Letteratura

Carofiglio e Levi: il vero, cattivo consigliere

La nota odierna colpisce due opere narrative, unificate in un giudizio molto limitativo, in base a una riflessione di qualche peso, che cioè bisogna sempre fare la differenza tra il vero e il verosimile. La narrativa, in quanto figlia della “Poetica” aristotelica, deve essere il regno della seconda categoria, cioè il narratore deve sforzare la sua fantasia a trovare casi immaginari, che però, se non veri, siano attendibili. Il vero, invece, appartiene alla storia che, come non manco mai di ricordare, viene dalla radice greca di “id”, del vedere coi proprio occhi, e dunque del farsi testimone di quanto accaduto. Non posso dimenticare che alcuni grandi narratori dei nostri tempi, a cominciare dal mio amatissimo Pirandello, hanno dichiarato che talvolta il vero batte per forza e novità il verosimile, ma bisogna che i fatti accaduti si carichino di un potenziale capace di andare ben oltre una piatta statistica. Comincio le mie reprimende con un’opera di Gianrico Carofiglio, “Le tre del mattino”. Nei suoi confronti mi ero espresso favorevolmente a proposito dell’”Estate fredda”, che mi era apparso un poliziesco ben condotto, proprio con la freddezza annunciata nel titolo, ma mi ero scordato di avere invece presentato un “pollice verso”, sull’”Immaginazione””, per una precedente uscita di questo autore, “Il silenzio dell’onda”, di cui invano si cercherebbe menzione nel breve curriculum ospitato nel risvolto di copertina dell’attuale prodotto, secondo il deprecabile uso di elencare solo quanto di un certo autore è stato pubblicato sotto le bandiere del medesimo editore che ora ne gode i diritti, clausola commerciale che mi sembra vile e deprecabile quando si tratta di prodotti intellettuali, e che sottrae al lettore validi strumenti di giudizio. Allora, Carofiglio aveva tentato le vie del verosimile, con la vicenda di un poliziotto infiltrato, ma in modi così smaccati da rendere offesa proprio al vero, alla prudenza dei malviventi che fiutano da lontano la puzza dei traditori. Poi invece, nel romanzo da me lodato, aveva proceduto in modo misurato e corretto. Questa volta Carofiglio getta alle ortiche la sua professione di giallista appezzato, per tuffarsi in una vicenda che ha tutto il sapore di una pagina di diario personale, anche se una premessa si affretta a mettere le mani avanti e a dire che no, si tratta proprio di un prodotto di “finzione”. Ma allora, quale portata esemplare, quale valore paradigmatico ha una vicenda così meschina e riduttiva, come questa, di un figlio che soffre di turbe psichiche, tanto che un padre comprensivo lo porta in visita da uno specialista a Marsiglia, il quale prescrive un rimedio singolare, stare sveglio per tre notti consecutive, a digiuno e senza dormire. E così, comincia la peregrinazione di padre e figlio per le vie della seconda città della Francia, se si vuole, una “rimpatriata” tra i due congiunti, costretti a ritrovare una vicinanza, a sopportarsi, a comprendersi e possibilmente ad amarsi a vicenda, ma nulla più. Invano un lettore spera che da qualche viottolo dei bassifondi della città portuale sbuchino malviventi, o che i due in utile esercizio di astinenza scoprano un cadavere. Nulla di tutto questo, restano pagine di un diario molto personale ed esclusivo.
Certamente più efficace è la documentazione del vero condotta da Lia Levi, in “Questa sera è già domani”, arrivata ultima nella cinquina conclusiva dello Strega, e mi sembra che in quel caso il verdetto sia stato giusto. Il vero affrontato in questo caso è della massima importanza, dato che riguarda le persecuzioni antisemite come si svolsero, dopo il ’39, per la sciagurata decisione mussoliniana, esaminate negli effetti su una comunità ebrea di Genova. La Levi tenta di inserire elementi “verosimili”, come la vicenda del protagonista principale, Alessandro Rimon, che sarebbe un “enfant prodige”, tanto intelligente da indurre i genitori a fargli saltare un anno delle elementari e da andare alle medie in anticipo. Male gliene incoglie, perché a quel modo, e anche per un suo certo spirito saccente, diviene lo zimbello di compagni più maturi di lui, tanto da indurlo a condotte protestatarie, quasi a voler reprimere quelle buone doti naturali che sono causa dei suoi disagi. Questo il nocciolo autonomo della vicenda, su cui ben presto si abbatte il capitolo delle persecuzioni antisemite. La Levi ha il merito di esaminarle con mano leggera, sempre attenta a non fare offesa al vero, ma a questo modo ne viene un deficit di climax, di cariche drammatiche o addirittura tragiche. Per un verso le dobbiamo essere grati per non aver pescato nel repertorio, ben noto delle sciagure inflitte in quegli anni agli ebrei d’Europa. La nostra autrice procede in modi cauti, con tutti gli alleggerimenti possibili. Per esempio, il padre di Alessandro viene perseguitato, ma in un primo tempo non tanto perché ebreo bensì perché straniero, belga di nascita, portatore di passaporto inglese, per cui contro di lui scatta l’internamento. Quando l’Italia entra in guerra, lo si costringe a vivere in un paesello remoto, raggiunto da moglie, e figlio, sempre più scontroso, deciso perfino, pur essendo ancora un ragazzino, a entrare nelle file dei partigiani, al crollo del regime fascista e quando il nostro Paese è occupato dai tedeschi. Ma è mossa velleitaria, la Levi ritrae subito la mano, come un giocatore di scacchi che ha capito di avere fatto una mossa sbagliata. Poi i giochi si fanno duri, viene l’ora di tentare la fuga all’estero, nella solita e provvida Svizzera. Il guaio è che su questa strada abbiamo già il capolavoro affidato da Hemingway alle pagine finali dell’”Addio alle armi”. E’ vero che il suo eroe fuggiva da una possibile accusa di diserzione dall’esercito italiano, ma le insidie, i pericoli in quel frangente erano già tutti ben evidenziati. La Levi ha letto quelle pagine? E allora perché pretendere di ricalcarle, oltretutto in modo piatto, come sempre aderente, si può supporre, a un vero che non sale mai di tono per acquisire tinte sostenute e ben chiaroscurate?
Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino, Einaudi stile libero, pp. 165, euro 16,50.
Lia Levi, Questa sera è già domani, edizioni e/o, pp. 217, euro 16,50.

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Scarpa e la “sintesi” della poesia

Seguo direi fin dagli inizi la produzione letteraria di Tiziano Scarpa, con responsi in genere favorevoli, nella forma di “pollici retti” se affidati alla rivista l’”Immaginazione”, o comunque con toni positivi se invece consegnati, come questa volta, alla sfera semi-privata del mio blog. Ma non ero mai intervenuto sulla sua attività poetica, come invece faccio questa volta, rivolgendomi all’appena uscito “Le nuvole e i soldi”. In genere chi mi conosce sa bene che, in ambito letterario, il mio interesse va in primo luogo alla narrativa, e infatti sono proprio i romanzi di Tiziano ad aver sollecitato i miei interventi, ma un altro mio settore di attività, il “laboratorio di nuove scritture” detto ora Ricercabo, in quanto esercitato a Bologna, mi spinge a occuparmi dei lavori di poesia per la buona ragione che da questa provengono i più raffinati ed estrosi prodotti proprio “di nuove scritture”, mentre la narrativa appare più lenta nelle sue mosse. Quello che tradizionalmente si direbbe il territorio della poesia è, forse per la sua innata leggerezza, più mobile e irrequieto, gli elementi verbali sono pronti a frantumarsi, a disseminarsi sulla pagina, e anche a saltarne fuori aggredendo le dimensioni del suono, dell’immagine, del comportamento. Soprattutto, vige per la poesia il criterio dominante della brevità, o diciamo della sintesi, laddove la prosa è per sua natura affidata alla lunghezza, a uno spirito analitico. Altre volte mi sono valso di una similitudine presa dalla strategia bellica, soprattutto di specie navale. I romanzi sono le corazzate, le ammiraglie, i maxi-trasporti, laddove le prove poetiche sono i mas, le imbarcazioni fragili, agili da manovrare. Questo lungo prologo per dire che lo Scarpa in versione poetica viaggia a grande distanza dai raffinati frequentatori delle rive della poesia, niente a che fare neppure con un Marco Giovenale e con i suoi sodali, quando pure simulano di avvicinarsi all’avversario parlando di una “prosa in prosa”. Dopotutto, anche Scarpa, nel voltare pagina, può rifarsi a un classico del continente lirico, il baudelairiano “petit poème en prose”, che non per nulla, affrontato dal grande Charles, si apre proprio con un elogio delle nuvole. Non so se di ciò ci sia stata memoria espressa nel nostro autore, che nell’affrontare il territorio non familiare della poesia potrebbe aver pensato di iniziare proprio nel nome di quella tradizionale vacuità, leggerezza, inconsistenza spettante alla controparte. Ci sta bene insomma una invocazione alla “nifologia”, come si direbbe con termine in punta di penna, invocato pure da un narratore di successo come Tabucchi, del resto trovatosi a vivere in perenne fuga dai gravosi impegni narratologici. Invece Scarpa è narratore pesante, incardinato nella prosa più densa, grezza, materiale, e dunque ci sta bene che la futilità nifologica venga subito contrastata, sempre nel titolo, dalla comparsa dei “soldi”, cioè della componente più pesante e sporca che compare nella nostra vita di relazione. In effetti, i temi di queste liriche, a volerli estrarre, altro non sono che un condensato di tutti i motivi forti, aggressivi, tenebrosi che l’autore perlustra proprio nei suoi romanzi, non c’è nessun cambio di tema, ma solo di pedale. Vale a dire che egli abbandona il metro analitico, scompositivo, per abbracciarne uno sintetico, riduttivo, volto a stringere, ad accorciare, a condensare, ma nel rispetto della stessa brutalità, nell’affrontare i temi scabrosi del sesso, dei rapporti con i genitori, e quant’altro compare nell’opera narrativa, ivi compreso un immanente senso di ironia, di humour, pronto anche ad assumere il colore del nero. Insomma, nel trasbordo dei temi dal continente prosa a quello della poesia, nessuno sconto, nessun alleggerimento, ma solo l’intervento, ora, del criterio della sintesi, della riduzione, quasi della condensazione. Voglio far notare a questo proposito una brillante soluzione che appare nelle pagine di questo volumetto, e che potrebbe sembrare una concessione, da parte di Tiziano, a qualche marchingegno formale di cui sono così fecondi i suoi compagni del versante poesia. Ci sono alcune di queste liriche in cui la pagina è riempita da un sottofondo di frasi assolutamente prosastiche, ripetute continuamente, a fare muro, ma dal loro tessuto neutro l’autore preleva, e sottolinea ricorrendo a caratteri in grassetto, alcune frasi, alcune verità scomode, urtanti, sconvolgenti, che emergono da quel grigiore, da quel ronzio di fondo. Qualcuno potrebbe pensare al ricorso a uno stratagemma degno della poesia visiva, o dei giochi tra il cancellare e il lasciar sopravvivere che è proprio di Emilio Isgrò, ma lungi da Scarpa l’intenzione di lavorare di fioretto, di risorse formali. È invece proprio l’affidarsi al nudo criterio della sintesi, al lasciar emergere nella maniera più nuda e diretta alcuni dati scabrosi, drammatici, perfino tragici dell’esistenza.
Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi. Einaudi, pp. 123, euro 11,50.

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Giorgino. un ritorno al tema letteratura e industria

Sono molto grato a Simone Giorgino che per ben tre volte, in anni successivi, si è prestato a presentare, alla Feltrinelli di Lecce, tre dei miei saggi usciti come in un “serial” presso Mursia, dedicati a vari aspetti della narrativa internazionale tra il moderno e il contemporaneo. Non è per un rito di scambio che ora mi impegno a mia volta sul suo saggio recente, “Poeti in rivolta”, dedicandogli uno scritto di cui certo non ha ragione di rallegrarsi, dato che esce in questa mia rubrica solitaria, in definitiva è come se gli inviassi una lettera del tutto privata e personale di commento a quanto da lui affrontato in pubblico, toccando un tema illustre, quale il rapporto tra la ricerca letteraria e i fattori “pesanti” della cultura materiale, il lavoro, l’industria. E’ stato un tema che ha assillato particolarmente la nostra critica proprio al tornante decisivo tra anni Cinquanta e Sessanta, quando l’Italia conobbe il grande mutamento, da una immersione nella civiltà contadina a un ingresso, con tutti i relativi disagi e problemi, nell’età industriale avanzata. Il quadro socio-economico che Giorgino traccia come sfondo della sua ricerca è corretto e puntuale, e così pure sono opportunamente scelti i protagonisti e testimoni di quella svolta epocale. Del resto, così facendo, il nostro critico ha aggiornato, rivisitato un dibattito illustre che allora si tenne sulla rivista letteraria più titolata dei quel momento, il “Menabò”, sotto l’autorevole guida di Elio Vittorini e di Italo Calvino, con un numero, nel 1961, dedicato per intero proprio a questo argomento, e uno successivo in cui veniva presa in esame la reazione che ai nuovi orizzonti sociali stava fornendo proprio il fenomeno di cui io stesso ero protagonista, la neoavanguardia del Gruppo 63. A questo proposito non posso che confermare la mia adesione a un saggio fondamentale affidato da Umberto Eco alla seconda di quelle puntate, e provvisto di un titolo che ne è già anche il riassunto nel modo più chiaro: “Del modo di formare come impegno sulla realtà”. Era un Eco allora in gran forma, da vero e proprio nostro fratello maggiore, come allora eravamo tutti pronti a riconoscergli. Ma poi sono venuti da parte sua le delusioni, i tradimenti, i giri di walzer che io personalmente non gli ho perdonato. Lui, paladino del concetto di “opera aperta”, di lì a poco si sarebbe tuffato nell’impresa asfissiante, chiusa al massimo, della semiotica. E da ottimo esegeta dell’opera più avanzata dello sperimentalismo del primo Novecento, il “Finnegans Wake” di Joyce, si sarebbe dato a stendere quei romanzacci di intreccio, di avventure che tentavano di rubare il mestiere a Dan Brown, senza peraltro riuscirvi. Invece, in quel saggio magistrale, egli imboccava la via giusta di affrontare il problema, che non sta, per valerci di una felice similitudine fornita proprio da Vittorini, nel “suonare il piffero alla rivoluzione”, ovvero i poeti e narratori non devono impadronirsi dei nuovi temi, propositi, lieviti di rivolta eccetera, condendoli in bella forma, rendendoli appetitosi. La via maestra, anche se non mi pare che Eco ne fosse del tutto consapevole, stava nel seguire la via imboccata dal sociologo francese Lucien Goldman: la letteratura, o in genere l’attività artistica di ricerca, non deve essere succube dei contenuti, ma impostare degli schemi d’azione innovativi, in profonda corrispondenza (omologia) con le nuove strutture e tendenze che la realtà stessa, nella sua materialità sta seguendo. Il nostro obiettivo polemico, in quella stagione, era Pier Paolo Pasolini, perfetto nell’enunciare nella sua poesia tutti i temi sociali del giorno, ma col limite di “dirli” in forma “chiusa”, con lessico e metrica di impeccabile impronta classica. Mentre al contrario occorreva che la poesia acquisisse lo stesso ritmo sussultante, dinamico, di coinvolgimento immediato di cui si dotavano nello stesso momento anche i meccanismi produttivi. Insomma, la stessa azione doveva battere all’unisono nella prassi materiale e nella contemporanea produzione artistico-poetica, senza intercapedine, senza la fatale distanza e separazione che potrebbero dividere la cosa e la sua immagine riportata. Ecco perché la poesia “novissima” era fondamentalmente asintattica, praticava un collage immediato di oggetti linguistici brutalmente accostati, senza margini, in luogo delle ben lubrificata sintassi, con tutte le congiunzioni e preposizioni al posto giusto, di cui Pasolini non sapeva né voleva privarsi. Tra le poesie indagate da Giorgino ci sono pure quelle di Pagliarani, e beninteso anche nel suo caso vale la “presa diretta”, nel narrare le tristi vicende della “Ragazza Carla” egli passa al riporto “tale e quale” di frasi fatte, simili a stereotipi, proprio come in un collage, o meglio in un décollage, come quelli che stava fabbricando in ambito visivo Mimmo Rotella. Anche se, lo ammetto, il riporto del “tale e quale” nel caso di Pagliarani era pure accompagnato da un po’ di solvente, il che gli permetteva di essere l’eternamente salvato tra i “Novissimi”, da tutti i nostalgici delle buone maniere, mentre i “cattivi”, i reprobi, erano Sanguineti e Balestrini, proprio per l’assoluta mancanza di interstizi nel loro muro oggettuale. Infine vorrei menzionare un caso che però non entra tra gli esempi di Giorgino, quello fornito da Paolo Volponi, non tanto come poeta quanto come narratore. Poteva sembrare un caso tipico, una dimostrazione probante del disagio che il lavoro industriale causa alla nostra psicologia, se pensiamo all’alienazione di cui dà prova Albino Saluggia, stendendo il suo “Memoriale”, che pare proprio essere il puntuale referto dei guai che il lavoro in fabbrica provoca su un uomo qualunque. Sennonché Volponi ha proceduto a rifiutare poco dopo questo solido ancoraggio contenutistico, scegliendo un protagonista lontano dal mondo della fabbrica, anzi, tuffato in un pigro sfondo agricolo, come quello delle colline marchigiane, assunto come terreno d’elezione della “Macchina mondiale”. Non c’è più il pretesto del male prodotto da iniqui sistemi sociali, l’essere umano è solo con se stesso, a indagare sulla propria ansia esistenziale. E’ un rifugio nell’individualismo, nell’eccezione? No, perché quel personaggio davvero “in rivolta”, senza evidenti provocazioni esterne, corrisponde alla nostra umanità che corre in avanti, magari verso le prospettive di liberazione, di vita sottratta alle cure, a realizzare il villaggio globale, il “tutti in rete”, che verranno buoni con la svolta del ’68. Ma mi rendo conto che sto prevaricando sulle intenzioni di questo saggio, però è anche l’invito al nostro Giorgino perché voglia mettere in cantiere al più presto un seguito, intitolato non più all’industria, ma alla post-industria, alle modalità di vivere e di fare arte dei nostri giorni.
Simone Giorgino, Poeti in rivolta. Lavoro e industria nella poesia italiana contemporanea, Edizioni Sinestesie, pp. 174, euro 15.

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Per Alida Valli

Un tentativo di furto in uno studio che mi serve da deposito di libri e da laboratorio per il mio ritorno alla pittura mi ha obbligato a rientrare in fretta e furia in una Bologna deserta, con tutto chiuso, a patire il caldo, e a tentare una misera consolazione aggrappandomi allo zapping televisivo, funestato dal fatto che i vari Commissari Cordier e Ispettori Barnaby insistono a riproporsi in repliche senza fine. Ma fra tanta noia, mi ha risollevato il morale la programmazione del classico di Hitchcock, “Il caso Paradine”, del 1947, già visto in passato, ma quando si tratta di capolavori, “repetita iuvant”, soprattutto quando un film è dominato dalla radiosa epifania di una grande attrice come Alida Valli. Ebbene, sì, lo confesso, mi sono innamorato di lei, del suo fascino freddo e misterioso, come nel film avviene all’avvocato che tenta di assumerne la difesa, impersonato da un giusto Gregory Peck, perché molto umano e titubante, e d’improvviso colpito dalla sindrome di cui io sono stato lontano e misero epigono. Alida Valli è stata di gran lunga, in tutto il secondo Novecento, la nostra attrice più forte, più dotata, capace di sfidare le dive più memorabili dell’intero cast internazionale. Naturalmente, avendo deciso di parlarne in questa mia solitaria rubrica, in cui diviene possibile confessare perfino un innamoramento così balordo e fuori tempo, sono andato a consultare l’enciclopedia portatile di cui tutti oggi disponiamo, wikipedia, apprendendo che per quella parte il produttore Selznick aveva pensato addirittura a Greta Garbo, trovandola però indisponibile per precedenti impegni. Perfetto, la nostra Valli merita di essere considerata a tutti gli effetti una degna erede della divina Garbo. Allo stesso modo per la parte dell’avvocato difensore il produttore Selznick aveva puntato in alto, pensando a Lawrence Olivier, ma anche il grande attore inglese era risultato impegnato altrove, il che è stata una fortuna, un attore marmoreo come lui avrebbe reso difficile il ruolo di trepido amante, assunto invece dal più dubbioso e incerto Peck. Ma lei è sublime, murata in una corazza di nobiltà, acquisita malgrado la bassa provenienza sociale, decisa a difendere coi denti la sua privacy, e l’amore disperato che l’aveva avvinta al giovane attendente del marito, parte sostenuta molto bene da Louis Jourdan. Nessun tremore, nessun dubbio in lei, ma un atteggiamento di sfida totale contro tutto e tutti, con la maschera della gran dama, conquistata attraverso anni di sacrificio alle costole di un marito anziano e cieco, tollerato come “pis aller”, con l’unico sollievo dell’avventura erotica col bell’attendente. In questo dramma si respira la stessa aria di mali estremi, di sorti sull’orlo del baratro che si trova nel capolavoro di Emily Bronte, “Cime tempestose”. La grande signora fissa i paletti per la propria difesa che il suo patrocinatore non dovrà superare: non coinvolgere, non gettare il sospetto sul giovane. Ma il difensore non può fare altro, inducendo il malcapitato, affranto dalla coscienza di aver tradito il suo signore, a commettere suicidio. Viene così meno l’ancora di salvezza, la via di fuga che la signora Paradine sperava di essersi costruita, non le resta che assumere un ruolo tragico, ammettere il delitto e andare impavida verso la forca.
La grandezza di Alida Valli si misura anche da questo destino, ripreso in altri film celebri, di non chiedere per sé grazia, perdono, compassione, ma di procedere solitaria, orgogliosa, fino al termine della notte. E’ quanto avviene in un altro capolavoro, “Il terzo uomo”, il film del regista Carol Reed, in cui a dire il vero compare un degno comprimario di lei, un Orson Welles che sa essere superbo campione del male assoluto, spingendosi fino a una morte spettacolare, da autentico dannato che trova nelle fogne il suo inferno. In questo caso la donna è indenne da colpe particolari, ma non vuole compensi, misericordia, comprensione, intraprende ancora una volta un orgoglioso viaggio verso il nulla che ne esalta la forza espressiva.
Nell’occasione non posso non menzionare un terzo capolavoro, “Senso” di Visconti, del 1954, che curiosamente ha tanti punti di contatto col Caso Paradine. Anche là c’è una dama di alta caratura, che però cede a un amore di bassa lega, da cui è spinta a commettere ogni possibile crimine. In questo caso, non c’è punizione per il personaggio interpretato dalla Valli, se non l’affondare nell’abiezione, nel pentimento per le orrende azioni cui si è data. Senza dubbio buoni studiosi di storia del cinema saprebbero menzionare tanti altri titoli di merito della nostra attrice, a me basta emettere questo curioso, solitario, risibile grido d’amore a distanza.

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Piersanti, vani tentativi di evasione

Non ho molta dimestichezza col mondo di Claudio Piersanti, che pure ha al suo attivo una decina di romanzi. Forse mi sono misurato direttamente solo sul suo “Luisa e il silenzio”, del lontano 1997. Riprendo ora il contatto con l’appena uscita “Forza di gravità”, eppure mi pare di intravedere in lui un tratto ricorrente. I suoi personaggi patiscono di una situazione concentrazionaria, se ne stanno racchiusi in stanze, da cui anelano di saltar fuori, ma questo loro giusto impeto, che risponde a una delle migliori istanze di tutta la contemporaneità, l’ansia di fuggire, di cercare uno stato libero e nomadico, viene sempre frustrato. Ovvero i protagonisti, appena usciti da una prigione, ricadono in un’altra. Il tutto è certo segno di una autenticità di ispirazione, ma anche di un limite, di una tensione a evadere, a liberarsi che non riesce mai raggiungere un buon fine. Andiamo a vedere il caso presente. Protagonista principale è Serena, una diciottenne prigioniera appunto del suo pur confortevole appartamento, dipendente da una zia che le tiene il posto della madre, troppo presto scomparsa, e anche di un genitore praticamente assente, incapace di esercitare il suo ruolo. Serena, in definitiva, si adatta molto bene a quella condizione di prigionia protetta, ha una condotta improntata ad ogni possibile correttezza, aspira a fare buoni studi, a distinguersi nella vita professionale, a costo di sacrificare le valenze sessuali, ignora quasi l’amore, finché non incontra un’anima gemella, tale Ottavio Celeste, che la sfiora con un bacio, ma se ne sta pure lui racchiuso in un’altra scatola. E in definitiva la preoccupazione principale di Serena è di rendersi utile a un’altra presenza, pure quella segregata, in stato concentrazionario esattamente come lei. Si tratta del personaggio detto il Professore, abitante in un appartamento adiacente, che a sua volta è prigioniero delle sue ripicche, manie, fobie, da cui si sente indotto a tenere l’intero mondo ”in gran dispitto”, progettando una protesta di carattere forse un po’ troppo singolare e inusitato. Infatti costruisce, coi suoi pochi mezzi, addirittura un modello di ghigliottina, rivolto a punire qualsivoglia rappresentante del potere costituito che intenda riportarlo all’ordine. In sostanza, il verdetto dei benpensanti è che il Professore sia uno psicopatico, bisognoso di internamento, di reclusione in clinica, come infatti tentano di fare due infermieri. Ma mal gliene incoglie, dato che il Professore è ben lieto di far intervenire contro di loro proprio la ghigliottina progettata a questo scopo, mozzando all’uno una mano, e infliggendo all’altro una ferita quasi mortale. Col che è costretto a darsi alla fuga, ma qui si verifica la strana sindrome di cui si ho già detto. Chissà, forse il romanzo doveva finire qui, quando il Professore intraprende il suo sconclusionato e folle “viaggio al termine della notte”. Ma no, l’autore a quanto pare non sopporta il vuoto, la libertà totale, e dunque il nostro protestatario in realtà approda a un nuovo luogo confortevole, trova chi lo ospita, i rischi della legge che egli ha offeso gravemente sembrano non avere effetto nel suo caso, come se l’avventura cruenta da lui provocata nella stanza di partenza fosse stata appena uno scherzo. Naturalmente la nostra anima bella, la nostra crocerossina veglia su di lui per rendergli la fuga agevole e propizia. Ma a lungo andare anche la sua stessa condizione si sta logorando, la vita in ospedale cui approda dopo studi, compiuti con la diligenza che le è propria, a un certo punto non la soddisfa più, e dunque anche lei sente di dover partecipare a quella fuga da ogni ordine stabilito cui si è già dato il suo protetto. Ma, si potrebbe concludere, questi estremi tentativi di “straniamento”, di liberazione da ogni ceppo, in entrambi i personaggi restano fuori campo, la maggior parte delle pagine del romanzo sono piene dei loro successivi stati di imprigionamento, quello che si disegna è un continuo passaggio da una gabbia all’altra, anche se sostenuto con perizia e abbondanza di dettagli.
Claudio Piersanti, La forza di gravità. Feltrinelli, pp. 297, euro 18.

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Cotroneo, un Caravaggio alquanto conformista

Ho avuto in passato buoni rapporti con Roberto Cotroneo, quando, negli anni ’80 e ’90, collaboravo all”Espresso” e lo avevo come caposervizio alla cultura, credo con stima reciproca. Poi un brutto giorno un direttore di passaggio ci licenziò entrambi, ma Cotroneo è caduto in piedi perché è divenuto magna pars all’università Luiss. Una volta andato in pensione, mi ero rivolto a lui per ottenere, come fanno tanti pensionati, un posticino supplementare. In apparenza accolse cordialmente quella mia richiesta in ricordo della ormai lontana collaborazione, ma a quanto mi risulta una sua caratteristica è di dare appuntamenti che poi non onora con la sua presenza. La cosa si è ripetuta di recente al nostro Istituto di cultura di Bruxelles il cui direttore, due anni fa, aveva deciso di organizzare un incontro in ricordo di Pier Vittorio Tondelli, e Cotroneo doveva essere accanto a me nella celebrazione, ma anche in quell’occasione si è dileguato nel nulla. Ora ricevo un suo saggio, “L’invenzione di Caravaggio”, di cui vado a dire maluccio, ma certo per non vendicarmi di quei mancati appuntamenti, sarebbe meschino da parte mia. Il saggio ha senza dubbio un merito, quello di ricordare uno dei titoli di grandezza di Roberto Longhi, il rilancio delle fortune del Caravaggio che, allorché Longhi si mise al lavoro, agli inizi del secolo scorso, erano alquanto impallidite. In una serie continua e coerente di interventi il critico piemontese-fiorentino ne ha rialzato i titoli, come senza dubbio era giusto, ma forse superando il segno, fino a creare una sorta di Caravaggio-mania che si è estesa a macchia d’olio, e appunto il contributo ossequioso di Cotroneo ne è uno dei molti risultati. Ma in proposito devo ricordare un mio ostinato cavallo di battaglia, la distinzione tra il moderno e il contemporaneo, intendendo col primo, in accordo coi manuali, l’arte che va dal Cinquecento a buona parte dell’Ottocento, di cui il realismo di Caravaggio è senza dubbio una struttura portante, ma occorre precisare che seguendo quella pista si arriva a Courbet e agli Impressionisti, e non oltre. L’arte caravaggesca, in tutto il contemporaneo, è inattuale, nessuno dei suoi protagonisti tra fine Ottocento e Novecento ha saputo che farsene di lui, anzi, ha dovuto allontanarsene. Del resto i conti tornano, dato che Longhi è stato un nemico del contemporaneo, pur dopo una brillante partenza giovanile in cui aveva riconosciuto i meriti di Boccioni. In seguito ha pronunciato qualche bestemmia contro i punti di forza del contemporaneo, per esempio in lode di un realista della Scuola romana anni Trenta ha asserito che per sua fortuna non sarebbe mai annegato in quelle piatte risaie con pochi pollici d’acqua in cui è naufragato Mondrian. E quando negli anni Cinquanta ha avuto in mano una rubrica giornalistica importante, l’ha sì condivisa con Francesco Arcangeli, tra i suoi migliori allievi, ma sbuffando di intolleranza quando l’altro celebrava, a parer suo con troppa insistenza, le lodi di Pollock. Ritornando in territorio caravaggesco, dove senza dubbio sono forti i meriti longhiani, ho pure più volte dovuto controbattere alla sua ipotesi centrale di una derivazione del Merisi dal Cinquecento lombardo, scambiando appunto per incunaboli di realismo “moderno” quanto invece, da parte del Lotto, e poi del Savoldo, del Moretto e di altri, era solo una derivazione dal capostipite del Rinascimento nordico, Albrecht Duerer: quel pilastro contro cui invece il Longhi non si è trattenuto dal borbottare riserve e dubbi. E poi, se nella Lombardia tra i due secoli ci fosse stata una cultura così fertile in termini di realismo-naturalismo, come mai, andato via proprio Caravaggio, di questo clima sono rimaste ben poche tracce? Il Seicento non è affatto un secolo prodigioso, in terra lombarda, mentre tutto si sposta su Roma, davvero in quel momento “caput mundi”. E ancora, proprio attorno al primo approdare del Merisi nell’Urbe, persiste un fitto mistero. Da dove gli è venuto quel miracoloso e meraviglioso iper-realismo “in chiaro”, di meticolosa consistenza nelle carni e negli abiti? Questa è una partita ancora tutta da giocare, e il retaggio lombardo vale molto poco a spiegarla.
Beninteso di tutta questa problematica non ci sono tracce nel saggio di Cotroneo, che procede tranquillo e sicuro per le vie dell’elogio acritico. in linea con l’opinione corrente e dominante. Questo essere “in”, nel fiume del consenso, gli consente di essere apprezzato e riverito, mentre io procedo per le mia via scomoda e solitaria, con ben pochi riconoscimenti di qualsiasi tipo.
Roberto Cotroneo, L’invenzione di Caravaggio, UTET, pp. 131, euro 18.

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Letteratura

Blanchot, un muro di incomunicabilità

Quando Luciano Anceschi è morto, nel 1995, ha lasciato la sua cosa più preziosa, la rivista “il Verri”, come era giusto che fosse, all’unico figlio Giovanni, persona del tutto degna, ma specializzato in opere plastiche e in interventi nel ramo architettura-design in cui ha conseguito titoli di assoluta eccellenza. Ma la letteratura, che era invece la vocazione principale del padre, non è mai stata al centro dei suoi interessi. Non so se Anceschi avesse previsto che su questo fronte avrebbe ampiamente rimediato la nuora, e moglie di Giovanni, Milli Graffi, dotata di ottime qualità di poetessa e anche di critico, ma naturalmente, e giustamente, è pure in possesso di proprie idee, con connessa attitudine a sostenerle in modo grintoso e intollerante. Per un verso credo che si debba a lei, in gran parte, se “il Verri” ha continuato a vivere da allora ad oggi, sfornando numeri monografici di sicura intelligenza e attualità, ma anche seminando qualche vittima sulla sua strada, E tra queste, in primis c’è stato proprio lo scrivente, assieme a una personalità ben più ragguardevole, Nanni Balestrini, che del “Verri” anceschiano era stato a lungo l’artefice principale, accanto al padre spirituale e maestro. In un primo tempo, convinti della necessità che gli eredi del patrimonio anceschiano si dovessero stringere a coorte dopo la sua scomparsa, anche noi due andavamo alle riunioni nell’appartamento privato di Giovanni e Milly, nella milanese via Bramante, contribuendo anche alla ricerca, peraltro senza esito, di un editore del nuovo ciclo della rivista. Ma poi ci siamo allontanati, o quanto meno parlo per me stesso, in quanto con la Graffi il dialogo era impossibile, e non per disistima sulla sua attività poetica, io l’avevo inserita in un’antologia cui avevo affidato uno dei miei rari interventi in campo poetico, un “Viaggio al termine della parola”, dei primi anni ‘80, in cui avanzavo delle ipotesi su come il lavoro poetico potesse sopravvivere nei tempi nuovi. Ma in quel momento, anni ’90, ci trovavamo, Nanni e io, a sostenere i poeti del Gruppo 93, eredi del nostro 63, con Tommaso Ottonieri in testa e tanti altri bei talenti. Lo stesso avveniva anche su fronte della narrativa, che viceversa in passato era stato così esoso di buoni frutti per la neo-avanguardia. Il nostro impegno degli anni ’90 era tutto rivolto agli incontri di Reggio Emilia, RicercaRE, da cui stava emergendo una straordinaria ondata di nuovo narratori. Ma la Graffi aveva messo una sbarra proprio all’altezza dei “suoi” anni ’80, negando diritto di cittadinanza a quanto stava venendo fuori in seguito. Tanta pervicace negazione mi costrinse alla rinuncia, e dunque il mio nome non compare in alcun organo del nuovo “Verri”, il che mi pare valga anche nel caso di Balestrini, anche se la rivista non ha mancato di dedicargli un numero monografico.
Questa mia mancanza di consenso al clima stabilitosi attorno alla nuova serie del “Verri”, cui pure per decenni mi ero sentito legato come da un cordone ombelicale, avrebbe trovato conferma, se fossi rimasto in un qualche comitato interno, a proposito del numero monografico ora rivolto a Maurice Blanchot. Io, da anziano negli studi, sono essenzialmente francofono, ho preso il latte, in sequenza, da Bergson, Sartre, Merleau-Ponty, ed è perfino troppo nota la mia monomania a favore di Robbe-Grillet e del Nouveau Roman. Questo per ricordare che c’è almeno una metà, o un tre quarti del mondo francese in cui mi riconosco. Ma c’è pure un’altra parte che non comprendo, non riesco letteralmente a leggere. In questa schiera primeggia proprio il per me incomprensibile Blanchot, accanto ad altri grossi nomi, come Georges Bataille, fino a includere un Lacan, e buona parte dei nouveax philosophes. Nell’occasione ho tentato di rileggere qualche brano della prosa ermetica blanchottiana, ma con lo stesso esito, di sentirmi respinto, come da un muro di squistezza fine a se stessa, di ghirigori dell’incomunicabilità, come la beffa di qualcuno che oppone una parete cristallina, senza appigli a chi, pur mosso da un pizzico di buona volontà, vorrebbe tentare punti di approdo. Lascio l’esegesi di questo artefice di un muro di “non recevoir” a Stefano Agosti, che invece è uno specialista nell’affrontare percorsi impervi, come per esempio quelli eretti da Stéphan Mallarmé. Chi si vuole divertire, vada a leggere il “mio” Mallarmé, affidato al saggio Mursia sul Simbolismo in Europa, in cui vado a scoprire in lui certi versi giovanili di facile cantabilità, o l’arte estrema dei biglietti d’invito alle sue serate, che mandava ad amici e colleghi, splendide prove in anticipo sulla poesia concreta dei nostri giorni. In conclusione, è giusto che io resti fuori dalla attuale redazione del “Verri” e che ne venga ignorato.

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Laura Pugno: un bosco avvolto nel mistero

Seguo con una certa fedeltà le prove narrative di Laura Pugno, ma purtroppo mi trovo a dover ripetere un discorso che passa attraverso un percorso anch’esso fedele e ripetuto. Parto riconoscendo il valore di “Sirene”, un’opera del 2007 che costituisce un capolavor, nel filone poco frequentato dai nostri narratori, della fantascineza o meglio dello horror. E’ un esito che resterà, io stesso, se mai dovessi stendere una cronistoria della narrativa “millennial” gli darei tutto il risalto che merita. Ma le prestazioni successive mi sono sembrate avviate lungo una parabola discendente. Il loro difetto comune è di ridurre via via ìl quoziente di fuoriuscita da un andamento naturale-verosimile, lasciandosene invece riassorbire, forse per difetto di invenzione. O al contrario, e proprio a compenso di questo deficit, si ha il ricorso a fattori di arcano o di “meraviglioso” abbastanza scontati e risaputi. Ancora valido “Quando verrai”, dove il fattore aberrante stava in certe macchie della pelle che colpivano alcuni esseri, conferendo loro un segno di elezione o di dannazione. In “Antartide” la Pugno ha visitato una sindrome abbastanza frequentata ai nostri giorni, la tematica della buona morte, che oggi molti anziani affidano a qualche “terminator” o “acabador”, pagando congrui tributi per ottenere una eutanasia vietata dalle leggi correnti. Ma già “La ragazza selvaggia” andava maluccio, col tema frusto delle gemelle, cioè in sostanza di uno sdoppiamento, tra un’anima intelligente, civile, e un’altra invece rimasta allo stato selvaggio, quasi con rivisitazione della favola kiplinghiana di Mowgli, dell’uomo-ranocchio. Con questo recente “La metà di bosco” mi pare che la nostra Pugno tocchi il fondo, le consiglerei di sostare per qualche tempo per ricaricare le batterie e trovare invenzioni di trama più degne del suo curriculum. Protagonista, per modo di dire, data una sua incertezza e incongruenza di fondo, è tale Salvo Calvi, che si dice in preda a un esaurimento e a una conseguente insonnia, da cui però guarisce in seguito misteriosamente, forse per il fatto di recarsi, tra la vacanza e il soggiorno terapeutico, in un’isola greca, Haiki, pare davvero esistente. Là trova una vita delle origini, patriarcale, primitiva, anche perché trova ad accudirlo una matrona che sembra racchiudere in sé tutta la saggezza popolare insita in quelle isole. La matura signora si chiama Magdalini e risulta essere molto legata a un figlio adolescente, Nikos. Curiosamente, si realizza una coabitazione tra il nostro vacanziere in cerca di guarigione e quel giovanotto, costretti a vivere fianco a fianco, ma nei modi parchi e rozzi che si addicono a quell’esistenza patriarcale. Del resto Nikos ha, come giusto, una sua vita particolare, riempita dall’amore per una giovane, Cora, con cui progetta una fuga sentimentale, o esilio, o luna di miele, su un isolotto vicino alla sede principale del racconto, Krev. Questo è appena uno scoglio, occupato dalla “metà di bosco” annunciata nel titolo. Da questo momento hanno inizio le varie “rivisitazioni” non troppo ingegnose e felici cui la Nostra si dà con insistenza. Intanto, quella capatina su un’isola confinante sa tanto di naufragio alla Robinson Crusoe, o meglio, funziona come luogo arcano adatto a consumarvi orge e riti strani. Infatti l’episodio centrale dell’intera storia sta nella scomparsa di Cora, un po’ alla maniera di quanto succede nell’”Avventura” di Antonioni, o in “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir, un film dominato anch’esso dalla scomparsa di una persona. Forse la Pugno avrebbe dovuto avere il coraggio di comportarsi allo stesso modo, di far sparire ogni traccia di Cora lasciandola avvolta nel mistero, ma invece, dopo faticose ricerche, ne fa ritrovare il cadavere. E si accenna perfino a una soluzione banale-verosimile, che cioè l’isola sia il rifugio di una schiera di contrabbandieri, indotti a eliminare una testimone pericolosa. Naturalmente basterebbe che Nikos “parlasse”, dicesse che cosa è successo davvero alla compagna del cuore, ma lui tace, favorendo così la soluzione del silenzio e della scomparsa misteriosa. Ma non del tutto, dato che poi Cora ritorna in spirito, come fantasma, e questa davvero risulta essere la carta più trita giocata dalla autrice. Molto ambigua anche la presenza, a dominare tutti gli eventi che si compiono in quelle terre, di uno strano padre-padrone, tale Hektor Neumann, non si capisce bene se nella parte di eudemone, propiziatore, o di cacodemone, di potenza ostile. Il guaio è che proprio la Pugno in definitiva è indecisa su quale ruolo far giocare a questi suoi vari personaggi.
Laura Pugno, La metà di bosco, Marsilio, pp. 139, euro 16.

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Morante: brividi non immorali, ma esistenziali

Credo di essere stato uno dei primi a vedere Laura Morante in azione come attrice. La cosa avvenne abbastanza casualmente negli anni ’80, quando mi trovai inserito nel comitato tecnico della serie televisiva “La parola e l’immagine” diretta da Bruno Modugno, nipote, se ben ricordo, del grande Domenico. Per quella serie proposi, tra l’altro, un incontro dedicato al poeta Antonio Porta (Leo Paolazzi), quando era ancora in vita, e lui, abituato a scendere di frequente a Roma dalla Milano in cui viveva, scelse di essere intervistato in una villa di suoi conoscenti nei pressi dell’Urbe, chiedendo che a intervistarlo, o a recitare le sue poesie, su un canovaccio apprestato da me, fosse appunto Laura Morante, allora ai primi passi, accolta con viva curiosità da parte mia per la sua discendenza dalla ben nota Elsa, di cui ammiravo pienamente il capolavoro anteguerra “Menzogna e sortilegio”. Laura mi apparve già allora con un che di fragile, di quasi anoressico, timida e tenace nello stesso tempo. Le qualità che poi ha sviluppato fino al successo che ormai ha conseguito nel cinema e nella televisione, per cui certo non ha alcun ricordo di quel lontano precedente. Ora, come tanti che hanno conseguito una sicura fama in qualche campo, si vuole concedere pure un riconoscimento letterario. Un tempo per ottenerlo si puntava alla raccolta di poesie, oggi giornalisti, uomini politici e di spettacolo pretendono la consacrazione nel più prestigioso genere narrativo. Così ha fatto pure la Nostra con una serie di racconti all’insegna, a mio avviso non troppo pertinente, di “Brividi immorali”. Sono testi che almeno un pregio lo hanno, ai miei occhi, di rispondere da vicino all’identikit della persona, sia a livello personale, vorrei dire perfino biologico, fisiologico, sia a livello attoriale. Sono condotti cioè in modi leggeri, esili, “magri”, evitando i gonfiori eccessivi cui invece oggi si concedono molti narratori patentati, alla caccia di vittorie nei concorsi letterari. Tanta fragilità deriva senza dubbio da un tratto negativo, dalla varietà di queste novelle, che saggiano una vasta gamma di tematiche. Alcune, diciamolo pure, sono improntate a quel ritorno in scena di una “commedia all’italiana” in cui incorrono oggi tanti autori più patentati di Laura, per esempio Cristina Comencini. Sia il primo racconto, “La mia amica Giovanna”, sia una degli ultimi, “Colpo di coda”, mettono in scena i vari equivoci di cui ai nostri tempi sono dominati tanti ménages, coniugali e no, con gelosie, tradimenti, esiti impensati, anche di impatto comico, come succede proprio nel secondo di questi racconti in cui un protagonista, Fabio, stanco della partner, Elena, non ha il coraggio di dirglielo, rimanda di ora in ora lo show down, ma poi scopre che la compagna, più risoluta, lo ha preceduto abbandonando decisamente il loro nido d’amore. Forse in queste vicende sta il tocco di “immoralità” vantato nel titolo, ma è quella incostanza di affetti, quasi obbligatoria, a cui tutti al giorno d’oggi sacrifichiamo. Però, a rendere più vibrante un tale clima in sé alquanto prevedibile, ci sono interventi in cui per fortuna riemergono la magrezza psichica, e quasi l’infantilismo, della scrittrice. Lei in merito ci parla di “interludi”, e addirittura allega alle novelle degli spartiti musicali, su cui non sono in grado di esprimermi, in quanto non so leggere la musica. Ma certo la tela un po’ troppo sicura nei casi sopra indicati, a volte si interrompe, dà luogo a momenti di sospensione, vogliamo evocare in proposito il termine magico di epifanie? Vorrei riportare una frase colta a volo, a p. 228, dove si dice che “… le cose sono ovunque, come le farfalle”, e dunque, dobbiamo comportarci in modi perplessi, esitanti, insicuri. Come pare che faccia la scrittrice, se per la strada esita a superare una vecchietta, stanca nel suo incedere, vittima del male di vivere. Da cui è colpita anche la Susanna che abita “In famiglia”, ma, vittima di autismo, si barrica nella sua stanza, rende difficili i rapporti coi genitori. C’è poi la storia di tre adolescenti che, oltre ai guai comuni propri dell’”età ingrata”, devono pure tutelare la vita delle cucciolate di gattini che il custode di casa è solito annegare, invece loro si mobilitano per salvare quelle povere esistenze. E’ un tentativo di reagire contro le nequizie del mondo degli adulti che avanza implacabile. In definitiva, la nostra Morante si comporta come quel suo personaggio che dichiara di essere affetto da “Tristezza per una zucchina”, di cui insegue la sorte quanto mai precaria, di povero prodotto ortofrutticolo abbandonato in un bidone della spazzatura. Insomma, se la Nostra vorrà tornare all’attacco anche in veste di narratrice, cosa che senza dubbio farà, oltre a decidere tra le varie frecce al suo arco, dovrà rimanere fedele al suo identikit, di esistenza che resta adolescenziale, fragile e sospesa sia, credo, nella vita come nella professione.
Laura Morante, Brividi immorali, La nave di Teseo, pp. 232, euro 17.

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Faletti e l’ospite perturbante

Giorgio Faletti è scomparso troppo presto (1950-2002), ma ci ha lasciato un buon ricordo di sé, lo rimpiangiamo per quella sua faccia simpatica di persona ben vissuta, di adulto pieno di comprensione per il mestiere di vivere, come ha dimostrato fra l’altro nelle sue apparizioni di attore cinematografico. Ma in questa sede devo ricordare soprattutto il giallista cui si devono due forti successi, “Io uccido” e “Io sono Dio”, opere nelle quali ha ecceduto il plafond medio dei nostri giallisti, che in definitiva cadono in una routine prevedibile, invece le sue trame toccavano limiti di noir o di horror, quasi degni di uno Stephen King, che sappiamo essere misure e temperature molto rare presso di noi. Ora appaiono due suoi racconti, di cui l’uno, il secondo, “Per conto terzi”, non esce fuori da una certa media, come ci avverte già il titolo, che in fondo si rifà a una ben nota invenzione giù sfruttata dal grande Hitchcok, vale a dire la trovata del due compari desiderosi di vendicare i torti subiti incrociando i crimini, in modo che ciascuno di loro risulti al di sopra di ogni sospetto. Protagonista di questo racconto è un balordo, un povero disgraziato infelice di aspetto, tanto da essere soprannominato il Bradipo, costretto a poter godere soltanto di qualche amore venale pagato a caro prezzo, e dunque deve procurarsene i soldi con piccoli reati di delinquenza spicciola, Ma, in fuga su auto dopo una di queste sue misere delinquenze, ha investito e ucciso in circostanze diverse due giovanotti, lasciando un ovvio strascico di dolore nei genitori, i quali decidono di coalizzarsi per far fuori questo tristo antieroe, simulando un suo suicidio per impiccagione, che rivela ben presto la vera sostanza del fatto, lasciando però il detective incaricato dell’indagine a grattarsi il capo per trovare la giusta strada che porti al vero colpevole. E’, se si vuole, un racconto ben costuito, ma in nessun modo fuori della media di tante storie che oggi ci vengono presentate, dove le morti pregresse, e tante volte proprio per incidenti d’auto, costituiscono i presupposti dei crimini che seguono a scatto ritardato.
Molto più saporito il primo episodio, “L’ospite d’onore”, anche se comincia in modo conforme, si potrebbe dire che c’è perfino una specie di autoritratto di Faletti stesso, sotto specie di un uomo di spettacolo, tale Walter Celi, colmo di successo, ma che al culmine della sua notorietà sparisce nel nulla, tanto che bisogna promuovere una spedizione di ricerca per andare a ritrovarlo. E anche lungo questo cammino per circa metà strada rimaniamo nell’ovvio. Infatti l’amico e collega che si incarica del ritrovamento scopre che il bellimbusto ha sedotto una sua giovane nipote lasciandola addirittura incinta. Col suo aiuto diventa quindi agevole ritrovarlo, in una clinica dove anche lui è stato ricoverato per incidente d’auto. Ma resta il mistero della scomparsa, dell’ uscita di scena.Ebbene, qui si piazza l’inserimento horror o noir o diabolico che dir si voglia. Infatti il Celi, fin troppo uomo navigato, rotto a tutte le astuzie e malizie, come ci sembra essere stato proprio lo stesso Faletti, ha incontrato all’improvviso un essere umano abbigliato in modo del tutto improbabile, gilet giallo, farfalla rossa, giacca scura, e soprattutto col vezzo di masticare un lecca-lecca. Diciamolo pure, questa è una incarnazione di Satana, che mi ricorda come il grande Fellini, nell’episodio da lui firmato di “Quattro passi nel delirio”, ha raffigurato a sua volta il diavolo, sotto forma di una fanciulla dal volto malizioso. Si sa che il modo giusto per chiamare in scena il Diavolo è di dargli un volto sorprendente, come non ce lo aspettiamo, fuori da ogni ordine prevedibile, niente di diabolico in modo troppo esplicito ed ostentato, ma qualcosa di scostante, di alieno, che però proprio per questo esercita una efficace azione deterrente. Il Celi, spaventato a morte, ha rinunciato dopo quell’apparizione a ogni comparsa pubblica, mondana. Inoltre un simile effetto terrifico si diffonde a raggiera,
giunge a sfiorare lo stesso narratore del racconto, che chiude il suo resoconto confessando: “Adesso avevo paura”.
Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi stile libero, pp. 117, euro 13.

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