Arte

La pittura di Antonello, calda del sole mediterraneo

Il Palazzo Reale di Milano non ha voluto rinunciare all’occasione di trasferire nelle proprie stanze la mostra che il Palazzo Abatellis di Palermo ha dedicato poco fa al massimo pittore della Trinacria, Antonello da Messina (1430-1479), anche se ci si può chiedere se sia stato giusto far viaggiare una volta in più il capolavoro di Antonello, l’”Annunciata”, dopo che non molto tempo fa era apparso in una più ampia mostra romana presso le Scuderie del Quirinale, e perfino, per ragioni non troppo giustificate, in una sede dedita al contemporaneo quale il MART di Rovereto. Ma insomma ecco ora 19 dipinti del maestro siciliano visibili appunto in Palazzo Reale, dove se ne stanno inseriti in nicchie e tabernacoli quasi come reliquie, accompagnati da una selva di pannelli didattici, forse anche per rimediare alla pochezza intrinseca delle opere, utili comunque, quelle scritte, se non altro per apprendere la grande circostanza mancata per cui Antonello in vita non giunse mai nella città ambrosiana, nonostante che avesse tentato di chiamarvelo il duca Galeazzo Maria Sforza, quasi anticipando di quasi un decennio un analogo invito che poi un suo parente, Ludovico il Moro, avrebbe rivolto a Leonardo, questa volta con esito positivo. Invece, circa all’altezza del 1476, Antonello rispose a cotanto invito che al momento si trovava in Venezia impegnato nella grande pala di San Cassiano, terminata la quale, forse si sarebbe poi recato in Lombardia. Ma la morte di entrambi, l’illustre committente e il grande esecutore, rese impossibile quel rendez-vous, e dunque non sappiamo quale esito la presenza del grande Siciliano avrebbe potuto avere sui pittori lombardi come il Foppa, se fosse riuscito a trasmettere nelle loro vene secche e aride un po’ degli umori vitali che irroravano i suoi dipinti.
Questo infatti è il miracolo insito nella personalità di Antonello, l’essersi distaccato dalla “seconda maniera”, per dirla col Vasari, di artisti che, dal Mantegna fino al Botticelli, al Perugino, al Ghirlandaio, dipingevano in modi asciutti e senza un guizzo di carnalità vitale, mentre lui ce la faceva, così correndo in avanti, aprendo la strada, per stare all’ambito veneziano in cui era andato a concludere la sua esistenza, in direzione di Giorgione, trascinandosi dietro lo stesso Giovanni Bellini e infondendo anche in lui un po’ dei suoi palpiti vitali. Il Vasari trova una spiegazione a questo “miracolo” nel fatto che Antonello, avendo saputo del segreto scoperto nelle Fiandre da Jan van Eyck, consistente in una precoce adozione del colore ad olio, aveva intrapreso un avventuroso viaggio per recarsi presso di lui e carpirgli il segreto. In realtà sappiamo che quel viaggio non avvenne e che Antonello si poté impadronire della tecnica a olio avendone visto qualche campione alla corte di Napoli. Ma il punto critico fondamentale è che i Fiamminghi, pur inventori di quel modo “moderno” di dipingere, morbido, pastoso, non ne seppero o non ne vollero approfittare. Se mettiamo a riscontro i ritratti compiuti da Hans Memling, perfetto coetaneo del Nostro, con quelli da lui eseguiti, constatiamo una differenza insormontabile. I volti di Memling sono chiusi in una perfezione algida, intatta, in una maschera perfetta ma mortuaria che ne imprigiona anche i sentimenti, mentre i volti di Antonello, al contrario, in genere sono soffusi dalle traccia di un sentimento cordiale, quasi da una volontà di partecipare alla contemplazione dei riguardanti, in uno scambio cordiale si umori. O in altre parole Antonello seppe approfittare di quel nuovo ritrovato tecnico del colore ad olio assai più di quanto ne fossero capaci i Fiamminghi inventori. Forse bisogna mettere in conto un fattore climatico, come se il calore mediterraneo della Sicilia avesse fornito al suo figlio quel coefficiente in più per riscaldare le immagini, per conferire loro un palpito, una animazione, il che mana totalmente nelle immagini dei lontani colleghi del Nord, e in definitiva li ha pure immobilizzati entro quel secolo, impedendo loro di entrare nella terza maniera teorizzata dal Vasari. Da Antonello, l’ho appena detto sopra, vengono Giorgione e Tiziano, o magari anche il Lotto, mentre i paesi del Nord dovranno patire una vigilia di un secolo attendendo l’arrivo di Rubens per una riaccensione dei toni e della pennellata. A Milano, come in ogni altra occasione precedente, sono assenti la Crocefissione grande di Anversa e il capolavoro assoluto di Antonello, il San Sebastiano di Dresda, in cui perfino il Santo pur sottoposto al martirio se ne sta disponibile, affettuoso, aperto al dialogo. Ma ci sono almeno una decina di ritratti, in genere disposti anch’essi al colloquio, alla partecipazione, come è anche nella Madonna dell’Annunciazione, una semplice, affettuosa popolana, immersa in una quotidianità superbamente bloccata da un colpo di bacchetta magica, con mani mirabilmente morbide, affusolate, quasi da tentare di stringerle in mutua, commossa solidarietà. Anche per questo verso Antonello si protende in avanti, verso effetti già degni di Leonardo. Presso la Lega anseatica del Nord il clima gelido non permetteva una analoga maturazione di affetti, di stati d’animo.
Antonello da Messina, a cura di G.C.Villa, Milano, Palazzo Reale, fino al 2 giugno, cat. Skira.

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Letteratura

Gamberale, abbandonare in asso

Ho davanti a me l’appena uscito romanzo di Chiara Gamberale, “L’isola dell’abbandono”, che però non reca consistenti novità rispetto a un precedente “Adesso” (2015) che avevo ritenuto degno di un mio pollice, non troppo positivo, affidato all’unica uscita cartacea che al momento mi resta, sull’”Immaginazione”, mentre affido questa replica alla rubrica minima del mio blog. Forse il dato più curioso e interessante è la spiegazione che ci viene data dell’espressione “lasciare in asso”, che si riferirebbe all’abbandono patito da Arianna, abbandonata sull’isola di Naxos dall’ingrato Teseo, su cui già l’Ariosto aveva dedicato versi memorabili. Anche in questo caso la protagonista, che, come tutto il mondo “bene” in cui si aggira l’umanità frequentata dalla Gamberale trascorre una vacanza estiva a Naxos, o in qualche isola limitrofa, viene appunto “abbandonata in asso” da un amante del momento, un focoso, ma anche crudele Francesco, che forse proprio per la proverbiale ragione che la donna si innamora in misura particolare di chi la tratta più brutalmente, non viene mai dimenticato, nonostante i vari abbandoni da lui perpetrati. Del resto, tutta la narrativa della Gamberale è dedicata a un libero e disinvolto “incontrarsi e dirsi addio”, ovvero all’etica della famiglia quanto mai aperta, corrispondente anche a una specie di “ronde de l’amour”, o di un “changez la dame”, però precisando subito che in un simile ambito di comportamenti disinvolti, “á la page”, in genere la discriminazione maschio-femmina, e l’inferiorità di quest’ultima, è superata, e i due sessi, magari anche con sempre più frequente inclusione pure del terzo sesso, combattono ad armi pari. E dunque l’abbandonata si consola ben presto con un successivo amante, salvo poi a permettersi di “piantare in asso” anche quest’ultimo, rifugiandosi tra le braccia dell’immancabile psicoanalista, pronto poi a divenire il nuovo amante in carica. Il tutto condotto in toni fatui, disimpegnati, tentando di evitare il versamento di lacrime e sangue, anzi, adottando un ritmo leggero, paragonabile a un “rave”, come è detto a un certo punto. Infatti, visto che la protagonista guadagna il suo pane come disegnatrice di libri per l’infanzia, il tutto si potrebbe tradurre in una graphic novel, o in un cartone animato, di quelli che sa comporre il grande artista sudafricano Kentridge. Pare infatti di vedere sfilare i diversi personaggi in parata, magari accompagnati da rumori, suoni, ritmi, passi di danza. Trovo una curiosa vicinanza, proprio in questo ritmo di periodici mutamenti dei partner affettivi, in un romanzo steso da Silvana Grasso e da me recensito su queste colonne, “La domenica vestivi di rosso”, anch’esso dominato da un ritmo indiavolato di “changez l’homme”. Solo che a vantaggio della Grasso ci sta la capacità di condire questi giri di walzer con buone dosi di crudeltà, di dramma, di tragedia, intanto facendo della protagonista non un campione di bell’aspetto e di un confortevole tenore di vita, bensì la portatrice di un handicap fin dalla nascita, il che ne fa una “diversa”, mentre la protagonista della Gamberale è troppo simile a una media statistica di figure usualmente circolanti. Inoltre i partner immessi nella trama dalla Grasso sono a loro volta capaci di perfidie, di sadismi che invece, nelle pagine della Gamberale, trovano una eco più flebile, semmai concentrata nel solo “macho” Stefano, mentre gli altri, al pari della protagonista, sono anch’essi troppo banali, slavati, privi di nerbo. Di fronte a prodotti così “scorri via”, di ordinaria amministrazione, c’è da chiedersi se non sia meglio cercare qualche soluzione più robusta, ricca di qualche scatto di violenza, nella pur dilagante invasione dei “gialli”.
Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli, pp. 216, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 24-3-19 (quotidiani)

Oggi mi guardo bene dal pronunciarmi sul vistoso argomento del momento fornito dalla “via della seta” e dalle diverse valutazioni che se ne danno, mentre preferisco accennare a un problema di cui io stesso sono testimone. Pare impossibile, in un momento come questo dove tutta la cronaca viene esposta a un commento immediato sotto la luce dei “social”, come di un enorme lente di ingrandimento cui nulla sembra sfuggire. Ma al contrario ci vengono nascosti con destrezza certi fatti clamorosi, forse perché sarebbe imbarazzante entrare nel dettaglio, cercare di fornirne una qualche spiegazione. Mi riferisco per esempio a taluni sorprendenti cambiamenti nella direzione di grandi quotidiani, passati sotto un totale silenzio. Qualche tempo fa alla direzione del “Fatto quotidiano” Antonio Padellaro è stato scalzato a vantaggio di Travaglio, ma nessuno ci ha detto perché questo sia avvenuto, anche se nelle stanze segrete beninteso tutti i ben informati lo sanno, ma preferiscono non dirlo in pubblico. Un quotidiano più importante come “La repubblica” ha cambiato ben due volte la direzione, e anche in questo caso il silenzio circa le ragioni è stato assordante. Una lunga direzione di Ezio Mauro a un tratto è stata sostituita da quella di Mario Calabresi, appena tre anni fa, cui ha fatto seguito quasi immediato una recente a favore di Carlo Verdelli. Forse in questo caso una spiegazione potrebbe essere fornita da una errata riforma grafica avvenuta sotto la direzione di Calabresi, anche se forse non a causa sua, per cui si sono sovvertiti i criteri di buon senso, rimpicciolendo fino ai limiti dell’illeggibilità i titoli degli articoli. Se questa è una delle ragioni del siluramento di Calabresi, ma chissà quale sia l’argomento giusto da adottare, si spiega il totale cambiamento di stile impresso dal direttore Verdelli, che ora adotta titoli a caratteri di scatola, mai visti in quel quotidiano, e ovviamente anche nel suo rivale, il “Corriere della sera”. E’ un modo di reagire a un calo delle vendite tentando di produrre una sorta di rumore a livello grafico per attirare l’interesse di utenti sempre più distratti? Infatti alla base di tutto c’è la crisi del cartaceo, per cui temo che la tiratura, anche dei nostri due maggiori quotidiani, sia in caduta libera, al punto che non si pubblicano più i dati relativi. Sull’onda di queste riflessioni insisto in un esame comparato dei due nostri massimi organi. Il Corriere vince per l’inserimento quotidiano di una eccellente vignetta stesa da Gianelli, forse non particolarmente elegante a livello grafico, ma sempre puntuale, estrosa, indovinata a livello tematico. “La repubblica” reagisce malamente ricorrendo ad Altan, che senza dubbio è più inventivo a livello grafico, ma molte volte difficile di comprensione, affidato a una intelligenza snob, pretenziosa e rarefatta. Il quotidiano romano si prende una rivincita grazie all’”amaca” di Michele Serra, che in genere ha toni giusti, di apprezzabile impegno politico e sociale, mentre il corrispondente trafiletto giornaliero di Massimo Gramellini sul Corriere appare più leggero, sfizioso, nutrito di quisquiglie. Se il confronto si estende ai due supplementi domenicali, darei la vittoria alla “Lettura” del Corriere, più ricca e ampia, se non altro per la buna idea di aprire ogni numero con la riproduzione di un’opera d’arte in copertina, cosa di cui io stesso sono stato un beneficiario circa un anno fa, ricavandone la possibilità di far conoscere a un vasto pubblico il mio ritorno a un’attività pittorica. Il Robinson del giornale concorrente non ha avuto quest’idea, e in genere mi sembra ridotto nel numero delle pagine, ha però una eccellente rubrica a cura di Domenico Gnoli, consistente in una intervista in cui il redattore approfondisce un dialogo con qualche esponente del mondo culturale, e anche in questo caso non mi posso lamentare, essendo stato chiamato in causa in una di queste puntate. E dunque, su questo fronte dovrei giungere almeno personalmente a decretare un risultato di parità.

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Il Verrocchio, vero maestro di Leonardo

La mostra del Verrocchio al Palazzo Strozzi di Firenze pone subito un quesito oggi assai diffuso: fino a che punto un museo che organizza una mostra monografica su un artista ha il diritto di pretendere che altri musei gli prestino opere considerate fondamentali per rispondere a quello scopo? Nel caso, il dipinto in cui proverbialmente è avvenuto il discepolato di Leonardo presso il Verrocchio è “Il battesimo di Cristo”, ma il direttore degli Uffizi, Elke Schmidt, si è guardato bene dal concedere il trasferimento di quel capolavoro seppure a poche centinaia di metri di distanza, anche per la buona ragione che ha appena finito di riunire i Leonardo degli Uffizi in un’unica sala, e quel dipinto fa parte di un sacro terzetto. Ma, difronte a un veto, motivato o no che sia, la mostra allo Strozzi non si poteva permettere di mettere nella copertina del catalogo proprio l’opera incriminata, il che si configura quasi come una frode ai danni del visitatore. Io stesso ho percorso almeno due volte le sale alla ricerca disperata della tavola mancante, chiedendomi se per caso mi fosse nascosta alla vista da quei drappelli di altri visitatori che fanno siepe attorno quadri più importanti impedendone la visione. Ma nonostante questa assenza, il rapporto tra il Verrocchio maestro (1435-1483) e Leonardo allievo (1452-1519) viene fuori molto bene dalla mostra, grazie al fatto che Andrea aveva accolto in larga parte la lezione proveniente da un suo quasi coetaneo, Desiderio da Settignano (1430-1464), coi suoi magnifici bassorilievi dedicati a teneri profili femminili, inseriti in leggiadri ovali, immagini di tenerezza, grazia, morbidezza, di cui il Verrocchio è stato buon erede, riportandoli in toto al piano. Di suo egli ci ha aggiunto pure delle capigliature dorate, ariose, deliziosamente arricciate, ovvero viene da lui un insegnamento di cui poi Leonardo si sarebbe fatto vanto, quell’ammonimento a far scherzare appunto i capelli all’aria, invece che tenerli racchiusi in masse compatte. E sempre da quella fonte gli è venuto pure il ricorso a mani lunghe, affusolate, distese lungo il corpo. A questo punto c’è da chiedersi se il famoso giudizio emesso dal Vasari non sia stata una perfidia, un atto in più dell’animosità che l’Aretino nutriva verso il Verrocchio, come del resto contro tutti gli esponenti della seconda maniera, soprattutto i nati attorno agli anni ’40-’50 del ‘400, ed aveva perfettamente ragione, da grande fenomenologo degli stili, come mi permetto di chiamarlo io per onorare la disciplina che ho insegnato per qualche decennio. Come si sa, ancora più duro l’Aretino era stato nei confronti del Perugino, accusandolo di valersi di stampi precostituiti per ripetere le immagini che gli venivano richieste con insistenza. E in genere egli non ha amato certo i Botticelli, e Ghirlandaio e Pintoricchio, che quindi la mostra fiorentina forse si poteva risparmiare di esporre in fitta schiera. Se fosse stato costretto a porsi alla loro scuola, Leonardo avrebbe recalcitrato con ben maggiore violenza di quanto non doveva fare verso il maestro riconosciuto, e anzi, ci possiamo chiedere se appunto non sia stata una perfidia, una vendetta ulteriore del Vasari ai danni del Verrocchio, quella pretesa che si sarebbe sentito sconfitto dalla maggiore maestria attestata dall’allievo. Forse Leonardo, nel concepire il famoso angelo di sinistra, così dolce, tenue, morbido, è stato davvero un allievo fedele. E la diceria vasariana secondo cui il Verrocchio si sarebbe sentito vinto, superato, al punto dal cessare di dipingere per darsi solo alla scultura, è appunto una immotivata cattiveria. Caso mai, il giovane di grande avvenire, doveva sentirsi sconcertato da certi dati di paesaggio presenti nelle tavola in cui pure inseriva il suo linguaggio già così “sfumato”: quelle orribili fronde di una palma, come un ventaglio agitato a sferzare l’aria, quelle rocce così squadrate e massicce. Mentre i lontani, ammettiamolo, hanno già una loro leggera trasparenza azzurrina. Probabilmente il Verrocchio nei suoi ultimi anni interruppe l’esercizio della pittura non perché si sentisse superato dall’allievo, ma perché si dedicò alla più redditizia pratica della scultura, con il lungo soggiorno a Venezia per modellare la statua di Bartolomeo Colleoni, in cui ovviamente doveva lasciar cadere le forme deboli e aggraziate provenienti da Desiderio per “fare la faccia feroce”. Ma era un obbligo del tema, perfino la famiglia dei Della Robbia, come si vede da un loro pezzo presente in mostra, in casi del genere aggrottava i volti, seppellendoli sotto maestosi cimieri. Del resto, all’occasione, anche lo stesso Leonardo sapeva coltivare dei foschi e minacciosi cipigli. Pescando dentro l’ampio repertorio consentito dalla mostra allo Strozzi, vale la pena di fare due riscontri che vanno in direzioni opposte. Il Verrocchio ebbe al fianco un collaboratore, Francesco di Simone Ferrucci, che calcava sui corpi dando loro più aggetto, più forza. Ma c’era anche Bartolomeo della Gatta, quasi coetaneo di Leonardo, che forse, in un cenacolo, popolato di figure molto realistiche, gli ha dato qualche suggerimento di cui il Vinci si potrebbe essere ricordato nella sua massima impresa milanese.
Verrocchio il maestro di Leonardo, a cura di F. Caglioti e A. De Marchi, Firenze, Palazzi Strozzi, fino al 14 luglio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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Attualità

Dom. 17-3-19 (ecologia)

Commentando i fatti della settimana. Sul fronte TAV, ormai tutto è fermo fino alle elezioni di maggio, poi si vedrà. Via della seta: si riscontra l’insolito gesto di coraggio del nostro Don Abbondio, il presidente Mattarella, che, mi sembra fuori dai suoi compiti istituzionali, ha osato fare un intervento a favore degli accordi con la Cina, il che è giusto, ma purché siano fatti “con juicio”, come non a torto ammonisce lo stesso Salvini. Poi c’è stato lo sciagurato eccidio avvenuto in Nuova Zelanda a danno di comunità islamiche, ma purtroppo casi come questo sono da paragonare a eventi naturali, terremoti, tsunami, imprevedibili, inesorabili. Ce ne saranno altri, senza che si possano parare i colpi in anticipo. Infine, c’è stato il movimento di milioni di giovani, bello senza dubbio, ma da guardarci dentro. Intanto, tutti quegli adolescenti dimostranti voglio sperare che evitino di acquistare merendine o altri prodotti avvolti in quelle materie plastiche che inquinano i nostri mari. Inoltre spero che esortino i genitori ad acquistare auto sempre più riposte sull’uso dell’energia elettrica invece che di prodotti fossili, o che lo facciano loro stessi appena saranno in età di guidare dei mezzi. Ma siccome avremo sempre più bisogno proprio di energia elettrica in grande quantità, si chiedano, i nostri bravi giovani, se non sia il caso di impostare un’azione per il rilancio delle centrali nucleari, che esistono tutto attorno a noi. Oppure si pongano il quesito, che è poi lo stesso, se il rifugio nella comoda speranza che le fonti energetiche si possano ottenere in quantità sufficiente con pale eoliche o pannelli solari sia davvero sufficiente, oppure no. In definitiva, verrebbe fatto di lanciare un ammonimento alle schiere di giovani: bene, viva il vostro entusiasmo, però in primo luogo datevi allo studio delle scienze, non trinceratevi dietro slogan consolatori ma accampati sul vuoto. E’ troppo comodo e facile prendersela con falsi obiettivi, che alla prova di un rigoroso controllo scientifico non reggono. Voi giovani forse non ricordate che qualche decennio fa lo spauracchio agitato erano le alghe nei nostri mari, di cui veniva accusato l’inquinamento provocato dalle industrie. Ma andando a indagare si è scoperto che il fenomeno esisteva già nel cuore dell’Ottocento, quando i nostri mari certo non subivano gli scarichi dalle fabbriche. E poi oggi di questo spauracchio non si parla più. E del buco nell’ozono che sarebbe stato provocato dalle bombolette spray? Anche qui, allarme cessato. Peccato poi che i giovani di oggi non abbiano potuto ascoltare i saggi avvisi del migliore dei nostri meteorologi, Bernacca, che esortava a prendere in esame i periodi lungi, di decenni o meglio di secoli, prima di dire che è in atto una mutazione climatica. Ma certo, nelle nostre città bisogna eliminare le polveri sottili e quant’altro. Voi giovani che contributo date, coi vostri motorini, in questa direzione? In altre parole, prima di rivolgere un atto d’accusa indiscriminato verso gli adulti, è bene che pure i giovani assumano le loro responsabilità. E magari, a qualche prossima votazione, non diano in massa i loro suffragi al qualunquismo dei Pentastellati, sempre con la morale sottintesa di farla pagare a noi “grandi”.

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Arte

I fuochi d’artificio di Boldini

Le collezioni comunali di Ferrara hanno due assi nella manica da giocare, corrispondenti alle opere di loro due grandi concittadini, Giovanni Boldini e Gaetano Previati, mentre si sono lasciate scappare un terzo loro grande, Filippo De Pisis, e pure un ospite d’eccezione quale per qualche tempo era stato il De Chirico creatore della Metafisica. Ma anche tornando ai due fortunatamente presenti tra i beni della città, è stato senza dubbio un merito avere creduto in loro anche in momenti in cui la loro fama era a rischio. Questo in particolar modo era vero nel caso di Boldini, che godeva di scarsa fortuna quando i Ferraresi decisero di acquistare dalla vedova dell’artista un buon numero di dipinti e disegni. Il rilancio di questo pittore, ora pienamente avvenuto, lo si deve in buona misura, lo posso dire con una punta d’orgoglio, a mia moglie Alessandra Borgogelli, che sul finire del secolo scorso gli ha dedicato una monografia presso Franco Maria Ricci e due mostre epocali alla Permanente di Milano e addirittura al Marmottan di Parigi. Ora il Palazzo dei Diamanti coglie i frutti di quel rilancio, inalberando il tema della moda, che certo fu per Boldini un grande motivo di ispirazione, ma pur di saperlo vedere nel modo giusto. Infatti nulla è più triste del vedere le toilettes del tempo, assiepate in teche dove se ne stanno scialbe, ingiallite, quasi come una raccolta di ossi di seppie, e senza dubbio è vero che l’artista è partito da lì, ma i dipinti, al confronto, sono scoppiettanti, pieni di slancio, di esuberanza, ovvero Boldini ha davvero applicato alle vesti dei “fuochi d’artificio”, come suona il titolo di un dipinto in mostra. Paradossalmente gli è giovato quello che poteva sembrare un peso morto irriducibile, il fatto di essere giunto alla Ville Lumière ma per svolgervi, presso Goupil, una fase di revivalismo di grazie rococò, consistenti fra l’altro in certi divanetti leziosi, con esili, fragili schienali, che del resto si accompagnavano ai bastoni da passeggio dei ritratti maschili, Ma l’artista da quegli elementi di mobilio, già per parte loro scattanti, snelli, pronti a invadere lo spazio, traeva forza, appoggio per innalzare in verticale le sue dame, sfruttando appunto le toilettes come dei razzi, come dei missili a vari stadi, pronte ad attorcersi, quasi a ruotare su se stesse, a imprimere ai corpi uno slancio, capace di premere addirittura sulla conformazione ossea, sulle scatole craniche, come se le signore distinte si mutassero in levrieri con le teste affusolate, o in destrieri felicemente zampettanti nello spazio. Il tutto anche appoggiato a un felice abbinamento cromatico, fatto di bianchi abbaglianti favorevoli al mulinare dei veli in una danza sfrenata, ma anche di rossi e blu quasi fosforescenti, come se Boldini avesse già avuto un presentimento dell’arrivo dei materiali tessili di sintesi, e dunque avesse “incellofanato” le sue figure muliebri, proprio come splendenti bouquet di fiori. Inutile qui stare a passare in rassegna i risultati, che in genere sono superbi, pieni di energia. Nel che sta anche la differenza tra il Nostro e gli altri ritrattisti, seppure anch’essi di grande livello, che la mostra gli pone a fianco, i Degas, Manet, su su fino a Sargent, ma niente da fare, i loro esiti sono irrimediabilmente fermi, statici, anche se di solida conformazione Nessuno di loro sa dare scatto, tensione quasi elettrica alle proprie figure, facendone come dei parafulmini, pronti a ricevere e ad essere illuminati dalla scossa in arrivo.
Si aggiunga che questo capitolo di Boldini e la moda è solo una metà del suo catalogo. Proprio la Borgogelli ha scoperto alcune frasi in cui l’artista si è detto stanco dell’essere obbligato ad omaggiare le belle dame del suo tempo, mentre lo interessava allo stesso titolo il deretano di un cavallo, pronto ad affrontare le vie di Parigi. Se si vuole, è anche possibile lanciare un aggancio verso l’altro Ferrarese, Previati, col suo divisionismo affidato a fibre elastiche, capaci di sferzare lo spazio, quasi raccogliendo un’eredità dal concittadino. La mostra, insomma, è senza dubbio gratificante, nel contrasto tra le morte spoglie della moda e l’esuberante rianimazione che ne sa dare il pittore. Resta solo un aspetto negativo, il brutto corridoio che permette il passaggio dalle stanze centrali dei Diamanti ad altre laterali. Disgraziati i balordi reazionari che hanno impedito la costruzione di un passaggio costruito a regola d’arte, sul retro del Palazzo, e dunque con nessun fastidio per la nobiltà delle sue forme di facciata.
Boldini e la moda, a cura di Maria Luisa Pacelli e altri, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 2 giugno. Cat.autoedito.

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Letteratura

Con Napoleone ( e Pazzi) verso Sant’Elena

Continua instancabile l’attività di Roberto Pazzi narratore. Due anni fa ci aveva dato “Lazzaro”, subito accompagnato da un mio convinto apprezzamento, simile del resto a quello che nel corso degli anni ho tributato a quasi ciascuna delle sue fatiche man mano che uscivano. E ora ecco questo “Verso Sant’Elena”, che magari è da prendere molto più letteralmente rispetto a quanto ci veniva proposto in tante occasioni precedenti. Nel nostro Roberto c’è sempre uno storico che studia bene i dossier su cui lavora, ma in genere accanto ai dati reali compaiono quelli irreali, o virtuali, gli inserti dovuti all’immaginazione dell’autore. In questo caso invece una componente del genere l’ha tenuta a freno, dandole ben poca esca. In definitiva, in quella che davvero è una cronaca di quanto accadeva sulla Northumberland, il bastimento che portava l’Imperatore verso la sua ultima dimora, si inserisce un solo elemento immaginario, quando il prigioniero illustre fa sorgere nella sua triste cabina lo spettro di un primo amore, tale Eugénie, che aveva allietato i suoi anni giovanili, ispirandogli anche un romanzo, quando la sua carriera militare era ancora sul nascere e il grande Corso non aveva lasciato cadere la pista letteraria. Ma per il resto Pazzi ci porta davvero a bordo del Northumberland, coi suoi due mesi di noiosa attraversata, condivisa da una ciurma costituita, pare incredibile, dalla bellezza di un migliaio di marinai, sottoposti alla noia, alla fame, alle punizioni corporali che la marina di Sua Maestà britannica era pronta a infliggere. Napoleone è trattato abbastanza bene, il che gli consente di errare col pensiero, e all’autore di dare consistenza, pienezza di dettagli al responso sibillino dato dal Manzoni in morte del personaggio famoso. Intanto, non è che Pazzi dimentichi del tutto certi suoi exploit precedenti, forse ci potrebbe essere di nuovo qualcuno che muova “Cercando l’imperatore”, ma più che mai dovrebbe mutarsi in uno stormo di uccelli, diversamente il condottiero abbattuto non può sperare in un arrivo dei “nostri” a liberarlo, questa volta il nemico principale, gli Inglesi, avevano fatto bene i loro conti, pur salvandolo dalle pretese degli alleati che avrebbero voluto comminargli la morte. Questa volta si è stati ben attenti a non ripetere l’errore fatale di comminargli una “comoda” prigionia sull’isola d’Elba, che è tra i ricordi che più assediano la memoria del prigioniero, quando era andato a trovarlo una donna rimasta a lui fedele, la polacca Walewska, portandogli anche il figlioletto, in sostanza ufficialmente riconosciuto, mentre il Re di Roma, il rampollo avuto da Maria Luigia d’Austria, che fine avrà mai fatto? Questa una angosciosa domanda che Napoleone pone a se stesso, mentre l’Autore, comportandosi come il demiurgo quale era previsto nel regime narratologico ottocentesco, fa incursioni all’interno di questo personaggio, mostrandocelo ancora imbevuto del ricordo di tanto padre, pronto a rivendicarne la gloria, ma alla fine domato, piegato da un nonno austero e implacabile. E soprattutto abbandonato dalla madre, appunto Maria Luigia, che vede in lui il frutto di un’offesa inflittale dalla ragion di stato, e che dunque non vuole concedergli alcun tributo di affetto, mentre sogna di rifarsi l’esistenza anche sul piano erotico, dandosi ad amori col Neipperg, e aspirando alla libertà che le potrà dare lo staterello di Parma. I ricordi del prigioniero illustre svariano, li animano dei “flashback” dedicati alla madre Letizia, alla sorella Paolina, che sono il lato buono delle sue memorie, magari assieme alla mai dimenticata creola, Giuseppina Beauharnais. Ma c’è pure il lato negativo degli ex-fedeli che lo hanno tradito, come Murat, come il sempre infido Talleyrand, e perfino lo zar di Russia, su cui pure credeva di aver stabilito un influsso quasi paterno. E dubbia è anche la fedeltà della piccola scorta che lo segue, un Las Cases che punta solo al guadagno che potrà trarre dalla possibilità di pubblicare le memorie della vittima illustre, e altri, immersi in oscure manovre. Insomma, un quadro triste, deprimente, tanto che l’Imperatore è quasi convinto a darsi la morte prima ancora di venire sbarcato sul miserabile scoglio. Del resto, tra i membri dell’equipaggio ce n’è pure uno cui forse l’ammiragliato britannico ha conferito l’ignobile incarico di avvelenare gradualmente il prigioniero, che è solo un inciampo, una grave soma. Infatti questo Pazzi, in veste soprattutto di storico, non si esime neppure dal darci i cosiddetti “conti della lavandaia”, snocciolando i numeri di quanto sarebbe costato all’Inghilterra albergare a lungo quel personaggio sgradito. Pazzi insomma riecheggia la tesi molte volte accennata di una morte procurata a Napoleone, però sei anni per condurla a buon fine sembrano un periodo un po’ troppo lungo. Del resto, mentre il navigatore coatto è libero di errare col pensiero di qua e di là dell’enorme scacchiere che ha frequentato nella sua turbinosa esistenza, non viene seguito quando approda a S. Elena. Questa resta una meta lontana, ovvero ci limitiamo solo ad andare “verso” di essa. Ma come si conviene a chi narra storie reali, anche Pazzi non si esime dal compito di dirci come sino andati a finire i protagonisti della vicenda, compresi i discendenti, e così compare anche un dato incredibile, una buona azione compiuta da Hitler, che quando occupò Parigi vi fece trasferire accanto alla tomba di Napoleone la bara del figlio, sottraendola alla Cripta dei Cappuccini, dove a Vienna dormono il sonno ultimo tutti gli Asburgo.
Roberto Pazzi, Verso Sant’Elena, Bompiani, pp. 189, euro 15.

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Attualità

Dom. 10-3-19 (TAV)

Francamente mi sarei augurato che i pareri opposti sulla TAV provocassero davvero la caduta dello sciagurato governo giallo-verde, impostoci dall’ignavia di Mattarella, timoroso di doversi assumere i grattacapi insiti nel portarci subito a nuove elezioni, e dunque intento a rabberciare un governo possibile, anche se nel malo modo che “ancor ci offende”. Ma evidentemente a nessuno dei due contraenti giovava rompere in questo momento, meglio traccheggiare fino alle elezioni europee, adottando l’escamotage di far partire i bandi, ma con la riserva di poterli annullare. Però, dopo quella scadenza, non sarà più possibile prolungare la “melina”, e dunque, come dicono quasi tutti i pronostici, il governo cadrà, dopo averci inflitto gravi perdite per un intero anno. C’è pero da temere che i Pentastellati, avendo portato a casa il reddito di cittadinanza, possano risalire nei voti. Siccome il provvedimento non sarà ancora in opera, si dovrà vedere se l’elettorato dei Cinque Stelle sarà disposto a prolungare il credito a loro favore o se invece sarà già pronto a voltargli le spalle. Siccome sia il Pd sia FI sono in leggera risalita, il pur scarso apporto che potrà venire da parte loro dovrebbe portare alla conferma di una maggioranza in Europa ancora nelle mani delle forze positive, ovvero si può sperare che “portae inferi non praevalebunt”. Purtroppo è anche vero che la conduzione assicurata in tutti questi anni dagli organi europei è stata fiacca, piena di errori, di mancanze, e non si vede proprio chi avrà la forza di portarvi rimedio, anche nella migliore ipotesi che continui a governare il blocco tra i popolari e i socialdemocratici.

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Arte

Boezem e il suo “Elogio degli uccelli”

La Galleria Fumagalli, nel suo passaggio da Bergamo a Milano, sta facendo un ottimo lavoro che mi ha indotto a parlare su questo blog per ben tre volte delle mostre che vi ha portato. In quella sede ho avuto il piacere di rivedere la coppia Anne e Patrick Poirier, che già erano stati un pilastro quando presso lo Studio Marconi, nel 1974, avevo in definitiva aperto il ciclo del gusto “rétro” organizzandovi “La ripetizione differente.” Quindi sempre là ho potuto ammirare i neon abilmente intrecciati nello spazio da Keith Sonnier, il collega e rivale di Bruce Nauman negli USA, a torto messo in sordina a vantaggio dell’altro. Ora poi, nella mostra dedicata all’olandese Marinus Boezem, rivedo un artista che ben cinquant’anni fa avevo ospitato a Bologna, alla Galleria Nuova Loggia, in coppia col suo connazionale Ger Van Elk, cosa di cui essi forse si sono del tutto dimenticati. Il merito di quella precoce segnalazione non fu del tutto mio, bensì ispirato da Piero Gilardi, con cui avevo stabilito uno stretto rapporto, ma in una fase anteriore del suo lavoro, e anche dei fatti apparsi sul quadrante della storia. Avevo accolto Gilardi come efficace campione della Pop Art, grazie ai suoi tappeti-natura, che costituirono anche un episodio rilevante della Pop nostrana, in stretta simbiosi con quella statunitense, tanto che lui, assieme a Pistoletto, era l’unica accettato nelle rassegne ufficiali di quel clima. E proprio alla Nuova Loggia lo avevo portato in mostra, quando ancora giurava su di lui Gian Enzo Sperone. Ma eravamo alle soglie del ’68 e stava scattando uno dei più vistosi ribaltoni che si siano avuti nelle vicende recenti, quello che dalle forme fin troppo chiuse di Gilardi e Pistoletto, cui per l’ambiente torinese era anche il caso di aggiungere Aldo Mondino e Ugo Nespolo, portava all’”aperto” dell’Arte povera e delle altre proposte similari fiorite in tutto il mondo occidentale. E Sperone fu pronto a porsi alla testa di questa svolta, che aveva in Germano Celant il diligente sacerdote. Ma nella prima fase l’Arte povera non si era ancora districata da un certo residuo minimalismo, di forme dure e impacciate. Gilardi in quel momento attuò un salto della quaglia, ovvero, per conto suo non riuscì a saltar fuori da un pur felice mimetismo delle sembianze naturali, ma lo stesso successo che gli consentiva di viaggiare negli USA lo aveva portato a capire anzi tempo che là il pendolo si stava invertendo di nuovo, auspice di tale mutamento lo stesso capofila del Minimalismo, Bob Morris, passato a sperimentare l’Anti-form, cioè non più metalli rigidi, bensì feltri cascanti, in quello che io stesso definii una sorta di Informale ritornante, ma in versione fredda o tecnologica. Gilardi si comportò allora alla maniera del Virgilio dantesco, fu cioè colui che “reca il lume dietro e sé non giova”, cioè lui stesso rimase impermeabile a quelle nuove mosse, però andava in giro munito di poderosi album con la documentazione di chi, in tutto l’Occidente, stava conducendo quella svolta. Tra questi, appunto la coppia Boezem-Van Elk, e dunque io fui ben lieto di accettare il suo consiglio di esporli, trasmettendolo al direttore della Loggia, anche se questi era alquanto incerto su quel passo e non seppe dargli un degno seguito. Ora torno a incontrare Boezem, e lo vedo procedere sicuro sulla via già allora imboccata, da autentico interprete della Land Art, tra i pochi protagonisti che ne seppe dare l’Europa, accanto al connazionale Jan Dibbets. Tutti ricordano di quest’ultimo il capolavoro, quella spiaggia su cui l’artista aveva apportato dei solchi lasciando che si incaricasse la marea montante di cancellarli. Ebbene, a tanta distanza di tempo trovo una straordinaria corrispondenza nell’opera di base realizzata da Boezem appunto nella Galleria Fumagalli, sul cui pavimento ha rifatto l’impianto della basilica di S. Francesco ad Assisi, valendosi di semi, destinati a essere spazzati via, anche se in questo caso non da un’onda montante, bensì da uno sciame di uccelli che si può ben supporre che siano pronti ad avventarsi su quel prezioso ben di Dio loro offerto, mentre dei rami sporgenti dalle pareti gli offrono dei sostegni ideali per soffermarsi a guardare la preda che li attende. Il tutto è una perfetta replica della ben nota immagine giottesca dedicata al Santo che predica appunto al mondo dei volatili. Anche andando a indagare a ritroso nei tanti anni che mi separano dal primo incontro con Boezem trovo pur sempre in lui un produttore di installazioni in perfetta sintonia con i capolavori della Land Art. In tante occasioni egli ha eretto palizzate, “alzati” in verticale, siepi di vegetali, nel che si può intravedere una specie di sfida o di concorrenza nei confronti di Christo e delle sue “Running Fences”, magari pur sempre aggiungendo a questi esercizi spaziali un pizzico di respiro museale che manca totalmente nell’opera del bulgaro-francese-statunitense.
Marinus Boezem, Bird’s Eye View, Milano, Galleria Fumagalli, fino al 5 aprile.

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