Attualità

Lunediade 28-5-18 (in difesa del Presidente)

Devo delle scuse al nostro presidente Mattarella in quanto nel domenicale di ieri, 27 maggio 2018, lo accusavo di aver lasciato troppa corda all’orrido duo Di Maio-Santini, senza interromperne lo sutpido balletto parecchi giorni prima, quando per merito di Renzi il Pd aveva chiuso la porta in faccia ai Pentastellati, e anche Salvini era in fase di rientro nel gruppo di centro destra, tanto da meritarsi le contumelie dell’allora avversario, poi divenuto impensato alleato. Quello era il momento in cui Mattarella avrebbe dovuto dichiarare chiusi i giochi passando senz’altro a fare un proprio governo, magari consultando già in merito Contarelli e ottenendo un suo assenso, il che spiega come ieri sera, a pochi minuti dalla chiusura della partita giallo-verde, ha potuto subito procedere a dare un incarico alla persona di fiducia. Del resto non sono stato certo l’unico a lamentare l’eccesso di corda dato dal Presidente in attesa di vedere nascere lo strano parto, e in qualche misura ha riconosciuto lui stesso, nella ben motivata diagnosi emessa ieri sera, di essere stato fin troppo tollerante. Ma si è riscattato infine per la fermezza con cui ha posto il suo veto alla nomina di Savona, per le minacce insite in quel nome alla stabilità della nostra economia. Lo sguardo si riporta allora su Salvini, fino a chiedeci quale partita abbia giocato davvero, tra l’opportunità di rifugiarsi nel blocco di centro-destra, che non gli ha mai lesinato il conferimento di una leadership, e invece la tentazione di andarsene allo scomodo matrimonio con Di Maio, su basi di inferiorità. Chi dei due aveva più bisogno dell’altro, era proprio il leader pentastellato, alle cui spalle diversamente si apriva il baratro, mentre Salvini è come un ciclista che fa una sortita fuori dal gruppo, ma poi, se gli va male, si lascia riassorbire e non perde nulla. In molti sono pronti ad affermare che Salvini, ieri, aveva finito di sfogliare la margherita, decidendo in extremis di mandare tutto all’aria, attaccandosi a un preteso, il non poter rinunciare a Savona, mente bastava sostituirlo con un nome di pieno gradimento come Giorgetti, e tutto sarebbe andato a posto, stamane il Michele selvaggio avrebbe potuto presentarsi al Viminale per darsi subito alla caccia alle streghe, cioè ai poveri immigrati che, secondo un suo stupido sospetto, proprio in queste ore sarebbero stati avviati in gran numero verso le nostre sponde proprio per dargli fastidio.
E adesso, poveri Italiani? Scatta l’ipotesi che fin dall’inizio è stata la più credibile, che cioè si vada a nuove elezioni, il che non è un trauma, ma cosa pienamente lecita in ogni regime democratico. Non ci sarà modo di cambiare la legge elettorale, ma questa, contrariamente alle balorde accuse, è quanto di meglio ci possa essere almeno nel senso che corregge in parte i difetti di un proporzionale puro, e Salvini lo sa bene, infatti proprio col fatto di essersi coalizzato con FdI e FI poteva aspirare alla presidenza del consiglio. Se non sbaglio, l’attuale legge prevede anche un premio di maggioranza per il partito o la coalizione che superino il 40%, ebbene, proprio il blocco di centro-destra è appena a un passo da quella soglia, basta un po’ di crescita della Lega per raggiungerla e varcarla. Se invece Salvini si presenta da solo al nuovo appuntamento elettorale, certamente strapperà un esito vicino al 30%, il che però non gli sarà sufficiente per aspirare alla premiership. Tenterà di mettersi di nuovo con il M5S, che a sua volta non potrà andare al di là del 32% già conseguito? Rinascerebbero le difficoltà già incontrate in questi giorni, e si può proprio dire che “repetita non iuvant”. Dunque, l’ipotesi più ottimista è che alle prossime elezioni venga il fronte di centro-destra ritornato compatto per ragioni di convenienza, ma così il nostro Paese eviterà la iattura dell’unione insopportabile di due populismi sfrenati, inoltre ci sarebbe un Berlusconi in vena di saggezza senile a contemperare gli ardori selvaggi del suo socio, a far rinsavire il Salvini furioso. Per il mio Pd, al momento, nulla da fare, ma il coro unanime delle varie anime del partito in difesa di Mattarella e a condanna dei Pentastellati dovrebbe far riconoscere la saggezza con cui Renzi aveva fermamente proclamato che quel matrimonio non s’aveva da fare. Ritorneranno per noi, e per tutta la socialdemocrazia in Europa, tempi migliori.

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Pulini: una affascinante biografia del Guercino

Massimo Pulini (1958) è un personaggio con molte frecce al suo arco. Docente di pittura all’Accademia di belle arti di Bologna, pittore egli stesso con la produzione di dipinti “seriali” di notevole interesse, assessore alla cultura della sua città, Rimini, con due mandati consecutivi, nel corso dei quali gli è stato possibile creare una Biennale del disegno, ora alla terza edizione, capace di impegnare varie sedi della città romagnola, con un ben congegnato programma tra l’antico e e il moderno. Ma ora ne voglio parlare in quanto Pulini è pure estensore di opere narrative tra il biografico e l’immaginario, tra cui il recente “Mal’occhio”, che poi sarebbe un ritratto a tutto tondo di Giovan Francesco Barbieri, il Guercino (1591-1666). Questa affascinante biografia romanzata si apre proprio dando conto della menomazione quasi congenita portata dal pittore, un accentuato strabismo all’occhio destro, che se non gli impedì di esercitare alla perfezione la sua attività artistica gli inflisse però un grave turbamento psichico, accentuato dal fatto che i suoi coetanei, con la crudeltà dell’infanzia e dell’adolescenza, infierirono su quella disgrazia, con scherzi spesso atroci e di cattivo gusto. Dal che egli ebbe rovinata quanto meno la sua vita sentimentale, se non quella professionale. Della prima l’autore fa un filo conduttore, non saprei dire con quanto rispetto per una realtà documentaria, ma direi di sì. Pulini, pur non rinunciando mai a una sua interpretazione fine, anche in chiave psicologica, o addirittura psicoanalitica, dimostra molto rispetto per i documenti. Ci fu dunque un grande amore di tutta la vita dell’infelice uomo afflitto dal mal’occhio, per stare al titolo stesso dell’opera, verso una fanciulla chiamata Lavinia, la cui famiglia apparteneva alla infelice classe sociale dei marrani, cioè degli ebrei convertiti al cattolicesimo, che però così rischiavano di prendere botte da entrambe le parti. Del resto Lavinia si allontanò presto da Francesco, per un trasferimento della famiglia a Roma, tanto che la loro disgraziata relazione fu affidata soprattutto a un rado scambio epistolare. Ma, pur non mancando mai di tenere sullo sfondo questa storia sentimentale, il nostro narratore si impegna a parlarci del grande artista, fra l’altro stabilendo una puntuale correlazione coi magnifici disegni con cui il Guercino stesso ha documentato i fatti salienti della sua vita, dandoci il ritratto di fratelli, parenti, ambienti sociali e di natura, con quel realismo scrupoloso e vivace che ne è stato anche uno dei tratti stilistici dominanti. E che lo ha fatto parteggiare, per venire alla grande famiglia dei Carracci, a favore di Ludovico, proprio per una sua musa bassa, prosaica, quasi fangosa, intinta di colori ocracei, invece che per la tavolozza più nobile e squillante del cugino Annibale. Il Nostro aveva un vero culto per Ludovico, fino a definire una sua tela come “cara zinna”, con gioco di parole tra il maestro amato e la sua pronuncia in dialetto locale. Siamo abituati ai manuali di storia dell’arte che viaggiano ad alta quota, non curando “de minimis”, invece Pulni, sia perché anche lui uomo del mestiere, sia per una acribia filologica, ci narra di quanto fossero difficili gli inizi per un apprendista di modesta famiglia, quali le difficoltà da superare, anche solo per farsi accettare dalla vicina Bologna. Il quadro sociale non era certo favorevole al ceto degli artisti, considerati appena una spanna più in alto di volgari artigiani, e dunque ecco che l’oscuro centese viene accolto con alterigia dalle famiglie patrizie petroniane, per non parlare poi della freddezza con cui tenta anche la carta fiorentina. Il fatto è storico, in quel momento, inizi del Seicento, Firenze non è più un modello, anzi, è entrata in una crisi senza fine, ma per loro fortuna gli artisti bolognesi possono “saltare” quella tappa e puntare subito su Roma e sulla corte pontificia, di cui sono sudditi. E’ la via che ha già intrapreso, prima del Guercino, soprattutto Annibale, trovandovi anche la morte, logorato da uno sfruttamento indegno cui lo aveva sottoposto il Farnese, dandogli però la possibilità di realizzare il grande capolavoro, la Galleria nel Palazzo omonimo. E poi Guido Reni, il Domenichino. Finalmente scocca l’ora anche del Nostro, quando un prelato con cui in patria aveva già realizzato un buon rapporto, Alessandro Ludovisi, sale al soglio pontificio col nome di Gregorio XV, e non esita a chiamare a sé quell’umile artista che però aveva potuto apprezzare. Eccolo dunque, il Guercino, compiere nel 1621 il viaggio a Roma, di cui Pulini ci dà conto con ricchezza di dettagli, quasi introducendoci nella stessa carrozza sobbalzante in cui allora si poteva compiere il viaggio lungo e faticoso, su duri sedili di legno che intorbidavano le gambe. Una volta giunti a Roma, i manuali “scaricano” i loro protagonisti, invece il nostro biografo si preoccupa di seguire il Barbieri nelle piccole incombenze pratiche, dove andare ad alloggiare, con quali costi. Inoltre in genere i panorami a volo d’uccello delle storie ufficiali si sbriciolano in tante presenze individuali, invece qui si prende cura dei rapporti di gruppo. Con chi va a vivere il Guercino “romano”? Scopriamo con meraviglia che gli sono compagni di abitazione grandi firme, come Guido Cagnacci, Simon Vouet, e anche una figura discussa quale Agostino Tassi, già malfamato per l’accusa mossagli da Artemisia Gentileschi di avere abusato di lei con promessa matrimoniale, ma poi abbandonandola. Il Tassi sarà stato una mala persona a livello etico, ma era anche un eccellente ”quadraturista”, di cui il Guercino poté valersi nel realizzare il suo capolavoro, l’Aurora dipinta nel casino Ludovisi, di proprietà di un parente del pontefice. Naturalmente questa massima impresa è accompagnata come sempre dal nostro preciso biografo da tanti dettagli, di quelli che vengono di solito trascurati da chi procede all’ingrosso. Intanto, il provinciale appena giunto a Roma deve superare un esame, da parte del consigliere del Papa, Monsignor Agucchi, che sta del tutto dalla parte del classicismo di Annibale e del Domenichino, tanto che non si è ancora stabilito con certezza chi dei due gli abbia dedicato un magnifico ritratto, dove il pptente prelato dimostra tutta la sua lucida cattiveria. Non gli piace per nulla quel neofita che pare portarsi dietro il tanfo di Ludovico, tanto da coniare una battuta feroce. Con lui quel personaggio che se ne era andato sconfitto da Roma, pretende di rivivere dopo morte. Inoltre ci sono pure le difficoltà pratiche, che non sfuggono a un conoscitore del mestiere come Pulini, mica era facile dipingere sulle volte, sdraiati, a testa in su, senza poter gettare un’occhiata globale al dipinto. Si aggiunga che un altro Bolognese, Guido Reni, aveva dipinto pure lui una famosa Aurora, in un’altra dimora nobile, dei Pallavicini Rospigliosi. E dunque, diciamo pure, fu una sfida tra due Bolognesi eccellenti che confermavano la supremazia di una Scuola capace in quel momento di dettare legge a tutto il grande secolo, anche se in tempi recenti il culto del caravaggismo ha cercato di “fare fuori” quegli alti modelli. E certo, tra i due, chi pendeva più dalla parte di un cauto realismo, coi fianchi morellati dei destrieri, era il più giovane dei due, mentre l’altro si dava per intero alla sua magistrale sinfonia di note azzurrine, leggere e aere, Terra contro cielo, così si potrebbe riassumere quel grande scontro che Bologna era riuscita a portare nell’Urbe. Dove però Francesco non mancava di cercare tracce del suo grande amore, Lavinia, costretta dalle persecuzioni contro la famiglia a trasferirsi a vivere nel contado senza lasciare tracce di sé. Quanto l’artista la ritroverà, sarà troppo tardi, la donna non avrà potuto evitare il destino di andare a nozze e di partorire figli.
La permanenza romana del Guercino fu di breve durata, anche se piena di successi, del resto secondo il comune destino dei grandi esponenti della Felsina pictrix, che o morivano sul posto, come Annibale, o rientravano nei “vecchi parapetti” domestici, come il Reni e il Guercino stesso, che però ebbe a vivere ancora per una quarantina d’anni, conducendo una straordinaria impresa a Piacenza, e anche stabilendo un dialogo con un Duca di Ferrara, un Alfonso d’Este, che ebbe la forza d’animo di lasciare il potere al figlio e di andare a rinchiudersi in un monastero, intrattenendo uno scambio epistolare di grande spessore morale col Nostro. Semmai, sempre a stare alla navigazione ufficiale dei manuali, in queste pagine manca un riflesso consistente di un mutamento stilistico che a partire dalla metà del secolo intervenne anche nella pittura del Guercino come in quella di tanti altri, portati ad abbandonare la tavolozza terrestre del Caravaggio e di Ludovico per adottare quella neoclassica di Annibale e del Reni. Ma il grande naturalismo del Caravaggio e di Ludovico era confluito nella maestria di Velàsquez, che in un suo tour italiano non mancò di recarsi a Cento per rendere omaggio a chi in sostanza lo aveva anticipato.
Massimo Pulini, Mal’occhio, CartaCanta editore, pp. 303, euro 16.

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Letteratura

De Martino, un intrigante “fattaccio napoletano”

Ho ricevuto il romanzo di Alessandra De Martino, “Fattaccio napoletano”, e ne do un giudizio positivo, il che succede raramente per opere che mi arrivano non richieste e da editori non particolarmente noti. Come dice il titolo, siamo in pieno nella “napoletudine”, che resta un’area di consolidata presenza nella nostra narrativa vecchia e nuova. A livello storico, basta pensare al capolavoro di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”, mentre anche di recente pure nelle cinquine dei due maggiori premi nazionali, Strega e Campiello, sono comparse delle cultrici di questo ambiente. Per il primo, ricordo Wanda Marasco e la sua “Compagnia delle anime finte”, da me accolta abbastanza bene proprio su queste pagine, per il secondo si può menzionare Donatella di Pietrantonio, “L’arminuta”, su cui viceversa non mi sono espresso con molto consenso. La De Martino si iscrive con efficacia in questo filone ricalcandone, ma anche esasperandone, i rispettivi stereotipi. Ci dà una folla di personaggi, col merito di dare spago a ciascuna delle loro vicende, delineando tanti medaglioni familiari, anche se non può evitare di nutrirli dei soliti elementi: penuria, miseria, fatica a sbarcare il lunario, aggravate da quello che era in passato, oggi forse non più, un dato di fatto connesso col degrado sociale, la procreazione di gran numero di figli, il che, a livello narrativo, alimenta le varie vicende risultanti di un materiale copioso, tanto da perderne il conto. Sicuramente la De Martino è abile nel giocare di sponda, entrando e uscendo da questi medaglioni, come fossero tanti dossier da arricchire di volta in volta di nuove pagine. Apprezzabile soprattutto l’aspetto linguistico, che sa conciliare molto bene un italiano corretto con voci dialettali. Anche lo sfondo sociale, il nostro Paese alle prese con gli ultimi conati del regime fascista, retroazione a imprese coloniali, trepida attesa che arrivino gli Americani, è ben delineato, anche se i protagonisti, che sono “povera gente”, cercano di tenersi lontani da queste trame capaci di procurare solo dei guai, a meno che qualcuno, più cinico di altri, non tenti di approfittarne. Si aggiunga che sullo sfondo c’è pure una trama da “giallo”, col che la nostra autrice rende omaggio a un dato oggi invasivo, ma lo fa però tenendolo prudentemente tra le quinte, mettendo in primo piano il brulicare delle saghe familiari. Certo è però che come stella polare del racconto c’è la scoperta di un cadavere, di una donna, Brigida De Luca, che sembrerebbe eccedere il livello basso del polipaio circostante, da nobile icona di cui anche quel sottobosco, intento avidamente alla chiacchiera, a tagliare i panni addosso al prossimo, non riesce, o non osa dire male. Eppure, il delitto c’è stato, la signora di inappuntabile comportamento, da vedova senza macchia, è stata soffocata nel letto, e un dato osceno è che l’appartamento è stato inondato da un disturbante sentore di piscio, nota stridente rispetto alla ieraticità con cui si presenta il cadavere della defunta. Forse era bene se la scrittrice si fosse fermata qui, mantenendo attorno alla morta un’aura di sospensione, di riserva, di mistero, altrimenti è risultato inevitabile che quella sacra icona venisse scomposta in brutali dati biografici. Infatti si viene a sapere poco alla volta che da fanciulla è stata “venduta” da una zia terribile a un signore potente che ha abusato di lei. Poi, un matrimonio riparatore, una collocazione in quella nicchia in cui la morte l’ha colpita, ma in realtà quell’esistenza solo in apparenza integerrima era macchiata da una relazione che la donna, ancora giovane e piacente, intratteneva con un “cattivo”, con una “camicia nera” pronta ad abusare di lei, come era avvenuto in un lontano passato, e perfino a “prestarla” a un complice, e proprio i due sarebbero colpevoli del barbaro assassinio. Ma lo scioglimento del plot è alquanto oscura, non del tutto convincente, per la ragione già indicata che la De Martino mette il “giallo” in secondo piano. A dominare il suo racconto c’è il vivente, ardente polipaio che si annida, come una colonia di mitili, nelle crepe del condominio popolare e negli spazi confinanti.
Alessandra De Martino, Fattaccio Napoletano, Astoria, pp. 228, euro 16.

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Dom. 27-5-18 (assassini)

Chi ha “ucciso” il nostro Paese? Sì, perché, se, come pare ormai indubitabile, nasce il famigerato governo giallo-verde, siamo destinati a andare fatalmente verso il default, e in ogni caso saremo diventati il peggior Paese d’Europa, roba da farci invidiare perfino il regime Trump. Al primo posto in questa lista di colpevoli, diciamolo pure, c’è il popolo italiano, che ha votato nel modo peggiore da quando esiste la Repubblica. Se accettiamo che il popolo critichi la casta, il sistema, l’establishment, accusiamolo d’altra parte delle colpe che gli competono. Gli anziani hanno votato una specie di Brexit, da “pagani”, cioè da abitanti nella bassa realtà di minute località del Nord Est, assediate dalla paura degli immigrati. I giovani hanno inseguito il miraggio del reddito di cittadinanza. Al secondo posto, si abbia il coraggio di mettere il presidente della repubblica, Mattarella, facendola finita con lo stereotipo che abbiamo tutti piena fiducia in lui. Al contrario, egli si è comportato come uno dei peggiori presidenti che abbiamo avuto in questo arco di tempo, tormentato dalla paura di doversi assumere le sue responsabilità facendo un suo governo e mandando il Paese a nuove elezioni. E’ stato un pavido, ha voluto allontanare da sé quello che ha considerato un amaro calice, e dunque è stato ad attendere, paziente oltremisura, che le due parti giungessero ad un accordo. In fondo, le loro rispettive proclamazioni di reciproca incompatibilità gli avevano dato la possibilità di finirla con l’attesa e di innescare un suo governo, che avrebbe salvato il Paese dalla iattura che ora ci attende. Perfino quella battuta sospensiva quando gli è stato fatto il nome di Conte come premier, con conseguente chiamata dei due presidenti delle camere, va vista come una furba manovra per mostrare che accettava quella candidatura col conforto delle autorità istituzionali, non avendo “sua sponte” la forza morale e politica di respingere un candidato colto in fallo a inserire nel suo curriculum, come un qualunque aspirante a un posto di lavoro, dei titoli che non gli appartengono. Ora non speriamo che faccia lo stesso con la candidatura scomoda del proposto ministro dell’economia, oppure anche in questo caso si farà “coprire” dall’assenso di qualche autorità istituzionale. Del resto arrivati a questo punto, Mattarella si è ridotto senza più margini, avere il coraggio di mandare ora all’aria il governo vorrebbe dire sottoporsi a una immane prova da sostenere, del tutto inadeguata al suo profilo. E allora, che faremo adesso, noi poveri Italiani? C’è solo da sperare che i due ladroni vengano presto a lite, che il governo “non mangi il panettone”, meglio ancora se non andrà neppure alla vendemmia. La nostra convenienza è di tornare al più presto alle urne, con la quasi sicura vittoria di un centro-destra, capace di tenere a freno lo scatenato Salvini. Il quale, a voler continuare nella lista, è il terzo assassino, non si capisce chi gliela abbia fatto fare di mollare lo scudo degli alleati per andare nudo e crudo a un’alleanza da subordinato con Di Maio. Se ora gli è stato concesso molto, per attirarlo nella rete, stia sicuro che poi la lenza sarà via via ritirata e lui si troverà a boccheggiare, in attesa dell’arrivo dei “suoi”, cioè di un centro-destra che gli darebbe una sicura premiership, quella che ora non gli spetta né di fatto né di diritto.

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Colin: sudari che avvolgano i cadaveri del cartaceo

Ho già osservato più volte che male ha fatto la Triennale di Milano a rinunciare alla propria ragione istitutiva, cioè a una rassegna dell’architettura da condursi con ritmo triennale, facendo per questa via un grande dono alla Biennale di Venezia, consentendole di tenere proprio col suo ritmo biennale una mostra in questo settore, mostra che è di grande successo, accanto alla sorella maggiore dedicata all’arte. In compenso il magnifico edificio eretto dal Muzio ha provveduto a ristrutturare i propri spazi sfruttando appieno la sua enorme capienza e offrendo ogni volta una ricca serie di eventi espositivi. Non ci si annoia di sicuro, a visitarne i due piani. Fra l’altro, salendo al secondo, ci si trova subito davanti una sala non troppo ampia ma preziosa per ospitare prove coerenti e nello stesso tempo leggere di qualche artista che conta. Ricordo di avervi ammirato in passato i progetti utopistici che lo scultore Francesco Somaini ha dedicato alla Grande Mela. Ora le stesse pareti ospitano una prova di tutt’altro genere ma ugualmente suggestiva che viene da Gianluigi Colin, figura interessante all’incrocio tra varie attività, il giornalismo che esercita al “Corriere della sera”, con l’aggiunta di incarichi di natura tecnica per cui ha a che fare con le rotative, con i riti del vecchio cartaceo. Pare che questi esigano che i fogli ancora freschi di stampa vengano fasciati da carte protettive. E’ allora possibile farne delle specie di “Sudari”, così si chiama una mostra di 17 di questi reperti, e la similitudine non potrebbe essere più esatta. Si tratta infatti di una sottile essudazione di inchiostri, con tinte pallide, marcescenti, molto simili proprio a deiezioni di un qualche corpo che stia andando in decomposizione. Questo cadavere chiamato a stampare le sue ultime orme su una superficie, mi induce ad applicare anche nel suo caso la bella quanto enigmatica espressione usata da Virgilio, quando in qualche punto dell’Eneide gli è scappato un mirabile “sunt lacrimae rerum”. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui la realtà dimostra di avere più fantasia di noi, come aveva già intuito Duchamp, nell’atto di raccogliere gli oggetti nella loro prosaicità, magari “aiutandoli” a esprimere le valenze di cui gli risultavano portatori. E così pure questi “sudari” stesi con pazienza dal nostro Colin sono altrettanti ready made “aiutati”, a spremere letteralmente i vari umori di cui sono pregni. L’operazione a sua volta è sottilmente “aiutata” da un accompagnamento critico steso da Bruno Corà, che in proposito ci parla di “pale”, senza aver paura di fare ricorso a un termine carico di responsabilità storica, ma aggiungendo subito che esse sono consacrate a una “afasia visiva”, a un rito volutamente ambiguo, tra il vedere e no, con abile sfruttamento di valori umbratili, serotini, sospesi tra il dire e il non dire. Il fascino è aumentato anche dalla natura delle superfici chiamate a raccogliere questo pianto segreto, che infatti hanno pure esse uno statuto ambiguo, sospeso, in quanto si tratta i di “tessuti-non tessuti”, risultanti da una delle tante sostanze sintetiche di cui oggi ci serviamo, di un poliestere. L’ispirata nota di accompagnamento stesa da Corà continua a fornirci termini calzanti e felici, come quando definisce questi taciti testimoni del nostro presente come “sfingi che ci interrogano sull’oscura latitudine del nostro avvenire”. Come ben si sa, infatti, siamo in una fase di transizione, stiamo abbandonando i conforti e le sicurezze del cartaceo per avventurarci nelle plaghe suadenti dell’elettronico, che però non conosciamo quali sorprese ci possano riservare. E dunque, la presente mostra corrisponde a un rito mortuario, quasi di seppellimento di una realtà che sta scomparendo, ma che ci invita anche a raccoglierne con “pietas” le ultime memorie. Sono come i trepidi e tiepidi fuochi fatui che si elevano da un cimitero.
Gianluigi Colin, Sudari, Milano, Triennale, fino al 10 giugno. Presentazione di Bruno Corà.

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Letteratura

Paolo Giordano: un minestrone non sgradeviole da “divorare”

Sono in presenza del romanzone, steso da Paolo Giordano, “Divorare il cielo”, terzo, se non sbaglio, nella sua produzione, dopo essermi già pronunciato sui due precedenti, “La solitudine dei numeri primi”, fortunato vincitore del Premio Strega, e il successivo “Il corpo umano”. Fossi in sede di pollici, come mi succede quando mi dichiaro sulle pagine dell’”Immaginazione”, nutrirei qualche incertezza se puntare il dito in alto o in basso. C’è ancora una volta una farraginosa quantità di materiali tra cui lo stesso autore non sa scegliere bene tra il buono e no, e lo stesso titolo qui assunto non aiuta per niente, non trova quasi corrispondenza con i contenuti interni. Ma nel complesso la navigazione, pur essendo faticosa, ricca al solito di continui ricorsi al flash back che ne ritardano il flusso, ha tuttavia una sua coerenza finale. Vediamo i vari segmenti che entrano nel polpettone, che però alla fine rende un sapore gradevole. Ci sono due protagonisti, Teresa Gasparro, di buona famiglia torinese, ma attratta dal Sud, dove la famiglia ha una villa con piscina, e dove le avviene di incontrare il suo partner di più lunga durata, noto con un breve Bern, pieno di valenze, fin troppe. In quelle calde terre meridionali Teresa incontra un mondo dissestato e precario, dove accanto a Bern compaiono altri due suoi compagni, con legami di parentela che si chiariscono solo in corso d’opera. I quattro adolescenti formano una comunità anarchica, protestataria, dedita a culti quasi feticistici, consistenti nel tentare di salvare animali, magari anche ripugnanti come le rane, salvo poi a dar loro delle esequie quasi con rito sacrale, incoraggiato da una coppia che si è fatta carico dei tre giovani costituendo con loro una specie di comunità mistica. E’ subito chiaro che il filo conduttore dell’intera vicenda è l’amore tra Teresa e Bern, però ostacolato all’infinito, simile a una corsa a ostacoli, con tanti episodi divaricati, tante storie frapposte. Infatti il maschio protago puònista compiacersi di un suo brutalismo, di un suo spirito violento che lo porta a mettere in campo svolte, tradimenti, con sequenze che senza dubbio in sé hanno una notevole efficacia, ma con qualche difficoltà a rifluire nel corpo centrale della vicenda. Per esempio Bern, sempre sprezzante nei confronti del sentimento che pure lo lega a Teresa, anche per reagire alla condizione borghese di lei, si tuffa nell’avventura con un’altra giovane, che mette incinta, così potendo infilare nella narrazione la cronaca di un aborto, come un tempo (siamo alquanto lontani dai nostri giorni) poteva avvenire in aree geografiche e culturali non pronte a renderlo agevole. Ma poi l’inevitabile piega sentimentale si impone, i due si mettono davvero assieme, col proposito di giungere a generare un figlio, vincendo l’apparente sterilità di lei, e qui altra sequenza in sé efficace, ma al solito spiazzante, che consiste nel soggiorno della coppia in un Paese in cui la fecondazione assistita è ammessa, e in attesa che questa possa avvenire, il seme di lui viene messo in banca per un eventuale uso futuro. La comunità in partenza quasi viscerale dei tre giovani si spezza, in quanto il solito Bern, sempre più anarchico e ribelle, giunge a provocare la morte del fraterno compagno Michele, passato invece a militare tra le forze dell’ordine. Da qui la necessità che egli si dia alla fuga, inseguito dalla dolente e inconsolabile Teresa. Devo dire che proprio questa fuga ha momenti convincenti, come quando il fuggitivo giunge a recuperare un padre vivente all’estero e fino a quel momento assente. Infine Bern ripara in un luogo del tutto imprevedibile e strampalato, come Islanda. Questo finale potrebbe essere tacciato di inverosimiglianza, ma ha una sua grandezza, infatti il tristo eroe va a vivere in una grotta, isolandosi dagli altri umani, patendo una voluta o subita reclusione, agitandosi in quella cavità come un anacoreta dei nostri giorni, come un santone disposto a dare udienza, a ricevere visite di persone, purché queste si sappiano tenere a debita distanza. Poi, se ne va, e allora Teresa può realizzare il vecchio sogno, andare a utilizzare il seme del suo amato rimasto congelato, farselo inoculare e averne finalmente un figlio, un erede. Difficile fare i conti, delle entrate e delle uscite, stabilire se la somma risultante, di tanto “suono e furia”, sia positivo o negativo, ma certo l’edificio, nonostante le molte crepe, risulta accattivante.
Paolo Giordano, Divorare il cielo. Einaudi, pp. 430, euro 22.

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Attualità

Dom. 20-5-18 (presidente)

Purtroppo pare che siamo ormai a un passo dal compiersi del crimine, che cioè i “barbari”, per usare la giusta espressione del “Financial Times” si insedino a Palazzo Chigi. Debole è il filo di speranza che in dirittura d’arrivo, domani stesso, Salvini, come cavallo impazzito, scarti dalla via obbligata, accolga l’accorato appello proveniente da Berlusconi e Merloni di un “Matteo, torna a casa”, evitando in extremis di andare a impiccarsi nella sconveniente alleanza con Di Maio, in cui gli toccherà recitare un ruolo subordinato. Parliamo piuttosto del comportamento tenuto in questa occasione dal nostro Presidente, Mattarella. Esiste lo stereotipo per cui si dichiara di avere “piena fiducia nella magistratura”, quando invece tutti diffidano di una casta che si divide a ogni grado di giudizio, che perde un tempo inaudito nello stendere le sentenze, e nel complesso nell’imporre alla giustizia dei ritardi che non trovano riscontro in nessun altro Paese. Allo stesso modo si usa proclamare che si ha “piena fiducia nel Quirinale”, ma al contrario nel caso presente Mattarella si è comportato da persona di scarso coraggio, preoccupato soprattutto di dover assumere l’iniziativa tagliando corto col balletto ridicolo degli indugi dei due contraenti. Ma meglio stare al loro gioco, accordargli una fiducia che sarà risicata, affidata ad appena una maggioranza di sei o sette senatori, ammesso che votino concordi, e che sarà interrotta ad ogni passo da liti intestine tra i due partners, già evidenti dietro l’angolo. Ma a questo modo, e a danno del nostro Paese, mettendo in piedi una fragile intesa, i due gli hanno tolto le castagne dal fuoco. Pensiamo quanta fatica, quanta responsabilità sarebbe stata per lui dover varare un governo di sua fattura, con l’incarico di andare al più presto a nuove elezioni. Nel che sarebbe stato palese il vantaggio di Salvini, quasi sicuro di arrivare al premio di maggioranza del 40% e di essere a capo del governo, dovendo fare i conti solo con Berlusconi e Meloni, conti senza dubbio meno ardui di quelli che ad ogni passo dovrà fare, da una posizione di inferiorità, col ducetto e presuntuoso Di Maio. Che vantaggio ci sarebbe, per un fervido sostenitore della sinistra come lo scrivente? Meglio avere un unico avversario, ben messo a fuoco, e oltretutto tirato per la giacca dal moderato Berlusconi, piuttosto che avere la somma sgradevole di due estremismi.
Quanto al “mio” Pd, cui mi sono iscritto in segno di adesione nell’attuale disgrazia, fa senso sentire Martina e suoi sostenitori pronunciare una reprimenda contro il governo Lega-Cinque Stelle, con le stesse bocche con cui hanno stigmatizzato la ferma pronuncia di Renzi secondo cui una intesa con i Pentastellati era impensabile. Al momento la saggezza di Matteo ha mantenuto unito il partito, in attesa di poter sostituire l’ondivago Martina, capace di tuonare solo a posteriori, con un più efficace segretario. Naturalmente in me resta la speranza che costui sia un fedele alla linea, quale potrà essere. dell’unico uomo forte di cui il Pd continua a disporre.

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Arte

Visita alla Torre Prada

Bisogna riconoscere l’enorme merito acquisito dalla Fondazione Prada, a Milano, ora che con l’inaugurazione della Torre ha completato gli interventi nella vasta area interamente occupata alla prima periferia della città. Merito dell’operazione, aver riservato un ampio spazio, proprio nella Torre, a una collezione permanente di capolavori saggiamente acquisiti, cosa che non esiste presso altre fondazioni o gallerie. Il competitor potrebbe essere Pinault a Venezia, tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, ma il patron francese non ha il coraggio di riservare uno dei due contenitori per intero a opere già acquisite. Per restare a Milano, la bella impresa di Lia Rumma, con i tre piani di una palazzina costruita ad hoc, non ha però spazio per il permanente. Bisogna anche riconoscere la coerenza di scelta nell’ aver affidato questo grandioso complemento allo stesso architetto, Rem Koolhaas, cui si deve la scatola realizzata in precedenza, andata come in avanscoperta, anche se a questo proposito devo rinnovare una mia critica già espressa al primo incontro con questo edificio, che cioè una coppia così avanzata nel gusto come i coniugi Prada-Bertelli meglio avrebbero fatto a rivolgersi a una archistar di gusto postmoderno, piuttosto che a un duro e puro erede di Gropius e compagni. Mi chiedo se al limite non sarebbe stato meglio abbattere tutti gli spazi vecchiotti e fatiscenti, di cascine coloniche di altri tempi, dove pure la Fondazione alberga tante delle sue manifestazioni, come ora, ficcata dentro quasi a forza, l’enorme rassegna sul nostro passato concepita da Germano Celant. Forse era meglio procedere ab imis, dando via libera a Koolhaas per una progettazione interamente coerente coi suoi presupposti. Che appunto ora si esprimono al massimo nella Torre, coi suoi 60 metri di altezza ripartiti in nove piani, che sono anche un trionfo dell’abbondanza di stanze, forse perfino troppo, infatti si ha l’impressione che le opere poste a dimora in ciascuna di queste aree ci “ballino”, assediate da troppo vuoto. Voglio sperare che i Prada sappiano aggiungere via via altri capolavori a ristabilire un giusto rapporto tra pieni e vuoti. Credo che la visita migliore, come succede in questi casi (vedi il caso parallelo della nuova sede a New York del Whitney, progettato dal nostro Renzo Piano) sia di prendere l’ascensore fino in cima per poi discendere per le ampie scale. Al nono piano ci accoglie la pittoresca esibizione di porcini allestita da Carsten Hoeller, accanto a una più enigmatica ed evanescente presenza di John Baldessari. L’ottavo ci offre l’omaggio a una figura minore, William Copley, incerto tra Pop e kitsch, ma caro ai padroni di casa, che hanno diritto a fare qualche concessione ai loro gusti, e accanto una sfilata di vetrine in cui il multiforme Damien Hirst forse non si presenta al meglio delle sue molte possibilità. Al settimo c’è il felice incontro con uno dei geniali “mari” in scatola del nostro Pascali, mentre il talento del Land-artista Michael Heizer appare alquanto sacrificato nello schiacciarsi in progetti quasi cartografici, quasi Optical, appiattiti sulle pareti. A un altro piano inferiore gestisce molto meglio la sua immagine il numero uno della Land Art, Walter De Maria, che in fondo si ricorda dei ferri aguzzi del suo “Letto di spine” infiggendo una sbarra intenta a trapassare, come fossero tordi, le panciute carrozzerie di auto fuori epoca, simili a relitti spuntati dal corpo enorme degli USA. Poi, una cesura a mio avviso indebita, per consacrare i piani di mezzo a un ristorante, che pare però essere ligio alle esigenze di un luogo d’arte, e a un’area riservata ai servizi. Bene i due piani restanti, in uno era giusto ricordare una eccellente presenza nelle mostre precedenti, riservata a Edward Kienholz, e compare pure un magnifico salotto che Mona Hatoum ha dato alle fiamme, riducendolo a una carcassa spettrale. Infine, dulcis in fundo, un secondo piano ravvivato da un mazzo di gioiosi, policromi, tangibili tulipani di Jeff Koons, mentre alle pareti, con ottima scelta, compare un omaggio, attraverso molti pannelli polimaterici, al talento multiforme della nostra Carla Accardi.

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Letteratura

“Loro” o “Lui”?

Naturalmente ho sentito il dovere di precipitarmi a vedere pure la seconda parte dell’affresco concepito da Sorrentino, il “Loro 2” di cui pure si fa fatica a cogliere la necessità artistica, in quanto in sostanza è una ripetizione della parte precedente. O forse era meglio intitolarlo a un “lui”, pomposo, ieratico, scurrile, in quanto la controfigura di Berlusconi vi compare fin dall’inizio, purtroppo affidata alla maestria di Toni Servillo, con l’effetto già da me rilevato in precedenza, di rendere simpatico il faccione del despota, facendolo corrispondere quasi a una arguta maschera dell’arte, a un furbo Bertoldo, sempre padrone dei suoi riflessi, con all’intorno solo una schiera di ombre senza alcuna emergenza, affondate in un noioso moltiplicarsi di scene di sesso e di droga. Dispiace vedere che anche un eccellente attore come Riccardo Scamarcio viene malamente speso nel tentativo di assumere qualche protagonismo accanto alla statura dominante del padrone, cui pretende di dare astuti consigli o di trarre favori in modi maldestri, che l’altro blocca con prontezza di riflessi. Dallo stuolo delle “olgiatine” prive di personalità emerge solo la giovane interpretata da Kasia Smutniak, l’unica che ha il coraggio di contestare il tiranno obiettandogli che il suo fiato puzza di vecchio e di dentiera.
Poi anche in questa seconda parte ricompare il duetto tra Berlusconi e Veronica Lario (sempre interpretata dall’ottima Elena Sofia Ricci), come se il dialogo già impostato nella prima parte continuasse ininterrotto, e ancora una volta affidato alla nostalgia, al ritorno di fiamma. Già in precedenza notavo che siamo come al rinnovarsi di una coppia sentimentale e kitsch, alla maniera di Albano e Romina. Qui più che mai Sorrentino si guarda bene dal pronunciare condanne, o almeno la disputa che si apre tra i due è senza esclusione di colpi. Il tutto parte dal momento in cui la moglie denunciò urbi et orbi che il marito era impazzito al seguito di un incontenibile erotismo senile, quello che in effetti ha contribuito a destabilizzarlo e a fargli perdere consistenti quote di consenso popolare. Ma il tiranno ha modo di rispondere, obiettando che in definitiva, quando lui l’ha presa tra le sue braccia, Veronica altro non era che una “velina”, una potenziale “olgiatina”, pronta ad attaccarsi a lui per avere soldi e protezione. Infatti le ricorda che una grande vecchia della scena come la Borboni dichiarava di considerarsi fortunata in quanto la sua sordità le impediva di recepire la pessima recitazione dell’aspirante attrice. Al che Veronica si vendica ricordando quella che resta davvero la colpa fondamentale di Berlusconi, l’essersi fatto ricco riciclando i soldi della mafia nel costruire una città satellite alle porte di Milano, col famoso personaggio posto a controllarlo assumendo la fantomatica qualifica di stalliere, e con Dell’Utri nella veste di paziente tessitore dei collegamenti. Ma in sostanza tutta questa sequenza è intonata a un “amarcord”, a note di tristezza, quasi di virgiliane “lacrimae rerum”, di pianti dei due l’uno sulle spalle dell’altro. Poi c’è un finale che ci porta al terremoto dell’Aquila, tanto sfruttato a fini propagandistici dalla retorica berlusconiana, ma anche qui Sorrentino non colpisce. In fondo, a confermare la vacuità delle assicurazioni provenienti dall’allora capo del governo sarebbe bastato mostrare come i balconi delle casette tanto vantate siano crollati al primo uso. Invece il leader maximo è colto quando compie il gesto caritatevole di dare a una povera sinistrata la dentiera andata perduta nella fuga dal crollo. Infine, c’è una scena in cui mi pare che appaia tutto il debito enorme che il nostro regista ha nei confronti dell’ombra che lo assilla e lo assedia, il genio di Fellini. Anche qui, il processo al creatore di FI è sospeso, con buona pace di tutti gli oppositori di sinistra. Appare una sequenza generica, improntata a una “pietas” quasi senza soggetto, infatti si vedono i pompieri che con una scala di fortuna calano a terra una enorme statua di Cristo, come ostia, vittima sacrificale delle nostre colpe. È quasi una citazione dell’inizio stesso del capolavoro felliniano, della “Dolce vita”, con quei due elicotteri dai quali pende proprio l’immagine di un Cristo portato a sorvolare, a benedire o condannare una Roma divenuta del tutto simile a una Gomorra.

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Attualità

Dom. 13-5-18 (disastro)

Ovviamente se davvero si realizzasse un governo Lega-Cinque Stelle per me sarebbe un disastro, la smentita di tutte le previsioni che sono venuto emettendo in questa sede, peraltro da inutile e solitaria mosca cocchiera. Di Maio potrebbe emettere un sospiro di sollievopèer aver raggiunto la salvezza sull’orlo del baratro, ma mi chiedo che interesse ne avrebbe Salvini. Una volta separato dal pur scomodo appoggio di Forza Italia, la sua consistenza di voti e di deputati sarebbe la metà del suo pericoloso alleato, pronto a divorarselo in un boccone, alla prima occasione. Sarebbe, da parte di Salvini, come l’attenersi alla prudenza del meglio un uovo oggi che una gallina domani, infatti egli mi sembra essere nella situazione di chi fra tutti ha meno da temere nell’andare a nuove elezioni, in quanto, rimanendo inserito in una coalizione di centro-destra, ne sarebbe il sicuro vincitore. Basterebbe non arrovellarsi per mutare il Rosatellum, su cui stupidamente si infierisce, mentre era pur sempre un tentativo di limitare i danni del proporzionale puro, magari rafforzandolo col fissare un premio di maggioranza al 40%, credo che sia una quota accettabile dalla Consulta. Si dice che Berlusconi sarebbe stato convinto a fare il passo indietro dalle paure dei suoi parlamentari di non essere più rieletti, a un prossimo turno, data l’implacabile perdita di consensi di cui risente Forza Italia. Potrebbe darsi che la riammissione all’agone elettorale che ora gli è stata consentita lo induca a riprendere fiducia nelle possibilità insite in nuove elezioni. Guidando di persona il suo partito, gli potrebbe consentire di risollevarlo. Sia detto tra parentesi che questa cessazione di un divieto dopo un certo intervallo di tempo dalla condanna ci ha sorpreso tutti, a cominciare dallo stesso interessato, pare che i suoi avvocati non glielo abbiano detto, altrimenti non si sarebbe tanto affannato a ottenere la cancellazione del reato da parte di un tribunale internazionale. La cosa ricorda curiosamente quanto ci succede per la patente, in cui vengono ridati i punti tolti per qualche infrazione, se nel frattempo ci siamo comportati bene. E’ stato inoltre osservato che, anche col passo indietro di Berlusconi e compagni, la maggioranza dei due aspiranti al matrimonio sarebbe molto risicata, sempre sull’orlo di andar sotto. Mi chiedo anche come vengano considerati i vincitori nei collegi uninominali, sono liberi di entrare nell’uno o nell’altro gruppo parlamentare, a loro scelta, o devono far parte di una formazione ad hoc?
Se comunque il famigerato e ignobile governo nascesse davvero, io mi sentirei di andare in giro con un cartello, sull’aria di quanto è avvenuto negli USA, con stampata la dichiarazione “questo non è il mio governo”. E mi vergognerei del mio Paese, che si porrebbe ai gradini più bassi dell’Unione europea, al livello dell’Ungheria o giù di lì, indegno di reggere il confronto con Francia, Spagna, Germania, Olanda, Austria, tutte capaci di evitare l’infezione populista, mentre noi ci siamo cascati in pieno, col rischio di cadere pure nel default economico, se solo i due complici volessero dar corso alle loro folli promesse, della soppressione della legge Fornero e dell’imposizione della flat tax, con altre amenità del genere.

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