Arte

L’arte generosa e ricca di Natalia Gonciarova

Il Palazzo Strozzi di Firenze dedica una mostra monografica utile e ben condotta all’artista russa Natalia Gonciarova (1881-1962). Forse valeva la pena affiancarle anche una rassegna dell’immancabile compagno nella vita e nell’arte, Michail Larionov, con cui ha costituito una delle coppie più celebri del Novecento, per casi affini si pensi si pensi a Werefkin-Van Dongen, Frida Kahlo-Diego Rivera. Antonietta Raphaël-Mario Mafai, Accardi-Sanfilippo, magari arrivando a Mario e Marisa Merz. Il confronto permetterebbe di stabilire chi, tra i due, pur in una evidente concomitanza di intenti, tirasse di volta in volta la volata, e la partita potrebbe risolversi a favore della componente femminile di questi duetti, a conferma della causa femminista per cui la Gonciarova si è sempre battuta, del resto alla pari delle compagne che di volta in volta si sono venute a trovare nella sua stessa posizione. Il ritratto che esce della Gonciarova è di un’artista generosa, ricca di soluzioni, ma anche condannata a un certo ibridismo, e spesso ad arrivare, assieme al compagno inseparabile, in un secondo momento. Certo è che l’intera vicenda delle avanguardie russe del primo Novecento, se si togliessero gli stimoli provenienti da lei, risulterebbe mutilata. Forse i dipinti più coraggiosi e sicuri sono i primi nel suo curriculum, realizzati attorno al 1907, dove è evidente la dipendenza dall’Espressionismo dei Tedeschi della Brücke, ma con un più di spirito sintetico, con la determinazione a rendere i volti delle figure, per lo più persone addette ai lavori agricoli, con schemi triangolari, ossificati, così aprendo la strada agli apporti successivi di Malevich, quando anche lui ci dava degli ibridi dove un profilo “astratto”, secondo il significato etimologico della parola, veniva però decisamente rinforzato con l’aggiunta di uno scheletro meccanomorfo, di derivazione cubista. Ma tornando alla nostra Gonciarova, il Cubismo forse parve a lei, come al suo compagno, una soluzione troppo ferma, troppo statica, così optò piuttosto per una vicinanza coi nostri Futuristi, ma era pure spinta dall’orgoglio nazionalista di non ammettere una derivazione dall’Italia. Si sa bene come Marinetti, in una sua puntata russa, venisse osteggiato, sfidato. E così la coppia, ancora in testa, appena iniziato il secondo decennio, a dettare i tempi del patrio sperimentalismo, tentò di varare una soluzione in proprio, il “Raggismo”, come sfilacciare il precedente impianto espressionista, fargli emanare appunto dei raggi, dei razzi, con le inevitabili contraddizioni, presenti anche presso i nostri Futuristi, tra la volontà di ipotecare un futuro “macchinista”, ma di ritrovarlo per il momento in congegni alquanto elementari, come succede nel “Ciclista” del 1913. Anche qui comunque si manifesta il carattere ibrido da cui sempre è stata animata la ricerca della Nostra, segnalato dall’inserimento di scritte monumentali, e di motivi, le zolle del terreno, che già annunciano un carattere decorativo. Del resto la coppia, sempre strettamente legata, dopo i primi suggerimenti offerti allo sviluppo delle avanguardie patrie, “scarta” decisamente, quando in esse compare la lezione astratto-geometrica di Tatlin e Lissitzkij e Rodcenko, anche perché i nostri due non accettano le relative implicazioni ideologiche, e dunque sono tra i primi a scegliere l’Occidente, in direzione di quella che allora era la meta privilegiata di tutti gli emigranti, Parigi. In questa emigrazione verso Ovest erano stati preceduti da un connazionale, più anziano di loro di quasi una generazione, ma capace di aprire una strada più profonda, Wassili Kandinsky, poi non insensibile al fascino della Rivoluzione in atto, ma in seguito anche lui definitivamente deciso a optare, al pari di altri, per la Germania e la Francia, tutti spaventati, intimoriti dal cambio di clima che nella Russia ormai radicalmente sovietizzata veniva minacciato, da Lenin, diciamo le cose come stanno, anche prima che gli subentrasse l’ancor più deleterio Stalin. A Parigi, la nostra Gonciarova continuò a dare prova del suo generoso e fertile eclettismo, tirando fuori dalla memoria storica del suo Paese le profonde radici nell’arte bizantina, manifestatesi in tanti aspetti del folclore, di icone tra il fastoso e il popolare, Attinse abbondantemente a questo tesoro avito entrando in congiunzione col clima degli Arts Déco, e trovando sponda nei balletti che del resto proprio un connazionale, Diaghilev, andava organizzando, reclutando nelle sue file alcuni dei protagonisti delle precedenti stagioni sperimentali, come lo stesso Picasso. Possiamo dire che la nostra Gonciarova poteva aspettare l’arrivo di questi colleghi quasi “pentiti”, trovandosi già ben insediata nell’esercizio di soluzioni decorative-ornamentali, peraltro inframmezzate da ritorni a trattamenti più plastici e figurativamente più in carne. Il confondere, il mescolare le carte di un mazzo ricco di risorse non l’ha mai spaventata, e le ha anche concesso di svolgere una lunga carriera, anche se con esiti via via più compromissori, sempre nel nome di eleganti ibridazioni.
Natalia Gonciarova, a cura di Matthew Gale e Natalia Sidlina, Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 12 gennaio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Erri De Luca, quasi una partita di scherma

Chi legge queste mie note avrà constatato che ho mutato giudizio su Erri De Luca. Molte volte mi era capitato di dir male di certi suoi romanzi improntati a una vecchia ”napoletudine”, mentre, a partire dal “Gioco dell’oca”, mi sembra che abbia inaugurato un andamento assai più vivace ed apprezzabile. Potrebbe apparire un suo cedere all’autonarrazione, il rifugio di tanti peccatori di oggi, ma in realtà si tratta di qualcosa di diverso, di accedere a una forma dialogica ricca di nobili ascendenti, però rinnovata “quanto basta”. In quell’opera appena nominata si trattava di una disputa con un figlio mai nato, che ovviamente aveva mille ragioni per difendere i suoi diritti contro gli egoismi e i fallimenti del mancato genitore. Ora la formula risulta perfezionata in “Impossibile”, appena uscito, dove semmai l’unica cosa che non torna, ovvero che non capisco bene, è la ragione del titolo. Ma mi è cara già la partenza del libello, che potrebbe essere un caso di autobiografia, con alcune vicinanze a mie esperienze del genere. Come il protagonista che qui parla in prima persona, anche a me piace (piaceva, quando le gambe mi reggevano) fare lunghe camminate, e proprio nel gruppo dolomitico del Fanes, anch’io sono salito sulla cima della Varella, anche se non ho mai percorso la cengia del Bandiarac, ammesso che questa esista davvero, ma non ho ragione di dubitarne, dato che fin qui l’autore mi sembra rispettare una verità documentaria. E per giunta, come lui, anch’io avevo l’abitudine di andarmene in completa solitudine. Ma nel fatto in questione il nostro escursionista solitario si vede a un tratto preceduto da un compagno sconosciuto, che però cade, precipita nel vuoto trovando la morte. Si tratta di un incidente, o invece è stato lui stesso a dargli una spinta per procurarne la morte? Infatti avrebbe riconosciuto in quell’altro gitante un ex-amico, ma poi divenuto delatore nei confronti del protagonista, che aveva appartenuto a un gruppo rivoluzionario nei tragici anni ’70 del brigatismo e di altri fenomeni eversivi. Un aspetto positivo di questa fase di De Luca è che non rinnega un suo passato, e anche presente, ideologico, di contestatore a oltranza, però lo trasferisce sul piano della memoria, pur non rigettandolo. Ma la quintessenza del racconto sta in un lungo interrogatorio cui un magistrato inquirente lo sottopone, sospettando che egli abbia compiuto un delitto volontario, vendicandosi di quel delatore di altre stagioni. C’è una stimolante varietà di caratteri tipografici, infatti il verbale dell’interrogatorio è composto come uno scartafaccio burocratico battuto a macchina, mentre viene intervallato da brani in corsivo che corrispondono a un cantuccio sentimentale ìn cui l’accusato dialoga con un “Ammoremio”, suo stretto legame sentimentale. L’interrogazione segue modelli illustri, si pensa addirittura al duello verbale che costituisce il nucleo centrale del “Delitto e castigo” dostoevskijano, tanta è l’astuzia con cui l’inquirente cerca di scalzare e mettere in crisi le affermazioni dell’interrogato, che dal canto suo continua a sostenere la propria innocenza, di chi non ha riconosciuto quel viandante e nulla ha fatto ai suoi danni, Le schermaglie dall’una e dall’altra parte sono sottili, ben condotte, a colpi alterni, con l’abilità di lasciare perplesso e dubbioso anche il lettore, posto di fronte a un dilemma quasi pirandelliano di non riuscire a stabilire da che parte stia la “verità”. IL magistrato non scherza, pur dietro l’apparente eleganza di mosse, tanto che arriva a far incarcerare il malcapitato, con arresto precauzionale per non permettergli di inquinare le prove. E dunque si apre anche una parentesi dedicata alla vita carceraria e alle sue miserie, in cui l’autore può inserire certe passate esperienze di quando davvero in qualità di estremista ha saggiato la vita del prigioniero. Fino alla fine si estende l’elegante fioretto di battaglie giuridiche, con fasi alterne, quasi ci fosse un quadrante che evidenzia i colpi messi a segno pro e contro, ma infine il solerte magistrato, non prima di aver tentato qualche ultima insidia, si dà per vinto, il presunto reo viene restituito alla libertà, e dunque Il crimine dichiarato “impossibile”. Ma è proprio così, oppure l’autore ci lascia volontariamente nel dubbio?
Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, pp. 125, euro 13.

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Attualità

Dom. 29-9-19 (Greta)

Naturalmente devo riconoscere che l’entusiasmo con cui milioni di giovani hanno accolto, venerdì scorso, la chiamata a manifestare contro le emissioni dannose è stato beneaugurante, anche per la fantasia dimostrata nell’accompagnare la manifestazione con un gran numero di arguti “tatzebao”. Però ci vogliono alcuni “distinguo”. Tanto per cominciare, bastava collocare le manifestazioni in una domenica, e si sarebbe evitato il sospetto che la fitta partecipazione delle scolaresche corrispondesse in realtà a una sorta di “fughino” autorizzato (noto di passaggio che la nostra lingua, come in tanti altri casi, non ha ancora conseguito una unità di vocabolo per designare un fenomeno del genere, detto altrove “bigiare”, fare tela, ecc.). Inoltre divido la questione in due componenti. A livello scientifico, resta da dimostrare che l’indubbio riscaldamento del pianeta, dipenda davvero dalle emissioni di CO2. Ricordo che il migliore dei nostri meteorologi televisivi, Bernacca, ammoniva che prima di parlare di mutamenti catastrofici nel clima bisogna guardare i tempi lunghi, e non basarsi su segmenti ridotti. Basti pensare che solo qualche tempo fa si denunciava come catastrofica la comparsa delle alghe nell’Adriatico, mettendola in conto dell’inquinamento industriale, poi si è scoperto che il fenomeno era già comparso a metà Ottocento, quando la pianura padana era ancora quasi immune da impianti industriali. E in ogni caso bisogna evitare un rifiuto fanatico di ogni ricorso ai combustibili, è quasi comica la decisone della pasionaria balzata all’onore delle cronache, Greta Thunberg, di recarsi negli USA con un battello a vela, esempio di quella che viene stigmatizzata come “decrescita felice”. Il viaggio di Greta è stato un esempio di carattere aristocratico, concesso solo a “happy few”, ovvero a personaggi come lei balzati agli onori delle cronache, immaginiamoci che cosa accadrebbe a milioni di utilizzatori di voli aerei per ragioni di lavoro e di ricongiungimento con parenti. Mi viene in mente quel momento dei primi anni ’70 in cui per una crisi momentanea dell’afflusso degli idrocarburi, annunciata anche in quel caso come catastrofica, ci eravamo messi ad andare in bici o addirittura a cavallo.
Ciò detto, è vero che le emissioni di anidride carbonica sono dannose, se non proprio per la salute del pianeta, per la nostra di abitatori di città, meglio evitarle, eliminare il ricorso a sostanze fossili, carbone, petrolio. E ci sarebbe già l’antidoto, l’utilizzo sistematico del vero motore primario della nostra civiltà attuale, l’energia elettrica, un ammiratore di McLuhan come sono io non si tira certo indietro, su questo fronte. E dunque inneggio all’avanzare del cosiddetto ibrido nelle auto, mi chiedo solo perché non si riesca a eliminare quella quota parte che resta affidata a una ricarica degli accumulatori di elettricità con ricorso ai soliti idrocarburi. Però, anche su questa strada bisogna guardarsi da una pretesa dei “verdi”, che cioè l’accantonamento delle sostanze fossili possa avvenire solo ad opera delle cosiddette energie rinnovabili, come pale eoliche, pannelli solari e così via. Mi pare che anche qui la solidità dei numeri ci dice che solo una piccola percentuale delle nostre esigenze potrebbe essere coperta da queste fonti alternative, solo forti quantità di energia elettrica potrebbero soddisfarle. Ma queste, se non ottenute con centrali a conduzione petrolifera, dovranno essere affidate alle centrali termonucleari, come del resto avviene regolarmente attorno a noi, in Francia, Austria, Germania, con la beffa che noi proclamiamo sdegnosamente di essere denuclearizzati, ma poi siamo costretti ad acquistare ingenti risorse elettriche prodotte proprio dalle centrali nucleari esistenti ai nostri confini. E dunque, è giusto fare i conti con un futuro energetico “pulito”, ma senza stravolgere i dati reali e senza darsi a una politica dello struzzo, che nasconde la testa entro comodi pregiudizi.

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Attualità

Rubens, Madonna della cesta

Questa domenica la mia ormai solita visita virtuale va a Firenze, Palazzo Pitti, Sala di Giove, dove ha ritrovato il posto di cui già godeva la tela di Pietro Paolo Rubens, “La Madonna della cesta”, dopo essere passata attraverso un congruo restauro. E’ un dipinto di modeste proporzioni, se si pensa alle misure enormi che il pittore fiammingo era solito ricoprire, ma c’è dentro l’essenza del suo stile, che è anche una delle più alte e tipiche espressioni del barocco, nella sua anima più propria. Domina cioè nello stile rubensiamo un fare rotondeggiante, in un impulso ad abbracciare le varie componenti delle opere, quasi che per ottenere un fine del genere il pittore “pompasse” dentro le sue creature dell’aria, come si farebbe proprio in quelle che vengono dette precisamente “camere d’aria”. Naturalmente un trattamento del genere vale soprattutto per le protagoniste al femminile, e fa tutt’uno col tipo di bellezza muliebre in cui l’artista si è fissato, fino quasi a ricavarne uno stereotipo, magari pure con qualche rispondenza ai dati antropometrici delle donne della sua terra. Figure prosperose, con corpi bianchicci, ma soffusi di rossore, proprio a ribadire tanta prosperità di carni, eccedente, trasbordante. Nulla di simile presso di noi, se si eccettua il caso di Tiziano, l’unico che quanto a immagini muliebri prosperose aveva preannunciare gli effetti poi raggiunti da quel suo erede. Se si vuole, esiste una prova “e contrario”, basti pensare al continuatore forse più fedele e degno che Rubens ebbe, a Jacob Jordaens, caratterizzato proprio dal verificarsi del fenomeno opposto, di uno sgonfiamento delle carni, tanto che i corpi nudi nei suoi dipinti danno luogo a pieghe, a rientranze, come succede proprio quando l’aria se ne va da un involucro. Naturalmente questo senso barocco del gonfiare le carni Rubens ha avuto tante occasioni di metterlo in atto, ben più maestose rispetto alla presente teletta, che però risponde in pieno a questi caratteri, anche se protagonisti del gonfiore biancheggiante sono soprattutto i due pargoli, il Gesù Bambino e il Giovannino, uniti nel dar luogo a una candida massa, su cui del resto si china la Madonna, anch’essa caratterizzata dal candore emanante da un’ampia scollatura e da un volto pallido. Le due figure ai lati chinano le teste per entrare in questo concerto dominato dalle linee curve, e anche, diciamolo pure, per adattarsi alle misure ridotte del dipinto. Inutile dire che la cesta eponima dell’opera impone decisamente il suo motivo strutturale, detta la legge dell’intera composizione, ben aiutata da quell’ammasso di oggetti quasi indecifrabili che si accumulano nell’angolo di destra, che sono quasi le camere d’aria per il momento sgonfie, ma pronte a ricevere anch’esse l’opportuno pompaggio e quindi a innalzarsi come palloni leggeri e vorticanti.

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Letteratura

Caterina Emili, una buona sinfonia di orrori e afrori

Confesso che mi ero procurato il romanzo di Caterina Emili, “La scimmia e il caporale”, con parecchia titubanza, imbarazzato da una copertina a tinte sgargianti, stonate, e del resto nulla mi diceva il nome dell’autrice, di cui, come sempre più mi capita in queste mie scorribande a ruota libera, nulla avevo letto in precedenza. E invece, con sorpresa, ho constatato, procedendo nella lettura, che l’opera “tiene”, in fondo non ce ne sono poi tante che vanno a frugare in un episodio infame qual è il caporalato, lo sfruttamento della mano d’opera di immigrati spietatamente trattati, con le donne costrette a cedere alla concupiscenza proprio dei “caporali”. Però può succedere anche che uno di questi, e tra i peggiori, tale Giuseppe, concepisca una passione violenta per una di queste povere vittime, la rumena Katarina, però misteriosamente scomparsa nel nulla. Ritornata al suo Paese, o vittima di un qualche truce delitto? E il nostro “caporale” è innocente in proposito, o il desiderio di mandare qualcuno, o di farsi accompagnare in quel Paese per tentare di recuperarla è solo l’abile mossa per allontanare da sé il sospetto di averla uccisa per vendetta, quando la povera giovane aveva preteso di sottrarsi a quel violento legame erotico? Nella vicenda, che scorre rapida ed essenziale, c’è pure il Tiresia del caso, il bravo testimone che parla in prima persona, anche perché in possesso di una certa cultura, quasi da intellettuale. E infatti il miserabile “caporale” tenta invano di farsene un complice nel tentativo di andare a ritrovare la scomparsa. Un aspetto riuscito del racconto sono i vari segnali di una violenza bestiale gravante sulla vicenda, che trova espressione nella carne di cavallo, cibo brutale, odiato dal narratore, eppure incalzante, con le sue masse sanguigne. Un altro elemento di minaccia e di pericolo viene dalla scimmia sbandierata nel titolo, un animaletto che in un paesino di quell’Italietta, sospesa tra gli orrori della repressione nazista e un rilancio economico, ma attuato in modi selvaggi, era divenuta l’amuleto di un sottufficiale tedesco. La sua scomparsa nel nulla aveva scatenato le ire funeste del soldato, non indenne dalla ferocia che le truppe d’oltralpe avevano manifestato in quel momento storico sulla nostra popolazione. Circolano insomma nella vicenda tanti segnali, sintomi, indizi di una violenza sospesa nell’aria, che si concentrano infine nel ritrovamento della salma della povera Katerina. E anche in questo caso abbiamo un orrido ma affascinante concerto di dati ossessivi, ripugnanti, ma anche carichi di un crudele potere attrattivo. il cadavere viene trovato in stato di avanzata putrefazione, quasi rientrato nella terra che ne ha riempito ogni cavità, quasi assorbendolo. Però qualcuno si è recato a rendere a quella salma un omaggio tardivo, tentando di ricomporla, e soprattutto di renderle un estremo tributo collocando un fiore sopra il cadavere. La vicenda infila a questo punto una trama degna di un “giallo”, ma ben lontano da quelle ben lubrificate e in genere inverosimili storie dei nostri giallisti più reputati. Anche per questo verso la vicenda ha una sua freschezza, e in definitiva cela un segreto che conviene rispettare, e neppure tentare di risolverlo. Chi ha ucciso la povera giovane, è stato il violento “caporale” che non le ha perdonato l’abbandono, oppure la gelosia di una compagna di lui, ugualmente aggressiva, pronta alla vendetta? E come si spiega l’omaggio floreale tardivo? Il quale però, con i suoi candidi petali, non vale certo a compensare tutti i connotati di violenza, di brutalità insiti non solo tra gli uomini ma anche negli animali e nella terra. Come dire che in questo breve racconto tutto circola, tutto si corrisponde, in una sapiente tessitura di odori, colori, sapori.
Caterina Emili, La scimmia e il caporale, edizioni e/o, pp. 130, euro 14.

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Attualità

Dom. 22-9-19 (scisma Renzi)

Inutile dire che sono sconvolto per la fuoriuscita di Renzi dal Pd. Il mio “renzismo” a oltranza aveva resistito anche quando egli si era opposto alla possibile convergenza tra Pd e M5S, come mi era stato rinfacciato in una riunione nella sezione Pd di Bologna, Via Murri, in cui io aveva decisamente caldeggiato questa soluzione, però nello stesso tempo confermando un mio “renzismo” quasi a prescindere. Infatti a quell’obiezione avevo potuto controbattuto che un anno fa era più che giusto opporsi a un legame del genere, quando i Pentastellati avevano il doppio dei nostri seggi in Parlamento e ci riempivano di contumelie, saremmo stati noi uno stuoino ai loro piedi, come di recente erano divenuti loro stessi nei confronti della Lega. Mi ero ringalluzzito quando, magicamente, Renzi poco dopo era divenuto il principale sostenitore, tra i Pd, di quella medesima soluzione, e con molta presunzione avevo pensato di essere legato a lui, pur non avendolo mai incontrato di persona, da un vincolo quasi di telepatia. E con molta presunzione avevo creduto di leggere nel suo futuro, che a mio avviso doveva essere di graduale riconquista del Pd, cosa che, col tempo, gli sarebbe stata possibile. Ora invece non vedo alcuna prospettiva positiva, dopo la sua scissione, che mi pare un gesto dettato solo da spirito di vendetta, di rancore, per quanto senza dubbio dentro il Pd gli hanno fatto patire. Ma un buon politico deve sapere accantonare questi personalismi, questi umori atrabiliari e passionali. Così non è stato, e ora non vedo alcuna buona possibilità per questo gruppuscolo, che non è neppure riuscito a portarsi dietro la totalità dei renziani del suo seguito. Non credo all’astuzia di aver lasciato dentro al partito una minoranza di fedeli a fare da ponte, verso quali esiti? Purtroppo devo addirittura augurare il fallimento di questa mossa azzardata e irragionevole. Se nascesse una consistente formazione di centro-sinistra, o di centro, sarebbe una spaccatura insanabile del fronte di una socialdemocrazia finalmente unita, nel nostro Paese, sarebbe la fine di un bipolarismo fisiologico. Non si potrebbe neppure imboccare la via, cara al Renzi d’antan, di andare verso un sistema elettorale a due turni e col ballottaggio finale. Insomma, si è trattato di un’operazione in cui non si intravedono risvolti positivi, comunque la si giudichi. Purtroppo per me exit Renzi, una speranza si chiude.

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Arte

La provvidenziale coperta di Perino & Vele

La visita virtuale cui mi dedico ormai quasi ogni domenica questa volta si spinge lontano, si reca addirittura a Tirana, capitale dell’Albania, e anticipa di alcuni giorni la mostra che sta per aprirsi, dedicata al duo Emiliano Perino e Luca Vele, cinquantenni ora in possesso di una piena maturità, e di una perizia stilistica confermata con grande coerenza, di cui seguo le tappe con pieno consenso fin dalle loro prime apparizioni. Li distingue in partenza l’assunzione di un materiale povero, quasi folclorico, la cartapesta con cui si confezionano i carri mascherati e le processioni nelle feste popolari della loro terra, ma forse meglio dire che la secchezza, l’aridità di un simile materiale sotto il loro trattamento si “sofficizza”, in realtà è come se si valessero di materassi, di trapunte, percorsi da quella serie alterna di escrescenze e di avvallamenti che li scandiscono, facendone come delle pelli animali, magari ruvide, grossolane, degne di pachidermi, di quegli elefanti che in effetti entrano nel loro immaginario, ma debitamente scuoiati, come trofei di caccia da esibire su qualche parete. Mi viene in mente la similitudine di Charlie Brown e della coperta che si porta dietro invariabilmente, come toccasana, come epidermide protettiva. O si può parlare anche di una sorta di tappeto magico, comunque di qualcosa che serve come pelle sussidiaria e protettiva, con cui imbottire, attenuare le durezze del mondo reale, che pure ci sono, e che i nostri due artisti non intendo affatto nascondere. E dunque quel manto incantato viene gettato con mossa agile a coprire, a immunizzare i vari ordigni dei nostri tempi, vagoni di treni, macchine, strumenti appuntiti e rigidi che magari protendono in fuori i loro bracci aggressivi, minacciosi, pungenti, e che dunque occorre rintuzzare, imbottire a scopo di protezione. Quei medesimi lacerti di pelli estratte da animali selvaggi possono anche essere sciorinati all’aria, come tappeti da mettere al sole, da far prosciugare e stagionare. Oppure quegli involucri morbidi si acciambellano su se stessi, vanno a costituire come dei gomitoli, da cui spuntano fuori i bracci metallici, gli aghi, le spine che non sono stati ricoperti nell’abbraccio, e che dunque restano a dardeggiare una loro presenza, per quanto sottile, non tale da mettere in crisi gli spessori che li avvolgono e che in definitiva li proteggono, Si potrebbe anche fare riferimento a fenomeni quali le slavine, le frane, purché associati a una sorta di candore, come risultanti da emissioni di qualche prodotto artificiale, concepito proprio per attutire i colpi, le sporgenze, per avviarli a un processo di lavaggio, di sterilizzazione. Uno di questi prodigiosi gomitoli era stato destinato, dai nostri due, per andare ad arricchire il parco di sculture all’aperto di Santa Sofia, nel forlivese, ma al momento la decisione, benché altamente utile, propizia, è stata bloccata. Mi auguro che ci sia presto un ripensamento, e che questi loro nodi, grovigli, gliommeri abbiano la provvida accoglienza che si meritano.
Perino & Vele, Western Promises, a cura di G. Centrone e G. Cjcola, Center for Opennes and Dialogue, Tirana, fino al 31 ottobre.

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Letteratura

Fascino, ma con trucco, della narrativa di King

Ancora una volta sono stato trascinato alla lettura avida, incessante dell’ultimo edificio eretto da quel narratore infaticabile che è Stephen King, su cui mi ero già inrattenuto non molte domeniche fa a proposito di due sue precedenti imprese, sempre con diagnosi tra l’ammirato e un qualche senso di delusione, per le soluzioni finali, che non possono mancare di rivelare il trucco, l’inganno, come è inevitabile quando si fa ricorso alla fantascienza. Ma forse è nel DNA della narrativa, se intende essere popolare, dover far ricorso a qualche marchingegno, a qualche motivo di trama alquanto grossolano, tale da recare offesa a una piatta verosimiglianza. Forse che un effetto del genere non è capitato anche a grandi narratori al di sopra di ogni sospetto come Balcac, Dickens, Dostoevsij? Occorre andare a vedere il rapportomesso in atto tra quanto segue tutto sommato le buon regole di una qualche verosimiglianza e invece quanto pertiene all’intervento di un “deus ex machina”, di un qualche asso nella manica. Un rapporto che non è stato tra i più felici, proprio nei due romanzi esaminati tempo fa. Se si parla delle “Bellezze addormentate”, mirabile era l’invenzione di quell’epidemia inedita che coglieva appunto le belle donne avvolgendone in una soffice matassa e sottraendole alla nostra scena. Ma poi, diciamolo pure, King non sapeva che farsene di quei tanti bozzoli quasi di bambagia, destinati a gremire un aldilà difficile da manovrare, Quanto all’”Outsider”, per rifarmi a un romanzo successivo, forse in quell’occasione l’autore ha preteso un po’ troppo di sollecitare gli interventi arcani della telepatia e di altre forze incognite legate in qualche modo allo spiritismo. Queste ci sono, eccome, anche nel nuovo nato, ma abbastanza bilanciate da una dote che King possiede a meraviglia, la capacità di muoversi nell’enorme corpo degli “States” andando a frugarei negli angoli più remoti e sprovvisti di un qualche fascino. Una virtù che condivide con quella di un regista del suo calibro che gli può essere associato, Hitchcock, col che accenno subito al fenomeno ineludibile e fondamentale del “feed back” continuo, tra la narrazione cartacea e la sua consorella filmica. Il che in definitiva sta alla base delle creazioni di King, con puntuale psasaggio dall’uno all’altro versante dell’invenzione narratologica. Dunque, anche in questo caso si parte da un angolo remoto e marginale degli States, che suppongo perfino molti lettori statunitensi non avevano mai sentito nominare in precedenza, ammesso che esso esiste davvero, sarebbe una sperduta loclità nel South Carolina, Du Pray, villaggio di poche anime, in cui, per puro caso, goiunge un giovanotto dai pronti riflessi, tale Tim Jamieson, accettando di risiedervi per qualche tempo e si svolgervi un’attività di poliziotto, di rincalzo, mal pagato, ai margini della società. Ma, come ogni lettore intuisce prontamente, sarà lui il buono e bravo della situazione, l’’angelo custode chiamato a salvare gli innocenti, tribolati e insidiati. Come è proprio la condizione del vero protagonista, Luke Ellis, un dodicenne che è un enfant prodige, desinato a una carriera prodigiosa nelle scienze matematiche, e forse pure dotato di poteri extrasensoriali, su cui beninteso l’autore non può precisare troppo, dato che questa è proprio l’area “out of bounds”, dove si tengono giochi, affari, misteri negati ai comuni mortali. Ma c’è una società segreta che intende sfruttare i fanciulli provvisti di queste doti, e ne fa razzia sistematica, andando a sottrarli alle famiglie dove vivono tranquillamente, non evitando di sopprimere in malo modo i genitori. In merito si dà un evidente “feed back” col film, con protagonista uno straordinario Robert Redford, “I tre giorni del condor”. Il nucleo centrale del romanzo è dedicato al lungo soggiorno cui Luke, assieme a una schiera di infelici coetanei come lui superdotati, è costretto a trascorrere in un luogo concentrazionario, in un carcere ispirato a tutti i più avanzati criteri tecnologici, ai più raffinati, sadici, ma anche sottili, perversi strumenti di tortura che valgono per condizionare corpi e menti degli infelici prigionieri. Sono pagine e pagine colme di orrori, ma sapientemente tenuti a freno. In definitiva i carcerieri fanno al tradizioinale sistema detto del bastone e della carota, pronti a infiggere colpi crudeli, ma anche concedere premi di consolazione sotto forma di pranzetti abbastanza raffinati e di altri conforti. Gli adolescenti sequestrati si agitano in questa sorta di castello ariostesco a porte chiuse, su cui peraltro incombe il presentimento che, tutto sommato, la sosta in quella Prima Casa, in quell’anticamera di quanto li attenderà a un passo successivo, sia ancora sopportabile. Alla base dell’operazione, naturalmente, ci sta un’organizzazione non priva di buoni intendimenti, una sorta di CIA o di altro ente intergovernativo, deciso a sfruttare i poteri eccezionali di quei ragazzini dirigendoli a far morire in incidenti stradali o aerei taluni personaggi negativi, che potrebbero essere fatali per le sorti dell’umanità. Insomma, quelle nequizie, quelle prevaricazioni condotte sui poveri fanciulli sono a fin di bene, ma rispondono anche al detto che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. In sostanza, quei genietti in nuce vengono spremuti come limoni per ricavarne certi effetti mortali che riescono a esercitare per via telepatica, dopodiché vengono gettati via nella spazzatura. Unica speranza di salvezza, tentare la fuga, nel che King rientra nella pratica di virtù normali, di buona verosimiglianza narrativa, pronto a sfruttare la mirabile eredità che in materia del genere, fughe avventurose nei boschi, passaggi di frotuna, attraversamenti di bracci d’acqua, gli cosente la ricca tradizione statunitense, da Mark Twain a Jack London allo stesso Hemigwaiìy, senza trascurare i passi di uguale natura provenienti da certi cugini inglesi come Kipling. La sequenza che vede Luke fuggire, in modi del tutto naturali, fin troppo, appena scavando un buco in una siepe, e poi arrampicandosi su vagoni di treno, e finendo proprio in quel buco remoto che è Du Pray, ci prende, ci conquista per la sua lucida sequenza. Tutto a posto, un passo dopo l’altro, fino a ritrovare il bravo poliziotto che se ne sta quasi in attesa di quel fuggitivo per proteggerlo dalla caccia spietata che la squadra dei carcerieri intraprende subito, avvalendosi di mezzi straordinari. In quella remota landa si svolgerà una sparatoria in cui King ritrova tutte il ben noto repertorio che si conviene al filone dei western, che del resto non è neppure disprezzato, sempre a stare all’ industriosa coabitazione delle due vie della narrativa contemporanee, dai film di Tarantino. Già abbiamo detto della corrispondenza tra questa impresa cartacea e i “Tre giorni del condor”. Anche qui, alla fine di tutto, quando Luke è definitivamente in salvo e la banda dei “cattivi “ risulta sgominata, compare il deus ex machina, il committente finale, il capobanda, che si presenta, come vuole il “bon ton” attuale, esteso fino a Satana, in panni dimessi, in blue jeans, e perfino con un nome del tutto anonimo, William Smith, pronto però a fare la morale. Non si illudano i buoni di aver vinto, anzi, non sanno che involontariamente hanno danneggiato una macchina mondiale intenta a fare il bene comune, pur attraverso forme di orribile malvagità. Ma il finale vede un divorzio, nel film il “missus dominicus”, che per qualche servizio segreto più o meno ufficiale interviene per far comprendere al personaggio interpretato da Redford l’inutilità della sua rivolta, a fargli comprendere che prima o poi egli è destinato a perire, a restare pure lui vittima di quegli stessi meccanismi che ha preteso di violare. King è più magnanimo, i predicozzi del quasi anonimo Smith, ovvero dell’Istituto, in tutta la sua imponderabile maestosità, vengono respinti, sventati, rimandati al mittente, dalla fragile ma tenace “congiura degli innocenti”. I buoni per il momento vincono sul cattivo, ma fino a quando l’’intraprendente narratore sarà disposto a lascargli le briglie sciolte sul collo?
Stephen King, L’istituto, Sperling & Kupfer, pp. 563, euro 21,90.

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Attualità

Dom. 15-9-19 (ancora Renzi)

Lilli Gruber ha ripreso i suoi appuntamenti serali dell’otto e mezzo sotto il segno di un enorme “heri dicebamus”, come se cioè in questo agosto in cui se ne è stata in vacanza non fosse successo nulla, pronta a richiamare in scena i medesimi “soliti noti”. Tra questi c’è pure Domenico De Masi, che almeno ha il vanto di aver bacchettato, qualche sera fa, i tanti “malpancisti” che anche tra i pensosi opinionisti della sinistra sono capaci di mandar giù la novità del governo giallo-rosso, non ne comprendono l’urgenza, per la necessità di fermare il pericolo Salvini, simile a un minaccioso e incalzante “Hannibal ad portas”. C’è chi addirittura dichiara che meglio sarebbe stato andare a nuove elezioni, che, forse, chissà, non avrebbero avuto l’esito paventato da molti, di un’inevitabile vittoria del Mussolini in sedicesimo. Tra loro, si distingue quella sorta di botolo ringhioso che è il De Amicis, direttore dell’Huffington Post. Contro tutti questi dubbiosi e renitenti, De Masi ha invitato a metterci almeno un po’ di entusiasmo, di calore nel sostenere un passo senza dubbio difficile ma necessario. Però, subito dopo questi suoi opportuni fervorini, Masi è rientrato nella guardia stretta del sinistrismo ufficiale, indirizzando i suoi immancabili strali contro Renzi, colpevole di essersi messo di traverso, quando i bravi Pd si industriavano ad aprire all’alleanza con i Cinque Stelle. Come se un anno fa le condizioni di quel possibile patto non fossero state proibitive, con il Pentastellati portatori del doppio dei nostri parlamentari, e intenti da tanto tempo a rovesciarci addosso tonnellate di merda. Ma appena i rapporti di forza sono mutati, un politico di razza come Renzi ha colto la palla al balzo ed è stato pronto a proclamare che sì, ora il matrimonio si poteva fare. Questa sua abile mossa beninteso non ha calmato l’antirenzismo incallito, che subito si è gettato a cercare il pelo nell’uovo, ovvero le motivazioni astute che non potevano non aver ispirato l’odiato peronaggio. Renzi lo avrebbe fatto solo per prendere tempo, per prepararsi con comodo all’uscita dal Pd con la sua pattuglia di fedeli. O io non capisco nulla di politica, cosa senza dubbio possibile, e si è interrotto quel filo di telepatia a distanza che mi lega al politico toscano, oppure posso far valere la mia opinione, che non ci pensa per nulla ad andarsene, a fare un partitino, sul modello dei Richetti e Calenda, che se ne sono andati per impulsi non raccomandabili, il primo perché frustrato nei suoi desideri di successo, di scalata al potere, il secondo perché prigioniero dell’immagine di fanciullo baciato dalla fortuna, dalle fate, avviate a un superbo destino di gloria. Il fine di Renzi, c’è da giurarlo, sta nel riprendersi la segreteria del Pd quando sarà i il momento buono, attendendo paziente nell’ombra che si riaffacci il suo momento, Se questo non è il suo comportamento, a lui non andrà mai più il mio consenso.

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Arte

La Sala delle Assi, capolavoro assoluto di Leonardo

La visita virtuale di questa domenica 8 settembre 2019 si compie a Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Assi. A dire il vero, c’ero stato di persona qualche tempo fa e ne avevo pure ricavato una recensione, credo sull’”Unità”, ma non so bene a quale punto dei lunghi restauri che quell’opera, come ogni altra di Leonardo, ha sempre richiesto, dato il carattere sperimentale cui l’artista si ispirava, per riuscire a rendere la sua pittura morbida e fusa nell’atmosfera, Curioso il nome con cui quella sala viene chiamata, allusivo alle assi di legno che la ricoprivano, quando non si era ancora pensato di farle ospitare dei dipinti. Ma poi, auspice Ludovico Sforza, il Moro, il grande protettore di Leonardo negli anni milanesi, quelle coperture erano state tolte e il pittore aveva avuto via libera, riuscendo a compiervi un’impresa che si può allineare all’altra ben più nota del Cenacolo. In quel caso, avviene la grande confluenza della figura umana nel creato, qui invece la partita si rivolge alla natura, alla vegetazione, ma nel segno di un medesima libertà creativa, portata a superare di slancio tutti i limiti decorativi che fin lì aduggiavano gli interventi di quel tipo, fatti di festoni misti di fogliame e di frutti, tutti ben delineati, tali da ricordare più i fiori finti, magari bronzei, dei cimiteri, piuttosto che una natura davvero viva e ruspante. Con quell’impresa Leonardo si conferma iniziatore ufficiale della maniera “moderna”, per dirla con quel grande anticipatore della fenomenologia degli stili che fu il Vasari, anche se in realtà la sua preferenza andava a un ben diverso , e più controverso, protagonista di quella stessa modernità, il maestoso e magniloquente Michelangelo. Mentre da quel pergolato, fitto, mirabilmente intrecciato, frondoso, aereo tracciato da Leonardo verranno fuori gli esiti simili che ci daranno un ventennio dopo il Correggio, nella Stanza della Badessa a Parma, anche là con un fitto tappeto di fronde, interrotto soltanto dai pertugi da cui occhieggiano dei putti, cauti nel farsi breccia in quel mirabile tessuto vegetale. E ci saranno pure i complementi, assolutamente da non definire quali “nature morte”, tanto al contrario sono fresche e rugiadose, che Raffaello affida a un suo stimato collaboratore, Giovanni da Udine, ma in definitiva essendone capace lui stesso, se avesse avuto tempo e voglia di dedicarsi a quel ramo di attività. Per la fitta coltre tracciata da Leonardo in quella sorta di spaziosa grotta, delimitata da una serie di archetti ciechi che la cingono, ma in definitiva con l’effetto di concentrarla su se stessa, si possono sprecare riferimenti volti in avanti. Si può parlare di una sorta di Ninfee eseguite anzi tempo, come se Monet, nelle sue puntate italiane, fosse capitato anche a Milano, non solo a Venezia o sulla Riviera ligure di Ponente. Ma si può correre ancor più in avanti, verso i lidi del “contemporaneo”, e parlare già di un effetto da “over all”, degno di Pollock e del fitto groviglio del suo dripping, solo con la variante di vederlo applicato in alto, in verticale. Volendo, in quell’impresa c’è un residuo di intenti allegorici-commemorativi, infatti quelle piante appartengono ai gelsi, agli alberi produttori di more, da cui un evidente richiamo all’appellativo di cui si fregiava il committente, il padrone di casa, ma certo Leonardo era ben attento a cancellare in quei vegetali ogni traccia di stilizzazione elegante per puntare a fare massa, intrico, volume, anche se affondato nel benefico influsso di una circolazione atmosferica. Beninteso nell’elevare questo convinto elogio a una simile prestazione leonardesca io porto nuova acqua al mio mulino, di una difesa dell’artista di Vinci tale da essere per intrinseca costituzione negato a ogni chiusura linearistica, ad ogni contorno, con la conseguenza di dovergli negare la paternità della “Dama con l’ermellino.” Oltretutto, tra quelle fronde potrebbero trovare riparo degli scattanti ed elastici scoiattoli, o dei ronzanti calabroni, mai e poi mai quel cadaverico, imbalsamato animaletto che puzza da lontano di scarsa conoscenza de visu, che viene fuori solo da qualche reminiscenza desunta da illustrazioni di codici fantasiosi. Dunque, siamo in presenza del frutto di una conoscenza reale, raggiunta coi propri occhi, e poi tumultuosamente riportata sulle pareti, forse con tecniche precarie per la troppa fretta di afferrare l’oggetto, di renderlo nel modo più schietto e diretto.

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