Letteratura

Una brillante collaborazione tra l’Italia e il Canada

Ricevo il n. 30/31 della rivista “Parole” (non trovo il carattere con cui dovrebbe essere indicata la lettera “o” secondo la grafia del Saussure). La storia di questo periodico è molto interessante, è stato fondato nel 1985 da Luciano Nanni, cui ho l’onore di aver affidato, negli ormai lontani anni ’70, l’insegnamento di estetica al corso DAMS, dove ha dato ottima prova di sé, riportando più volte la menzione di miglior docente tra tutti. Senza dubbio ha impresso al suo insegnamento, rispetto alla mia precedente conduzione, una svolta accentuata verso interessi logico-linguistici, di cui il termine adottato come sigla della sua creatura è un segno evidente. Ma poi, andato in pensione, Nanni ha cambiato pelle, lasciando cadere gli interessi teorici per darsi alla pratica dell’arte, ideando una tecnica particolare di sfruttamento degli effetti del gelo e della brina sui vetri, adottando per queste sue prove il vocabolo di “criografie”. E per meglio ribadire una simile metamorfosi ha adottato lo pseudonimo di Nanni Menetti. C’è in questo una qualche analogia col mio stesso percorso, dato che, andato in pensione, anch’io mi sono immerso in esercizi pittorici, senza però tralasciare la greppia della teoria, fedele all’immagine dell’Asino di Buridano che ho sempre dato, incerto da quale greppia alimentarsi. Data l’avvenuta trasformazione, Nanni Menetti ha lasciato la direzione di “Parole” affidandola a Antonio Bisaccia, docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari, il quale ha realizzato un interessante e inedito ponte transoceanico collegando la rivista, non genericamente all’America del Nord, ma con scelta esclusiva rivolta alla città di Toronto, e così ottenendo una cogestione tra studiosi italiani e colleghi canadesi. Di ciò l’attuale fascicolo è una buona risultante, essendo aperto da un ampio saggio di John Picchione, uno dei migliori italianisti non solo del Canada ma più in generale del Nord America, ben noto sia per gli studi sulla nostra neo-avanguardia, con particolare riferimento ad Antonio Porta, e anche sulla questione generale di come distinguere tra il “modernismo”, il termine che a mio avviso impropriamente i colleghi nordamericani hanno identificato con le avanguardie storiche, e il postmoderno. Recensendo un contributo di Picchione a una simile tematica, ho lodato molto le sue osservazioni critiche relative alla difficoltà di dare confini certi a quel “post”, dato che tanti dei caratteri che dovrebbero assicurarne la specificità si ritrovano già nel “modernismo” degli inizi di secolo. Questa volta Picchione si presenta con una lettura molto analitica della poesia di Guido Gozzano, di cui mette in luce molto bene i vari tratti che lo distinguono dai poeti precedenti, come la grande coppia Pascoli-D’Annunzio, che si erano limitati, come diceva un nostro comune maestro, Luciano Anceschi, a andare “verso” il Novecento senza superare una barriera residua. A dire il vero anche il verdetto finale di Picchione sul caso di Gozzano mi sembra che resti ancora alquanto sospeso, come se quel diaframma non fosse caduto del tutto. Questo matrimonio transoceanico è attestato soprattutto da un saggio, come sempre acuto e ultra-informato, di Bruce Elder, già docente all’Università Ryerson di Toronto, con tante affinità tra Bisaccia e me stesso, al punto che in una sua opera capitale di due anni fa, “Cubism and Futurism”, ci ha concesso l’onore di riportare sul retro alcune nostre frasi, considerandole in piena sintonia col suo pensiero. Che, come il mio, sposta indietro la nascita del postmoderno, e ne fa una cosa sola con l’affermarsi dell’elettromagnetismo, dalle prime intuizioni dei nostri Galvani e Volta su su agli sudi precisi di Maxwell, fino a pervenire alla maturazione completa dovuta a Einstein, e con tanti comprimari lungo questa strada illuminante. Il tutto sotto gli auspici del numero uno di Toronto, Marshall McLuhan, nostro comune mentore. Ci sono poi altri saggi, anche dello stesso Bisaccia, che esaminano l’approdo inevitabile di tutte le arti nel digitale, su cui in parte concordo, ma vorrei anche segnalare un mio recente contributo (“Una mappa delle arti nell’epoca digitale”, Marietti) che naturalmente nessuno di questi interlocutori potenziali ha ancora ricevuto, e dunque non potevo certo sperare di ricevere in merito i loro pareri. Elder e Bisaccia hanno in comune la peculiarità di essere versati prima di tutto nelle arti visive, Elder è addirittura un produttore in proprio di videoarte, o comunque di apporti cinematografici al settore. Questo li porta a ritenere che il digitale abbia ormai vinto la partita, il che è senza dubbio conforme al responso dei nostri tempi, ma con ciò non viene cancellato un fattore di cui si deve continuare ad avvertire la presenza, il fattore trama, o “dieghesis”, o intreccio. Vale a dire, tra i vari esiti della registrazione elettronica o digitale ci sono i componimenti brevi, che in effetti vengono acquisiti dal circuito artistico, li si vede nelle gallerie d’arte, nei musei, nelle Biennali eccetera, dove conta la valorizzazione dei dati sensoriali, al di fuori di una qualche narrazione. Ma le sale cinematografiche, e soprattutto i canali televisivi, ci riversano fiumi di prodotti “lunghi”, la cui durata è di almeno un’ora e più, affidati anch’essi al digitale, ma eredi proprio di quelle componenti che Aristotele fissava nella sua “Poetica” attribuendole, da un lato, al poema epico, antenato della narrativa, dall’altro alla commedia e tragedia, da cui viene l’intera attuale produzione di portata “lunga”. Nessuno va in una sala cinematografica per vedere i prodotti del nostro Elder come video-maker, mentre non avrebbero difficoltà a venire programmati in qualche galleria o museo d’arte. A ciascuno il suo, pur in una comune innegabile confluenza nel digitale.
Parole, nn. 30/31, Editore Mimesis, pp. 474, euro 22.

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“Tolo tolo”: non sempre “repetita iuvant”

Dopo aver esaminato “Hammamet”, è logico che ora mi rivolga all’altro film che tiene banco, al centro dell’attenzione degli spettatori, il “Tolo tolo” con cui Checco Zalone sembra aver rinnovato il successo di “Quo vado”. Ma forse l’affollamento con cui è stato accolto il primo apparire di questo film è destinato a calare, mi sembra che dal pubblico esca un verdetto quasi unanime, non ci si diverte come nel film precedente. Il fatto è che Zalone fa uso di una comicità alquanto meccanica, e questa bagna le polveri, rischia di scattare con efficacia via più ridotta. Nei termini del massimo esperto di fenomeni del genere, il nostro Pirandello, Zalone non passa dal comico all’umorismo, non compare in lui un personaggio totale provvisto di un’ampia psicologia, come invece è stato nel caso di un Sordi, e anche di un Manfredi. Abbiamo visto spegnersi via via i fuochi d’artificio che inizialmente accompagnavano il primo apparire di altri “comici”, incapaci di inoltrarsi in seguito in più consistenti personaggi. Si pensi al trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ma qualche rischio del genere sovrasta anche Carlo Verdone, e perfino Totò, pur eccellente, ma finché rimaneva appunto nei panni del comico, del burattino, prigioniero della battuta, affidata per intero ai frizzi e lazzi. Si aggiunga, nel caso di quest’ultimo prodotto di Zalone, quanto viene stigmatizzato da un noto proverbio, “scherza coi fanti ma lascia stare i fanti”. Appunto nel fortunato “Quo vado” l’attore scherzava, con taluni nostri difetti, ma in definitiva veniali, come l’inguaribile attaccamento al “posto fisso”, al sessismo, alla nostra inciviltà nel capire i diversi, eccetera. Ma ora ha voluto fare il grande passo, cercare di ricavare effetti comici dalla massima disgrazia dei nostri giorni, il fenomeno migratorio. Devo dire che personalmente non l’ho data buona neppure a Benigni e alla sua pretesa di trasformare in occasione di comicità (“La vita è bella”) il male estremo dello sterminio degli ebrei nei lager. Del resto mi pare che Benigni, prudente nonostante le apparenze, ora si guardi bene dal ritentare le vie di quel gioco assurdo. Invece Zalone crede di potersi aggirare coi suoi riti e miti, di cittadino dei nostri giorni, prigioniero delle nostre consuetudini, dei gadget cui siamo consacrati, tra la totale privazione di questi beni che invece affligge i dannati della terra, ma il contrasto si fa stridente, il riso muore sulle labbra, e anche la vicenda sentimentale appare fragile, di quella brava fanciulla che il buonismo di fondo cerca di preservare da un inevitabile destino, di vendersi ai trafficanti per ottenere vantaggi per sé, per il figlioletto, per lo stesso protagonista. E miracoloso appare pure il lieto fine della vicenda, proprio col ragazzino che per tocco di bacchetta magica alla fine della vicenda trova il padre pronto ad accoglierlo. Stiamo a vedere, se il consenso a questo film nei prossimi giorni vada calando, per l’implacabile funzione che in casi del genere spetta a quello che un tempo si diceva “radio fante”, il passaggio del giudizio da spettatore a spettatore, ben più valido di ogni titolato commento critico.

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Hammamet: manca una ricostruzione storica

Naturalmente mi sono fiondato a vedere “Hammamet”, il film di Gianni Amelio dedicato agli anni di esilio consumati da Bettino Craxi ad Hammamet, fino alla morte. Bettino è stato un mio idolo, di strenuo sostenitore della causa della socialdemocrazia, subendo anche per questa mia fede l’ostracismo dei colleghi del Gruppo 63, in genere più spostati a sinistra. Una fede che ho potuto rinnovare nel culto di Romano Prodi e di Matteo Renzi, che in modi vari e con esiti purtroppo non sempre felici, si sono susseguiti a staffetta per quella strada. Credo di aver affidato a questo mio diario segreto il resoconto di una mia visita che qualche anno fa mi è capitato di fare alla tomba di Bettino. Ero ad Hammamet per un convegno letterario, scoprendo che quella località tunisina è come una Rimini africana, con alla periferia una selva di grandi hotel, quasi come enormi tartarughe insabbiate nell’arenile, a notevole distanza dal nucleo abitativo, dove mi ha portato un taxi, alla ricerca della tomba dell’esule. Trovata a fatica, in una striscia riservata agli occidentali, accanto a una ben più ampia fetta di tombe riservate agli abitanti di fede maomettana. E non è stato per nulla facile trovarla, data la sua modestia, di tomba terragna, con la sola nota distintiva di una accurata imbiancatura, segno di lutto e di rispetto, nulla più, niente di quella ostentazione di lusso e di vanagloria che le torme dei prevenuti avversari di Bettino gli hanno attribuito. Ma veniamo al film su cui ho concepito molti dubbi. In fondo Amelio si è comportato con qualche ipocrisia, evitando di confrontarsi col personaggio pubblico, inserendo solo qualche cenno su due punti cui invece è affidata la possibilità di rivalutarne l’opera: il fatto che desse atto “apertis verbis” del mal costume di tutti i partiti di allora di rubare dai bilanci delle aziende pubbliche e private, soprattutto per coprire le spese elettorali, compreso il PCI che si faceva foraggiare dall’URSS finché questa è esistita. Inoltre valida resta pure la prova di forza data contro gli USA quando avevano preteso, nell’aeroporto di Sigonella, di impadronirsi del terrorista che si era reso colpevole dell’uccisione di un cittadino nordamericano. Ma siccome il delitto era avvenuto su una nave battente la nostra bandiera, dovevamo tutelare il diritto e la dignità di esserne noi i giudici. Ricordo che allora anche i giornali della sinistra estrema, come “Il manifesto”, gli resero l’onore delle armi, ora invece contestato da quell’insopportabile mestatore che risponde al nome di Travaglio, e che anche ieri sera ha sottoposto il ricordo del leader del PSI a un linciaggio sfacciato. Anche questo brillante episodio è stato ricordato dal pavido Amelio un po’ di straforo, affidato a una ricostruzione condotta per mezzo di miseri soldatini da un nipote al seguito del leader maximo, sulla spiaggia tunisina. Per il resto, ampio spazio al privato, sottoponendo Pierfrancesco Favino a un tour de force, a indentificarsi con Bettino, a reggere la contraffazione come una pesante maschera, che in definitiva lo immobilizza, lo appesantisce, anche se si deve ammettere che in tal modo l’attore conduce una prova estrema di dedizione, di sacrificio di sé. Insomma, troppa privacy, troppo vissuto personale, per quanto riguarda il protagonista, seguito con esasperante vicinanza nei suoi tic, negli appetiti gastronomici, negli scatti di collera, o viceversa nei tratti di residua umanità. Il tutto sotto il premere della mala salute, dell’incombere del senso della fine imminente. A contrasto con tanta eccessiva fisicità Amelio ha fatto ricorso a una serie di figure simboliche in cui ha concentrato l’ambito del premere di motivi esterni. Tra tutti, è misteriosa e del tutto sbagliata la presenza di un giovane preteso figlio di un austero funzionario del partito, che alla fine si apprenderà essere stato addirittura colpevole della morte del genitore, buttato giù da una finestra, e ormai chiuso nella follia. Forse la regia di Amelio ha assegnato a questo personaggio fittizio il compito di punire, in Bettino e in ogni altro uomo politico, la macchia originaria, il fatto di essersi resi artefici di colpe, prevaricazioni, violenze. Troppo simbolica è pure la visita che a un certo punto il leone in gabbia riceve da parte di un esponente dell’universo DC, tipica espressione degli ambigui rapporti intrattenuti con lui, di rivalità e di complicità. Peggio di tutto aver scelto, nella senza dubbio avvenente Claudia Gerini, una specie di concentrato di tutte le amanti avute da Bettino nel corso della sua esistenza. Non parliamo poi del finale, in cui compare un dialogo col padre, all’ombra della Madonnina, quasi un ricalco dal “Posto delle fragole” del grande regista svedese Bergman. Abbastanza fuori luogo pure l’incursione in un capitolo infantile in cui il prode Bettino compare già nella veste di protestatario ribaldo, meritandosi una punizione nel collegio religioso in cui trascorre la sua difficile pubertà, già pronto a conati di rivolta, affidati a una fionda con cui il ragazzino ribelle rompe le vetrate dell’edificio che lo ospita. Insomma, fuga da compiti di seria ricostruzione storica, rifugio in una privacy che diviene perfino ingombrante, soffocante, e che non serve molto, o per nulla, a una rivalutazione dell’uomo politico, se non nel senso di dedicare una prece alla sua monumentale uscita di scena.

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Celati, narratore in fuga da se stesso

Ho acquistato il denso volume delle “Narrative in fuga” in cui Gianni Celati ha raccolto le introduzioni che gli è capitato di stendere per altrettanti classici della narrativa di varie letterature e di varie epoche, senza dubbio rispondendo a stimoli esterni, a inviti occasionali, ma non senza un intimo collegamento con ragioni profonde della sua stessa scrittura. Una cui prima caratteristica è di avere sempre operato dei mutamenti vistosi. Come chiudere una stagione e aprirne un’altra, nel segno di interessi mutati, talvolta addirittura opposti. E dunque, seguire il filo di queste introduzioni consente a chi, come me, ha seguito il percorso di Celati fin dagli inizi e nelle sue metamorfosi successive, di ricostruirne lo svolgimento. A patto, beninteso, di non stare a rispettare l’ordine fittizio con cui queste “ouvertures” sono state raccolte. Ricordo bene l’emersione di Celati, che avvenne all’ultimo appuntamento del Gruppo 63, svoltosi nel ’67 a Fano. Devo ammettere che ho tentato di farlo rivivere, come sono stato capace di ottenere per quello della Spezia, consumatosi l’anno prima , nel ’66, e rilanciato un abbondante mezzo secolo dopo. Ma le attuali autorità di Fano mi hanno risposto, per entrare subito in argomento, quasi ripetendo la tipica frase di Bartleby, “preferisco di no”, anzi, ancora peggio, mi hanno insignito di un indifferente silenzio. Le sorti della narrativa, alla corte della neoavanguardia, non sono mai state molto floride, e così salutammo con vero trasporto l’invenzione stilistica di Celati, di far parlare un ragazzino un po’ giù di testa, con un linguaggio tra il balordo e lo sgrammaticato (“Le avventure del Guizzardi” e altre opere dello stesso genere). Se, come qui proposto, vogliamo associare le avventure stilistiche del Nostro a quelle di alcuni dei grandi con cui poi ha dialogato, si potrebbe dire che a quel modo conduceva un esperimento abbastanza simile alla parlata bassa, vicina allo sproloquio, magistralmente adottata da Céline. In questo caso, a vantaggio di Celati, ci può stare una inconsapevole vicinanza forse inconscia, che doveva maturare solo qualche tempo dopo nella sua coscienza critica. Ricordo in proposito che fummo concordi nel celebrare il genio linguistico céliniano convincendo “il verri” a dedicargli un numero unico, forse la sola occasione di vicinanza tra le nostre rispettive carriere, poi allontanatesi, la sua verso la gloria, la mia verso il silenzio e il nulla. Poi venne per lui una liquidazione di ”fine stagione”, si accorse cioè quanto fosse manierato, benché stimolante, il gergo primitivo del Guizzardi, e decise di abbandonarlo, professando una specie di dieta, dopo la precedente abbuffata, e venne la stagione dei “Narratori delle pianure”, invasi dalle nebbie, dalla vuotaggine della bassa padana. Se anche in questo caso vogliamo continuare nell’esercizio di abbinare a simili assunzioni stilistiche, quasi a titolo di “exergues”, la voce di qualche classico, fu davvero quella la stagione di far proprio il detto di Barthelby, il fatidico “preferisco di no”, di melvilliana discendenza, preferisco non inserire motivi di trama, non cogliere spunti ideologici di qualsivoglia natura. Gli si potrebbe anche attribuire l’intento di un Bret Easton Ellis, di adottare cioè un “less than zero”. E beninteso in questa sezione del suo laboratorio ci sta pure l’impresa di offrire una nuova traduzione dell’”Ulisses” joyciano, notoriamente un’altra operazione volta ad affrontare il vuoto spinto. Ma poi il nostro Celati si è stancato anche di questa sua fase anoressica, è stato ripreso da un conato di bulimia, e dunque in tal caso l’esempio valido, con relativa introduzione, poteva essergli fornito da Swift e dai suoi viaggi di Gulliver, che l’autore italo-inglese si è proposto di rilanciare stendendo “Fata Morgana”, passando cioè da un “troppo vuoto” a un “troppo pieno”. Ora ci possiamo chiedere se ci sarà e quale potrà essere una prossima mossa, certo a scorrere la serie di queste letture non se ne scorge il soggetto, lo stimolo, o forse siamo noi ciechi in proposito, dobbiamo attendere che la scelta celatiana prenda corpo e si palesi in pubblico.
Gianni Celati, Narrative in fuga, Quodlibet, pp. 338, euro 18.

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Carofiglio e De Giovanni: il freddo e il caldo

Continua implacabile l’invasione del “giallo”, sia in soluzione cartacea, sia in immagini elettroniche, per quella fusione di cui ho parlato nella mia recente “Mappa per le arti in età digitale”. Nulla di nuovo sotto le stelle, invasioni del genere sono già avvenute nei secoli, si pensi all’epopea del genere cavalleresco, contro cui ha reagito il Don Chisciotte di Cervantes, o i feuilleton ottocenteschi, in parte accolti e in parte contrastati dal genio di Balzac. Ora chi ci salverà da questa inondazione? Un Cavazzoni, un Veronesi, un Benni? Ma al momento parliamo di due dei più consistenti eredi di Camilleri, senza dubbio il numero uno di questa pletora, cioè Gianrico Carofglio e Maurizio De Giovanni. Su entrambi mi sono già espresso tra il consenso e il dissenso, per esempio di Carofiglio ho stroncato, sull’”Immaginazione”, un suo troppo pretenziosi “il silenzio dell’onda”, mentre in seguito ho lodato nella medesima sede “L’estate fredda”, più vicina alla sua storia di magistrato, portato quindi alla cautela, al senso della misura, al rispetto delle procedure giuridiche. Il che trova conferma nella recente “Misura del tempo”, con titolo però un po’ troppo enfatico, anche se, a conti fatti, e riportato a un’accezione tecnica, di menzione dei tempi di un alibi, potrebbe apparire giustificato. Purtroppo c’è una componente da espungere mentalmente, in quanto, di nuovo, impostata su un moto passionale, che è quanto il circospetto Caroflglio dovrebbe evitare. E’ la lunga serie di capitoli riguardanti un amore dei tempi passati, Lorenza. La presenza di un protagonista femminile è un po’ il tallone d’Achille dei nostri giallisti, a cominciare dallo stesso Camilleri, con quelle insopportabili parentesi tra il commissario Montalbano e il suo “amor di terra lontana” che di tanto in tanto viene a guastare il piacere della sequenza dei fatti. Qui a dire il vero c’è una motivazione strumentale, in quanto Lorenza si ricorda di quella passione arrugginita quando l’ amato figlio, Jacopo, viene arrestato con l’accusa di aver sparato a un losco individuo, suo procacciatore di droga. Il protagonista, da buon samaritano che intende espiare la sua trascuranza verso quella lontana fiamma, accetta seppur restio il compito di assumere la difesa dell’accusato, e si impegna del suo meglio per tentare di scagionarlo, benché l’imputato risulti un troppo facile bersaglio per la giustizia. Jacopo infatti aveva litigato in presenza di testimoni con quel brutto figuro. Però, a suo scapito, c’erano due fatti sicuri, che subito arrestato dalla polizia, aveva ammesso di essere stato in visita a quel delinquente, ma lasciandolo in vita, e dunque manifestando una autentica sorpresa quando gliene viene comunicata la notizia del decesso. Inoltre la prova della presenza di polvere da sparo non dà esito positivo sulla sua pelle, mentre ne risulta impregnato un giubbotto indossato anche al presente. Il buon senso vorrebbe che un assassino, tanto avveduto da liberarsi di ogni traccia dello sparo sul proprio corpo, si guardi bene dall’andare in giro con un capo di abbigliamento recante allo scoperto i sentori della deflagrazione, cui riesce a dare oltretutto una spiegazione logica, in quanto impegnato nei giorni precedenti in esercizi di tiro a segno Su queste incongruenze insiste il nostro avvocato, ma la magistratura non molla la presa, e dunque il figlio della donna amata sarà condannato, in prima seduta, e anche in appello. Carofiglio, sempre prudente e circospetto, o appunto “freddo” nelle sue procedure, non vuole rendere la vita facile e di pronto successo al suo alter ego, si dovrà attendere a questo proposito la cassazione, e qui termino il mio resoconto per rispettare una norma elementare vigente a tutela delle buone regole del giallo.
Passo ora a esaminare un recente prodotto di De Giovanni, “Nozze”, appartenente alla fortunata serie dei Bastardi di Pizzofalcone, salutata da un buon successo nella versione televisiva, che voglio sperare si impadronisca pure di questa ennesima avventura. Se Carofiglio è freddo, De Giovanni è caldo, emotivo, passionale perfino troppo, qualche volta in eccesso, infatti mi è capitato di infliggergli un “pollice verso” a proposito del “Purgatorio dell’Angelo”, legato alla serie a mio avviso non felice affidata al commissario Ricciardi, mentre i Bastardi di Pizzofalcone costituiscono una allegra brigata, dove fra l’altro, dato il numero dei componenti e la molteplicità delle situazioni familiari, i sentimenti si compensano e si rendono sopportabili. C’è un filo che congiunge i due romanzi, il Nostro sembra attratto dagli anfratti della costa napoletana, luoghi ottimali per farvi trovare dei cadaveri, vittime di oscuri delitti. In questo caso si tratta di tale Francesca Valletta, creatura in apparenza portatrice di ogni virtù, e oltretutto in procinto di sposarsi, con un bravo giovane, frutto intatto anche se proveniente da una famiglia, i Sorbo, legata alla più tenebrosa camorra. La vittima viene trovata ignuda, mentre l’abito da sposa galleggia nell’acqua, e sul corpo, ucciso da una stilettata, ci sono pure gli altri oggetti simbolici che secondo la tradizione partenopea devono accompagnare il corredo della sposa, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu. De Giovanni ci prende per i fondelli lasciando in sospeso gli oscuri motivi che avrebbero spinto questa immacolata giovane a premere sul fidanzato per affrettare le nozze, in un ingrato mese di febbraio, mentre verrà fuori la più naturale motivazione, che lei è incinta e dunque bisogna affrettare la legittimazione del nascituro. Ma chi è il padre? C’è un cugino che sembra prestarsi a meraviglia a un simile ruolo, fino a farne anche un naturale sospetto dell’omicidio, provocato dal tradimento che la ragazza era in procinto di compiere a suo danno convolando a nozze con altro soggetto. Anche in questo caso mi fermo, per rispettare le regole del giallo, anche se devo ammettere che la soluzione è ingegnosa, consiste in uno sdoppiamento della presenza di un oggetto blu nel corredo obbligatorio di una maritanda. Ma il blu, sotto forma di un mazzo di fiori, era stato lasciato a casa della vittima, e dunque il nastro di quel colore che galleggia assieme al candido abito nuziale ha altra origine, questa la chiave, in linea con i clic intuitivi che caratterizzano le soluzioni dei grandi investigatori della tradizione. Una nota cromatica, una cupa vicenda sentimentale, dominano il racconto di De Giovanni, e non l’arido computo dei tempi di un alibi, cui invece si attiene il freddo Carofiglio.
Gianrico Carofiglip, La misura del tempo. Einaudi stile libero, pp. 281, euro 18. Maurizio De Giovanni, Nozze, Einaudi stile libero, pp. 261, euro 18,50.

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Una diabolica “panne”

Ancora una volta mi valgo della saggezza aristotelica, capace di darci una trattazione unitaria dell’epica e del teatro, cui oggi evidentemente corrispondono i generi della narrativa e del cinema, congiungendoli in un’ unica rete di peculiarità. Ovvero, piuttosto che andare a caccia di qualche romanzo, parlo di un film visto qualche giorno fa alla tv, un capolavoro di Ettore Scola, a sua volta un talento da mettere sullo stesso piano di Fellini, Antonioni, Ferreri. Si tratta de “La più bella serata della mia vita”, del 1972, ricavato dalla novella “La panne” del grande autore svizzero Friedrich Dürrenmatt, con un’interpretazione superba, neanche dirlo, di Alberto Sordi. Scola, poco dopo, nell’82, ci avrebbe dato un’altra straordinaria versione da un testo francese, “Ballando ballando”. Qui incontriamo un Sordi ovviamente nel pieno esercizio di tutte le sue virtù, ovvero dei vizi italici, codardo, presuntuoso, affarista fino al crimine, infatti via via che si confessa apprenderemo che in definitiva ha fatto morire con mezzi subdoli il suo principale ereditandone le ricchezze, e ora ci appare intento a trasportare in Svizzera un bel pacchetto di banconote, avvalendosi di una poderosa Maserati. Ma intanto, unisci l’utile al dilettevole, viene attratto da una amazzone in moto, misteriosa nel suo abbigliamento ricoperto di cuoio scuro, figura enigmatica che il nostro anti-eroe si dà a inseguire. Ecco però che viene bloccato dalla misteriosa “panne”, annunciata dal titolo originale del racconto. Nulla da temere, interviene prontamente un compiacente carro agricolo che trascina la vettura nel parcheggio di un confortevole castello, dotato di tutti i possibili conforti, dove lo accoglie una cerimoniosa e nobiliare accolita con tutti gli onori possibili, offrendogli una cena di gala da sfidare il miglior chef. Però si ricade in un copione abbastanza scontato dalle trame gialle, quei signori impeccabili in realtà sono una corte di giudici ora in pensione che attendono gli ospiti come fanno i ragni con le loro prede, per imbastire ai loro danni un processo, rivedendone tutte le magagne e infine giungendo a un implacabile verdetto di condanna a morte. Il nostro Sordi (Alfredo Rossi nel film) non capisce se si fa sul serio o sul faceto, passa una notte da incubo, di cattivi sogni, anche per la pesantezza del cibo ingerito, ma al mattino può tirare un respiro di sollievo, è stata tutta una burla, è stato intrattenuto in un resort di alto bordo, il processo era solo una aggiunta a un trattamento di favore, che però deve essere pagato ad alto prezzo. Del resto, il mattino è radioso, e l’auto, riparata, lo attende ai piedi della scalinata del castello. Tutto bene? No, fin troppo, il nostro faccendiere riparte allegro e disinvolto, ma calca un po’ troppo sull’acceleratore, e del resto ricompare l’angelo-diavolo tentatore, la fanciulla catafratta nella tuta nera. Sordi-Bianchi la insegue, ma esagera nella velocità, perde il controllo del veicolo, sprofonda nell’abisso. Non so se Scola in questo finale si sia ispirato a un episodio di “Quattro passi nel delirio”, di pochi anni prima, dove l’episodio con regia di Fellini adombra qualcosa di simile. In questo caso è un attore di grande successo, interpretato da Terence Stamp, che viene convinto a recarsi a Cinecittà con la promessa che gli daranno una fiammante Ferrari. Salito subito su questo mezzo, l’attore si sbizzarrisce in una sfrenata corsa in un paesaggio notturno illuminato a sprazzi dai fari dell’auto. Finché il folle pilota non tenta di varcare un ponte crollato, ma non vi riesce, un cavo ne mozza la testa, con cui il diavolo, sotto specie di una mefistofelica fanciulla dotata di un sorriso beffardo, si trastulla ammiccando verso di noi. Al confronto, Sordi- Bianchi si limita a sprofondare nel nulla.

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Tosca, in linea con l’avanguardia simbolista

Mi riesce opportuno stendere oggi un pezzo simmetrico a quello che esattamente un anno fa avevo dedicato al rito della Scala di aprire la stagione il 7 dicembre dando un’opera di grande impegno. Allora la scelta era caduta sull’”Attila” di Verdi, in proposito mi ero permesso, pur mancando quasi del tutto di conoscenze in campo musicale, di esprimere un giudizio pesantemente negativo su molti degli aspetti sia dell’opera in sé sia del modo come era stata accolta dal pubblico. Quest’anno la scelta è caduta sulla “Tosca” di Puccini, al cui proposito il mio giudizio si rovescia simmetricamente. Riassumo i vari punti su cui allora si era basato il mio parere fortemente negativo. Non si apre una stagione con un atto filologico, o archeologico, di recupero di un infelice melodramma giovanile di un autore, anche se poi destinato a grande successo. Insopportabile in particolar modo mi era apparso il linguaggio del libretto, un italiano cruschevole, indigesto, contrario per esempio al grandioso sforzo manzoniano di educarci a un italiano nazionale corretto e di uso comune, anche se col torto di andare a pescarlo nelle vie di Firenze. Nel complesso, Verdi mi sembra corrispondere, seppure a ben più alto livello, a quanto nella pittura, falsamente detta “romantica”, si trova in Hayez, e molto meno in Manzoni stesso. Del resto, proprio in quell’occasione dichiaravo una mia senza dubbio limitata e criticabile impostazione che mi induce ad apprezzare l’opera fino a Mozart e a Rossini, passando poi con una specie di salto con l’asta fino a Puccini, che come data di nascita corrisponde in pieno ai miei amati Simbolisti dei vari fronti, pittura con Previati e Segantini, per restare all’Italia, e letteratura con Pascoli e D’Annunzio. E tanto per cominciare, eccellente il libretto di Giacosa e Illica, di buona prosaicità, in linea con una parlata di tutti i giorni, cui la musica pucciniana aderisce alla perfezione, in totale concordia. E anche il dramma in sé è pieno di attualità, anche se non si capisce perché lo si voglia porre sotto il segno della gelosia, evocando lo spettro shakespeariano dell’Otello. Il ventaglio che in un primo momento suscita senza dubbio risentimenti di gelosia in Tosca, scompare in seguito quasi del tutto, mentre lei appare come una autentica campionessa di una specie di “me too” dei nostri giorni, fedele al suo Cavaradossi, che a sua volta corrisponde proprio a un perseguitato dai poteri forti sempre esistiti, con obbligo che qualcuno lo nasconda ai tentativi della polizia di impadronirsi di lui. Sempre nel segno dell’attualità è pure il comportamento del bieco Scarpia che vorrebbe approfittare del suo potere per costringere cedergli, come docile preda, la bella donna, ricattandola con la promessa di fornire un salvacondotto per il suo amato. E comprensibile, naturale, spontanea è la reazione della donna che giunge a uccidere il corruttore, facendo forza alla sua istintiva innocenza e nobiltà d’animo. A questo punto del copione, se proprio si vuole, il melodramma si concede delle vie trasversali che un qualche romanzo dei tempi si sarebbe vietato per un minimo di rispetto ai canoni della verosimiglianza. Come può Tosca uccidere il potente tiranno, e perfino vantarsene col famoso “davanti a lui tremava tutta Roma”, e uscire indenne dal covo del nemico? Una partigiana, trascinata nella camera di tortura dei repubblichini, mai avrebbe potuto sperare di farla franca, ed è pure del tutto ingenua la speranza che il salvacondotto strappato a Scarpia non venga immediatamente annullato. Vana dunque è la pretesa di Tosca di salvarsi da Castel S. Angelo assieme al beneamato. Ma, tornando ai valori musicali, pur nella mia crassa ignoranza fin da piccolo sentivo mio padre lodare le virtù del “coro muto della Butterfly”, qui ci siamo, l’alba vissuta da Cavaradossi nel carcere è un grandioso “coro muto”, in cui lo sperimentale Puccini inserisce quasi dei ready-made, il suono delle campane e la canzoncina di un pastorello, Sono inserti degni davvero dello spirito delle avanguardie per cui gli innovatori musicali, da Debussy a Stravinskij, hanno manifestato la loro adesione a Puccini. C’è poi la solita, forse inevitabile incongruenza, per cui la parte femminile, Tosca in questo caso, può essere conferita solo a una soprano, e questa deve essere bene in carne, fino alle dimensioni della donna cannone, un regola cui non sfugge Anna Netrebko, che pure dicono bravissima in quel ruolo. Ma certo esiste una contradizione con la parte di leggiadria e di bellezza che il copione le assegna. Sfuggiva a questo contrasto la Callas, ma perché si era sottoposta a un gravosa cura dimagrante che forse non aveva mancato di incidere sulla sua salute psichica.

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Breve resoconto su RicercaBO 2019

E’ doveroso che io fornisca un rapido commento della due giorni della settimana scorsa dedicata al Ricercabo 2019. In cui senza dubbio l’evento clou è stato la ricomparsa in scena di Giuseppe Caliceti, che fu già, accanto a Nanni Balestrini e a me, l’animatore dei fortunati incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, città che poi ci espulse per scarso rendimento di pubblico, da cui un trasferimento a Bologna, anzi, in un primo tempo, nel Comune limitrofo di San Lazzaro di Savena, da cui siamo stati nuovamente cacciati via, ma così insediandoci finalmente proprio nel cuore di Bologna. Quest’anno eravamo nella Sala Tassinari, di comodo accesso dal cortile principale del Municipio, generosamente offerta da Comune petroniano, e con il solito appoggio finanziario sia della Fondazione del Monte, sia di Boart, il che però non ci concede di organizzare pure quegli eventi in cui, nella serie a San Lazzaro, offrivamo alla sera, in dimensione spettacolare. proprio uno dei protagonisti della serie reggiana. Ebbene, il coraggioso “ritorno” di Caliceti ci suggerisce di fare altrettanto nelle prossime occasioni, cioè di richiamare uno dei nostri eroi, a leggerci qualche testo di nuova elaborazione. Come sono proprio questi “Canti emiliani” che Caliceti è venuto a leggerci, con voce sapiente che sapeva alternare i toni, passando da momenti fieri e minacciosi di pubblico impegno ad altri sussurranti, quasi sottovoce, di tuffi nel privato. Il tutto in una felice ripresa di un grande modello, i “Cantos” di Ezra Pound. E Caliceti ci ha pure offerto una deliziosa selezione di filastrocche infantili, da dirsi “Conte”, precisa l’autore, che ne fa raccolta nella sua qualità di maestro di scuola. Siamo nel complesso a un prodotto perfettamente sospeso tra prosa e poesia. Il che potrebbe essere ripetuto anche nel caso di Bruno Benuzzi, molto noto come artista, e invece a una prima uscita pubblica in qualità di autore letterario, di brevi prose contro cui potrebbe pararsi lo spettro della “prosa d’arte”, di un bozzettismo di breve respiro, sennonché Benuzzi sa applicare. alle sue passeggiate sulle sponde del mare o nel cuore dei boschi uno sguardo lenticolare, capace di sorprendere un formicolio di vite misteriose, brulicanti, al pari dei ghirigori tracciati nei suoi dipinti. Insistendo su questa via della prosa, bisogna ammettere il nostro fallimento quanto a capacità di richiamare esordienti desiderosi di mettersi alla prova, tanto che, al solito, dobbiamo rivolgerci alla collaborazione di Mario Ugo Marchetti, nella sua qualità di presidente del Premio Calvino, che ci suggerisce un certo numero di giovani da mettere alla prova, prima che affrontino un destino editoriale. I quattro giunti a noi col biglietto di presentazione di Marchetti confermano per fortuna il carattere di “nuove scritture” che presiede ai nostri lavori, infatti non cadono nelle due insidie oggi dominanti, il “giallo”, e l’autonarrazione. Il primo a presentarsi, Gennaro Serio, si fa beffe al contrario proprio degli investigatori più rinomati, mettendoli sotto accusa anche per le loro scarse o reticenti doti sessuali. Li sottopone insomma al filtro di un espressionismo acre e dissacrante, magari non bene appoggiato a una lettura ugualmente provocante. Questo infatti un capitolo che si è aperto, tra chi ha saputo leggere in modo appropriato i propri testi, e chi invece o ne ha dato una esecuzione piatta e deludente, o addirittura l’ha affidata ad altre voci, meritandosi le rampogne di Caliceti, per parte sua, come detto prima, ottimo performer di se stesso. Come pure lo è stato Sergio la Chiusa, con un brano tratto da un suo romanzo in fieri, dove indaga, con persuadenti toni insinuanti, su figure enigmatiche di suoi sosia o replicanti, che a me sono apparsi come una squisita rievocazione di fantasmi russi, tra Gogol e Dostoevskij. Invece, di nuovo, lettura piatta e monotona di Giulio Nardo, che con la voce non è riuscito a rendere un pur interessante dualismo del suo brano tra un primo piano di vita banale, quasi di gusto Pop, e al contrario uno sfondo ricavato da personaggi della mitologia, peraltro riscritti anch’essi in chiave degradata. Infine, lettura del tutto soddisfacente di una “Lettera al fratello” di Roberto Peretto, ma affidata, dall’anziano autore, alla sapienza performativa della figlia, il che ha provocato le rimostranze di Caliceti. Da notare un eccellente indicatore che ci viene dall’ informatica. Si sa che alcuni computer hanno un programma che sottolinea in rosso le parole non rispondenti a un lessico normale. Ebbene, il testo di Peretto, proiettato come ci è arrivato attraverso una email, si è presentato tutto fiorito di segnalazioni in rosso, a riprova del suo carattere sperimentale e provocatorio.
Purtroppo tra i sei della prosa non siamo riusciti a selezionare nessuna voce femminile, in stridente contrasto con una corretta esigenza dei nostri tempi, e anche in poesia i colletti rosa sono stati soltanto due, ma si è avuta comunque una esauriente distribuzione tra quattro possibili livelli. Giorgio Maria Cornelio ha rappresentato una linea alta, affidata a vocaboli scelti fuori dalle righe, di quelli che, come detto sopra, la convenzione informatica tenderebbe a sottolineare in rosso per dichiararne l’inesistenza nel buon uso quotidiano. Ma c’è di più, io ho fatto riferimento a un mio ritorno all’infanzia, dovuto alla tarda età raggiunta di ultraottantenne, il che mi porta a consumare i prodotti televisivi del tardo pomeriggio o della pima sera. Tra questi, c’è uno stimolante quiz nell’”Eredità”, consistente nel presentare alla decifrazione dei concorrenti un parolone pescato da desueti vocabolari della nostra lingua. Ebbene, di questi ircocervi sono costellati i versi di Cornelio, che inoltre supera la barriera divisiva tra letteratura e pittura dotando i suoi versetti di un corredo di immagini. Un’altra via è documentata da Niccolò Furri, consistente nell’affidare sia la concezione sia l’esecuzione dei versi alla voce anonima di un robot, e anche in questo caso non manca la correlazione con schemi grafici. Furri è arrivato con presentazione di Marco Giovenale, forse tentato dall’ipotesi di far rientrare una soluzione del genere nel capitolo, tra i più interessanti esplorati da questa nuova serie di RicercaBO, della cosiddetta “prosa in prosa”, modalità perfetta per sfuggire a entrambi i continenti e per collocarsi in una terra di nessuno. Ma la voce maggioritaria, anche quest’anno, è data da una poesia che ama abbassarsi, contaminarsi con la prosa, quasi con accenti di ritrovato crepuscolarismo, Questo si può dire nei casi di Carlo Selan, Andrea Donaera, atteso anche per le sue prove di narrativa, e Veronica Tinnirello, che fa di ogni suo verso un equivalente di una performance, colma di riferimenti alla più rude, fisica realtà quotidiana. Infine, con Diletta D’Angelo, c’è pure una testimonianza a favore di una via di mezzo, di un onesto poetichese memore di accenti post-ermetici, e del resto giustificato dalla nobile tradizione dei canzonieri di poetesse d’altri tempi, intente a elargire le loro pene d’amore, o comunque i loro dilemmi esistenziali.

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Perché Camilleri difende Caino?

Quando Camilleri è scomparso, commosso come tutti, avevo ritenuto che il modo migliore per ricordarlo fosse di parlare della sua “Conversazione su Tiresia”, non avendolo fatto al momento giusto, quando lui stesso aveva recitato quel suo monologo in modo del tutto appropriato e avvincente, da Tiresia redivivo, sia per il fatto di riviverne la cecità sulla sua pelle, sia per averne acquisito la connessa sapienza e preveggenza. E dunque, ero in piacevole attesa del passo successivo, della già annunciata “Autodifesa di Caino”, nella speranza che fosse un equivalente di tanta prestazione, sia nel testo sia nella recita. Ora che, in forma cartacea, quel testo è uscito, devo confessare una certa delusione, consistente soprattutto in una mancanza, o non chiarezza, circa la finalità globale del monologo, ben diversamente da quanto avveniva nel caso di Tiresia, anche se la procedura per tanti versi è la stessa: evocazione del mito, anche attraverso le varianti di cui si è impadronita la tradizione, e poi suo riecheggiamento in testi letterari o teatrali anteriori. Ma mentre ogni tappa di un simile procedere nel caso di Tiresia scorreva via, essenziale, tesa, sempre di buon effetto, qui al contrario la trama si imbroglia ad ogni passo, con tante precisazioni che tolgono fascino alla vicenda, ne moltiplicano i personaggi, in un omaggio a testi biblici di cui il nostro Occidente ha perso la memoria. C’è insomma una volontà di precisione quasi filologica che ovviamente, trattandosi di grandiose vicende mitiche, non è per nulla richiesta, come quella di dirci che il serpente tentatore in realtà era un diavolo maligno, Alialel, reo fra l’altro di essere stato a sua volta sedotto dal fondoschiena di Eva, così da avere un rapporto sessuale con lei. E poi, diciamoci la verità, forse che proprio la decisione di Eva di mangiare il frutto proibito superando l’interdetto divino non meriterebbe, esso sì, un elogio da parte di uno spirito laico e spregiudicato come Camilleri? Non è lodevole, ai nostri giorni, la decisione di contestare un principio autoritario, enunciato con tono ultimativo quanto immotivato, o col futile motivo, da parte di Dio, di tenere solo per sé i buoni frutti del giardino incantato? Ma parliamo della coppia al centro della vicenda, Abele e Caino, che intanto, anche loro, si moltiplicano avendo al fianco ciascuno delle sorelle gemelle, tra cui si adombrano anche possibili rapporti incestuosi. Ma soprattutto quello che nuoce alla vicenda è una non netta divisione di ruoli, di responsabilità. Abele non è certo il buono, anzi, è violento pure lui, usa la sua forza contro il fratello, al punto che l’omicidio cui Caino giunge nei suoi confronti si potrebbe anche configurare come legittima difesa, o come violenza preventiva, in quanto Caino si sente sicuro che, se non imbocca per primo la via dell’omicidio, sarebbe Abele a farlo fuori. Siamo quasi a una storia degna di un western, a una gara tra chi compie per primo l’uccisione. Poi, certo, c’è la difficoltà di disfarsi del corpo della vittima, ma in merito ha saputo fare molto meglio Dario Fo, con una ilare, comica difesa di Caino, alle prese proprio con il grosso problema di come sbarazzarsi di quel cadavere, per impedire che si manifesti apertamente il misfatto compiuto. In ogni caso, emerge, domina l’intera parabola un interrogativo di fondo: quale la sua morale? Che bisogno c’era di difendere Caino, colpevole se non altro di aver infranto un divieto assoluto di farsi giustizia da sé, di portare offesa su altri esseri umani, da considerarsi tutti come fratelli? O il messaggio è proprio di una specie di indulgenza totale, vietato condannare, non si deve applicare la legge del taglione? Insomma, in questa circostanza il nostro Camilleri non appare illuminato, forse anche una sua recita diretta non avrebbe salvato un testo ambiguo e incerto nei suoi fini.
Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino. Sellerio, pp. 81, euro 8.

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Starnone, vano ricorso alla “Confidenza”

E’ una fortunata coincidenza che, dopo essermi occupato nel domenicale scorso del recente romanzo della Ferrante, ora mi venga a tiro l’ultimo prodotto di Domenico Starnone, “Confidenza”. Questo mi permette di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia assurda la pretesa di coloro che dietro l’incognita presenza di quella scrittrice sospettano il celarsi del suo concorrente al maschile. Per quale mai ragione un buon produttore come lui si dovrebbe sfibrare stendendo le lunghe lasse dell’altra, oltretutto affidandole a un anonimato, assolutamente inutile e incomprensibile nel suo caso? Ma soprattutto, conta la differenza stilistica con cui viene trattata una materia che, sì. qualche affinità la potrebbe avere, ma mentre gli svolgimenti della Ferrante, come dicevo la volta scorsa, sono troppo diluiti, “ronronnanti”, privi di nerbo, viceversa le vicende, magari anche in questo caso amorose, dipanate dallo Starnone si svolgono nel segno della crisi, della rottura, dell’eccezione. C’è in lui un fondo di “autofiction”, in quanto i suoi protagonisti, come nella sua esistenza, frequentano il mondo della scuola, o dell’università, e dunque è quasi inevitabile che intreccino amori, o anche soltanto tresche, con studentesse, ma queste relazioni non hanno mai un decorso placido, prevedibile, anzi, risultano scosse da traumi incertezze, come è quello subito sbandierato in primo piano tra il nostro Pietro Vella e una allieva modello, di sicuro avvenire, tale Teresa Quadraro. Ma, siccome entrambi hanno gli artigli, non sarà un rapporto facile, anzi, presto interverrà l’interruzione, però non definitiva, in quanto quell’amore continuerà a covare sotto la cenere, pronto a risorgere. Se prendiamo il titolo dato al romanzo, “Confidenza”, questo vale al modo del proverbiale “lucus a non lucendo”, nega cioè la sostanza della cosa, nelle faccende sentimentali non ci può essere confidenza, tutto è a rischio, perfino un rapporto più tranquillo con Nadia, che alla fine il turbolento protagonista accoglie come legittima consorte, quasi per evitare rischi, ma anche là ci sono insidie, su entrambi i fronti, dato che il nostro intellettuale non rinuncia a qualche giro di valzer con una redattrice che gli viene messa a fianco, quando sale di grado e diventa un apprezzato autore di saggi. Dopotutto, l’ultima volta che mi ero misurato su Starnone, era stato all’uscita di “Scherzetto”, un’avventura nel mondo infantile, ma che si può estendere e ricavarne quasi una norma di vita, considerata come un susseguirsi di scherzetti che ci infliggiamo gli uni con gli altri, da cui una apprezzabile nota di perenne ironia che costella la prosa del Nostro, mentre non ce ne sono tracce nei plumbei decorsi della Ferrante. Ma diciamo pure che l’attuale uscita non aggiunge molto, a quanto già conosciamo di questo scrittore, assai più ampia, e significativa, fin dal titolo, era risultata l’“Autobiografia critica di Aristide Gambia”, che del resto, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per la recente prestazione. Un cui aspetto meritevole sta in una circostanza che mi aveva fatto temere il peggio, il fatto che, correndo all’indice, vi si trovassero menzionati un primo, un secondo e un terzo racconto, come se fossimo in presenza di un’operazione raccogliticcia, con la fatica di dover ricominciare ogni volta daccapo. Invece si tratta della consacrazione di un metodo poggiante su mosse ardite e ben articolate, quasi una sorta di cubismo, di sfaccettatura, con cambio di punti di vista, e anche di fasi temporali. Infatti i casi paterni, patetici e ironici allo stesso tempo, vengono avvistati da una figlia, Emma, quando cresce ed è in grado di giudicare il genitore, anche nei suoi tradimenti, proprio quando la “confidenza” in lui è stata posta in crisi. Poi arriva la consacrazione finale, senile, del nostro eroe, e a officiare la consegna di una prestigiosa onorificenza viene proprio richiamato in scena il lontano amore, Teresa, frattanto anche lei cresciuta di importanza, divenuta una austera e rinomata studiosa statunitense. E’ quasi una reazione chimica, per andare a vedere se due metalli sono ancora capaci di reagire reciprocamente, di mandare qualche scintilla. Ma il protagonista preferisce non tentare la sorte, non condurre l’esperimento, meglio chiudere la vicenda, respingendo la vanità della tribuna pubblica e delle vacue onoranze previste.
Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi, pp. 141, euro 17,50.

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