Arte

I giardini incantati di Arshile Gorky

La veneziana Ca’ Pesaro dedica un’ampia retrospettiva ad Arshile Gorky (1904-1948), uno dei massimi esponenti della Scuola di new York, direi dell’importanza di un Pollock e di un De Kooning, forse ancor più coerente e lineare di loro. Come il secondo, era anche lui un profugo dal Vecchio Continente, ma giunto negli Usa molto dopo, e ancora in giovane età, 1920, per sfuggire alla persecuzione che i Turchi infliggevano agli Armeni, mentre ora tentano invano di rifugiarsi nel “negazionismo”. Quella persecuzione aveva indotto il padre a riparare per primo oltre Oceano abbandonando moglie e figlio, e forse proprio da qui parte la carriera ufficiale del pittore, in un dipinto dove lo si vede accanto all’amatissima madre, avvolta in un soffice cappuccio, di cui ignoro il nome tecnico, che però è chiamato a costituire un stilema fondamentale per il giovane artista, quasi il simbolo e la molla decisiva che ne ispira il senso di morbidezza, di sofficità da cui sarà accompagnato per tutta la breve esistenza e carriera. Al dato stilistico vorrei aggiungere anche un commosso commento psicologico, quel tenero quadretto di madre e figlio mi ricorda un episodio del tutto recente e di diversa natura, qualcosa di simile che entra nell’ultimo film di Almodovar, cui, la settimana scorsa, ho dedicato in questo blog un convinto omaggio. In quella coppia rivedo quanto compare anche nel film del regista spagnolo, che segna i suoi momenti migliori allorché compare un ragazzino, sua proiezione a ritroso nel tempo, accanto alla madre, magnificamente impersonata da Penelope Cruz, mentre la colonna sonora diffonde la magica canzone di Donaggio, “lassù sento gli angeli che cantano /dolcemente, dolcemente”. Ebbene, il medesimo motivetto risuona dentro di me quando contemplo quella visione di tenerezza familiare. Da lì parte una tendenza a gonfiare, a insufflare energie, che accompagna Gorky in tutta la sua attività, magari trasferendosi dal copricapo della genitrice alle sue braccia, che si fanno turgide, come di un pugile pronto a salire sul ring, o di un giardiniere che indossa dei guanti di plastica per proteggersi dalle spine della vita. Direi che lo stesso senso di un languore rotondeggiante si incista anche negli occhi dei personaggi, polle profonde, scaturigini oscure di una sorgente quanto mai prolifica. Questo è uno dei pochi punti che Gorky trae dall’insegnamento di Picasso, artista ben più mobile e irrequieto e incoerente, in cui però quasi sempre ci sono due pupille oscure, marcate come dei chiodi, dei punti fermi in un mare di mobilità. Come tutti i maestri del secondo Novecento, anche Gorky saccheggia i maestri del primo Novecento come e quando può, ma sempre traferendoli in quel suo universo morbido, intollerante dell’angolo retto, delle linee spezzate, tanto che il geometrismo e il suo fascino non avranno mai udienza, alla sua corte. A meno che non ci si riferisca al famoso “acquerello astratto” steso da Kandinsky nel 1910, dove però il termine di astrazione è improprio, o almeno non viene a turbarlo alcun inserimento di schemi angolosi e spezzati. Questi verranno, ma solo alla fine del secondo decennio, quando Kandinsky riparerà alla corte frastornante del Bauhaus di Gropius e si porrà sotto la sua ferula impietosa. Meglio dichiarare che l’artista russo è il padre dell’Informale, o se proprio si vuole insistere a usare l’etichetta dell’astratto, meglio accompagnarla subito, come infatti avvenne per la Scuola di New York, con l’epiteto di Espressionismo. Di questa accoppiata, in definitiva, il nostro artista armeno già si valeva quando tracciava i corpi consistenti della madre e di se stesso, e forse avrebbe potuto continuare su questa via se avesse ascoltato fino in fondo l’insegnamento che a New York ricevette da Sebastian Matta, transfuga dal suo Cile, anche lui pronto a dargli una lezione di andamenti curvilinei. Ma Matta era uso inserire nelle sue tele una folla di mostriciattoli figurativi, iconici, come dei robot sospesi tra richiami folclorici, atavici, e invece incursioni fantascientifiche. Gorky non si lasciò affatto sedurre da quelle folle golose e aneddotiche, procedette con divina calma e maestria a cavar fuori dal pozzo profondo delle occhiaie, o dalle ampie falcate dei copricapi materni, un’intera produzione floreale, soprattutto di orchidee incantate, che erano quasi le metamorfosi in senso biomorfo di quegli indumento, e nello stesso tempo apparivano colme di richiami sessuali, per quei petali e calici e corolle spalancati con tenera, innocente impudicizia, offerti alla visita da un nugolo di insetti impollinatori, incaricati del compito di trasmettere le spore, di far nascere ovunque un tripudio di nuove efflorescenze. E l’artista sapeva adottare con la sua tavolozza le gamme cromatiche meglio adatte a quella festa organicista, con magica sospensione tra i riferimenti da erborista abbastanza puntuale e le libere divagazioni di un astrattista, ma sempre tallonato da un senso di vitalismo incalzante. Le manifestazioni floreali, esplodono, si moltiplicano, ma pur sempre leggere, e sostenute da una mirabile efficacia coloristica, tra accensioni carnose o invece improvvisi passi indietro, casti e contenuti. Incontrando queste mirabili effusioni cromatiche ai miei inizi di carriera, e volendone indicare l’alta qualità, mi capitò di ricorrere a una metafora che credo appropriata, dichiarando che una pittura del genere sarebbe piaciuta anche al nostro Giorgio Morandi, al di là delle differenze di età, percorso, collocazione.
Arshyle Gorki, Venezia, Ca’ Pesaro, a cura di G. Belli e E,Devaney, fino al 27 agosto.

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Letteratura

Giuda, interpretazione maiuscola di Favino

E’ giusto che, dopo aver dedicato domenica scorsa un opportuno omaggio al film di Almodovar, ora mi occupi dell’unica nostra partecipazione all’ultimo festival di Cannes, il “Giuda” di Marco Bellocchio, al confronto assai meno fortunato in quanto venuto via a mani vuote, senza alcun riconoscimento. E invece il protagonista principale della pellicola italiana, Pierfrancesco Favino, poteva meritare il premio come miglior attore, se non avesse avuto la sfortuna di incontrare sulla sua strada un mostro sacro come Antonio Banderas, peraltro non a una delle sue migliori interpretazioni. Se si vuole, il film di Bellocchio è vittima di una contraddizione che però risulta inevitabile in queste occasioni. Ovvero succede che quando ci si occupa di tristi figure di delinquenti incalliti non ci si trattene dal conferire loro una stazza superlativa, semplicemente affidandone l’interpretazione ad attori di prima grandezza. Ma che altro potrebbe fare un regista desideroso di portare il suo lavoro al successo? L’esempio trascinante in materia è fornito dal “Padrino” di Coppola, dedicato a un personaggio tutt’altro che stinco di santo, ma reso grandioso, epico, col fatto di averne affidato l’interpretazione a tre attori di prima grandezza, chiamati a rivestire quella parte in successione, da Marlon Brando a Robert De Niro a Al Pacino. Venendo alla narrazione fornitaci da Bellocchio, questa forse è stata troppo scrupolosa per quanto fedele ai dati di cronaca, soprattutto nell’inseguire i primi tempi dell’eroe di mafia, con la sua numerosa famiglia e le vicende dei primi figli, vittime a loro volta della criminalità organizzata. E certo la tela di questo anti-eroe è assai ingarbugliata, nei suoi vari passi, la fuga in Brasile per sottrarsi alla vendetta già allora annunciata, i tentativi di evitare l’estradizione in Italia, dove di nuovo si sarebbe trovato a rischio della vita, fino a simulare un suicidio o altri malanni. Ma finalmente quando il protagonista decide di fare il “pentito” rendendo ampia confessione dei suoi crimini e consentendo di mandare alla sbarra un centinaio e più di ex-complici, siccome il tema si fa chiaro e definito, anche la narrazione del film diviene ferma, precisa, incalzante, con le scaramucce tra il “pentito” e i delinquenti alla sbarra, che si vendicano con offese, lazzi, attacchi verbali. E validi risultano pure i contradditori a tu per tu, in particolare tra il “pentito” e il massimo esponente della malavita organizzata, il Riina, Purtroppo, mente nel suo film Almodovar riesce a porre accanto alla sua proiezione autobiografica degli attori pur essi di prima grandezza, un bravissimo ragazzino come suo alter ego, una superba Penelope Cruz come sua madre, altrettanto non riesce a Bellocchio. Debole e macchiettistico, con ben poca rassomiglianza, l’attore che impersona Falcone e conduce il suo dialogo col pentito. Unico altro attore di livello, Luigi Lo Cascio, cui però spetta una parte secondaria, da pentito-bis e di minor peso. E dunque, il film resta affidato all’interpretazione maiuscola di Favino, col rischio già segnalato che questa renda fin troppo grandiosa la sua posizione, così da tributargli un involontario omaggio, col motivo, posto al centro dell’intero film, che lui non fu un traditore, un Giuda, ma al contrario un difensore dei vecchi principi della mafia del buon tempo antico, quando non si uccidevano le donne e i bambini. In scala ridotta, nei confronti di Buscetta può scattare il fatale interrogativo manzoniano, fu vera gloria o semplicemente un furbo che, vista la mala parata, si limitò a tradire i principi per salvare la vita?

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Attualità

Dom. 16-6-19 (Berlinguer)

Insisto ancora su quello che al momento è il tema che più mi interesse, e che spero tra poco di portare all’attenzione dei maggiorenti del Pd di Bologna in una riunione di cellula, ovvero la convenienza di andare a un contratto col M5S. Ho sentito l’ 8,30 della Gruber di lunedì scorso 10 giugno, dove compariva un suo interlocutore abbonato che lei stessa ha promosso al livello di massimo commentatore politico, Andrea Scanzi, indefesso accusatore-denigratore del Pd e di tutte le sue mosse, accolte con un sorrisino di commiserazione, e sempre pronto a bacchettarne ogni decisione. Tra cui, ovviamente, il mancato dialogo coi Pentastellati quando con loro era possibile formare un governo. Ma ripeto quanto qui detto già a più riprese, allora quel matrimonio risultava improprio per il nostro stato minorile e per l’oltracotante superbia dei presunti interlocutori. Ma un commentatore politico degno di questo nome dovrebbe sapere che esiste il cosiddetto “cairos”, che cioè le condizioni possono mutare, allo stato odierno noi siamo risaliti, e invece i possibili interlocutori sono discesi, e dunque la partita, cioè l’andare a un contratto con loro, si potrebbe giocare in termini diversi. Mi è dispiaciuto prendere atto che della stessa opinione, che cioè il dialogo sia chiuso per sempre, e per colpa di quel ribaldo di Renzi, è risultato anche un personaggio di ben altra statura rispetto a Scanzi, Veltroni, di cui ho più volte lodato, in sede di critica letteraria, i romanzi che ci ha proposto. Ma anche lui dovrebbe ricordare una massima latina, che se non sbaglio veniva mormorata da un ex-segretario del Pci, “multa cecidere quae iam renascentur”, ovvero mai dire mai, in politica. Il lato più spiacevole è che poi sia Scanzi che Veltroni si sono profusi in una lode indiscriminata di quel santino o santone che è stato Enrico Belinguer, per carità, onesto, anzi onestissimo, ma sul piano politico mosso da un unico chiodo fisso, impedire che Craxi si ingrossasse alla sua destra. In questo Berlinguer era ligio alla linea tradizionale del marxismo-leninismo, mai permettere che alla sinistra o alla destra del Partito si costituisca una forza antagonista. Del resto, se non sbaglio, per liberare del tutto il Pci dai residui di sovietismo c’è stato bisogno di un Occhetto e di un famoso incontro alla Bolognina, anche se poi a sua volta Occhetto è stato messo in soffitta. Sono in molti a doversi lamentare di essere rimasti vittima di un destino “cinico e baro”, come del resto lo stesso Veltroni, che assai prima di Renzi ha dovuto sperimentare sulla sua pelle come sia difficile andare contro tutto il resto dell’elettorato, coalizzato per punire chi tenta una qualche innovazione, nel Paese del Gattopardo. Certamente di spirito innovativo non aveva brillato Berlinguer, perfetto conservatore delle passate glorie del vecchio PCI.

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Un Fontana incendiario e tellurico

Anna Coliva è un eccellente funzionario dei nostri beni culturali, da tempo ottimamente preposta alla direzione della romana Galleria Borghese, da cui la si era voluta rimuovere non so bene per quale pretesto. Anzi, il suo operato sta a dimostrare quanto fatua sia stata la riforma imposta dell’ex-ministro Franceschini che è andato a pescare tra stranieri le persone da mettere alla testa dei nostri musei, quando, semmai, basterebbe promuovere le eccellenze che già abbiamo, e allontanare invece i mediocri. Fra l’altro, ho lodato la mostra che di recente proprio la Coliva ha dedicato alle sculture di Picasso, così come ora mi appresto a fare per l’attuale dedicata a Lucio Fontana. Però le lodi che non le ho certo lesinato, quando ancora scrivevo su quotidiani importanti, sono sempre state accompagnate da un dubbio, se valga la pena di dispiegare tanta ingegnosità nella sede che pure le spetta per diritto, una Galleria Borghese già piena come un uovo di capolavori, per cui i nuovi ospiti vi devono essere ficcati a forza negli interstizi, e i visitatori comuni neanche se ne accorgono, o li avvistano come strane, incongrue presenze. Non vale neppure il motivo del confronto tra l’antico e il contemporaneo, dato che di fatto, se gli ospiti sono della stazza di un Picasso o di un Fontana, esso si risolve in uno scontro irrelato.
Ma veniamo all’esposizione attuale, che ha il pregio di non accarezzare per il verso convenzionale l’immagine ufficiale di Fontana, quale promossa da quello che si può davvero chiamare col brutto termine di “modernismo”, una specie di gara a chi fa i gesti più estremi, per cui, del “gran lombardo”, si lodano i buchi e i tagli, a danno di altri aspetti ugualmente o forse ancor più validi. Invece già il titolo di questa rassegna, in cui l’artista è ricondotto al binomio “Terra e oro”, allarga utilmente il campo. I famosi tagli sono stati senza dubbio un gesto forte, ma solo simbolico, del resto nella mia non breve carriera di curatore di mostre li ho sempre preferiti quando Fontana li infieriva su consistenti brani proprio di “terra”, ovvero di terracotta, magari rifusu in bronzo, come per esempio avviene nelle sue “Nature”, dove lo squarcio prende un sapore di furia tellurica, di un Prometeo, o di un fanciullino pascoliano, che vuole andare a vedere che cosa c’è dentro, nella materia, nel globo terrestre. Caso mai, il gesto crudo del forare lo spazio può essere ingentilito se viene inferto su una superficie dorata, decisa a ostentare una sua autonoma ricchezza, a compenso della violenza di quanto è costretta a subire. Ma meglio ancora quando Fontana si ricorda di essere un geniale modellatore di terrecotte, di ceramiche, cui imprime un furore degno della migliore tradizione barocca, come aveva ben capito Enrico Crispolti, nel dedicare un risoluto omaggio appunto alla sua “carriera barocca”. Qui spuntano dalle pareti i grovigli sanguinanti delle crocefissioni, una produzione che Fontana svolgeva soprattutto negli anni prebellici, cui poi ha imposto una pausa, preferendo darsi alle sue stoccate di ardito spadaccino spaziale. Ma lo spazio, lo sa agitare altrettanto bene attraverso i grumi, i nodi arruffati gonfi di furore, affidati alle sue “terre”. Magari manca all’appello un terzo aspetto fondamentale, e forse vincente, quando cioè l’artista conduceva le sue esplorazioni spaziali non attraverso un geto perentorio ma irrelato come il taglio, bensì attraverso i flessuosi ed elastici “lazos” realizzati con i tubi al neon, che non si limitavano a fare il solletico allo spazio, ma andavano a sommuoverlo dalle radici, ad animarlo organicamente.
Lucio Fontana, Terra e oro, a cura di Anna Coliva. Roma, Galleria Borghese, fino al 28 luglio.

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Letteratura

Moravia prende la poesia a sberle

Sono un vecchio e convinto lodatore di Alberto Moravia, in continua polemica con i miei compagni della cordata neoavanguardista, a cominciare dal mio fratello maggiore Angelo Guglielmi, che invece in lui hanno visto un corruttore, fatti salvi gli Iniziali “Indifferenti”, un campione di ogni lenocinio. Per parte mia ho sempre coltoin lui una resistente linea di sperimentalismo, anche se indubbiamente costretta a scendere a qualche compromesso con la sua esuberante volontà di essere prima di tutto, costi quel che costi, un narratore. Ma rientra in pieno nella sua intelligenza che si sia voluto anche poeta, come ora scopriamo con qualche meraviglia per l’uscita di un consistente nucleo di liriche, di cui si aveva scarsa e incerta notizia. Ma beninteso il primo termine da smentire è proprio quello di “lirica”. Moravia ha ben compreso che il suo stesso talento lo obbligava a prendere la poesia “in gran dispitto”, precisamente a sberle, a insulti, erigendo una barriera contro ogni rischio di scadere appunto in un facile lirismo, o, come si usa dire, di esprimersi in “poetichese”, e da non dover provare in alcun modo, quella che venne anche detta “vergogna della poesia”. Il suo acre razionalismo gli imponeva, come atto inaugurale e imprescindibile, di rinunciare a tutta la macchina ingombrante della metrica e derivati, di riportarsi a enunciazioni scabre, minimali, con brevi emissioni, appena una parola, o un mozzicone di frase. Per questa via si dà una curiosa “coincidentia oppositorum”, dato che un simile esercizio poetico brutale, in apparenza rozzo, ridotto al lumicino, viene a incontrarsi coi versetti a loro modo invece culti e raffinati di un Ungaretti. Anche in queste brevi e nude, quasi bibliche enunciazioni, insomma, si può cogliere una specie di “allegria” di un naufrago. In fondo Moravia gioca sapientemente sulla variazione di scala che gli consente la pratica dei due generi letterati. Il narratore è costretto ad affidate la sua superba analisi esistenziale, l’assillante sentimento di noia, di male di vivere a quello che usualmente si dice uno sviluppo diegetico, di trama. Deve cioè “fare lungo”, magari annacquare il prodotto, che è quanto i suoi avversari gli rimproverano, essendo nemici per principio di ogni meccanismo di trama, di racconto. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano invece di questo esercizio ridotto ai minimi termini, dove l’autore fa i conti da vicino, e senza alcuna intercapedine, coi dati di fondo della sua vita e della sua morte, messi a nudo, condotti attraverso un continuo, implacabile masochismo applicato a se stesso, il che lo porta ad associare i suoi casi esistenziali a certe affinità, metafore, similitudini reperite frugando tra i valori più degradati e volgari della realtà. Una specie di esercizio ascetico, come indossare un cilicio, trasformare i versetti quasi in strumenti di tortura, in chiodi per crocifiggersi, salvo però a versare sulle piaghe qualche balsamo, ma per ricominciare subito daccapo.
Alberto Moravia, Poesie, Bompiani, pp. 203, euro 16.

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Attualità

Dom. 9-6-19) (repetita)

Ho tentato di far giungere a qualche personaggio influente del Pd la mia ipotesi di un contratto di governo tra Pd e M5S, ma senza ricevere alcun riscontro. Eppure continuo a pensare che questa sia l’unica via da percorrere per la salvezza del nostro Paese. A questo punto mi pare che i vari commentatori in cattedra si sono persuasi che Salvini non ha nessuna intenzione di far cadere il governo, hic optime manebimus, con i Pentastellati da usare come uno stuoino ai suoi piedi, afflitti dalla paura, loro sì, di andare a nuove elezioni che li decimerebbero, mandando a casa la maggior parte dei loro deputati. Salvini-Di Maio, allacciati in un mortale abbraccio, rischiano di trascinarci verso il default, insensibili ai vari motivi di crisi, e anzi intenti a peggiorare la situazione, ora anche con l’assurda invenzione dei mini-Bot, che ricordano tanto le AMlire con cui le truppe americane di liberazione-occupazione si facevano mantenere da noi nell’immediato dopoguerra. Una cosa che mi manda in bestia è che tutti continuano a lodare il presidente Mattarella, a dichiararlo unica nostra speranza, mentre a mio avviso, come ho detto tante volte, lui è all’inizio dei nostri guai, avendo permesso lo scellerato contratto Salvini-Di Maio, e anche ora se volesse potrebbe soffiare sul fuoco, costringere ad andare verso una salutare crisi di governo, e per giunta con la coscienza tranquilla che esiste una maggioranza alternativa, come del resto lui sapeva bene e lo sapevano perfino i commentatori dopo l’esito disastroso delle elezioni del 4 marzo. Ora invece tutto tace, nessuno osa accennare a questa possibile soluzione. Forse il Pd è contento dell’ipotesi di andare crescendo di qualche punticino, per parecchie tornate elettorali a venire, lasciando che attorno a noi imperversi la bufera.

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Fontanesi, paesaggista principe dell’Italia transpadana

Reggio Emilia celebra nel modo giusto un suo concittadino, Antonio Fontanesi (1818-1882), che si può considerare il nostro paesaggista principale per quanto riguarda le province transpadane, Piemonte e Lombardia soprattutto, un risultato a cui la città natale, a dire il vero, non poteva contribuire molto. Però, nella sua lunga carriera, ci fu davvero una stagione spesa a casa, lavorando a quello che era detto il Caffè degli Svizzeri, in piazza Duomo, su cui opportunamente, in catalogo, porta l’attenzione Massimo Mussini. Ma era un Fontanesi in curiosa versione “romantica”, alla maniera di Massimo d’Azeglio, che inventava picchi, foreste, cascate d’acqua assolutamente inverosimili se collocate nella placida pianura padana. Gli fu di grande utilità il coraggio che lo indusse ad essere combattente nelle guerre risorgimentali, come del resto allora fecero quasi tutti gli esponenti, al di sopra o al di sotto del Po, delle nuove generazioni, rassomigliando per questo verso a quanto avrebbero poi fatto i nostri più promettenti artisti in occasione della Grande Guerra. Ecco dunque che comincia, da parte di Fontanesi, la frequentazione di Torino, poi un rifugio nella neutrale Ginevra, dove però gli avvenne di completare la propria educazione di paesaggista principe, soprattutto incontrandovi un esponete della Scuola di Barbizon, il Daubigny, da cui anche un passaggio per Parigi e un decisivo contatto con Corot. Però, in proposito bisogna fare attenzione, i Corot furono due, in una prima fase il paesaggista francese era erede della nobile tradizione alla Lorrain del paesaggio classico, rinnovata con le magnifiche visioni laziali, un trionfo di mura rapprese, assolate, pregne di calore, cui poi si allacciarono i Macchiaioli. Ma in seguito, entrato nella squadra dei Barbizonniers, Corot compì una svolta, stimolato anche dal porsi in una precoce gara con la fotografia, e soprattutto con i suoi sali argentati, rabbrividenti, palpitanti. Parte da qui la versione compiuta del paesaggismo di Fontanesi, dove le vedute diventano quasi delle veline sottili, pronte a lacerarsi per lasciare aggallare fronde d’alberi, distese di campi coltivati, animali al pascolo, come batuffoli di cotone, o come covoni rotolanti al suolo, mossi da qualche brezza. E per fortuna quelle pianure piatte, tremolanti, sussultanti, non saranno più sovrastate da vette improbabili, anche se le Alpi ci potevano stare davvero, ma ora l’artista le espunge, considerandole non in linea con la sua nuova visione. Di questo suo saldo raggiungimento c’è una splendida collezione di capolavori, nella mostra reggiana, che si spinge anche a misurare l’eredità del suo concittadino, sempre molto mobile nella sua esistenza privata e professionale, che in definitiva lo porta a privilegiare il Piemonte, ma con incursioni perfino a Firenze, senza però accogliere nulla, neppure da Banti con cui coabitò per qualche tempo. Ma è giusto porlo alla base del Divisionismo del Nord, dal suo inventore, Vittore Grubicy, a colui che ne seppe trarre il miglior insegnamento, Giuseppe Pellizza, e gustee anche le puntate verso Avondo e Reycend. Quanto a poter varcare legittimamente il capo del Novecento, certamente è appropriato schierare i dipinti “ebbri” di Tosi, o i Carrà tardivi dopo il 1930, e forse, al seguito di Francesco Arcangeli, ci possono stare anche i suoi “Ultimi naturalisti”, il trio Mandelli-Moreni-Morlotti. Ma francamente non si capiscono le citazioni di Burri, le cui lacerazioni fin troppo materiali non hanno nulla a che fare coi lievi palpiti atmosferici nutriti da Fontanesi, e non ci stanno neppure le misure angolari, da geometra implacabile dello spazio, tipiche di Sergio Romiti. Antonio Fontanesi e la sua eredità. Acura di V, Bertone, E. Farioli, C. Spadoni. Reggio Emilia, Palazzo dei Musei, fino al 14 luglio. Cat. Silvana editoriale.

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Letteratura

Almodovar, un film che ci fa sentire il canto degli angeli

L’ultima volta che mi ero occupato di Pedro Almodovar era stato a proposito di “Julieta”, un film che avevo trovato inutilmente aggrovigliato e con passaggi inverosimili, un prodotto quasi da eliminare dalla sua gloriosa filmografia. Ora invece si è riscattato con questo suo “Dolor y gloria”, forse anche per la decisione semplificatrice di abbandonarsi totalmente alla chiave detta oggi della “auofiction”, o della confessione autobiografica, per dirla con un termine più usuale. Almeno così pare, e del resto una chiave del genere è stata adottata da tutti i critici intervenuti. Con una tipica struttura a chiasmo, intervallando cioè delle immagini di un autore giunto alla sua maturità e vividi flash back di ritorno agli anni dell’infanzia e prima adolescenza. Nel ruolo dell’eroe stanco recita un Antonio Banderas che a seguito di questa sua prestazione si è meritato a Cannes la palma di miglior interprete, credo più in memoria di tante sue anteriori, superbe prestazioni, mentre in questa il regista gli ha riservato un compito ingrato, forse appunto, se accettiamo l’interpretazione in chiave autobiografica, mosso da un intento masochista di dare di se stesso, e del suo analogo, un’immagine fallimentare, o meglio, di un sopravvissuto che sa civettare abilmente con i vari titoli della sua gloria passata, mentre al presente si compiace di una grandiosa rovina, con abbandono ai piaceri della droga, dell’alcol, e a mille ritrosie e mossette furbe, tra il volere e non volere. Per fortuna che questo spettacolo ambiguo e sconcertante è intervallato dai passi indietro, quando compare un ragazzino vispo, pieno di vita, che sa fare virtù dei guai di un’esistenza misera, per colpa di un padre abulico e inerte, ma compensato da una madre piena di affetto, e di tenere cure per la sua creatura, ruolo affidato a una bravissima Penelope Cruz. I due sono costretti ad andare a vivere, nei pressi di Valencia, addirittura in un sotterraneo, da cui però, alzando gli occhi al cielo, e filtrando lo sguardo attraverso una griglia a maglie rade, si ha una magnifica visione del firmamento, e davvero si sente un coro di angeli che intonano la canzone di Donaggio, “lassù sento gli angeli che cantano dolcemente”. Questa è la chiave del tutto intonata ad amore, estasi, confidenza nelle proprie doti del protagonista, Salvador Mallo, nella sua incarnazione di partenza. Infatti questo ragazzino, vispo e intelligente, se la cava bene con l’alfabeto, la scrittura, la lettura, tanto da poterle insegnare a un nullatenente come lui, un imbianchino che si incarica, in cambio degli insegnamenti ricevuti, di dipingere i muri dell’antro miserabile in cui madre e figlio vivono. Tra l’altro, siccome terminato il suo lavoro l’operaio si denuda per lavarsi in una tinozza, il ragazzino, o diciamo pure, alla maniera di Joyce, l’artista da giovane, ha una visione estatica del nudo maschile, da cui l’omosessualità che poi sarà un dato costante della sua vita ulteriore. Questo Almodovar in gran forma non si trattiene dal visitare i classici che lo hanno preceduto sulla medesima strada, da Joyce fino al nostro Tornatore, col suo fanciullo estasiato dalle proiezioni che gli offre il “Nuovo cinema Paradiso”, e nel voltarsi indietro dell’eroe maturo a contemplare il se stesso da piccolo c’è pure un omaggio allo svedese Bergman e al suo “Posto delle fragole”, e si percepisce pure un’aura che ha qualcosa a che fare col nostro Pupi Avati. Naturalmente la madre, Penelope Cruz, per seguire l’amato figlio nella sua crescita deve passare la mano a una attrice più matura, anche lei bravissima, capace di condurre dei dialoghi dell’anima con l’uomo celebre ormai in disarmo, richiamandolo alle sue doti migliori e dandogli un preciso mandato di come trattare le sue spoglie, quando tra poco lei se ne andrà. Il tutto irrorato dalla celestiale musica di Donaggio, che ci accompagna “dolcemente”, dal principio alla fine.

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Attualità

Dom. 2-6-19 (contratto)

Ritornando a un mio solito “domenicale”, dopo il “lunediale” dello scorso 27 maggio, non ho che da ribadire quanto vi dicevo. Ricapitolo e rilancio.
Primo, La cosa più infausta per il nostro Paese è che i Pentastellati, per paura di nuove elezioni che per loro sarebbero rovinose, si adattino a subire l’oltracotante legge del più forte imposta dal vincitore Salvini, il quale da parte sua, finché può avere la controparte ai suoi piedi, non ha alcun interesse a promuovere nuove elezioni, che lo obbligherebbero a rifare i conti con Berlusconi. Mi sembra una pia illusione quella della Meloni di potere andare a un governo a due con la Lega.
Secondo. In genere tutti dimenticano che le elezioni di domenica scorsa hanno senza dubbio un valore di monito, rivelano le intenzioni dell’elettorato, ora come ora, il che però dovrebbe scoraggiare tutte le parti a volere nuove elezioni. Si dimentica che al momento c’è in Parlamento una possibile maggioranza Cinque stelle più Pd. Ebbene, si giunga a un contratto tra loro, non capisco perché sia Calenda sia Pisapia lo condannino, e perché un abile commentatore come Paolo Mieli, uno dei pochi che mi sembra accennare a questa via d’uscita, ritenga che prima ci voglia un passaggio elettorale. Questo, come detto sopra, sarebbe rovinoso per i Cinque stelle, e darebbe forse qualche punticino in più al Pd, ma lasciandolo fuori dai giochi.
Terzo. Io non conto niente, ma certo devo ammettere con me stesso che così mi smentisco, qualche tempo fa avevo plaudito all’”uscita” di Renzi che aveva esortato il Pd a rifiutare un tentativo di alleanza con Di Maio e compagni. Ma in quel momento saremmo stati noi lo zerbino dei Cinque stelle, che si presentavano col doppio dei nostri voti, e che per tutta la campagna elettorale avevano rovesciato tonnellate di merda nei nostri confronti. Andando indietro, peserà in un giudizio storico il male che i Cinque stelle hanno fatto, a loro stessi e al Paese, quando hanno rifiutato un dialogo con Bersani.
Quarto. Questo a parer mio utile, e anzi necessario contratto andrebbe negoziato sotto banco, altro che in pubblico, come sembrano dire alcuni stolti commentatori, proprio per vedere se regge o no. Ma i presupposti ci sono, almeno su tre punti. Una posizione di sinistra deve respingere, finché si può, la flat tax, l’abolizione della progressività dei versamenti fiscali, che mi sembra essere uno dei pilastri di una sinistra, come e dove la si voglia trovare. Inoltre si eviterebbe l’incrudelire delle leggi di sicurezza, cavallo di battaglia salviniano. IE ancora, altro punto di possibile concordia, l’abolizione dei privilegi che le regioni del Nord, ormai quasi tutte a trazione leghista, vorrebbero acquisire a danno delle parti restanti del Paese. Sbaglia il governatore Bonaccini dell’Emilia Romagna, l’unico rimasto in questa non lodevole compagnia, a volersi mettere sulla stessa strada. La TAV non potrebbe più essere questione dirimente, dato che i Cinque stelle devono pur accettare il referendum a suo favore che è venuto dalle recenti elezioni proprio dalle zone coinvolte in questa operazione.
Quinto. Si dirà che, facendo un governo coi Cinque stelle, il Pd si assumerebbe la patata bollente di raddrizzare i conti sballati proprio dall’attuale governo, ma, diciamolo con Dante, “qui si parrà la (sua) nobilitate”. Sarebbe un’impresa che ci onorerebbe, nel lodevole tentativo di salvare il Paese.

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