Arte

Henry Moore, una mostra di disegni degni del grande scultore

Qualche domenica fa ho criticato l’accoppiata Rodin-Arp proposta dalla Fondazione Beyeler di Basilea affermando che sarebbe stato molto meglio sostituire il secondo con Henry Moore, forse lo scultore che meglio nel secolo scorso sembra aver assunto in toto l’eredità del grande francese. Ora, a conferma di questa mia osservazione, viene una mostra al Museo del Novecento di Firenze dedicata solo ai disegni dell’artista, ma ovviamente la città del Giglio si può vantare di aver già ”dato” a Moore ospitando, nel 1972, una sua grandiosa mostra sulla spianata del Forte del Belvedere, la migliore tribuna, forse nel mondo, che uno scultore possa augurarsi. Là, ovviamente, Moore dava prova di sé con enormi opere, perfetta esibizione di quella specie di risorgenza di teschi e scheletri di favolosi animali preistorici. Ma sia ben chiaro che nel suo laboratorio l’artista, come quasi tutti i plastici di tutte le età, procede a modellare piccoli formati, dando poi il compito alle maestranze di ingrandire nelle dimensioni richieste ai fini celebrativi ai quali un’arte del genere risulta del tutto affine. Il solo Michelangelo scolpiva dal vivo e nel formato richiesto. Invece un maestro del fare piccolo per poi ingrandire è stato Canova, e proprio in questo sta una ragione della sua importanza e attualità, che però in tanti cercano ancora di contestare. Ma Moore, accanto all’impegno nei volumi, era pure un eccellente ricercatore di validi spunti in natura, da raccogliere con l’arma del disegno, come appunto attesta la mostra fiorentina. Si deve ammirare l’intelligenza, l’elasticità mentale dell’artista, che sa trovare il suo bene dovunque. Per esempio, nella pelle zigrinata, piegata in soffici borse, di un elefante, o nel manto villoso, gonfio a dismisura, di una pecora. Nel repertorio entrano anche le braccia e le mani di noi essere umani, allacciate tra loro come molli elastici nella pretesa di afferrare lo spazio, come dei vimini, dei giunchi flessibili. Da notare che la mostra fiorentina, pur eccellente proprio nel far apparire la varietà di stimoli che l’artista era pronto ad afferrare guardandosi attorno, rinuncia a documentare tutto un capitolo, quello in cui domina la figura umana presa al completo, ma immersa nel “tube”, e mai la parola inglese funziona meglio, sia in senso materiale che metaforico. Come si sa, è un termine che si riferisce ai tunnel della metropolitana, in cui una umanità dolorante si rifugiava quando Londra cercava scampo dai bombardamenti a tappeto inflitti dalla Luftwaffe. Qui, mi pare, c’è un unico disegno a riempire questa casella, di un’esile sagoma umana a confronto con la presenza massiccia e schiacciante di una grotta, in un partita tragicamente impari. Molto importante che in questa rassegna non manchi una produzione particolare di Moore, affidata a dilaganti chiazze cromatiche, come cortine fumogene iridescenti e cangianti. E’ un altro degli aspetti che confermano una possibile linea di successione da Rodin. Non dimentichiamo che egli è stato pure, soprattutto negli ultimi anni della sua lunga carriera, un estensore di acquerelli affidati appunto alla stesura di morbide chiazze, da cui è venuto un valido spunto anche per Paul Klee, in una fase giovanile della sua attività, del resto mai dimenticato anche in seguito. Ma mi si permetta di condurre un altro accostamento: in quei fogli di Moore maculati, ai limiti con l’Informale, mi pare di cogliere un equivalente di una intuizione del nostro Boccioni, quando ha affermato che sarebbe venuto il tempo in cui la scultura, ovvero l’invasione dello spazio si sarebbero fatte con gas leggeri e immateriali. Anche questo aspetto entra nell’ampio ventaglio di possibilità che lo scultore inglese, in preda al demone della mobilità e della sperimentazione, ha voluto assaggiare. Non meravigliamoci se da tanto padre è venuta fuori la proverbiale eccellenza che gli scultori inglesi hanno confermato in tutto il secondo Novecento, con Tony Cragg in testa.
Henry Moore, Il disegno delle sculture, a cura di S. Risaliti e S. Barassi, Firenze, Museo del Novecento, fino al 18 luglio.

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Letteratura

Carofiglio, una tela di Penelope non troppo industriosa

Ebbene sì, confesso che sono anch’io un consumatore di gialli, mi precipito a leggerli con l’ansia di giungere allo scioglimento, salvo poi a provare un certo disgusto di essere caduto nella trappola, e quasi sentendomi colpevole come di chi ha ceduto a un vizio inconfessabile. E’ la reazione provata leggendo l’ultimo prodotto di Gianrico Carofiglio, “La disciplina di Penelope”, annunciato dall’autore stesso in una puntata di otto e mezzo, di Lilli Gruber, a mio avviso pessima conduttrice, ma pronta a fare pubblicità ai vari ospiti, ognuno dei quali non manca di sventolare un suo libro appena uscito. Carofiglio non è certo uno dei peggiori, con la sua asciuttezza, tanto fisica quanto piscologica, e una apparenza di probità sia nel suo passato di magistrato sia nel presente di confezionatore di gialli, a gara con tutta la genia di colleghi. Del resto, almeno già due volte mi ero misurato, in questa sede o altrove, su alcune sue opere, con giudizio contrastante, negativo per “Il silenzio dell’onda”, in cui l’autore viene meno proprio alla sua in genere pregevole asciuttezza. Invece nel caso dell’”Estate fredda” avevo potuto metterlo a confronto, e preferirlo, a uno dei frutti gonfi e retorici dell’officina di Saviano, oculato sfruttatore del prestigio acquisito sul tavolo dei fervorini sociali. Venendo a quest’ultima impresa di Carofiglio, devo smontare la cornice auto-elogiativa con cui l’ha presentata proprio a otto e mezzo, vantandosi della novità, per lui, di introdurre una detective donna, compiacendosi della pretesa virtù che gli sarebbe riconosciuta di saper aderire alla psicologia femminile. In proposito gli devo versare addosso una doccia fredda. Nossignore, le gialliste dell’altro sesso, se penso per esempio a Grazia Verasani e a Mariolina Venezia, con le loro rispettive eroine, portano a casa frutti migliori. Carofiglio entra nei panni rosa senza particolari titoli di merito, con una storia in cui peraltro scatta un buon meccanismo tipico dei gialli, il dettaglio minimo che sembra marginale, ma che invece fa scattare il famoso clic risolutivo. In questo caso sono i peli di un cane dal manto bianco che l’assassino lascia cadere sul cadavere della sua vittima. Mentre per il resto scatta l’abusato espediente dell’omosessualità, ormai divenuto merce corrente. Insomma, un prodotto di ordinaria amministrazione, da congedare dopo una frettolosa lettura.
Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope, Mondadori, pp. 185, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 24-1-21 (Italia viva)

Naturalmente è inevitabile ritornare sul tormentone della crisi governativa. Parto da una osservazione sarcastica uscita dalla bocca di Conte, nella sua auto-difesa l’altro giorno in Senato, quando ha osservato che gli obiettano di dar prova di due atteggiamenti opposti, da un lato, una tendenza ad accentrare, a essere imperativo, quasi dittatoriale, da un altro lato, di essere all’opposto propenso a moderare, attenuare, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ebbene, la risposta è che in effetti egli è capace di entrambe queste reazioni. Se sente che il suo potere è messo in crisi da qualche soggetto preciso, gli si avventa contro, come un cane inferocito che mira alla giugulare dell’avversario. E’ stata questa la sua condotta nei confronti di Matteo Salvini, con grande sorpresa dell’interessato, e di tutti noi, in quanto nessuno fin lì aveva creduto Conte capace di tanta risolutezza. Ora la medesima ferocia l’ha rivolta contro l’altro Matteo, Renzi, perché di nuovo ha capito che da lui veniva la peggiore insidia al suo primato. Ma, tolti questi affondi, il nostro premier è uomo dei compromessi, svolge una specie di effetto narcotico, di sopimento di tutte le questioni che implichino una qualche decisione. Se si adotta una simile chiave, psicologica prima ancora che politica, il comportamento del premier è del tutto comprensibile, non può meravigliare nessuno, non fa una piega. Meravigliano, invece, suscitano disappunto, preoccupazione le condotte degli altri partner della vicenda. Confermo un giudizio del tutto negativo, anche se sono il solo ad avanzarlo, nei confronti del Presidente Mattarella, che al solito temporeggia, non chiama Conte a un redde rationem, gli dà tempo per continuare nella sua vergognosa campagna di acquisti di transfughi. Ma soprattutto è riprovevole la condotta di tutti i maggiorenti del Pd, col Segretario Zingaretti in testa, e il vice Orlando e via a scendere. Perché da parte loro l’ostracismo aprioristico verso Renzi? Non devono ammettere che egli ha cercato di togliere loro le castagne dal fuoco, obbligando Conte a rispondere ai tanti quesiti che loro stessi gli ponevano, ma fermandosi poi a mezza strada, senza osare di forzare la mano, di imporgli di giungere a qualche conclusione? Possibile che non capiscano che la quarta gamba c’è già, costituita proprio da Iv, che si è messa in una posizione strategica, preziosa, assai utile, da “libero” che può intervenire a salvare il governo quando sia necessario, mentre resta pronta a mandarne a picco le soluzioni fallaci e inconcludenti’ Se tra il premier in carica e l’ex c’è un conflitto personale, come detto sopra, che male ha fatto Renti al Pd, perché la sua vecchia compagine deve adottare verso di lui i toni del risentimento, della ripulsa a priori? E di nuovo, non toccherebbe a Mattarella svolgere una abile opera per cucire, o quanto meno per andare a “vedere” se i cocci si possono riaggiustare? Certo, una prima necessaria decisione sarebbe di obbligare Conte a dare le dimissioni, con garanzia di reincarico, in vista di un Conte ter, ma non lasciandogli una totale libertà di mosse, di decidere chi ammettere e chi escludere dal rinnovato banchetto. Possibile che i Pd non capiscano che la loro attuale politica, di rimettersi in toto nelle mani di Conte, è fallimentare? Ovvero, in lui il risentimento, la collera, la reazione violenta contro Renzi sono comprensibili, perfino ammissibili, non invece nei suoi ex-compagni di partito. Conte rifiuta questa via di riconciliazione? Ma qui ci dovrebbe essere la parte di Mattarella che dovrebbe imporgli di “mangiar questa minestra o saltar quella finestra”. Come detto, e come foglia di fico, resterebbe pur sempre la possibilità di lasciar fuori Renzi, a fare il “libero”, a entrare in gioco solo se necessario, ma già si profilano molte occasioni in cui un suo intervento appare già necessario, E poi sarebbe un modo per porre fine alla vergognosa campagna acquisti che Conte sta conducendo: Possibile, ripeto, che il Pd non comprenda che il suo “lasciar fare” si risolverebbe a suo danno? Se Conte vuole il “ter” di se stesso, si deve rassegnare a fare pace con Renzi, con una abile mediazione di Mattarella e del Pd.
PS. Mi si dirà che a non voler fare la pace con Renzi i più duri sono i Cinque stelle, che forse vogliono anche vendicarsi di lui per essere stato l’artefica dello scomodo governo giallo-rosso. Sappiamo che Di Maio aspettava solo di essere chiamato da Salvini come nuovo premier, e Conte ha mirato alla giugulare di quel Matteo proprio perché ha capito che lui stesso sarebbe stato fatto fuori. Ora anche Di Maio e compagni si devono rassegnare, se insistono nel voler castigare Renzi, che cosa gli resta, andare a elezioni anticipate, che li cancellerebbero dal Parlamento, o lasciare che Conte trovi a modo suo la quarta gamba, a forza di transfughi, contro cui loro stessi hanno già cominciato a bofonchiare?

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Arte

Rosai, quando la quantità diventa qualità

La solita visita virtuale di questi tempi sinistri, di lockdown degli spazi espositivi, provocato dal un pessimo ministro Franceschini, che invece di inveire contro Renzi dovrebbe rispettare meglio i suoi doveri, mi portano a Montevarchi, Palazzo del Podestà, dove, grazie a Artribune, ho scoperto che è in atto una mostra di Ottone Rosai, fino al 31 gennaio. Confesso di essere stato alquanto titubante se intervenire su di lui, che è uno di quei maestri del primo Novecento divenuti perfino stucchevoli a forza di venirci riproposti a ogni pie’ sospinto, in una pattuglia che oltre a lui stesso comprende ovviamente i Carrà, De Pisis e perfino Morandi. Un po’ meglio, perché tirati fuori dai depositi non troppo temo fa, ci starebbero i protagonisti del Novecento della Sarfatti, con Sironi in testa, ma anche in questi casi la noia delle ripetizioni per nulla differenti sembrerebbe essersene già impadronita. Tuttavia proprio la mostra di Rosai ora in atto si salva dalla stereotipia grazie al fattore della quantità, che oltre un certo limite riesce anche a trasformarsi in qualità. Vale a dire, che l’immagine di Rosai conforme e usurata per troppe presenze è quella di un omino o due intenti a percorrere stradicciole strette tra muretti, oppure di paesaggi dealbati, stinti, coperti come da una bava di lumaca. La selezione presente in questa mostra si salva, a mio avviso, proprio per il numero delle chiamate in scena, per esempio di questi suoi omarini, come attori di qualche pièce campagnola, in uno dei dipinti ne compaiono ben quattro, e ad aggiungere eccezionalità alla scena c’è anche il vederli compressi sotto un arco. In un altro di questi dipinti abbastanza singolari i personaggi diventano ben sei, fra l’altro sovrastati da una vistosa insegna di trattoria. Magari nel “bevitore solitario”, come dice il titolo, di attori chiamati alla ribalta ce ne sta solo uno, ma sovrastato da un enorme, svettante e insolito cappello a cilindro, come se nel compiere quell’atto di bassa normalità quotidiana, anche in questo caso il protagonista si sentisse chiamata a condirlo con qualche solennità, anche qui di gusto teatrale. Ci sono solo due signore in un altro dipinto, ma raccolte, compresse, circonvolute da una specie di bigoncia che appunto le comprime, ne spreme fuori, come da un tubetto di colore sul punto di consumarsi, tutte le cariche emotive. E che dire dell’accoppiata de “Il suonatore e lo zoppo”, anche questa con messa in scena abbastanza insolita, sia per il numero dei presenti, sia per le rispettive mansioni? Il suonatore sembra raccogliere un’eredità dal grande Chagall, quello buono, dei primi decenni del secolo, e lo zoppo aggiunge alla solita tipologia di ometti arzilli come insetti il dato vistoso di essere portatore di handicap. Insomma, e in conclusione, in questa serie di opere l’artista rafforza la sua appartenenza alla categoria, che molti vorrebbero inesistente preso di noi, dell’Espressionismo, ma sono ben consapevoli di una simile sussistenza i “Nuovi selvaggi” tedeschi produttori di un rimbalzo di espressionismo nel secondo dopoguerra, con Georg Baselitz in testa, che si dice apprezzi molto questo pioniere reperito nell’apparente addormentata e provinciale Toscana.

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Letteratura

De Giovanni, fiori, male o bene odoranti?

Come tutti, sono un buon consumatore dell’ondata di gialli o polizieschi da cui attualmente siamo i invasi, sia nel cartaceo sia sugli schermi televisivi, un fenomeno da valutare più con parametri di sociologia che di critica letteraria, basta riconoscere che non si tratta certo di invasioni inusuali, qualcosa del genere, e forse in proporzioni perfino maggiori, è avvenuto in altre epoche, si pensi all’infinita epopea dei poemi cavallereschi in pieno medioevo, o dei “misteri di Parigi” nell’Ottocento francese, con qualche grande autore che sapeva anche trarne frutti brillanti, si pensi ai casi di Balzac e di Hugo. Naturalmente allora non esisteva la variante cine-televisiva, ma i feuilletons a stampa sopperivano largamente. Di fronte a questa pandemia, l’unica è tentare di salvare il salvabile, io ho già espresso pareri positivi su Maurizio De Giovanni, se almeno si presenta con la squadra dei Bastardi di Pizzofalcone, e non affidando le indagini al commissario Ricciardi, Nel caso di quest’ultimo ho bocciato severamente “Il purgatorio dell’angelo”, per palese reato di inverosimiglianza. Invece sulla serie dei Bastardi mi sono espresso positivamente a favore di “Pane”, e sono stato pure uno spettatore fedele della trasposizione televisiva, chiedendomi perché mai sia stata bloccata. E’ un caso curioso che mentre all’estero continuano a snocciolare senza sosta le puntate dei vari Barnaby o Profiling o Gently e simili, noi invece ci areniamo dopo qualche pur felice prestazione. I nostri attori sono così volubili, o distratti da altri impegni? Si noti che questa nostra intermittenza ha colpito pure la serie di maggior successo, quella inspirata al Commissario Montalbano. Ne erano sati annunciati nuovi episodi, ma ora tutto tace, forse per baruffe nate nella famiglia orbata della presenza del padre padrone Camilleri. Ma tornando a De Giovanni, ecco un valido “Fiori”, per carità, non vi è alcuno, o ben scarso valore letterario, si sa che i gialli dopo un’avida lettura si buttano nel cestino, o si donano ad amici, però l’insieme è gradevole e ben combinato, perfino nei vari accoppiamenti sentimentali, che in genere sono il versante sbagliato in tanti gialli, ma qui sono sopportabili, forse in ragione della loro stessa varietà. Ma la vicenda è ben congegnata, con un finale che riesce davvero a sorprendere, a giungere inaspettato. Naturalmente non starò certo a rivelarlo, mi limiterò a osservare che in definitiva i conti tornano, che la ferocia con cui viene ucciso un bravo venditore di fiori, anima buona del quartiere napoletano in cui è ambientata la vicenda, trova davvero una corretta e accettabile giustificazione, dopo aver scaricato le piste incongrue che porterebbero al solito delitto di camorra o a questioni di debiti con relativi usurai. E in definitiva la matassa è affidata davvero ai fiori che fregiano il titolo della storia, è attraverso di essi che si snodano i terminali di una vicenda nutrita di tanto amore e per riscontro di tanto odio, fino alla ferocia a prima vista incomprensibile dell’assassino che si è accanito sulla sua vittima smembrandone il corpo.
Maurizio De Giovanni, Fiori, Einaudi stile libero, pp. 262, euro 18,50.

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Attualità

Dom. 17-1-21 (demolitori)

Oggi ovviamente è d’obbligo esaminare la crisi di governo che ci assedia. Comincerò col reiterare le mie accuse al presidente Mattarella, il peggiore della nostra storia, se si eccettuano i golpisti Gronchi e Segni. A lui dobbiamo l’infausto governo giallo-verde, per la sua paura a portarci, allora a nuove elezioni, che certo avrebbero visto la vittoria della destra, ma moderata, ancora dominata da Forza Italia, con un Salvini in sott’ordine, mentre la paziente attesa di Mattarella gli ha permesso di crescere, di giganteggiare. Ora avrebbe dovuto escludere il ricorso ai cosiddetti costruttori, che in realtà, capeggiati come sono da Mastella, sono i distruttori di maggioranze, a lui si deve il crollo del secondo governo Prodi, e dunque si tratta di una pessima genia a cui un Presidente che si rispetti avrebbe dovuto vietare il ricorso. Ma il fatto è che lo stringersi tutti attorno a Conte risponde al criterio di fare ricorso all’usato sicuro, senza sorprese, e chi se ne frega se il suo recovey fund era demenziale, con cifre allogate alla cazzo di cane, come puri riempitivi? Su questo punto quasi tutti hanno dato ragione alle critiche mosse da Renzi, mentre Zingaretti si è sempre limitato a inutili fervorini e ammonimenti, senza alcun effetto sulla controparte. Dunque, ci stava il richiamo all’ordine di Renzi, forse bastava che lui tirasse un po’ meno la corda e accettasse di andare a un tavolo di trattativa per rivedere i numero del recovery fund e altre cose. Ma la durezza delle invettive scagliate contro di lui risponde solo al corruccio di chi si è visto stanato, costretto a uscire dal riparo dei provvedimenti ronronnanti di Conte. Poi, la oscena permissione venuta dal Presidente codardo di fare ricorso ai transfughi. Ora resta solo da sperare che Conte non riesca a raggranellarne un numero sufficiente, che venga bocciato al Senato, e dunque, oborto collo, suo e di Mattarella, sia costretto a salire al Colle per dare le dimissioni. Naturalmente tutti, proprio in nome dell’usato sicuro, saranno pronti a suggerire un Conte ter, e forse Renzi a quel punto sarà reimbarcato, perché da solo non riesce a completare la sua lungimirante operazione e mandare a casa Conte, dovremo sopportarcelo, con le sue prudenti ma inconcludenti mediazioni, fino alla nuova scadenza elettorale, quella tra due anni, quando ci si potrà sbarazzare di lui, e si scioglieranno come neve al sole gli inconcludenti Cinque stelle, puro frutto non di populismo ma di qualunquismo. E con loro c’è da sperare che se ne vada pure il malefico loro ispiratore Grillo, che torni a fare il comico. Se invece Conte tenterà di proseguire con una pattuglia raccogliticcia, racimolata alla bell’e meglio, la navigazione del governo sarà di sicuro più accidentata e difficile, L’unica consolazione è che nessuno vuole davvero delle elezioni anticipate, e dunque al momento l’unico rimedio pare proprio essere un Conte ter, con l’obbligo dei suoi partner di rimangiarsi tutte le ingiurie scagliate contro Renzi.

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Arte

Omaggio a Silvia Spinelli, animatrice della Galleria Duemila

Una scarna notizia di cronaca annunciava, qualche giorno fa, la scomparsa di Silvia Spinelli. Forse molti non sanno che Silvia era stata a lungo l’animatrice della Galleria d’arte più intraprendente e d’avanguardia a Bologna, negli anni cruciali attorno al ’68 e oltre. Non per nulla quello spazio si era dato il nome beneaugurante di Galleria Duemila. Apparteneva a Giancarlo Franchi, detto familiarmente Gianchi, figlio dei due proprietari di quel locale, uno stretto budello a fianco della farmacia Sacchetti, posta all’angolo tra Via D’Azeglio e via Marsili. Gianchi era una sorta di “idiot de famille”, posso ben usare questo epiteto in sé inglorioso in quanto il grande Sartre lo ha applicato all’ancor più grande Gustave Flaubert. Gianchi non era da tanto, ma di sicuro i genitori, e i due fratelli, lo consideravano inadatto a una normale vita di relazione e di affari, perduto in un suo regno di innocenza ingegnosa, da naif col dono dell’arte, per cui l’unica soluzione era proprio di lasciargli la gestione di quello spazietto minimo. Ma, come molti “inetti”, Franchi possedeva una sua genialità nascosta, se non altro per la capacità di scegliere bene da chi farsi aiutare, e appunto la sua scelta era andata a favore della Spinelli, lasciandosi guidare da lei, che a sua volta aveva piena fiducia in me, cosicché abbiamo costituito un terzetto capace di prestazioni avanzatissime. Io in quel momento, anni ’60 e ’70, ero il critico d’arte di punta a Bologna e collaboravo con le più reputate Gallerie del territorio, la Foscherari, la Nuova Loggia, la G 7, ma per gli interventi più avanzati e temerari mi valevo proprio di quella trincea posta in prima linea. Silvia del resto apparteneva a una famiglia con validi titoli nell’arte, basti pensare alla sorella Romana, magnifica pittrice, e moglie dello scultore Quinto Ghermandi. Qui non posso certo rifare la storia della Duemila, dopo la morte di tutti rappresentanti della famiglia Franchi finita ora in pessime mani. Basterà ricordare che esponevamo già Mimmo Paladino quando era pressoché ignoto. Perfino Enzo Cucchi si presentò tremebondo al nostro giudizio, ma in quel momento usava la foto, non era ancora giunto alla pittura. Però proprio in quel luogo così sperimentale ho messo alla prova sia Franco Vaccari, sia Germano Olivotto, non esitando a invitarli poi, alla Biennale di Venezia del ’72, come validi esponenti del comportamento, in una famosa rassegna, voluta da Francesco Arcangeli, in cui si mettevano a confronto le due drammatiche alternative del momento, opera e appunto comportamento. Dalla Duemila potevano venire solo i campioni della seconda alternativa. Tra tanti eventi, ricordo una performance di Giuseppe Chari, al termine della sua carriera, quando non compiva più neppure il gesto assurdo e minimale di distruggere un pianoforte sulla scena, ma si prestava a ogni possibile domanda, meglio se provocatoria, che gli potesse venire dal pubblico. Tra i tanti aspetti sperimentali messi alla prova dalla Duemila non potevano mancare quelli riguardanti la poesia visiva in tutti i suoi molteplici aspetti. Per questo aspetto io fui Galeotto perché tra gli altri invitai anche Ugo Carrega a presentare la sua poesia cosiddetta simbiotica, che era un perfetto congiungimento tra elementi verbali e oggetti fisici. Devo dire che tra gli aspetti sperimentali dell’esistenza pratica di Silvia c’era anche una vivace vita sentimentale, tanto da averle fatto partorire un figlio in giovane età, da un padre rappresentante di una grande ditta di vini, che poi lo avrebbe voluto avere al suo fianco, ma lui ha preferito stare accanto all’esistenza più avventurosa della madre. Negli anni di gestione della Duemila Silvia aveva contratto regolare matrimonio, ma poi non aveva resistito al fascino di Ugo Carrega seguendolo a Milano e dando vita con lui a una Galleria in via degli Orti. Ma poi lo aveva lasciato, aprendo un nuovo spazio tutto suo, “Avida dollars”, in pieno quartiere universitario, e richiamando in scena i vecchi eroi degli anni di gloria. Però, andata via lei, la Duemila aveva iniziato il percorso in discesa, fino alla sua cessione a dei continuatori indegni del suo passato. Ora a noi superstiti si impone un dovere imperativo, convincere il MAMbo a fare la mostra riparatrice di quel lungo pezzo di storia di prima qualità. Ma senza l’aiuto di Silvia, sarà ben difficile realizzare quest’impresa.

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Letteratura

Valentina Mattia, una positiva mediocrità

Io mi considero come una specie di “narrato-mat”, cioè di dispensatore quasi automatico di giudizi su opere narrative che mi vengano spedite proprio per ottenere un mio responso. E’ il caso di Valentina Mattia, che mi ha inviato un suo “Complici senza destino”, uscito da un a me ignoto Golem Edizoni, peraltro in linea con questa autrice impastata di modestia, come modesto, e deciso a “volare basso” è il suo prodotto, che però evita tormentoni e inghippi in cui cadono narratrici ben più in auge di lei. Andiamo a vedere. Protagonisti principali sono Nunziatina, di buona famiglia, e un immigrato, Ambir, tunisino di fede mussulmana. Ovviamente i genitori di lei sarebbero ostili a un matrimonio del genere, ma qui cominciano i pregi di questa navigazione attenta a superare indenne gli ostacoli in cui incorrono tante sue colleghe, più quotate di lei. Per rimediare alle ostilità della famiglia, un certo rito soprattutto meridionale prevedrebbe la “fuitina”, ma qui non ce n’é bisogno, perché in definitiva i genitori concedono e dunque il matrimonio si può fare, perfino con la benedizione dell’autorità religiosa che non frappone ostacoli. E naturalmente spuntano figli, anzi, figlie, ben tre. Poi, anche questo è nella media degli esiti, i due si separano, però, sia ben chiaro, Ambir non è un reietto, un cattivo soggetto, un drogato, secondo la facile soluzione in cui cadono, lo ripeto, autrici di più chiara fama. Al punto che una delle figlie preferisce stare dalla parte del padre e andare a vivere in Tunisia, fino a farsi una famiglia da quelle parti. E la moglie abbandonata, Nunziatina, certo non si rallegra di quell’abbandono, ma non cade neppure nella depressione, né stigmatizza il coniuge che l’ha lasciata, tira avanti la barca come può e col tempo trova perfino sollievo in una nuova relazione. Insomma, per stare al titolo, è vero che il destino si presenta impervio, non fortunato per tutti i protagonisti. Però questa malasorte non li esime da una certa complicità, o accettazione. Non facciamo tragedie, così è la vita, questa la morale, certo non altisonante, a scartamento ridotto, ma anche consolatoria, di una vicenda che ha il coraggio delle mezze tinte, il che, al giorno d’oggi, in mezzo a tanti prodotti che si ritengono in obbligo di introitare guai a catena, è tutto sommato una virtù apprezzabile.
Valentina Mattia, Complici senza destino, Golem Edizioni, pp. 236, euro 16.

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Attualità

Dom. 10-1-21 (Trump)

E’ inutile che io insista nelle mie geremiadi contro i virologi o nuovi monatti, riconosco solo un intervento giusto nel coprifuoco fissato alle 22 per eliminare le movidas, davvero fonti di contagio, mentre si dovrebbero non martoriare i ristoranti tenendoli chiusi, nelle fasce rosse e anche arancione, o comunque impedendogli il servizio per la cena. Quanto alla chiusura di musei, mostre, cinema, teatri, mi sentirei di farmi promotore di una invasione di Palazzo Chigi nello stile di quella dei giorni scorsi avvenuta a Washington. A proposito della quale, però, c’è una evidenza che si impone, che cioè le forze di polizia della capitale l’hanno permessa, o per incuria, o forse meglio per una loro incorreggibile vocazione di destra, quella per cui i loro colleghi nei vari States hanno ucciso per lo meno un nero al mese negli ultimi tempi. Il presidente Biden dovrà intervenire appena può in materia, punire, rimuovere, destituire i colpevoli di questo modo di agire. Ma ha pure ragione di procedere con cautela nei confronti di Trump, un tentativo di rimuoverlo inasprirebbe i suoi ultimi vagiti e gli darebbe perfino, Dio non voglia, un’aureola di martirio. Ma ceto voglio sperare che l’accesso ai bottoni per far partire una scarica di armi nucleari non sia solo nelle sue mani, che ci sia qualche partner che si dovrebbe associare nel premere sul bottone, e quindi di impedire la partenza dei missili. Ci potrebbe essere nel tiranno Trump la tentazione di chiudere col famigerato “Pera con tutti i Filistei”. Per esempio, lanciare una bombetta contro l’Iraq o contro la Corea del Nord potrebbe essere nel suo stile.

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Attualità

Ricordo di Silvia Spinelli

Una scarna notizia di cronaca annunciava, qualche giorno fa, la scomparsa di Silvia Spinelli. Forse molti non sanno che Silvia era stata a lungo l’animatrice della Galleria d’arte più intraprendente e d’avanguardia a Bologna, negli anni cruciali attorno al ’68 e oltre. Non per nulla si era data il nome beneaugurante di Galleria Duemila. Apparteneva a Giancarlo Franchi, detto familiarmente Gianchi, figlio dei due proprietari di quello spazio, uno stretto budello a fianco della farmacia Sacchetti, posta all’angolo tra Via D’Azeglio e via Marsili. GIanchi era una sorta di “idiot de famille”, posso ben usare questo epiteto in sé inglorioso in quanto il grande Sartre lo ha applicato all’ancor più grande Gustave Flaubert. Gianchi non era da tanto, ma di sicuro i genitori, e i due fratelli, lo consideravano inadatto a una normale vita di relazione e di affari, perduto in un suo regno di innocenza ingegnosa, da naif col dono dell’arte, per cui l’unica soluzione era proprio di lasciargli la gestione di quello spazietto minimo. Ma, come molti “inetti”, Franchi possedeva una sua genialità nascosta, se non altro per la capacità di scegliere bene da chi farsi aiutare, e appunto la sua scelta era andata a favore della Spinelli, lasciandosi guidare da lei, che a sua volta aveva piena fiducia in me, cosicché abbiamo costituito un terzetto capace di prestazioni avanzatissime. Io in quel momento, anni ’60 e ’70, ero il critico d’arte di punta a Bologna e collaboravo con le più reputate Gallerie del territorio, la Foscherari, la Nuova Loggia, la G 7, ma per gli interventi più avanzati e temerari mi valevo proprio di quella trincea posta in prima linea. Silvia del resto apparteneva a una famiglia con validi titoli nell’arte, basti pensare alla sorella Romana, magnifica pittrice, e moglie dello scultore Quinto Ghermandi. Qui non posso certo rifare la storia della Duemila, dopo la morte di tutti rappresentanti della famiglia Franchi, e ora finita in pessime mani. Basterà ricordare che esponevamo già Mimmo Paladino quando era pressoché ignoto. Perfino Enzo Cucchi si presentò tremebondo al nostro giudizio, ma in quel momento usava la foto, non era ancora giunto alla pittura. Però proprio in quel luogo così sperimentale ho messo alla prova sia Franco Vaccari, sia Germano Olivotto, non esitando a invitarli poi, alla Biennale di Venezia del ’72, come validi esponenti del comportamento, in una famosa rassegna, voluta da Francesco Arcangeli, in cui si mettevano a confronto le due drammatiche alternative del momento, opera e appunto comportamento. Dalla Duemila potevano venire solo i campioni della seconda alternativa. Tra tanti eventi, ricordo una performance di Giuseppe Chari, al termine della sua carriera, quando non compiva più neppure il gesto assurdo e minimale di distruggere un pianoforte sulla scena, ma si prestava a ogni possibile domanda, meglio se provocatoria, che gli potesse venire dal pubblico. Tra i tanti aspetti sperimentali messi alla prova dalla Duemila non potevano mancare quelli riguardanti la poesia visiva in tutti i suoi molteplici aspetti. Per questo aspetto io fui Galeotto perché tra gli altri invitai anche Ugo Carrega a presentare la sua poesia cosiddetta simbiotica, che era un perfetto congiungimento tra elementi verbali e oggetti fisici. Devo dire che tra gli aspetti sperimentali dell’esistenza pratica di Silvia c’era anche una vivace vita sentimentale, tanto da averle fatto partorire un figlio in giovane età, da un padre rappresentante di una grande ditta di vini, che poi lo avrebbe voluto avere al suo fianco, ma lui ha preferito stare accanto all’esistenza più avventurosa della madre. Negli anni di gestione della Duemila Silvia aveva contratto regolare matrimonio, ma poi non aveva resistito al fascino di Ugo Carrega seguendolo a Milano e dando vita con lui a una Galleria in via degli Orti. Ma poi lo aveva lasciato, aprendo un nuovo spazio tutto suo, “Avida dollars”, in pieno quartiere universitario, e richiamando in scena i vecchi eroi degli anni di gloria. Però, andata via lei, la Duemila aveva iniziato il percorso in discesa, fino alla sua cessione a dei continuatori indegni del suo passato. Ora a noi superstiti si impone un dovere imperativo, convincere il MAMBO a fare la mostra riparatrice di quel lungo pezzo di storia di prima qualità. Ma senza l’aiuto di Silvia, sarà ben difficile realizzare quest’impresa.

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