Letteratura

Una nuova valida prova di Frascella

Di Christian Frascella mi ero già occupato all’uscita del suo “La sfuriata di Bet”, 2011 con recensione positiva su “Tuttolibri”, da cui poi sono stato espulso per indegnità. Ora confermo il gradimento, in questo mio blog a ruota libera, a proposito del recente “L’assassino ci vede benissimo”. A tutta prima mi si potrebbe obiettare che con queste sue prove Frascella entra nella schiera innumerevole dei “giallisti”, fenomeno di punta dei nostri anni, da indagare più con strumenti di sociologia che di critica letteraria. Ma il suo eroe, di nome Contrera, si distingue semmai per una ironica e masochistica confessione di fallimenti continui, nella vita e nell’attività professionale, di detective emarginato, alla testa di una ditta di incerte fortune e incassi. Naturalmente alle sue spalle ci sta una tipica famiglia “aperta”, come appunto è nel nostro costume quotidiano, ma spicca già per qualche originalità la situazione curiosa e insolita in cui questo protagonista sfortunato si caccia. Infatti ha lasciato, quasi come d’obbligo, la moglie Anna, ma non senza prendere congedo da lei con un ultimo rapporto sessuale, da cui la donna resta incinta, creando un evidente imbarazzo nel marito, già avviata a una convivenza ritenuta più vantaggiosa con una fanciulla più giovane. Come confessarle questo legame residuo che lo vincola pesantemente a un passato prossimo? Del resto, ad allacciarlo ad esso c’è pure un rapporto, neanche dirlo, tempestoso, con una figlia che vuole vivere la sua vita, sfuggendo a un controllo paterno, cui manca del resto ogni credibilità e onorabilità. Le cose vanno male pure sul fronte professionale, dove Incontrera riesce a procacciarsi solo piccole committenze, come quella di ottenere un risarcimento per un cliente a cui è stata venduta un’auto assolutamente manchevole delle qualità e garanzie promesse al momento della vendita. Un piccolo affare che però cresce di importanza, in quanto il venditore truffaldino è protetto dalla malavita organizzata, con cui il nostro non-eroe è costretto a ingaggiare un conflitto, come su un ring, dove la partita si disputa a varie riprese, con un punteggio che talvolta sembra disastroso per il nostro detective, a conferma di una sua incapacità costitutiva, ma talaltra i casi della vita gli offrono qualche vantaggio. Insomma, il referto finale è sospeso, tra fallimenti ma anche colpi di fortuna e gratificazioni impensate e improvvise. Una catena di fatti , un minestrone tutto sommato ben amministrato, nei sapori, nei contrasti, in tutto degno, come concludevo in quella mia passata recensione e ora confermo, della categoria di un realismo accompagnato da due “neo”, ovvero ben sintonizzato sui guai, brutture e incertezze del nostro orizzonte quotidiano.
Christian Frascella, L’assassino ci vede benissimo, Einaudi, pp. 283, euro 18.

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Maraini, un trio insostenibile

Ho conosciuto Dacia Maraini alla corte di Alberto Moravia, cioè nell’appartamento del tutto borghese che aveva nel quartiere Prati, a cui fui ammesso per il fatto che, tra gli esponenti della neoavanguardia, dichiaravo di stimarlo, al pari del resto del numero uno del nostro gruppo, Sanguineti, mentre per gli altri era un idolo da abbattere. Io ne avevo parlato bene nella “Barriera del naturalismo”, cosa che ovviamente gli era stata gradita, ma in occasione di un pranzo mi rimproverò per non aver dato ospitalità in quelle pagine alla ex-moglie Elsa Morante. Rispettosamente gli feci notare che il capolavoro di lei, “Menzogna e sortilegio”, era del tutto al di qua della “barriera” da me eretta, anche se poi, non mi sono ricreduto sulla natura di un simile giudizio, ma sul valore intrinseco dell’opera, sì. Accenno a questo fatto per ricordare una virtù di Moravia, di prodigarsi per le sue donne, passate e presenti, e infatti in quel momento il suo interesse andava tutto alla promozione di Dacia, al punto da volerle aprire uno sbocco presso la neoavanguardia chiedendo a me di introdurre un suo romanzo di quegli anni “A memoria”, cosa che feci più che volentieri. In seguito, mentre è continuata la mia stima per Moravia, c’è stato un divorzio completo dalla Maraini, con vergogna reciproca, da parte mia, di aver accettato di fornirle un salvacondotto verso il Gruppo 63, e da parte sua per aver abbozzato una mossa di avvicinamento ad esso. In forza proprio di queste due rotte divergenti, in seguito mi sono occupato ben di rado dell’industre laboratorio di Dacia, forse avrei dovuto parlare della sua opera più nota e meglio riuscita, quella dedicata a Marianna Ucria, mentre sono intervenuto in misura molto limitativa a proposito di “La bambina e il sognatore”, considerato troppo a rimorchio di dati di cronaca, come del resto è nella parte ufficiale che la nostra scrittrice ha assunto sul “Corriere”, di testimone e fustigatrice di fatti del costume nostro quotidiano. Ora francamente non so perché abbia esumato, pare da vecchie carte del passato, una vicenda magra e alquanto inverosimile come “Trio”, oppure sì, c’è la concomitanza con l’attuale fase del coronavirus, infatti anche quella storia emergente dal passato è contrassegnata da duri episodi di peste che imperversavano nella Sicilia del Settecento. Senza dubbio è utile fare un confronto su come si svolgevano allora i frequenti e rovinosi episodi di pestilenze e come si sono svolti al giorno d’oggi. Allora, chi poteva, i benestanti, fuggivano dai centri abitati rifugiandosi in villa. Basti pensare alla peste fiorentina che induce quella decina di giovani di buona famiglia a rifugiarsi nel contado e a passare il tempo a raccontarsi delle novelle, da cui il favoloso “Decamerone” del Boccaccio. Oggi al contrario siamo stati chiamati a chiuderci nelle rispettive case, magari dialogando per via telematica. Allora il dialogo avveniva per via epistolare, a quanto pare il sistema postale, seppure a rilento, non veniva interrotto, E dunque due nobildonne, Agata, sposa di Girolamo, con figlio, e Annuzza, nubile, unite per ragioni di età, di stato sociale, di educazione, e dunque di profonda amicizia, restano unite attraverso un fitto scambio di missive. Ma c’è un dato di fatto che rende questo dialogo del tutto inverosimile, in quanto entrambe sono innamorate dello stesso uomo, appunto del bello, fosco, tenebroso Girolamo, impenitente, disposto a fare i comodi suoi, che infatti passa imperturbabile da un nido all’altro. Un pizzico di comune psicologia vorrebbe che un simile stato di fatto infliggesse nelle due donne una profonda ferita, mandando in frantumi la loro pur solida amicizia di partenza, qui invece le due continuano senza sosta il loro dialogo, scambiandosi le più calde professioni di amore reciproco. Non so se in merito la Maraini si è ricordata del “Jules e Jim”, il romanzo di Henri-Pierre Roche, divenuto noto soprattutto per il film che Truffaut ne ha ricavato, assegnando a una eccellente Jeanne Moreau il compito di fare la spola tra i due amanti, con ritmo quasi pendolare. Qui invece, a livello cartaceo, spetta, come detto, al cinico, indifferente, strafottente Girolamo condurre questo gioco di sponda. La vicenda è tanto esile, paradossale, mal fondata, che ritengo molto improbabile che qualche regista ne voglia trarre un film. Resta solo un’opera marginale nel corpus della nostra scrittrice, sperando che se ne voglia riscattare al più presto con qualche contributo più impegnativo.
Dacia Maraini, Trio, Rizzoli, pp. 106. euro 16.

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Paolo Nori, che dispiacere questa prosa sconclusionata

Sono notoriamente alquanto avverso a una “Felsina narratrix”, con stroncature rivolte a Marcello Fois, alla Silvia Avallone, accoglienza non sempre favorevole al collettivo Wuming, giudizio altalenante rivolto a Carlo Lucarelli. Mentre ovviamente seguo con adesione i passi di Simona Vinci e di Grazia Verasani, intervenute ai felici incontri di RicercaRE ed entrate nell’antologia dei “Narrative invaders”, campione aureo di quella fortunata stagione. Un tale< destino propizio dovrebbe riguardare anche Paolo Nori, non per nulla intervenuto a quei raduni, entrato in quella rassegna, da me gratificato con un “pollice recto” a una delle sue prime prove, “Bassotuba non c’è”. Ma poi mi sono via via distaccato dalle sue cose successive, in quanto mi è sembrato adottare un comportamento strafottente, troppo propenso a irridere ogni sacro dogma, il che beninteso è più che giusto, è perfino un sacrosanto compito per chiunque si voglia iscrivere nelle file della sperimentazione, ma bisogna che il fuoco dato alle polveri sia davvero scattante e non sembri invece, come nel suo caso, cavato fuori in modi stentati, programmati. Insomma, non c’è una fiammella che si accende, ma il sapore di qualcosa di programmato, come nella morra cinese in cui il primo compito è di fare sempre la mossa che l’avversario, qui il lettore, non si aspetta. Nori, per adeguarsi a chi conduce un gioco simile al suo, dovrebbe studiare da vicino protagonisti come Stefano Benni, per stare in un ambito bolognese, o Francesco Piccolo, dove le polveri esplodono col giusto scatto. Nell’ultima sua fatica, “Che dispiacere”, Nori sfida addirittura le regole del “giallo”, il che sarebbe senza dubbio utile. Se oggi esiste uno stanco “main stream”, è proprio quello dato dalla schiera dei giallisti che coltivano sia il cartaceo che il televisivo, quindi qualche sberleffo lanciato contro di loro ci starebbe bene. Nori dichiara di aver preso le misure giuste, consultando due campioni di quel filone, come l’altro felsineo Lucarelli e Sandrone Dazieri, per avere da loro le giuste imbeccate. Non so come siano andate le cose, ma a mio avviso quei due corretti mestieranti del filone avrebbero dovuto ammonire il Nostro, fargli una qualche ramanzina, “così non si fa”, oppure dirgli, alla maniera di Gino Bartali, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Naturalmente, in questa finta adesione alle regole del mestiere, Nori ci sbatte subito in prima pagina un cadavere, ma poi se ne scorda, o ci ritorno quasi casualmente, credendo appunto che faccia fino prendere a calci in faccia, o per il fondoschiena, le regole del mestiere, diluendo la trama in una serie di personaggi dalla effimera presenza, tanto da aver sentito il bisogno di darcene una lista. Personaggi che si confondono tra loro, quasi giocando a chi fa il ruolo del colpevole o invece quello del detective industrioso, si fa per dire, perché le rispettive condotte sono piene di errori, di buchi, di omissioni. Nori a sua difesa potrebbe accampare il ricorso a una lingua, che però segue lo stesso ritmo altalenante, tra correttezza e invece voci dialettali, influssi di un parlato diretto. Si sa che il nostro autore è uno studioso e traduttore della grande narrativa russa, forse qualche traccia di Gogol si può anche ricavare, ma forse meglio fare riferimento a un campione assoluto in tecniche omissive, del saltare di palo in frasca, come il Laurence Sterne di “Tristram Sandy”, Ma se questo è un possibile riferimento, diciamo che Nori ne è un erede in sedicesimo, dispersivo e inconcludente. Paolo Nori, Che dispiacere. Salani, pp. 241, euro 16.

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Scola, la Terrazza come microcosmo

Ancora una volta mi valgo dell’equipollenza da me sempre dichiarata tra la narrazione affidata al cartaceo e quella che un tempo veniva posta su pellicola, e ora sempre più su un supporto digitale. Qualche giorno fa, passeggiando tra le reti, mi è capitato di rivedere “La terrazza” di Ettore Scola, con alcune riflessioni conseguenti. Scola è forse il quarto grande tra i nostri registi, anche se di lui come di altri ci siamo largamente dimenticati, pure in questo momento in cui le varie reti vivono di riproposte, e in particolare alla Rai costerebbe poco avviare una serie di commemorazioni dedicate ai grandi protagonisti del nostro cinema. Ma piove sul bagnato, si sta facendo perfino troppo per l’Albertone nazionale, cosa che a dire il vero non mi dispiace affatto, dato che. come tanti altri, sono disposto a considerarlo il nostro miglior attore del secondo Novecento. Ma perfino di Fellini non mi pare che si sia condotta una programmazione sistematica dell’intero suo repertorio. Un grande come Michelangelo Antonioni è del tutto dimenticato, assieme all’attrice, Lucia Bosé, che aveva nobilitato le sue prime uscite, anche per lei, morta di recente, non c’è stato nessun particolare ricordo, Questa amnesia colpevole riguarda pure il terzo grande tra i nostri registi, Marco Ferreri, e anche in questo caso non si è approfittato della scomparsa di uno dei suoi attori preferiti, Michel Piccoli, per dedicargli una rivisitazione di qualche ampiezza, mi pare che sia stato riproposto solo un pur indubbio capolavoro quale “Dillinger è morto”. Ma tornando a Scola, lascio perdere una buona metà della sua produzione, quando senza dubbio indulgeva a tentazioni da “commedia all’italiana”, ma la serie che inizia proprio con “La terrazza”, e continua con “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando” e culmina con “La famiglia”, è degna di tutto rispetto e ammirazione, per la capacità di condurre una approfondita analisi esistenziale dell’umanità di quei giorni, peraltro non molto diversi dai nostri. Si aggiunge la capacità di scegliere attori e attrici di grande livello, dando luogo a memorabili duetti, che sfruttano al meglio le loro capacità intrinseche. Certamente questo Scola ha un modello, il capolavoro felliniano della “Dolce vita”, ma sa offrirne abili, convincenti varianti, anche dotate del bene di una specie di proliferazione, come mettere una lente d’ingrandimento sulle crisi coniugali, i patemi, i dilemmi di cui Fellini era andato alla scoperta. E dunque incontriamo un Mastroianni come sempre sornione, portato a sfumare, a cercare di evitare i drammi; un Tognazzi anche lui conciliante, moderatore, un Gassman isterico, che come un cavallo imbizzarrito reagisce al morso, al freno, vuole “rompere”, ma nello stesso tempo non osa. E poi c’è un Trentignant convincentemente isterico, che conosce molto bene l’arte di rendersi insopportabile, infine la vittima designata, un Serge Reggiani passo passo costretto al suicidio. Accanto alla recita dei protagonisti al maschile, altrettanto eccellente quella delle donne, ognuna di loro intonata alla sua indole, una Milena Vikotic dolce e remissiva (ma attenzione, perché nel caso lei sa mettere fuori gli artigli e diventare possessiva), una Sandrelli tenera, fresca, quasi infantile, una Gravina e una Colli che invece sono ciniche e mature quanto conviene. Ottimo anche il rapporto tra il pubblico e il privato, con una scelta perentoria a favore di quest’ultima dimensione, che è anche il segno di una cultura di sinistra ormai decisa a mettere in pensione i miti d’altri tempi. Qui compaiono di persona i leader del Pci, di cui il personaggio interpretato da Gassman è un esponente, ma non per nulla in un intervento pubblico egli si fa sicuro, convincente sostenitore delle ragioni incalzanti del privato. Questi vari duetti e siparietti avvengono necessariamente extra moenia, tra le mura di appartamenti privati, ma la terrazza del titolo è il collettore comune, e anche il luogo in cui le tensioni e i conflitti conoscono una tregua momentanea. I convitati seguono la padrona di casa dimenticando per i piaceri della tavola le dispute del momento, o se si vuole prestandosi a un enorme atto di ipocrisia collettiva.

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Verasani: una convincete indagne sul mondo al femminile

Ho chiesto e ottenuto di ricevere dalla casa editrice Marsilio l’ultimo prodotto di Grazia Verasani, “Come la pioggia sul cellofan”. E’ una scrittrice che per me ha il bollino di autenticità che sono ben lieto di rilasciare a tutti i frequentatori di RicercaRe, anche se lei vi è giunta quasi al termine di quella fortunata stagione. Ma poi l’ho rivisitata quasi in ognuna delle sue numerose uscite, che a mio giudizio entrano negli aspetti positivi di una “Felsina narratrix” di cui invece boccio tanti altri prodotti, magari più reclamizzati dei suoi. A cominciare da Carlo Lucarelli, che certo è il capofila dei giallisti di casa nostra, e a livello di abilità nel confezionare gli intrighi polizieschi forse è più ingegnoso della Nostra. Del resto gli ho dedicato un abbastanza convinto “pollice recto” sull’”Immaginazione” a proposito del suo “Inverno nero”, non mancando però di rimarcare con meraviglia quella sua decisione di andare a situare le sue vicende in una Bologna d’”antan”, a mezza via tra il recupero citazionista, storico, alla maniera dei Wu Ming, e invece l’impatto diretto sulla realtà dei nostri giorni. Mi piace invece che la Verasani non abbia tentazioni di questo genere, la sua è una Bologna del nostro tempo, con i drammi, le inquietudini, i lati oscuri cui tutti partecipiamo. La sua detective di riferimento, Giorgia Cantini, frequenta le vie, i vicoli, i bar, i ristoranti che sono familiari a ciascuno di noi, Caso mai, per non tacere di certi suoi limiti, anche nelle sue storie c’è quel lato insopportabile delle vicende sentimentali cui sembra proprio che i giallisti, a cominciare dal numero uno Montalbano, non possano rinunciare- Qui se c’è una componente stonata e insopportabile è proprio l’andirivieni sentimental-erotico tra la nostra Giorgia e il commissario Bruni. E forse sarebbe anche ora che l’autrice liberi la sua portavoce dal ricordo ossessivo della sorella suicida, anche se ovviamente è d’obbligo rispettare quanto, sul piano degli affetti sgorga da una riserva autobiografica, seppure convenientemente modificata. Infine, diciamolo pure, anche il meccanismo del “giallo” non brilla per perspicuità e verosimiglianza. Ma allora? La forza della Verasani sta nel rivolgere una risoluta attenzione alla condizione femminile, il che emerge quando la Cantini, nella sua indagine, entra in contatto con giovani esistenze precarie, abitanti in case dozzinali, sempre sul piede di andarsene a cercare una sistemazione altrove. Per questo verso ritroviamo una vicinanza con altre protagoniste della felice stagione reggiana, Rossana Campo, con il suo lungo dialogare “tra donne sole”; Simona Vinci, oltretutto quasi ascrivibile al contingente bolognese, anche lei fortissima in analisi esistenziali dedicate all’universo femminile. E in definitiva, è una creazione giusta, appezzabile, quella dell’eroina della vicenda, una tale Adele Fossan, con la sua prorompente volgarità nel vestire, nel ricorrere a cosmetici pacchiani, nel cercare affannosamente una via di scampo, di sopravvivenza. Magari, rientra nel versante meno autentico il fatto che la trama pretenda di sdoppiare questa figura di convincente volgarità avvicinandole una specie di alter ego, fatto apposta per confondere le idee al lettore. Ma finché la nostra Verasani si attiene alla concretezza e tangibilità di valori esistenziali, corporali, sensibili, sensuali e magari anche sessuali, le cose funzionano, i conti tornano.
Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio, pp. 175, euro 15.

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Piccolo, un felice ritorno a “Momenti trascurabili”

Mi rallegra molto ritrovare il Francesco Piccolo che ho amato soprattutto ai suoi inizi, quando si presentò ai memorabili incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. E già allora egli andava alla pesca estrosa di “Momenti trascurabili”, un binomio illustre, già esaltato nei racconti di Antonio Tabucchi, che vi aggiungeva un “senza importanza” ma così li dirottava verso un passato triste e malinconico, degno delle “madeleines” proustiane. Niente di simile da parte del Nostro, che va proprio a raccogliere piccoli e apparentemente insignificanti fatterelli che ci si presentano nella vita di tutti i giorni, portandoci a fare scommesse, a scegliere una strada piuttosto che un’altra, a fare una specie di “morra cinese”, cercando di escogitare la mossa più opportuna. La prima puntata di questi giochi ameni stava nei mini-racconti, apologhi, aneddoti da sbrigare in poche parole, come “Storie di primogeniti e figli unici”. Qui il dilemma consisteva nel chiedersi perché i genitori imponessero al primogenito di accompagnare il fratellino ma stando dalla parte della strada esposta al traffico. Prova d’amore o invece di scarsa stima verso il più grande dei due? Poi c’era il dilemma al bar, quando il barista ci chiede se vogliamo lo spruzzo di cacao nel cappuccino o no, e l’altro dramma quando lasciamo la casa di amici ma non sappiamo come si apre il cancello esterno, e tante altre deliziose amenità di questo tipo. Poi Piccolo ha voluto crescere, anche perché ha ottenuto un successo nei media, divenendo sceneggiatore di film, di programmi televisivi, e dunque ecco le prove pensose che a me non sono molto piaciute, proprio nella misura che i dibattiti coscienziali si allungavano, diventavano drammatici, toccavano i massimi problemi. Vedi opere come “La separazione del maschio”, “L’animale che mi porto dentro”. Ora per fortuna il Nostro è ritornato ai suoi mini-drammi “trascurabili”, liquidabili in poche battute, e lo si vede già dalla stessa esiguità dei blocchetti a stampa, diradati sulla pagina bianca, ma tutti capaci di andare a segno, come freccette, come cartucce non a sparate a vuoto. Tanto leggere, queste riflessioni, che non si osa neppure menzionarle, per non appesantirle, per non togliergli l’invidiabile leggerezza, quel loro scoccare a sorpresa. Ne menziono una fra tutte, come il rimpianto di non aver mai avuto occasione di valersi dello stereotipo “combinato disposto”. In proposito mi viene in mente quanto detto da un suo anticipatore, Cecare Zavattini, che in una delle sue prime opere all’insegna del comico confessa: “sento che tra poco mi scappa di dire Vercingetorige”. Naturalmente in questo continuo gioco d’azzardo ci sono imprese più complesse, come per esempio la capacità, di cui l’Autore si vanta, di saper nascondere il proprio bicchiere nei ricevimenti, in modo che nessun altro lo usi. E poi ci sono i tabù autoimposti, anche se insensati, come quello di non cercare le donne al di fuori del proprio quartiere. Ma nulla da fare, queste punture, ognuno se le deve andare a infiggere in una lettura diretta. Altrimenti, se si ritarda un attimo nella fruizione, perdono il sapore, la fragranza, la sorpresa.
Francesco Piccolo, Momenti trascurabili, Einaudi, pp. 127, euro 13.

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L’acqua di Malaguti non sempre ride

Ricevo da Einaudi il romanzo “Se l’acqua ride” di Paolo Malaguti, un quarantenne di cui non so nulla. Si dice che a caval donato non si guarda in bocca, ma in circostanze del genere ritengo invece mio dovere andare a vedere, fare una sorta di tampone all’oggetto arrivato. L’esito non è del tutto favorevole. Per dirla secondo una formula che mi è consueta, posso accreditare a questo “Se l’acqua ride” un realismo connotabile con un solo “neo”, e non con i due che spettano a narratori disposti a misurarsi nell’aperto pelago dei nostri anni, Invece Malaguti adotta una curiosa formula, indietreggia alla metà dei trascorsi anni ’60, quando lui stesso non era ancora nato, e dunque non si tratta di racconto in presa diretta, ma neppure di narrazione storica. L’autore ha saccheggiato un tesoro di memorie di famiglia? Perché insomma legarsi a una simile misura cronologica intermedia? Anche il titolo lascia dubbi. Infatti il protagonista, Gianbeto, è avviato dalla famiglia a una esistenza sull’acqua, nei canali che dal Veneto vanno a concludere nella Laguna di Venezia, a bordo di un barchino condotto da un nonno tiranno, di nome Caronte, che però non ha proprio la cattiveria infernale o il carattere di giudice tremendo e inesorabile come parrebbe essere suggerito dal nome. E’ tuttavia un implacabile padre- padrone che sferza il nipote, lo sottopone a ogni prova di resistenza fisica e psichica, tanto da fargli dubitare se non sia meglio seguire il diniego opposto dal padre e andare a lavorare in Fabrica. Proprio così, detto con una “b” sola, come traccia della pronuncia dialettale, che è lo strumento da cui il nostro narratore conta di ricavare margini di originalità per la sua vicenda, sottraendola dalle secche di un neorealismo tradizionale. In effetti la parlata dialettale movimenta senza dubbio il racconto. Così come, a livello di trama, provvede l’acqua del titolo, che è ben lungi però dal “ridere”, o quanto meno lo fa in rare occasioni, molto più spesso è fonte di guai, attraverso piene, temporali, altri pericoli e ostacoli. Anche perché il battello di nonno Caronte è già desueto, pur alla data lontana dei ’60, quando ormai in genere i battelli vanno a vapore, e anche i mulini si sono rinnovati con qualche progresso tecnologico. Ma sembra proprio che il nostro Malaguti sia determinato a porre la sua piccola imbarcazione sulla scia del maestoso galeone a suo tempo apprestato da Bacchelli, “Il mulino del Po”, non si sa bene con quale profitto, anzi, mi pare che non ce ne sia alcuno. Anche se, entro i limiti accertai, di una ricostruzione sia dialettale sia di sistemi di vita ormai lontani da noi, il romanzo ha una sua grazia e autenticità, che si riscontra anche nelle pagine riguardanti il sesso, con le prime esperienze del nostro argonauta, tra dubbi, incertezze, fallimenti, con una carta nautica che si colora dei riflessi dell’attrazione amorosa per le varie fanciulle incontrate in rotta. Ma anche per questo aspetto, se l’acqua talvolta ride, altre volte, e forse più di frequente, piange, per delusioni, speranze infrante, ritorni a una dura realtà prosaica.
Paolo Malaguti, Se l’acqua ride”, Einaudi, pp. 183, euro 18.50

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Pierantozzi, in bilico tra il cartaceo e l’elettronico

Ricevo il romanzo, opera prima, di Alcide Pierantozzi, “L’inconveniente di essere amati”, preceduta da una dichiarazione di interesse per il mio negletto blog, e come sempre in questi casi, come un medico interpellato, sento il dovere di stendere un referto, su questo prodotto, steso da un trentacinquenne. Ebbene, credo che sia del tutto tipico della situazione attuale, che è di bilico tra scrittura resa in cartaceo e invece registrazione elettronica, magari da affidare alla tv, a qualche fiction. C’è proprio l’effetto immediatezza, “live”, di registrazione diretta, che oggi unifica tanti prodotti pur sempre appartenenti alla categoria della narrativa, col merito di evitare il continente invasivo e soffocante del “giallo”, senza però evitare l’altro territorio sconfinato dell’”autofiction”, che potrebbe anche rispondere a quello che io chiamo un realismo con due “neo”. I fatti ci sono, e rispondono a un identikit diffuso in tanti esemplari, partenza da una realtà paesana, in questo caso un Calanchi tra mare e collina, suppongo davvero esistente, ma con fatale attrazione esercitata da Milano, a vivere la propria vita, fuggendo dal natio borgo selvaggio, salvo poi a ritornarvi periodicamente. E anche la scheda sessuale è delle più comuni, infatti Paride, il protagonista, nel capoluogo lombardo, dove tenta di affermarsi nel campo dell’intrattenimento, segue la sua attrazione omosessuale. Ormai, in tutta la produzione recente, i sessi sono almeno tre, non senza possibili andirivieni, infatti quando ritorna al villaggio il nostro protagonista subisce pure l’attrazione di una zia, Sonia, a sua volta alle prese con un marito brutale, e protesa a difendere dalle grinfie e dai soprusi di lui un figlioletto che rischia di affondare in una condizione di ribellismo degno di Paride. E ci sono tante altre figure abbozzate di fretta, en passant, persone anziane sull’orlo del delirio, altre fiamme della prima adolescenza, altri egoisti e sopraffattori. Il testo trascorre leggero, a brevi capitoletti, con una trama non sempre facile da ricostruire, ma sta proprio in questa realtà fuggente e metamorfica l’essere dotata di un carattere transeunte, effimero. Ci vuole proprio l’aiuto degli attuali mezzi a presa diretta per fissarne i palpiti, gli attimi, in una specie di divisionismo psichico. Lo stile può attendere, anzi, può diventare un ostacolo se invita a sostare un momento a fare meglio i conti, a fermare l’attimo fuggente. Termino sottolineando che una volta tanto il titolo del romanzo, “L’inconveniente di essere amati”, è funzionale, risponde alla sostanza del testo. Il nostro Paride è costretto ad avvertire gli impulsi ad amare cui periodicamente soggiace come delle trappole da evitare, a costo di dover fare come la volpe che ci rimette lo zampino.
Alcide Pierantozzi, L’inconveniente di essere amati, Bompiani, pp. 248, euro 16.

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Murakami: un bosco non troppo fascinoso

Dicevo domenica scorsa, parlando di Salman Rushdie, che non si può esitare a vedere in lui un molto probabile candidato, prima o poi, al Nobel per la letteratura. Altrettanto vale per il giapponese Murakami Haruki, di cui quindi risulta opportuna la proposta delle opere in allegato al “Corriere della sera”, secondo quelle varie iniziative che ora i quotidiani sparano a raffiche nel tentativo di incrementare le vendite. Ma non ho avuto bisogno di acquistare “Kafka sulla spiaggia”, mia prima occasione di incontro con questo scrittore, e in un momento di forma piena, quando appare in possesso di tutte le sue armi migliori. Si vada a rintracciare in questo blog quanto gli ho dedicato in proposito. E sono in attesa della terza e ultima puntata dell’”Assassinio del commendatore”, di cui ho già commentato, sempre su questo blog, le prime due tappe, apprezzandone il modo di procedere per sequenze di bassa e crassa prosaicità, vivacizzate a un tratto dall’aprirsi di antri misteriosi, di influssi perversi da un passato o anche da un presente enigmatici e sfuggenti. Ho acquistato qualche giorno fa in edicola “Norwegian Wood”, che però mi è parsa opera decisamente più incerta, meno fascinosa, pur con la conferma di alcune doti, consistenti fra l’altro, come dicevo sopra, in brani di assoluta e dimessa prosaicità, come quando Murakami tiene conto scrupolosamente dei mille modi per saziare il suo appetito. Ho già detto in passato che egli fornisce addirittura una guida gastronomica a chi si voglia avventurare da turista nelle isole nipponiche. Del resto non è che egli si attenga soltanto ai canoni di quella cucina, ma anche sul piano dietetico è pronto a manifestare la sua capacità di cittadino del mondo, di consumato navigatore su tutte le rotte internazionali. E lo stesso si dica per il sesso, con puntuali documentazioni dei coiti a cui si dà il suo protagonista, Watanabe. Roba insomma quasi da assegnargli un titolo di rappresentante ad honorem di quello che da noi è stato detto New Realism, o neo-neorealismo, capace di tenere conto di tutte le suggestioni dell’attualità, appunto nel cibo, nel sesso, nella farmacologia, nella droga. Quando Watanabe fa vita di collegio universitario, la stanza che condivide con un coetaneo è perfettamente descritta nel disordine di mobili, stoviglie, indumenti affastellati, anche se proprio il collega, tale Kizuki, tenta di mettere un freno a tanta scapigliatura da boheme, o da cappelloni dei nostri tempi. Ma beninteso il nostro narratore e il suo protagonista non viaggiano solo su questa banda piatta e larga, conoscono pure i picchi, le elevazioni verticali, magari a cominciare dalla stessa pratica del sesso, che in certi incontri si innalza a un livello mistico, quasi che la fanciulla incontrata fosse una sacerdotessa, del resto reticente all’accoppiamento, differito, dandosi anche a una fuga, andando a internarsi in sacre stanze, in monasteri, che sono poi, come vuole la dimensione psichiatrica a cui Murakami non intende affatto rinunciare, dei luoghi di cura per le malattie mentali. Watanabe, pur sprizzando dai suoi pori una tranquilla sanità di appetiti, sia gastronomici che sessuali, si muove in un universo costellato da improvvisi affondamenti delle creature in cui si imbatte, sempre pronte a ritirarsi in luoghi nascosti e proibiti. Inoltre in questo romanzo l’autore ricorre a un vero e proprio abuso di una modalità alquanto semplice o addirittura semplicista di sbarazzarsi di chi ha esaurito un ruolo nella sua esistenza, il suicidio. Praticamente tutte le esistenze che per qualche tempo vengono a contatto con lui si tolgono di mezzo suicidandosi, e così lasciando il nostro anti-eroe libero di riprendere i suoi viaggi, sempre in bilico tra ordine calcolato e disordine di esperienze fortuite, non si sa bene fino a che punto volute o piuttosto subite.

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Letteratura

Rushdie, un Chisciotte sovrabbondante

Quando esce un romanzo di Salman Rushdie, mi precipito a comprarlo e a divorarlo. Mi erano sfuggite le sue prime apparizioni, ma poi ero stato raggiunto dal clamore di scandalo e di zolfo con cui si erano presentati, nel 1988, i suoi “Versi satanici”. Ricordo che avevo letto il libro in un lungo volo da Toronto a casa, con l’avvertenza di nascondere la sopraccoperta con relativo titolo, nella paura che qualche compagno di viaggio volesse applicare anche a me la condanna sancita contro quell’opera. Poi, in tutta tranquillità, mi sono letto, e ho commentato in tono positivo, i successivi “L’ultimo sospiro del Moro”, “L’incantatrice di Firenze”, “La caduta dei Golden”, si vadano a rintracciare i miei entusiastici verdetti stesi con altrettanti “pollici recti” sull’”Immaginazione”, o per le vie brevi su questo stesso blog. In sostanza, mi sembrerebbe giusto che in lui si avvisti il logico candidato a un qualche prossimo Nobel della letteratura, magari seguito o preceduto a ruota dal giapponese Murakami, di cui mi occuperò la prossima volta, o dal re degli effetti speciali, Stephen King. Ora eccomi davanti al “Quichotte”, che con omaggio a noi rivolto Rushdie ammette che il modo migliore per indicare questo indimenticabile personaggio sarebbe proprio, per il suono, l’italico Chisciotte. L’idea di base è giustissima, in quanto l’autore, ormai apolide di lusso, pronto a mescolare tra loro tutte le principali lingue e culture del mondo, ravvisa una omologia di situazioni tra la creatura di Cervantes e una sua possibile reviviscenza nei nostri tempi. Don Chisciotte era ossessionato da una produzione letteraria dei suo tempi, scesa ormai a un basso livello, noi diremmo di spazzatura, consistente nell’infinito propagarsi dei vari cicli cavallereschi. Oggi a quella invasione dilagante corrisponde l’ugualmente infinita serie di prodotti televisivi, gialli dozzinali, messaggi pubblicitari, spettacoli edonistici e di consumo. Io stesso, nei miei solitari sfoghi, ho auspicato che si possa levare qualche robusto narratore a contrastare la selva innumerevole dei nostri giallisti o raffazzonatori di storie di coppie più o meno aperte e pronte ad amori multipli. Forse un Busi, un Cavazzoni? Ma intanto, senza dubbio, ecco candidarsi a un ruolo del genere il Quichotte del nostro autore. Ed è pure giusto che la Dulcinea del Toboso cui sacrificare, sia la diva ultra-Pop, di nome Salma, in definitiva prigioniera dei suoi riti e miti, della sua dilagante notorietà. Il Chisciotte di nuovo conio vuole andare a riscattarla dal suo ruolo effervescente, ma in definitiva miserevole. Giusta impostazione, cui però Rushdie infligge strane deroghe o varianti non propizie, a cominciare dalla scelta del numero due dell’epopea, Sancho Panza. Come si sa, il duo cervantino è perfetto, nella dialettica dei ruoli, il volare alto, ma nei cieli della pazzia, del padrone, il volare basso dello scudiero d’accatto, impastato di lievito terreno. Invece, chissà perché, Rushdie non va alla ricerca di una figura corrispondente nel nostro mondo, ma dota il suo eroe di una creatura in definitiva evanescente, in quanto prodotta proprio da quei mezzi virtuali, informatici, inconsistenti che pure il protagonista dovrebbe combattere. Diciamo che in genere un rischio sempre in agguato sul nostro scrittore sta in una irrefrenabile bulimia, egli mette troppa carne al fuoco, che poi finisce per non essere carne ma materia troppo sfuggente, troppo cerebrale, tirata per i capelli. Trovo per esempio che sia inutile, fuorviante, provvedere il romanzo di una pesante cornice dove si confessa un autore, a sua volta scavalcato da qualche ulteriore apparizione. Insomma, Rushdie dovrebbe resistere alla tentazione di parlarci, per dirla con un noto motto latino, “de omnibus rebus et quibusdam aliis”. Mi capiterà di dire che lo stesso pericolo aleggia pure sulle laboriose composizioni di Murakami. Mentre ovviamente il romanzo riprende a scorrere nel modo migliore quando Quichotte, nella sua impresa liberatoria, marcia verso la tappa finale, verso la dama da riscattare, e allora ci sono tanti brani di tessuto concreto prelevati dall’infinito corpo degli USA che ci vengono serviti, così come un titolo di merito della grandezza del regista Hitchcock sta nell’essere andato, ai suoi tempi, alla scoperta di squarci autentici e ignoti di vita statunitense. Purtroppo la tentazione digressiva, particolarmente in quest’opera del Nostro, è sempre in agguato. Per un verso questo è un segno opportuno, vantaggioso di polifonia creativa, per un altro però allontana da un cammino che dovrebbe mantenere una sua direzione. Al limite, è la stessa motivazione di partenza dell’ eroe rivisitato a smarrirsi per strada, nella serie infinita di “pulcherrimae ambages”. Troppa grazia Sant’Antonio, forse, come si faceva un tempo nelle edizioni per l’infanzia, ci vorrebbe l’intervento di un riduttore, disposto ad applicare qualche opportuna sforbiciata su tanta abbondanza di fronde, qualche volta soffocanti.
Salman Rushdie, Quichotte, Mondadori, pp. 447, euro 22.

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