Letteratura

Laura Pugno: un bosco avvolto nel mistero

Seguo con una certa fedeltà le prove narrative di Laura Pugno, ma purtroppo mi trovo a dover ripetere un discorso che passa attraverso un percorso anch’esso fedele e ripetuto. Parto riconoscendo il valore di “Sirene”, un’opera del 2007 che costituisce un capolavor, nel filone poco frequentato dai nostri narratori, della fantascineza o meglio dello horror. E’ un esito che resterà, io stesso, se mai dovessi stendere una cronistoria della narrativa “millennial” gli darei tutto il risalto che merita. Ma le prestazioni successive mi sono sembrate avviate lungo una parabola discendente. Il loro difetto comune è di ridurre via via ìl quoziente di fuoriuscita da un andamento naturale-verosimile, lasciandosene invece riassorbire, forse per difetto di invenzione. O al contrario, e proprio a compenso di questo deficit, si ha il ricorso a fattori di arcano o di “meraviglioso” abbastanza scontati e risaputi. Ancora valido “Quando verrai”, dove il fattore aberrante stava in certe macchie della pelle che colpivano alcuni esseri, conferendo loro un segno di elezione o di dannazione. In “Antartide” la Pugno ha visitato una sindrome abbastanza frequentata ai nostri giorni, la tematica della buona morte, che oggi molti anziani affidano a qualche “terminator” o “acabador”, pagando congrui tributi per ottenere una eutanasia vietata dalle leggi correnti. Ma già “La ragazza selvaggia” andava maluccio, col tema frusto delle gemelle, cioè in sostanza di uno sdoppiamento, tra un’anima intelligente, civile, e un’altra invece rimasta allo stato selvaggio, quasi con rivisitazione della favola kiplinghiana di Mowgli, dell’uomo-ranocchio. Con questo recente “La metà di bosco” mi pare che la nostra Pugno tocchi il fondo, le consiglerei di sostare per qualche tempo per ricaricare le batterie e trovare invenzioni di trama più degne del suo curriculum. Protagonista, per modo di dire, data una sua incertezza e incongruenza di fondo, è tale Salvo Calvi, che si dice in preda a un esaurimento e a una conseguente insonnia, da cui però guarisce in seguito misteriosamente, forse per il fatto di recarsi, tra la vacanza e il soggiorno terapeutico, in un’isola greca, Haiki, pare davvero esistente. Là trova una vita delle origini, patriarcale, primitiva, anche perché trova ad accudirlo una matrona che sembra racchiudere in sé tutta la saggezza popolare insita in quelle isole. La matura signora si chiama Magdalini e risulta essere molto legata a un figlio adolescente, Nikos. Curiosamente, si realizza una coabitazione tra il nostro vacanziere in cerca di guarigione e quel giovanotto, costretti a vivere fianco a fianco, ma nei modi parchi e rozzi che si addicono a quell’esistenza patriarcale. Del resto Nikos ha, come giusto, una sua vita particolare, riempita dall’amore per una giovane, Cora, con cui progetta una fuga sentimentale, o esilio, o luna di miele, su un isolotto vicino alla sede principale del racconto, Krev. Questo è appena uno scoglio, occupato dalla “metà di bosco” annunciata nel titolo. Da questo momento hanno inizio le varie “rivisitazioni” non troppo ingegnose e felici cui la Nostra si dà con insistenza. Intanto, quella capatina su un’isola confinante sa tanto di naufragio alla Robinson Crusoe, o meglio, funziona come luogo arcano adatto a consumarvi orge e riti strani. Infatti l’episodio centrale dell’intera storia sta nella scomparsa di Cora, un po’ alla maniera di quanto succede nell’”Avventura” di Antonioni, o in “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir, un film dominato anch’esso dalla scomparsa di una persona. Forse la Pugno avrebbe dovuto avere il coraggio di comportarsi allo stesso modo, di far sparire ogni traccia di Cora lasciandola avvolta nel mistero, ma invece, dopo faticose ricerche, ne fa ritrovare il cadavere. E si accenna perfino a una soluzione banale-verosimile, che cioè l’isola sia il rifugio di una schiera di contrabbandieri, indotti a eliminare una testimone pericolosa. Naturalmente basterebbe che Nikos “parlasse”, dicesse che cosa è successo davvero alla compagna del cuore, ma lui tace, favorendo così la soluzione del silenzio e della scomparsa misteriosa. Ma non del tutto, dato che poi Cora ritorna in spirito, come fantasma, e questa davvero risulta essere la carta più trita giocata dalla autrice. Molto ambigua anche la presenza, a dominare tutti gli eventi che si compiono in quelle terre, di uno strano padre-padrone, tale Hektor Neumann, non si capisce bene se nella parte di eudemone, propiziatore, o di cacodemone, di potenza ostile. Il guaio è che proprio la Pugno in definitiva è indecisa su quale ruolo far giocare a questi suoi vari personaggi.
Laura Pugno, La metà di bosco, Marsilio, pp. 139, euro 16.

Pin It
Standard
Arte

Un confronto Constable-Turner alla Tate Britain

Anche in questa domenica, ultima di luglio, invito a una visita virtuale, a Londra, Tate Britain, per una mostra che chiude proprio oggi, dedicata a due dipinti strategici, rispettivanente di John Constable e di William Turner, che tante cose sembrerebbero unire, ma che invece sono, l’uno alla conclusione, l’altro all’apertura di due epoche diametralmente opposte. Si tratta in sostanza di due coetanei (1776-1837 il primo, 1775-1851 l’altro, appena un po’ più longevo), ed ebbero entrambi in comune l’eccellenza nel praticare l’arte del paesaggio. Ma Constable fu un perfetto erede di qualla che il nostro Vasari, con eccezionale spirito critico, aveva chiamato “maniera moderna”, poi codificata dai manuali che ci parlano proprio di una età moderna. Nel peaesaggio questa via è stata aperta da Leonardo, il primo ad accorgersi che siamo immersi nell’atmosfera, da cui derivano infinite conseguenze meteorologiche, ignorate da tutti i suoi predecessori e coetanei Gli aveva subito fatto seguito il Giorgione della “Tempesta”, quindi nel Seicento erano arrivati i grandi paesaggisti olandesi, di cui Constable è l’erede, come in una staffetta ideale. Da loro prende il testimone e lo tende verso i Francesi, da Courbet agli Impressionisti. Si veda appunto il dipinto esposto alla Tate, “Cathedral from the Meadows”, una visione a tinte corrusche, impastata di fango, con un cielo denso di nuvole tempestose, che esibisce anche un mirabile fenomeno contingente, un arcobaleno, colto a volo come un prezioso fiore dell’effimero. Su questi toni densi, materici, terrosi si innesterà la musa di Courbet e via via di tutti gli Impressionisti. Totalmente diversa è invece la veduta di Turner, “Caligula’s Palace and Bridge”, in cui, intanto, abbiamo la visitazione a ritroso di una rovina archeologica, che è un gesto di sfida all’obbligo di essere “absolument moderne”, proprio di tutta la schiera dei naturalisti, vecchi e nuovi. Con lui, semmai, si annuncia quell’età cui i manuali non hanno saputo dare etichetta migliore di quella del contemporaneo, vacua, inefficace, tanto che io preferirsco sostituirla con un’altra più evidente ed esplicta, quella di postmoderno, in quanto il prefisso indica chiaramente il rapporto di consecuzione. Ma non è una misera questione di date, di cronologia, ho detto infatti mille volte che a costituire la differenza sta il fattore scientifico-tecnologico. I moderni sono ligi alla fisica galileiana-newtoniana, nelle sue varie accezioni, invece i postmoderni hanno una prima intuizione che l’universo è retto dalle leggi dell’elettromagnetismo. Questo il collante che unisce, o divide, le particelle fische, portandole a esplodere, a emettere radiazioni, luminescenze. Questo svincolarsi dgli obblighi prosaici del “moderno” consente a Turner di andare a rivisitare l’”altro” forno, il paesaggismo classico-razionale di Claude Lorrain, dominato dai raggi onniestesi di un sole che non è tanto un astro fisico quanto piuttosto una espressione di razionalità unitaria, cartesiana, una metafora del Roi soleil e del suo potere unificante. Turner eredita questa luce diffusa, però la svincola dall’astro solare, comprendendo che ormai al suo posto può subentrare una qualunque esplosione nucleare, la materia si può accendere ovunque, scoppiare qua e là, rendendo lo spettacolo multiplo, policentrico. In questo caso ci sono delle rovine di un avanzo arceheologio, ma la luce impazzita dell’esplosione le supera di slancio, le corrode, sembra già di vedere uno di quei mozziconi di edifici che a Hiroshima hanno tentato di opporsi alla distruzione di ogni altro oggetto fisico. La luce straripa, invadente, corrosiva, ubiquitaria, senza più essere legata a un centro riconoscibile. Quanto poi alla vegetazione, anche questa subisce come una ustione, gli alberi prendono l’aria di fumate, o di geyser che si levano dal suolo emettendo i loro spruzzi energetici, senza alcun rispetto per un normale atlante floreale, cui invece va l’ossequio fedele di ogni paesaggista “moderno”. Insomma, Turner viaggia lontano, supera i tempi, da autentico “postmoderno”. Per conprenderlo e apprezzarlo dobbiamo valerci di un buon manuale che ci parli della fisica di oggi, all’insegna di Einstein o anche oltre. Insomma, si tratta di un discorso opposto rispetto a quello, a modo suo tranquillizante, seguito dal suo oppositore di allora, oggi uscito fuori dalle coordinate dell’epoca in cui viviamo.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 29-7-18 (Marchionne)

Siamo tutti commossi e sconvolti per l’uscita di scena di Sergio Marchionne, personaggio che si è fatto amare per tante ragioni, per essere stato self made man, venuto fuori dalla nostra gente; per essere stato intraprendente, geniale, generoso nella carriera, uomo dal tratto semplice e comunicativo. Purtroppo però la sua fine si è avvolta nel mistero, per colpa di quel buco nero, o iceberg di ghiaccio, esistente nel cuore dell’Europa, la Svizzera, che tutto nasconde nei suoi recessi. Trovo gravissimo che la clinica zurighese in cui il grande manager si è spento non abbia emesso dei bollettini medici regolari e abbastanza esplicit. In definitiva, Marchionne era uomo pubblico, e la gente aveva il diritto di sapere, a cominciare dalla sua stessa azienda, che ne ha appreso solo a poca distanza la prossimità alla morte. Un uomo come lui visceralmente legato alla sua azienda non l’avrebbe mai lasciata disinformata sulle sue condizioni fisiche reali, l’avrebbe preavvertita di un suo rischio di morte, invitandola a prendere provvedimenti, o partecipando egli stesso alla scelta del suo successore. Tutto lascia pensare che Marchionne non fosse affatto consapevole di una sua fine imminente, e dunque i siderei silenzi della clinica zurighese ci nascondono un mistero, forse l’effetto di una mala sanità, sembra quasi di avere a che fare con una novella del nostro Dino Buzzati dall’inesorabile e non scongiurabile andamento kafkiano Certo è che, se anche avessi un censo che mi permettesse di frequentare un istituto medico di alto bordo come quello, io lo eviterei con cura. Purtroppo la dietrologia avrà di che alimentarsi nei prossimi tempi, con riesumazione periodica di quel cadavere, come succede quasi per tutte le morti celebri.
Ma proprio per rendergli omaggio muoviamoci per un momento al suo livello manageriale, dove naturalmente non tutto è oro ciò che luccica. Lui stesso era consapevole di aver fatto troppo poco per convertire le sue auto al sistema di alimentazione di specie elettrica, subendo un ritardo rispetto alle concorrenti soprattutto asiatiche. Questo invece, per un sostenitore a oltranza come il sottoscritto della rivoluzione elettrica propria del contempuraneo (postmoderno) è un sogno miracoloso, pensare che si possano accantonare i cosiddetti prodotti fossili (carbone e petrolio), per passare decisamente al combustibile “bianco”, non inquinante. Però c’è una questione di cui tenere conto. Si accantonino le vacue, ingenue speranze che una consistente produzione di energia elettrica si possa ricavare da pannelli solari e pale eoliche, suscettibili di fornirci solo scarse percentuali del totale del fabbisogno energetico. Al giorno d’oggi, la corrente elettrica che le auto assorbono per ricaricarsi resta in gran parte prodotta proprio a forza di idrocarburi, col che il cerchio si chiude, ricadiamo in una spirale perversa. Ma c’è la soluzione delle centrali nucleari, che funzionano tutto attorno al nostro Paese, a pochi chilometri dai nostri confini. E dunque, anche per raccogliere il proponimento integrativo che Marchione rivolgeva a se stesso, si riapra il dossier delle centrali di fissione dell’atomo, in attesa che si compia il grande passo in avanti e che si giunga a realizzarne la fusione, scongiurando definitivamnente i rischi di fuoriuscite, di fall out disastrosi.

Pin It
Standard
Arte

Uffizi, visita alla sala di Leonardo

Avevo già annunciato che oggi, domenica 22 luglio, avrei compiuto una visita, anch’essa virtuale, alla seconda delle sale monotematiche opportunamente volute dal direttore degli Uffizi, Elke Schmidt. Se la prima unisce Raffaello e Michelangelo attraverso il dato esterno del committente, il Doni, quest’altra è invece nel segno della coerenza stilistica in quanto espone i tre grandi dipinti leonardeschi di cui la Galleria fiorentina si può vantare. A cominciare dalla collaborazione giovanile, di un artista poco più che ventenne, al dipinto di Andrea Verrocchio, dedicato al Battesimo di Cristo, cui si assegna la data del 1475. Il Verrocchio era un superbo interprete della “seconda maniera”, per dirla col Vasari, di maestri che già conoscevano alla perfezione l’anatomia, ma ne facevano un uso “scorticato”, tutto muscoli tesi, messi a nudo. Attorno a lui stava una corte superba di campioni di quella stessa maniera, come il Botticelli, non in grado però di slanciarsi verso la “maniera moderna”, mentre il Vinci ne è già pienamente capace, come rivela il trattamento morbido, avviato verso lo “sfumato”, quale si mostra nell’angelo sulla sinistra, in piena contraddizione con l’immagine del Battista, tutto bozze e sporgenze, già avviato insomma sulla via di Michelangelo, su cui marciava risolutamente il Verrocchio. Ma attenzione a non calcare troppo il pedale dello sfumato, della dissoluzione atmosferica cari fin da subito al giovane allievo. Leonardo apprese qualcosa dal Verrocchio, autore della geniale statua equestre di Bartolomeo Colleoni che ancora si ammira a Venezia, quando a sua volta, nel periodo milanese, modellò una enorme statua del suo committente di allora, Ludovico il Moro. Peccato che gli arcieri, discesi a porre fine a quel Ducato al seguito di Carlo VIII, si divertirono a prenderla di mira e a distruggerla. Ma di questo Leonardo “terribile” ci restano studi e disegni, che lo dimostrano perfettamente in grado di contendere al rivale di sempre, il Buonarroti, l’onere di concepire insieme la grande “Scuola del mondo”, la battaglia di Anghiari accanto e in contrapposizione a quella di Cascina, appaiate nel triste destino di scomparire entrambe dopo la loro mirabile apparizione congiunta.
Invece la seconda opera del Vinci, questa volta di sua esclusiva paternità, l’”Annunciazione”, eseguita poco prima di lasciare Firenze per Milano, nel 1482, ci mostra un altro tratto rivoluzionario dell’artista, la capacità di spingere il punto di fuga della macchina prospettica a grande distanza, laddove i suoi coetanei, nati come lui tra il ’40 e il ’50 del Quattrocento, non ebbero mai tanto coraggio, temevano la lontananza, si tenevamo in prossimità dei primi piani, comportandosi come i navigatori di quei tempi che bordeggiavano lungo le coste, attraccando nottetempo nei porti. Tanto che mi sono permesso di dichiarare la perfetta corrispondenza omologica tra quel gesto “mentale” di Leonardo e la decisione del coetaneo Cristoforo Colombo di spingere le sue tre caravelle verso l’alto mare, gesto rivoluzionario, al di là dell’effetto concreto di allargare le nostre conoscenze geografiche. A quel modo i due protagonisti in sembianze umane, l’Angelo e Maria, vengono avvolti da una enorme calotta atmosferica che ne leviga i corpi, e dunque il celebre “sfumato” leonardesco corrisponde a una precisa scoperta scientifica, al fatto che siamo immersi in un gas levigante, di cui fino a quel momento l’umanità era ignara.
E poi c’è il “cartone” in cui Leonardo studia l’”Adorazione dei magi”, dove in definitiva riemerge un ricordo del maestro Verrocchio, data la forte, quasi violenta corporeità assegnata alle figure che si agitano attorno al magico “occhio del tifone” stabilito dalla Madonna e Bambino, un’isola protetta verso cui tendono i gesti contratti, violenti, annaspanti, dei personaggi minori, che sembrano impegnati a svolgere tutt’altro che una “adorazione”, quanto piuttosto un senso di meraviglia, di drammatica tensione. Che l’opera sia “non finita”, rientra nella profonda intuizione leonardesca secondo cui viviamo in un universo immerso nell’atmosfera, pronta a impadronirsi delle masse corporee alleviandole, smussandole. Un modo di procedere che verrà sdegnosamente respinto da Michelangelo, mentre il prensile Raffaello sarà pronto a impadronirsene e a darne un pieno svolgimento.

Pin It
Standard
Letteratura

Morante: brividi non immorali, ma esistenziali

Credo di essere stato uno dei primi a vedere Laura Morante in azione come attrice. La cosa avvenne abbastanza casualmente negli anni ’80, quando mi trovai inserito nel comitato tecnico della serie televisiva “La parola e l’immagine” diretta da Bruno Modugno, nipote, se ben ricordo, del grande Domenico. Per quella serie proposi, tra l’altro, un incontro dedicato al poeta Antonio Porta (Leo Paolazzi), quando era ancora in vita, e lui, abituato a scendere di frequente a Roma dalla Milano in cui viveva, scelse di essere intervistato in una villa di suoi conoscenti nei pressi dell’Urbe, chiedendo che a intervistarlo, o a recitare le sue poesie, su un canovaccio apprestato da me, fosse appunto Laura Morante, allora ai primi passi, accolta con viva curiosità da parte mia per la sua discendenza dalla ben nota Elsa, di cui ammiravo pienamente il capolavoro anteguerra “Menzogna e sortilegio”. Laura mi apparve già allora con un che di fragile, di quasi anoressico, timida e tenace nello stesso tempo. Le qualità che poi ha sviluppato fino al successo che ormai ha conseguito nel cinema e nella televisione, per cui certo non ha alcun ricordo di quel lontano precedente. Ora, come tanti che hanno conseguito una sicura fama in qualche campo, si vuole concedere pure un riconoscimento letterario. Un tempo per ottenerlo si puntava alla raccolta di poesie, oggi giornalisti, uomini politici e di spettacolo pretendono la consacrazione nel più prestigioso genere narrativo. Così ha fatto pure la Nostra con una serie di racconti all’insegna, a mio avviso non troppo pertinente, di “Brividi immorali”. Sono testi che almeno un pregio lo hanno, ai miei occhi, di rispondere da vicino all’identikit della persona, sia a livello personale, vorrei dire perfino biologico, fisiologico, sia a livello attoriale. Sono condotti cioè in modi leggeri, esili, “magri”, evitando i gonfiori eccessivi cui invece oggi si concedono molti narratori patentati, alla caccia di vittorie nei concorsi letterari. Tanta fragilità deriva senza dubbio da un tratto negativo, dalla varietà di queste novelle, che saggiano una vasta gamma di tematiche. Alcune, diciamolo pure, sono improntate a quel ritorno in scena di una “commedia all’italiana” in cui incorrono oggi tanti autori più patentati di Laura, per esempio Cristina Comencini. Sia il primo racconto, “La mia amica Giovanna”, sia una degli ultimi, “Colpo di coda”, mettono in scena i vari equivoci di cui ai nostri tempi sono dominati tanti ménages, coniugali e no, con gelosie, tradimenti, esiti impensati, anche di impatto comico, come succede proprio nel secondo di questi racconti in cui un protagonista, Fabio, stanco della partner, Elena, non ha il coraggio di dirglielo, rimanda di ora in ora lo show down, ma poi scopre che la compagna, più risoluta, lo ha preceduto abbandonando decisamente il loro nido d’amore. Forse in queste vicende sta il tocco di “immoralità” vantato nel titolo, ma è quella incostanza di affetti, quasi obbligatoria, a cui tutti al giorno d’oggi sacrifichiamo. Però, a rendere più vibrante un tale clima in sé alquanto prevedibile, ci sono interventi in cui per fortuna riemergono la magrezza psichica, e quasi l’infantilismo, della scrittrice. Lei in merito ci parla di “interludi”, e addirittura allega alle novelle degli spartiti musicali, su cui non sono in grado di esprimermi, in quanto non so leggere la musica. Ma certo la tela un po’ troppo sicura nei casi sopra indicati, a volte si interrompe, dà luogo a momenti di sospensione, vogliamo evocare in proposito il termine magico di epifanie? Vorrei riportare una frase colta a volo, a p. 228, dove si dice che “… le cose sono ovunque, come le farfalle”, e dunque, dobbiamo comportarci in modi perplessi, esitanti, insicuri. Come pare che faccia la scrittrice, se per la strada esita a superare una vecchietta, stanca nel suo incedere, vittima del male di vivere. Da cui è colpita anche la Susanna che abita “In famiglia”, ma, vittima di autismo, si barrica nella sua stanza, rende difficili i rapporti coi genitori. C’è poi la storia di tre adolescenti che, oltre ai guai comuni propri dell’”età ingrata”, devono pure tutelare la vita delle cucciolate di gattini che il custode di casa è solito annegare, invece loro si mobilitano per salvare quelle povere esistenze. E’ un tentativo di reagire contro le nequizie del mondo degli adulti che avanza implacabile. In definitiva, la nostra Morante si comporta come quel suo personaggio che dichiara di essere affetto da “Tristezza per una zucchina”, di cui insegue la sorte quanto mai precaria, di povero prodotto ortofrutticolo abbandonato in un bidone della spazzatura. Insomma, se la Nostra vorrà tornare all’attacco anche in veste di narratrice, cosa che senza dubbio farà, oltre a decidere tra le varie frecce al suo arco, dovrà rimanere fedele al suo identikit, di esistenza che resta adolescenziale, fragile e sospesa sia, credo, nella vita come nella professione.
Laura Morante, Brividi immorali, La nave di Teseo, pp. 232, euro 17.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 22-7-18 (Di Maio)

Continuo a pensare che il presidente Mattarella abbia recato un gran danno al nostro Paese nel favorire quasi oltre il lecito la nascita del governo improntato a due populismi, gli errori e orrori di Salvini congiunti a quelli orditi da Di Maio, con in mezzo il volto furbetto e volpino del premier Conte, che si trova a suo agio a navigare tra Scilla e Cariddi, tanto, lui non paga pegno, e quando prima o poi uscirà di scena, avrà un bel titolo da aggiungere al suo altrimenti scarso curriculum. Se fino a ieri teneva banco Salvini, negli ultimi giorni è passato al contrattacco Di Maio, perseguendo nella campagna elettorale, il suo primo obiettivo non è tanto di proporre soluzioni giuste per il Paese, ma di continuare ad assegnare sberle a Renzi e al PD, combattendo ogni loro scelta precedente. E dunque, fuoco di fila contro Boeri, messo da loro alla testa dell’INPS, tentando di convincerlo a scendere di sella prima del tempo. E tentativo di bloccare gli accordi raggiunti per l’ILVA, dichiarandoli illeciti e truffaldini. E poi, c’è il disegno di legge detto della dignità, di cui da più parti si è dimostrato che sotto la parvenza di rendere più sicuro il lavoro, di dare stabilità ai giovani, ne rende invece più precaria l’assunzione. Ma che importa? Purtroppo un’opinione pubblica incapace di giudicare, attenta solo alle promesse, sarebbe ancora pronta ad applaudire, ad assecondare. Siamo costretti ad attendere che una dura condanna di questa politica delle apparenze venga dalla realtà, ma passando attraverso disfatte e disillusioni.
Quanto al socio in malaffare, anche lui voluto da Mattarella, ho già detto che qualche legittimità si può riconoscere alla sua campagna contro quelle strane compagnie sportivo-umanitarie che sono gli ONG, simili a dei gitanti che vanno a fare spuntini, abbuffate nei campi, ma poi non si portano a casa i rifiuti, pretendono di scaricarli nella prima fattoria che si presenta ai loro occhi. Ci sono però limiti a tutto, se questa campagna è condivisibile, Salvini non può estenderla alle navi battenti la nostra bandiera, come ad altre anch’esse internazionali o di passaggio, per le quali i nostri porti devono rimanere aperti, con il seguito assai problematico di come trattare questi ospiti certamente scomodi ma inevitabili.
Tornando sull’altro fronte, anche qui non è detto che tutto sia condannabile. Se lo è senza dubbio il blocco polemico di quanto riguarda l’ILVA, che è un puro procedere in negativo, mi piace invece l’intervento al positivo del ministro Danilo Toninelli, che dichiara possibile mantenere l’Alitalia nel settore pubblico. Vi avessimo mantenuto anche l’ILVA, ora non saremmo di fronte all’increscioso dilemma su chi chiamare al suo salvataggio.

Pin It
Standard
Arte

Gli Uffizi ci invitano alla Corte dei Doni

Il direttore degli uffizi Elke Schmidt, prima di terminare il suo mandato, ha avuto due eccellenti idee, di riunire in sale apposite i capolavori che Michelangelo e Raffaello hanno realizzato per la famiglia Doni, e le tre opere principali che si devono a Leonardo presenti nel museo. Ritengo che una visitina quanto meno virtuale a queste due sale sia più che opportuna. Cominciamo da quella legata al nome della famosa famiglia fiorentina dei Doni, con i due ritratti che il Sanzio ha dedicato al marito e capofamiglia, Agnolo, e alla moglie Maddalena. Si deve penare che siano anteriori al grande episodio della Scuola del mondo, l’incontro che in palazzo Vecchio aveva impegnato sia Leonardo sia Michelangelo nella celebrazione, con due grandi dipinti, di famosi episodi della storia fiorentina. Fu una gara di tanto alto livello che è passata alla storia sotto il nome per nulla usurpato di Scuola del mondo. Ma di quella grandiosità non ci sono tracce in questi due dipinti di Raffaello, pure già al centro del primo decennio del Cinquecento, e già presente a Firenze da qualche tempo. D’altra parte il tema del ritratto lo portava ad adottare una chiave intimista, non certo epica, e dunque i due dipinti vanno visti nell’ambito di quel genere, in cui il Sanzio era partito più che mai sulle tracce del Perugino, ma proprio in questi due ritratti dimostra di averne abbandonato la secchezza alquanto stereotipata. I due personaggi si allargano, occupano la scena, soprattutto “lui”, con un massimo di disinvoltura che supera decisamente i canoni rigidi della “seconda maniera” e si inoltre nella terza, ovvero nella modernità. Di Leonardo compare anche un tratto tipico, la massa dei capelli che si fanno ariosi, ovvero, come avrebbe detto il Vinci in un suo famoso appunto, non se ne devono rimanere impataccati a fare massa ma si devono mostrare capaci di “scherzare al vento”. Quel vento, o almeno quella ariosità che trascorre nell’ampia fetta di cielo su cui il volto di Agnolo si stampa, ma già dimostrando la voglia di inserirvisi, di dialogare col contesto circostante. Anche se permane una specie di dogma dell’intera ritrattistica come si era svolta fino a quel momento, secondo cui la persona ritratta si deve stagliare su uno sfondo chiaro. Va osservato di passaggio che anche una famosa Madonna raffaellesca concepita in quegli anni, detta del Granduca, quasi sicuramente era stata realizzata anch’essa su uno sfondo chiaro, se ora invece la vediamo emergere dall’oscurità, ciò si deve a un intervento successivo, quando Raffaello, trasferitosi a Roma e divenuto compitamente “moderno”, ne accetta uno dei segni di riconoscimento, l’adozione di sfondi scuri, tenebrosi, il che diverrà quasi un motivo d’obbligo per tutta la posteriore grande pittura secentesca, Caravaggio insegna.
Venendo ora al “Tondo” michelangiolesco, se il committente è lo stesso, il ricco Doni, le opere che portano il suo nome non potrebbero essere più diverse, infatti il “Tondo” dovuto al Buonarroti Michelangelo appartiene al genere dei dipinti sacri, del resto non mi risulta che il Michelangelo si sia mai cimentato nel ritratto, un tema troppo compromesso col contingente, con manifestazioni di individualismo da lui giudicate di grado inferiore, mosso dall’intento di concepire sempre immagini dove l’umanità apparisse sempre di alto profilo, e dunque meritasse un ampio, maestoso trattamento plastico, come è è in questa Sacra Famiglia, anche se forse, a dire il vero, ispirata a un episodio familiare, al battesimo di una figlia del potente sponsor. In fondo, già qui Michelangelo pratica una totale equipollenza tra il lavorare a due o a tre dimensioni, anche la pittura deve essere forte, dar luogo a bozze, a escrescenze, a gonfiori, del resto perfettamente corrispondenti al formato circolare dell’opera. Raffaello in quel momento è lontanissimo da un tale modo di dipingere che del resto è pure del tutto estraneo perfezione al tema di stampo intimista da lui praticato nei due ritratti. Ma verrà tempo in cui questo artista, straordinario per doti mimetiche, pronto a prendere il suo bene dovunque ne sentisse l’opportunità, saprà comprendere ed acquisire la magnitudine del modo di procedere michelangiolesco. Dovremo attendere i prodigiosi dipinti delle Stanze vaticane, e in particolare proprio della pima, in cui la Scuola di Atene si dimostra assolutamente capace di sfruttare la grandiosità. Imponenza, forza scultorea che Michelangelo sapeva dare tanto alle sculture quanto ai dipinti. Ma questo trarre profitto dell’insegnamento michelangiolesco Raffaello non se lo portava dietro da Firenze, dove non lo aveva visto o capito, bensì doveva essergli nato quando, giunto pure lui nell’Urbe, a ridosso dell’arrivo del Buonarroti, doveva avere avuto la possibilità di dare qualche sbirciata di nascosto al soffitto della Sistina, cogliendo da lì l’input, la via verso il sublime che certo non gli era venuto dal Tondo Doni.

Pin It
Standard
Letteratura

Faletti e l’ospite perturbante

Giorgio Faletti è scomparso troppo presto (1950-2002), ma ci ha lasciato un buon ricordo di sé, lo rimpiangiamo per quella sua faccia simpatica di persona ben vissuta, di adulto pieno di comprensione per il mestiere di vivere, come ha dimostrato fra l’altro nelle sue apparizioni di attore cinematografico. Ma in questa sede devo ricordare soprattutto il giallista cui si devono due forti successi, “Io uccido” e “Io sono Dio”, opere nelle quali ha ecceduto il plafond medio dei nostri giallisti, che in definitiva cadono in una routine prevedibile, invece le sue trame toccavano limiti di noir o di horror, quasi degni di uno Stephen King, che sappiamo essere misure e temperature molto rare presso di noi. Ora appaiono due suoi racconti, di cui l’uno, il secondo, “Per conto terzi”, non esce fuori da una certa media, come ci avverte già il titolo, che in fondo si rifà a una ben nota invenzione giù sfruttata dal grande Hitchcok, vale a dire la trovata del due compari desiderosi di vendicare i torti subiti incrociando i crimini, in modo che ciascuno di loro risulti al di sopra di ogni sospetto. Protagonista di questo racconto è un balordo, un povero disgraziato infelice di aspetto, tanto da essere soprannominato il Bradipo, costretto a poter godere soltanto di qualche amore venale pagato a caro prezzo, e dunque deve procurarsene i soldi con piccoli reati di delinquenza spicciola, Ma, in fuga su auto dopo una di queste sue misere delinquenze, ha investito e ucciso in circostanze diverse due giovanotti, lasciando un ovvio strascico di dolore nei genitori, i quali decidono di coalizzarsi per far fuori questo tristo antieroe, simulando un suo suicidio per impiccagione, che rivela ben presto la vera sostanza del fatto, lasciando però il detective incaricato dell’indagine a grattarsi il capo per trovare la giusta strada che porti al vero colpevole. E’, se si vuole, un racconto ben costuito, ma in nessun modo fuori della media di tante storie che oggi ci vengono presentate, dove le morti pregresse, e tante volte proprio per incidenti d’auto, costituiscono i presupposti dei crimini che seguono a scatto ritardato.
Molto più saporito il primo episodio, “L’ospite d’onore”, anche se comincia in modo conforme, si potrebbe dire che c’è perfino una specie di autoritratto di Faletti stesso, sotto specie di un uomo di spettacolo, tale Walter Celi, colmo di successo, ma che al culmine della sua notorietà sparisce nel nulla, tanto che bisogna promuovere una spedizione di ricerca per andare a ritrovarlo. E anche lungo questo cammino per circa metà strada rimaniamo nell’ovvio. Infatti l’amico e collega che si incarica del ritrovamento scopre che il bellimbusto ha sedotto una sua giovane nipote lasciandola addirittura incinta. Col suo aiuto diventa quindi agevole ritrovarlo, in una clinica dove anche lui è stato ricoverato per incidente d’auto. Ma resta il mistero della scomparsa, dell’ uscita di scena.Ebbene, qui si piazza l’inserimento horror o noir o diabolico che dir si voglia. Infatti il Celi, fin troppo uomo navigato, rotto a tutte le astuzie e malizie, come ci sembra essere stato proprio lo stesso Faletti, ha incontrato all’improvviso un essere umano abbigliato in modo del tutto improbabile, gilet giallo, farfalla rossa, giacca scura, e soprattutto col vezzo di masticare un lecca-lecca. Diciamolo pure, questa è una incarnazione di Satana, che mi ricorda come il grande Fellini, nell’episodio da lui firmato di “Quattro passi nel delirio”, ha raffigurato a sua volta il diavolo, sotto forma di una fanciulla dal volto malizioso. Si sa che il modo giusto per chiamare in scena il Diavolo è di dargli un volto sorprendente, come non ce lo aspettiamo, fuori da ogni ordine prevedibile, niente di diabolico in modo troppo esplicito ed ostentato, ma qualcosa di scostante, di alieno, che però proprio per questo esercita una efficace azione deterrente. Il Celi, spaventato a morte, ha rinunciato dopo quell’apparizione a ogni comparsa pubblica, mondana. Inoltre un simile effetto terrifico si diffonde a raggiera,
giunge a sfiorare lo stesso narratore del racconto, che chiude il suo resoconto confessando: “Adesso avevo paura”.
Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi stile libero, pp. 117, euro 13.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 15-7-18 (ancora Mattarella)

Ritorno su un motivo già da me trattato, ovviamente nella mia insignificanza, che è stato un atto d’accusa contro l’ignavia del presidente Mattarella, che per evitare la grana di portare il Paese a nuove elezioni lo ha regalato a Salvini, col suo magro 17%, tale infatti era l’esito del voto del 4 marzo. Se oggi la Lega ha quasi raddoppiato i consensi, lo si deve proprio al regalo enorme ricevuto da Mattarella. Io ho sbagliato ritenendo che Salvini, come la tartaruga proverbiale, mai si sarebbe sbarazzato dello scudo rappresentano dallo spezzone di voti riportato da FI, il che gli avrebbe evitato di andare in condizioni di inferiorità al matrimonio contro natura con i Pentastellati. Ma non avevo fatto i conti con lo stato di disperazione in cui si trovava Di Maio, prossimo al baratro se in breve non avesse potuto rappezzare una qualche forma di governo, e per raggiungere un simile scopo era pronto a rinunciare al piatto di lenticchie della primogenitura. Questo è stato il calcolo astuto fatto proprio da Salvini, che gettando l’ancora di salvataggio al leader dei Cinque stelle lo avrebbe potuto ricattare, farsi dare una premiership di fatto, quale a detta di tutti è quella di cui oggi gode, libero di seguire la sua dura politica contro i migranti, cui proprio Mattarella, colpevole del dono insperato fatto alla Lega, ora tenta timidamente di porre qualche limite. Se fossimo andati al voto, avrebbe vinto un centrodestra in cui senza dubbio la Lega di Salvini avrebbe avuto la parte del leone, ma, si noti, non con la crescita spropositata che proprio il via libera concessogli da Mattarella gli ha consentito. Inoltre, ammettiamolo, la presenza seppure minoritaria di un Berlusconi sulla via di una tardiva saggezza senile, con l’aiuto di un altro moderato come Tajani, avrebbe potuto frapporre freni e ostacoli, Non dimentichiamo che qualche mese fa lo stesso Scalfari, posto di fronte a un quesito amletico, aveva confessato seppure a denti stretti che avrebbe preferito votare per Berlusconi piuttosto che per Di Maio. Se fossimo andati per quella strada legittima, ora avremmo un Salvini tenuto un poco a freno, e quanto meno si sarebbe evitato l’altro convitato scomodo, che recita a soggetto, in un quadro fumoso e incerto. Ma almeno, saremmo rientrati nella griglia di un certo bipolarismo. Mattarella, coi suoi occhi glauchi fissati nel vuoto, di un azzurro scialbo e inconcludente, ha fatto il grande pasticcio, speriamo che al più presto i due ladroni litighino tra loro e il carro italico si rimetta in carreggiata tornando alle elezioni.

Pin It
Standard
Arte

La grande sintesi di John Armleder

Il Museo MADre di Napoli dedica una importante mostra a John Armleder (1948), uno dei migliori rappresentanti nel nostro Occidente di una tendenza che, da buon fenomenologo degli stili, mi sono provato a distinguere con una formula, ricorrendo addirittura al massimo, e scomodo, Hegel, e parlando di una fase di sintesi subentrante ai due classici momenti anteriori, della tesi e della antintesi. Sempre per valerci di categorie del genere, la tesi la ritrovo nel clima del ’68, con la sua condanna della pittura e il proclama, espresso in modo eccellente da Joseph Kosuth, che da quel momento fosse lecito solo valersi di foto, scrittura e cose stesse riprese in ready-made. Ma poi ci fu l’antitesi, ovvero il radicale capovolgimento di quei dogmi, col clima della citazione, in particolare siglato da me con la formula, anch’essa di estrazione filosofica, della “ripetizione differente”, salutata da noi dalle baruffe tra i miei Nuovi-nuovi, gli Anacronisti, i Transavanguardisti. Poi, alla metà degli ’80, anche quel ritorno al passato apparve superato, ci fu semmai un ritorno a uno spirito avanguardista, ma ricercato, con passo indietro, nella Pop e nella Op, però non riprese pari pari, se no, che sintesi sarebbe stata?, ma nobilitate da qualche pizzico di aura magica, di cromatismo, in omaggio alla appena superata stagione citazionista, ma con “citazioni” contenute, diciamo anche contegnose. Io stesso, sempre pronto a cogliere il mutare dei venti, feci a ridosso di quel mutamento epocale una mostra a Rimini convocandovi tutti gli esponenti nostrani di questi rivolgimento della frittata (“Ordine e disordine”), ma plaudendo in particolare a una mostra visitata nell’86 presso la Galleria Sonnabend a New York che esibiva lo stato maggiore di una simile variazione del gusto, con i massimi Jeff Koons, Haim Steinbach, Peter Halley. Di rimbalzo, chiamato a selezionare artisti internazionali all ‘”Aperto” della Biennale di Venezia del 1990, vi feci invitare Koons, l’unico a non avere ancora superato il limite di una nascita nel ’55 che ci veniva imposto. Ma poco dopo, realizzando per conto mio in Emilia “Anninovanta”, fui libero di inserirvi proprio Armleder, a cui finalmente sono arrivato. E fu con una delle sue eccellenti “Furniture Scultpures”, dove compariva il colore, ma tramite la cromia “di pessimo gusto”, spaventosamente kitsch che da tempo era propria di tutti i mobili dozzinali, di formica o di altri materiali sintetici, un’orgia di tinte acide, verdastre, violette, ocracee. Nello stesso tempo, all’artista era data una sorta di alibi mentale, se qualcuno gli avesse rinfacciato un ritorno al colore, avrebbe potuto rispondere, come proprio poteva fare il nostro Armleder, “io non c’entro, quei colori impossibili ce li ha messi l’industria, in una fase sofisticata. Io li riprendo tali e quali secondo la modalità neutra del ready-made”. Ma si dà il caso che quella gamma cromatica svenevole, tra lo squisito e il banale, era la stessa che compariva nelle immagini di enormi circuiti elettronici, zigzaganti, labirintici, stesi da Halley, e il medesimo tripudio del “cattivo gusto” era pure nelle toppe con cui il tedesco Guenter Foerg picchiettava le superfici, e che dire delle costruzioni rigidamente metalliche di un altro tedesco, Reinhard Mucha, o dei violini spaccati, vivisezionati del fiammingo Vercruysse? Insomma, eravamo in presenza di una vera e propria “internazionale, anche se limitata per il momento solo alle due sponde dell’Atlantico, gli altri abitanti del pianeta attendevano ancora, ma per poco, la loro tumultuosa entrata in scena. Da notare che se i nomi fin qui elencati denotavano un recupero, ma aggraziato da quelle tinte, sofisticate, e vomitose nello stesso tempo, del clima Optical, magari con qualche tocco di minimalismo, c’era pure il versante iconico, espresso dal numero uno Koons, che compiva un’operazione molto simile sul versante oggettuale, iconico, anche in questo caso andando a recuperare le cose di cattivo gusto dagli scaffali riposti dei supermercati. E naturalmente anche per questo filone c’era una rispondenza dalla vecchia Europa, già la stessa Sonnabend aveva avuto il coraggio di inserire nella sua mostra apripista il caso giovanile quanto geniale di Wim Delvoye, e nel mondo tedesco facevano eco le soluzioni dure, acide, discostanti di Katharina Fritsch.
Tutto questo come introduzione al mondo ibrido, estremamente variato del nostro Armleder, che nelle 90 opere raccolte nell’occasione napoletana rivela tante altre corde al suo arco. Intanto, da vero erede dell’Op Art si produce in “puntini” e in altri interventi minuti a parete, fino ad aprire la strada a un erede come l’inglese Hirst, pronto anche lui a praticare un polistilismo sconfinato. I puntini e i minuti segni grafici, però, talvolta si allargano, si mutano in sciabolate, in strisce sferzanti, quasi un dripping in verticale, con cui Armleder sfida un gigante in materia quale Gerhard Richter. Ma poi, dopo essersi sbizzarrito in una sorta di neo-informale di coraggioso pittoricismo, ci mette un freno, accostandolo a rotoli di moquette accumulati sul pavimento, quasi chiamati a coprire e nascondere tanto impudico espressionismo. In sostanza Armleder si sa muovere molto bene tra gli estremi della anoressia e della bulimia, talvolta interviene di punta, quasi col fioretto, talaltra riveste le pareti di sontuoso materiale “capitonné” di un impossibile verde smeraldo, o rovescia per terra una pioggia di palline multicolori, di quelle che si arpionano in qualche pesca di beneficienza. Non manca qualche capatina residua nell’ambito del citazionismo, come risulta dalla ripresa di un capolavoro di Tiziano, ma subito fatto oggetto di inserimenti impietosi e profanatori. E non manca neppure una visita alla dimensione del suono, mediante il piazzamento di una batteria pronta a emettere le sue vibrazioni, che sicuramente saranno di tono stridulo, quasi al limite degli ultrasuoni. In definitiva questo è tutto un festival dell’andare su e giù, a parete o no, nello spazio, del solleticare i gusti più retrivi in fatto di cromia o invece di imporre loro digiuni e austere privazioni.
John Armleder, a cura di Andrea Viliani e Silvia Salvati, Napoli, MADRE, fino al 10 settembre.

Pin It
Standard