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Janeczek: il cibo come misura della storia

Ho detto bene dei romanzi di Helena Janeczek ogni volta che mi è capitato di incontrarli, come è avvenuto per la prima volta con “Le rondini di Montecassino” di cui avevo affidato una recensione positiva a “Tuttolibri”, supplemento della “Stampa”, da cui poi sono stato allontanato per cause non ben precisate, e infine, parlando della “Ragazza con la Leica” alla sua uscita, nel 2017, ma costretto a valermi ormai di questa sede privata, lo avevo dichiarato degno di incassare tutti i premi in palio, come infatti era avvenuto l’anno dopo con la vittoria nello Strega. Ora sono in presenza di un prodotto più ambiguo, “Cibo”, che mi pare appartenere a un primo tempo, uscito infatti già nel 2002, quando la nostra autrice era già in pieno possesso della sensilità di muoversi sul filo di vite comuni, ma al momento le mancava l’astuzia di mandarle a sbattere contro eventi storici di grande peso, facendo saltar fuori faville da quello scontro tra i’epico e il banale. Però nell’attuale edizione l’opera ha avuto un trattamento supplementare, anche qui alla ricerca dell’evento drammatico che in prima istanza le era sfuggito, o meglio, si dovrebbe andare a verificare se già allora queste sue esistenze comuni erano messe alla prova col il dramma della caduta delle Twin Towers, e in particolare con la tragedia delle persone che per sfuggire alle fiamme si sono buttate giù dai piani più alti dei due grattacieli. Nel complesso questa lunga cronistoria mi ricorda un classico del teatro, e poi del cinema, il francese “ Le Bal”, poi divenuto, in una eccellente trasposizione cinematografica del nostro Scola, “Ballando ballando”, altra tensione e temperatura rispetto all’odierna, frivola “Ballando sotto le stelle”. Infatti sia nell’originale francese sia nella ripresa filmica nostrana si trattava di ripercorrere la tragica storia del periodo tra fine anni Trenta al dopoguerra, con una recitazione senza parole, affidata soltanto a scene di danza via via ispirate ai balli delle mode successive. Così pure in questo brogliaccio della Janeczek alcune protagoniste femminili passano gli anni, e affrontano i drammi esistenziali delle loro vite attraverso i vari cedimenti, o resistenze, alle lusinghe del cibo, in una tensione continua tra bulimia e anoressia, che trova anche un riscontro in vicende sessuali, o nella loro assenza. Una cronaca che rischia di impaludarsi in un certa piattezza e monotonia, per quanto in buona misura prevista e voluta, però con alcuni picchi, come quando la protagonista principale partecipa al funerale del padre, con un relativo accompagnamento di riti funebri, tra cui non mancano i pasti e le bevute. E poi, come già detto, la Janeczek supera la staccionata che si era imposta al primo uscire del romanzo, ne estende i limiti, andando alla ricerca di elementi drammatici che servano proprio a insaporire il cibo che ci viene servito, e dunque, dopo una attenta ricognizione di quanto avvenuta alla caduta delle Due Torri, si spinge in avanti, fino a un altro evento di non minore portata quale il fallimento della grande Banca Lehmann Brothers. Tutto questo pur sempre “ballando ballando”, pardon, mangiando mangiando, come avviene un certi giochi di prestigio che obbligano a compiere movimenti arrischiati ma mantenendo in equilibrio un qualche oggetto senza farlo cadere. Siamo in presenza, insomma, di una specie di scommessa, a narrare a tutto tondo ma senza scostarsi dal motivo di fondo del cibo, e in buona misura la Nostra ce la fa ancora una volta, ma speriamo che, più che pensare al recupero di vecchi manoscritti, si sia ormai accinta a impostare nuove storie, e soprattutto abbia individuato il nocciolo tragico attorno a cui coagularle.
Helena Janeczek, Cibo. Guanda, pp. 284, euro 17.

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Vinci: fiabe anche per noi adulti

Ricevo un libro di Simona Vinci che sembrerebbe essere legato in partenza a un genere minore, quello delle opere per l’infanzia di cui si tiene proprio qui a Bologna un salone di grande spicco, ma che personalmente mi guardo bene dal frequentare, in quanto non amo la letteratura che si fissa da subito dei paletti limitativi. Ma non è il caso di questo intervento della nostra autrice, che al contrario mi pare si possa iscrivere tra le sue prove più riuscite, al punto da riscattare certi passi falsi del suo passato. Naturalmente anche lei è stata uno degli ospiti provvidenziali piovuti ai nostri incontri di Reggio Emilia (RicercaRE), con dei racconti che si segnalavano per un sottile, atroce autolesionismo, quasi da Body Art tradotta sulla pagina. Ma poi mi aveva deluso il suo “Dei bambini non si sa nulla”, del 97, in cui, forse temendo di non aver dato prova, nelle sue precedenti prestazioni, di una crudeltà degna della “Gioventù cannibale”, secondo i dettami allora vincenti imposti dal duo Cesari-Repetti, aveva voluto attribuire proprio allo stato infantile la capacità d produrre atti di illimitata crudeltà, quasi spezzando ogni possibile legame tra quella condizione del nostro sviluppo e l’ età adulta. Ebbene, in questa operetta ispirata alle Fiabe dei Fratelli Grimm c’è in qualche misura il riscatto, dato che per loro natura le fiabe sono appannaggio dell’età infantile, ma ora la Vinci le rivisita senza chiudere i rapporti con il suo stato attuale, senza cioè abbassare tra l’uno e l’altro stato una barriera di incomunicabilità. Forse proprio il titolo dato a questa riflessione, “Mai più sola nel bosco”, sta proprio a indicare un simile intento di stabilire un ponte. Non si tratta, sia beninteso, di un atto di disarmo della condizione puerile, di un lasciarla sotto il peso degli incubi suscitati dl timori di incontrare nel bosco il lupo o altri essere malvagi. Ho parlato di un piacevole aspetto di continuità, infatti anche nel suo io da bambina la Nostra riconosce che in lei erano già presenti i caratteri di una combattività indomita, di chi non cede alle paure, e insomma non accetta la condizione di una fanciulla smarrita, sottoposta a tutti i possibili timori. Anzi, sul filo della memoria ricorda di essersi mossa anche in quell’età senza paure reverenziali, comportandosi più da maschiaccio che da tremebonda ragazzina. Forse proprio quelle prove di autopunizione, di masochismo atroce che avrebbe dovuto confessare nel suo sviluppo successivo se le infliggeva già allora, ma in modo “innocente”, quando lasciava che le ingiurie del bosco coi suoi rami, e in genere i contatti rudi con la natura divenissero come cicatrici incise sulla sua pelle. Merito insomma di questa prova, nonostante la sua aria marginale, come scritta appena con la mano sinistra, è di aver sostenuto una tesi continuista , che cioè “l’infanzia persiste tutta la vita” (p. 35), nel nome e nel segno di un “matrimonio mistico tra uomini e natura” (p. 23), con uno scambio reciproco di ferite, oltraggi, ma anche accordi, dolcezze quasi mistiche. E beninteso, prima regola per giungere a una simile maturità incondizionata, fuori del tempo, è che i bambini, magari senza darsi ad atrocità innominabili, però rifiutino la rete protettiva fornita dalle famigli, da genitori troppo inclini a proibire questo o quello. Ovvero, come è detto in un altro brano significativo, bisogna liberarsi dall’”odore putrescente dei legami familiari” (p. 32). Che questa operetta non sia certo rivolta, in modo untuoso e ipocrita, alla limitata comprensione del solo universo infantile, lo indicano anche i vari squarci rivolti ad approfondire la conoscenza dei fratelli Grimm. E’ chiaro che un lettore davvero ingenuo si sentirebbe del tutto esonerato da un simile compito di guardare dietro il teatrino, di indagare sui burattinai che ne animano i mostri, buoni o cattivi che siano. Ma una scrittrice che sa bene dei misteri della vita, della psicopatologia quotidiana non arretra certo davanti al compito di aprire un fascicolo su questi enigmatici e in buona misura disgraziati fratelli estensori delle favole, quasi per dare sollievo al loro personale male di vivere. Volendo, la nostra Vinci ne potrebbe estrarre tante storie, degne dei suoi racconti o romanzi, già stesi o progettabili in un prossimo futuro.
Simona Vinci, Mai più sola nel bosco. Marsilio. pp. 155. Euro 12.

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pregi e difetti della premiata ditta Camilleri

Siamo ormai invasi, la cosa è sotto gli occhi di tutti, da una profluvie di narrativa “gialla”, che dal cartaceo si diffonde, ancor più invasiva, nell’ambito dei programmi televisivi forniti dalle varie reti. Il fenomeno, più che essere di competenza di un giudizio critico fornito caso per caso, è da valutare con i criteri della sociologia, magari per scoprire che non si tratta certo di una novità. In altre stagioni si sono avuti fenomeni analoghi, e anzi ancor più estesi. Ho già ricordato più volte l’infinito e dilagante ciclo del romanzo cavalleresco, ai tempi del medioevo, tanto da generare la reazione di un Cervantes col suo Don Chisciotte. Purtroppo non vedo chi oggi riesca ad opporsi a questa invasione. Qualche tentativo lo possiamo trovare in Ermanno Cavazzoni, mentre i già appartenenti alla ondata dei cannibali, o dei frequentatori degli incontri di Reggio Emilia, di RicercaRE, mi sembrano ora intenti a rifugiarsi nella trincea di contenimento della autofiction, da Covacich a Piccolo a Pincio. Ma se così stanno le cose, diciamo pure che il migliore prodotto è quello che ci viene dalla premiata industria gestita da Andrea Camilleri. Ho sul tavolo accanto a me gli ultimi romanzi di Maurizio De Giovanni, “Le parole di Sara”, e di Giancarlo Carofiglio, “La versione di Fenoglio”, avendo avuto la tentazione di dedicare all’uno o all’altro di loro questo mio intervento domenicale, ma infine ho dovuto riconoscere che la fabbrica di Camilleri produce in modi più intriganti ed efficaci, come ha dimostrato il suo recente prodotto cartaceo. “Il metodo Catalanotti”, e ribadito alcune riprese televisive su RAI 1 che ci sono state ammanite nei recenti lunedì della settimana. A proposito delle quali, noterò en passant che è indecoroso che la principale rete nazionale si metta anch’essa a darci dei cibi riscaldati, a scovare dagli archivi vecchi spezzoni già presentati. Lasci che un compito così degradante resti affidato a reti minori, come Rai Premium, libera di propinarci una serie inesausta di rilanci dei vari Marescialli e Brigadieri e Commissari e Donne detective, con cui, a dire il vero, gareggiamo con esiti non disastrosi rispetto alle riproposte che ci giungono dalla Sette o da Giallo, rivolte anche loro ad affliggerci con riapparizioni incessanti dei Cordier o dei Barnaby, e via replicando. Tornando a Camilleri, anche nella sua officina non è tutto oro quello che luccica, ma forse un difetto del genere è inevitabile, proprio in materia di una narrativa di taglio popolare e di consumo. Vado un po’ a spulciare appunto alcuni di questi remake, riproposti con la voce auratica, mistico-sacerdotale di un Tiresia redivivo, di un Camilleri nei panni di un santone dei nostri giorni, che mai ammetterebbe di avere dei segreti del mestiere, cioè di ricorrere a meccanismi già sfruttati, e riproposti affidandoli alla ben nota maestria di Luca Zingaretti, fin troppo a suo agio nei panni del Commissario Montalbano. Ma si deve guardare da un eccesso di immedesimazione in quella parte, che potrebbe impedirgli di saltarne fuori e di indossare altri abiti, come dovrebbe pur fare un attore a tutto campo. E sarebbe anche l’ora che il suo creatore lo liberasse dalla fastidiosa appendice data dalla compagna sempre assente, sempre lontana, con comparse che credo ogni spettatore respinge annoiato, considerandole quasi peggio degli intervalli pubblicitari. Ma veniamo alle trame, e al vizietto di riciclare sequenze già sfruttate. Nelle tre ripetizioni di cui vado a parlare, la più immune è “Amore”, dove resta felice la trovata dei due coniugi, attori di mestiere, che giunti al termine della loro vita “provano” come sopprimersi l’uno al seguito dell’altra con un colpo di pistola. Ma l’attenzione principale va all’amore profondo, che si muta in gelosia, in sacro senso del possesso, che un tale Saverio Moscato prova nei confronti di una fanciulla sventurata, costretta in passato ad essere la donna di altri, e sottoposta alla tentazione di darsi ancora a relazioni improvvise. E allora, proprio a difesa dell’amore esclusivo che vuole rivolgere solo a colui che in definitiva meglio di tutti l’ha compresa e accolta, la donna decide di suicidarsi, a scorno, in questo caso, delle indagini di Montalbano, che tentato dal suo stesso mestiere penserebbe piuttosto a una “ammazzatina” prodotta dalla mafia, o dalla gelosia dell’amante che non riesce a liberarsi dal ricordo dei passati tradimenti subiti. In definitiva, morendo, la donna amata si concede pienamente a lui, che le può dedicare un culto funerario ossessivo, macabro, Mi pare di aver già ricordato che il colto Camilleri in proposito riecheggia il grandioso finale di uno dei capolavori di Dostoevskij, “L’idiota”, dove una figura analoga di amante infelice decide di far fuori l’amata per averla per sempre a sua disposizione.
Camilleri forse è un po’ troppo propenso a valersi dell’incesto come deus ex macina dei suoi intrighi polizieschi, lo ha già fatto ad alto livello in uno dei suoi capolavori, “Il cane di terracotta”, 1996, ricade nella replica in uno di questi recuperi, “Covo di spie”, dominato dalla figura di un impenitente Don Giovanni, tale Cosimo Barletta, conquistatore di femmine, ma conquistato a sua volta da un amore che non perdona nutrito verso la figlia Giovanna, pronta però a ucciderlo quando lui non sa resistere alla tentazione di rivolgersi anche altrove. Il bello è che, per abiette ragioni di interesse, temendosi diseredato dal genitore troppo zuzzurellone, anche il figlio maschio decide a sua volta di reprimerlo, e ammettiamo pure che la doppia “ammazzatina” segna un punto a favore di una certa originalità di trama.
Invece non si capisce perché ne “La giostra degli scambi” Camilleri abbia ripreso un meccanismo da lui appreso dai maestri del giallo, niente meno che Simon Maigret e Agatha Christie, che hanno fatto ricorso alla trovata della sequenza di crimini gratuiti per confondere le idee agli investigatori, e a noi spettatori, onde preparare il terreno e giungere al delitto cui invece si mirava fin dall’inizio con stringente perfezione. Siamo alla “Giostra degli scambi”, in cui, intanto, ritroviamo come motore primo l’incesto, ovvero la storia di un anziano che, tradito dalla fanciulla da lui adottata, e preparandosi a ucciderla in modo selvaggio, come un Pollicino delittuoso semina il percorso non di omicidi, ma di sequestri gratuiti. Solo che in questo caso il ricorso a un simile stratagemma è del tutto ingiustificato, in quanto il piano criminale del genitore incestuoso è di far ricadere la colpa sul penultimo amante della figlia, inducendo a credere che sia stato lui a sopprimerla per gelosia, fino al punto da portare denuncia contro di lui. E Montalbano sta quasi per abboccare, per accusare questo tale di entrambe le orride “ammazzatine”, perpetrate ai danni sia della ragazza, colpevole due volte, in quanto aveva tradito anche l’ultimo innamorato passando tra le braccia del migliore amico di lui. Ma poi Montalbano si riscuote, fa uso delle sue migliori doti, sbroglia l’intricata matassa. Queste dunque le luci e le ombre dell’industrioso apparato narrativo di Camilleri, ammirevole, ma da accompagnare con una nota limitativa, non si consideri alla stregua del corregionale Pirandello, di ben altra e alta statura, e non assuma i toni, come detto sopra, del profeta, dell’ammaestratore dei nostri tempi. In fondo, vale anche per lui il classico “sutor, non ultra crepidam”.

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Valeria Parrella di nuovo a un capezzale

Seguo da tempo con approvazione le opere di Valeria Parrella, che ho ascritto alle file di una “nuova napoletudine”, distinguendole per esempio da chi, come Donatella Di Pietro, con la sua “Arminuta”, ritorna implacabilmente a ricalcare le vicende di ordinario degrado che quasi fuori del tempo covano nei “bassi” della città campana, Anche le protagoniste della Parrella vivono in quegli ambienti, ma non sottostanno al ricatto degli stereotipi letterari, sono persone dei nostri tempi che lottano per acquisire un giusto grado di cultura, tentando di darsi a professioni dignitose, come l’insegnamento, anche se costrette alle trafile asfissianti di concorsi gremiti, di supplenze in luoghi lontani, avendo anche a che fare con genitori non sempre tolleranti e comprensivi. Lo stesso di dica anche per quanto riguarda la vita affettiva e sessuale, in cui queste figure femminili si mostrano all’altezza dei nostri tempi, pronte a intessere avventure o a lasciare che si interrompano, per passare a nuove esperienze. Se si vuole, sono anche esercizi che, pur non sapendo io nulla della biografia di questa scrittrice, ritengo largamente improntati a quella che ora si chiama “autofiction”. Ma su cui incombe il rischio di appiattirsi in esiti non provvisti di un sufficiente grado di dramma, di tensione, a livello di trama. Si sa bene però che la nostra Parrella in questa direzione ha fatto centro almeno una volta con “Lo spazio bianco”, in cui il modesto profilo di una ragazza dei nostri giorni è stato chiamato a seguire con ansia i tentativi di un figlio nato prematuro di balzar fuori da uno stato di sospensione tra la vita e la morte. Quell’evento ha calamitato il vissuto della protagonista, conferendogli palpito, tensione, emozione, fino al punto di rischiare ci collocarsi come prova insuperabile. Purtroppo di alcuni narratori si dice che non ce la fanno ad andare oltre un qualche loro straordinario exploit, c’è stato chi è arrivato a dare un simile giudizio “tranchant” perfino per il Moravia degli “Indifferenti”. Ma per suo conforto la Parrella mi sembra rinnovare quel clima denso e drammatico con la sua ultima uscita, “Almerina”, anche se lo fa, come è opportuno, non certo fornendoci una banale replica del romanzo di successo, anzi, riuscendo a mutare tutti i dati messi in campo. Intanto, colei che narra, di nome Elisabetta Maiorana, conferma la sua appartenenza a una categoria che la salva dal degrado, quella di insegnante, seppure non certo ad alto livello, infatti è docente in un carcere giovanile, quello di Nisida, nei pressi di Napoli, la città che sembra destinata ad attrarre su di sé tutte le possibili vicende di degrado. Al posto del figlio prematuro, in questo caso ci sta la portatrice del titolo, Almarina, povera ragazza immigrata dalla Romania, vittima di soprusi paterni, di difficoltà di ogni genere, che l’hanno costretta a delinquere, da qui la sua reclusione nel carcere minorile. E la professoressa la assiste, come già in precedenza era avvenuto da parte della madre ansiosa al letto del figlioletto nato prematuro. Naturalmente muta radicalmente il tipo di assistenza che in questa occasione conviene fornire alla vittima. La docente, che la sente come una propria creatura, la deve proteggere dal bullismo dei compagni di sventura, e cercare di procurarle un po’ di sollievo, ottenendo per esempio che le venga affidata per un soggiorno esterno in periodo natalizio. Sono senza dubbio pagine felici quando la madre putativa avvia la sua protetta ad apprezzare il conforto di impianti igienici, e anche di cosmetici, di cure, di vesti come si deve, a cui la povera orfanella è del tutto disabituata. Purtroppo però la burocrazia ha le sue leggi implacabili, e dunque quell’affido non può prolungarsi, anche perché la protettrice è rimasta vedova e dunque non può candidarsi a una adozione formale. La vicenda si chiude amaramente, con l’obbligo di relegare Almarina in una casa protetta, forse meglio del carcere, ma ugualmente costrittiva. In fondo, a fare un bilancio, questa storia ha termine su tinte più tristi, rispetto all’esito positivo del neonato felicemente uscito dal coma. Lo spazio bianco in questo caso si trasforma in un buco nero.
Valeria Parrella, Almarina, Einaudi, pp. 123, euro 17.

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Hawking e le sue risposte

L’altro giorno per sopportare la noia di un viaggio in treno ho acquistato il saggio di Stephen Hawking, “Le mie risposte alle grandi domande”. Dico subito che la mia competenza in materia fisico-matematica è ben scarsa, quindi non saprei rispondere al quesito manzoniano se quella del ben noto studioso sia stata “vera gloria”, di sicuro gli si deve riconoscere una non comune forza d’animo nell’aver sopportato la grave malattia da cui era afflitto, riuscendo a svolgere malgrado tutto una vita coniugale e professionale di ottimo livello. Quanto alle risposte che egli ci fornisce nel libro in questione, una mi convince senz’altro, relativa a un interrogativo molto ingenuo di chi si chiede che cosa esisteva prima della nascita dell’universo. Se non sbaglio la sua risposta è che il tempo stesso è nato con l’atto istitutivo della nostra realtà, ovvero con lo scatenarsi del “big bang”, cui ormai nessuno nega legittimità e verosimiglianza. Non mi pare che l’autore risponda con uguale chiarezza a un interrogativo opposto, che cosa c’è al di là del tempo e dello spazio? Dove, come si ferma l’infinito espandersi dell’universo, tanto più che la stessa teoria dell’esplosione iniziale ci dice pure che i frammenti di quella bomba primordiale si stanno allontanando tra loro a raggiera? Dobbiamo quindi misurarci con la nozione di uno spazio-tempo che si prolungano all’infinito? Ma qui ci viene in aiuto la genialità di Einstein, ribadita ad ogni passo dallo stesso Hawking, che come sappiamo ha pure introdotto l’esistenza delle onde gravitazionali, per effetto delle quali lo spazio-tempo “curva”, rientra in se stesso, secondo il paradosso per cui una astronave capace di procedere alla velocità della luce non si perderebbe negli abissi dell’universo, ma prima o poi ritornerebbe sui propri passi. Insomma, non è pensabile un andare oltre quanto esiste nel nostro universo, allo stesso modo che non ha senso chiedersi che cosa ci fosse “prima”. Anche se devo ammettere che una simile concezione, favorevole a un inizio e a una fine, suona a vantaggio di una tesi creazionista, salta fuori cioè la possibilità di introdurre un Dio creatore dal nulla, una cosa che per un ateo come me non risulta molto allettante.
Naturalmente Hawking può amministrare tranquillamente un’estensione temporale di milioni o miliardi di anni che spiegherebbero l’evoluzione della vita sul nostro pianeta, sia vegetale che animale, senza escludere la possibilità che su qualche altra particella del cosmo possano esistere altre forme di vita, anche se con modalità diverse da quelle qui realizzate, e dunque anche con l’invito implicito, da far valere per prossimi tentativi di esplorazione su altri pianeti, di impedire l’ingresso tra di noi di simili eventuali forme di esistenze aliene, che potrebbero risultare del tutto nocive alle nostre. Ma un problema che Hawking non affronta per nulla è quello della nostra stessa comparsa sul pianeta. E’ vero che in merito c’è l’ipotesi darwiniana di lunghi tempi di evoluzione, prima di vedere raggrumarsi sulla terra qualcosa di simile alla intelligenza dell’”homo sapiens”. Ma possibile che, se scrutiamo il pur limitato tempo suscettibile di indagine, pochi millenni, e non certo milioni di anni, non riusciamo a scorgere nessuna traccia di un avvicinamento della condizione animale alla nostra umana? Dobbiamo avere fiducia nell’effetto lento dello sgocciolare dei millenni, o invece dobbiamo invocare, ancora una volta se da atei non crediamo in una creazione divina, al compiersi di qualche catastrofe? Francamento quella progressione illimitata predicata dal darwinismo mi sembra puzzare di positivismo ottocentesco, qualcosa che fa a pugni con le nostre attuali convinzioni “quantiche”, in cui crede il nostro stesso Hawking. Inoltre diciamo pure che attorno a questa comparsa dell’”homo sapiens” si è verificato un miracolo genetico, pensiamo a quale rischio si sarebbe incorso se sulla terra fossero sopravvissute forme antiquate di intelligenza, bloccate a uno stadio evolutivo intermedio, tra lo stato avanzato di qualche primate e invece un “homo erectus” già portatore di una scintilla mentale. Quale disastro sociale, etico, antropologico se oggi fossimo circondati da esistenze rimaste ferme a qualche grado di evoluzione inferiore, quasi come degli automi o dei robot, ma dotati di vita, di organi sensoriali, eppure provvisti di doti mentali ferme al livello di esseri inferiori. Quale invito a rilanciare, a sfruttare forme di schiavismo. Invece, ecco il miracolo genetico, le diversità tra le diverse famiglie umane si fermano a questioni di superficie, di pelle, di taglio degli occhi, ma non risulta tra loro nessuna inferiorità costitutiva e irrimediabile, se si eccettuano le comprensibili limitazioni provocate da fattori climatici e ambientali. Sappiamo bene che i neri ci battono per predisposizioni atletiche, o per doti nella recitazione, nelle performances musicali, i gialli sono più abili di noi nello sfruttamento dei procedimenti informatici, e così via. Anche per questo verso il darwinismo pare offrire spiegazioni insufficienti, non si constatano tappe intermedie verso la corsa a realizzare quel capolavoro unico sulla Terra che è la comparsa dell’”homo sapiens” o quanto meno, se quelle tappe ci sono state, per fortuna ora sono scomparse senza lasciare qualche sopravvivenza.

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Gamberale, abbandonare in asso

Ho davanti a me l’appena uscito romanzo di Chiara Gamberale, “L’isola dell’abbandono”, che però non reca consistenti novità rispetto a un precedente “Adesso” (2015) che avevo ritenuto degno di un mio pollice, non troppo positivo, affidato all’unica uscita cartacea che al momento mi resta, sull’”Immaginazione”, mentre affido questa replica alla rubrica minima del mio blog. Forse il dato più curioso e interessante è la spiegazione che ci viene data dell’espressione “lasciare in asso”, che si riferirebbe all’abbandono patito da Arianna, abbandonata sull’isola di Naxos dall’ingrato Teseo, su cui già l’Ariosto aveva dedicato versi memorabili. Anche in questo caso la protagonista, che, come tutto il mondo “bene” in cui si aggira l’umanità frequentata dalla Gamberale trascorre una vacanza estiva a Naxos, o in qualche isola limitrofa, viene appunto “abbandonata in asso” da un amante del momento, un focoso, ma anche crudele Francesco, che forse proprio per la proverbiale ragione che la donna si innamora in misura particolare di chi la tratta più brutalmente, non viene mai dimenticato, nonostante i vari abbandoni da lui perpetrati. Del resto, tutta la narrativa della Gamberale è dedicata a un libero e disinvolto “incontrarsi e dirsi addio”, ovvero all’etica della famiglia quanto mai aperta, corrispondente anche a una specie di “ronde de l’amour”, o di un “changez la dame”, però precisando subito che in un simile ambito di comportamenti disinvolti, “á la page”, in genere la discriminazione maschio-femmina, e l’inferiorità di quest’ultima, è superata, e i due sessi, magari anche con sempre più frequente inclusione pure del terzo sesso, combattono ad armi pari. E dunque l’abbandonata si consola ben presto con un successivo amante, salvo poi a permettersi di “piantare in asso” anche quest’ultimo, rifugiandosi tra le braccia dell’immancabile psicoanalista, pronto poi a divenire il nuovo amante in carica. Il tutto condotto in toni fatui, disimpegnati, tentando di evitare il versamento di lacrime e sangue, anzi, adottando un ritmo leggero, paragonabile a un “rave”, come è detto a un certo punto. Infatti, visto che la protagonista guadagna il suo pane come disegnatrice di libri per l’infanzia, il tutto si potrebbe tradurre in una graphic novel, o in un cartone animato, di quelli che sa comporre il grande artista sudafricano Kentridge. Pare infatti di vedere sfilare i diversi personaggi in parata, magari accompagnati da rumori, suoni, ritmi, passi di danza. Trovo una curiosa vicinanza, proprio in questo ritmo di periodici mutamenti dei partner affettivi, in un romanzo steso da Silvana Grasso e da me recensito su queste colonne, “La domenica vestivi di rosso”, anch’esso dominato da un ritmo indiavolato di “changez l’homme”. Solo che a vantaggio della Grasso ci sta la capacità di condire questi giri di walzer con buone dosi di crudeltà, di dramma, di tragedia, intanto facendo della protagonista non un campione di bell’aspetto e di un confortevole tenore di vita, bensì la portatrice di un handicap fin dalla nascita, il che ne fa una “diversa”, mentre la protagonista della Gamberale è troppo simile a una media statistica di figure usualmente circolanti. Inoltre i partner immessi nella trama dalla Grasso sono a loro volta capaci di perfidie, di sadismi che invece, nelle pagine della Gamberale, trovano una eco più flebile, semmai concentrata nel solo “macho” Stefano, mentre gli altri, al pari della protagonista, sono anch’essi troppo banali, slavati, privi di nerbo. Di fronte a prodotti così “scorri via”, di ordinaria amministrazione, c’è da chiedersi se non sia meglio cercare qualche soluzione più robusta, ricca di qualche scatto di violenza, nella pur dilagante invasione dei “gialli”.
Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli, pp. 216, euro 16,50.

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Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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Letteratura

Con Napoleone ( e Pazzi) verso Sant’Elena

Continua instancabile l’attività di Roberto Pazzi narratore. Due anni fa ci aveva dato “Lazzaro”, subito accompagnato da un mio convinto apprezzamento, simile del resto a quello che nel corso degli anni ho tributato a quasi ciascuna delle sue fatiche man mano che uscivano. E ora ecco questo “Verso Sant’Elena”, che magari è da prendere molto più letteralmente rispetto a quanto ci veniva proposto in tante occasioni precedenti. Nel nostro Roberto c’è sempre uno storico che studia bene i dossier su cui lavora, ma in genere accanto ai dati reali compaiono quelli irreali, o virtuali, gli inserti dovuti all’immaginazione dell’autore. In questo caso invece una componente del genere l’ha tenuta a freno, dandole ben poca esca. In definitiva, in quella che davvero è una cronaca di quanto accadeva sulla Northumberland, il bastimento che portava l’Imperatore verso la sua ultima dimora, si inserisce un solo elemento immaginario, quando il prigioniero illustre fa sorgere nella sua triste cabina lo spettro di un primo amore, tale Eugénie, che aveva allietato i suoi anni giovanili, ispirandogli anche un romanzo, quando la sua carriera militare era ancora sul nascere e il grande Corso non aveva lasciato cadere la pista letteraria. Ma per il resto Pazzi ci porta davvero a bordo del Northumberland, coi suoi due mesi di noiosa attraversata, condivisa da una ciurma costituita, pare incredibile, dalla bellezza di un migliaio di marinai, sottoposti alla noia, alla fame, alle punizioni corporali che la marina di Sua Maestà britannica era pronta a infliggere. Napoleone è trattato abbastanza bene, il che gli consente di errare col pensiero, e all’autore di dare consistenza, pienezza di dettagli al responso sibillino dato dal Manzoni in morte del personaggio famoso. Intanto, non è che Pazzi dimentichi del tutto certi suoi exploit precedenti, forse ci potrebbe essere di nuovo qualcuno che muova “Cercando l’imperatore”, ma più che mai dovrebbe mutarsi in uno stormo di uccelli, diversamente il condottiero abbattuto non può sperare in un arrivo dei “nostri” a liberarlo, questa volta il nemico principale, gli Inglesi, avevano fatto bene i loro conti, pur salvandolo dalle pretese degli alleati che avrebbero voluto comminargli la morte. Questa volta si è stati ben attenti a non ripetere l’errore fatale di comminargli una “comoda” prigionia sull’isola d’Elba, che è tra i ricordi che più assediano la memoria del prigioniero, quando era andato a trovarlo una donna rimasta a lui fedele, la polacca Walewska, portandogli anche il figlioletto, in sostanza ufficialmente riconosciuto, mentre il Re di Roma, il rampollo avuto da Maria Luigia d’Austria, che fine avrà mai fatto? Questa una angosciosa domanda che Napoleone pone a se stesso, mentre l’Autore, comportandosi come il demiurgo quale era previsto nel regime narratologico ottocentesco, fa incursioni all’interno di questo personaggio, mostrandocelo ancora imbevuto del ricordo di tanto padre, pronto a rivendicarne la gloria, ma alla fine domato, piegato da un nonno austero e implacabile. E soprattutto abbandonato dalla madre, appunto Maria Luigia, che vede in lui il frutto di un’offesa inflittale dalla ragion di stato, e che dunque non vuole concedergli alcun tributo di affetto, mentre sogna di rifarsi l’esistenza anche sul piano erotico, dandosi ad amori col Neipperg, e aspirando alla libertà che le potrà dare lo staterello di Parma. I ricordi del prigioniero illustre svariano, li animano dei “flashback” dedicati alla madre Letizia, alla sorella Paolina, che sono il lato buono delle sue memorie, magari assieme alla mai dimenticata creola, Giuseppina Beauharnais. Ma c’è pure il lato negativo degli ex-fedeli che lo hanno tradito, come Murat, come il sempre infido Talleyrand, e perfino lo zar di Russia, su cui pure credeva di aver stabilito un influsso quasi paterno. E dubbia è anche la fedeltà della piccola scorta che lo segue, un Las Cases che punta solo al guadagno che potrà trarre dalla possibilità di pubblicare le memorie della vittima illustre, e altri, immersi in oscure manovre. Insomma, un quadro triste, deprimente, tanto che l’Imperatore è quasi convinto a darsi la morte prima ancora di venire sbarcato sul miserabile scoglio. Del resto, tra i membri dell’equipaggio ce n’è pure uno cui forse l’ammiragliato britannico ha conferito l’ignobile incarico di avvelenare gradualmente il prigioniero, che è solo un inciampo, una grave soma. Infatti questo Pazzi, in veste soprattutto di storico, non si esime neppure dal darci i cosiddetti “conti della lavandaia”, snocciolando i numeri di quanto sarebbe costato all’Inghilterra albergare a lungo quel personaggio sgradito. Pazzi insomma riecheggia la tesi molte volte accennata di una morte procurata a Napoleone, però sei anni per condurla a buon fine sembrano un periodo un po’ troppo lungo. Del resto, mentre il navigatore coatto è libero di errare col pensiero di qua e di là dell’enorme scacchiere che ha frequentato nella sua turbinosa esistenza, non viene seguito quando approda a S. Elena. Questa resta una meta lontana, ovvero ci limitiamo solo ad andare “verso” di essa. Ma come si conviene a chi narra storie reali, anche Pazzi non si esime dal compito di dirci come sino andati a finire i protagonisti della vicenda, compresi i discendenti, e così compare anche un dato incredibile, una buona azione compiuta da Hitler, che quando occupò Parigi vi fece trasferire accanto alla tomba di Napoleone la bara del figlio, sottraendola alla Cripta dei Cappuccini, dove a Vienna dormono il sonno ultimo tutti gli Asburgo.
Roberto Pazzi, Verso Sant’Elena, Bompiani, pp. 189, euro 15.

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Letteratura

Missiroli: fedeltà o infedeltà?

La Casa editrice Einaudi mi ha usato la gentilezza di mandarmi i volumi di Paolo Colagrande e di Alice Cappagli, forse intuendo che sarebbero risultati accetti alle mie corde, come infatti è stato, consentendomi di dedicare a entrambi note molto favorevoli su questo blog. Non mi ha inviato invece la successiva “Fedeltà” di Marco Missiroli, forse anche in questo caso intuendo che sarebbe mancato il mio favore a quest’opera, come infatti è, anche se, vista l’ attenzione con cui è stata accolta, non ho mancato di procurarmela a mie spese. E’ opera incerta e confusa, sicuramente non superiore alla media di altri prodotti che hanno invaso il mercato in questi ultimi tempi. Forse anche in questo caso può valere la formula lanciata da Vittorio Spinazzola di un New Italian Realism, o di un neo-neorealismo, come preferisco dire io. Siamo cioè in presenza di uno spaccato di vita come oggi si svolge nelle comunità urbane, poste nel pieno di una società consumista, con tutti i suoi riti, compreso pure quello di una libertà sessuale per cui le coppie si fanno e si disfano, in un panorama “aperto” e molto tollerante, il che, sia ben chiaro, è decisamente un bene, l’ accettazione di uno dei presupposti stessi della nostra civiltà, che a ragione si può definire post-freudiana. Per cui proprio non si capisce che cosa sia saltato in mente al narratore di intitolare queste sue “ambages”, non “pulcherrimae”, ma certamente molto consuete, all’insegna della “Fedeltà”. Ci stava bene pure l’esatto opposto, ovvero un elogio della “infedeltà”, come condizione imprescindibile di vita al giorno d’oggi. In definitiva, il romanzo consiste proprio nel presentarci delle coppie che marciano ciascuna verso un momento di crisi, col maschio, ma anche la femmina, pronti ad accogliere l’attrazione di partner diversi, salvo magari a rientrare sui propri passi, ma, in sostanza, non per l’imporsi di ferree convinzioni morali, che nel nostro universo non hanno più un forte diritto di cittadinanza, ma solo per adempiere a scelte abitudinarie, di comodo, di assuefazione. La coppia numero uno è data da Carlo Pentecoste e dalla moglie Margherita, la cui convivenza è subito picconata da un evento fortuito. Il marito, docente di scuola, per le migliori intenzioni entra nella toilette riservata alle donne per portare soccorso a una giovane alunna, Sofia, dal che nasce però un intreccio, una relazione. D’altra parte Margherita a sua volta si lascia affascinare dalle dita sapienti di un massaggiatore, tale Andrea, che sa sfiorare abilmente i suoi punti sessualmente nevralgici invitandola a prolungare quei momenti di piacere, Ma , forse per allungare il brodo, o al positivo, per accrescere una fedeltà documentaria nel rendere uno spaccato del nostro oggi, il narratore non si nega nulla, appiccica al seduttore Andrea una improbabile coda che lo vede anche cedere a tentazioni omosessuali, con l’aggiunta di una partecipazione alle scommesse che si fanno circa i selvaggi duelli tra cani. Lo schema generale della vicenda si può anche ricondurre a una sorta di “ronde de l’amour”, ma contrastata dal ritmo avverso riportabile alla formula dell’”incontrarsi e dirsi addio”. Infatti Sofia, la giovane che si pone all’inizio della serie determinando la prima rottura di una sana vita coniugale, non è che stia al gioco, che accetti di rimanere al fianco dell’involontario seduttore Carlo, ma al contrario fugge lontano da lui, rientrando in un ambiente riminese, che sarebbe il suo terreno di partenza, dove ovviamente ci sono altri interessi affettivi ad attenderla. Forse i momenti più persuasivi in questa “ronde” sono quelli in cui la vicenda si “riposa” , affidata alla saggezza di genitori, di madri tolleranti, capaci di lottare contro la malattia, di comprendere e perdonare figli, figlie, generi nelle loro dispersioni, nei passi falsi. Il tutto senza picchi di vivacità, in un tessuto che si diffonde piatto, cercando di animarsi con il ricorso a un periodico “changez la femme”.
Marco Missiroli, Fedeltà. Einaudi, pp. 224, euro 19.

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Letteratura

Covacich, il vero batte il verosimile

Mauro Covacich è un assiduo lavoratore della penna, si sarebbe detto in altri tempi, oggi si dovrà dire del computer, già pronto a pubblicare una nuova opera a breve distanza dalla “Città interiore”, di appena due anni fa. Il suo “Di chi è questo cuore” appena uscito è sempre più lontano dall’oggetto che con qualche rispondenza si può dire “romanzo”, mentre costituisce un coraggioso passo integrale in direzione di quella che oggi si chiama “autofiction”, o magari se si ha il coraggio di far uso di un termine antiquato, autobiografia. Rispetto a cui il testo precedente costituiva ancora un tappa di avvicinamento, dove le confessioni stese in prima persona si accompagnavano a brani riferiti a personaggi mitici della città del cuore, Trieste, magari neppure visti da vicino, di persona, dalla voce narrante. Ora invece l’autore gioca a carte scoperte, con nomi in chiaro, perfino della sua attuale compagna, Susanna Tartaro, risalendo addirittura al padre di lei, Achille, di cui non è neppure oscurata la sua appartenenza alla categoria dei critici e storici della nostra letteratura. Ma, buttati via tutti gli schermi protettivi, Covacich si sa valere di valide chiavi per assicurare efficacia al prodotto risultante, cominciando subito con l’accordarsi un vivace saltabeccare da un’occasione all’altra, nel che trova i vantaggi del mestiere di giornalista che oggi accompagna validamente a quello di vero e proprio narratore, chiamato a mettere in piedi storie verosimili. Ora sfrutta invece l’enorme forza del vero, del visto, del sentito e sperimentato coi propri occhi, con la consapevolezza che pure nell’ambito di questi frammenti di verità può risiedere una forza drammatica, anche se magari abbassata nei toni. Non sono più insomma le “Anomalie” da cui era partita la sua carriera, sono fatti e fatterelli perfino troppo normali, ma raccolti con un’attenzione allo stato attuale dei costumi e della società condotta a tutto campo, a tutto giro, senza tabù e zone protette,, evitando in ogni caso l’enfasi, il cedimento ai buoni sentimenti. A cominciare da se stesso, e da quella menzione di un cuore contenuta nel titolo che farebbe scandalo se non si precisasse subito che è quello stesso dell’autore sottoposto, come oggi avviene quasi ad ognuno di noi, a un qualche intervento diagnostico. E c’è pure almeno un punto in cui il narratore indossa le vesti del detective, accostandosi a un fatto tragico, la caduta dall’alto di un giovane, non si sa se perché vittima di uno sciagurato atto di bullismo compiuto dai compagni, o da sue intenzioni suicide, o da un mero incidente. In altri momenti, o da parte di altri narratori, quest’episodio meriterebbe un’attenzione puntuale e monografica, ma non così nel presente esercizio, il cui conduttore si lascia ben volentieri trascinare da uno spunto all’altro. Non occorre un grande sforzo per spingere la nostra realtà quotidiana a farsi romanzesca, ci pensa da sola a provocare un tale effetto. Basta indagare su una madre anziana che invece di fare la calza “chiatta” con le amiche, e poi c’è tutto il capitolo dell’intervento a favore degli animali domestici, con riti curiosi, come quello dei bravi proprietari che ne raccolgono gli escrementi in sacchetti di plastica procedendo poi a cercare un cassonetto per disfarsi di quel carico. C’è da frequentare il cosmo dei diseredati, con le loro varie misure per concedersi momenti d’estasi con bevande di basso conio. Proprio perché Covacich in questa sua prestazione non intende affatto nascondersi, non manca di affrontare il capitolo delle interviste e presentazioni dei suoi libri che è costretto a concedere, rimbalzando da una località all’altra, e anche da un pranzo o una cena, coi relativi cerimoniali. Insomma, l’autore appare molto simile proprio a uno di quei diseredati di cui reca testimonianza, abituati a frugare nei bidoni del pattume per cercarvi qualche oggetto degno di interesse. Anche lui fruga nella infinita piattezza e banalità dei nostri giorni sperando di poterne estrare qualche gioiello splendente, qualche pepita aurea. Il rischio, diciamolo pure, è che un’impresa del genere possa essere tacciata con l’epiteto che ci siamo abituati a scagliare contro Emio Cecchi e i suoi “Pesci rossi”, ma in merito posso anticipare che ho appena steso un capitolo di una mia storia della narrativa italiana del primo Novecento in cui non ho certo salvato la Sor’Emilia, dato lo stato parsimonioso dei suoi raccontini, mentre sono stato largo di elogi verso le scintillanti epifanie scovate da Bruno Barilli e da Gianna Manzini. Ebbene, questo Covacich è in parte un loro erede, col vantaggio che ora trova a sua disposizione una sterminata distesa di “pesci rossi”, una pastura abbondante, quasi inesauribile.
Mauro Covacich, Di chi è questo cuore, La nave di Teseo, pp. 246, euro 17.

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