Arte

Bagetti, un preraffaellita in anticipo sui tempi

Oggi compio di nuovo una visita virtuale che si spinge fino alla Galleria Sabauda di Torino, dove si può ammirare la mostra “Ad acqua. Vedute e paesaggi di Bagetti. Tra realtà e invenzione”. Il prendere in esame l’artista in questione, che si chiamava Giuseppe Pietro (1764-1831), mi consente di riaprire il dossier già qui redatto a proposito della mostra sul Romanticismo in Italia che ancora si può vedere nelle milanesi Gallerie d’Italia, una esposizione di cui non ho certo parlato in termini positivi. Infatti degli almeno due significati principali inerenti all’etichetta del romanticismo la mostra milanese considera solo l’aspetto contenutistico, di una pittura e scultura che certo si rifacevano indietro nel tempo, a vicende medievali, magari anche piene di rumore e furia, ma le trattavano secondo tutti i canoni della tradizione occidentale, ovvero realismo, verosimiglianza, effetti atmosferici e cromatici corretti, quasi in anticipo di quanto, un secolo abbondante dopo, sarebbe stato possibile fare col cinemascope. Tutto ciò purtroppo, presso di noi, senza la forza e freschezza di impasti che furono proprie dei due romantici, secondo una simile accezione, attivi in Francia, Géricault e Delacroix, mentre da noi l’alfiere incontrastato fu il bolso, pesante Hayez, con le sue scene oleografie, laccate, lucide, specchianti. Quale, invece, fu un “altro” romanticismo? Quello che, magari, indietreggiava anch’esso nel tempo, ma per non andarvi a pescare temi storici e per trattarli in modi convenzionali, bensì scavalcando tutta la sapienza dell’età rinascimentale e barocca, avviando invece, avanti lettera, una enorme operazione di preraffaellitismo, reintroducendo forme, soluzioni di carattere primitivista, o diciamo pure naif. A cominciare dalla tecnica usata, che per esempio induceva il nostro Bagetti a evitare il colore a olio, troppo grasso e torbido, preferendogli le tinte “ad acqua”, come dice il titolo della mostra, cioè i leggeri, immateriali acquerelli, a loro volta attenti a distendersi nei recinti ben calibrati da un disegno minuzioso, quasi di ritrovato sapore infantilista. Porrebbe sembrare una contraddizione che questo gusto pulito e semplificatore si rivelasse particolarmente adatto a farsi cronista di battaglie, ma queste venivano risolte come se i belligeranti fossero schiere di soldatini da allineare con cura, proprio come bambini che giocano alla guerra. In questo, a dieci anni di distanza, Bagetti non faceva che ripetere quanto Andrea Appiani, nato un decennio prima di lui, aveva composto dipingendo un enorme fregio a Milano, Sala delle Cariatidi, per narrare le imprese napoleoniche, appunto facendo sfilare le truppe entro una fascia lunga e stretta, come fosse già una “strip”, una “bande dessinée” dei nostri giorni. Purtroppo un bombardamento del 1944 ha distrutto quell’enorme fregio, mentre per fortuna gli acquerelli di Bagetti ci sono ancora in buon numero. Quella semplificazione, quello schiacciamento delle forme, quasi a correre in avanti e anticipare l’avvento dell’”á plat” di Gauguin e compagni, implicava anche la riduzione della profondità spaziale, cioè l’abolizione della sacra prospettiva alla maniera di Alberti e di Leonardo, i due capisaldi che erano stati alla base di tutto l’enorme ciclo post-raffaellesco, contro cui ora si voleva reagire facendo macchine indietro. Persa la dimensione della profondità, bisognava sfruttare l’orizzontalità, affidandosi magari a quelle curve che i geologi chiamano sinclinali, come del resto sapeva fare molto bene uno dei fondatori di quel gusto anticipatore di tutte le regole del contemporaneo, Goya, e come avrebbe fatto un altro felice interprete di quella stagione, William Turner, anche lui con vedute oscillanti, investite da un beccheggio come nei tanti vascelli da lui dipinti. Non è che il ricorso alla verticale fosse escluso, e proprio il nostro Bagetti sapeva inserirlo, per esempio se chiamato a rappresentare quel miracoloso tempio svettante all’improvviso su un colle alle porte di Torino, la misteriosa, affascinante “Sacra di S. Michele”, ma più spesso la visione in lui preferisce appiattirsi, dondolare per traverso, schierare le docili file dei soldatini, o di alberelli, se si tratta di paesaggi. Tutto, pur di non aderire ai modi troppo verosimili, troppo para-fotografici o pre-cinematografici dei conformisti compilatori di quadri storici, troppo abili, troppo ligi alla lezione impartita da Raffaello e seguaci.
Giuseppe Pietro Bagetti, “Ad acqua. Vedute e paesaggi”, a cura di Giorgio Careddu. Torino, Galleria Sabauda, fino al 21 marzo.

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Erri De Luca: un giro dell’oca che funziona

Non sono mai stato molto favorevole alla narrativa di Erri De Luca, nei pochi casi in cui mi è avvenuto di incontrane dei prodotti. Vi ho ravvisato la sindrome della “napoletudine”, un termine per me negativo che sta a indicare chi sfrutta alquanto passivamente i riti e i miti di una grande stagione, ma vivendola di riporto, di ripetizione non troppo differente. Un’accusa, questa, da me scagliata anche contro un altro narratore pure molto stimato quale Ermanno Rea, da non confondere col suo omonimo, non so se legato a lui da qualche parentela, Domenico, che invece mi è sempre apparso come un ammirevole rinnovaatore di quella tradizione, in forme aggressive e potenti. A proposito di una di queste opere poste all’ombra delle glorie altrui, se non sbaglio “Il giorno prima della felicità”, dove al giovane protagonista viene addirittura messa in mano un’arma perché possa procedere a un immancabile delitto d’onore, mi è scappato detto “No, per favore no, non replichiamo la Cavalleria rusticana!”. Ma ora, davanti a un prodotto recente di De Luca, “Il giro dell’oca”, mi devo ricredere, forse perché qui l’autore si muove in proprio, sul suo, tuffandosi in un’ampia, esagitata, chiaroscurata auto-narrazione, se vogliamo far uso di una categoria oggi molto presente nei discorsi critici. A sollecitarlo a questa prolungata confessione è una invenzione abbastanza stimolante, infatti colui che si confessa dichiara di essere un padre mancato. Una delle donne della sua travagliata esistenza che ha messo incinta è stata a suo tempo obbligata ad abortire, e dunque ora il genitore mancato finge di dialogare col figlio mai nato, promosso al rango di avvocato del diavolo, di accusatore insistente, implacabile. Per caratterizzare le due parti, gli sferzanti atti d’accusa del figlio vengono stampati in grassetto, ma diciamo pure che l’autore, pur in vena di confessare i suoi torti e di dichiararsi disposto a espiare, in realtà ammorbidisce la posizione dell’interlocutore, si finge insomma un avversario di comodo. Credo che un lettore, come sono stato io stesso, parteggi spontaneamente per la voce del padre, dato che le contestazioni provenienti dall’altra parte sembrano pronunciate con tono saccente, da saputello, proprio di un giovane dei nostri giorni che si porta dietro tutti i principi, o pregiudizi etici che oggi abbiamo conseguito. Mentre dall’altra parte ci sta un povero Cristo intento proprio a compiere un “giro dell’oca” ad avvoltolarsi su se stesso, a confessare torti, fallimenti, pentimenti, ritorni sui propri passi. L’espressione più efficace si trova a p. 100 in cui il protagonista dichiara di dare voce a una “assemblea di me stessi”, cioè appunto alle molte vite, parti, maschere via via assunte, come operaio, come scrittore ai primi passi, come ideologo, come essere pieno di vanità, di errori, di presunzioni. Ne viene una trama davvero mobile e inquieta in cui, parlando di sé, il narratore percorre anche le tappe esagitate dei decenni trascorsi, ricostruite tra il pubblico e il privato, trovando sempre la parola giusta, la similitudine efficace. Lo si potrebbe accusare di facilitarsi il compito, fino ad apparire come un foscoliano “bello di fama e di sventura”, mentre dall’altra parte gli viene opposto un manichino, un oppositore di comodo, troppo compunto, troppo “perbene”. Ma in questa dialettica la pièce, quasi recitata più che affidata alla scrittura, raggiunge una sua efficacia, anche per il contrasto grafico secondo cui sono stese le due recite, quella bassa, quotidiana, prosastica del padre viene affidata a un corpo normale, mentre quella del figlio, sempre incalzante, sopra le righe, perfino retorica, risulta costretta in un grassetto rigido e inflessibile.
Erri De Luca, Il giro dell’oca, Feltrinelli, pp. 122, euro 13.

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Dom. 27-1-19 (piccolo è bello)

Nella nostra televisione è terminato il duopolio tra Rai e Mediaset, si è introdotta la Sette dell’editore Urbano Cairo, con un telegiornale della sera condotto da Enrico Mentana che ormai è divenuto il mio preferito, e i vari talk show di successo, sul tipo di Otto e mezzo, Di martedì, Questa non è l’Arena, e altri ancora. Tra i meriti del telegiornale di Mentana, al lunedì, c’è pure quello di fornire previsioni sulle percentuali di voto ad oggi dei vari partiti, dove purtroppo il mio Pd non si schioda da un 17%, mentre continua a volare alta la Lega. E ancora, c’è pure l’utile servizio costituito dal “Data room” in cui Milena Gabanelli ci bombarda con le sue cifre statistiche, E proprio nel domenicale scorso notavo quanto pesante, grave di conseguenze, fosse stato il dato da lei fornitoci circa l’enorme quantità di miliardi giacenti nelle casse dello stato e di altri enti pubblici, ma non utilizzati a favore di una nostra crescita economica. Per fortuna lunedì scorso, 21 gennaio, la brava giornalista ci ha comunicato invece un dato incoraggiante, pare cioè che nel nostro Paese, nonostante la crisi degli anni passati e l’attuale ristagno, il “piccolo è bello” abbia continuato a sopravvivere, almeno nelle regioni nordiche, dove sono tuttora in azione tante piccole aziende capaci di rinnovarsi sul piano tecnologico e addirittura di assumere personale, stimolate da una loro ottima capacità di incrementare l’export. E dunque le diagnosi un tempo formulate da Giuseppe De Rita, insistenti proprio sul fatto che per stendere un giudizio veritiero sul nostro stato economico bisogna considerare il portato di una micro-economia, resisterebbero ancora, anche se nel frattempo anche la voce di De Rita, nei suoi editoriali affidati al “Corriere”, si è fatta incerta e confusa. Siamo al punto che queste piccole imprese cercano, ma non trovano, mano d’opera, anche se magari si tratterebbe di maestranze richieste per svolgere un lavoro manuale di basso profilo. Ma i nostri giovani sono del tutto riluttanti a occupazioni del genere, sognano un posto tranquillo in banche, o comunque lavori a mani pulite in qualche organismo del parastato, o in qualche grande azienda, se addirittura, come succede al Sud, contano su una vita in panciolle supportata dal reddito di cittadinanza. Se c’è una questione mal posta, sta nell’accusa che l’invasione dei famigerati immigranti porterebbe via il lavoro ai nostri giovani. Sappiamo bene che a questa gente venuta dal mare vengono affidati proprio quei lavori di basso profilo cui i nostri ragazzi sdegnosamente si rifiutano. Da qui, la necessità di riconoscere, inquadrare, legittimare questa forza lavoro, anche per sottrarla al misero destino di ciondolare nelle nostre strade a chiedere l’elemosina. E’ questa la incontrollata invasione che turba tanti nostri cittadini e li spinge a optare per la Lega, a gonfiarne i voti oltremisura. Lo capirà, il nuovo leader della CGIL, il prevedibile vincitore Landini, che ormai bisogna affrontare e risolvere questi enormi problemi incombenti sulla nostra società? Da un lato, trovare modalità flessibili per dare alle piccole aziende la mano d’opera di cui hanno bisogno, da un altro, regolamentare l’avvio dei migranti a servizi senza dubbio di basso livello, ma utili per la comunità e ben regolamentati.

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Kaufmann: una giusta occuoazione della Sala Farnese

Ieri, sabato 19 gennaio 2019, ho compiuto una visita molto confortante, e proprio “de visu”, alla Sala Farnese del Palazzo d’Accursio di Bologna, dove è allestita una mostra di Massimo Kaufmann (1963). Al di là della portata di questa comparsa sostanziosa dell’artista, su cui vado a dire tra poco, mi compiaccio perché si realizza un progetto su cui insisto da tempo, avendogli anche trovato un titolo che mi sembra spiritoso, di istituire un GAMbo in alternativa al MAMbo (Museo dell’arte moderna di Bologna), lasciando a quest’ultimo il compito di gestire l’arte recente, diciamo grosso modo dal 2.000 in poi. Quanto alla sede nobile del d’Accursio, bisogna riconoscere il merito dell’ex-sindaco Guazzaloca di averlo sottratto alle destinazioni burocratiche facendo erigere un secondo municipio fuori dal sacro recinto delle mura, anche se, affidato al suoi architetto di riferimento Cuccinella, ne sono venuti dei padiglioni alquanto frivoli e fragili, degni di una località balneare più che di una città di antica prosapia come Bologna. Ma l’intenzione era buona, e dunque occorreva estendere alla Sala Farnese i già presenti, al secondo piano dell’edificio, Museo Morandi e Collezioni comunali d’arte, stabilendo così un eccellente percorso che da Cimabue si poteva estendere fino alle opere ormai storicizzate di tutto il ‘900, visto che si può disporre pure della sottostante Sala d’Ercole. Sarebbe un complesso formidabile, e posto nell’ombelico della città. Ma invece di seguire questa pista di eccellenza, si è aggravata la relativa penuria di spazio del MAMbo infliggendogli pure la raccolta Morandi che ne toglie quasi per intero quanto dovrebbe essere riservato alle collezioni permanenti.
Ma torniamo all’attuale apparizione di Massimo Kaufmann in Sala Farnese, che avviene nel segno della precarietà, visto l’incerto destino di quello spazio, con la posa di pannelli a dittico, trittico, polittico, autoportanti, peraltro appropriati alla pittura del nostro artista, che appartiene a quel gruppo emerso soprattutto a Milano, alla metà degli ’80, ponendo fine alla stagione che per l’ottusità mentale dei nostri critici si continua a intestare alla sola Transavanguardia, dimenticando che i due capofila della situazione nata agli inizi dei ’70 erano stati Ontani e Salvo, da cui si sarebbe sviluppato il fenomeno dei Nuovi-nuovi. Accanto a Kaufmann, ci furono Stefano Arienti, che alla lunga è risultato il vincitore, il più presente e riconosciuto, ma con accanto Umberto Cavenago, più ondivago, e pure un valido Mario Dellavedova, e altri ancora. Io non avevo perso tempo, e già nel ’90, trovandomi commissario dell’”Aperto” alla Biennale di Venezia del ’90, vi avevo invitato i primi due, non però Kaufmann, il cui profilo mi appariva alquanto sfuggente. In seguito mi aveva interessato quando presentava degli enormi fantocci in similpelle, imbottiti di un ripieno di pesi, di quelli che si collocano sui piatti di una bilancia. In seguito l’artista si è alquanto stabilizzato, pur sempre frugando all’interno di un corpo umano squarciato, ma per estrarne campioni di tessuto, da istologo accanito, oppure, come succede per riti carnevaleschi, una pioggia di coriandoli variopinti. Come dire che il nostro artista si è dato a coltivare un’astrazione geometrica, ma praticata in modi estrosi e liberi, non col rigore, da scolaretti compunti e diligenti, quale compare in personaggi pur affermati come Dorazio, Verna, Griffa. O se si vuole, diciamo anche che Kaufmann gareggia con gli stilisti della moda nell’intento di apprestare un campionario stagionale di tessuti, a barre, righe, strisce, o al contrario con ricorso a un bombardamento, a una pioggia di annotazioni cromatiche pungenti, come punture di insetti. Siamo in bilico tra natura e artificio. Per un verso questa apparizione in sala di tanti pannelli sembra voler sfidare Monet e la sua straripante epifania di Ninfee, ma per altro verso è come se Kaufmann raccogliesse le schiume, le spume che inquinano i nostri corsi d’acqua con le scorie delle industrie. O invece tenta di stabilire come un planetario per invitarci a contemplare i pulsanti misteri delle costellazioni? Si viaggia insomma in una stuzzichevole ambiguità di proposte e soluzioni. Ma soprattutto piace vedere che la Sala, il più delle volte condannata a una austera e cipigliosa austerità, a questo modo si rianima, si fa viva e pulsante.
Massimo Kaufmann, Mille fiate, a cura di Giusi Affronti. Bologna, Sala Farnese, Palazzo d’Accursio, fino al 3

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Letteratura

Il fascino della poesia vista nel suo retro

Il sabato 15 dicembre 2018 sono stato invitato da Emilio Mazzoli a un incontro posto all’insegna di un quesito molto intrigrante, “Dove va la poesia”. Il luogo era la magnifica Sala dei Contrari, sita nel Castello di Vignola, che ha la proprietà, più unica che rara, di insistere su due spazi tra loro divergenti, come una lingua bifida. L’intento dell’incontro era riparatorio, infatti Mazzoli, grande sostenitore di tutte le possibili avanguardie, era stato urtato dall’effettuarsi nella sua stessa città, Modena, e dintorni, di un Festival di Poesia, dal settembre in poi, decisamente “seduto”, volto a prendere la poesia per il verso giusto, convenzionale, risaputo. Nell’intento di Mazzoli, conveniva invece prendere il fenomeno per l’inverso, fargli il contropelo, giocare di contropiede, e non aveva certo faticato a trovare chi doveva essere il grande maestro di questa attitudine “contro”, Nanni Balestrini. Ma al momento la sua presenza, per infermità momentanea, risultava indisponibile, e dunque io sono stato chiamato a svolgere una funzione surrogatoria, cosa che ho accettato ben volentieri, pur ammettendo la mia inferiorità al compito. Come portabandiera di un simile atteggiamento erano stati scelti, molto a proposito, Aldo Nove e Rosaria Lo Russo, chiamati anche ad animare la seduta con interventi performativi. Io per stabilire subito il clima giusto ho ricordato un episodio che vale in misura superlativa a contrassegnare un simile clima oppositivo. Nel 2003, rievocando solennemente i quarant’anni dalla nostra nascita come Gruppo 63, avevamo potuto organizzare una densa passerella a Bologna, Arena del sole, richiamando in pista tutti i sopravvissuti, che in quel momento erano ancora numerosi, ma celebrando anche qualche estinto di valore, tra cui Corrado Costa, che aveva potuto essere vocato attraverso qualche registrazione di sue prestazioni video e acustiche. Tra queste ultime, un audiotape straordinario, in cui ci ammoniva, come maestro che redarguisce i rampolli sbadati, “Questo è il retro. Zucconi, siete nel retro, girate la cassetta, retro, retro”. Fu un successo incredibile, subito dopo tutti i partecipanti replicavano in coro “questo è il retro, il retro”, ben comprendendo che in quel motto stava per intero la sfida lanciata ai “normali” praticanti della poesia. Nell’occasione non ho mancato di evocare certi meccanismi già cari alle avanguardie storiche nel perseguire i medesimi intenti eversivi, quale la pratica del “cadavere squisito” che aveva deliziato i Surrealisti, in una delle loro sedute, in cui veniva praticato il giochetto di società che porta ciascuno a scrivere una frase, poi a coprirla lasciando che un compagno di banco ne stenda una successiva, in completa ignoranza della precedente. Come si sa, il primo di questi incontri affidati al caso appioppava al cadavere la qualifica assolutamente impropria, aberrante, di essere “squisito”, il che fu accolto dal più vibrante applauso dei partecipanti, con ingiunzione a non procedere oltre, dato che era impensabile che saltasse fuori un più sconvolgente accoppiamento. Ma non mancai certo di evocare l’assente Balestrini, che già nel 1961 aveva dato il degno seguito a quella procedura moltiplicandola, secondo quell’esito di estensione quantitativa in cui io ho sempre ravvisato il tratto caratterizzante delle seconde avanguardie rispetto alle prime, col carattere aggiunto del ricorso, per ottenere questa moltiplicazione dei pani, a un “novissimo” strumento tecnologico, a una prima comparsa di un antenato del computer, pronto a snocciolare una sequenza senza fine di variazioni linguistiche. Del resto Balestrini era stato capace di procedere in proprio in questa impresa di attribuzione infinita di qualifiche prendendo come testa di turco la sua diafana, irreprensibile, fantomatica Signorina Richmond, sottoponendola a un fuoco di fila di epiteti saccheggiati da ogni angolo dell’esperienza umana.
Ma a questo punto del mio sproloquio sono stato chiamato al dovere di introdurre i due presenti. L’ho potuto fare trovando per ciascuno di loro un ascendente, che nel caso di Nove era lo stesso Balestrini. Infatti nella enorme produzione di Nove spicca il poemetto “Maria”, che viene a fornire un surrogato della Signorina Richmond, forse un po’ più qualificato in partenza, ma poi sottoposto a un profluvio di predicazione che, anche in quel caso, attingono a tutti i versanti della vita, come una interminabile giaculatoria, che oltretutto invita davvero a essere recitata, quasi evocando il pubblico rito del rosario. Infatti Nove, invitato come ospite di lusso al primo incontro di RicercaBO, nel 2007, quando, respinti da Reggio Emilia, avevamo ricollocato i nostri lari a Bologna (San lazzaro), aveva invitato tutti i presenti a venire a turno al tavolo per recitare uno dei tanti versetti del suo interminabile poema.
Ben diversa la matrice valevole nel caso di Rosaria Lo Russo, con cui si deve risalire addirittura a un padre fondatore della poesia e prosa d’avanguardia, a Rimbaud e al suo “Bateau ivre”, di cui la poetessa toscana non fa che rimodulare, replicare, variare all’infinito le rotte temerarie per tutti i mari dello scibile e dell’esistenza. Per lei mi è familiare ricorrere alla similitudine dello tsunami, della piena irresistibile, distruttiva, ma anche feconda, che trascina con sé quanto incontra sul proprio cammino. Se Nove procede in modo rettilineo e sistematico, un passo alla volta, Rosaria si affida a un percorso acceso, tonitruante, costellato di “spasimi”, tanto per valerci del titolo stesso di una sua esuberante performance.

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Attualità

Dom. 20-1-19 (CGIL)

Siamo alla soglia dell’elezione, nella CGIL, di un degno successore alla presidenza della Camusso, ma il dibattito tra i due concorrenti, Landini e Colla, non suscita un particolare interesse, come ha notato uno dei validi opinionisti del “Corriere della sera”, Dario Di Vico. Il fatto è che negli ultimi anni il nostro maggiore sindacato, trascinandosi dietro gli altri due di non minore importanza, ha perso tante occasioni per svolgere un ruolo incisivo. Io mi devo ripetere, perché ne ho già parlato molte volte. Per esempio, pensiamo al maggiore cavallo di battaglia di Salvini e della Lega, la revisione della legge Fornero, fino a permettere a tanti lavoratori di andare in pensione a 62 anni invece che a 67. Qui si scorge davvero l’essenza del populismo, infatti una proposta del genere in linea di principio non può che essere accetta a tutti, al “popolo” nella sua estensione più larga e generica. Ma siamo in Europa, e dunque trovo paradossale che nessuno sia andato a vedere, la CGIL in testa, come si comportano gli altri Paesi. Se ci fosse un tratto decisamente unificante nella UE, questo dovrebbe stare proprio nell’adottare un unico criterio nel regolare il pensionamento. Non capisco perché mai i nostri sindacati di sinistra su questo e altri punti non abbiano cercato un’intesa con i confratelli di uguale colore, che pure esistono in tanti altri Pesi. E un altro punto su cui si dovrebbe raggiungere l’accordo sarebbe nell’impedire alle industrie di spostarsi dove la mano d’opera costa molto meno che da noi, ponendo un freno a un esodo di questo genere con l’imporre dei dazi doganali riparatori. Per questo verso Trump non è del tutto in errore quando difende la causa degli operai di Detroit che si vedono privati di possibilità di impiego dalle case automobilistiche che vanno a produrre in Messico, senza “pagare dazio” per il ritorno sul mercato di prodotti ottenuti a costi per loro fin troppo favorevoli. E mi pare pure che, ancora una volta, la CGIL sia stata largamente assente sul fronte dello sfruttamento degli immigrati per lavori fatti in nero, con paghe miserabili, laddove un razionale impiego di questa forza lavoro potrebbe portare rimedio a questo enorme problema sociale che ci angustia, e che tanto spazio dà alla Lega. E ancora, forse è davvero l’ora di sciogliere le briglie del lavoro, di non battersi rigidamente per le assunzioni a tempo indeterminato, forse bisogna accogliere, ma nello stesso tempo porre sotto controllo, occasioni più flessibili e temporanee, quasi rilanciando la pratica dei vaucher. Credo insomma che CGIL e alleati debbano scordare i belli, o brutti tempi, in cui il loro rovello era solo di difendere da licenziamenti gli operai inquadrati in industrie massicce, di grandi dimensioni. L’epoca delle corazzate industriali forse ora è finita, bisogna regolamentare una circolazione di imbarcazioni più agili e mobili.

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Alla scuola di Alex Katz

Compio ben volentieri una visita virtuale a Monaco di Baviera, Museo Brandhorst, che dedica un’ampia mostra al pittore statunitense Alex Katz, ormai più che novantenne (1927), cui si deve in gran parte l’attuale rilancio dell’atto del dipingere, se gli si associa un altro artista uscito dal clima anglosassone, più giovane di lui, David Hockney, di cui in precedenza ho già detto le lodi su queste pagine. Per rilanciare la Vecchia Signora Pittura, nel quadro della nostra cultura occidentale, i due hanno capito che bisognava sbarazzarsi del cadavere malaticcio, sudaticcio, graveolente della terza dimensione, riallacciandosi all’atto di liberazione da quel “caput mortuum” già compiuto, a suo tempo, da Gauguin e dagli altri campioni dell’Art Nouveau. A quei tempi essi avevano lanciato il motto francofono dell’”á plat”, ora, in stagione di inevitabile anglofonia, dovremo semmai parlare di “flatness”, magari qualificandola anche con un accrescitivo, il “super” che le annette un suo cultore autorizzato come il giapponese Murakami. Infatti sembra obbligatorio ricordare che a quella decisione di farla finita con la terza dimensione Gauguin e compagni furono incitati proprio dalla frequentazione dei grandi xilografi nipponici, Utamaro e soci, di cui accettavano anche le sagomature eleganti e preziose, così adatte al clima fin-de-siècle. Ma a questo punto scattano le differenze rispetto a loro del duo Katz-Hockney, che non sarebbero attuali se, assieme alla “flatness”, volessero anche riproporre quelle inattuali eleganze e meraviglie. Al contrario essi sanno bene che al giorno d’oggi bisogna accettare subito in partenza una adesione a un clima collettivo, di massa, diciamo pure “popular”, il che ci porta alla Pop Art, di cui del resto Hockney è stato davvero un membro riconosciuto, ma nella variante inglese, restia ad avventurarsi in quelle fuoriuscite spaziali, in quei riecheggiamenti del ready-made duchampiano cui in genere non si sono certo sottratti i cugini d’oltre Atlantico, trovando anche in ciò un avallo circa il loro grado di più stringente novità. Ma in proposito proprio Katz preciserebbe che, mentre accoglie di buon grado un legame col “popular”, sarebbe reticente a estenderlo agli esiti più clamorosi, ovvero di nuovo tridimensionali, della Pop Art nei suoi aspetti più noti, con la relativa sottomissione ai prodotti di massa in tutta la loro greve e voluminosa immagine ufficiale, per cui anche quando taluni tra i Pop praticano in larga misura la “flatness”, si pensi a Warhol, a Lichtenstein, si lasciano però rimorchiare proprio dai volti ufficiali dei mass media, foto, fumetti, icone pubblicitarie, intervenendo solo di contropiede nei loro confronti. Katz invece rivendicherebbe il suo andare direttamente alla fonte dei mass media, ma senza sentirsene prigioniero, anzi, adattandone le soluzioni a usi personalizzati. Come ogni bravo turista o cittadino del nostro mondo che va in giro a scattare foto dei familiari, o di compagni di viaggio, o immagini-ricordo di bei siti incontrati da turista, il tutto nei modi più liberi e disinvolti, obbedendo solo al requisito primario di fare “piatto”. Con due inevitabili corollari, che ci vuole grande perizia nello sforbiciare le sagome, e nel campire gli spazi, dentro e fuori le icone, con colori schietti, a sfida di quelli che compaiono nei cartoons o nelle sigle pubblicitarie. Ecco dunque questa varia popolazione di profili e contorni, ottenuti con segno leggero, sciolto, scattante, dove la parte spettante all’essere umano viene intersecata con qualche tralcio vegetale, e anche il paesaggio, se si mostra da solo, viene ridotto pur esso a sagome stilizzate, come di fiori o fronde schiacciati tra le pagine di un pesante volume, messi ad essiccare, da un erborista che però riesce nel miracolo di conservarne intatti i colori, anzi, di potenziarli, come iniettandovi dei conservanti o delle essenze capaci di renderli ancor più brillanti. Queste modalità di procedere costituiscono ormai una vera e propria scuola con molti seguaci. Ormai un ventennio fa, quando organizzavo “Officina America”, ne incontrai una brillante comprimaria a Los Angeles, Marina Kappos, di cui però ho perso le tracce, mentre più di recente ho potuto stendere qualche riga per un artista di origine italiana, Mario Sughi, che però firma Nerosunero, figlio d’arte, in quanto il padre Alberto era uno dei componenti di una scuola romagnola gravata proprio dal trascinarsi dietro le spoglie di volumi sfatti eppure resistenti, mentre il figlio procede libero e agile a fare lo slalom tra tutte le icone della nostra attuale scena mondana.
Alex Katz, Monaco, Museo Brandhorst, fino al 22 aprile.

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Attualità

Caliceti: un gremito scartafaccio

Ricevo con grande piacere uno scartafaccio di circa 200 cartelle da Giuseppe Caliceti, che mi fu compagno in una stagione indimenticabile, quella di RicercaRE, a Reggio Emilia, instaurata dal 1993 e durata per circa un decennio, fertile di irisultati. Caliceti, ben insediata nella vita culturale di quella città, ebbe il potere, assieme a un socio più anziano, Ivano Burani, di convincere il Comune a riprendere la prestigiosa formula di cui si era valso il Gruppo 63, invitare alcuni autori di testi innovativi e sperimentali a venire a leggerne brani inediti per sottoporli al giudizio immediato di una tribuna di critici e di compagni di via. Fu la modalità che tanto io quanto Nanni Balestrini stavamo cercando per rilanciare proprio le fortune del Gruppo 63, allo scadere di un trentennio dalla sua partenza. Caliceti poté assicurare il rinnovarsi di quell’appuntamento non solo in quanto operatore culturale della città, ma lui stesso scrittore in proprio, membro di una formazione non a caso detta Gruppo 93, in cui un brillante gruppo di poeti venivano riconosciuti come validi continuatori dei Novissimi, a detta dello stesso fondatore di quella fortunata cinquina, Alfredo Giuliani. I nuovi reclutati riprendevano l’attività dei fratelli maggiori anche nella capacità di passare agilmente dalla poesia alla prosa. Infatti lo stesso Caliceti se ne uscì con delle prove assai stimolanti in narrativa, come una indimenticabile “Fonderia Italghisa”. Poi, di nuovo ci fu un fermo, un imporsi di fasi di silenzio, su quei fervidi lavori in corso. Ma ora appunto ecco la ripresa, quasi alla maniera del “Deserto dei Tartari”, capolavoro di Dino Buzzati, all’orizzonte spuntano forze nuove, che poi nel nostro caso sono testi, scritture avanzanti baldanzose, alla ricerca di riconoscimento, di successo. Se qualcosa è avvenuto nel frattempo, si potrebbe parlare di una progressiva cancellazione dei confini tra prosa e poesia, il che potrebbe costituire addirittura il tratto caratterizzante la nuova serie di incontri, che dal 2009 avvengono a Bologna col titolo di RicercaBO, sulla falsariga di quelli precedenti. E dunque Caliceti diviene interlocutore privilegiato di queste nuove assise. Non per nulla ho definito “scartafaccio” quanto mi ha fatto avere per via telematica, basti pensare a certi titoli del tutto significativi del numero uno di ogni sperimentazione del secondo Novecento, Edoardo Sanguineti, coi suoi “Wirrwarr”, “Stracciafoglio”, “Scartabello”. Aggiungiamo pure le nozioni di “pot pourri”, “olla porrida” e simili. Perché stare ad applicare una esosa e superata spartizione di generi? I dati, esistenziali e sociali, individuali e collettivi si sommano, si accatastano, si aggrovigliano liberamente. Del resto, non è che pretenda di essere più selettivo il titolo stesso dato a questo brogliaccio, di “Canti” con un precedente addirittura più illustre, rispetto a quello di Sanguineti, infatti come non pensare ai “Cantos” di Pound? Una simile varietà di intenti, dimensioni, andature emerge perfino da un esame ottico di questo ammasso in apparenza informe e inarticolato. Si succedono versetti, come di litanie, di canzoni popolari, o invece blocchi più sostanziosi e compatti di prosa discorsiva. In merito, vale la pena di ricordare che uno dei migliori esiti di RicercaBO è stato proprio il ponte gettato tra i due tradizionali generi della letteratura attraverso la cosiddetta “Prosa in prosa” lanciata da uno dei più assidui frequentatori degli incontri bolognesi, Marco Giovenale, in cui si esprime proprio una quasi disperata volontà di testa-coda, di portare l’un campo a invadere l’altro. Si aggiunga che tra i migliori esiti di questa sperimentazione seconda (o terza, se nel conto mettiamo anche la fase del ’63), ci stanno le “Nughette” proposte da Leonardo Canella, che è ancora un modo di ricorrere all’”understatement”, non si prenda innalzi troppo, madama la letteratura, non monti in superbia, ma al contrario voli basso. Semmai, si può parlare di una diversità di confezione, quasi alla maniera secondo cui oggi si vendono le merci, in formazioni minuscole o in pacchetti. Infatti le Nughette di Canella sono come delle registrazioni-lampo dal fiume della vita, come delle fiammelle di cerini che si accendono, delle lucciole di breve esistenza, laddove Caliceti procede con passo lungo, associando, assemblando, come un fiume in piena che trascina con sé scorie, carogne, corpi pregiati o vili e degradati. Oppure può valere pure un riscontro con l’atletica delle corse, che da sempre conosce solo il variare tra corse brevi, i cento menti, e invece quelle di fondo, fino alla maratona, come intendono essere proprio questi “Canti emiliani”.

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Attualità

Dom. 13-1-19 (Gabanelli)

Se si cerca un fatto dominante nella settimana appena trascorsa, menzionerei una delle comunicazioni che Milena Gabanelli usa offrire in coda ai telegiornali della Sette, condotti dal migliore dei presentatori, Enrico Mentana, il più libero e disinvolto, conditi anche anche con una apprezzabile vena di ironia. In una di queste appendici la Gabaneli ci ha comunicato un dato spaventoso, parlandoci di una giacenza di almeno un centinaio di miliardi stanziati per grandi opere che mai sono state fatte. La cosa riguarda anche il precedente governo, infatti pur nel mio renzismo appassionato non ho mai mancato di contrapporgli il grande esempio del New Deal roosveltiano. Quando si è in crisi, sta allo stato intervenire con opere pubbliche. Ricordo che lo leggevo già nei manuali scolastici, dove si facevano le lodi dei grandi capi di stato, il cui merito stava proprio nel mettere in cantiere opere pubbliche di grande respiro. Il Jobs Act, al di là delle critiche preconcette, è stato fragile e di pochi risultati per colpa delle debolezze intrinseche della nostra industria privata, da cui Renzi sperava di trarre copiosi frutti attraverso una politica di sgravi fiscali. Peraltro, da parte sua, non era per nulla sbagliato pensare anche di rilanciare l’eterno progetto del ponte sullo stretto di Messina. Se il nostro Paese si può vantare di due successi sicuri, questi consistono nella grande rete autostradale edificata nell’immediati dopoguerra, e più di recente nell’ottimo esito, e a tempi rapidi, dell’alta velocità ferroviaria. Questa è la strada su cui insistere, cercando di sbloccare e di investire nei tempi più celeri tutti i finanziamenti fin qui inutilizzati. Ovviamente io aderisco ai SìTav, e tra i tanti mali imputabili al M5S sta proprio lo stop che mettono in questa direzione, non per nulla se c’è tra i loro ministri incompetenti chi è soggetto ai maggiori sberleffi, questo è Danilo Toninelli, con tutto il corredo di carenza informativa e penosa incertezza che gravita su ogni suo intervento. Ed è ridicolo, se non tragico, che Di Maio parli di un rilancio dell’economia proveniente dalla pioggerella assistenziale del reddito di cittadinanza, un invito a proseguire nella pigrizia, nel lavoro in nero, nell’astensione dagli impegni di grande respiro.

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Arte

Chiari, la musica come alfa e omega

Ricevo dall’editore Prearo il volume “Musica Madre”, dedicato a Giuseppe Chiari, il che mi fornisce una ottima occasione per rendere un rapido omaggio a questo straordinario protagonista delle neoavanguardie, per tutta la metà del secolo scorso (1926-2007). Tutti sanno bene che egli è stato uno dei maggiori e più coerenti eredi di John Cage, cioè di colui che, come una potente graffa, ha “compiegato” tra loro le due metà del secolo. Basta scorrere il curriculum di Chiari per vederlo presente a tutti i migliori appuntamenti dagli anni ’60 in su: Fluxus, con accanto Charlotte Moorman, e per l’Italia, il fiorentino Gruppo 70, le comparse su “Marcatré”, la rivista che fu l’alter ego del “Verri”. Presente fra l’altro al mitico incontro palermitano del ’63, dedicato alla musica d’avanguardia, capace di partorire a latere il nostro Gruppo 63, e così via. Scorrendo le pagine di questa monografia, si distinguono con tutta evidenza i tre gruppi di interventi con cui Chiari svolse il suo esercizio allargato, transfuga, eversivo dell’arte detta della musica, portandola a tracimare da ogni possibile argine. Viene prima di tutto l’aggressione addirittura fisica portata agli strumenti tipici di quella musa, a cominciare dal pianoforte, preso a martellate, distrutto dalle fondamenta. O, in alternativa, si aveva il suo sostare in muto, quasi impotente raccoglimento davanti allo strumento, a simulare una mancanza, o una vana attesa di ispirazione, ben sapendo che questa non sarebbe arrivata, o caso mai sarebbe stata bloccata sul nascere. Si sa che poi nei secoli la musica aveva saputo trasferirsi dall’uso di strumenti acustici alle annotazioni grafiche, praticando un deciso salto dimensionale. Già le prime avanguardie avevano ampliato e rinnovato i vari sistemi di annotazione, ma ovviamente anche in questo ambito occorreva dare fuoco alle polveri, cioè condurre ogni possibile offesa alla sacralità della trascrizione musicale, costellando il foglio di macchie, di sgorbi, di interventi incongrui, quasi inseguendo la medesima libertà che da tempo si erano date le arti visive, fino magari a fare concorrenza alle cancellature di Isgrò, ma senza il metodo regolare, quasi burocratico, di questo compagno di via. Infatti la prima molla ispiratrice di tutto il lavoro compositivo di Chiari è stato il fare sfoggio della massima libertà, o anarchia, o sregolatezza, o di un sistematico “rompete le righe”, in tutti i sensi, anche letterali. Oppure no, dopo aver tanto manovrato con il pennarello, o con sgorbi e cancellature, un ordine se lo è dato, il nostro distruttore, assumendo una scrittura a lettere maiuscole, curando una volta tanto la leggibilità dei versetti che andava compitando. Questo fu quando assunse la divisa del “concettuale”, occorreva cioè che il “significante” si neutralizzasse il più possibile, si facesse trasparente, per permettere di leggere certe massime, certi versetti, come di una Bibbia rinnovata, il cui fine principale era di predicare l’infinita estensibilità del continente musica, assieme alla sua facilità. In questo si dava una stretta rispondenza tra il Nostro e Ben Vautier, col suo motto-base secondo cui “l’art est facil”. Si vadano a leggere, questi versetti, stesi con la diligenza di uno scolaretto, su foglietti con i margini traforati, come di bloc notes pronti per essere staccati dalla matrice. Basta andare a leggere i primi di questi versetti per intenderne tutta la portata, l’intento di fare della musica un’esperienza alla portata di tutti: “Poi la musica brutta diverrà bella un giorno, improvvisamente”, oppure: “La musica non è un oggetto filosofico è un oggetto quotidiano reale”.
Voglio chiudere questo breve, senza dubbio insufficiente elogio alla memoria di Chiari ricordando un mio incontro diretto con la sua inesauribile fucina. O meglio, no, a un certo punto egli si era reso conto di aver superato ogni paletto, bruciato ogni limite, e dunque si era messo a praticare una specie di ora zero, di vuoto assoluto, lasciando ai presenti il piacere e dovere di animarlo. Mi ricordo una sua prestazione alla Galleria Duemila di Bologna, che per tutti gli anni ’60 e ’70 è stata nella città felsinea la trincea più avanzata della sperimentazione. Chiari si è messo al tavolo rivolgendosi al pubblico e chiedendogli che volesse animare quel vuoto, quel silenzio ponendogli ogni possibile domanda. Era come invertire la direzione degli strumenti musicali, affidarli agli ascoltatori, intimando che ormai fossero loro stessi a emettere rumori, suoni, provocazioni.
Giuseppe Chiari, Musica Madre, a cura di G. Bonomo, C. Cerritelli, G. De Simone, T. Trini, G. Verzotti. Prearo editore, pp. 221, euro 40.

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