Letteratura

Perché Camilleri difende Caino?

Quando Camilleri è scomparso, commosso come tutti, avevo ritenuto che il modo migliore per ricordarlo fosse di parlare della sua “Conversazione su Tiresia”, non avendolo fatto al momento giusto, quando lui stesso aveva recitato quel suo monologo in modo del tutto appropriato e avvincente, da Tiresia redivivo, sia per il fatto di riviverne la cecità sulla sua pelle, sia per averne acquisito la connessa sapienza e preveggenza. E dunque, ero in piacevole attesa del passo successivo, della già annunciata “Autodifesa di Caino”, nella speranza che fosse un equivalente di tanta prestazione, sia nel testo sia nella recita. Ora che, in forma cartacea, quel testo è uscito, devo confessare una certa delusione, consistente soprattutto in una mancanza, o non chiarezza, circa la finalità globale del monologo, ben diversamente da quanto avveniva nel caso di Tiresia, anche se la procedura per tanti versi è la stessa: evocazione del mito, anche attraverso le varianti di cui si è impadronita la tradizione, e poi suo riecheggiamento in testi letterari o teatrali anteriori. Ma mentre ogni tappa di un simile procedere nel caso di Tiresia scorreva via, essenziale, tesa, sempre di buon effetto, qui al contrario la trama si imbroglia ad ogni passo, con tante precisazioni che tolgono fascino alla vicenda, ne moltiplicano i personaggi, in un omaggio a testi biblici di cui il nostro Occidente ha perso la memoria. C’è insomma una volontà di precisione quasi filologica che ovviamente, trattandosi di grandiose vicende mitiche, non è per nulla richiesta, come quella di dirci che il serpente tentatore in realtà era un diavolo maligno, Alialel, reo fra l’altro di essere stato a sua volta sedotto dal fondoschiena di Eva, così da avere un rapporto sessuale con lei. E poi, diciamoci la verità, forse che proprio la decisione di Eva di mangiare il frutto proibito superando l’interdetto divino non meriterebbe, esso sì, un elogio da parte di uno spirito laico e spregiudicato come Camilleri? Non è lodevole, ai nostri giorni, la decisione di contestare un principio autoritario, enunciato con tono ultimativo quanto immotivato, o col futile motivo, da parte di Dio, di tenere solo per sé i buoni frutti del giardino incantato? Ma parliamo della coppia al centro della vicenda, Abele e Caino, che intanto, anche loro, si moltiplicano avendo al fianco ciascuno delle sorelle gemelle, tra cui si adombrano anche possibili rapporti incestuosi. Ma soprattutto quello che nuoce alla vicenda è una non netta divisione di ruoli, di responsabilità. Abele non è certo il buono, anzi, è violento pure lui, usa la sua forza contro il fratello, al punto che l’omicidio cui Caino giunge nei suoi confronti si potrebbe anche configurare come legittima difesa, o come violenza preventiva, in quanto Caino si sente sicuro che, se non imbocca per primo la via dell’omicidio, sarebbe Abele a farlo fuori. Siamo quasi a una storia degna di un western, a una gara tra chi compie per primo l’uccisione. Poi, certo, c’è la difficoltà di disfarsi del corpo della vittima, ma in merito ha saputo fare molto meglio Dario Fo, con una ilare, comica difesa di Caino, alle prese proprio con il grosso problema di come sbarazzarsi di quel cadavere, per impedire che si manifesti apertamente il misfatto compiuto. In ogni caso, emerge, domina l’intera parabola un interrogativo di fondo: quale la sua morale? Che bisogno c’era di difendere Caino, colpevole se non altro di aver infranto un divieto assoluto di farsi giustizia da sé, di portare offesa su altri esseri umani, da considerarsi tutti come fratelli? O il messaggio è proprio di una specie di indulgenza totale, vietato condannare, non si deve applicare la legge del taglione? Insomma, in questa circostanza il nostro Camilleri non appare illuminato, forse anche una sua recita diretta non avrebbe salvato un testo ambiguo e incerto nei suoi fini.
Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino. Sellerio, pp. 81, euro 8.

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Starnone, vano ricorso alla “Confidenza”

E’ una fortunata coincidenza che, dopo essermi occupato nel domenicale scorso del recente romanzo della Ferrante, ora mi venga a tiro l’ultimo prodotto di Domenico Starnone, “Confidenza”. Questo mi permette di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia assurda la pretesa di coloro che dietro l’incognita presenza di quella scrittrice sospettano il celarsi del suo concorrente al maschile. Per quale mai ragione un buon produttore come lui si dovrebbe sfibrare stendendo le lunghe lasse dell’altra, oltretutto affidandole a un anonimato, assolutamente inutile e incomprensibile nel suo caso? Ma soprattutto, conta la differenza stilistica con cui viene trattata una materia che, sì. qualche affinità la potrebbe avere, ma mentre gli svolgimenti della Ferrante, come dicevo la volta scorsa, sono troppo diluiti, “ronronnanti”, privi di nerbo, viceversa le vicende, magari anche in questo caso amorose, dipanate dallo Starnone si svolgono nel segno della crisi, della rottura, dell’eccezione. C’è in lui un fondo di “autofiction”, in quanto i suoi protagonisti, come nella sua esistenza, frequentano il mondo della scuola, o dell’università, e dunque è quasi inevitabile che intreccino amori, o anche soltanto tresche, con studentesse, ma queste relazioni non hanno mai un decorso placido, prevedibile, anzi, risultano scosse da traumi incertezze, come è quello subito sbandierato in primo piano tra il nostro Pietro Vella e una allieva modello, di sicuro avvenire, tale Teresa Quadraro. Ma, siccome entrambi hanno gli artigli, non sarà un rapporto facile, anzi, presto interverrà l’interruzione, però non definitiva, in quanto quell’amore continuerà a covare sotto la cenere, pronto a risorgere. Se prendiamo il titolo dato al romanzo, “Confidenza”, questo vale al modo del proverbiale “lucus a non lucendo”, nega cioè la sostanza della cosa, nelle faccende sentimentali non ci può essere confidenza, tutto è a rischio, perfino un rapporto più tranquillo con Nadia, che alla fine il turbolento protagonista accoglie come legittima consorte, quasi per evitare rischi, ma anche là ci sono insidie, su entrambi i fronti, dato che il nostro intellettuale non rinuncia a qualche giro di valzer con una redattrice che gli viene messa a fianco, quando sale di grado e diventa un apprezzato autore di saggi. Dopotutto, l’ultima volta che mi ero misurato su Starnone, era stato all’uscita di “Scherzetto”, un’avventura nel mondo infantile, ma che si può estendere e ricavarne quasi una norma di vita, considerata come un susseguirsi di scherzetti che ci infliggiamo gli uni con gli altri, da cui una apprezzabile nota di perenne ironia che costella la prosa del Nostro, mentre non ce ne sono tracce nei plumbei decorsi della Ferrante. Ma diciamo pure che l’attuale uscita non aggiunge molto, a quanto già conosciamo di questo scrittore, assai più ampia, e significativa, fin dal titolo, era risultata l’“Autobiografia critica di Aristide Gambia”, che del resto, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per la recente prestazione. Un cui aspetto meritevole sta in una circostanza che mi aveva fatto temere il peggio, il fatto che, correndo all’indice, vi si trovassero menzionati un primo, un secondo e un terzo racconto, come se fossimo in presenza di un’operazione raccogliticcia, con la fatica di dover ricominciare ogni volta daccapo. Invece si tratta della consacrazione di un metodo poggiante su mosse ardite e ben articolate, quasi una sorta di cubismo, di sfaccettatura, con cambio di punti di vista, e anche di fasi temporali. Infatti i casi paterni, patetici e ironici allo stesso tempo, vengono avvistati da una figlia, Emma, quando cresce ed è in grado di giudicare il genitore, anche nei suoi tradimenti, proprio quando la “confidenza” in lui è stata posta in crisi. Poi arriva la consacrazione finale, senile, del nostro eroe, e a officiare la consegna di una prestigiosa onorificenza viene proprio richiamato in scena il lontano amore, Teresa, frattanto anche lei cresciuta di importanza, divenuta una austera e rinomata studiosa statunitense. E’ quasi una reazione chimica, per andare a vedere se due metalli sono ancora capaci di reagire reciprocamente, di mandare qualche scintilla. Ma il protagonista preferisce non tentare la sorte, non condurre l’esperimento, meglio chiudere la vicenda, respingendo la vanità della tribuna pubblica e delle vacue onoranze previste.
Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi, pp. 141, euro 17,50.

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Ferrante: un prodotto annacquato

Non ho mai mancato di manifestare la mia perplessità, per non dire ostilità, davanti ai prodotti narrativi di Elena Ferrante, nonostante i gridi di entusiasmo di tanti colleghi, e soprattutto il consenso ottenuto da questa scrittrice a furor di popolo, ma non per niente siamo prevenuti contro i rischi del populismo in ogni sua accezione. Forse tanto successo è il frutto di una ignoranza, o dimenticanza, i critici e comunque i lettori che applaudono non hanno letto, o hanno scordato il capolavoro steso da Elsa Morante negli anni ’30, “Menzogna e sortilegio”, di cui questa attuale “Vita bugiarda degli adulti” ad opera della Ferrante appare come un prodotto edulcorato, annacquato, privo del vigore dell’originale. Anche se qualche cosa resiste, per esempio nel personaggio dominante della zia Vittoria, una fiera popolana di Napoli, piena di cattiveria per tutti i torti che ritiene di aver subito dai parenti, e pronta a trasmettere questo messaggio di ripulsa, di odio inconciliabile alla nipote Giovanna, Giannì, che si assume il compito di ricevere i colpi di questa avversione, ma anche pronta a mutarsi in una forma molto particolare di amore, rivolto quasi a sottrarre l’ignara bambina, che poi cresce, diventa adolescente e donna, ai mali che gli “adulti” sarebbero pronti a infliggerle. Chi ha letto le pagine della Morante, potrà trovare assonanze, corrispondenze, nel gioco estremo dell’odio, della ripulsa degli affetti familiari più sacri. Ma, come dicevo, la Ferrante annacqua questi nodi di vipera per una specie di sua incontenibile bulimia, pronta a dotare ogni personaggio che mette in scena di una serie innumerevole di fratelli, figli, cugini, nipoti, tanto che a leggere le sue pagine converrebbe proprio dotarsi di una pagina per registrare i nomi, e non perderli per strada, resistendo anche ai continui mutamenti di luogo e di condizione sociale, mentale, attitudinale dei vari protagonisti. Basti prendere il caso proprio di Giannì, in definitiva la protagonista numero uno, o il punto di vista adottato dall’autrice. Un momento va bene a scuola, è quasi un piccolo genio, poi no, diventa lavativa, indolente, quasi deficiente. E’ vero che soprattutto da piccoli o nell’età ingrata questi sbalzi di umore e di rendimento scolastico sono possibili, ma la Ferrante vi si affida un po’ troppo, come il malato che cerca scampo rigirandosi nel letto, o come il puglie che in momenti di debolezza si attacca al corpo dell’avversario per cercare riparo, finché l’arbitro non intima il tipico “break”. Qualcuno lo dovrebbe intimare anche alla Ferrante, il che fuor di metafora consisterebbe in un invito a “tagliare”, a stringere, a smetterla di allungare il brodo Ma questa moltiplicazione dei pani serve alla Nostra per tirare avanti, per moltiplicare le pagine dell’intreccio, anche se questo diviene ballonzolante, in un su e giù di umori contrastanti, per cui questa tumultuosa schiera di personaggi talvolta appare buona, qualche altra malvagia e insidiosa. Si dirà che anche la vita è così, ma una narrativa seria deve darsi un’economia, stringere i caratteri, portarli a pesare forte sulla bilancia dei sentimenti, il che qui certo non avviene.
Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni e/o, pp. 320, euro 19.

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D’Amicis: gli inizi di una bella carriera “in progress”

Mi vanto di aver seguito quasi ad ogni passo la lunga e ricca carriera narrativa di Carlo D’Amicis, fin da quando era arrivato ai nostri fortunati appuntamenti di RicercaRE, a Reggio Emilia, presentato da quell’ottimo talent scout che è stato Canalini di Transeuropa. Poi l’ho accompagnato lungo il suo procedere in crescendo fino al capolavoro dell’anno scorso, “Il gioco”, che avevo invitato per una presentazione nel programma, “povero ma bello” che tengo ogni anno a Cortina d’Ampezzo, Grand Hotel Savoia, a sfida della incombente “montagna di libri”, forte dell’appoggio del comune ampezzano. E per parte mia voleva anche essere un risarcimento per l’esclusione di questa opera “totale” da una corsa a pieno titolo allo Strega di quell’anno per ragioni quasi di censura moralistica. Sono quindi ben lieto che ora venga recuperato uno dei suoi primi lavori, “Il ferroviere e il golden gol”, che mi era sfuggito, e che si vale anche di una postfazione di un’anima assolutamente gemella quale Tiziano Scarpa, uniti nello svolgere concordi quella che mi piace anche definire, in termini para-kantiani, una “Critica della ragione sessuale”. Qui ovviamente compare già “in nuce” l’eroe-anti-eroe che poi rimbalza in tutte le opere successive di D’Amicis, sviluppandosi, articolando meglio i dati psicologici, ma resta al centro di tutto un personaggio in fiera disfida contro tutti i pregiudizi del tempo. Però è una disfida condotta con mezzi pacifici, e sempre pronta, caso mai, a rivolgere su di sé gli strali dell’accusa, con tendenza quasi di sapore masochista. Qui del resto, a p. 109, troviamo una frase che significa nel modo migliore una simile spinta a rivolgere in primis su se stesso l’arma dell’offesa: “ero di tutti tranne che di me stesso”. Ovvero, nel protagonista la lotta contro i tabù sociali è sempre esercitata con bonomia, come in questo caso il rifiuto alla destinazione impostagli dal padre di fare il ferroviere come lui, eppure il figlio non fieramente degenere ci prova, e si sente anche pieno di ammirazione per il fratello Leone, che tale è, a differenza di lui, non proprio a livello fisico in quanto è stato colpito da una paraplegia che lo costringe a muoversi in carrozzella, però con un consistente compenso a livello psicologico che ne fa un “dritto”, un furbo, capace di trasmettere al fratello tanti consigli di vita, imponendogli una soggezione quasi di stampo paterno. Insomma, l’inettitudine di cui il nostro soggetto fa ampia, convinta, ma a anche sommessa confessione, si dispiega come la polpa di un crostaceo, compressa tra rigide corazze parentali, tanto che non osa infrangere il sacro vincolo coniugale del fratello verso l’avvenente moglie Lisa. Insomma, a dire il vero l’affondo nella vita sessuale al momento non avviene, il nostro ribelle è trattenuto da complessi e inibizioni, anche se sogna in grande, proponendosi di tirare su una squadra di giovani calciatori tali da costituire un provvido vivaio per le grandi squadre del Nord, con una Juventus che si para in lontananza come vetta inaccessibile. Proprio per gettare un ponte tra lo stato presente, manchevole e deficitario, e un avvenire speranzoso di mirabili successi, sull’esempio di quelli che il fratello riesce davvero a ottenere, l’autore impresta al suo rappresentante il mondo delle metafore calcistiche, Ovvero, ogni passo di questa eroicomica vicenda viene indicato, ribadito, sottolineato con riferimento a qualche evento, impresa, atto memorabile avvenuto nei vari tornei calcistici. Devo dire che la puntualità, lo specialismo con cui questi riferimenti vengono inseriti corre qualche rischio di monotonia, di insistenza ossessiva, soprattutto se il lettore, come nel mio caso, non è all’altezza di comprendere e gustare riferimenti così puntuali. Ma per fortuna un tale contrappunto assilla solo quest’opera prima del Nostro, e non si ripresenta nelle imprese successive, anche se indubbiamente esse richiedono ogni volta di spaziare su un’ampia tastiera di similitudini, metafore, agganci, in vista di giungere a edificare il risultato finale, l’”opera-mondo” corrispondente al “Gioco”.
Carlo D’Amicis, Il ferroviere e il golden gol, 66TH, pp. 156, euro 15, postfazione di T. Scarpa.

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De Seta: ben di più di una “carte postale”

Più di dieci anni fa avevo recensito un romanzo di Cesare De Seta, “Quattro elementi”, con qualche titubanza, perché temevo di occuparmi di un tipico “violon d’Ingres”, cioè di una prova laterale, da dilettante, di un autore ben noto per solidi titoli di docente universitario in storia dell’arte e dell’architettura, ma già allora avevo dovuto ammettere che quella storia “teneva”, anzi, sapeva creare una forte tensione, con punte quasi di sadismo, tanto che mi ero permesso di fare un rinvio a un nostro novelliere principe quale Matteo Bandello, con sorpresa dello stesso De Seta. Ora, di fronte a questa “L’isola e la Senna”, non ci sono più dubbi, Cesare fa sul serio, gettandosi con coraggio nella mischia, anzi, in una specie di “main stream”, di corrente maggioritaria in cui nuotano tanti odierni narratori nostrani, più titolati di lui, se non altro per essere dediti a quell’esercizio in esclusiva. Siamo di fronte ai casi di una famiglia tipicamente “aperta”, con drammi di coppia, tra fedeltà e tradimenti, con i problemi dati dai figli, alcuni dei quali crescono bene, altri tralignano. E poi ci sono le malattie incombenti, da cui, anche quando riesce a risolvere i problemi economici, è però afflitta la nostra società, fino a dover accompagnare padri e nonni fino al passo fatale. Tutto insomma scontato, prevedibile, e d’altra parte a generare sospetti c’è perfino un sottotitolo in copertina, quasi diminutivo a bella posta, “carte postale”, come di un narratore che si limita a fornirci scene di genere e di colore locale, con una deambulazione incessante dei protagonisti tra la Senna che compare nel titolo, e invece località avite del nostro ambito regionale. Ma De Seta si riscatta da quello che potrebbe apparire come un andamento abbastanza scontato impostando invece una coraggiosa inversione dei tempi. E così il protagonista, Pierre, un intellettuale, cui l’autore stesso potrebbe avere ceduto qualche sua caratteristica personale, se ne va subito in apertura, con una morte che ci viene offerta quasi in diretta, con lo stupore, la sorpresa, lo sconcerto della stessa vittima. Ma in realtà Pierre non abdica da un suo protagonismo, che gli viene restituito attraverso un’abile citazione letteraria, rubata all’Eliot della “Waste Land”, dove si parla, in francese, di Fleba il Fenicio, che sarebbe un “dritto”, un abile mercante, ma costretto da un naufragio ad affondare in mare, e mentre affonda, si vede costretto a rivivere le tappe della sua esistenza. Se vogliamo, il nostro Pierre non è così dappoco, nulla in lui risponde a un carattere banale, di affarista spudorato, ma gli viene inferta la stessa pena, o lo stesso riscatto, la possibilità di rivivere i vari momenti della sua esistenza, felici o meno che siano stati, e così anche noi lettori partecipiamo a questa ricostruzione “á rebours”, con i suoi vari eventi, i difficili rapporti con la moglie Lidia, che ha tutto il diritto di “vivre sa vie”, tanto più che rimane vedova nel fiore degli anni, del resto anche nei tempi in cui viveva ancora col marito non mancava di concedersi qualche giro di walzer. Ma soprattutto ci sono i rapporti coi figli, grazie anche a un accorgimento utile per arricchire la casistica, di darli alla coppia in un numero consistente, di ben quattro. Ci sono due maschi che si allontanano, presi da egoismo, da resistenza ai rapporti familiari, da progressivo distacco reciproco. Ma l’affetto dei genitori, e soprattutto della moglie-madre più a lungo esistente, vanno agli estremi della catena, all’unica figlia, Carole, che spicca per doti di intelligenza e sa catturare le simpatie di tutti, però viene minacciata da una malattia che fa trepidare i parenti. E poi c’è il caso più delicato di Duccio, che è la pecora nera di quel nucleo familiare, incerto sul suo avvenire, irresoluto, dedito al vagabondaggio, con attrazione verso l’India, ma per condurvi un’esistenza sregolata, anarchica, dedita all’uso della droga, con tendenze eterodosse perfino in campo sessuale. E’ insomma una spina nel fianco di quella comunità, ma proprio per tanta sua debolezza e fragilità risulta essere anche il più amato dalla madre, costretta a fare tristi incursioni nel tugurio in cui quel giovane vive malamente, quasi da reietto, e con un compagno occasionale. Presagiamo che la corda è troppo tesa e non potrà che spezzarsi, attraverso un tipico gesto di suicidio, che viene a chiudere la vicenda nel segno di un algore invernale, di un freddo gelido e scostante. L’ultima “carte postale” che ci raggiunge è listata a lutto, a chiusura di una serie che però ne ha messe in campo tante altre piacevolmente varie e colorite.
Cesare de Seta, L’isola e la Senna. Carte postale. Jaca Book, pp. 141, euro 15.

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Pariani: un gioco dell’oca abbastanza ben riuscito

Alla cinquina del Campiello di quest’anno ho applicato, come altre volte, un mio criterio più rispettoso di normali valori critici capovolgendone l’esito decretato da una impreparata giuria popolare. Pertanto l’ultimo arrivato, Francesco Pecoraro col suo “Stradone”, mi è sembrato di gran lunga la migliore opera in campo, degna addirittura dello Strega, se non si fosse trovato davanti l’eccellente “Mussolini” di Scurati. E al secondo posto avrei messo Paolo Colagrandi, “La vita dispari”, uno dei più brillanti esiti della presente stagione. Mentre ai due primi in classifica, Tarabbia e Cavalli, “pollice verso”, per usare proprio l’espressione con cui li ho bollati nella mia omonima rubrica sull’”Immaginazione”, l’unica che mi permette ancora di uscire in cartaceo. Non ho menzionato il quarto arrivato, sempre nella graduatoria del Campiello, Laura Pariani col suo “Gioco di Santa Oca”, è quindi giusto che ora mi occupi anche di lei, cui spetterebbe a mio avviso un terzo posto, davanti alle spocchiose e pretenziose opere dei due primi arrivati. Anche lei procede del tutto di maniera, ma in un modo ingegnoso, offrendoci una curiosa variante del romanzo storico. Si potrebbe dire addirittura che la Pariani rivisiti il numero uno nostrano in questo senso, i manzoniani “Promessi sposi”, visto che esamina fatti avvenuti a non molta distanza sia geografica dalla Milano di Don Lisander, sia negli anni, qualche decennio dopo quanto è narrato nel nostro romanzo-principe. Con tanti caratteri che si ripetono, di una “terra” sottoposta ai soprusi incrociati di truppe francesi, spagnole, savoiarde. Ma la Pariani, di cui a dire il vero non so nulla, mai letto qualche suo lavoro precedente, si salva applicando una specie di vernice del dottor Lambicchi di nuovo conio, effettua cioè una degradazione sistematica di quanto appare nelle pagine della vicenda che tutti ben conosciamo. Manzoni nasconde con l’arma deli’ironia i soprusi che i mercenari compivano ai danni delle fanciulle, cui insegnavano a modo loro la modestia, e del resto il suo romanzo è improntato alle violenze sfrenate dei nobili locali, ma posti a riscontro con dei campioni di virtù, per onorare la tesi espressa dall’Annunziata, che “una Provvidenza la c’è, il mio Renzo”. Invece la Pariani toglie via assolutamente ogni possibile traccia di Provvidenza, di valori nobili, immerge tutto in un buio pesto. I rappresentanti del clero sono dei filibustieri della più brutta specie, i “primi cancellieri”, i vicari del Santo Uffizio imperversano, non c’è da attendersi nulla di buono da loro, i nobili, come un tale Conte Arconati, si impicciano solo di caccia, perseguitano i poveri sottoposti, tagliano le mani ai bracconieri. E’ insomma un mondo che si fa tesoro di ogni possibile misfatto, dove i poveri patiscono la fame assieme ad altre mille ingiurie. Con la comparsa di un solo eroe positivo, tale Bonaventura Mangiaterra, che si fa bandito proprio per vendicare gli umili e repressi. Ma anche in questo caso, perché questo protagonista non salga troppo nella scala dei valori, la spietata Pariani gli gioca un brutto tiro, veniamo a scoprire che la madre, avendo partorita una femmina, timorosa della sua sorte, l’ha obbligata a mettersi in panni maschili, e dunque il candidato eroe è invece una fanciulla in incognito, in maschera, il che spiega la dolcezza e umanità del suo carattere, altrimenti incomprensibile in quell’universo brutale, ma per effetto di una stilizzazione, di un “gioco”. Come del resto è la stessa struttura della narrazione, articolata in tante caselle, proprio come un gioco dell’oca, ognuna delle quali viene designata con termini pieni di sapore terragno, basta pronunciarli per veder comparire davanti ai nostri occhi scene di ordinario degrado, di fango e miseria: Cassina Paregnana, Cassina Stecca, Terra di Tornavento, Fosso del Pan perduto, eccetera. E beninteso le figurine che animano queste caselle sono fatte della stessa pasta, greve, maleodorante. Magari saltellano da un luogo all’altro, con qualche personaggio beneficato del dono di ritornare, ma perché si tratta come è nel caso della dominante figura della Pulvara, di una “camminante”, destinata a un continuo vagabondare da una situazione di fame, digiuno, carestia a un’altra del tutto simile, inseguita fra l’altro dall’accusa di essere una strega, una “stria”, col solo valore positivo di trascinarsi dietro un fanciullino , Pipot, unico raggio di sole tra tanti nuvoli folti. Insomma, la nostra Pariani si è letta con attenzione i vari saggi di Ginzburg e Camporesi, e dunque mette in atto con abilità le loro precise cronache su tutti i mali che nei secoli hanno afflitto i miserabili di tutte le epoche, col vantaggio di dare a queste riflessioni una precisa, quasi filologica ambientazione.
Laura Pariani, Il gioco di Santa Oca, La nave di Teseo, pp. 269, euro 18.

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Di Paolo: scorrevolezza con inciampo finale

Ricevo l’ultimo romanzo scritto da Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”, e ben volentieri ne parlo, anche perché è accompagnato da un lusinghiero biglietto di stima nei miei confronti, non pare che l’autore se la sia presa troppo male per alcune riserve con cui avevo accolto il suo precedente “Una storia quasi solo d’amore”. Nel frattempo Di Paolo è cresciuto nella presenza critica, direi che non c’è giorno in cui non esca qualche suo articolo nella flotta costituita da Repubblica-Espresso-Robinson, e anche il prodotto narrativo è decisamente migliore. Il rimprovero che allora gli muovevo era di aver inserito alcuni motivi di disturbo, nello scorrere della vicenda, che non giovavano all’effetto complessivo. Di Paolo si ispira al mondo d’oggi, rientra quindi in quanto definirei un neo-neorealismo, quasi uno scrivere una serie bis di “Gettoni” alla maniera di Vittorini e Calvino, magari rilanciati da Pier Vittorio Tondelli. Se nel romanzo precedente dominava una figura di maschio, ma incerto se sfruttare con le sue doti di seduttore un’anziana signora o invece una giovane semplice e modesta, qui il maschio fa un passo indietro, anche se si moltiplica per tre e merita una sorta di primo piano in partenza, nel senso che ci vengono subito presentati tre giovanotti perfettamente conformi alle varie caratteristiche dei nostri tempi, dediti a vizi comuni e diffusi, tra cui quello di gettarsi in amori facili, toccata e fuga, nel che è compresa anche la fecondazione di fanciulle incontrate per caso, con le quali però non vogliono assumere rapporti stringenti, anche se messi di fronte alla paternità che hanno causato, magari pure disposti a metterla in discussione. Ma dopo questo primo piano, la parola passa alle tre giovani donne che sono state le vittime di queste fecondazioni non certo richieste, e dunque il romanzo si scinde in tre racconti, intitolati alle rispettive eroine per caso, del tutto involontarie, che ci si chiamano Valentina, Luciana e Cecilia. Di Paolo è bravo nel tratteggiare le loro situazioni, assolutamente tipiche di come vanno le cose al giorno d’oggi, con relativi dilemmi. Che fare, di quelle creature che stanno nascendo nelle loro pance? Come dirlo a genitori e amici, amiche in particolare? Tentare di responsabilizzare i probabili partner? Nascondere la cosa, prepararsi a un aborto, per via legale o meno, oppure tenersi il nascituro? Sono altrettanti dilemmi perfettamente istruiti dal narratore, forse in modo troppo piano e scorrevole, tanto che anche questa volta si è sentito in obbligo di inserire un inciampo a tanta fluidità. I titoli dati alle due parti del romanzo sono eloquenti, la prima si chiama “Vicino”, proprio perché segue in cronaca diretta i tre casi, quasi con andamento diaristico, con rispetto del calendario e delle sue sequenze. Poi, molto più ridotta, segue una seconda parte, “Lontano”, che si può anche intendere come una precisa volontà dell’autore di allontanarsi dalla precedente scorrevolezza di mosse e vicende. La parola passa ai nascituri, diviene problematica, in quanto non si sa se questi vedranno mai la luce, e si muta quindi in un audace, temerario discorso davvero sui lontani, sulla sorte della nostra umanità futura, messa a dura prova dal rischio di aborti a catena, o di caduta delle nascite. E’ un’impennata di tono certamente ragguardevole, ma che forse contraddice alquanto rispetto al tono colloquiale, fin troppo fluido e normalizzante adottato in precedenza.
Paolo Di Paolo, Lontano dagli occhi, Feltrinelli, pp. 189, euro 16.

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Ardone, tra vecchia e nuova napoletudine

Ricevo e commento ben volentieri “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, di cui non so nulla, ma pare che, già fatto conoscere, questo romanzo abbia riportato consistenti riconoscimenti sulla stampa estera. Per valermi di formule a me solite, posso dire che si colloca tra una vecchia e una nuova “napoletudine”. Rispetto alla prima di queste versioni, ci sta la materia di cui la vicenda è costituita, una Napoli dell’immediato secondo dopoguerra, vittima del pauperismo, della fame, di famiglie prive della presenza-assistenza di un genitore, con figli allo sbando, costretti a vivere di ripieghi, di piccole malversazioni, eccetera. Insomma, basta pensare alla Napoli consacrata dai capolavori cinematografici di “Paisà “ e “Sciuscia”. Ma la Ardone recupera un fatto singolare di cui personalmente non avevo nozione, non c’è però ragione di dubitare della sua veridicità. Sembra che il PCI locale, consapevole di tanta miseria, invitasse i compagni di un Nord più agiato, come quello residente, poniamo, a Bologna o a Moena, ad accogliere questa infanzia e adolescenza denutrite, bisognose di tutto. La cosa in sé mi sembra singolare, dato che, seppure a Nord non si soffriva la fame, il brodo però non vi era particolarmente grasso, e sappiamo bene tutti che quando ci fu un’emigrazione massiccia dal Sud verso una Torino industrializzata, negli appartamenti compariva la fatidica scritta “non si affitta ai meridionali”. Ma, ripeto, diamo pure per accertata la veridicità storica del fenomeno. Merito della Ardone sta non certo nel descriverlo dall’alto di una sapienza autoriale, ma nel mettersi nei panni di questi giovani soggetti dell’avventura, facendoli esprimere in prima persona, con una lingua mista di dialettismi, di ingenuità, di dubbi e timori. Oggi sulla “Lettura” del Corriere della sera compare una recensione di Francesco Piccolo che lamenta la difficoltà imposta da questa lingua particolare, ma al contrario io vi trovo il merito più sostanzioso di questa modalità di racconto, a differenza di tanta prosa dei nostri, fin troppo scorrevole e neutra. Invece catturano l’interesse i timori di questi piccoli protagonisti, che non sanno bene che cosa succederà a loro nei paesi di destinazione, terrorizzati da storie di maltrattamenti, addirittura con la paura di essere deportati in Russia, e di venire sottoposti a torture, come sarebbe il vedersi mozzare le mani. Insomma, vogliamo dire che questi candidi protagonisti ragionano, si esprimono, come temo avvenisse ai loro coetanei nei convogli degli ebrei deportati e avviati verso il campi di sterminio? Inoltre c’è senza dubbio la nostalgia dei focolari abbandonati, anche se tanto miseri e sprovvisti di conforti, e di genitori, soprattutto madri, che la stretta del bisogno allontanava da ogni manifestazione di affetto. E poi ci sono le ansie alle stazioni d’arrivo, come se i piccoli sopraggiungenti dal triste passato fossero avviati a processi di adozione. In che famiglia capiteranno, quale accoglienza riceveranno? La Ardone, nel trattare questa materia, si nuove con indubbia maestria, estesa ad angolo giro, dicendoci delle sorprese di questi orfanelli, o quasi, per esempio quando incontrano i cibi grassi di cui l’Emilia va fiera, come la mortadella. E poi ci sono i conflitti quando si entra in seno alle nuove famiglie, con l’obbligo di stabilire rapporti di giusta convivenza con genitori adottivi, e i loro figli, da trattare come ritrovati fratelli. Il tutto filtra attraverso un campione delegato a farsi carico di sorprese, impacci, meraviglie, titubanze, resistenze, che si chiama Amerigo Speranza. Siamo in sostanza nell’ambito di una napoletudine tradizionale, ma rinnovata proprio dall’essere affidata alla fresca testimonianza, linguistica e psicologica, di soggetti minorenni. C’è anche una fase di rientro, ovvero termina la permanenza al Nord, i piccoli diseredati ritornano a Napoli e alle sue miserie, col che la Ardone sembra proprio ricalcare una mossa che non ho accolto troppo bene, quella che si incontra nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta”. Ma là il rientro è di un personaggio singolo che in definitiva non vuole più ritrovare la vecchia pelle. Qui invece i reduci dai paradisi settentrionali rentrano forse fin tropo bene nel panorama disastrato di sempre. Tanto che, in definitiva, la scrittrice ha ben compreso il rischio di segnare il passo, di dover replicare i suoi pur validi accorgimenti stilistici. Allora, ha optato per un forte stacco, quasi volesse entrare nella “nuova napoletudine”. Ma mentre questa, di cui sono esponenti i Ferrandino, i Lanzetta, è attuata da soggetti che entrano nei ritmi odierni di vita, cercando di supplire con la delinquenza alle solite privazioni che li aduggiano, la Ardone tenta di effettuare il balzo con ricorso a una specie di happy end, peccando forse di inverosimiglianza. E’ mai possibile che da quel remoto destino di disagio profondo i nostri eroi, Speranza, e compagni, riescano a sollevarsi, a divenire agiati professionisti, lui addirittura musicista, violinista di valore? Il passo è troppo lungo, inoltre la nostra autrice si spoglia proprio delle virtù con cui aveva accompagnato il volo tarpato delle sue creature nella stagione del pauperismo. E tuttavia, c’è almeno un aspetto che ridà valore a questo rientro in gloria di Amerigo, consistente nell’omaggio che è tenutoo a rendere alla madre, rimasta chiusa nella sua povertà e solitudine, cui egli stesso non ha potuto o voluto recare alcun aiuto a tempo opportuno. E ancora ricadiamo in una napoletudine, ma in quella di forte spessore drammatico di cui ai loro tempi erano stati capaci il Carlo Bernari dei ”Tre operai” e l’Elsa Morante di “Menzogna e sortilegio”.
Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi stile libero, pp. 253, euro 17,50.

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Agata Bazzi: “La luce è là”, diffusa e lattiginosa

Ho letto con qualche piacere “La luce è là”, di Agata Bazzi, scrittrice di cui non so nulla, come del resto mi avviene sempre più spesso in queste mie pagine del tutto private, che mi vedono quasi nelle vesti un “tastevin”, cui si bendano gli occhi, ovvero gli si consente di non conoscere tanti dettagli biografici sull’autore che gli viene presentato, lasciandolo al gusto della lettura in diretta. Fra l’altro, non so bene se siamo di fronte a un romanzo o alla ricostruzione di vicende familiari relative a un ampio arco storico, che va dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra del Novecento. L’autrice si muove con la grazia di un gatto, o diciamo anche con la modestia, con la verecondia di chi sa bene di saggiare un terreno occupato da tanti mostri sacri. Torreggiano infatti sullo sfondo i Buddenbroock di Thomas Mann, o perché no, il “Mulino del Po” di Bacchelli, con una medesima sequela di generazioni che si succedono le une alle altre, anche se l’angolo di mondo e di società non potrebbero essere più diversi, dalle rudi vicende di una comunità rurale nel romanzo di Bacchelli a quelle di una borghesia ascendente, nelle pagine della Bazzi. E magari c’è pure la possibilità di un confronto col Pennacchi che ricostruisce i destini della sua gente in fuga dalla povertà del Veneto verso l’inferno delle paludi pontine. Ma il tutto, sia ben chiaro, come sottoposto a un lavaggio, a uno sbiancamento che attenua e stilizza tutte le figure e le vicende, proprio per consentire un trattamento sempre all’insegna del decoro e delle buone maniere. Come sono quelle del protagonista principale, un Albert Ahrens che riesce nel miracolo di trasferire le sue doti di bravo tedesco, dalla condotta irreprensibile, nel clima incandescente di una Palermo dominata dai Florio, senza fare una grinza, senza perdere di compostezza, di “aplomb”, ma dimostrandosi anche capace di praticare con disinvoltura le migliori doti affaristiche che si addicono al costume borghese, e alle sue possibilità di consentire un’ascesa regolare, continua. Anche perché al suo fianco c’è una moglie ancor più dotata di lui nel coltivare al meglio le virtù della “arzdaura”, se lo vogliamo dire con vocabolo emiliano, ma bravissima nell’applicarle al mutato sfondo sociale della sicilitudine, Brava anche nello sfornare al marito una nidiata di figli, il che permette a questo romanzo-biografia familiare di diramarsi per tante file, dato che ognuno dei figli o figlie realizza il suo bravo o malo matrimonio, a sua volta fecondo di altra prole. E dunque il racconto si snoda come un polipo, invia i suoi tentacoli in tante direzioni, ma con un punto d’attrazione, una calamita fatale, indicata dal titolo stesso, “La luce è là”, che è il nome assegnato alla maestosa villa, sulle pendici del Monte Pellegrino, in cui si concentrano tutte le ambizioni del “pater familias”, perfetto nido per le fortune della numerosa figliolanza, che deve radunarsi in quel luogo eletto, affiancato anche dalla sede degli affari della famiglia. Naturalmente, come vogliono i grandi modelli citati sopra, anche questa lunga storia si divide in momenti di ascesa e in altri di calo, rappresentati questi dal sopraggiungere del regime fascista che si porta dietro le vergognose persecuzioni razziali. I coniugi Ahrens, infatti, sono ebrei, quasi per rispettare lo stereotipo delle virtù indomite sul lavoro di coloro che appartengono a quella etnia e religione. Ma la nostra Bazzi, anche nel rispetto del copione delle persecuzioni razziali, e poi delle furie naziste, e poi della “liberazione”, vista anch’essa in controluce, mantiene il suo passo leggero, si muove con grazia e riserbo felino tra gli ostacoli ingombranti, porta avanti la sua barca industriosa sempre nel segno dei mezzi toni, di un apprezzabile under-statement.
Agata Bazzi, La luce è là, Mondadori, pp. 365, euro 19.

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Erri De Luca, quasi una partita di scherma

Chi legge queste mie note avrà constatato che ho mutato giudizio su Erri De Luca. Molte volte mi era capitato di dir male di certi suoi romanzi improntati a una vecchia ”napoletudine”, mentre, a partire dal “Gioco dell’oca”, mi sembra che abbia inaugurato un andamento assai più vivace ed apprezzabile. Potrebbe apparire un suo cedere all’autonarrazione, il rifugio di tanti peccatori di oggi, ma in realtà si tratta di qualcosa di diverso, di accedere a una forma dialogica ricca di nobili ascendenti, però rinnovata “quanto basta”. In quell’opera appena nominata si trattava di una disputa con un figlio mai nato, che ovviamente aveva mille ragioni per difendere i suoi diritti contro gli egoismi e i fallimenti del mancato genitore. Ora la formula risulta perfezionata in “Impossibile”, appena uscito, dove semmai l’unica cosa che non torna, ovvero che non capisco bene, è la ragione del titolo. Ma mi è cara già la partenza del libello, che potrebbe essere un caso di autobiografia, con alcune vicinanze a mie esperienze del genere. Come il protagonista che qui parla in prima persona, anche a me piace (piaceva, quando le gambe mi reggevano) fare lunghe camminate, e proprio nel gruppo dolomitico del Fanes, anch’io sono salito sulla cima della Varella, anche se non ho mai percorso la cengia del Bandiarac, ammesso che questa esista davvero, ma non ho ragione di dubitarne, dato che fin qui l’autore mi sembra rispettare una verità documentaria. E per giunta, come lui, anch’io avevo l’abitudine di andarmene in completa solitudine. Ma nel fatto in questione il nostro escursionista solitario si vede a un tratto preceduto da un compagno sconosciuto, che però cade, precipita nel vuoto trovando la morte. Si tratta di un incidente, o invece è stato lui stesso a dargli una spinta per procurarne la morte? Infatti avrebbe riconosciuto in quell’altro gitante un ex-amico, ma poi divenuto delatore nei confronti del protagonista, che aveva appartenuto a un gruppo rivoluzionario nei tragici anni ’70 del brigatismo e di altri fenomeni eversivi. Un aspetto positivo di questa fase di De Luca è che non rinnega un suo passato, e anche presente, ideologico, di contestatore a oltranza, però lo trasferisce sul piano della memoria, pur non rigettandolo. Ma la quintessenza del racconto sta in un lungo interrogatorio cui un magistrato inquirente lo sottopone, sospettando che egli abbia compiuto un delitto volontario, vendicandosi di quel delatore di altre stagioni. C’è una stimolante varietà di caratteri tipografici, infatti il verbale dell’interrogatorio è composto come uno scartafaccio burocratico battuto a macchina, mentre viene intervallato da brani in corsivo che corrispondono a un cantuccio sentimentale ìn cui l’accusato dialoga con un “Ammoremio”, suo stretto legame sentimentale. L’interrogazione segue modelli illustri, si pensa addirittura al duello verbale che costituisce il nucleo centrale del “Delitto e castigo” dostoevskijano, tanta è l’astuzia con cui l’inquirente cerca di scalzare e mettere in crisi le affermazioni dell’interrogato, che dal canto suo continua a sostenere la propria innocenza, di chi non ha riconosciuto quel viandante e nulla ha fatto ai suoi danni, Le schermaglie dall’una e dall’altra parte sono sottili, ben condotte, a colpi alterni, con l’abilità di lasciare perplesso e dubbioso anche il lettore, posto di fronte a un dilemma quasi pirandelliano di non riuscire a stabilire da che parte stia la “verità”. IL magistrato non scherza, pur dietro l’apparente eleganza di mosse, tanto che arriva a far incarcerare il malcapitato, con arresto precauzionale per non permettergli di inquinare le prove. E dunque si apre anche una parentesi dedicata alla vita carceraria e alle sue miserie, in cui l’autore può inserire certe passate esperienze di quando davvero in qualità di estremista ha saggiato la vita del prigioniero. Fino alla fine si estende l’elegante fioretto di battaglie giuridiche, con fasi alterne, quasi ci fosse un quadrante che evidenzia i colpi messi a segno pro e contro, ma infine il solerte magistrato, non prima di aver tentato qualche ultima insidia, si dà per vinto, il presunto reo viene restituito alla libertà, e dunque Il crimine dichiarato “impossibile”. Ma è proprio così, oppure l’autore ci lascia volontariamente nel dubbio?
Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, pp. 125, euro 13.

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