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La “Italian New Epic” di Giovanna Passigato

Nella “bassa” bolognese c’è una località, Medicina, che sembrerebbe dover essere lasciata affondare nel folclore locale, di tradizioni e stagioni e meteorologia, freddi e nebbie invernali, calura estiva, e una popolazione laboriosa che si ingaggia in una quotidianità del tutto prosaica e prevedibile. In definitiva, è un “buen retiro” per pensionati, tra cui c’è Giovanna Passigato, con un brillante passato di funzionario impeccabile presso l’Università del capoluogo. Tutto calmo e quieto, sennonché la nostra Giovanna ha in sé la natura di una “signora omicidi”, capace di trasformarsi in mille guise, di evadere da quel luogo ristretto per assumere tanti abiti diversi, mettendosi nei panni più vari e cangianti. Si sa che esiste una “New Italian Epic”, con tanti narratori impegnati a dotarla di storie complesse, si pensi a un Enrico Brizzi, all’intero gruppo dei Wu Ming, a quanto faceva pure un Antonio Scurati in altre stagioni, prima di darsi al romanzo storico. Ebbene, alla chetichella la nostra pensionata entra in concorrenza o in sfida con loro, intessendo, come un grillo parlante, o come un qualche altro insetto intento a crogiolarsi al fuoco del caminetto, avventure ingegnose, pittoresche, stravaganti. Quasi con colpo di bacchetta magica decide per esempio di rievocare banchetti fastosi della buona nobiltà delle sue terre, oppure crudeli storie intonate allo scontro tra nazisti e partigiani da quelle parti. Ma meglio, per lei, distaccarsi dai confini ristretti del suo lembo di terra, concedersi avventure più ardite e funamboliche, come sfruttando un mazzo di figurine che si è trovata in soffitta, o sfruttando qualche cartone animato offerto dalla televisione, pronto del resto a scivolare nelle immagine stereotipate degli spot pubblicitario. Di recente pder un’impresa del genere la nostra scrittrice si è recata a visitare Tijuana, località messicana folclorica al massimo, ma rivissuta sul piano di una libera fantasia, così da ricavarne una “Nueva Tijuana”, con sfoggio di saloons, dove si affrontano i buoni e i cattivi, ma tra gli avventori fin troppo tradizionali scorrazzano anche strani insetti, animali favolosi, o invece orridi, repellenti. L’aggraziato, l’incantato viene sempre bilanciato da qualche nota stridente, in una ben calcolata armonia dove il macabro gareggia col lezioso e lo compensa. Qualche sera fa mi sono trovato a parlare proprio a Medicina di queste figurine raccolte in un mazzo ristretto, tanto da poterne ricavare appena un solitario, un limitato gioco di carte. Ma ho scoperto che questa ardita viaggiatrice mi aveva nascosto ben altro, un romanzone di più di 400 pagine, dove aveva inseguito e rivissuto, a modo suo, addirittura l’epopea del “Signore degli anelli”. Pretesto, l’impegno di una manciata di cavalieri. estratti da un medioevo “a strisce”, di riportare in Boemia il cadavere del “Re morto”, con lungo “Viaggio” che consente alla narratrice di percorrere tutti i regni della natura, ma sempre procedendo col suo tocco leggero, di raccoglitrice di figurine. Le fasi sono quattro, dedicate ciascuna a uno degli ambiti del nostro pianeta, le sabbie, le acque, i fiumi, le foreste. C’è un numero incredibile di personaggi, volti, presenze, per cui un lettore diligente che volesse seguire la trama fin troppo aggrovigliata, dovrebbe prendere appunti accurati, farsi una lunga lista di nomi, qualifiche, imprese. Come si dice che facesse il grande affabulatore Charles Dickens, che per ciascuno dei personaggi inseriti nei suoi folti romanzi modellava una statuina schierandola in bella vista, salvo poi gettarla via per non sbagliarsi e tenerla in vita a un successivo giro di pagina. Forse anche la nostra Passigato procede allo stesso modo, modellando con la plastilina uno dei suoi eroi sempre pronti a tuffarsi in nuove peripezie, o a sparire dalla scena. O forse un’altra immagine conveniente, e in accordo, in definitiva, col carattere grasso, perfino in senso gastronomico, del suo paese di vita, si potrebbe parlare di un ben assortito spiedino pronto a infilzare tanti pezzulli di carne e vegetali, ben attento ad alternare sapientemente i brani dai sapori forti con altri leggeri e gradevoli. Oppure si può parlare di un bombardamento leggero, capillare di emozioni, sempre pronto a ricominciare, magari con gli stessi personaggi che rinascono e rimbalzano da una pagina all’altra.
Giovanna Passigato, Il viaggio del re morto, Bononia University Press, pp 447, euro 18; Storie di Nueva Tijuana, Fara Editore, pp. 87.

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Avoledo: invito a “un parco divertimenti ipertrofico”

Ricevo l’ultimo prodotto della fertile officina di Tullio Avoledo, “Furland”, e non mi esimo certo dal commentarlo, ritrovandovi quella presenza di temi di fondo a garanzia di una impronta personale di cui vado sempre alla ricerca in qualsivoglia mia indagine, condotta in arte o in letteratura. L’impulso, originale e originario, del nostro Avoledo, è presto detto: c’è in lui una pronta aderenza al suo territorio di elezione, un Friuli amato nei colori atmosferici, nel sapore di terra, in tante altre particolarità, in nome di un localismo rapace, aderente, da cui però la dimensione nomadica ed errabonda che è in lui sente di dover fuggire via per imprese alquanto folli e temerarie. Ne viene una partita, come in un gioco di equilibrio dinamico: riuscirà, il richiamo alla terra, dare concretezza, ancoraggio alle avventure pur temerarie di un cittadino in fuga dal paese avito? Ne viene un dosaggio variabile, o se si vuole una specie di cocktail di cui il nostro barman riesce ogni volta a variare gli ingredienti. Il risultato dà gusti diversi, qualche volta gradevoli, altri, sbilanciati, decisamente improbabili. Comunque, così agendo, Avoledo si pone in un arengo che oggi mi pare essere il più invitante, coltivato da altri, a cominciare da Enrico Brizzi, con le sue fughe in avanti, a proiettare i dati della storia passata verso un futuro immaginario. Si è pure cimentato in questo spazio Ermanno Cavazzoni, riempiendo la narrazione con una famiglia innumerevole di robot, posti a ricalcare le orme dei cavalieri erranti del buon tempo antico. In questo caso il Friuli è subito presente fin dal titolo, ma anche sottoposto a una pronta metamorfosi che ne fa un territorio straniero, un “land”, magari sfruttando anche la presenza di un fürer nel toponimo, come se un Hitler redivivo si fosse impadronito di quella contrada, assimilandola appunto a uno stato degno del Reich nazista, con tanto di dittatore, cui peraltro viene dato un nome maccheronico, Libero Volpatti, che del resto, appena evocato, sparisce quasi subito alla vista, non si sa che fine abbia fatto. Ma l’idea centrale di questo romanzo sta nella possibilità che oggi sia lecito andare su e giù nei gradini del tempo e della storia con l’ausilio delle realtà virtuali, capaci di ricostruire, a uso di una folla di Onorevoli Visitatori, beninteso paganti, tutta una serie di parchi tematici, con comparse, figuranti, attori posticci pronti a indossare i panni previsti dalle varie pagine del copione. Preferiti, beninteso, i crimini proprio del regime nazista, con truci rifacimenti di scene di esecuzione, dove però talvolta, sforando dalla dimensione virtuale di questi rifacimenti, ci scappa davvero il morto. Ma in genere ogni episodio di eventi bellici consente efficaci ritorni d’immagine, con evocazioni di strumenti di guerra che ricompaiono, come sottratti a un museo delle armi, comprensivo di quanto è già andato in pensione, ma anche di armi ipotetiche che mai sono state sperimentate in campo aperto. Scorrendo queste pagine, troviamo la migliore definizione di quanto vi si offre, definito come “un parco divertimenti ipertrofico”, capace di fornire, a un pubblico in visita, tante Attrazioni, dove ogni scena è accompagnata da una adatta e confacente colonna sonora, che a sua volta viene definita nei termini di un “lego linguistico”. Ecco la parola giusta, a siglare un’intera operazione, un genere letterario: il nostro Avoledo si impegna ogni volta a comporre un suo “lego” con tanti pezzulli del passato, del presente, del futuro. Sta a noi assaporare come dicevo, la risultante, il cocktail ingegnoso che ne risulta, e stabilirne il grado di accettabilità.
Tullio Avoledo, Furland, Chiare Lettere, pp.225, euro 16,50.

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Wu Ming: difficoltà di scrivere un romanzo “misto di storia e di invenzione”

Ancora una volta sono chino a esaminare, come un medico, l’ennesimo prodotto del collettivo che firma Wu Ming, uscito tempestivamente attorno ai grandi eventi della Rivoluzione russa. Ne è venuto “Proletkult”, condotto a modo loro, il che significa un arrovellarsi attorno a una problematica molto difficile. A suo tempo il Manzoni l’aveva battezzata con la formula del “romanzo misto di storia e di invenzione”, denunciandone gli ostacoli, i rischi, tanto che, dopo la splendida riuscita dei “Promessi sposi”, non ci aveva più provato, con grande delusione del pubblico italiano che era rimasto in avida attesa di un nuovo capolavoro. Il fatto è che si tratta di mettere d’accordo due corni difficilmente conciliabili, dove è la storia che alla fine rischia di prevalere, come fu proprio, nel caso di Don Lisander, quando ci diede la “Colonna infame”. Forse un eccellente, ben equilibrato esito tra i due piatti della bilancia ce lo ha dato di recente Helena Janeczek, con “La ragazza con la Leica”, cui io stesso, su queste colonne private, avevo annunciato un brillante avvenire, realizzatosi quest’anno con l’assegnazione del Premio Strega. Ma già in un caso ancor più recente, il “Mussolini” di Scurati, pur ottimo lavoro da me molto lodato sull’”Immaginazione”, e dunque con un’uscita “in chiaro”, in cartaceo, mi sono posto il quesito se ormai il prodotto non risulti troppo pendente dalla parte della storia, a danno della “fiction”. I Wu Ming fanno senza dubbio salti mortali per conciliare i due corni del dilemma, cercando di dare un’aria “fantasy” a fatti che pure vanno a pescare con zelante acribia negli annali della storia. Ma quando si cerca di servire due padroni, il pericolo è di lasciarli entrambi insoddisfatti. In questo caso la partenza è folgorante nel segno della “finzione”, balza in primo piano un tale Leonid Voloch, francamente non so se a suo tempo davvero esistito o se sia una “invenzione” del nostro collettivo. Certo è che la sua entrata in scena appare fragorosa, quindi si stenta a ricondurre l’evento a una trama storica, che però vigila e incalza nelle retrovie. Leonid è un terrorista della più bell’acqua, che nel 1905 conduce un grave attentato contro un convoglio carico di rubli ancora stampati dal regime zarista. E’ un evento quasi da western, ma poi sappiamo che quell’attentato ci fu davvero, per finanziare coi proventi di quella rapina le imprese rivoluzionarie di Lenin e compagni. Subito viene cucito a questo primo evento senza dubbio sconvolgente un altro episodio ugualmente fuori norma, sembra quasi che questo personaggio, destinato a scomparire e poi a riapparire a intervalli regolari, si sia rifugiato su un’astronave in partenza per un altro pianeta. Strabuzziamo gli occhi, mai possibile che i nostri diligenti archivisti osino tanto? Ma no, tranquilli, la storia è pronta a riassorbire questi slanci, infatti il vero protagonista della vicenda è un rivoluzionario di prima forza, Bogdanov, figura davvero esistita, e tra i primi autori di fantascienza, attraverso l’invenzione di un pianeta felice dove la rivoluzione proletaria è avvenuta davvero e l’uguaglianza sociale è stata raggiunta. Poi per qualche tmpo non sappiamo più niente di un simile UFO misterioso, se non per il fatto che da quella stella piove una figura deliziosa, la giovane Denni, vissuta a lungo in una specie di letargo. Infatti ricompare sul suolo russo quando la rivoluzione di ottobre è già avvenuta, ma lei non ne sa nulla, basti pensare che tenta di spendere proprio quei rubli fuori corso a suo tempo ottenuti con la lontana rapina iniziale. Verremo a sapere che, per vie molto strane e impreviste, la giovane è figlia dell’erratico Leonid, di cui va alla ricerca disperata. L’obiettivo però si sposta sul vero protagonista, appunto Bogdanov, che ha partecipato a tutte le fasi incubatrici della grande rivoluzione di ottobre, in dialogo, incontro e scontro, con Lenin e con gli altri grandi capi, attraverso riunioni, conciliabili, partite a scacchi che hanno giocato in esilio sull’isola di Capri, e perfino in un scuola organizzata a Bologna, chi mai lo aveva saputo? L’acribia dei Wu Ming ha scoperto perfino questa remota presenza di sussulti eversivi nella nostra comune dimora. Ma poi, a rivoluzione avvenuta, Bogdanov è divenuto sospetto all’ala vincitrice del partito, quasi sconfessato da Lenin, del resto già scomparso, mentre anche Stalin si sta già scaldando i muscoli per la conquista del potere. Bogdanov ormai è visto con sospetto, ma si salva sia per i suoi gloriosi trascorsi accanto ai leader della rivoluzione, sia per essersi dato a un ramo marginale, divenendo un grande medico che vuole inseguire il progetto della “cultura proletaria”, di un enorme afflato collettivista e unitario attraverso una curiosa tecnica delle trasfusioni, non da un donatore a un paziente che ne ha bisogno, ma anche da quest’ultimo all’altro, nel nome di una fusione dei sangui, proprio come ideale miracolosamente unitario. In definitiva se Lenin e compagni sono diffidenti nei confronti di una simile terapia, appaiono anche giustificati e comprensibili. Ma a Bogdanov va tutto il nostro appoggio quando proprio di Lenin denuncia l’ottuso materialismo ancora di specie ottocentesca, positivista, ostile ai nuovi traguardi della scienza. Però nulla da fare, Bogdanov si trova nei guai, pur coltivando generosi progetti scientifici e umanitari. Ricompare a salvarlo il lontano e a lungo sparito compagno Leonid, che però è diventato un genio del male, al servizio della Ghepeu. Qui i nostri narratori forse sfruttano qualche ricordo del “Terzo uomo”, del film dominato da una gigantesca interpretazione di Orson Welles. Il “cattivo” Leonid ha tradito tutti i passati ideali, ma a sua volta non può tradire il compagno di un tempo, che oltretutto si sta adoperando per gettargli tra le braccia quella figlia sconosciuta e in sostanza rinnegata. E così via, la vicenda si tiene in altalena tra i vari momenti e passioni e obiettivi, senza decidere a favore dell’uno o dell’altro, ma ci ha permesso di navigare in anni cruciali della rivoluzione bolscevica, senza pretendere di ricavarne alcuna morale.
Wu Ming, Proletkult. Einaudi stile libero, pp. 333, euro 18,50.

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Piccolo: un animale per fortuna sempre contrastato

Esiste una specie di proporzionalità inversa, tra Francesco Piccolo e me. Man mano che il suo successo cresce, fino alle proporzioni attuali che lo vedono entrare un po’ dovunque come indispensabile sceneggiatore di film e di spettacoli televisivi, diminuisce il mio consenso, che invece era pieno e cordiale quando lui si presentò ai per me indimenticabili appuntamenti di Reggio Emilia (RicercaRE) degli anni ’90, con quella vicenda minima ma assolutamente esemplare del ragazzino che si chiede perché mai i genitori gli impongano di viaggiare sul lato esterno della strada quando accompagna il fratello minore: è una forma di omaggio, o invece di sottovalutazione a favore dell’altro, considerato persona più importante da proteggere? In seguito Piccolo ha continuato a lungo in questo suo giocare alla morra cinese applicata a tante altre piccole occasioni (“senza importanza”, avrebbe chiosato Tabucchi). Quale mossa fare per sorprendere l’avversario, o comunque per uscir fuori dal seminato delle risposte ovvie e prevedibili? L’ho esaltato tante volte, in queste sue prove un po’ fragili ma deliziose, per cui credo che ora egli mi tenga “in gran dispitto”, o mi dedichi un tradizionale “non ti curar (di lui) ma guarda e passa”. Già in presenza dell’opera del ’14 che pure gli ha dato lo Strega, “Il desiderio di essere come tutti”. ho manifestato qualche dubbio, o meglio ho tentato di riportarlo al suo motivo originale in quanto nella autoconfessione doveva pur ammettere di aver violato un desiderio pur tanto comune, così da essere combattuto tra l’adesione a Craxi, eretica per un qualche esponente, allora, della sinistra, o invece il culto “come tutti” rivolto a osannare Berlinguer. Ora, con “L’animale che mi porto dentro” siamo al medesimo bivio, ma aggravato, dato che l’autore parte dal presupposto che in lui, “come tutti”, almeno del versante maschile, prevalga il motivo dell’aggressione e del dispotismo, ai danni dell’altra metà del sesso, e in effetti queste pagine sono anche un diario dei mille casi in cui il brutale animale maschio dentro all’autore si è manifestato allo scoperto, in modi diretti e senza attenuanti. Ma se si va a leggere da vicino, si scorge che i passi più vivaci e anche divertenti sono quelli in cui in lui rinasce il procedere doppio, con una componente che frena o serve d’impaccio allo spirito bellicoso e aggressivo, quando invece della risolutezza in lui prevalgono l’incertezza, l’impaccio, l’esitazione, il che lo porta a muoversi come un classico “imbranato”. Si hanno così situazioni intrinsecamente comiche, come quella di uscire in tre, e non solo con la fidanzata del momento, o come la gaffe di non saper gestire bene il preservativo e di smarrirlo dentro l’organo della partner, o addirittura di “venire” dentro di lei per fretta incontrollata, indegna di un vero conquistatore. Insomma, invece che trovarci di fronte a tanti trionfi dell’animale che senza dubbio cova in noi, troviamo una serie di insuccessi, di goffaggini, di passi falsi a catena, il che conduce a un esito trionfale quando il nostro amatore si trova a dover fare i conti con una partner diabetica che cade in deliquio, sottoponendolo a una serie di imbarazzanti quesiti: dove trovare lo zucchero necessario per farla uscire dal coma, o come telefonare per chiedere soccorso, avendo il cellulare scarico? Non so se il Piccolo divenuto ormai uno sceneggiatore principe del nostro cinema si sia reso conto di aver costeggiato a questo modo una delle sequenze più forti ed entusiasmanti del capolavoro di Tarantino, “Pulp Fiction”, quando un magnifico Travolta se la cava rianimando la pupa del capo gangster con una puntura avventurosa inflitta in vicinanza del cuore. Quindi, in definitiva, Piccolo stia tranquillo, l’animale che si porta dentro è sempre ostacolato da una inguaribile controtendenza, di impaccio, di debolezza, Ma forse questa mia insistenza a volerlo riportare a un filo conduttore è proprio quanto detesta nei miei presenti interventi su di lui, come si teme un testimone di vecchi tempi che si ritengono ormai superati verso più luminosi traguardi.
Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro, Einaudi, pp. 228, euro 19,50.

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Lodoli: peregrinazioni alquanto inconcludenti

In genere un criterio che seguo per andare a valutare una qualche opera, sia essa di ordine visivo o narrativo, sta nel verificare se nell’autore, al di là delle inevitabili variazioni da un prodotto all’altro, ci sia una linea di continuità, di coerenza, magari da rintracciare frugando con cura nelle pieghe del racconto o del dipinto. Nel caso di Marco Lodoli, una simile ricorrenza potrebbe stare in un certo nomadismo del o della protagonista, costretti a uscire allo scoperto, a sperimentare casi diversi, intraprendendo una specie di corsa “al termine della notte”. Così era in quello che ancor oggi mi sembra il suo racconto più persuasivo, pur o forse proprio a causa della sua elementarità. Se non sbaglio, si tratta di “Crampi”, del 1992, facente parte di una trilogia, e anche questo è un modo di procedere tipico di Lodoli, rientrante in questo suo spirito deambulatorio che ha bisogno di articolarsi su vari percorsi. In quel racconto ci viene presentato un essere molto semplice che intraprende una corsa misteriosa in compagnia di una capra, lungo un tragitto quasi fine a se stesso, come prova di ardua ed estrema corporalità. Sono ben lungi dall’aver seguito Lodoli nelle tante sue prove successive, ma almeno una di queste ha ricevuta la mia attenzione, “Vapore”, del 2013, che mi è capitato di recensire su “Tuttolibri”, quando questo inserto si degnava di ospitarmi. In quel caso da un protagonista al maschile si passa a uno al femminile, del resto la presenza di una sorta di equazione dominante implica che alle sue incognite si possano, anzi, si debbano dare di volta in volta soluzioni diverse, anche per imbrogliare le piste. Nulla da spartire con quel rozzo corridore della prova precedente, qui siamo di fronte a una anziana signora, abbandonata da marito e figlio, che per sbarcare il lunario deve cercare di affittare una casa di villeggiatura ormai divenuta per lei superflua, e dunque la narrazione si snocciola in una serie di incontri con clienti ipotetici, quasi in un gioco dell’oca, in una serie di “stazioni”, di medaglioni dedicati a tanti personaggi, abbozzati di fretta. Ora ho letto l’ultima uscita di Lodoli, “Paolina”, e beninteso di nuovo mutano i dati assegnati all’equazione di base, ma non senza che questa riaffermi la sua presenza e validità. La protagonista è una ragazza ancora minorenne, appunto Paolina, che a un tratto si scopre incinta, ma non sa bene di chi, ha avuto ben pochi rapporti sessuali, in definitiva riconducibili al numero di tre. La sua condizione sociale è di totale disagio, la madre è stata abbandonata dal marito e si rompe la schiena in duri lavori per mandare avanti il misero ménage domestico, però Lodoli sa bene che deve evitare di cadere nelle spire di una lacrimosa vicenda ottocentesca, perbacco, viviamo in pieni anni Duemila, Paolina non è certo del tutto abbandonata a se stessa, può ricorrere a un centro assistenziale che le prospetta la scelta perentoria, disfarsi del figlio sgradito nutrito in seno, ma entro i tempi giusti in cui è consentito un aborto per legge, o diversamente tenerselo, o ricorrere a qualche mammana. Questo spunto di trama consente a Lodoli di innescare il suo nomadismo, ovvero il motivo di una “quête”, un “giro delle tre chiese”, una visita ai tre possibili padri putativi, il che consente anche di tratteggiare profili diversi, c’è il ragazzo di buona famiglia, compagno di una vacanza scolastica, che resta sbalordito, ma anche schifato da quella possibilità, o invece il “figlio dei fiori”, rotto a tutti gli stratagemmi di un vivere disordinato, o un altro che ha nel cuore solo la prestanza fisica in vista di una carriera atletica. Si noti che uno schema del genere ha una esistenza ufficiale negli annali della narrativa, l’ha sfruttato perfino l’ex-ministro Dario Franceschini in un suo romanzo, “Daccapo”, dove ha addirittura esagerato nel numero degli incontri, inflazionando lo schema, inducendo l’eroe di quella vicenda a fare visita alle ben 72 donne con cui ha procreato altrettanti figli. Per fortuna Lodoli non è così straripante, come detto, si ferma al numero di tre stazioni, e in definitiva il romanzo consiste quasi per intero nel proposito di caratterizzare queste tre esistenze, in una parca enciclopedia delle attuali modalità di vita. Questi incontri risultano ogni volta deludenti, inconcludenti, la povera Paolina resta abbandonata a se stessa, all’angoscioso problema di quale soluzione dare alla sua gravidanza. Per fortuna Lodoli non ricade nei lacci di un vecchio realismo d’antan, peraltro ricalcato pure da tante situazioni dei nostri giorni, non ci sono gli esiti tristi di una ragazzina che lascia il feto appena sfornato in un cassonetto, o sulla tomba di qualche caro congiunto deceduto, andandovi a morire lei stessa. Lodoli sa bene che finali di questa specie oggi sono impraticabili, d’altra parte non gli viene in mente una soluzione alternativa da imboccare, il che è di nuovo un tratto rientrante nell’equazione generale regolante l’intera sua narrativa: non concludere, lasciare la storia in sospeso.
Marco Lodoli, Paolina, Einaudi, pp. 97, euro 14.

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Un Camilleri di buona fattura

Ormai in molte occasioni sono costretto a occuparmi dell’enorme capitolo di para-letteratura costituito dal filone del “giallo” o del poliziesco, con relativo andirivieni tra il cartaceo e il filmico-televisivo. Questo mi ha portato a esaminare quanto ci hanno dato in materia, almeno nel nostro ambito nazionale, i vari Lucarelli e De Giovanni e Carofiglio, cui ho dato voti per lo più scarseggianti e dubitativi. Ma certo il nostro migliore campione della serie resta Andrea Camilleri, soprattutto con la serie intestata al commissario Montalbano. Beninteso, seppure con la sua aura di mostro sacro della migliore intellettualità nostrana, di campione integerrimo delle più nobili cause, anche lo scrittore siciliano non sfugge ai limiti insiti nel genere da lui tanto abilmente coltivato, che sono fra l’altro quelli di votarsi a uscite copiose. il pubblico è avido di nuove vicende, non bisogna deluderlo, occorre esibirsi in nuovi esemplari, che dunque non sempre escono perfetti, o come si dice, non tutte le ciambelle hanno il buco giusto, e dunque ci sono di volta in volta notevoli infrazioni al verosimile, ripetizioni, ricalchi di storie già conosciute, furti dai classici del passato. Ma da limiti del genere non sono andati esenti neppure i massimi esponenti di questo filone, si pensi agli inventori dei Sherlock Holmes, dei Maigret, dei Poirot. Si può dunque chiosare con ricorso a un altro proverbio, invocare cioè il “mal comune” che diventa “mezzo gaudio”. Questo prologo mi serve per dire che, della vasta produzione di Camilleri, mi sembra un frutto valido l’ultimo uscito, se non sbaglio, “Il metodo Catalanotti”. Vi troviamo i personaggi che abbiamo appreso ad amare, guai se non si ripresentassero, in questo enorme teatro dei pupi, o commedia all’italiana. E dunque il nostro Montalbano viene svegliato in prima notte dal compare Mimì Augello, che gli deve confessare un’avventura imbarazzante, conseguenza del suo irrefrenabile dongiovannismo per cui si è recato a consolare una signora mal maritata calcolando sull’assenza forzata del marito, impegnato in un lavoro notturno. Ma il coniuge rientra all’improvviso, il che costringe Mimì a fuggire nel modo più classico, calandosi dal balcone in un appartamento sottostante, ma immerso nel buio e nel silenzio, in cui si avventura a tastoni, fino a percepire col tatto la presenza di un corpo umano, freddo, inerte, e dunque di un defunto, capace pure di emettere tracce di sangue. Come fare? I due poliziotti in carica non possono confessare quella visita notturna del tutto irregolare di Mimì, e la conseguente scoperta di un cadavere. A complicare le cose arriva l’annuncio del ritrovamento di un cadavere, questa volta a piene luci, in un luogo del tutto diverso da quello dell’impresa notturna di Mimì. E si tratta proprio dell’intestatario del racconto, del Catalanotti, apparentemente ucciso con una stilettata infertagli mentre già era steso sul suo letto. Personalità oscura e controversa, questa dell’assassinato palese, senza dubbio facoltoso, ma in che modo? Si tratta di uno spacciatore di droga, o di uno strozzino? La cosa si complica perché il solerte Montalbano, quando fruga nell’abitazione della vittima, vi scopre un dossier dove, di tanti individui, sono ripotati dei resoconti, sul loro vissuto più personale, che sembrano corrispondere più alle registrazioni di uno psicoanalista che a quelle di un usuraio. Infatti si dà il caso, rovesciato rispetto al normale, che l’apparente strozzinaggio del Catalanotti è solo una copertura, in realtà egli è un fine intellettuale amante del teatro, che intende praticare nelle forme più esigenti insegnate da Stanislavskij, o addirittura da Grotowski, ovvero egli punta a un teatro-verità, quasi seguendo Pirandello nel partire dal presupposto che la realtà ha più fantasia di ogni effetto narrativa, e cioè che il vero è più forte del verosimile. Si scoprirà quindi che in sostanza di cadaveri ce n’è solo uno, l’altro in realtà era solo un perfetto manichino di cera che il regista meticoloso si è fatto fabbricare per avvicinare il più possibile al vero una sua creazione teatrale. Qui mi fermo, se no anche in questa sede minima quell’uno o due lettori che forse mi seguono mi accuserebbero di svelare inopportunamente il segreto finale. Continuo invece a segnalare i tratti validi di questo ennesimo prodotto dell’officina Camilleri. Di rado, come in questo caso, egli fa professione di intellettualità scomodando i mostri sacri della cultura. Inoltre dà alla sua creatura prediletta, a Montalbano, l’agio di mandare a quel paese l’”amor di terra lontana”, la stancante e noiosa presenza di Livia, per tentare invece un approccio erotico con una bella collega trasferita nel suo commissariato. Cioè in sostanza Montalbano quasi ruba il mestiere all’amico Mimì, si dà a un giro di valzer sul fronte erotico, Ma poi né lui né il suo autore osano spingere a fondo, infatti la bella poliziotta se ne va altrove, e dunque temo che Livia tornerà a imperversare nelle prossime prove. Un motivo di consolazione sta nell’efficace dialetto con cui i vari protagonisti di questa commedia dell’arte ci parlano, laddove gli infelici concorrenti del Nostro hanno il difetto di usare uno stile neutro, scorrente come acqua fresca.
Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti, Sellerio, pp. 293, euro 14.

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Maggiani e il romanzo misto di storia e d’invenzione

Maurizio Maggiani forse non se n’è accorto, ma con le sue ultime opere narrative, “Il romanzo della nazione”, del ’15, e l’attuale “L’amore”, di cui vado a parlare, rientra in pieno della formula manzoniana del “romanzo misto di storia e d’invenzione”, una coesistenza difficile da amministrare, col rischio che una delle componenti finisca per dominare sull’altra. E’ successo a Don Lisander, che dopo i “Promessi sposi” non ha più tentato di vivacizzare i fatti storici con l’aggiunta della trama, il romanziere è morto in lui, sostituito dallo storico puntiglioso e scrupoloso. Qualcosa del genere l’ha rischiata anche, di recente, Antonio Scurati, che col suo monumentale “Mussolini”, mentre ha raccolto una enorme messe di documenti, proprio da storico puntuale, si è visti ristretti gli spazi per la “fiction”, mentre nel precedente “Il tempo migliore della nostra vita” aveva tentato un compromesso ingegnoso, da una parte il blocco “storico” corrispondente a una attenta ricostruzione della biografia di un protagonista degli anni attorno alla metà del secolo scorso, Leone Ginzburg, ma affiancato, intervallato, dalle vicende oscure della sua stessa famiglia. Qualcosa del genere lo aveva fatto pure Maggiani nell’opera precedente, in quanto i fatti privati della sua famiglia erano stati messi a riscontro con quelli dei padri fondatori della nostra unità nazionale. Ora invece Maggiani fa saltare le paratie tra una dimensione e l’altra, ci offre un narratore in prima persona, tanto presente e ossessivo da non darci neppure il suo nome, il quale, dalla sua posizione di persona agiata, in possesso di un certo benessere, si china nel pozzo del tempo per andare alla ricerca delle varie fasi della sua esistenza precedente, facendo in modo che gli eventi del tutto privati di questa interferiscano con quelli pubblici. E soprattutto, evitando una esposizione “per filo e per segno”, ma saltabeccando da un capo all’altro di questa trama, come un Marcel pronto ad afferrare la resurrezione del tempo secondo appigli, spunti, suggerimenti del momento. Infine, facendo anche attenzione che nel dosaggio risultante il momento del privato sia più consistente e gratificante, sia per chi scrive che per chi legge, rispetto ai fatti pubblici. Non per nulla in primo piano ci stanno le relazioni sentimentali, o diciamo pure erotiche del soggetto che si confessa, come attesta il titolo di questa confessione, appunto l’amore, che però è parola infelice, come deve ammettere l’io che ci parla, costretto a rievocare una ragazza del passato, di stagioni ruggenti e bellicose, quando “dire ti amo appariva del tutto fuori luogo “ (p. 110). A proclamare con sicumera questa regola era, tra le altre adolescenti frequentate, la “luxemburghiana”, appartenente cioè a una delle varie sette e colorazioni ideologiche che nel corso di questa lunga confessione entrano in accordo o in collisione con il “privato”. Ora in un certo senso colui che narra (non bisogna fare l’errore di identificarlo con lo stesso Maggiani) ha raggiunto la pace dei sensi, vive in convincente accordo con la moglie, e dunque un termine pieno ed enfatico come “amore” potrebbe essere davvero accettabile, ma diciamo la verità, i passi godibili di questa narrazione ci sono quando l’austero commentatore, avanzato negli anni, ci parla dei rumori che dal giardino gli fanno giungere il tasso e la volpe, o quando egli si impegna in cucina, a preparare le frittelle di baccalà, o a pelare le patate. Soprattutto sfilano gli “amori”, ma per fortuna in versioni molto prosaiche e volgari, e trascinandosi dietro, ciascuno di essi, una fetta di tessuto pubblico. Si succedono così la Patri, la Sandra, la Chiaretta, colte, fatte rinascere, ciascuna di loro, assieme a un buona fetta di tessuto storico, per cui, di nuovo, traspare, in punteggiato. “il romanzo della nazione”. In un certo senso si potrebbe dire che ora Maggiani si affida a un enorme monologo interiore che assume anche i tratti a ruota libera, casuali, di una “corrente di coscienza”, quasi alla maniera del finale dell’”Ulisse” joyciano. Ma l’autore deve stare attento, questo continuo frammentare il filo del discorso, questo saltabeccare da un ricordo all’altro, alla fine potrebbe diventare anche stancante, un eccesso di divisionismo psichico può portare a un esito monotono, indifferenziato. In fondo, Joyce, almeno nel suo capolavoro, non si è affidato del tutto alla corrente di coscienza, lasciandola solo come capitolo terminale, mentre nei capitoli precedenti si è valso di fili conduttori, andando addirittura a prendere come guida i libri dell’Odissea. In altre parole, caro Maggiani, faccia attenzione, un po’ di disordine nell’afflusso dei ricordi e delle sensazioni può essere piacevole, ma un loro accumulo disordinato può alla lunga risultare difficile da sopportare. Ovvero un affluire eccessivo di eventi porta quasi a spegnerli, ad azzerarli.
Maurizio Maggiani, L’amore, Feltrinelli, pp. 195, euro 16.

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King: difficili rapporti tra il vero e il fantasy

Il mio entusiasmo nei confronti di Stephen King, come del resto anche verso il suo quasi omologo giapponese Murakami Haruki (cfr. il mio blog di domenica scorsa), sta alquanto rallentando, e per ragioni abbastanza simili, I due sono maestri nell’abilità di affidarsi a una scena di assoluta quotidianità, beninteso nei rispettivi ambiti geografici e di civiltà, sentendo però il bisogno di aprire sbocchi per dare accesso a fattori di fantasy, di magia, di irrazionalismo, ma il passaggio dall’uno all’altro livello crea senza dubbio dei problemi, Dove e in quale misura lasciare la protezione del verosimile e affrontare il magico? Passaggio irreversibile o invece provvisto di una marcia indietro? Nel caso del precedente “Sleeping Beauties”, appena dell’anno scorso, la miscela era abbastanza netta, King entrava subito in territorio magico ideando una specie di epidemia mostruosa, ma nello stesso tempo “bianca”, felpata, che investiva solo la componente femminile del suo universo, manifestandosi attraverso una fasciatura progressiva che andava ad avvolgere le povere donne, provocando oltretutto in loro una sonnolenza irresistibile che le portava alla morte. Il tutto condotto abbastanza bene, con rinuncia sistematica a un canone di verosimiglianza, salvo poi a trovarsi di fronte al problema di che cosa fare di queste esistenze messe in mora. Ora King è pronto a sfornare un altro romanzo di più di 500 pagine, “The Outsider”, dove almeno in apparenza si tiene abbarbicato a lungo a un criterio di normalità, tratteggiando la pigra esistenza in un villaggio appartato di qualche “State”, Flint City, che però è scosso dalla scoperta di un orrido misfatto, Un ragazzino, Frank Peterson, è stato strangolato, e nello stesso tempo violentato in modo brutale infilandogli un ramo nell’ano. Scatta l’indagine, affidata un bravo poliziotto, Ralph Anderson, che però ben presto si trova di fronte a un bivio. Infatti l’assassino ha lasciato impronte, anche sul camion con cui avrebbe prima sequestrato, poi trasportato la vittima sul luogo del martirio, e perfino tracce di sangue da cui è stato possibile ricavarne il DNA, Ebbene, tutti questi indizi portano concordi a incolpare una nota persona del villaggio, tale Terry Maitland che è uno stimato docente nonché allenatore di un squadra junior di atleti del posto. Eppure, data l’evidenza delle prove a carico, si procede all’arresto di questo cittadino, nonostante che egli protesti la sua totale innocenza, accampando anche prove tangibili che al momento del crimine si trovava altrove, a molta distanza, impegnato a partecipare a un convegno in cui aveva anche preso la parola, come testimoniato da registrazioni video. Ma il torto dell’investigatore è di procedere comunque all’arresto del malcapitato, con l’errore aggiunto di condurre un tale atto “coram populo”, il che rende possibile la protesta del fratello della vittima, che interviene a uccidere l’incriminato. L’episodio, ahimé, ci ricorda troppo da vicino la scena ormai depositata nella storia in cui quel tale Ruby fredda l’accusato dell’omicidio del Presidente Kennedy, Lee Ostwald, e dunque in una occasione del genere King “fa il furbo”, riscrive un episodio ormai ben noto a tutti. Ma come uscire dal dato centrale dell’intrigo, l’ubiquità del presunto colpevole, di Terry che può dimostrare di essere stato altrove pur lasciando impronte digitali e macchie del suo sangue nel luogo del crimine? Nulla da fare, non c’è via d’uscita attraverso soluzioni che tengano i piedi per terra, King è costretto aricocorrere a soluzioni di ordine fantascientifico, deve andare a pescare in un patrimonio di cupe leggende, magari provenienti da un territorio molto adatto ad hoc quale il Messico, ricavandone una figura diabolica detta El Cuco, Deve insomma introdurre, come annuncia il titolo, l’”Outsider”, il protagonista che non viene semplicemente da fuori, ma addirittura da un altro mondo, di sortilegi, di presenze occulte, sotterranee. Un essere che non ha corpo ma che proprio per questo ne può assumere tanti, si può trasformare nelle sue vittime, seppure con qualche sforzo e fatica. Infatti il narratore, che non vuole rinunciare del tutto a una rotta verosimile, obbliga questa presenza demoniaca a soggiornare in cimiteri e grotte per completare, come una crisalide, il tempo di trasformazione nella vittima da plagiare, deve insomma parzialmente sottostare a criteri fisici, ma dispone anche di poteri che gli consentono apparizioni quasi telepatiche, cioè i personaggi in carne ed ossa vengono “visitati” da questa entità sfuggente, e perfino influenzati, come succede a un cattivo poliziotto, tale Jack Hoskins, che è un ubriacone spudorato, mosso da odio vero il collega bravo e buono, Anderson, fino al punto di andare ad appostarsi su una collina quando quest’ultimo, assieme a un gruppetto di altri “buoni”, tra cui una simpatica detective in gonnella, Holly Gibney, vanno a frugare in una caverna, proprio alla ricerca del luogo dove l’immonda creatura sta maturando la sua metamorfosi. Qui di nuovo il nostro autore saccheggia l’episodio fatale dell’uccisione di Kennedy, evocando gli spari misteriosi che anche in quel caso sarebberoi provenuti da una collina di fronte all’auto presidenziale. Del resto, quante altre scene abbiamo già visto, del tiratore che, celato nella vegetazione, fa fuori le sue vittime, ovvero di nuovo King lavora al riporto di scene di repertorio, anche se riprese con la sua indubbia scorrevolezza descrittiva e precisione di dettagli. Caso mai, un po’ di ingegnosità gli si potrebbe riconoscere nel modo con cui questo alieno riesce a procurarsi il DNA delle persone da incolpare, graffiandole in incontri casuali e di breve durata. Ma poi, se è creatura così immateriale e aerea, come è possibile che i “buoni” dell’impresa riescano davvero a catturarlo, nelle latebre della grotta, invano presieduta dal “cattivo” che ha tentato, riuscendoci in parte, di decimarli? Naturalmente il povero Maitland ottiene la riabilitazione alla memoria, la normalità trionfa, e l’alieno viene ricacciato nelle tenebre in cui è la sua dimora. Ma al confronto un classico statunitense del fantasy come Lovecraft ha più forza e decisione, esce dalla navigazione furba e mediana che tiene il nostro narratore troppo prolifico, almeno a giudicare da queste sue prove recenti.

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Murakami tra realtà e irrealtà

Intervengo per la seconda volta su un’opera dello scrittore giapponese Murakami Haruki, dopo aver commentato in questo sito il “Kafka sulla spiaggia”. Ora è la volta de” L’assassinio del commendatore”, ma forse faccio male a parlare subito, in quanto l’autore ci avverte che questa è solo la prima parte di una trilogia, e dunque, sarebbe più corretto pronunciarsi solo dopo che l’impresa si sia sviluppata in toto. I vuoti, i dubbi, le incertezze che andrò a registrare, e a mettere anche sul conto di un giudizio finale, potrebbero trovare soddisfacenti risposte in corso d’opera. Resta ovviamente la conferma di certe virtù già comparse nel capolavoro precedente, che si potrebbero riassumere, ricorrendo alle sempre utili categorie fornite da Vittorio Spinazzola, in una perfetta combinazione tra “new realism” e “new epic”, ovviamente da non accompagnare col riferimento alla produzione italiana, in cui si stenta a trovare qualche frutto similare di una simile coabitazione. Per un verso, gli eroi di Murakami scorrono su un piano di assoluta prosaicità e volgarità. L’attuale protagonista, che è un buon grafico-disegnatore, ha una vita sessuale “come ce ne sono tante”, il che prevede che la moglie a un certo momento lo metta alla porta, avviandolo a un nomadismo in definitiva assunto con piacere, rallegrato da una perfetta catena di viaggi, di soste in ristoranti e alloggi che forniscono, a un eventuale turista, una perfetta guida di come comportarsi in suolo nipponco, dove fermarsi per mangiare, dormire, magari anche concedersi qualche avventura sessuale lungo il cammino. Infine un collega e amico gli offre un “buen retiro”, che sarebbe la villa in campagna dove risiedeva il padre, ora afflitto dai mali della vecchiaia e internato in un ricovero. Ma nel suo passato era stato un importante e stimato pittore, con un decisivo soggiorno a Vienna, dove aveva assistito a un delitto orrendo, forse già in chiave di repressione antisemita, da cui aveva ricavato un dipinto impressionante. Vi si vedeva un “commendatore”, o comunque un personaggio di spicco, che veniva ucciso a colpi di spada da una specie di samurai, con violento spargimento di sangue, e alla presenza di un enigmatico testimone. Ebbene, questo dipinto fatale è presente nella dimora in cui Yuzu va a soggiornare, inquietandone i sonni. Ma ci sono altri buchi neri, interrogativi, uscite laterali che si inseriscono nella trama impedendole di scorrere in orizzontale. Infatti Yuzu ha un vicino, figura misteriosa, che non si sa bene come abbia si sia costituito un solido patrimonio, certo è che è stato in grado di innalzare una villa poderosa. Ora l’enigmatico vicino di casa avanza al nostro artista una richiesta, accompagnata da congrua retrobuzione, irrinunciabile, di fargli il ritratto, posando per lui ma a condizioni molto specifiche. Qui si dà una curiosa concomitanza con un racconto del nostro Alessandro Baricco, “Gwin”, tanto da doversi chiedere se ci sia stata qualche interferenza tra i due. Fatto sta che anche il protagonista di quel racconto è un ritrattista “concettuale”, fa posare le persone ma per ricavarne solo una descrizione verbale. Anche il ritratto che Yuzu conduce del misterioso vicino ha tratti irreali, magici, che però sono poca cosa rispetto a un trillo di una campanella che viene a tormentare i suoi sonni notturni. I due si alleeranno nell’andare a indagare sulle origini di quel suono misterioso, il che li porterà a scoprire una cavità sotterranea. Infatti la narrazione del nostro Murakami si caratterizza, come già detto, dall’aprirsi di “enclaves”, grotte, pertugi, nel tempo e nello spazio. In questo caso poi l’autore non si esime dal dare consistenza al ritratto misterioso dovuto all’anziano proprietario della casa, quasi che si dotasse della celebre vernice del Dottor Lambicchi, da cui era deliziata la nostra infanzia, quando leggevamo “Il corriere dei piccoli”. Ovvero, da quel quadro salta fuori proprio il “commendatore”, con evidente riferimento al Don Giovanni di Mozart. Insomma, il “convitato di pietra” si materializza, ma in formato ridotto, infliggendo un colpo mortale alla verosimiglianza del racconto, ovvero dalla dimensione di un neorealismo balziamo in piena phantasy. E ci sono tanti altri eventi arcani a scuotere la vicenda, che l’autore giapponese non lascia mai scorrere su un unico piano, ma movimenta con continui salti di ogni tipo, dal presente al passato, dal reality al phantasy, come si diceva. E’ una mescolanza che senza dubbio ci affascina, ma che talvolta non appare ben amministrata, lasciandoci increduli e sospettosi. Diamogli però il tempo giusto per risolvere, o quanto meno attenuare, nei passaggi successivi, questi dubbi e interrogativi che al momento inducono a tenere alquanto sospeso il giudizio.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore, Libro primo, Idee che affiorano, Einaudi, pp. 418, euro 20.

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Tamaro, un giusto canto d’amore

Non ho mai mancato di dichiarare un certo interesse, e talora anche una cauta adesione alle opere via via stese da Susanna Tamaro, a cominciare da quella che l’ha intronizzato, il “Va’ dove ti porta il cuore”. Un atteggiamento alquanto curioso, da parte di un critico considerato “cattivo”, tanto che, voglio sperare, è solo questa la ragione che mi ha espulso da tutte le sedi a stampa della repubblica delle lettere, con la sola eccezione della rivista “L’immaginazione”. O invece è una mia totale imperizia e mancanza di capacità critiche? Certo è che, invece di allearmi al coro di deplorazioni con cui è stata accolta la Tamaro, e proprio a cominciare da quel suo primo successo, io ho continuato a chiosarla benevolmente, soprattutto in favore del penultimo “Illmitz”, per cui mi sono permesso di osservare che la scrittrice in quel caso ha opportunamente rovesciato il punto di vista, non facendo più parlare una nonna, bensì un giovane, magari proprio il o la nipote che la nonna aveva tentato di raggiungere col suo flebile lamento. Meglio insomma un asse diretto, la parola ai giovani, immersi in uno stato di bisogno, di disagio, sia psichico che materiale, mentre i parenti, soprattutto i genitori, si mostrano lontani e indifferenti, e non si salvano neppure le nonne, così da smentire il quadretto idillico suggerito dal successo iniziale. Tutto ciò affidato anche a motivi di narrazione, a deambulazioni, casi di vita, come vogliono le regole del “plot”. Ora invece, in questo “Il tuo sguardo illumina il mondo”, la Tamaro accorcia ancor più le distanze, ci parla in prima persona, si cala nei panni dell’”autofiction”, quasi stendendo pagine di diario. Anzi, la nonna non solo è lontana ma rientra nel capo d’accusa lanciato in genere contro tutti i parenti, ance se poi tra le righe la scrittrice deve riconoscere che è stata proprio l’ava in apparenza lontana e indifferente ad avere la buona idea di farla partecipare al concorso per il Centro Sperimentale di Cinematografia, da cui è partito il cursus honorum della Nostra. Che comunque qui punta a dialogare alla pari con un partner, con il poeta Pierluigi Cappello, che ammetto di non conoscere, di non aver mai letto, ma poco importa, dato che questo monologo si rivolge a una persona che giace in un letto d’ospedale, immobilizzato in carrozzella, e del resto non è un canto d’amore fisico, di un qualche rapporto sessuale consumato. La narratrice dichiara un abbastanza palese rapporto di omosessualità con una vigile governante-badante che le è al fianco, e le permette di tuffarsi in deliziose riflessioni a contatto col mondo vegetale e animale. Sono proprio le sensazioni ed emozioni suscitate da questi rapporti a costituire il meglio di una confessione, emessa da chi dichiara di partecipare a un “apprendistato entomologico”. Forse potrei invitare la Tamaro ad andare a leggersi i saggi che Maurice Maeterlink, nella fase tarda della sua carriera, e chiusi i capitoli della poesia e del teatro, ha dedicato al mondo degli insetti, formiche, api, termiti. E’ questo il versante del cosmo che suscita nella scrittrice le migliori metafore, come quella di paragonarsi ai canarini che i minatori di un tempo si portavano al fondo delle miniere in quanto quelle bestiole erano le prime ad avvertire quando l’aria diveniva irrespirabile per lo sprigionarsi di gas, interrompendo il canto. Fuor di metafora, ad allarmarci sono i gas, i miasmi che emanano da tutta la nostra presente civiltà, piena di prodotti artificiali, lontani dalla genuinità di ciò che è semplice e naturale. A differenza dei minatori di un tempo, la Nostra, beninteso, non è tenuta a sprofondarsi nel sottosuolo, ma certo basta frugare in superficie i segreti dei boschi, dei ceppi che magari sembrano morti, ma svolgono ancora malgrado tutto un “irresistibile nursering”, ospitando il nido di qualche minuto e indifeso animaletto. Un’altra efficace metafora è quella secondo cui. per simpatia verso il poeta cui va la sua triste elegia, anche lei è come si ponesse in una “sedia a rotelle interiore”, un po’ come succede, in una bella novella di Mauro Covacich, a quel triste amante che si fascia gli occhi con una benda per condividere la cecità della sua beneamata. In fondo, lo stesso “amor di terra lontana”, l’infelice poeta Cappello, corrisponde al canarino piazzato nel bel mezzo del nostro ginepraio, a denunciare i pericoli di asfissia che ne emanano.
Susanna Tamaro, Il tuo sguardo illumina il mondo, Solferino, pp. 205, euro 15.

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