Letteratura

Un Camilleri di buona fattura

Ormai in molte occasioni sono costretto a occuparmi dell’enorme capitolo di para-letteratura costituito dal filone del “giallo” o del poliziesco, con relativo andirivieni tra il cartaceo e il filmico-televisivo. Questo mi ha portato a esaminare quanto ci hanno dato in materia, almeno nel nostro ambito nazionale, i vari Lucarelli e De Giovanni e Carofiglio, cui ho dato voti per lo più scarseggianti e dubitativi. Ma certo il nostro migliore campione della serie resta Andrea Camilleri, soprattutto con la serie intestata al commissario Montalbano. Beninteso, seppure con la sua aura di mostro sacro della migliore intellettualità nostrana, di campione integerrimo delle più nobili cause, anche lo scrittore siciliano non sfugge ai limiti insiti nel genere da lui tanto abilmente coltivato, che sono fra l’altro quelli di votarsi a uscite copiose. il pubblico è avido di nuove vicende, non bisogna deluderlo, occorre esibirsi in nuovi esemplari, che dunque non sempre escono perfetti, o come si dice, non tutte le ciambelle hanno il buco giusto, e dunque ci sono di volta in volta notevoli infrazioni al verosimile, ripetizioni, ricalchi di storie già conosciute, furti dai classici del passato. Ma da limiti del genere non sono andati esenti neppure i massimi esponenti di questo filone, si pensi agli inventori dei Sherlock Holmes, dei Maigret, dei Poirot. Si può dunque chiosare con ricorso a un altro proverbio, invocare cioè il “mal comune” che diventa “mezzo gaudio”. Questo prologo mi serve per dire che, della vasta produzione di Camilleri, mi sembra un frutto valido l’ultimo uscito, se non sbaglio, “Il metodo Catalanotti”. Vi troviamo i personaggi che abbiamo appreso ad amare, guai se non si ripresentassero, in questo enorme teatro dei pupi, o commedia all’italiana. E dunque il nostro Montalbano viene svegliato in prima notte dal compare Mimì Augello, che gli deve confessare un’avventura imbarazzante, conseguenza del suo irrefrenabile dongiovannismo per cui si è recato a consolare una signora mal maritata calcolando sull’assenza forzata del marito, impegnato in un lavoro notturno. Ma il coniuge rientra all’improvviso, il che costringe Mimì a fuggire nel modo più classico, calandosi dal balcone in un appartamento sottostante, ma immerso nel buio e nel silenzio, in cui si avventura a tastoni, fino a percepire col tatto la presenza di un corpo umano, freddo, inerte, e dunque di un defunto, capace pure di emettere tracce di sangue. Come fare? I due poliziotti in carica non possono confessare quella visita notturna del tutto irregolare di Mimì, e la conseguente scoperta di un cadavere. A complicare le cose arriva l’annuncio del ritrovamento di un cadavere, questa volta a piene luci, in un luogo del tutto diverso da quello dell’impresa notturna di Mimì. E si tratta proprio dell’intestatario del racconto, del Catalanotti, apparentemente ucciso con una stilettata infertagli mentre già era steso sul suo letto. Personalità oscura e controversa, questa dell’assassinato palese, senza dubbio facoltoso, ma in che modo? Si tratta di uno spacciatore di droga, o di uno strozzino? La cosa si complica perché il solerte Montalbano, quando fruga nell’abitazione della vittima, vi scopre un dossier dove, di tanti individui, sono ripotati dei resoconti, sul loro vissuto più personale, che sembrano corrispondere più alle registrazioni di uno psicoanalista che a quelle di un usuraio. Infatti si dà il caso, rovesciato rispetto al normale, che l’apparente strozzinaggio del Catalanotti è solo una copertura, in realtà egli è un fine intellettuale amante del teatro, che intende praticare nelle forme più esigenti insegnate da Stanislavskij, o addirittura da Grotowski, ovvero egli punta a un teatro-verità, quasi seguendo Pirandello nel partire dal presupposto che la realtà ha più fantasia di ogni effetto narrativa, e cioè che il vero è più forte del verosimile. Si scoprirà quindi che in sostanza di cadaveri ce n’è solo uno, l’altro in realtà era solo un perfetto manichino di cera che il regista meticoloso si è fatto fabbricare per avvicinare il più possibile al vero una sua creazione teatrale. Qui mi fermo, se no anche in questa sede minima quell’uno o due lettori che forse mi seguono mi accuserebbero di svelare inopportunamente il segreto finale. Continuo invece a segnalare i tratti validi di questo ennesimo prodotto dell’officina Camilleri. Di rado, come in questo caso, egli fa professione di intellettualità scomodando i mostri sacri della cultura. Inoltre dà alla sua creatura prediletta, a Montalbano, l’agio di mandare a quel paese l’”amor di terra lontana”, la stancante e noiosa presenza di Livia, per tentare invece un approccio erotico con una bella collega trasferita nel suo commissariato. Cioè in sostanza Montalbano quasi ruba il mestiere all’amico Mimì, si dà a un giro di valzer sul fronte erotico, Ma poi né lui né il suo autore osano spingere a fondo, infatti la bella poliziotta se ne va altrove, e dunque temo che Livia tornerà a imperversare nelle prossime prove. Un motivo di consolazione sta nell’efficace dialetto con cui i vari protagonisti di questa commedia dell’arte ci parlano, laddove gli infelici concorrenti del Nostro hanno il difetto di usare uno stile neutro, scorrente come acqua fresca.
Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti, Sellerio, pp. 293, euro 14.

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Maggiani e il romanzo misto di storia e d’invenzione

Maurizio Maggiani forse non se n’è accorto, ma con le sue ultime opere narrative, “Il romanzo della nazione”, del ’15, e l’attuale “L’amore”, di cui vado a parlare, rientra in pieno della formula manzoniana del “romanzo misto di storia e d’invenzione”, una coesistenza difficile da amministrare, col rischio che una delle componenti finisca per dominare sull’altra. E’ successo a Don Lisander, che dopo i “Promessi sposi” non ha più tentato di vivacizzare i fatti storici con l’aggiunta della trama, il romanziere è morto in lui, sostituito dallo storico puntiglioso e scrupoloso. Qualcosa del genere l’ha rischiata anche, di recente, Antonio Scurati, che col suo monumentale “Mussolini”, mentre ha raccolto una enorme messe di documenti, proprio da storico puntuale, si è visti ristretti gli spazi per la “fiction”, mentre nel precedente “Il tempo migliore della nostra vita” aveva tentato un compromesso ingegnoso, da una parte il blocco “storico” corrispondente a una attenta ricostruzione della biografia di un protagonista degli anni attorno alla metà del secolo scorso, Leone Ginzburg, ma affiancato, intervallato, dalle vicende oscure della sua stessa famiglia. Qualcosa del genere lo aveva fatto pure Maggiani nell’opera precedente, in quanto i fatti privati della sua famiglia erano stati messi a riscontro con quelli dei padri fondatori della nostra unità nazionale. Ora invece Maggiani fa saltare le paratie tra una dimensione e l’altra, ci offre un narratore in prima persona, tanto presente e ossessivo da non darci neppure il suo nome, il quale, dalla sua posizione di persona agiata, in possesso di un certo benessere, si china nel pozzo del tempo per andare alla ricerca delle varie fasi della sua esistenza precedente, facendo in modo che gli eventi del tutto privati di questa interferiscano con quelli pubblici. E soprattutto, evitando una esposizione “per filo e per segno”, ma saltabeccando da un capo all’altro di questa trama, come un Marcel pronto ad afferrare la resurrezione del tempo secondo appigli, spunti, suggerimenti del momento. Infine, facendo anche attenzione che nel dosaggio risultante il momento del privato sia più consistente e gratificante, sia per chi scrive che per chi legge, rispetto ai fatti pubblici. Non per nulla in primo piano ci stanno le relazioni sentimentali, o diciamo pure erotiche del soggetto che si confessa, come attesta il titolo di questa confessione, appunto l’amore, che però è parola infelice, come deve ammettere l’io che ci parla, costretto a rievocare una ragazza del passato, di stagioni ruggenti e bellicose, quando “dire ti amo appariva del tutto fuori luogo “ (p. 110). A proclamare con sicumera questa regola era, tra le altre adolescenti frequentate, la “luxemburghiana”, appartenente cioè a una delle varie sette e colorazioni ideologiche che nel corso di questa lunga confessione entrano in accordo o in collisione con il “privato”. Ora in un certo senso colui che narra (non bisogna fare l’errore di identificarlo con lo stesso Maggiani) ha raggiunto la pace dei sensi, vive in convincente accordo con la moglie, e dunque un termine pieno ed enfatico come “amore” potrebbe essere davvero accettabile, ma diciamo la verità, i passi godibili di questa narrazione ci sono quando l’austero commentatore, avanzato negli anni, ci parla dei rumori che dal giardino gli fanno giungere il tasso e la volpe, o quando egli si impegna in cucina, a preparare le frittelle di baccalà, o a pelare le patate. Soprattutto sfilano gli “amori”, ma per fortuna in versioni molto prosaiche e volgari, e trascinandosi dietro, ciascuno di essi, una fetta di tessuto pubblico. Si succedono così la Patri, la Sandra, la Chiaretta, colte, fatte rinascere, ciascuna di loro, assieme a un buona fetta di tessuto storico, per cui, di nuovo, traspare, in punteggiato. “il romanzo della nazione”. In un certo senso si potrebbe dire che ora Maggiani si affida a un enorme monologo interiore che assume anche i tratti a ruota libera, casuali, di una “corrente di coscienza”, quasi alla maniera del finale dell’”Ulisse” joyciano. Ma l’autore deve stare attento, questo continuo frammentare il filo del discorso, questo saltabeccare da un ricordo all’altro, alla fine potrebbe diventare anche stancante, un eccesso di divisionismo psichico può portare a un esito monotono, indifferenziato. In fondo, Joyce, almeno nel suo capolavoro, non si è affidato del tutto alla corrente di coscienza, lasciandola solo come capitolo terminale, mentre nei capitoli precedenti si è valso di fili conduttori, andando addirittura a prendere come guida i libri dell’Odissea. In altre parole, caro Maggiani, faccia attenzione, un po’ di disordine nell’afflusso dei ricordi e delle sensazioni può essere piacevole, ma un loro accumulo disordinato può alla lunga risultare difficile da sopportare. Ovvero un affluire eccessivo di eventi porta quasi a spegnerli, ad azzerarli.
Maurizio Maggiani, L’amore, Feltrinelli, pp. 195, euro 16.

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King: difficili rapporti tra il vero e il fantasy

Il mio entusiasmo nei confronti di Stephen King, come del resto anche verso il suo quasi omologo giapponese Murakami Haruki (cfr. il mio blog di domenica scorsa), sta alquanto rallentando, e per ragioni abbastanza simili, I due sono maestri nell’abilità di affidarsi a una scena di assoluta quotidianità, beninteso nei rispettivi ambiti geografici e di civiltà, sentendo però il bisogno di aprire sbocchi per dare accesso a fattori di fantasy, di magia, di irrazionalismo, ma il passaggio dall’uno all’altro livello crea senza dubbio dei problemi, Dove e in quale misura lasciare la protezione del verosimile e affrontare il magico? Passaggio irreversibile o invece provvisto di una marcia indietro? Nel caso del precedente “Sleeping Beauties”, appena dell’anno scorso, la miscela era abbastanza netta, King entrava subito in territorio magico ideando una specie di epidemia mostruosa, ma nello stesso tempo “bianca”, felpata, che investiva solo la componente femminile del suo universo, manifestandosi attraverso una fasciatura progressiva che andava ad avvolgere le povere donne, provocando oltretutto in loro una sonnolenza irresistibile che le portava alla morte. Il tutto condotto abbastanza bene, con rinuncia sistematica a un canone di verosimiglianza, salvo poi a trovarsi di fronte al problema di che cosa fare di queste esistenze messe in mora. Ora King è pronto a sfornare un altro romanzo di più di 500 pagine, “The Outsider”, dove almeno in apparenza si tiene abbarbicato a lungo a un criterio di normalità, tratteggiando la pigra esistenza in un villaggio appartato di qualche “State”, Flint City, che però è scosso dalla scoperta di un orrido misfatto, Un ragazzino, Frank Peterson, è stato strangolato, e nello stesso tempo violentato in modo brutale infilandogli un ramo nell’ano. Scatta l’indagine, affidata un bravo poliziotto, Ralph Anderson, che però ben presto si trova di fronte a un bivio. Infatti l’assassino ha lasciato impronte, anche sul camion con cui avrebbe prima sequestrato, poi trasportato la vittima sul luogo del martirio, e perfino tracce di sangue da cui è stato possibile ricavarne il DNA, Ebbene, tutti questi indizi portano concordi a incolpare una nota persona del villaggio, tale Terry Maitland che è uno stimato docente nonché allenatore di un squadra junior di atleti del posto. Eppure, data l’evidenza delle prove a carico, si procede all’arresto di questo cittadino, nonostante che egli protesti la sua totale innocenza, accampando anche prove tangibili che al momento del crimine si trovava altrove, a molta distanza, impegnato a partecipare a un convegno in cui aveva anche preso la parola, come testimoniato da registrazioni video. Ma il torto dell’investigatore è di procedere comunque all’arresto del malcapitato, con l’errore aggiunto di condurre un tale atto “coram populo”, il che rende possibile la protesta del fratello della vittima, che interviene a uccidere l’incriminato. L’episodio, ahimé, ci ricorda troppo da vicino la scena ormai depositata nella storia in cui quel tale Ruby fredda l’accusato dell’omicidio del Presidente Kennedy, Lee Ostwald, e dunque in una occasione del genere King “fa il furbo”, riscrive un episodio ormai ben noto a tutti. Ma come uscire dal dato centrale dell’intrigo, l’ubiquità del presunto colpevole, di Terry che può dimostrare di essere stato altrove pur lasciando impronte digitali e macchie del suo sangue nel luogo del crimine? Nulla da fare, non c’è via d’uscita attraverso soluzioni che tengano i piedi per terra, King è costretto aricocorrere a soluzioni di ordine fantascientifico, deve andare a pescare in un patrimonio di cupe leggende, magari provenienti da un territorio molto adatto ad hoc quale il Messico, ricavandone una figura diabolica detta El Cuco, Deve insomma introdurre, come annuncia il titolo, l’”Outsider”, il protagonista che non viene semplicemente da fuori, ma addirittura da un altro mondo, di sortilegi, di presenze occulte, sotterranee. Un essere che non ha corpo ma che proprio per questo ne può assumere tanti, si può trasformare nelle sue vittime, seppure con qualche sforzo e fatica. Infatti il narratore, che non vuole rinunciare del tutto a una rotta verosimile, obbliga questa presenza demoniaca a soggiornare in cimiteri e grotte per completare, come una crisalide, il tempo di trasformazione nella vittima da plagiare, deve insomma parzialmente sottostare a criteri fisici, ma dispone anche di poteri che gli consentono apparizioni quasi telepatiche, cioè i personaggi in carne ed ossa vengono “visitati” da questa entità sfuggente, e perfino influenzati, come succede a un cattivo poliziotto, tale Jack Hoskins, che è un ubriacone spudorato, mosso da odio vero il collega bravo e buono, Anderson, fino al punto di andare ad appostarsi su una collina quando quest’ultimo, assieme a un gruppetto di altri “buoni”, tra cui una simpatica detective in gonnella, Holly Gibney, vanno a frugare in una caverna, proprio alla ricerca del luogo dove l’immonda creatura sta maturando la sua metamorfosi. Qui di nuovo il nostro autore saccheggia l’episodio fatale dell’uccisione di Kennedy, evocando gli spari misteriosi che anche in quel caso sarebberoi provenuti da una collina di fronte all’auto presidenziale. Del resto, quante altre scene abbiamo già visto, del tiratore che, celato nella vegetazione, fa fuori le sue vittime, ovvero di nuovo King lavora al riporto di scene di repertorio, anche se riprese con la sua indubbia scorrevolezza descrittiva e precisione di dettagli. Caso mai, un po’ di ingegnosità gli si potrebbe riconoscere nel modo con cui questo alieno riesce a procurarsi il DNA delle persone da incolpare, graffiandole in incontri casuali e di breve durata. Ma poi, se è creatura così immateriale e aerea, come è possibile che i “buoni” dell’impresa riescano davvero a catturarlo, nelle latebre della grotta, invano presieduta dal “cattivo” che ha tentato, riuscendoci in parte, di decimarli? Naturalmente il povero Maitland ottiene la riabilitazione alla memoria, la normalità trionfa, e l’alieno viene ricacciato nelle tenebre in cui è la sua dimora. Ma al confronto un classico statunitense del fantasy come Lovecraft ha più forza e decisione, esce dalla navigazione furba e mediana che tiene il nostro narratore troppo prolifico, almeno a giudicare da queste sue prove recenti.

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Murakami tra realtà e irrealtà

Intervengo per la seconda volta su un’opera dello scrittore giapponese Murakami Haruki, dopo aver commentato in questo sito il “Kafka sulla spiaggia”. Ora è la volta de” L’assassinio del commendatore”, ma forse faccio male a parlare subito, in quanto l’autore ci avverte che questa è solo la prima parte di una trilogia, e dunque, sarebbe più corretto pronunciarsi solo dopo che l’impresa si sia sviluppata in toto. I vuoti, i dubbi, le incertezze che andrò a registrare, e a mettere anche sul conto di un giudizio finale, potrebbero trovare soddisfacenti risposte in corso d’opera. Resta ovviamente la conferma di certe virtù già comparse nel capolavoro precedente, che si potrebbero riassumere, ricorrendo alle sempre utili categorie fornite da Vittorio Spinazzola, in una perfetta combinazione tra “new realism” e “new epic”, ovviamente da non accompagnare col riferimento alla produzione italiana, in cui si stenta a trovare qualche frutto similare di una simile coabitazione. Per un verso, gli eroi di Murakami scorrono su un piano di assoluta prosaicità e volgarità. L’attuale protagonista, che è un buon grafico-disegnatore, ha una vita sessuale “come ce ne sono tante”, il che prevede che la moglie a un certo momento lo metta alla porta, avviandolo a un nomadismo in definitiva assunto con piacere, rallegrato da una perfetta catena di viaggi, di soste in ristoranti e alloggi che forniscono, a un eventuale turista, una perfetta guida di come comportarsi in suolo nipponco, dove fermarsi per mangiare, dormire, magari anche concedersi qualche avventura sessuale lungo il cammino. Infine un collega e amico gli offre un “buen retiro”, che sarebbe la villa in campagna dove risiedeva il padre, ora afflitto dai mali della vecchiaia e internato in un ricovero. Ma nel suo passato era stato un importante e stimato pittore, con un decisivo soggiorno a Vienna, dove aveva assistito a un delitto orrendo, forse già in chiave di repressione antisemita, da cui aveva ricavato un dipinto impressionante. Vi si vedeva un “commendatore”, o comunque un personaggio di spicco, che veniva ucciso a colpi di spada da una specie di samurai, con violento spargimento di sangue, e alla presenza di un enigmatico testimone. Ebbene, questo dipinto fatale è presente nella dimora in cui Yuzu va a soggiornare, inquietandone i sonni. Ma ci sono altri buchi neri, interrogativi, uscite laterali che si inseriscono nella trama impedendole di scorrere in orizzontale. Infatti Yuzu ha un vicino, figura misteriosa, che non si sa bene come abbia si sia costituito un solido patrimonio, certo è che è stato in grado di innalzare una villa poderosa. Ora l’enigmatico vicino di casa avanza al nostro artista una richiesta, accompagnata da congrua retrobuzione, irrinunciabile, di fargli il ritratto, posando per lui ma a condizioni molto specifiche. Qui si dà una curiosa concomitanza con un racconto del nostro Alessandro Baricco, “Gwin”, tanto da doversi chiedere se ci sia stata qualche interferenza tra i due. Fatto sta che anche il protagonista di quel racconto è un ritrattista “concettuale”, fa posare le persone ma per ricavarne solo una descrizione verbale. Anche il ritratto che Yuzu conduce del misterioso vicino ha tratti irreali, magici, che però sono poca cosa rispetto a un trillo di una campanella che viene a tormentare i suoi sonni notturni. I due si alleeranno nell’andare a indagare sulle origini di quel suono misterioso, il che li porterà a scoprire una cavità sotterranea. Infatti la narrazione del nostro Murakami si caratterizza, come già detto, dall’aprirsi di “enclaves”, grotte, pertugi, nel tempo e nello spazio. In questo caso poi l’autore non si esime dal dare consistenza al ritratto misterioso dovuto all’anziano proprietario della casa, quasi che si dotasse della celebre vernice del Dottor Lambicchi, da cui era deliziata la nostra infanzia, quando leggevamo “Il corriere dei piccoli”. Ovvero, da quel quadro salta fuori proprio il “commendatore”, con evidente riferimento al Don Giovanni di Mozart. Insomma, il “convitato di pietra” si materializza, ma in formato ridotto, infliggendo un colpo mortale alla verosimiglianza del racconto, ovvero dalla dimensione di un neorealismo balziamo in piena phantasy. E ci sono tanti altri eventi arcani a scuotere la vicenda, che l’autore giapponese non lascia mai scorrere su un unico piano, ma movimenta con continui salti di ogni tipo, dal presente al passato, dal reality al phantasy, come si diceva. E’ una mescolanza che senza dubbio ci affascina, ma che talvolta non appare ben amministrata, lasciandoci increduli e sospettosi. Diamogli però il tempo giusto per risolvere, o quanto meno attenuare, nei passaggi successivi, questi dubbi e interrogativi che al momento inducono a tenere alquanto sospeso il giudizio.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore, Libro primo, Idee che affiorano, Einaudi, pp. 418, euro 20.

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Tamaro, un giusto canto d’amore

Non ho mai mancato di dichiarare un certo interesse, e talora anche una cauta adesione alle opere via via stese da Susanna Tamaro, a cominciare da quella che l’ha intronizzato, il “Va’ dove ti porta il cuore”. Un atteggiamento alquanto curioso, da parte di un critico considerato “cattivo”, tanto che, voglio sperare, è solo questa la ragione che mi ha espulso da tutte le sedi a stampa della repubblica delle lettere, con la sola eccezione della rivista “L’immaginazione”. O invece è una mia totale imperizia e mancanza di capacità critiche? Certo è che, invece di allearmi al coro di deplorazioni con cui è stata accolta la Tamaro, e proprio a cominciare da quel suo primo successo, io ho continuato a chiosarla benevolmente, soprattutto in favore del penultimo “Illmitz”, per cui mi sono permesso di osservare che la scrittrice in quel caso ha opportunamente rovesciato il punto di vista, non facendo più parlare una nonna, bensì un giovane, magari proprio il o la nipote che la nonna aveva tentato di raggiungere col suo flebile lamento. Meglio insomma un asse diretto, la parola ai giovani, immersi in uno stato di bisogno, di disagio, sia psichico che materiale, mentre i parenti, soprattutto i genitori, si mostrano lontani e indifferenti, e non si salvano neppure le nonne, così da smentire il quadretto idillico suggerito dal successo iniziale. Tutto ciò affidato anche a motivi di narrazione, a deambulazioni, casi di vita, come vogliono le regole del “plot”. Ora invece, in questo “Il tuo sguardo illumina il mondo”, la Tamaro accorcia ancor più le distanze, ci parla in prima persona, si cala nei panni dell’”autofiction”, quasi stendendo pagine di diario. Anzi, la nonna non solo è lontana ma rientra nel capo d’accusa lanciato in genere contro tutti i parenti, ance se poi tra le righe la scrittrice deve riconoscere che è stata proprio l’ava in apparenza lontana e indifferente ad avere la buona idea di farla partecipare al concorso per il Centro Sperimentale di Cinematografia, da cui è partito il cursus honorum della Nostra. Che comunque qui punta a dialogare alla pari con un partner, con il poeta Pierluigi Cappello, che ammetto di non conoscere, di non aver mai letto, ma poco importa, dato che questo monologo si rivolge a una persona che giace in un letto d’ospedale, immobilizzato in carrozzella, e del resto non è un canto d’amore fisico, di un qualche rapporto sessuale consumato. La narratrice dichiara un abbastanza palese rapporto di omosessualità con una vigile governante-badante che le è al fianco, e le permette di tuffarsi in deliziose riflessioni a contatto col mondo vegetale e animale. Sono proprio le sensazioni ed emozioni suscitate da questi rapporti a costituire il meglio di una confessione, emessa da chi dichiara di partecipare a un “apprendistato entomologico”. Forse potrei invitare la Tamaro ad andare a leggersi i saggi che Maurice Maeterlink, nella fase tarda della sua carriera, e chiusi i capitoli della poesia e del teatro, ha dedicato al mondo degli insetti, formiche, api, termiti. E’ questo il versante del cosmo che suscita nella scrittrice le migliori metafore, come quella di paragonarsi ai canarini che i minatori di un tempo si portavano al fondo delle miniere in quanto quelle bestiole erano le prime ad avvertire quando l’aria diveniva irrespirabile per lo sprigionarsi di gas, interrompendo il canto. Fuor di metafora, ad allarmarci sono i gas, i miasmi che emanano da tutta la nostra presente civiltà, piena di prodotti artificiali, lontani dalla genuinità di ciò che è semplice e naturale. A differenza dei minatori di un tempo, la Nostra, beninteso, non è tenuta a sprofondarsi nel sottosuolo, ma certo basta frugare in superficie i segreti dei boschi, dei ceppi che magari sembrano morti, ma svolgono ancora malgrado tutto un “irresistibile nursering”, ospitando il nido di qualche minuto e indifeso animaletto. Un’altra efficace metafora è quella secondo cui. per simpatia verso il poeta cui va la sua triste elegia, anche lei è come si ponesse in una “sedia a rotelle interiore”, un po’ come succede, in una bella novella di Mauro Covacich, a quel triste amante che si fascia gli occhi con una benda per condividere la cecità della sua beneamata. In fondo, lo stesso “amor di terra lontana”, l’infelice poeta Cappello, corrisponde al canarino piazzato nel bel mezzo del nostro ginepraio, a denunciare i pericoli di asfissia che ne emanano.
Susanna Tamaro, Il tuo sguardo illumina il mondo, Solferino, pp. 205, euro 15.

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Christian Raimo: una “perfetta” mediocrità

Il recente romanzo di Christian Raimo, “La parte migliore”, rientra perfettamente nell’ambito di quello che Spinazzola chiamerebbe un Italian New Realism, e io un realismo con due “neo”, per distinguerlo da quello infausto di altre stagioni, Ma purtroppo nell’epiteto di “perfetto” che gli attribuisco sta il veleno, la narrazione si adatta a un simile verdetto in modi freddi e plumbei, invano vi si cercherebbe quel tratto di ironia divertita che risultava, fin dal titolo, in una prova precedente, “Tranquillo prof la richiamo”, dove protagonista era un docente ma tipicamente “imbranato”, un inetto della più bella specie, che però proprio per questa evidente sua mancanza si faceva perdonare dagli allievi, pronti anzi ad adottarlo, a fargli da sponda, a coprirlo in tutti i limiti conseguenti a un simile stato di disagio psichico. Qui invece i protagonisti sono del tutto mediani, mediocri, perfettamente rispondenti alle qualifiche, ai guai e torti che gli spettano, secondo il manuale di un vivere quotidiano, nel segno dell’attuale società che certo è in preda a “nuove povertà”, ma non senza che una residua presenza di stato assistenziale faccia una sua parte. Vediamo le varie “dramatis personae”, cominciando da Laura, una giovane non ancora maggiorenne cui le capita il guaio più prevedibile, ai nostri giorni, anche a livello di statistica, di scoprirsi cioè incinta, senza sapere bene neppure come, quando, ad opera di chi la cosa sia successa, ma anche in questo caso potremmo replicare il titolo dell’opera precedente, “Tranquilla, Laura, ci pensa lo stato sociale a risolverti il caso”. E c’è una madre, Leda, anch’essa perfettamente in regola con le statistiche attuali, cioè divisa dal marito, provvista di un nuovo compagno, occupata in un lavoro decoroso che se non le dà un pieno agio e tranquiliità economica, non la lascia neppure nelle strette del bisogno, una eventualità che il codice dei nostri giorni in genere non ammette. Dovrà occuparsi, tra un impegno e l’altro del suo lavoro, a risolvere i casi della figlia. Che del resto non resta accasciata sotto il colpo del destino, come avveniva una volta alle povere giovani che si scoprivano messe incinta loro malgrado, con le tristi soluzioni di dover ricorrere a delle mammane, o addirittura di abbandonare il figlio della colpa in qualche cassonetto. Il che, beninteso, ci dicono le cronache, succede ancora oggi, ma non è di bon ton occuparsene, oppure appunto vuol dire indietreggiare a soluzioni di vecchio e datato patetismo di altri tempi. Ora anzi l’adolescente incinta si può permettere una vita di tutto agio, non mancando di frequentare festicciole, con relative possibilità di sballo. Del resto, non è neppure del tutto assente il padre di lei, anche se abbandonato dalla moglie, e portatore di una colpa non ben precisata, per cui si è autoinflitto la punizione di stare lontano dalla figlia, ma non completamente, infatti mantiene, o tenta di riallacciare, con lei un dialogo, affidato a lettere fin troppo concettuali, ben scritte. Ma si sa, i poveri diavoli di questa scena neo-neorealista non sono degli ignoranti analfabeti, hanno pur fatto qualche studio e qualche buona lettura, Probabilmente Raimo si è avveduto di quanto fosse piatto e privo di sussulti l’andamento di questa sua narrazione, e allora ha voluto inserivi un motivo drammatico, catastrofico. Infatti sui tre membri di questo menage incombe un “vautour”, un avvoltoio, la scomparsa in tenera età di un rispettivamente figlio e fratello. Adriano, il cui ricordo incombe su di loro quasi ad ogni passi, e forse costituisce appunto “la parte migliore” della loro esistenza, anche se sommersa, virtuale, ma ossessiva, rimbalzante quasi per via onirica. Forse però era meglio che questa presenza assillante rimanesse confinata nei limiti della mediocrità che incombe sull’intera prova, meglio pensare che a sopprimere Adriano fosse stata una malattia, o un incidente d’auto. Invece, inopinatamente, e quasi in fase finale, l’autore ha deciso di dare a questa morte remota una dimensione eccezionale, ma in modi inverosimili, impropri. La famigliola, quando era ancora felicemente unita, ha avuto la visita di un parente peccaminoso, addirittura con simpatie brigatiste, portatore di una rivoltella che ha lasciato sul tavolo, consentendo a Adriano di impadronirsene e di usarla contro di sé, in un suicidio come gesto gratuito e immotivato. Evento tragico che troppo tarda a scoccare, fuori tempo massimo, anche se pretende di far avvertire la sua presenza a ritroso sull’intera vicenda.
Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi, pp. 205, euro 18,50.

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Letteratura

De Carlo tra banalità e interventi dall’alto

A Andrea De Carlo non sono mai riuscito a negare un consenso di massima, nel recensire quasi tutti i romanzi usciti dalla sua industre officina, pur riconoscendone i limiti, pronti però a mutarsi anche in punti di forza. Come per esempio quello di valersi di una prosa “scorri via”, senza nessuna pretesa di complicazioni stilistiche, limpida e trasparente come acqua di rubinetto. Ma anche un inesausto sostenitore di una narrativa dotata del bene della leggibilità, Massimo Bontempelli, aveva predicato a suo tempo l’opportunità di costruirla “a pareti lisce”, proprio come quelle erette dal nostro infaticabile narratore, senza pieghe o anfratti cui attaccarsi nello scalarle. E ancora, forse che questa sua inesausta intraprendenza ad abbozzare sempre nuove trame, appoggiate appunto a questa dote o colpa di inespressività, non sembra ricordare il nostro maggior esponente di attitudini del genere, Albero Moravia? Ecco di nuovo un autore cui è andata la mia “lunga fedeltà”, pronta a confermarsi anche di fronte a prodotti magari zoppicanti, nella fretta di innalzare i suoi castelli di carta. Infine, mi aveva pure piacevolmente colpito l’opera prima di De Carlo, quel “Treno di panna” dell’81, in cui, in mezzo a un panorama di prove incerte e confuse, seguite al crollo delle azioni del nostro Gruppo 63, peraltro mai troppo brillanti in ambito di narrativa, avevo ravvisato la presenza di una lucidità, oggettività di scrittura, quasi da riallacciarsi al nouveau roman francese. Era insomma, come se il giovane autore venisse a proclamare un suo “les choses sont jà”, ovvero una perfetta trascrizione della nostra più banale, vile, prosaica realtà quotidiana, Anche se poi, a illuminare tanta apparente banalità e trasparenza, veniva quasi sempre ad accendersi un lampo, a balenare una scintilla di misticismo, una intenzione di riscatto malgrado tutto. Ora sono davanti a questo recente prodotto, “Una di Luna”, al solito di totale piattezza descrittiva. Questa volta il tema dominante è addirittura una sorta di estesa “prova del cuoco” che vede al centro un grande chef, Achille Malventi, con relativi umorosi tic, manie di grandezza, incapacità negli affari che ne segnano la rovina, portando al fallimento il raffinato ristorante che pretendeva di gestire a Venezia. Malventi è un tiranno domestico che regna su moglie e figlia, ma quest’ultima, Margherita, pur non mancando di amarlo e ammirarlo, ha un suo fondo di resistenza indomita. Il clou della vicenda, e anche la fonte di maggiore divertimento per il lettore, è quando il famoso chef, però decaduto, viene invitato a Milano, ospite d’onore in una delle tante trasmissioni televisive di cui è costellato proprio il nostro panorama quotidiano. Sono pagine che scivolano via perfette, tra finti onori tributati alla grandezza appannata del vecchio chef, e invece la volgarità dello scenario, dei mezzi cui la troupe televisiva ricorre per risparmiare, o per ricavare dall’evento gli effetti pubblicitari ripromessi. La figlia Margherita assiste a questo balletto comico divertita come noi, prendendosi però delle pause, delle evasioni, che d’altra parte la portano a infilarsi nelle acque ugualmente mediocri di un supermarket. L’umore atrabiliare di Achille trova il maggior exploit quando, a risarcimento del tempo che gli viene fatto perdere, è invitato a cenare in un super-hotel sottoposto agli arbitri di uno chef ovviamente anche lui super-stellato. Ma a questo punto L’autore innesca, come fa quasi ogni volta, la via d’uscita, infatti tra i vicini di tavola dei due c’è l’arcana presenza di un signore che si dichiara mago di professione, personaggio dall’identità del tutto misteriosa, ma affascinante. Forse De Carlo non sa di aver costruito in questo caso un eroe del tutto simile alla creazione più squisita e ugualmente misteriosa della coppia Fruttero-Lucentini, colui che da loro fu presentato come “L’amante senza fissa dimora”. Una definizione del genere si attaglia alla perfezione a questo misterioso Jules, presenza salvifica che si pone alle costole di Margherita, procurandole il riscatto da una relazione al solito piatta, conforme alla più usuale precettistica della coppia in crisi, che la legherebbe a un tale Luca, Eppure, nonostante il grado mediocre di quella relazione, essa era stata cementata da un evento del tutto eccezionale, infatti quado i due giovani ai primi approcci si erano appartati in un angolo di un’isola della laguna veneta, su di loro era sceso dall’alto addirittura un meteorite. A dire il vero quel segno di mistica prelazione sarebbe stato più conveniente a battezzare l’unione con cui si chiude la storia, tra Margherita e la presenza incognita, forse di un dio in temporanea discesa dal cielo, consistente nel maturo Jules. Al solito, doppio canone interpretativo, è un finale di totale, quasi nauseante prevedibilità, oppure no, è la discesa dall’alto di un deus ex machina, seppure in debiti panni attuali?
Andrea De Carlo, Una di Luna, La nave di Teseo, pp. 268, euro 18.

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Postorino: autrice incerta e confusa

Il Premio Campiello non brilla mai troppo nella scelta del vincitore, questo non tanto per colpa della giuria di esperti, propositori ogni anno di una cinquina tra cui fare l’elezione finale, ma per la regola di affidarsi per tale atto ultimo a un voto popolare. Ora, la democrazia è doverosa e imprescindibile nella vita politica, dove anche il miglior politologo potrebbe essere tentato di dare il suo voto non secondo equità ma per ragioni di interesse personale. E’ invece un criterio inaccettabile nel giudizio estetico, dove i molti hanno tutt’al più il diritto di esprimersi attraverso l’atto dell’acquisto. Questa volta, con riferimento alla cinquina, era logico che si scartasse Helena Janeczek, già laureata allo Strega, ma c’era in prima linea Ermanno Cavazzoni con la sua “Galassia dei dementi”. opera troppo complessa e difficile per i “popolari”, che quindi hanno preferito premiare Rosella Postorino per “Le assaggiatrici”. Un romanzo che certo ha vari ingredienti per accontentare facili attese, ma stenta a tenerli assieme, affidandosi a sequenze divergenti tra loro, non ben concomitanti. Certo il tema più accattivante è proprio quello offerto dal titolo, è interessante venire a sapere che tra le tante storture del regime hitleriano c’era pure quella di provocare il forzato ritiro di una schiera di fanciulle costringendole ad assaggiare i cibi che poi venivano somministrati al gran capo, sempre diffidente, timoroso di essere avvelenato. Questo in definitiva è l’aspetto più gradevole e accettabile del romanzo, anche perché si iscrive in un filone cui stanno arridendo molti successi. Si pensi alle accurate ricostruzioni che ci sono state date attorno alla figura di Margherita Sarfatti, amante principale del Duce, per non parlare della monumentale biografia che Scurati gli ha dedicato. Ma senza dubbio la Postorino non è stata capace di un uguale grado di accuratezza filologica. Comunque è pur sempre interessante avere, anche se per vie traverse, qualche primo piano del dittatore, qualche incursione nei suoi gusti gastronomici, nelle manie e idiosincrasie del suo privato. E sarebbe pure interessante esaminare i casi di questa pattuglia di fanciulle segregate, quasi come internate in un lager, private di molti diritti primari, con connesse rivalse, ma da prendersi per vie nascoste. Naturalmente si fa avanti la protagonista, tale Rosa Sauer, trapiantata brutalmente da una Berlino metropolitana nel borgo selvaggio che sta ai piedi del nido dell’aquila, anzi dell’avvoltoio rapace che sovrasta sui destini di tutti. Inizialmente la Postorino, incerta nelle sue scelte, decide di fare il vuoto attorno a questo personaggio, privandola dei genitori, di un fratello partito per l’America, e perfino di un amato marito, Gregor, che tutto lascia pensare sia caduto sul fronte russo. Tanto che, nel vuoto sentimentale prodottosi, Rosa cede alla seduzione di un tale Ziegler, duro ufficiale della Ghestapo, in apparenza crudele e vendicativo, ma disponibile invece alla tresca amorosa, che però mette Rosa in una situazione ambigua. Come detto, la nostra Postorino costeggia risaputi motivi di trama, ma sempre fermandosi un passo prima. In questo caso siamo al filone della collaborazionista, che poi all’arrivo delle forze della resistenza verrebbe rapata a zero o addirittura fucilata, anche se non siamo esattamente a questo punto, in fondo Rosa milita anche lei in un ramo dell’esercito tedesco, e tra lei e l’amante c’è solo un’infrazione al regolamento, ai rapporti gerarchici. Ma poi, ecco subito la tentazione successiva, Rosa è figura elegante, tanto da suscitare l’attenzione di una nobildonna, alla cui corte, tanto per infilare nel rosario una nuova perla, si fa vedere il Von Stauffenberg promotore del disastroso attentato a Hitler, con l’esito infausto che tutti sanno. Se si va a leggere con quanta informazione e perizia, nel suo “Mussolini”, Scurati ha ricostruito il delitto Matteotti, sarà possibile misurare il pressapochismo con cui la concorrente conduce un episodio in qualche misura affine. Ma la parte più sorprendente, e indebita, sta nel finale della vicenda. In fondo, logica voleva che il povero marito Gregor riposasse in pace, defunto, come i suoi stessi genitori e la moglie afflitta avevano ipotizzato, rassegnandosi a quello che sembrava essere un verdetto implacabile. E invece no, la narratrice decide alla fine di far rivivere il morto, che ritorna a casa in pessime condizioni fisiche, ma non tanto dal precludersi di abbandonare la moglie rimasta malgrado tutto in trepida attesa, stabilendo un ménage con un’altra donna, fino addirittura a procreare un figlio con lei, invece che con la legittima Rosa. Questa è l’ultima giravolta della storia, che ormai ha raggiunto un numero congruo di pagine, e dunque si può ricevere un punto fermo di chiusura.
Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, pp. 287, euro 17.

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Lucarelli e un suo peccato, forse non mortale

Continuo a esprimere diffidenza e dubbi sugli esiti di uno dei nostri giallisti tra i più pregiati, Carlo Lucarelli, non cedendo al ricatto dell’abbondanza di riferimenti topografici e culinari alla mia stessa città, Bologna, di cui questo autore è prodigo, per lo meno nella serie intestata al Commissario De Luca. Avevo già espresso dubbi e riserve a proposito di un suo romanzo precedente, “Intrigo italiano”, li devo confermare pure per l’ultimo uscito, “Peccato mortale”, magari col rischio di ricalcare le pagine di un unico cahier de doléances. E’ curiosa e impropria la mania del nostro autore di andare a piazzare le sue vicende in anni fin troppo caratterizzati da fatti socio-politici in cui la trama del giallo rischia di perdere di incidenza, tanto che può sembrare una pedanteria, proprio da parte del Commissario, stare a perdere tempo nello sbrogliare la sua piccola matassa, mentre attorno il mondo gli cade a pezzi. Come proprio è il caso soprattutto di questo recente prodotto, si pensi che esso si situa tra il ’43 e il ’44, scandito da eventi terrifici, caduta di Mussolini, presunta fine del conflitto, ma presa del potere da parte dei nazisti, il tutto inframezzato da disastrosi bombardamenti, come se la città petroniana fosse soggetta a periodiche e inesorabili scosse sismiche. Si immagini quali e quanti rivolgimenti, nel passaggio da un potere all’altro, infieriscono su un piccolo impiegato dello stato, a complicare la vicenda, tanto che in qualche misura anche il lettore si sente di dover ripetere l’accusa irosa e ironica nello stesso tempo che amici e congiunti dell’investigatore gli rivolgono: chi te lo fa fare, in tanto sconquasso? Naturalmente noi possiamo rivolgere la stessa domanda incredula all’autore: chi te lo fa fare di mescolare le carte, di imbastire la tela modesta di certi fatti cruenti nel bel mezzo dell’accumularsi di fatti straordinari? Ma certo i crimini che stimolano l’indagine del nostro Commissario sono di insolita gravità, non indenne da una buona carica di umor nero. Si tratta infatti del ritrovamento di due delitti simmetrici: un corpo senza testa, subito seguito da un successivo ritrovamento di una testa decollata con cura da un tronco. A complicare oltretutto le cose sta il fattoi che si tratta di individui diversi. Devo dire che queste due macabre scoperte hanno una loro forza, però destinata a diminuire via via che l’indagine prosegue e fa i suoi progressi, anche se il nostro commissario deve agire tra mille difficoltà, trovandosi alle prese con mutamenti istituzionali tali da mettere nei guai la sua stessa posizione. Ma purtroppo, con l’avvicinarsi della soluzione, la terribilità dei misfatti rientra in un ordine comprensibile, i due decapitati erano entrambi dei cittadini stranieri internati in un campo profughi, desiderosi di recuperare i denari che erano stati costretti a lasciare nelle banche dei paesi d’origine, da qui la decisione sciagurata di mettersi nelle mani di persone di malaffare per effettuare il recupero di queste somme, dietro promessa di compensi. Ma i malviventi capiscono che è molto meglio far fuori i due malcapitati e troppo fioduciosi così da impadronirsi direttamente di quel denaro, andando poi a investirlo nientemeno che in una partita di cocaina. Confesso in proposito la mia imperizia in merito, forse a differenza di Lucarelli, ma mi chiedo se con ciò non siamo di fronte a uno di quei soliti goffi tentativi di retrospezione che in genere vengono commessi da chi si lascia tentare da uno scenario storico, per quanto ravvicinato. La cocaina allora era già quel prodotto vincente, tale da stimolare ogni ghiotta manovra per appropriarsene, come poiu è divenuto al giorno d’oggi? Vero è che al centro di questa trama delinquenziale Lucarelli pone il solito figlio debosciato del solito nobile, e dunque la rarità del consumo, per quegli anni, può trovare giustificazione nella snobberia, nel “noblesse oblige” di un esponente della Bologna bene. Attorno a lui c’è tutto un balletto di delinquenti, tali per professione, o attratti da ingordigia, da prospettive di facili guadagni, tra cui, neanche dirlo, non sono certo estranei i rappresentanti delle forze dell’ordine. Tanto che il povero De Luca, oltre a perseguire i vizi della società bene, si deve guardare alle spalle, resistere a colpi bassi, a depistaggi e insidie. Il tutto in un panorama di deliziose visite a osterie e trattorie e cibi che magari a un petroniano come me possono provocare qualche sollucchero, qualche crescita di succhi gastrici, ma che cosa possono mai dire a un lettore di diversa ubicazione? Resta poi aperto il quesito di quale mai sia il “Peccato mortale” del titolo, io chioserei che esso consiste nella pervicace pretesa dello scrittore di servire due padroni nello stesso tempo, l’affresco storico-geografico e il crudo evento delittuoso, che però non sembrano coesistere nel modo migliore.
Carlo Lucarelli, Peccato mortale, Einaudi stile libero, pp. 248, euro 17, 50.

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Carofiglio e Levi: il vero, cattivo consigliere

La nota odierna colpisce due opere narrative, unificate in un giudizio molto limitativo, in base a una riflessione di qualche peso, che cioè bisogna sempre fare la differenza tra il vero e il verosimile. La narrativa, in quanto figlia della “Poetica” aristotelica, deve essere il regno della seconda categoria, cioè il narratore deve sforzare la sua fantasia a trovare casi immaginari, che però, se non veri, siano attendibili. Il vero, invece, appartiene alla storia che, come non manco mai di ricordare, viene dalla radice greca di “id”, del vedere coi proprio occhi, e dunque del farsi testimone di quanto accaduto. Non posso dimenticare che alcuni grandi narratori dei nostri tempi, a cominciare dal mio amatissimo Pirandello, hanno dichiarato che talvolta il vero batte per forza e novità il verosimile, ma bisogna che i fatti accaduti si carichino di un potenziale capace di andare ben oltre una piatta statistica. Comincio le mie reprimende con un’opera di Gianrico Carofiglio, “Le tre del mattino”. Nei suoi confronti mi ero espresso favorevolmente a proposito dell’”Estate fredda”, che mi era apparso un poliziesco ben condotto, proprio con la freddezza annunciata nel titolo, ma mi ero scordato di avere invece presentato un “pollice verso”, sull’”Immaginazione””, per una precedente uscita di questo autore, “Il silenzio dell’onda”, di cui invano si cercherebbe menzione nel breve curriculum ospitato nel risvolto di copertina dell’attuale prodotto, secondo il deprecabile uso di elencare solo quanto di un certo autore è stato pubblicato sotto le bandiere del medesimo editore che ora ne gode i diritti, clausola commerciale che mi sembra vile e deprecabile quando si tratta di prodotti intellettuali, e che sottrae al lettore validi strumenti di giudizio. Allora, Carofiglio aveva tentato le vie del verosimile, con la vicenda di un poliziotto infiltrato, ma in modi così smaccati da rendere offesa proprio al vero, alla prudenza dei malviventi che fiutano da lontano la puzza dei traditori. Poi invece, nel romanzo da me lodato, aveva proceduto in modo misurato e corretto. Questa volta Carofiglio getta alle ortiche la sua professione di giallista appezzato, per tuffarsi in una vicenda che ha tutto il sapore di una pagina di diario personale, anche se una premessa si affretta a mettere le mani avanti e a dire che no, si tratta proprio di un prodotto di “finzione”. Ma allora, quale portata esemplare, quale valore paradigmatico ha una vicenda così meschina e riduttiva, come questa, di un figlio che soffre di turbe psichiche, tanto che un padre comprensivo lo porta in visita da uno specialista a Marsiglia, il quale prescrive un rimedio singolare, stare sveglio per tre notti consecutive, a digiuno e senza dormire. E così, comincia la peregrinazione di padre e figlio per le vie della seconda città della Francia, se si vuole, una “rimpatriata” tra i due congiunti, costretti a ritrovare una vicinanza, a sopportarsi, a comprendersi e possibilmente ad amarsi a vicenda, ma nulla più. Invano un lettore spera che da qualche viottolo dei bassifondi della città portuale sbuchino malviventi, o che i due in utile esercizio di astinenza scoprano un cadavere. Nulla di tutto questo, restano pagine di un diario molto personale ed esclusivo.
Certamente più efficace è la documentazione del vero condotta da Lia Levi, in “Questa sera è già domani”, arrivata ultima nella cinquina conclusiva dello Strega, e mi sembra che in quel caso il verdetto sia stato giusto. Il vero affrontato in questo caso è della massima importanza, dato che riguarda le persecuzioni antisemite come si svolsero, dopo il ’39, per la sciagurata decisione mussoliniana, esaminate negli effetti su una comunità ebrea di Genova. La Levi tenta di inserire elementi “verosimili”, come la vicenda del protagonista principale, Alessandro Rimon, che sarebbe un “enfant prodige”, tanto intelligente da indurre i genitori a fargli saltare un anno delle elementari e da andare alle medie in anticipo. Male gliene incoglie, perché a quel modo, e anche per un suo certo spirito saccente, diviene lo zimbello di compagni più maturi di lui, tanto da indurlo a condotte protestatarie, quasi a voler reprimere quelle buone doti naturali che sono causa dei suoi disagi. Questo il nocciolo autonomo della vicenda, su cui ben presto si abbatte il capitolo delle persecuzioni antisemite. La Levi ha il merito di esaminarle con mano leggera, sempre attenta a non fare offesa al vero, ma a questo modo ne viene un deficit di climax, di cariche drammatiche o addirittura tragiche. Per un verso le dobbiamo essere grati per non aver pescato nel repertorio, ben noto delle sciagure inflitte in quegli anni agli ebrei d’Europa. La nostra autrice procede in modi cauti, con tutti gli alleggerimenti possibili. Per esempio, il padre di Alessandro viene perseguitato, ma in un primo tempo non tanto perché ebreo bensì perché straniero, belga di nascita, portatore di passaporto inglese, per cui contro di lui scatta l’internamento. Quando l’Italia entra in guerra, lo si costringe a vivere in un paesello remoto, raggiunto da moglie, e figlio, sempre più scontroso, deciso perfino, pur essendo ancora un ragazzino, a entrare nelle file dei partigiani, al crollo del regime fascista e quando il nostro Paese è occupato dai tedeschi. Ma è mossa velleitaria, la Levi ritrae subito la mano, come un giocatore di scacchi che ha capito di avere fatto una mossa sbagliata. Poi i giochi si fanno duri, viene l’ora di tentare la fuga all’estero, nella solita e provvida Svizzera. Il guaio è che su questa strada abbiamo già il capolavoro affidato da Hemingway alle pagine finali dell’”Addio alle armi”. E’ vero che il suo eroe fuggiva da una possibile accusa di diserzione dall’esercito italiano, ma le insidie, i pericoli in quel frangente erano già tutti ben evidenziati. La Levi ha letto quelle pagine? E allora perché pretendere di ricalcarle, oltretutto in modo piatto, come sempre aderente, si può supporre, a un vero che non sale mai di tono per acquisire tinte sostenute e ben chiaroscurate?
Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino, Einaudi stile libero, pp. 165, euro 16,50.
Lia Levi, Questa sera è già domani, edizioni e/o, pp. 217, euro 16,50.

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