Arte

Preraffaelliti, la fortuna di un copyright

Sembra che gli editori interessati al business della vendita di cataloghi di mostre abbiano assunto una schiera di perlustratori dei vari pechenini e bignamini alla ricerca di nomi grossi cui dedicare una qualche esposizione, al di fuori di particolari scadenze cronologiche, e soprattutto di circuiti internazionali capaci di assicurare un numero adeguato di capolavori dai vari musei, con conseguente possibilità di circuitazione. Così è stato per la mostra dedicata a Ingres in Palazzo Reale a Milano, e così è pure per l’attuale dedicata ai Preraffaelliti, anche se, al confronto, bisogna pur ammettere che qui sono presenti più capolavori, ma certo, per avere un quadro completo del fenomeno, bisogna scorrere appunto le pagine del catalogo relativo e ammirare la riproduzione dei capolavori storici, dei dipinti-chiave, di cui in mostra non si è potuto ottenere il prestito. Comunque, questa volta c’è un nutrito numero di presenze, e proprio per il numero uno dell’intero gruppo, quel Dante Gabriel Rossetti, fiero di ricordare nel proprio nome il nostro nume tutelare, e fiero anche di quel genitore compromesso nei moti carbonari meridionali del 1821 che lo avevano costretto ad andare esule a Londra, conoscendo così il destino di altri personaggi più celebri di lui, come Foscolo e Mazzini. A Dante Gabriel spetta di essersi impadronito, nel 1848, del copyright di un qualcosa che però esisteva da tempo prima di lui, ma senza che gli sperimentatori anticipati avessero la prontezza di spirito di innalzare il vessillo, il fatidico “ritorniamo a prima di Raffaello”, ovvero, l’Occidente torni alle origini, a quelle che il Vasari aveva chiamato le maniere prima e seconda, dai primitivi del Trecento ai primitivi già più raffinati, ma pur sempre irrigiditi in pose arcaizzanti, che erano stati i vari Botticelli e Perugino, prima che Leonardo fosse venuto ad aprire porte e finestre per far affluire il soffio del vero atmosferico-ambientale, ovvero la “terza maniera”, l’unica a potersi dire veramente “moderna”. Il proposito di tornare indietro voleva quasi rispondere a un richiamo ambientalista: chiudiamo le porte alla corruzione atmosferica, ritorniamo a una purezza di forme quasi di specie lunare, o di un paradiso terrestre, respingendo anche le lusinghe dell’affarismo. Predicazione a favore di un’arte casta, pura, monacale. Ebbene, molto prima che Dante Gabriel agitasse quel gagliardetto, se ne era già impadronita una schiera di eversori, sul finire del Settecento, dallo svizzero Füssli all’inglese Blake al francese David, e anche il nostro Canova era stato della partita. Ma in proposito bisogna dare la parola a Maria Teresa Benedetti, che in un saggio in catalogo ci ricorda come appunto, prima dei Preraffaelliti con tanto di patente, c’erano stati i Nazareni, capeggiati da Overbeck, e tanto attivi proprio a Roma, nei mirabili affreschi del Casino Massimo. E seppure su un piano minore, li avevano seguiti anche i nostri Puristi. Dunque, il grido di battaglia emesso da Dante Gabriel a Londra era già risuonato, non era del tutto nuovo. Ma la presente mostra gli rende giustizia documentandolo con un gran numero di lavori, tra cui quelli degli inizi in cui, rispettando davvero il patronimico medievale, l’artista produce in modi volutamente schematici, sghembi, neogotici, saccheggiando temi tipicamente “romanzi”. Accanto a lui, ci sono i comprimari, però presenti con pochi pezzi, e dunque, volendoli conoscere meglio, bisogna andare a vederseli nei repertori aggiunti. C’è John Everett Millais, cui si devono due capolavori proverbiali, l’”Ofelia”, scorrente annegata in una roggia, onorata da un tripudio di erbe e fiori, in cui però si rende visibile la lontananza tra questi post-medievali e i rappresentanti dell’asse naturalista-impressionista, che stanno per mettersi in movimento. La natura dei preraffaelliti è cimiteriale, sembra fatta di plastica, come succede ancora oggi quando vogliamo risparmiare la spesa di fiori freschi nel culto dei cari estinti. Ma Millais in definitiva è un “traditore”, troppo abile e docile nel riportare la barca preraffaellita a prendere il filo della corrente di un naturalismo più pieno e godibile, anche se pur sempre velato da un senso di misticismo mortuario (“La valle del riposo”). Scarsa la presenza del terzo grande della Confraternita, William Holman Hunt, che si caratterizzava per un precisionismo maniacale, ispido, tagliente, convinto anche che per alimentarlo si dovessero davvero abbandonare i “vecchi parapetti” europei e andare in mistico pellegrinaggio in Terra Santa. Forse un “totalizzatore”, tra i vari motivi affrontati, si deve considerare Ford Madox Brown, capace di ampie scene di piena capacità narrativa, famoso anche per avere colto molto bene un doloroso momento di distacco, di una coppia di sposi che si imbarcano per le lontane terre coloniali, quasi una parabola di un’arte che intende rinunciare ai privilegi e alle certezze occidentali per seguire cammini più aspri e incerti. L’attenzione ampia concessa al numero uno, Rossetti, appare anche dal fatto che il suo percorso viene accompagnato per il lungo, quando in un suo secondo tempo lascia le attrazioni caste e povere delle origini, preso invece dal fascino di “belles dames sans merci”, di Maddalene, se vogliamo, che i profumi, invece di versarli ai piedi di Cristo, se li versano addosso, avvolgendosi in toilettes sontuose, ammalianti, riservando semmai ai partner i profumi particolari consistenti in una precoce consumazione di droghe. L’ultimo Rossetti cerca l’estasi artificiale con l’aiuto del laudano, però preservando da questa lussuriosa corruzione un suo giovane allievo, Edward Burne Jones, di cui scarsa è la presenza di dipinti, sostituiti da molti disegni. Eppure proprio questo ultimo a comparire in scena è anche colui che del movimento compila l’immagine più ferma e regolare, con un stuolo di vergini silenti, a dire il vero alquanto segaligne, anoressiche, pronte a passeggiare in su e in giù, come mannequins in una sfilata di moda. Volendo tracciare un consuntivo dell’intera Confraternita, certo essa ha occupato saldamente il centro dell’Ottocento, dimostrando che “repetita iuvant”, confermando, accrescendo quanto nella medesima direzione era già stato anticipato da movimenti precedenti. Ma poi le è mancato di compiere un passaggio, una staffetta del testimone, i suoi membri cioè non sono riusciti a sintonizzarsi su un “arrivo dei nostri”, quando il Simbolismo, l’Art nouveau, il clima insomma della fine-secolo ha fatto ricorso sistematico all’arcaismo, alla stilizzazione dei contorni, a un trattamento delle figure sintetico e quasi astratto. Al confronto, le dame troppo cariche di pellicce e orpelli di Dante Gabriel, o le vergini troppo rinsecchite di Burne Jones, falliscono quel passaggio, si fermano a mezza strada in un loro limbo.
Preraffaelliti. Amore e desiderio, a cura di C. Jacobbl e M.T.Piantoni, Milano, Palazzo reale, fino al 6 ottobre, cat. 24ore cultura.

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Letteratura

Antonella Boralevi: un fresco instant book

Su Antonella Boralevi posso ricordare un aneddoto divertente, risalente addirittura a una quarantina d’anni fa, al 1983. Allora mi avvenne di curare la mostra per il centenario dalla nascita di Gino Severini, nel fiorentino Palazzo Pitti. La Boralevi mi intervistò, credo che fosse per “Epoca”, e io, per spiegare il senso della mostra, che intendeva rendere onore a Severini in ogni suo aspetto, Futurismo, Richiamo all’ordine, recupero dell’affresco, dell’arte sacra, con un finale ritorno all’astrazione geometrica, mi avvenne di usare una metafora, devo ammettere, molto banale, dicendo che quell’artista era come il maiale, tutto buono da utilizzare, senza doverne buttare via nulla. La giornalista riportò fedelmente questo mio giudizio, il che non piacque affatto a Gina, figlia dell’artista, che non mancò di lamentare la mia senza dubbio infelice battuta, anche se, a dire il vero, avevo sperato che l’intervistatrice non la riportasse pari pari. Molto tempo è passato da quella lontana e minima vicenda, io sono affondato nel nulla mentre la Boralevi è cresciuta, fino ad apparire talvolta nel salotto “buono” della Gruber, inanellando una serie di successi, tra cui alcuni romanzi. Ed è proprio dell’ultimo di questi che ora mi voglio occupare, “Chiedi alla notte”, titolo enfatico e immotivato che però copre un prodotto invece piacevole, fresco, pur nella sua semplicità quasi disarmante. E’ una sorta di instant book, di cui piace proprio la rapidità nel succedersi delle situazioni, affidate a una cronologia incalzante, e a una lingua che ovviamente è un parlato privo di ogni intenzione di fare stile, quasi corrispondente a una registrazione in diretta. Ma meglio così, meglio questa rapidità di formulazione, questa rinuncia ad ogni pretesa di fare stile, piuttosto che la noia da me provata, leggendo un prodotto che pure pretenderebbe di andare per la maggiore, il prodotto laborioso della Cibrario, “Il rumore del mondo”, affidato a una formula che fallisce su entrambi i fronti, quella della “storia”, in cui, come ho detto domenica scorsa, non riesce a far luce sui grandi personaggi che vissero a Londra e a Torino nel primo Ottocento, e tanto meno su quello dell’invenzione, infatti la trama procede fiacca avvolgendosi su se stessa. Nel caso della Boralevi, la “storia” altro non è che cronaca, ma inseguita a ritmo travolgente, e portandoci su scene di perfetta attualità, quelle che noi stessi vorremmo frequentare, confusi fra le masse dei turisti. Si parte da una serata al Festival veneziano del cinema, offertoci appunto in diretta, quasi con invito a cercare anche noi di infiltrarci tra coloro che vengo ammessi al red carpet delle celebrità. E poi, anche fuori di lì, quanti squarci per i canali e le calli della Serenissima, magari con permesso di entrare in qualche villa patrizia. E ci sono pure gli inviti a servirci con abbondanza di cibi, di bevande, ovvero il romanzo sa divenire anche un ricettario, una guida gastronomica. Magari l’invenzione la trama non eccelle per originalità, ma sa valersi di giusti richiami alla suspense, sfornandoci subito l’inevitabile delitto, nella persona dell’ospite più attesa, la diva numero uno della serata, tale Vivi Wilson, che passa ben presto dalle stelle alle stalle. Infatti dopo le scene di tripudio che le dedicano i fan, ne viene scoperto il cadavere, quasi un involucro di miseri indumenti spinto a terra in qualche angolo del Lido, vittima di una morte per acqua. Da qui l’inevitabile inchiesta, affidata a commissario, un certo Alfio che non fa nulla per mascherare un carattere banale di sciupafemmine, esemplato su tanti suoi illustri colleghi che ci vengo restituiti ogni sera dai programmi televisivi. Del resto, diciamolo pure, anche questo elaborato dalla Boralevi sembra un prodotto già pronto per esulare dalla carta stampata ed entrare nel repertorio Sky o Netfix, secondo quel destino ibrido che oggi è la nota dominante dell’intera narrativa, quasi a gara con quanto succede nel mondo delle auto. Naturalmente, mi guarderò bene dal tradire lo scoop su cui si basa lo scioglimento di questo “giallo”, che peraltro non risulta inferiore alle risorse, ai colpi di scena, al recupero di qualche fantasma o colpa o delitto del passato, di cui si valgono concordi i vari Cordier e Barnaby e Vera dei nostri giorni. La Boralevi segna un ultimo punto a suo favore decidendo di rendere omaggio alla propria condizione femminile, e dunque la soluzione finale verrà fuori, non già dal commissario troppo sicuro di sé, ma dalla sua partner, Emma, che ha la lucidità di fare un’indagine rivolta a far luce sui misteri del tempo che fu.
Antonella Boralevi, Chiedi alla notte, Baldini+Castoldi, pp. 529, euro 21.

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Attualità

Dom. 30-6-19 (Gruber)

Ieri sera ho ascoltato il salotto della Gruber in cui intervenivano due “pezzi da novanta”, Scalfari e Mieli. Confesso che speravo che l’uno o l’altro di loro accennasse, seppure in termini dubitativi, all’unica soluzione che continuo a ritenete proficua, l’alleanza tra il Pd e Cinque stelle. Invece niente, seppure in un quadro sconfortante e privo di luce. Ormai quasi tutti sono concordi nel ritenere che Salvini si guarderà bene dal rompere l’alleanza con Di Maio che gli rende tanto bene, potendolo dominare alla grande. E allora perché rischiare le urne, con la prospettiva di dover andare a governare con quel che resta di Berlusconi e con la Meloni? Magari ci fosse questa crisi, dato che un Mattarella restio a portarci a nuove elezioni sarebbe matematicamente costretto a tentare l’altra possibile maggioranza parlamentare, che continua ad esserci, anche se quasi tutti sembrano trascurarla, ovvero la stesura di un “contratto” tra Pd e M5S. Zingaretti viene in genere promosso, ma non gli si para innanzi un avvenire molto brillante, di un partito che sul filo degli anni e delle tornate elettorali può sperare solo di raggranellare qualche punticino in più. Che fare allora? Lavorare al fianco la schiera pentastellare, che dovrebbe pure nutrire sentimenti di inquietudini e di incertezza, lasciando perdere un Di Maio, vittima della sindrome “come me muovo me fulminano”, ma su un Fico ed altri dissidenti potenziali. Come già detto, non ci vogliono incontri pseudo-segreti della mezzanotte, ma basterebbe un lavorio ai fianchi nelle mille occasioni di incontro spicciolo che i parlamentari consumano ogni giorno. La cosa più patetica è l’invito, anzi, l’auto-invito, che Pd e simpatizzanti si rivolgono ad allargare l’area dei consensi. Ma allora, perché non andare a riprendere il voto giovane, dai diciotto ai trent’anni, che ha disertato in massa il partito della sinistra andando ad alloggiare coi grillini? E’ stato un rifiuto di fedeltà ai padri, che tradizionalmente votavano a sinistra, e dunque un’area potenziale di allargamento ci sarebbe già bell’e pronta. Purtroppo ci vogliono dei leader con fantasia, con coraggio, e anche senso del gioco, come ce ne sono stati nei momenti di svolta. Altrimenti il nostro triste destino è di rimanere schiacciati nella stretta mortale dei due partiti al governo, che preferiscono trascinarci fino al default piuttosto che aprire a nuovi scenari.

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Arte

La grande parabola di Kounellis

E’ patetica la pretesa di artisti e galleristi di partecipare dalla porta di servizio alle grandi mostre internazionali, montando baracche effimere ai lati, come fragili imbarcazioni accanto a navi di lungo corso. Questo succede per esempio alla Biennale di Venezia, ma tra una folla di eventi minori e precari, è pur vero che alcuni emergono e chiedono di essere considerati. Di questa natura è la presenza, a Ca’ Pesaro, del grande statunitense Gorky, cui infatti domenica scorsa ho dedicato un commosso omaggio, e ora è giusto farlo pure per Jannis Kounellis (1936-2017), ricordato da Prada a Ca’ Corner, con la curatela affidata al maggiordomo di famiglia, Germano Celant, e si può pure affiancare il dossier dedicatogli da Ludovico Pratesi nell’omonima rivista edita da Giunti. Per quanto mi riguarda mi sono espresso più volte a favore di questo artista, anche non più tardi del ’13 in una mostra molto completa tenutasi a Trieste, quando ancora scrivevo sull’”Unità”. Quindi conosco bene la via da seguire, ben ricordata dalla presente mostra. Che parte dai primi ’60, quando Kounellis praticava quella che venne anche detta arte “segnaletica”, una variante, così sembrava, tra il Pop e l’Optical, con quei profili rubati dai segnali stradali. Ma in realtà erano già dei tracciati di una specie di Land Art avanti lettera, indicavano dei percorsi da condurre nella realtà, e con l’intero corpo. Anche in alcuni lavori successivi poteva scattare un falso miraggio di specie Pop, perché si trattava di fiori, di corolle ingrandite, ma nel loro centro l’artista inseriva delle fiamme emesse da becchi a gas, col che cambiava tutto, si usciva da un puro universo di immagini, iconico, per affrontare in presa diretta una animazione vitale dello spazio. Era anche un modo di distaccare la propria sorte da quella di Ceroli e di Pascali, erroneamente ascritti all’Arte povera, mentre la loro pur industriosa ricerca di materiali, che potevano magari anche essere “poveri” all’origine, veniva però piegata a intenti iconici che ne spegnevano l’esuberanza, Questa invece sopravviveva intatta nelle produzioni dell’artista greco-romano, che con D’Annunzio, allora e in seguito, avrebbe potuto proclamare “la fiamma è bella”. E uno dei miei primi incontri con lui avvenne proprio sotto questo segno propizio. Fu nel ’69, quando inaugurai le prese televisive dirette, con una attrezzatura rudimentale fornitami dalla Philips, andando a trovarlo nella sua residenza romana, in una stanza col pavimento costituito da piastrelle alterne chiare e scure, dove lui aveva posto delle formelle di combustibile, di metaldeide, accendendole e affidandone allegramente la fiamma ai tempi lunghi della loro consunzione. Il fuoco, dunque, come elemento “povero”, vale a dire primario, seguito fino in fondo, fino al suo mutarsi in elementi combusti, investiti di un nero corvino, che in definitiva, in termini statistici, è la risultante prevalente dei lavori del nostro artista. Il carbone evoca la presenza di sacchi per contenerlo, o per farlo scappar fuori dai loro squarci, ma nulla in comune con le tele di sacco di Burri, artista abbastanza negato alla terza dimensione, tutto teso in spettacoli di superficie, laddove Kounellis ha sempre puntato all’azione. Magari chiedendo su questa strada l’aiuto del movimento animale, da qui le esibizioni sfacciate, clamorose, sbalorditive, prima di un pappagallo dal becco aguzzo, svolazzante nello spazio ristretto della Galleria l’Attico, ben presto sostituito, quando il geniale gestore dei suoi primi tempi, Fabio Sargentini, aveva compreso che al suo furore ci voleva ben altro spazio, e gli aveva fornito il garage di piazzale Flaminio, dove il compito di esprimere l’ardore vitalistico venne affidato a maestose presenze equine. Ma non mi voglio dilungare a seguire un percorso per un verso colmo di soprese, di innovazioni, non prive neppure di qualche passo falso, di qualche tentativo non del tutto riuscito, peraltro sempre nel nome di una coerenza di fondo, forse proprio intestabile al binomio fuoco-cenere, tizzoni di carbone portato all’incandescenza o invece spento, al modo di meteoriti che piovono sulla terra e intanto cessano di brillare. Un’altra occasione di incontro con lui fu nel ’74, alla mostra La ripetizione differente presso il milanese Studio Marconi, dove Kounellis diede la migliore dimostrazione della sua capacità di lasciare il presente per un lontano passato mitico, magari recuperando le radici della grecità, offrendo su un tavolo i frammenti di una statua classica, al suono di un flauto da rito sacro, il tutto sovrastato da una enigmatica presenza di un corvo, quasi a conferma del perenne ricorso a un nero “corvino”. Beninteso era il corvo di Edgar Alla Poe, che con un piccolo sforzo di immaginazione avremmo potuto sentire mormorare il “Nevermore”, ovvero la fuga dal presente per un libero vagabondaggio in tutte le età del tempo, una attualità lacerante, un passato angosciante, un futuro imprevedibile.
Jannis Kounellis, Tradizione è rivoluzione, a cura di Germano Celant. Venezia, Ca’ Corner, fino al 24 novembre. Dossier Kounellis, a cura di Ludovico Pratesi, in “Arte e dossier”, n. 366, giugno 2019,

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Letteratura

Cibrario: un “Rumore del mondo” troppo attutito

Quando Benedetta Cibrario si è presentata, credo con la sua “opera prima”, “Rossovermiglio”, non le sono stato favorevole opponendole un “pollice verso” sull’”Immaginazione”, per la ragione che si trattava di opera anfibia, per un verso tuffata a recuperare passate stagioni prebelliche, poi a scandagliare fatti più vicini a noi, ma nell’un caso e nell’altro, senza grinta, senza capacità di mordere sull’attualità. Circa dieci anni dopo ritorna in scena con un romanzo più compatto, “Il rumore del mondo”, che almeno ha un vantaggio, rinuncia alla fastidiosa e poco remunerativa navigazione tra passato e presente, Questa volta la vicenda si pone a distanza storica, di quasi due secoli, ma sembra che la scrittrice assuma l’impegno di evitare tutto ciò che potrebbe fornire un climax, una temperatura drammatica alla sua narrazione. Si parte dall’Inghilterra dei primi decenni dell’Ottocento, che fra l’altro ospitava alcuni nostri esuli, dal Foscolo al Mazzini, ma la Nostra si guarda bene dal dare spazio a questi personaggi d’eccezione, perdendo un’occasione che invece ha dato lustro e spicco a un ben diverso romanzo, il “Troppo umana speranza” di Alessandro Mari, da me in più occasioni lodato, intanto per aver assunto un protagonista capace di fare la differenza, di non perdersi nel grigiore e nell’anonimato, come invece succede all’eroina di questo romanzo. Il piccolo, povero, quasi naif osservatore adottato dal Mari proprio per questa sua intrinseca pochezza riesce a divenire attento e acuto osservatore, quasi infilandosi nelle vesti dei grossi nomi che entrano nel suo territorio d’indagine, tra cui non solo i nostri residenti inglesi, ma perfino Garibaldi, e soprattutto Anita. Del resto, la partenza dall’Inghilterra è ben presto abbandonata dalla Cibrario, o diciamo pure che è una falsa partenza, come è falso, indiretto, marginale il motivo che consente alla protagonista, Anne Bacon, di lasciare la patria per trasferirsi nel territorio che la nostra autrice conosce davvero, il Piemonte, e per affrontare le vicende sabaude, fatte di regnanti, di aristocratici, di servi, di contadini eccetera. Non si capisce bene perché un bell’ufficiale dell’esercito piemontese risiedente per qualche tempo a Londra riesca a credersi innamorato di quella fanciulla, ricambiato da lei, in definitiva, di una medesima perplessità e mancanza di vero trasporto. Certo è che bisogna lasciare l’ingrata Albione per andare a cimentarsi appunto con una nostra realtà italica, ma per rendere il passaggio difficile e punitivo ci pensa un motivo di trama, la povera sposa nel trasferimento, appena attraversata la Manica e giunta in Francia, si becca il vaiolo, da cui guarisce, ma con le ben note tracce sulla pelle che la rendono decisamente un boccone ingrato al marito che la attende a Torino. Di fatto la Cibrario si muove continuamente tra la narrazione e la storia, quindi ci propina un perfetto trattato sul vaiolo e sui sistemi di vaccinazione che si stavano sperimentando e che rendevano meno dannosa quella piaga. Ma insomma Anne giunge nella capitale sabauda quando ormai non è tale da suscitare l’ardore di quel marito preso per sbaglio. Di nuovo la nostra romanziere dissipa al vento tutte le buone occasioni che una esistenza alla corte sabauda, in anni che si avvicinano alla prima guerra risorgimentale, avrebbe potuto rendere ghiotte ed efficaci. C’è un ritratto abbastanza preciso dell’”Italo Amleto”, di Carlo Alberto, ma figure per noi decisive come Vittorio Emanuele II e Cavour sono viste di straforo, per vaghi cenni. E dunque, ci annoiamo, così si può dire, assieme ad Anne, che non sa bene che cosa fare, praticamente abbandonata da un marito che da buon soldato è preso da amori fugaci, suscitati da bellezze più prosperose. Lei si potrebbe buttare per compenso tra le braccia di tale Enrico, un bravo borghese dedito alla coltivazione dei bachi da seta, ma per carità, nulla si deve decidere, tutto deve retare tra il detto e il non detto. In definitiva, a dominare la situazione c’è solo il suocero, personaggio, neanche dirlo, contradditorio, perché per un verso egli rappresenta la più decisa reazione nobiliare, il che lo rende sospettoso perfino verso il re e la sua pretesa di concedere ai sudditi uno Statuto. Ma per altro verso, e in definitiva anche per offrire alla nuora una qualche possibilità di vita, egli decide di tuffarsi nella coltura dei bachi da seta, associandosi al “borghese” Enrico. Nulla cambia quando l’autrice decide di disfarsi dell’inutile presenza di un marito perennemente evasivo, facendolo morire subito agli inizi dello scontro con gli Austriaci. Ma, come già detto, Anne non osa approfittarne, si limita a vivacchiare, con l’unica consolazione di tenere un carteggio con la sorella rimasta a Londra, ma anche su questo piano, se qualcuno ha in mente la tragedia della Clarissa di Richardson, se la scordi, tutto, in questo romanzo, affonda nel silenzio, nel non fatto. Ovvero, parafrasando il titolo, diciamo pure che “Il rumore del mondo” ci giunge attutito, quasi impercettibile.
Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Mondadori, pp. 751, euro 22.

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Attualità

Dom. 23-6-19 (ancora incontro Pd-M5S)

Domenica scorsa 16 giugno si è tenuta nella sede Pd di via Murri una riunione in cui il Segretario cittadino Luigi Tosiani ha chiarito molto bene la posta in gioco nelle prossime elezioni regionali, l’obbligo di difenderci dall’assalto della Lega, con relativi impegni e misure. Si è poi data la parola ai presenti, sotto l’autorevole attenzione del nostro deputato di riferimento, l’on. Andrea De Maria. Io ovviamente ne ho approfittato per esporre quanto vengo proponendo nel mio blog, l’opportunità di andare a un incontro con il M5S, sfruttando la maggioranza che attualmente esiste in Parlamento e mandando a casa il pericolo numero uno Matteo Salvini. Devo riconoscere che De Maria mi ha risposto molto correttamente, osservando che una simile possibilità esiste, anche se difficile, e che potrebbe farsi molto attuale se ci fosse una crisi di governo rimettendo al Presidente il compito di proporre una qualche soluzione, senza mandarci a nuove elezioni, ipotesi a cui come ben sappiamo lui è del tutto restio. Semmai, De Maria ha irriso alla mia sotto-ipotesi di avviare comunque una trattativa riservata tra noi e loro per vedere se esista o meno la possibilità di stringere un contratto, al modo di quello Salvini-Di Maio, anche se beninteso di tutt’altra e opposta natura. Al che io posso ribattere che naturalmente se per colloqui segreti si intendono quelli di mezzanotte, ma semi-ufficiali, intessuti da Lotti e compagni, è senz’altro il caso di beffarsi della loro pretesa segretezza, inesistente. Ma mi permetto di osservare che ci sono occasioni permanenti di conciliaboli, sappiamo che i membri del Parlamento si vedono gomito a gomito ogni giorno a pranzo e a cena nei ristoranti attorno alle sedi istituzionali, e dunque possono intessere una fitta trama di pourparler. Credo che a questa riflessione si debbano convincere soprattutto i Pentastellati. Mi pare chiaro che Salvini, finché loro si assoggettano a farsi stuoino sotto i suoi piedi, non ha alcun interesse a far saltare il banco, ma a loro, a che gli giova mantenere questo stato di sudditanza? O meglio, forse colui che è del tutto asservito a questa situazione è il leader Di Maio, ma attorno a lui tanti altri dovrebbero mordere il freno, e dunque prestare orecchio, e anche partecipare, a questa grande ipotesi alternativa. Rinunciare ad essa condanna il Pd a un triste destino fatto di piccoli miglioramenti un passo alla volta, una elezione dopo un’altra. Si dice che bisogna pensare in grande, ebbene, questa alternativa di andare subito al potere e di dimostrare di essere capaci di portar fuori il Paese dal baratro mi sembra che rientri in questo ordine di grandezza.

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I giardini incantati di Arshile Gorky

La veneziana Ca’ Pesaro dedica un’ampia retrospettiva ad Arshile Gorky (1904-1948), uno dei massimi esponenti della Scuola di new York, direi dell’importanza di un Pollock e di un De Kooning, forse ancor più coerente e lineare di loro. Come il secondo, era anche lui un profugo dal Vecchio Continente, ma giunto negli Usa molto dopo, e ancora in giovane età, 1920, per sfuggire alla persecuzione che i Turchi infliggevano agli Armeni, mentre ora tentano invano di rifugiarsi nel “negazionismo”. Quella persecuzione aveva indotto il padre a riparare per primo oltre Oceano abbandonando moglie e figlio, e forse proprio da qui parte la carriera ufficiale del pittore, in un dipinto dove lo si vede accanto all’amatissima madre, avvolta in un soffice cappuccio, di cui ignoro il nome tecnico, che però è chiamato a costituire un stilema fondamentale per il giovane artista, quasi il simbolo e la molla decisiva che ne ispira il senso di morbidezza, di sofficità da cui sarà accompagnato per tutta la breve esistenza e carriera. Al dato stilistico vorrei aggiungere anche un commosso commento psicologico, quel tenero quadretto di madre e figlio mi ricorda un episodio del tutto recente e di diversa natura, qualcosa di simile che entra nell’ultimo film di Almodovar, cui, la settimana scorsa, ho dedicato in questo blog un convinto omaggio. In quella coppia rivedo quanto compare anche nel film del regista spagnolo, che segna i suoi momenti migliori allorché compare un ragazzino, sua proiezione a ritroso nel tempo, accanto alla madre, magnificamente impersonata da Penelope Cruz, mentre la colonna sonora diffonde la magica canzone di Donaggio, “lassù sento gli angeli che cantano /dolcemente, dolcemente”. Ebbene, il medesimo motivetto risuona dentro di me quando contemplo quella visione di tenerezza familiare. Da lì parte una tendenza a gonfiare, a insufflare energie, che accompagna Gorky in tutta la sua attività, magari trasferendosi dal copricapo della genitrice alle sue braccia, che si fanno turgide, come di un pugile pronto a salire sul ring, o di un giardiniere che indossa dei guanti di plastica per proteggersi dalle spine della vita. Direi che lo stesso senso di un languore rotondeggiante si incista anche negli occhi dei personaggi, polle profonde, scaturigini oscure di una sorgente quanto mai prolifica. Questo è uno dei pochi punti che Gorky trae dall’insegnamento di Picasso, artista ben più mobile e irrequieto e incoerente, in cui però quasi sempre ci sono due pupille oscure, marcate come dei chiodi, dei punti fermi in un mare di mobilità. Come tutti i maestri del secondo Novecento, anche Gorky saccheggia i maestri del primo Novecento come e quando può, ma sempre traferendoli in quel suo universo morbido, intollerante dell’angolo retto, delle linee spezzate, tanto che il geometrismo e il suo fascino non avranno mai udienza, alla sua corte. A meno che non ci si riferisca al famoso “acquerello astratto” steso da Kandinsky nel 1910, dove però il termine di astrazione è improprio, o almeno non viene a turbarlo alcun inserimento di schemi angolosi e spezzati. Questi verranno, ma solo alla fine del secondo decennio, quando Kandinsky riparerà alla corte frastornante del Bauhaus di Gropius e si porrà sotto la sua ferula impietosa. Meglio dichiarare che l’artista russo è il padre dell’Informale, o se proprio si vuole insistere a usare l’etichetta dell’astratto, meglio accompagnarla subito, come infatti avvenne per la Scuola di New York, con l’epiteto di Espressionismo. Di questa accoppiata, in definitiva, il nostro artista armeno già si valeva quando tracciava i corpi consistenti della madre e di se stesso, e forse avrebbe potuto continuare su questa via se avesse ascoltato fino in fondo l’insegnamento che a New York ricevette da Sebastian Matta, transfuga dal suo Cile, anche lui pronto a dargli una lezione di andamenti curvilinei. Ma Matta era uso inserire nelle sue tele una folla di mostriciattoli figurativi, iconici, come dei robot sospesi tra richiami folclorici, atavici, e invece incursioni fantascientifiche. Gorky non si lasciò affatto sedurre da quelle folle golose e aneddotiche, procedette con divina calma e maestria a cavar fuori dal pozzo profondo delle occhiaie, o dalle ampie falcate dei copricapi materni, un’intera produzione floreale, soprattutto di orchidee incantate, che erano quasi le metamorfosi in senso biomorfo di quegli indumento, e nello stesso tempo apparivano colme di richiami sessuali, per quei petali e calici e corolle spalancati con tenera, innocente impudicizia, offerti alla visita da un nugolo di insetti impollinatori, incaricati del compito di trasmettere le spore, di far nascere ovunque un tripudio di nuove efflorescenze. E l’artista sapeva adottare con la sua tavolozza le gamme cromatiche meglio adatte a quella festa organicista, con magica sospensione tra i riferimenti da erborista abbastanza puntuale e le libere divagazioni di un astrattista, ma sempre tallonato da un senso di vitalismo incalzante. Le manifestazioni floreali, esplodono, si moltiplicano, ma pur sempre leggere, e sostenute da una mirabile efficacia coloristica, tra accensioni carnose o invece improvvisi passi indietro, casti e contenuti. Incontrando queste mirabili effusioni cromatiche ai miei inizi di carriera, e volendone indicare l’alta qualità, mi capitò di ricorrere a una metafora che credo appropriata, dichiarando che una pittura del genere sarebbe piaciuta anche al nostro Giorgio Morandi, al di là delle differenze di età, percorso, collocazione.
Arshyle Gorki, Venezia, Ca’ Pesaro, a cura di G. Belli e E,Devaney, fino al 27 agosto.

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Letteratura

Giuda, interpretazione maiuscola di Favino

E’ giusto che, dopo aver dedicato domenica scorsa un opportuno omaggio al film di Almodovar, ora mi occupi dell’unica nostra partecipazione all’ultimo festival di Cannes, il “Giuda” di Marco Bellocchio, al confronto assai meno fortunato in quanto venuto via a mani vuote, senza alcun riconoscimento. E invece il protagonista principale della pellicola italiana, Pierfrancesco Favino, poteva meritare il premio come miglior attore, se non avesse avuto la sfortuna di incontrare sulla sua strada un mostro sacro come Antonio Banderas, peraltro non a una delle sue migliori interpretazioni. Se si vuole, il film di Bellocchio è vittima di una contraddizione che però risulta inevitabile in queste occasioni. Ovvero succede che quando ci si occupa di tristi figure di delinquenti incalliti non ci si trattene dal conferire loro una stazza superlativa, semplicemente affidandone l’interpretazione ad attori di prima grandezza. Ma che altro potrebbe fare un regista desideroso di portare il suo lavoro al successo? L’esempio trascinante in materia è fornito dal “Padrino” di Coppola, dedicato a un personaggio tutt’altro che stinco di santo, ma reso grandioso, epico, col fatto di averne affidato l’interpretazione a tre attori di prima grandezza, chiamati a rivestire quella parte in successione, da Marlon Brando a Robert De Niro a Al Pacino. Venendo alla narrazione fornitaci da Bellocchio, questa forse è stata troppo scrupolosa per quanto fedele ai dati di cronaca, soprattutto nell’inseguire i primi tempi dell’eroe di mafia, con la sua numerosa famiglia e le vicende dei primi figli, vittime a loro volta della criminalità organizzata. E certo la tela di questo anti-eroe è assai ingarbugliata, nei suoi vari passi, la fuga in Brasile per sottrarsi alla vendetta già allora annunciata, i tentativi di evitare l’estradizione in Italia, dove di nuovo si sarebbe trovato a rischio della vita, fino a simulare un suicidio o altri malanni. Ma finalmente quando il protagonista decide di fare il “pentito” rendendo ampia confessione dei suoi crimini e consentendo di mandare alla sbarra un centinaio e più di ex-complici, siccome il tema si fa chiaro e definito, anche la narrazione del film diviene ferma, precisa, incalzante, con le scaramucce tra il “pentito” e i delinquenti alla sbarra, che si vendicano con offese, lazzi, attacchi verbali. E validi risultano pure i contradditori a tu per tu, in particolare tra il “pentito” e il massimo esponente della malavita organizzata, il Riina, Purtroppo, mente nel suo film Almodovar riesce a porre accanto alla sua proiezione autobiografica degli attori pur essi di prima grandezza, un bravissimo ragazzino come suo alter ego, una superba Penelope Cruz come sua madre, altrettanto non riesce a Bellocchio. Debole e macchiettistico, con ben poca rassomiglianza, l’attore che impersona Falcone e conduce il suo dialogo col pentito. Unico altro attore di livello, Luigi Lo Cascio, cui però spetta una parte secondaria, da pentito-bis e di minor peso. E dunque, il film resta affidato all’interpretazione maiuscola di Favino, col rischio già segnalato che questa renda fin troppo grandiosa la sua posizione, così da tributargli un involontario omaggio, col motivo, posto al centro dell’intero film, che lui non fu un traditore, un Giuda, ma al contrario un difensore dei vecchi principi della mafia del buon tempo antico, quando non si uccidevano le donne e i bambini. In scala ridotta, nei confronti di Buscetta può scattare il fatale interrogativo manzoniano, fu vera gloria o semplicemente un furbo che, vista la mala parata, si limitò a tradire i principi per salvare la vita?

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Attualità

Dom. 16-6-19 (Berlinguer)

Insisto ancora su quello che al momento è il tema che più mi interesse, e che spero tra poco di portare all’attenzione dei maggiorenti del Pd di Bologna in una riunione di cellula, ovvero la convenienza di andare a un contratto col M5S. Ho sentito l’ 8,30 della Gruber di lunedì scorso 10 giugno, dove compariva un suo interlocutore abbonato che lei stessa ha promosso al livello di massimo commentatore politico, Andrea Scanzi, indefesso accusatore-denigratore del Pd e di tutte le sue mosse, accolte con un sorrisino di commiserazione, e sempre pronto a bacchettarne ogni decisione. Tra cui, ovviamente, il mancato dialogo coi Pentastellati quando con loro era possibile formare un governo. Ma ripeto quanto qui detto già a più riprese, allora quel matrimonio risultava improprio per il nostro stato minorile e per l’oltracotante superbia dei presunti interlocutori. Ma un commentatore politico degno di questo nome dovrebbe sapere che esiste il cosiddetto “cairos”, che cioè le condizioni possono mutare, allo stato odierno noi siamo risaliti, e invece i possibili interlocutori sono discesi, e dunque la partita, cioè l’andare a un contratto con loro, si potrebbe giocare in termini diversi. Mi è dispiaciuto prendere atto che della stessa opinione, che cioè il dialogo sia chiuso per sempre, e per colpa di quel ribaldo di Renzi, è risultato anche un personaggio di ben altra statura rispetto a Scanzi, Veltroni, di cui ho più volte lodato, in sede di critica letteraria, i romanzi che ci ha proposto. Ma anche lui dovrebbe ricordare una massima latina, che se non sbaglio veniva mormorata da un ex-segretario del Pci, “multa cecidere quae iam renascentur”, ovvero mai dire mai, in politica. Il lato più spiacevole è che poi sia Scanzi che Veltroni si sono profusi in una lode indiscriminata di quel santino o santone che è stato Enrico Belinguer, per carità, onesto, anzi onestissimo, ma sul piano politico mosso da un unico chiodo fisso, impedire che Craxi si ingrossasse alla sua destra. In questo Berlinguer era ligio alla linea tradizionale del marxismo-leninismo, mai permettere che alla sinistra o alla destra del Partito si costituisca una forza antagonista. Del resto, se non sbaglio, per liberare del tutto il Pci dai residui di sovietismo c’è stato bisogno di un Occhetto e di un famoso incontro alla Bolognina, anche se poi a sua volta Occhetto è stato messo in soffitta. Sono in molti a doversi lamentare di essere rimasti vittima di un destino “cinico e baro”, come del resto lo stesso Veltroni, che assai prima di Renzi ha dovuto sperimentare sulla sua pelle come sia difficile andare contro tutto il resto dell’elettorato, coalizzato per punire chi tenta una qualche innovazione, nel Paese del Gattopardo. Certamente di spirito innovativo non aveva brillato Berlinguer, perfetto conservatore delle passate glorie del vecchio PCI.

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Arte

Un Fontana incendiario e tellurico

Anna Coliva è un eccellente funzionario dei nostri beni culturali, da tempo ottimamente preposta alla direzione della romana Galleria Borghese, da cui la si era voluta rimuovere non so bene per quale pretesto. Anzi, il suo operato sta a dimostrare quanto fatua sia stata la riforma imposta dell’ex-ministro Franceschini che è andato a pescare tra stranieri le persone da mettere alla testa dei nostri musei, quando, semmai, basterebbe promuovere le eccellenze che già abbiamo, e allontanare invece i mediocri. Fra l’altro, ho lodato la mostra che di recente proprio la Coliva ha dedicato alle sculture di Picasso, così come ora mi appresto a fare per l’attuale dedicata a Lucio Fontana. Però le lodi che non le ho certo lesinato, quando ancora scrivevo su quotidiani importanti, sono sempre state accompagnate da un dubbio, se valga la pena di dispiegare tanta ingegnosità nella sede che pure le spetta per diritto, una Galleria Borghese già piena come un uovo di capolavori, per cui i nuovi ospiti vi devono essere ficcati a forza negli interstizi, e i visitatori comuni neanche se ne accorgono, o li avvistano come strane, incongrue presenze. Non vale neppure il motivo del confronto tra l’antico e il contemporaneo, dato che di fatto, se gli ospiti sono della stazza di un Picasso o di un Fontana, esso si risolve in uno scontro irrelato.
Ma veniamo all’esposizione attuale, che ha il pregio di non accarezzare per il verso convenzionale l’immagine ufficiale di Fontana, quale promossa da quello che si può davvero chiamare col brutto termine di “modernismo”, una specie di gara a chi fa i gesti più estremi, per cui, del “gran lombardo”, si lodano i buchi e i tagli, a danno di altri aspetti ugualmente o forse ancor più validi. Invece già il titolo di questa rassegna, in cui l’artista è ricondotto al binomio “Terra e oro”, allarga utilmente il campo. I famosi tagli sono stati senza dubbio un gesto forte, ma solo simbolico, del resto nella mia non breve carriera di curatore di mostre li ho sempre preferiti quando Fontana li infieriva su consistenti brani proprio di “terra”, ovvero di terracotta, magari rifusu in bronzo, come per esempio avviene nelle sue “Nature”, dove lo squarcio prende un sapore di furia tellurica, di un Prometeo, o di un fanciullino pascoliano, che vuole andare a vedere che cosa c’è dentro, nella materia, nel globo terrestre. Caso mai, il gesto crudo del forare lo spazio può essere ingentilito se viene inferto su una superficie dorata, decisa a ostentare una sua autonoma ricchezza, a compenso della violenza di quanto è costretta a subire. Ma meglio ancora quando Fontana si ricorda di essere un geniale modellatore di terrecotte, di ceramiche, cui imprime un furore degno della migliore tradizione barocca, come aveva ben capito Enrico Crispolti, nel dedicare un risoluto omaggio appunto alla sua “carriera barocca”. Qui spuntano dalle pareti i grovigli sanguinanti delle crocefissioni, una produzione che Fontana svolgeva soprattutto negli anni prebellici, cui poi ha imposto una pausa, preferendo darsi alle sue stoccate di ardito spadaccino spaziale. Ma lo spazio, lo sa agitare altrettanto bene attraverso i grumi, i nodi arruffati gonfi di furore, affidati alle sue “terre”. Magari manca all’appello un terzo aspetto fondamentale, e forse vincente, quando cioè l’artista conduceva le sue esplorazioni spaziali non attraverso un geto perentorio ma irrelato come il taglio, bensì attraverso i flessuosi ed elastici “lazos” realizzati con i tubi al neon, che non si limitavano a fare il solletico allo spazio, ma andavano a sommuoverlo dalle radici, ad animarlo organicamente.
Lucio Fontana, Terra e oro, a cura di Anna Coliva. Roma, Galleria Borghese, fino al 28 luglio.

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