Arte

Come gioca bene Dado sui nostri muri

Alessandro Ferri, noto con lo pseudonimo di Dado, è dagli inizi del nuovo secolo uno dei maggiori protagonisti italiani di un fenomeno di grande attualità, la “street art”, che a sua volta è parente stretta dei Graffitisti newyorkesi, capeggiati da Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, e addirittura dei Muralisti anni Trenta, dai Messicani ai nostri Novecentisti guidati da Mario Sironi. O in genere si può anche parlare di “wall paintng”, una modalità universale attraverso cui si riaffaccia sua maestà la Pittura. Il secolo precedente si era aperto con una formula di negazione, nella credenza che la nuova era fosse da lasciare nelle mani del macchinismo e dei suoi schemi di un rigoroso spirito geometrico, preludio di Gropius e del Bauhaus, dove in effetti i pittori non erano graditi. L’austriaco Loos aveva pronunciato il famoso scongiuro, “l’ornamento è un delitto”, ma in seguito c’erano stati vari fenomeni di rovesciamento di quel detto, e ora addirittura la formula si può capovolgere, l’ornamento è un bisogno fisiologico dell’umanità, guai quindi alle pareti bianche, intonse, vergini. Da qui la tendenza ad aggredirle con una grande varietà di interventi, alcuni di pessimo gusto, gesti inconsulti e dannosi, da cui almeno i centri storici delle nostre città vanno accuratamente difesi, Ma anche quando sulle pareti intervengono dei pretesi artisti, c’è un pericolo sovrastante, che cioè pur attraverso buoni propositi si rilanci un figurativismo di bassa lega, tributario di un surrealismo facile e irresponsabile, Io non esiterei a mettermi alla testa di una crociata per cancellare queste cattive prestazioni. Ma non è certo il caso di Dado, che se non sbaglio ripudia quasi del tutto dal suo repertorio l’iconismo, preferendo valersi di un linguaggio, non diciamo astratto, termine anch’esso abusato, ma proprio aniconico, magari cominciando proprio a giocare col suo nome di battaglia, agitando come dei dadi e rovesciandoli sulle pareti, in combinazioni multiple e ingegnose, Oppure ricorre a dei nastri che si attorcono come gli anelli di Moebius, arricciandosi, intricandosi in nodi infiniti. In ogni caso le sue immagini non pretendono di balzare fuori dalle pareti, ma quasi le accarezzano, gli fanno il solletico, si acquattano negli intonaci, sfruttando magari anche le screpolature, le crepe che vi si trovano, quasi cercando di rientrare nei muri, di venirne riassorbiti. Insomma, non ci sono emergenze spudorate, vistose, insostenibili, ma procedimenti perfettamente intonati alle esigenze della bidimensionalità. La fitta attività svolta da Dado nell’ultimo decennio meriterebbe un discorso più approfondito. Questo mio intervento estemporaneo e inadeguato è motivato dal fatto che mi trovo in vacanza a Cortina d’Ampezzo, dove Dado arriverà tra poco per fare una installazione in piena natura, non più accarezzando pareti ma muovendosi a tutto campo in un ambiente boscoso, e in questo caso mi pare che ricorra al gioco detto shangai, cioè a una moltitudine di bacchette, di asticciole che si squadernano nello spazio, oppure vi erigono come delle palizzate. Non so se le mie attuali difficoltà deambulatorie mi consentiranno di andare a visitare in presa diretta queste sue installazioni, magari ritornerò sull’argomento in termini più appropriati, ma intanto ho voluto giocare d’anticipo rendendogli un omaggio pienamente meritato.

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Letteratura

“Il Verri” ci ricorda che la poesia deve far male

La gloriosa rivista “Il Verri” pone il suo ultimo numero, il 72, all’insegna de “La poesia fa male” in cui si riconosce subito un grido di battaglie delle avanguardie vecchie e nuove, che sta nel prendere la poesia “in gran dispitto”. I conformisti di tutte le stagioni la prendono per il verso dritto, la accarezzano, chi si oppone procede alla rovescio, come ci aveva esortato Corrado Costa, da un “audiotape” che abbiamo ascoltato con adesione totale, quando nel 2003 a Bologna avevamo festeggiato il quarantennale dalla nascita del Gruppo 63. La voce di Costa, purtroppo ormai scomparso, così ci ammoniva: “zucconi, questo è il retro, voltate il disco”. Noi invece avevamo capito che il nostro destino, la nostra missione erano di ripetere entusiasti “questo è il retro”. Del resto sappiamo bene che anche i medicinali per essere davvero utili alla salute all’inizio devono “fare male”. Purtroppo la direttrice Milli Graffi se n’è andata poco prima che uscisse questo numero della rivista, che le era sta affidata dal marito Giovanni Anceschi, erede a sua volta del “Verri” lasciatogli dal padre fondatore Luciano, e da lui girato alla consorte per la sua maggiore competenza in campo letterario. Purtroppo questo numero pur in sé felice e appropriato si pone all’ombra di altri lutti, è scomparso Nanni Balestrini, grande maestro di questo prendere la poesia, e tutto il sistema delle arti, alla rovescio. E se n’è andato pure Paolo Fabbri, cooptato nel comitato di redazione. Per fortuna è sano e vegeto. malgrado i suoi novant’anni, Angelo Guglielmi, e vorrei proprio cominciare con un commento sul suo intervento, che osserva una grande verità. Questo nuovo secolo si è aperto come in sordina, con spiccata differenza rispetto a Ottocento e Novecento, che erano iniziati con la detonazione di movimenti arrischiati, violenti, ben decisi a fare la differenza. Invece il 2000 è partito quasi in silenzio. A dire il vero proprio Angelo non era stato con Balestrini e con me quando avevamo creduto che il secolo scorso fosse sano e vitale fino alla fine, celebrando un’ondata eccezionale di narratori negli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. Quando poi, cacciati via da quel nido ospitale, sempre Balestrini e io stesso abbiamo voluto trasferirci a Bologna, con RicercaBO, la narrativa è apparsa alquanto languente, priva di esiti memorabili, tanto che Nanni aveva preferito andarsene alla chetichella per concentrarsi nella sua pratica totale dell’intero sistema delle arti. Però, quando la narrativa fallisce, ricordandoci che non è tropo presente nel DNA nazionale, la poesia non manca mai, seppure mostrandosi pronta a coltivare il retro, cioè in sostanza a indentificarsi con l’anti-poesia. Di cui era ottima esponente la stessa Graffi, tanto che io l’aveva inserita, nell’80, in un pamphlet intitolato “Viaggio al termine della parola”. Ma poi, diciamolo pure, avevo litigato con lei proprio per l’ostracismo che aveva rivolto contro tutti i nuovi arrivati anni Novanta del secolo scorso, da me raccolti all’insegna di “E’ arrivata la terza ondata”. Ora proprio questo numero dimostra che Milly si era ricreduta, infatti vi sono presenti Bajno e Cepollaro, che in definitiva hanno aperto questo “post”, rispetto alla seconda ondata dei Novissimi, e dello stesso Balestrini. Chissà perché, è assente l’altro membro di quel trio, Lello Voce. Ho detto di una certa insufficienza che l’attuale RicercaBO deve lamentare sul fronte della narrativa, ma non su quello della poesia, forse più presente nel nostro codice genetico. In fondo, lo stesso Gruppo 63 si era rivelato proprio con in poeti Novissimi. E anche l’attuale RicercaBO può vantare un fenomeno di punta in ambito poetico, anche se ovviamente preso pur sempre alla rovescio. Si tratta di quell’ambiguo e contradditorio atteggiamento battezzato da Marco Giovenale e amici “Prosa in prosa”, come di vede, una ennesima applicazione del criterio di rovesciamento, di convinta pratica dell’antitesi. Vedo con piacere che Milly, lasciandoci, si è completamente ricreduta verso questi ultimi post-Novissimi. Infatti in questo numero della rivista, oltre a Giovenale, sono ospitati altri partecipi dello stesso fenomeno, quali Andrea Inglese e Alessio Broggi. Dunque, è davvero completo, esauriente il fronte di quanti seguono il precetto di Costa e coltivano assiduamente il “retro”, ben consapevoli che la poesia giusta è quella che deve far male.

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Attualità

Dom. 9-8-20 (Speranza)

I miei pochi lettori sanno che nelle puntate precedenti avevo inalberato il detto, riferito ai virologi, ovvero ai nuovi monatti, “finché c’è contagio c’è speranza”. Stranamente mi era sfuggita l’identificazione col nome di Speranza, ministro della salute, e dunque ora sono ben lieto di rovesciare la frase, dichiarando che “finché c’è Speranza (al ministero), c’è contagio”, nel senso che le sue incerte fortune restano a galla finchè circola il timore del contagio. Il personaggio è uno di quegli ultra-sinistri che se ne erano andati da Pd non sopportando Renzi, e costituendo la schiera di reprobi detta LEU. Non si vede perché mai, ora che il cattivo Renzi se n’è andato, non rientrino nell’ovile, e neppure perché l’attuale segretario Zingaretti non tenda loro la mano, col che anche nei pronostici il Pd si avvicinerebbe molto alla Lega. Coltivo anche il sogno che pure Italia viva vi rientri, visto il suo fallimento numerico, ma non di idee, in quanto Renzi resta la principale testa pensante di una sinistra magari non gradita da Speranza e compagni. Il quale ministro ha fatto una gaffe enorme, scordandosi di avvisare che col 31 luglio non era affatto scaduta la stupida regola della distanza sociale. Trenitalia aveva colto al balzo quella omissione accettando prenotazioni a posti completi sulle FR. Il divieto che Speranza si è affrettato a ribadire ha creato, come tutti sanno, un caos incredibile nei vacanzieri, suscitando un danno ben superiore a quello di eventuali contagi. Oggi leggo sul “Corriere” che ormai c’è una ribellione a livello regionale contro quell’assurdo criterio, che serve solo a Speranza a prorogare all’infinito i suoi poteri. In questo momento mi trovo a Cortina dove sono ferme le funivie, con la conseguente perdita di lavoro per tutti gli addetti e per i rifugi a cui si potrebbe comodamente accedere col mezzo pubblico. Ci sono casi estremi, come quello di Radio Cortina che nega l’accesso alle sue stanze, scomode da raggiungere salendo ben quattro pianerottoli privi di ascensore, e dunque non certo aperti a una frequentazione di massa. I cattivi ministri sono soprattutto in carico dei Pentastellati, come Bonafede, che invece dovrebbe essere subito ribattezzato in Malafede, in quanto ha rinunciato ad affidare a quel magistrato l’incarico di rilievo nelle carceri per paura della reazione dei mafiosi condannati al rigore del 41 bis. E pessima ministra è pure l’Azzolina, che non capisce che se non viene meno il criterio della distanza non può far ripartire l’anno scolastico. Magari si possono moltiplicare i banchi, ma non gli insegnanti, che erano già insufficienti prima del coronavirus, e lo sarebbero ben di più, se proprio nel rispetto dei precetti di Speranza si volessero moltiplicare le classi per consentire che ognuna ospiti solo una decina di allievi, tutti ben lontani tra loro, e magari anche sottoposti a tampone. Si sa che il tampone è la grande arma in mano a chi vuole perpetuare il contagio. Basta farne qualcuno di più, e il numero risale. Io non conosco nessuno che sia stato “tamponato”, nell’intera città di Bologna coi suoi 300-000 abitanti, O quanto meno, nessuno di mia diretta conoscenza. Come si sa, l’ultima Speranza dei nostri volonterosi nuovi monatti è il conteggio degli asintomatici, Quasi per definizione, se uno in questo momento non rivela di essere contagiato, resta sempre da giocare la carta di farne un asintomatico, e così il numero può salire.

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Arte

Importanza di Boltraffio

Un incontro con l’amica e collega Carla Bernardini mi fa scoprire, con molta vergogna, che due anni fa mi era sfuggito un convegno su “Leonardo a Bologna”, dove a dire il vero la presenza del grande artista nella città felsinea non ha dato frutti eccessivi, ma non così quella di Giovanni Antonio Boltraffio, cui proprio la Bernardini ha dedicato un saggio approfondito, con un ottimo corredo di immagini. Se me ne fossi reso conto, avrei potuto portare acqua fresca al mio mulino, consistente nel tornare ad attribuire a questo allievo di Leonardo i due Ritratti, della “Dama con ermellino” e della “Belle Ferronnière”, che gli erano correttamente attribuiti lungo tutto il primo Novecento, per essergli poi stupidamente sottratti solo in base alla regola che, trattandosi di capolavori, non potevano essere usciti da un pennello ”minore”. Questo ad onta di ogni responso stilistico, secpndo cui il Boltraffio in qualche modo conferma il detto “guai all’allievo che non supera il maestro”. Qui però, più che fare un discorso di qualità, bisogna insistere sui caratteri intrinseci di un artista, e questi sono quanto di più diverso, nell’allievo, si possa trovare rispetto al maestro. Partiamo pure dal dipinto più importante che entra nell’antologia accompagnatrice del saggio, la tavola in cui si vedono il Battista, San Sebastiano e due committenti, con prestigiosa collocazione al Louvre. Intanto, c’è già una infrazione a una regola leonardesca, che amava composizioni incentrate su pochi protagonisti, mentre in quest’opera ci sono ben cinque figure di adulti, oltre al Bambino. Ma soprattutto, conta vedere come queste figure siano ben chiuse, come delle sogliole, delle “sottilette”, degli “ossi di seppia” entro confini certi e asciutti, con totale contradizione rispetto alla fattura aerea, porosa, “sfumata”, come avviene normalmente nel caso di Leonardo. Ma veniamo ai ritratti, che ovviamente costituiscono il miglior banco di prova nel confronto tra maestro e allievo. La campionatura offerta dalla Nernardini ce ne dà ben tre, dove si potrebbe osservare che i capelli appaiono mossi, inanellati, e dunque propensi a scherzare al vento, come voleva l’insegnamento del Vinci. Ma il Boltraffio istintivamente contraddice questa regola in quanto le sue onde pilifere, invece che essere leggere e soffici, e soprattutto affidate al libero caos della natura, oscillano con precisone puntuale, come fossero fuse nel bronzo, mutando appunto un carattere di sostanza organica in uno ben diverso di metallurgia, improntata a un bisogno di simmetria che è dominante proprio nel regno dei metalli, mentre è sconosciuto ad ogni ordine di natura. Il Maestro, se interpellato, avrebbe fortemente contestato una simile errata applicazione dei suoi precetti. Inoltre scatta un altro aspetto totalmente dissonante rispetto alla lezione vinciana, che voleva che i volti dei suoi personaggi fossero liberi da ogni recinzione, dismettendo collane, monili, ogni altro elemento che avesse preteso costituire degli ostacoli alla libera invasione dell’atmosfera. Al contrario, il Boltraffio sente un bisogno istintivo di simili corpi aggiunti, affusolati, lineari come colpi di fioretto, come agopunture. Sarà un monile che solca il collo del S. Sebastiano del Museo Puskin, o la freccia impugnata da un Giovane non meglio identificato di un Museo di San Diego, cui si aggiunge sulla chioma una vezzosa foglia d’alloro, quasi che in questo artista ci fosse la volontà di non mostrare mai della carne nuda, ma di dover inventare di volta in volta opportune coperture, copricapi. Il tutto trova poi un culmine nel ritratto dedicato proprio al gentiluomo che lo ha introdotto nell’ambiente felsineo, Girolamo Casio, anch’esso con collocazione illustre a Brera. La calotta sulla testa ospita un preziosissimo ricamo, tra natura e squisito artificio, qualcosa che viola, contraddice alle radici il perfetto naturalismo leonardesco. E si aggiunga quel collarino che cinge il collo, quasi il segno di un taglio crudele, di una ghigliottina, ma nello stesso tempo aggraziata, fino al lezio. E che dire di quel fiocco pendulo, anch’esso appartenente a un gusto per la decorazione, o comunque a una volontà di interrompere le superfici, di violentarle con qualche taglio, tra il crudele e il raffinato? Morale della favola, da questo saggio si conferma l’alta statura dell’allievo, anche per la capacità di andare per la sua strada, a dispetto di tanti commentatori recenti che hanno voluto limitarne il ricordo nascondendolo sotto l’ombra del grande Leonardo.
Con Leonardo a Bologna. Atti del convegno del maggio 2018, Biblioteca dell’Archiginnasio, seconda sessione.

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Letteratura

Una nuova valida prova di Frascella

Di Christian Frascella mi ero già occupato all’uscita del suo “La sfuriata di Bet”, 2011 con recensione positiva su “Tuttolibri”, da cui poi sono stato espulso per indegnità. Ora confermo il gradimento, in questo mio blog a ruota libera, a proposito del recente “L’assassino ci vede benissimo”. A tutta prima mi si potrebbe obiettare che con queste sue prove Frascella entra nella schiera innumerevole dei “giallisti”, fenomeno di punta dei nostri anni, da indagare più con strumenti di sociologia che di critica letteraria. Ma il suo eroe, di nome Contrera, si distingue semmai per una ironica e masochistica confessione di fallimenti continui, nella vita e nell’attività professionale, di detective emarginato, alla testa di una ditta di incerte fortune e incassi. Naturalmente alle sue spalle ci sta una tipica famiglia “aperta”, come appunto è nel nostro costume quotidiano, ma spicca già per qualche originalità la situazione curiosa e insolita in cui questo protagonista sfortunato si caccia. Infatti ha lasciato, quasi come d’obbligo, la moglie Anna, ma non senza prendere congedo da lei con un ultimo rapporto sessuale, da cui la donna resta incinta, creando un evidente imbarazzo nel marito, già avviata a una convivenza ritenuta più vantaggiosa con una fanciulla più giovane. Come confessarle questo legame residuo che lo vincola pesantemente a un passato prossimo? Del resto, ad allacciarlo ad esso c’è pure un rapporto, neanche dirlo, tempestoso, con una figlia che vuole vivere la sua vita, sfuggendo a un controllo paterno, cui manca del resto ogni credibilità e onorabilità. Le cose vanno male pure sul fronte professionale, dove Incontrera riesce a procacciarsi solo piccole committenze, come quella di ottenere un risarcimento per un cliente a cui è stata venduta un’auto assolutamente manchevole delle qualità e garanzie promesse al momento della vendita. Un piccolo affare che però cresce di importanza, in quanto il venditore truffaldino è protetto dalla malavita organizzata, con cui il nostro non-eroe è costretto a ingaggiare un conflitto, come su un ring, dove la partita si disputa a varie riprese, con un punteggio che talvolta sembra disastroso per il nostro detective, a conferma di una sua incapacità costitutiva, ma talaltra i casi della vita gli offrono qualche vantaggio. Insomma, il referto finale è sospeso, tra fallimenti ma anche colpi di fortuna e gratificazioni impensate e improvvise. Una catena di fatti , un minestrone tutto sommato ben amministrato, nei sapori, nei contrasti, in tutto degno, come concludevo in quella mia passata recensione e ora confermo, della categoria di un realismo accompagnato da due “neo”, ovvero ben sintonizzato sui guai, brutture e incertezze del nostro orizzonte quotidiano.
Christian Frascella, L’assassino ci vede benissimo, Einaudi, pp. 283, euro 18.

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Attualità

Dom. 2-8-20 (distanziamento)

Commentando i fatti del giorno. Rinvio di Salvini a processo. Nessuno può dubitare del mio sinistrismo, di socialdemocratico da sempre e di attuale iscritto al Pd, ma ho già detto in passato che male ha fattoi il giustizialismo dei tempi di Mami pulite ad abolire un istituto millenario come l’immunità, che a Roma interessava i tribuni della plebe e in seguito, in genere, nei parlamenti di tutto il mondo chi vi sedesse. Un deputato o senatore ha diritto all’immunità se quello che ha fatto trova giustificazione in ragioni collettive, di ideologia o di politica, mentre non ce ne sono per reati a carattere individuale. Per quanto nefanda, la politica di Salvini quando era ministro degli interni rientra nel primo tipo, e dunquw non lo si doveva deferire alla magistratura. Si aggiunga il fatto clamoroso che il governo giallo-verde, con Conte alla testa, lo aveva salvato in un’occasione del tutto simile, e dunque, con quale coerenza ora invece lo ha potuto condannare, per evidenti ragioni di opportunità politica?
Oggi sono in buona con la destra, perché condivo pure l’opposizione che sia Salvini sia la Meloni hanno gestito contro la sciagurata decisione del governo di prolungare l’emergenza antivirus fino alla metà di ottobre, I virologi, ovvero i nuovi monatti hanno vinto ancora. Vorrei far notare il grave guaio che ne viene per la ripresa dell’anno scolastico, se resta immutata la preclusione di stare vicini, magari seduti sullo stesso banco. Se questa stupida norma sopravvive, ne vengono conseguenze quasi ridicole, come quella di commissionare milioni di mono-banchi, richiesta assolutamente irrealizzabile in breve tempo. Ma la pretesa di non avere classi di più di una decina di utenti implicherebbe pure il raddoppio dei docenti, dove trovarli in così poco tempo? Oggi leggo una notizia confortante, che sui treni FR sarebbe possibile stare seduti l’uno accanto all’altro, e allora, perché non concedere la stessa possibilità agli alunni, senza bisogno di raddoppiare banchi e docenti? Dovrei ripetere, come ho già fatto innumerevoli volte, che basterebbe applicare sulla fronte di ogni studente all’ingresso dell’aula il termo scanner, impedendo di entrare solo a chi abbia un’alta temperatura, una verifica semplice e immediata. Ma i nuovi monatti non ci sentono da questo orecchio, continuano a cullarsi sotto il detto “finché c’è contagio c’è speranza”. Quel grande attore che oggi celebriamo, Alberto Sori, in uno dei suoi capolavori aveva proclamato qualcosa di simile, “Finché c’è guerra c’è speranza”.

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Arte

Premio Michetti 71: un buon assortimento di coktails

Sono ben lieto che la 71° edizione del Premio Michetti sia stata affidata a Guido Molinari, per me è quasi un atto di giustizia, in quanto con lui, e con Guido Bartorelli, che spero possa a sua volta curare una prossima edizione del Premio, avevo gestito varie rassegne, intitolate Officine o, con qualche sicumera, Biennali dei giovani, dove molte delle proposte venivano da loro. Io stesso, quando due anni fa ho curato a mia volta un Michetti, ne avevo approfittato sfruttando alcuni loro suggerimenti, E’ dunque se si vuole una partita di giro, anche con un’impostazione di base, che riconosce come tratto tipico dei nostri anni una situazione di eclettismo sistematico, di ibridazione endemica. Io in proposito utilizzo un efficace termine proposto dalla coppia francese Deleuze-Guattari, quella di plateau, cioè di una specie di altopiano in cui si raggiunge un equilibrio dinamico cercando di tenersi lontani dagli orli estremi. Un tempo invece si preferiva stare tutti da una parte, o verso l’innovazione spinta, con disdegno dei mezzi tradizionali, o verso un loro recupero in nome di un gusto rétro. Nella presentazione alla sua mostra Molinari ha usato un’ottima metafora, dicendo che questa trentina di artisti ci propone ciascuno un proprio cocktail, cioè una giusta miscela tra ingredienti diversi, con ricette personalizzate al massimo. Il titolo della rassegna indica già di per se stesso questo stato di privatizzazione spinta, parlando di un’”Aureola nelle cose” che porta anche a un “sentire l’habitat”, e mi pare derivarne la conseguenza che ciascuno dei partecipanti usa appunto i sensi a modo suo, in tanti modi diversi. Del resto, non si creda di essere in presenza di una specie di serie bis, rispetto alle nostre precedenti antologie. In fondo, di “ritornanti” ce ne sono solo tre: Pierpaolo Campanini, col suo iperrealismo. che però ora sembra volersi sgretolare, allentando l’ordito stretto con cui di solito si presenta (A lui uno dei due premi acquisto). E Valerio Nicolai, con una tradizionale visione di una cappa di camino sotto cui però albergano strani fluidi invasivi. Infine, le foto di Niccolò Morgan Gandolfi, ma a dire il vero proprio questo gusto accentuato del particolare porta a non praticare in eccesso un mezzo, evidentemente considerato troppo freddo. E poi ci sono prove di squisita sensibilità, anche se sfuggente, al limite dell’invisibile, come di Serena Vestrucci, che dorme munita di una matita chiamata a registrare i mini-movimenti compiuti involontariamente nel sonno. Giuseppe Lana insegue e fissa il volo delle zanzare. Enej Gala ci propone uno spezzatino di animali, rospi schiacciati, che diventano come enigmatici testi di Rorsach, o colli mozzati di gallinacei. Marta Pietrobon ci propone un vassoio di ostriche, ma di sicuro indigeribili, divenute simili a gioielli, a talismani, non certo da inghiottire. In fatto di macchie o sagome, compare anche Marco Samoré, vecchio cavallo di battaglia che si sa rinnovare. C’è chi, come il duo Lisa Dalfino-Sacha Kanah, offre un piatto colmo i colori e sapori, quasi un simbolo efficace dell’intera rassegnadi. Marcello Tedesco ci propone una statua poggiante su una base estremamente elaborata, quasi seguendo l’esempio dei favolosi piedistalli di Brancusi. E beninteso ci sono coloro che non evitano il ricorso a sua maestà la pittura, come Giovanni Copelli, che sembra quasi voler rendere omaggio a uno dei novecentisti anni Trenta come Pompeo Borra. E molto sapiente è pure la combinazione di immagini di “buone cose di cattivo gusto” che inzeppa in un dipinto Thomas Braida, con tanta abilità da meritarsi uno dei due premi ufficiali assegnati da questa rassegna, che si fa vanto esplicito di essere costituita da tanti “poveri ma belli”.
L’aureola nelle cose: sentire l’habita, a cura di Guido Molinari, 71mo Premio Michetti. Francavilla a Mare. Catalogo Corraini.

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Letteratura

Maraini, un trio insostenibile

Ho conosciuto Dacia Maraini alla corte di Alberto Moravia, cioè nell’appartamento del tutto borghese che aveva nel quartiere Prati, a cui fui ammesso per il fatto che, tra gli esponenti della neoavanguardia, dichiaravo di stimarlo, al pari del resto del numero uno del nostro gruppo, Sanguineti, mentre per gli altri era un idolo da abbattere. Io ne avevo parlato bene nella “Barriera del naturalismo”, cosa che ovviamente gli era stata gradita, ma in occasione di un pranzo mi rimproverò per non aver dato ospitalità in quelle pagine alla ex-moglie Elsa Morante. Rispettosamente gli feci notare che il capolavoro di lei, “Menzogna e sortilegio”, era del tutto al di qua della “barriera” da me eretta, anche se poi, non mi sono ricreduto sulla natura di un simile giudizio, ma sul valore intrinseco dell’opera, sì. Accenno a questo fatto per ricordare una virtù di Moravia, di prodigarsi per le sue donne, passate e presenti, e infatti in quel momento il suo interesse andava tutto alla promozione di Dacia, al punto da volerle aprire uno sbocco presso la neoavanguardia chiedendo a me di introdurre un suo romanzo di quegli anni “A memoria”, cosa che feci più che volentieri. In seguito, mentre è continuata la mia stima per Moravia, c’è stato un divorzio completo dalla Maraini, con vergogna reciproca, da parte mia, di aver accettato di fornirle un salvacondotto verso il Gruppo 63, e da parte sua per aver abbozzato una mossa di avvicinamento ad esso. In forza proprio di queste due rotte divergenti, in seguito mi sono occupato ben di rado dell’industre laboratorio di Dacia, forse avrei dovuto parlare della sua opera più nota e meglio riuscita, quella dedicata a Marianna Ucria, mentre sono intervenuto in misura molto limitativa a proposito di “La bambina e il sognatore”, considerato troppo a rimorchio di dati di cronaca, come del resto è nella parte ufficiale che la nostra scrittrice ha assunto sul “Corriere”, di testimone e fustigatrice di fatti del costume nostro quotidiano. Ora francamente non so perché abbia esumato, pare da vecchie carte del passato, una vicenda magra e alquanto inverosimile come “Trio”, oppure sì, c’è la concomitanza con l’attuale fase del coronavirus, infatti anche quella storia emergente dal passato è contrassegnata da duri episodi di peste che imperversavano nella Sicilia del Settecento. Senza dubbio è utile fare un confronto su come si svolgevano allora i frequenti e rovinosi episodi di pestilenze e come si sono svolti al giorno d’oggi. Allora, chi poteva, i benestanti, fuggivano dai centri abitati rifugiandosi in villa. Basti pensare alla peste fiorentina che induce quella decina di giovani di buona famiglia a rifugiarsi nel contado e a passare il tempo a raccontarsi delle novelle, da cui il favoloso “Decamerone” del Boccaccio. Oggi al contrario siamo stati chiamati a chiuderci nelle rispettive case, magari dialogando per via telematica. Allora il dialogo avveniva per via epistolare, a quanto pare il sistema postale, seppure a rilento, non veniva interrotto, E dunque due nobildonne, Agata, sposa di Girolamo, con figlio, e Annuzza, nubile, unite per ragioni di età, di stato sociale, di educazione, e dunque di profonda amicizia, restano unite attraverso un fitto scambio di missive. Ma c’è un dato di fatto che rende questo dialogo del tutto inverosimile, in quanto entrambe sono innamorate dello stesso uomo, appunto del bello, fosco, tenebroso Girolamo, impenitente, disposto a fare i comodi suoi, che infatti passa imperturbabile da un nido all’altro. Un pizzico di comune psicologia vorrebbe che un simile stato di fatto infliggesse nelle due donne una profonda ferita, mandando in frantumi la loro pur solida amicizia di partenza, qui invece le due continuano senza sosta il loro dialogo, scambiandosi le più calde professioni di amore reciproco. Non so se in merito la Maraini si è ricordata del “Jules e Jim”, il romanzo di Henri-Pierre Roche, divenuto noto soprattutto per il film che Truffaut ne ha ricavato, assegnando a una eccellente Jeanne Moreau il compito di fare la spola tra i due amanti, con ritmo quasi pendolare. Qui invece, a livello cartaceo, spetta, come detto, al cinico, indifferente, strafottente Girolamo condurre questo gioco di sponda. La vicenda è tanto esile, paradossale, mal fondata, che ritengo molto improbabile che qualche regista ne voglia trarre un film. Resta solo un’opera marginale nel corpus della nostra scrittrice, sperando che se ne voglia riscattare al più presto con qualche contributo più impegnativo.
Dacia Maraini, Trio, Rizzoli, pp. 106. euro 16.

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Attualità

Dom. 26-7-20 (banchi)

Ma allora, la “patente”, di Paese massimamente sfigato, l’ Europa ce l’ha data, con esito miracoloso, forse con concessioni che non conosco bene ai Paesi “frugali” per convincerli ad avere pietà di noi. Ora la palla rimbalza dalla nostra parte, col problema di come affrontare la montagna di soldi in arrivo. Che peraltro non arriveranno troppo presto, da qui il dilemma se nel frattempo non ci convenga accettare il MES. Sembrerebbe di sì, se non ci fosse quel fatto curioso che i Paesi in condizioni simili a noi, Spagna, Portogallo e Grecia, pare che non lo vogliano. Ma al momento conta soprattutto la scadenza del 31 luglio, mi auguro proprio che Arcuri e compagni non abbiano partita vinta, che venga tolto l’obbligo del distanziamento sociale. Quante volte va ripetuto che il semplice strumento del termo scanner rende superfluo l’obbligo del distanziarsi di almeno un metro? Arcuri e la ministra Azzolina si sono fatti ridere dietro per la richiesta di avere in circa un mese la fornitura di tre milioni di banchi di scuola, .il che diverrebbe del tutto inutile se appunto si accettasse che gli scolari, qualora risultino alla prova del termo scanner privi di stato febbrile, si possono sedere accanto, anche a meno di un metro, come hanno sempre fatto. Fra l’altro, se i banchi si possono anche moltiplicare, l’operazione non riesce a livello di docenti, che ovviamente non si possono segare in due per raddoppiarne il numero, che era già scarso, figurarsi che cosa succederebbe se pretendessimo di comporre delle classi solo con una decina di allievi ciascuna
Ma un altro problema che bolle in pentola è quello della legge elettorale. Non vedo con quale vantaggio Renzi possa sostenere un sistema maggioritario, l’unica soluzione pare l’attaccarsi a un proporzionale con premi in su e sbarramenti in giù, per cui il Pd dovrebbe svolgere una grande impresa di riaccorpamento, riprendersi il LEU, e anche IV. Il privilegio di cui questa gode attualmente per i deputati fatti eleggere da Renzi quando era segretario hanno ben poche speranze di rielezione se non rientrano a testa bassa nel gregge comune.

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Arte

Viva l’Impressionismo tedesco!

Confesso che questa mostra sugli Impressionisti Tedeschi avrei voluto curarla io, e ci ero andato vicino, in quanto era stata offerta al dittatore culturale di Bologna, Fabio Roversi Monaco, per la sua sede principale di Palazzo Fava, ma lui aveva temuto che riuscisse ingrata al pubblico felsineo, preferendo offrigli un prodotto più consacrato alle nostre tradizioni quale il Polittico Griffoni, di tutt’altra stagione. Perché gli Impressionisti Tedeschi? Rientra nelle mie profonde convinzioni che l’Europa, assai prima che nascesse l’UE, nei secoli è stata molto unita, per quanto riguarda la cultura e in particolate le arti visive, fino a includere quella che a lungo ne è stata solo un’appendice, per poi rovesciare i ruoli, cioè l’America, soprattutto del Nord. E dunque, è mio dogma che gli “ismi”, pur nati in qualche regione europea, siano stati condivisi da ogni altro Paese, quale più quale meno. A questa regola non ha fatto per nulla eccezione l’Impressionismo, con buona pace per chi crede che invece no, per questo movimento si debba riservare una specie di riservato dominio per la sola Francia, e in particolare per la sola Parigi e dintorni. A questo scopo, a cavallo di due anni inziali del nuovo secolo, 2001-2, avevo condotto a Brescia, Palazzo Martinengo, la mostra “Impressionismi in Europa”, con un sottotitolo ben più eloquente, “Non solo Francia”, dove appunto la colonia tedesca era la più nutrita, con momentanea esclusione dei nostri artisti, cui poi avevo dedicato nella medesima sede un “Impressionismo in Italia”. Che cosa osta a un simile allargamento d’orizzonte? Il ruolo eccessivo che si riserva al solo Claude Monet, fino a degenerare in “monettismo” a senso unico, con uno strano ribaltamento di valori. Quando, nei lontani ’50, ero un apprendista della critica si usava escludere l’autore delle Ninfee dal novero delle avanguardie, ritenendolo confinato nell’Ottocento, come è giusto che sia. Oggi invece, in clima recessivo, si è capovolto il giudizio, fino a innalzare proprio l’autore delle Ninfee a un ruolo massimo. Ci ha pensato, come è noto, il curatore Marco Goldin, che ha dedicato al Francese un culto esclusivo e parossistico, titillando gli umori più facili del vasto pubblico Che male c’è, nel seguire una simile tendenza? Che sembra scaturirne un codicillo per cui un impressionista autentico, un “monettiano”, non tratta troppo la figura umana, anzi la evita del tutto. Proprio in quella mostra ormai lontana io avevo coniato uno slogan che ritengo efficace, che cioè nelle tele monettiane suona un allarme atomico, e dunque i membri del consorzio umano scappano via spaventati, lasciando solo un panorama di prati, covoni, marine, falaises eccetera. Ma questo dipende solo da una imperizia, o allergia del pittore francese a trattare ritratti e simili. Se si facesse un dogma di questa esclusione, dovremmo espellere dall’Impressionismo, da quello considerato “buono” di marca monettiana, i Manet e i Degas, e anche i Renoir, e pure uno come Guillaume Caillebotte, che pur essendo finanziatore di Monet, dipinge una specie di monumento dedicato al lavoro umano, nei suoi “Confezionatori di parquet”. E il discorso si allarga anche ai cugini d’oltre Oceano, sono lieto che i dossier Giunti mi abbiano permesso di celebrare quei colossi yankee che si chiamano Winslow Homer, Thomas Eakins, e un “eroe dei due mondi” quale Whistler, Aggiungo ancora che, mosso da umori del genere, avevo deprecato che il Consiglio d’Europa avesse cessato di organizzare mostre onni-inclusive proprio sui movimenti che avevano garantito la nostra unità, come una rassegna sul Neoclassicismo che ne aveva assicurato il rilancio. Ora che c’è l’UE, di mostre del genere non se ne fanno più, mentre ci vorrebbe proprio una escussione sistematica di tutti gli Impressionismi. Ma al momento accontentiamoci di questa selezione, senza dubbio parziale, dato che viene da un solo museo, però ricca di validi campioni, soprattutto della nota fondamentale che caratterizza tutti gli Impressionismi europei “non monettiani”, cioè una brillante, consistente presenza degli esseri umani, rivolti a tutte le incombenze: il lavoro, la fatica, ma anche i momenti di distensione in osteria, della festa, dell’assistenza agli anziani. In tal modo ho caratterizzato la tematica del numero uno di una simile situazione, Max Liebermann, che nasce anche “giusto”, nel 1847, a poca distanza dal parametro che magari, quello sì, si può ancora mantenere, il 1840 della nascita di Monet. Rispetto al quale nascono “giusti” un Franz Lenbach, 1836 e un Hans Thoma, 1839, come si vede dai loro freschi paesaggi, pur sempre animati da qualche presenza umana, E’ assente un antesignano (1815!) come Adolf Menzel, cui invece nella mostra bresciana avevo innalzato un monumento, tanto che un recensore maligno mi aveva preso per i fondelli osservando che secondo la mia tesi l’Impressionismo sarebbe nato a Berlino, e non a Parigi. Poi, se si vuole, le acque si confondono, le generazioni si incrociano, e dunque i casi emergenti, in mostra e anche nella valutazione critica, di Lovis Corinth (1858) e soprattutto di Max Slevogt (1868) si caricano di riflessi quasi-simbolisti, o navigano già verso la tappa successiva della grandezza tedesca, l’Espressionismo. Comunque domina sempre la figura umana, servita in salse impetuose, rutilanti, emotive al massimo.
Impressionisti Tedeschi dal Landesmuseum di Hannover, a cura di Thomas Andratschke e Doris Jorioz, Aosta, Museo archeologico, fino al 25 ottobre. Cat. Silvana Editoriale.

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