personaggio che la tradizione, la leggenda vogliono assai vicina all’Urbinate, la Fornarina, un tema che rischia le facili cadute in un biografismo sentimentale, pronto a scivolare nel kitsch. Invece Panza ne fa un robusto contributo di attenzione alla cultura materiale di quell’epoca, affrontando l’angosciosa situazione cui a quei tempi erano soggette le povere donne. Non per nulla echeggia ancora nelle nostre orecchie il famigerato auspicio “auguri e figli maschi”. Sappiamo bene che le figlie, se di famiglia nobile, venivano per lo più destinate al convento, vedi la tragedia della Monaca di Monza. Se invece di bassi natali, venivano date in spose a mariti ubriaconi che le percuotevano, trattandole come schiave, o finivano ad alimentare la schiera innumerevole della prostituzione. La Fornarina viene ceduta, dal padre appunto fornaio, non si sa bene a quale condizione, alla cerchia del divino Maestro, a titolo di domestica o di femmina di piacere, ma con la salvezza che, essendo di particolare avvenenza, viene pure da lui assunta come modella. E senza dubbio tra i due si stabilisce un tenero rapporto di affetto, o quanto meno di attrazione sessuale. Proprio nel famoso ritratto che le dedica l’amante le pone un bracciale, come segno indubbio di possesso, con una leggibilissima firma, Raphael Urbinas, Panza ne approfitta per farci entrare davvero nell’officina del grande pittore con attenta, filologica evocazione dei suoi compagni di lavoro, elencati in apertura come “dramatis personae”, e ci sono tutti, con i loro nomi anagrafici, coperti da quelli che la storia ci tramanda, i vari Penni, Giovanni da Udine, Giulio Romano. C’è anche una efficace e attendibile ricostruzione del quadro sociale e di classe dell’epoca, con un Raffaello a cui, per la sua riconosciuta eccellenza, è lecito ricevere inviti ad alto livello. Ma evidentemente la modella e concubina di miseri natali non può varcare quelle soglie, anche se nutre un sogno quasi inconfessato, che il divino amante le dia un riconoscimento ufficiale, fino a sposarla. Invece l’alto stato da lui raggiunto gli riserva una giovinetta scialba, insipida, ma di grande famigli, che per fortuna della nostra trepida amante muore poco prima, o subito dopo le nozze. Ma poi se ne va anche il suo Dio in terra. Speriamo che sia vero, come asserisce il nostro Panza, che il convento le abbia aperto le porte e che non sia finita sulla strada. Purtroppo sempre la puntuale indagine del nostro autore chiude con un particolare che, se in qualche modo fosse giunto alla conoscenza della Fornarina, l’avrebbe stravolta. Nel Pantheon, accanto alla tomba del Grande, ci sta pure una lapide che ricorda quella in sostanza mancata sposa giovinetta, di cui però nessuno ha mantenuto il ricordo, mentre la Fornarina ancora ci sorride, ci seduce dal ritratto che l’amante devoto le ha dedicato.
Pierluigi Panza, Un amore di Raffaello, Mondadori, pp. 205, euro 17,50.

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Letteratura

Una prova incerta di Calvino

Il “Robinson” di sabato scorso 16 maggio ha pubblicato un racconto inedito di Italo Calvino. Naturalmente, trattandosi di un grande autore, ogni nuovo apporto proveniente da lui è da prendere in considerazione, ma tutto sommato trovo che sia stata giusta la sua decisione di non farlo uscire alla luce. E’ una prova incerta, non legata all’”opera prima”, al “Sentiero dei nidi di ragno”, che a sua volta costituisce quasi un unicum nella produzione calviniana, che non amava per nulla quello stato infantile, con le sue innocenti esuberanze. Calvino preferiva occuparsi di uno stato adolescenziale, già disposto al suo atteggiamento di base, consistente in una larga disponbilità e attenzione verso l’ambiente circostante e verso gli altri, senza concedere troppo alle attrazioni del sesso, e neppure a motivi di “Impegno”. In definitiva, la sua produzione più tipica e accettabile si apre con la ben circostanziata cronaca degli “Avanguardisti a Mentone”, il cui autore dà gìà ampia prova di un atteggiamento che si potrebbe dire di “inespressione”, di rifiuto del pathos. E’ un atteggiamento di libera, disincantata attenzione che lo renderà particolarmente disponibile al tema favolistico. Infatti, se andiamo a scorrere le pagine di questo inedito, vi scorgiamo una certa reticenza a impegnarsi a fondo sia nell’avventura sentimentale, mantenendo le distanze da Vanda, e soprattutto nei confronti di una qualche militanza resistenziale. Calvino in definitiva ha capito che una casella del genere era da lasciare per intero a Beppe Fenoglio, assai più dotato di lui, magnifico cantore dell’epica partigiana con una lingua adatta, un mirabile incrocio tra l’inglese e certe forme dialettali. In Calvino, invece, la lingua è sempre stata limpida, trasparente. Non sono mancate in lui delle puntate verso un qualche grado di impegno, come quando se l’è presa, per esempio, col “mare dell’oggettività”, cosa contro cui sono intervenute allora le mie rampogne affidate al “Verri”. Come se lui non fosse invece un perfetto navigatore, proprio nel “mare dell’oggettività”, incerto, in difficoltà se sulla sua strada trovava stati di turbamento psicopatologico, si veda la quasi-ripugnanza con cui avrebbe affrontato, nella “Giornata di uno scrutatore”, le deviazioni patologiche degli internati al Cottolengo. Insomma, a far escludere dal suo “corpus” più legittimo il presente racconto, ritengo che siano state proprio le sbandate di cui c’è traccia verso un “farsi carico”, verso un rischio di palese partecipazione affettiva.

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Attualità

Dom. 24-5-20 (Renzi 2)

Niente da fare, è rinata in pieno la mia adesione a Matteo Renzi, il cui intervento in Senato con decisione finale di respingere la mozione di sfiducia contro il Ministro della Giustizia Bonafede mi è sembrata un capolavoro di finezza. Lascio agli stolti massimalisti, come l’ipocrita e mefistofelico Marco Travaglio e il catastrofico Andrea Scanzi il compito di inveire contro di lui. Di sicuro, se presenti in loco, sarebbero stati tra quelli che lanciavano monetine contro Craxi all’uscita dell’hotel Raphael. Naturalmente nella loro irrisione stava la pretesa che Renzi avesse barattato il suo voto a favore del governo con richiesta di qualche strapuntino di favore per la sua strimìnzita compagine. Invece nobile è stata la sua professione di vicinanza istituzionale al capo del governo, al di là delle critiche che certo è lecito fargli, fino a mettere la sordina alle ragioni di ostilità proprio nei confronti del Ministro sul banco degli accusati. E quali sarebbero questi ignobili favori mercanteggiati sottobanco? L’insistenza sull’avvio dei cantieri, come se questa non fosse la via regia per ridare lavoro alle nostre aziende. E poi c’è stato l’ottimo esito conseguito dal numero due di Iv, la Bellanova, con i provvedimenti a favore delle migliaia di schiavi sottomessi al caporalato nelle nostre campagne. Si aggiunga la giusta rampogna contro la Ministra Azzolina, troppo frettolosa a a lasciare a casa migliaia di scolari, chiudendo anzi tempo le scuole, con gravissimi problemi per genitori che riprendono il lavoro e non sanno a chi affidare i figli. Tutto sta riaprendo, ma non la scuola, siamo unici nel mondo ad averla sprangata a priori, senza neppure attendere gli esiti del contagio.
Del resto, a proposito del riaprire o no, l’Italia è spaccata in due. I gestori di aziende private, baristi, ristoratori, barbieri eccetera, si affrettano a riaprire per evitare la crisi. Invece chi gode di uno stipendio assicurato, come l’infinita schiera dei bibliotecari in ogni organismo, o degli uffici postali, o di altri posti statali, rallentano, pongono regole assurde, si concedono solo su appuntamento e così via.
Ritornando alla questione Renzi. purtroppo resta a danneggiarlo la sbagliata scissione dal Pd, il che certo gli dà una liberà di manovra all’interno di questa legislatura, ma che cosa accadrà alle prossime elezioni, visto che i sondaggi per Iv non si avvicinano alla quota di sicurezza del 5%? Ci vorrebbe un riaccorpamemto delle varie mebra sparse del Pd, col rientro appunto di Leu e Iv, con una somma il che darebbe una somma molto vicina alla percentuale attribuita alla Lega.

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Arte

Omaggio al David di Donatello

La visita virtuale di oggi osa rivolgersi a un classicissimo, al David di Donatello, nella versione bronzea conservata al Bargello di Firenze, che pare celebrare i sei secoli dalla nascita. Donatello è uno dei due terminali dell’eccellenza assoluta che spettò a Firenze per tutto il Quattrocento e oltre, nell’ambito della scultura, avendo l’altro estremo in Michelangelo, posto peraltro a scavalcare abbondantemente quel secolo. Se la Toscana per tutto il XVmo secolo dovette misurarsi con la pittura fiamminga, e anche con l’ombra del tedesco Dürer, in ambito plastico non conobbe di sicuro quella rivalità, e poté anche vantarsi di una assoluta varietà di proposte. Fra l’altro, osserviamo quanto la solita etichetta di Rinascimento risulti stretta, insufficiente per coprire davvero la grandezza dei due, che oltretutto ebbero il compito di spartirsi non solo i titoli di eccellenza, ma anche quelli di una totale differenza di soluzioni. Facendo un ricorso magari indebito a termini attuali, diciamo che Donatello fu un campione di anoressia, l’altro invece di incontenibile bulimia. Il primo modellava i corpi in forme asciugate, fusiformi, attenuandone il rilievo plastico col coprirli di indumenti. L’altro invece mirava alla sacralità del nudo, pronto a fare massa su se stesso, a gettare via ogni inutile orpello o complemento. Proprio il David che suscita queste mie righe è un campione di snellezza ed eleganza, quasi un figurino di moda, impreziosito dai riccioli che spuntano morbidi, fluenti sotto un estroso copricapo. Nella versione precedente, in marmo, Donatello aveva provveduto ad avvolgere l’eroe adolescente in manti, in pieghe. Si aggiunga anche la ben nota abilità donatelliana, sempre al fine di attenuare l’emergenza tridimensionale dei corpi, nel proiettare le scene sul piano, attraverso il suo famoso “stiacciato”, di cui invano cercheremmo qualche aspetto analogo nel Buonarroti, il quale però, se voleva rientrare a distendersi sulla superficie, poteva valersi della pittura, che in fondo era il suo modo di schiacciare i corpi, portandoli a dilatarsi nell’impatto sulla parete. Donatello, se non sbaglio, non ha mai coltivato la pittura, ma non ne aveva bisogno, dato che, volendo, poteva ridurre la pretesa dei corpi di darsi in aggetto portandoli a formati ridotti, ma d’altra parte senza privarli dell’energia di cui fornivano valide prova le opere compiutamente tridimensionali, Uno dei capolavori donatelliani è la Cantoria che si conserva nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, dove le figurette, miniaturizzate, violano però le colonnine che vorrebbero imporgli un ordine, fanno trascorrere la loro corsa esagitata al di là delle inutili sbarre di contenzione. Un artista meno geniale di lui, Luca della Robbia, chiamato a un esercizio analogo, rispetta invece con diligenza la scansione imposta dall’elemento architettonico, obbliga le figure a non varcare quelle soglie. Naturalmente è il Santo di Padova il luogo in cui Donatello mette alla prova fino in fondo la sua sfida a una delle supposte leggi della scultura, portando invece il suo “stiacciato” a gareggiare con esiti pittorici di scene affollate, infinitamente ricche e animate nei dettagli. Sempre pronto però a compiere pronte mosse di risarcimento, di rientrare cioè in un pieno esercizio della tridimensionalità, come avviene, sempre a Padova, nella scultura equestre dedicata al Gattamelata, per un verso “statica”, immobile, monumentale quanto mai, ma anche con tanta superficie da graffire, da animare con sapienti motivi quasi decorativi. E così, continua il cimento con la pittura, quella statua equestre risulta del tutto equipollente a quanto, nel Duomo fiorentino, Paolo Uccello affida all’incedere ugualmente massiccio del suo Giovanni Acuto. Toccherà al Verrocchio e al suo veneziano Colleoni, cancellare quei segni di titillamento della superficie, per ricompattare l’immagine, avviandola verso una terribilità più confacente al tema, e così tendendola verso gli esiti generosamente bulimici, non solo di Michelangelo, ma anche del suo apparente rivale Leonardo. Quanto all’anoressia, alla povertà o castità congenite di Donatello, vale la pena di ricordare, come correzione all’eccesso di eleganza del figurino David, la ruvida, cenciosa immagine della Maddalena, oltretutto sbozzata nel rozzo e volgare legno.

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Letteratura

Luca Ricci: una brillante escursione nell’estate

Ho già osservato come i libri, e in particolare le opere di narrativa, si sottraggano alle dure regole di questo oscuro periodo di lock down, che invece esclude la possibilità di frequentare mostre d’arte e ogni genere di spettacoli. E’ quasi un insperato risarcimento concesso al cartaceo, quando se ne decretava la morte imminente, anche perché le librerie sono sfuggite all’implacabile chiusura imposta alle altre sedi dedicate all’esercizio di qualche attività culturale. E così, proprio in una libreria ho potuto acquistare “Gli estivi” di Luca Ricci, di cui confesso di ignorare ogni prova precedente, compresi “Gli autunnali”, ovviamente collegati a questa uscita contrassegnata da un titolo stagionale, ma potrò essere perdonato dall’Autore in quanto mi accingo a dirne bene. E’ un lieto incontro, per l’andamento smaliziato, leggero, ironico di questa prova, che percorre tanti luoghi della nostra scena quotidiana, ma evitando certi stereotipi da cui sono aduggiati i romanzi di firme più celebrate. E’ una specie di confessione che colui che parla in prima persona rivolge a una giovane concupita, tale Teresa, ma ovviamente non si cade nella trappola sentimentale, colui che ci parla è regolarmente ammogliato, catturato però dal tedio del rapporto coniugale con Ester, la quale del resto gli rende pan per focaccia. Tra i riti dei nostri tempi c’è l’evento inevitabile delle code automobilistiche che si devono subire, soprattutto se ci si muove nei dintorni di Roma. Ebbene, l’estrosa Ester non esita ad abbandonare il marito bloccato nella sua vettura per far visita, e intrecciare rapidi rapporti sessuali, con i prigionieri delle altre auto. Del resto, questa prosa è cosparsa di massime brillanti, a cominciare da quella che riguarda proprio il matrimonio, definito “una bislacca gara a due”. Quanto poi al mettersi in coda per andare al mare nei dintorni di Roma, ecco una osservazione che da sola vale come epitome dell’intero romanzo, secondo cui Ostia viene definita “un Natale in mutande”. Ma se si vuole una morale seria, non seriosa, sovrastante tutto questo affaticarsi, senza capo né coda (che non sia quella già detta delle auto in fila), basterà citare un filosofico “La vita è troppo caotica per capirci qualcosa”. E dunque, il personaggio che ci parla, che sproloquia, che si disperde in un mare di guai, di contrattempi, di circostanze imprevedibili, è del tutto degno di muoversi nel segno di questa saggezza spicciola, ribadita da una convinzione ugualmente di spessore circa “l’inviolabilità dell’essere umano”. Quanto poi al succedersi monotono delle stagioni di cui qui si vuole fare cronaca, anche a questo proposito scatta subito la massima opportuna, pronta a definirle fatte di “Trentuno lunghissime, agonizzanti domeniche”. Giuro che anche quando cesserà il ricatto del contagio, acquisterò le due stagioni mancanti alla rassegna, se Ricci ce le vorrà servire.
Luca Ricci, Gli estivi, La nave di Teseo, pp. 219, euro 18.

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Attualità

Dom. 17-5-20 (Romano)

Questa volta rinuncio a ripetere la mia solita filippica contro i virologi-nuovi monatti perché è sorta una voce ben più autorevole della mia a farsi beffe di loro, quella di Crozza, nella sua rubrica di venerdì 15 maggio scorso, che li ha commiserati, pensando a quando, dall’enorme evidenza in cui li ha posti il contagio, dovranno rientrare nei ranghi, ovvero nei loro tristi laboratori. L’evento del giorno è la liberazione di Silvia Romano, oltretutto passibile di venire associato a un altro memorabile evento, la ricorrenza dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle brigate rosse. Vado a esaminare i vari fatti collegabili a questi casi. Pagamento di un riscatto: lo si è sempre fatto, e dunque non c’era nessuna ragione per negarlo proprio nel caso della Romano. Qualcuno, il solito Salvini, ha osservato che chi va a cercarsi dei guai risponda di persona e non chieda una solidarietà pubblica, ma in proposito vorrei addirittura ricordare un fatto personale. Nel 2003 e 2004, quando in Cina imperversava l’epidemia SARS, io mi sono recato a Pechino perché stavo preparando la rassegna “Officina Asia” in cui era prevista proprio la partecipazione di un consistente numero di artisti cinesi. Allora ero direttore del Dipartimento arti visive dell’Università di Bologna, le cui impiegate fecero di tutto, rivolgendosi fra l’altro al rettore, per impedirmi di partire, temendo il rischio che io potessi rientrare magari come apportatore di contagio, ma mi feci scudo delle istituzioni ufficiali, i nostri Affari Esteri non ci avevano affatto vietato la possibilità di recarci in Cina, e dunque potei partire in piena legittimità. Devo dire che al mio ritorno proprio quelle impiegate che avevano cercato di impedirmi la partenza pensarono bene di mettersi in malattia per evitare un contatto con me, considerato pericoloso. Tornando alla nostra Romano, lei era partita per il Kenia, paese del tutto aperto al nostro turismo, anche nelle forme turpi dello sfruttamento sessuale. E dunque, non le si poteva certo impedire di recarsi in quel posto, oltretutto per fini benefici. Certamente ha fatto scandalo che, al termine della lunga prigionia, sia comparsa dall’aereo che la riportava indossando una veste islamica, con voluta decisione, in quanto i nostri agenti accompagnatori avevano fatto di tutto per dissuaderla. E dunque, bisogna pensare che la prigionia non sia stata per lei solo un orrido periodo di sofferenze e privazioni, ma che, conoscendo da vicino i suoi stessi rapitori, ne abbia condiviso alcune ragioni di fondo, aderendo anche all’insegnamento maomettano, e forse è intervenuto pure qualche legame sentimentale a confermarla nella sua decisione. Ma fin qui, di nuovo, non vi è stato alcun reato, diversamente sarebbe stato se la Romano si fosse presenta avvolta nell’abito nero dei foreign fighters, ovvero degli aderenti all’ISIS, formazione da noi posta fuori legge. Dunque, nulla da imputarle a termini di legge, starà a lei, col tempo, spiegare che cosa l’ha indotta alla volontaria assunzione sia dell’abito sia di quella professione di fede.
Veniamo ora al caso Moro, il cui sequestro, da parte dei Brigatisti, era rivolto non tanto a ottenere un riscatto in termini pecuniari, quanto un prezioso riconoscimento della loro esistenza come soggetto politico. In tale circostanza io già allora ho condiviso l’opinione maggioritaria, che non si dovesse cedere a quel ricatto, anche se ciò equivaleva a una condanna a morte del prigioniero. In quell’occasione mi dissociai, nel mio privato, dall’amato leader Craxi, che invece fu quasi l’unico tra gli esponenti politici di rilievo a esortare ad accettare la trattativa per il rilascio dell’ostaggio. A questo proposito ricordo la mia approvazione a posteriori circa la decisione del CLN di procedere senz’altro all’esecuzione di Mussolini, ovvero, quando si tratta di leader politici colpevoli di gravi reati comunitari, e suscettibili di essere recidivi, non ci può essere pietà, bisogna essere inflessibili nella condanna, costi quel che costi. A quell’epoca fui anche risoluto nel giudicare male, come indebiti, come segni di debolezza morale, i tentativi che Moro fece di ottenere comprensione da parte dei compagni di partito. Del resto non sono mai stato ammiratore di Moro, ritengo che la sua fama sia stata ingigantita a posteriori proprio per effetto della sua morte, a mio avviso egli è stato sempre l’uomo dei compromessi, ma non avrebbe mai sancito un incontro effettivo col PCI, si sarebbe limitato alla politica alquanto ipocrita delle “convergenze parallele”, un ossimoro condannato a una impossibile realizzazione. Naturalmente, sarebbe stato un bene per tutti, per la persona umana prima di tutto, e poi per la politica, che avrebbe potuto andare a “vedere” la tenuta del personaggio, se, senza pagare uno scotto, ce ne fosse stata la liberazione. In merito non capisco perché mai un leader come Romano Prodi, con tanti titoli di gloria raggiunti in seguito, non si decida a svelare l’enigma, cioè a dire da quale fonte occulta gli era giunto il suggerimento di accennare a Gradoli, attraverso una del tutto improbabile seduta spiritica, come possibile nascondiglio del sequestrato. Purtroppo si fece confusione tra il lago nei dintorni di Roma e la viuzza omonima proprio nell’Urbe, con l’incredibile dettaglio che lo stradario dell’epoca non la menzionava. Dei servizi segreti che si bloccano davanti a un particolare risibile come questo hanno dimostrato la loro insufficienza, o peggio ancora una volontà perversa di far sparire un personaggio divenuto scomodo.

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Arte

Ricordo di Klaus Volbert

Qualche giorno fa i quotidiani davano una scarna notizia della scomparsa di Klaus Volbert, un tedesco che nella sua carriera è stato direttore di musei e coinvolto in altre imprese culturali. Io ho avuto almeno tre occasioni di lavorare con lui, due delle quali molto positive, una terza un po’ meno, ma non per colpa sua. Nel 1990 mi è riuscito di organizzare due mostre di arte italiana all’estero, con finanziamento del Ministero degli Esteri, cosa del tutto insolita, più unica che rara per me. Una di queste imprese era rivolta alla Spagna, e alle sue due città più importanti, Madrid e Barcellona, già allora fieramente avverse l’una all’altra. Si trattava della mostra intitolata “La otra escultura”, dove quell’”otra” andava inteso in due sensi, in accezione tecnica, in quanto in quella rassegna mi occupavo solo di realizzazioni che prescindevano dai classici marmo e bronzo usando invece i nuovi materiali tecnologici, dai metalli alle sostanze plastiche. Ma quell’”otra” aveva anche un altro senso, voleva essere un atto riparatorio nei confronti del predominio acquisito, all’estero, dalla celantiana Arte povera. Ora la scomparsa prematura di Germano ha dato la stura ha una serie di commenti quali non avrebbero avuto, se scomparsi in questi giorni, neppure un Roberto Longhi o un Giulio Carlo Argan. Sono uso di solito dire che Celant, all’estero, è il critico italiano più noto dopo il Vasari, ma è dubbio che abbia servito davvero alla causa della difesa dell’arte italiana, se si eccettuano i suoi magnifici undici della formazione poverista originaria, abili da subito a entrare nell’onda sessantottesche delle nuove proposte. Si dirà che negli ultimi anni molti artisti ancora in vita o i loro eredi si sono affidati a lui per la redazione di un catalogo completo della loro opera, naturalmente in inglese, questo nel caso, fra gli altri, di Melotti, Vedova, Mattiacci, ma mi sembra che il super lodato critico non abbia avuto la bacchetta magica di farli accettare dagli USA, che del resto sono stati alquanto moderati nell’accettare i Poveristi stessi. Tornando alla mostra spagnola, vi collocavo i “dimenticati” dal filtro opportunista di Celant, che magari si era profuso in riconoscimenti a favore di Piero Manzoni, ma molto meno per Carrino, Uncini, Cstellani, , per i cinetici milanesi, e se poi veniamo all’ondata post-sessantottesca, poco o nulla per Arienti, Cavenago, Nuovi Futuristi e così via. Fra gli altri, c’erano Ceroli e Pascali, ma perché li ho sempre strappati dall’inclusione poverista per riportarli nell’ambito che loro appartiene della Pop Art. La mostra spagnola, lo faccio per vantarmi, rovesciando lo stereotipo, fu un mio capolavoro di tattica di savoir faire, basti dire che, avendo diviso la fitta rassegna in due puntate, le feci esporre a incrocio nelle due città, ottenendo anche che il catalogo, edito da Fabbri, avesse il mio testo, ovviamente italiano, tradotto solo in castigliano, anche se a Barcellona bofonchiarono parecchio per la rinuncia al loro catalano. Sempre con l’aiuto del Ministero degli Esteri, l’intera mostra poi è migrata a Darmstadt., al Matildenhohe, diretto appunto da Volbert, considerato un “italianisant”, e il fatto stesso di aver accettato la mia proposta ne era buon segno, come pure l’intera accoglienza generosa e amichevole di cui mi gratificò in quei giorni. Ovviamente la mostra, volgendo in tedesco il titolo, diveniva “Die andere skulptur”, e per me fu una grande emozione vederla collocata nel meraviglioso edificio progettato da uno dei “Viennesi”, J.M. Olbrich, eroe dei miei precedenti studi sul clima complessivo del Liberty, o in questo caso dello Jugendstil. Devo dire che, essendoci di mezzo i nostri Esteri, l’inaugurazione avvenne alla presenza del nostro ambasciatore, allora a Bonn, e del burgmaister della cittadina dell’Assia, mettendomi in un tormentoso conflitto a chi dei due dovessi dare la precedenza nel concedere la parola. E dovetti tenere a freno l’amico Mainolfi, splendido partecipante, ammonendolo a non ripetere una sua barzelletta, quella della diversa destinazione delle lingue europee, per cui, se il francese è buono per l’amore, il tedesco serve solo per dare ordini ai cani.
Poi, agli inizi del nuovo secolo, godetti dell’appoggio dell’Ente bresciano manifestazioni artistiche che mi consentì di realizzare una mostra molto ambita, una rassegna per sostenere la tesi che l’Impressionismo non è solo francese ma è esistito in tutti i Paesi dell’Occidente, e dunque anche in Inghilterra, in Germania, in Russia e così via. Ma urtai contro l’ostracismo o l’incredulità dei direttori di musei proprio della Germania, e dunque mi rivolsi di nuovo a Volbert chiedendo il suo aiuto, e ottenendolo, per un certo numero di prestiti tali da sostenere la mia tesi, che beninteso in seguito si sarebbe rivolta anche al nostro Paese, accreditato anch’esso di aver avuto un Impressionismo dignitoso, anche se sparpagliato in diversi centri, come è nel DNA della nostra cultura, ma anche in quella tedesca.
Infine Volbert, terminati i suoi vari uffici direttoriali, è divenuto il principale consulente di Volker W. Feierabend, suo connazionale ma, almeno attorno al 2010, residente a Milano e divenuto un grosso collezionista di cose nostrane, credo in gran parte da lui date in comodato al MART di Rovereto. Non so se consigliato proprio da Volbert, questo personaggio mi ha commissionato un saggio di accompagnamento al catalogo dedicato alle sculture di Agenore Fabbri, cosa che ho fatto ben volentieri, dato che questo artista costituiva un buco nella trama dei miei interessi. Poi praticamente di questo mio lavoro non ho saputo più nulla, non ne ho ricevuto copia, credo che il committente mi abbia considerato un volgare esecutore su comando, liquidato da un magro compenso, dato che purtroppo in questa veste non mi so fare valere. Ma non posso fare colpa a Volbert di questa infelice riuscita, restano dunque i due precedenti titoli di merito che mi inducono a dedicargli questo commosso ricordo.

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