Letteratura

Albinati, il rischio di deviazioni

Ho sul mio tavolo l’ultimo prodotto di Edoardo Albinati, “Desideri deviati”, che mi sembra riportarsi all’altezza di una prova positiva quale “La scuola cattolica”, insignita del Premio Strega, e accolta anche da me con una sostanziale approvazione. Poi mi ero occupato anche di “Un adulterio”, riconoscendovi pur sempre i tratti di una buona attitudine, ma sviluppata come in un formato minore, meno impegnativo. Tuttavia il consenso che gli rivolgo è sempre offuscato da qualche disagio e perplessità. A formularli mi aiuta il titolo stesso di questa prova, pur complessivamente riuscita, quel riferimento a desideri “deviati”. Pare proprio che il nostro autore non riesca a evitare talune deviazioni rispetto a un percorso principale. In questo caso ce n’è uno subito in partenza, in quanto un primo protagonista, detto il Coboldo, viene dal Sud, ma rispetto a taluni stereotipi della meridionalità. come una vita grama trascorsa all’ombra di due zie zitelle, devia subito, portandosi, e portando fortunatamente anche noi, su una ben più dinamica scena milanese, così evitando tutti i limiti e i rischi che continuano ad annidarsi in chi ancora frequenti il Mezzogiorno, meglio lasciarlo a grandi testimoni del passato. Ma anche a Milano questa prosa ci impone un’altra deviazione, infatti potrebbe sembrare che il Coboldo si tuffi nella frequentazione del mondo editoriale. E dunque saremmo a un romanzo a chiave, dovremmo andare a cercare chi, tra i tanti dominatori dell’editoria ambrosiana, si cela sotto le varie dramatis personae. Saremmo insomma a una specie di emulazione del compito in cui si è specializzato in particolare Walter Siti, per non risalire addirittura al Parise del “Padrone”, intento a rivedere le bucce di un colosso dell’editoria quale Garzanti. Ma per fortuna non è così, anche se l’ambiente di partenza potrebbe farcelo pensare, infatti anche qui c’è un padre padrone, di nome Minaudo, pronto a esercitare un po’ di nepotismo a favore di un figlio inetto, come sta a significare il soprannome che gli viene affibbiato, di Quadratino, per certe sue caratteristiche somatiche. Però il vero protagonista si chiama Nico Quell, e non resta affatto prigioniero nelle stanze della casa editrice, e nei riti e intrighi che vi si compiono, ma si muove in libera, anarchica scoperta di altri aspetti del mondo circostante, Una scena madre consiste in un ricevimento, anzi, in un party, dato dalla facoltosa e ben introdotta coppia dei coniugi Macchi, e in questo caso Albinati dà il meglio di sé, riscrivendo il galateo che al giorno d’oggi si addice a questi incontri mondani. Ritroviamo quasi la finezza, l’arguzia, la capacità analitica di un Proust, ma riportate all’altezza della nostra società attuale, cioè con tutti gli adattamenti che si convengono se si vuole procedere all’altezza dei nostri tempi. Per stare ancora a una simile capacità di fornire un brillante contraltare ai grandi del passato, si dà il caso che il personaggio numero uno, Nico, abbia una sorella. Irene, e così ritroviamo addirittura il duetto brillante, intrigante che ci ha ammannito a lungo Musil. Irene brilla anche per un comportamento sessuale audace, disinibito, aggressivo, come del resto avviene in tutte le coppie che affollano queste pagine. Divertente. riuscita al massimo è pure la relazione che una solerte segretaria intrattiene col padre padrone Minaudo concedendosi a lui come per adempiere a una pratica d’ufficio. Fin qui tutto bene, siamo a un minuetto ben condotto, perfino esilarante. Ma poi, ancora una volta, arrivano le deviazioni cui pare proprio che Albinati, non del tutto consapevole delle sue armi migliori, non voglia rinunciare. Lo avevo già detto a proposito della sua “Scuola cattolica”, anch’essa raffinato tessuto di vita, sentimentale, sessuale, affaristica dei nostri tempi. Ma che bisogno c’era di introdurre, come elefanti in un deliziosa bottega di cristalleria, i truci delitti del Circeo? E anche qui, è vero che l’intellettuale anarchico Nico, vero eroe della vicenda, è sempre in libera uscita, al seguito di mutevoli e polimorfi “desideri”, ripetiamo pure uno dei due termini del titolo. Ma c’era proprio bisogno di fargli provare l’ebbrezza di sfidare la polizia, quando questa cerca di liberare un edificio da un’occupazione abusiva? Sembra quasi che Albinati tema di non riuscire a riempire a sufficienza le sue pagine, con le sottili note di un proustismo riveduto e corretto, ritenendo necessario metterci dentro anche qualche argomento forte, che però stride, proprio come dei pachidermi che schiacciano un brillante tessuto mediano.
Edoardo Albinati, Desideri deviati. Rizzoli, pp. 413, euro 20.

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Pupi Avati, il buon diavolo tenuto a freno

Di Pupi Avati avevo lodato, su queste pagine semiclandestine, il primo romanzo, “Il ragazzo in soffitta” e il successivo “Il signor diavolo”, il primo senza riserve, dato che in fondo il grande regista, specializzato in storie che si consumano in interni borghesi, vi aveva piazzato un “giallo” non certo inferiore a quanto oggi fanno senza sosta i nostri giallisti di professione. Avevo detto bene anche della seconda prova, ma ora lo posso dire, un po’ a denti stretti, non del tutto convinto, perché mi è sembrato che gli spunti, pur brillanti, rimanessero alquanto scuciti, non ben concatenati, il che si è riflesso anche nel film che il grande regista ne ha tratto. Forse lui stesso si è reso conto di quel grado di incompiutezza, tanto da ritornare sui propri passi, nell’attuale “Archivio del diavolo”, ma riempiendo i vuoti, rispondendo ai molti quesiti rimasti in sospeso, con l’aiuto di una moltiplicazione di personaggi, che oltre a rendere più comprensibili i fatti pregressi, aprono tante altre vicende, tanto da avergli fatto avvertire la necessità di dotare il romanzo di un dettagliato elenco di “dramatis personae”, quasi per evitare che tra tanta varietà di vicende intricate il lettore si possa smarrire. Intanto, forniamo subito a chi si avvia alla lettura di quest’opera una rassicurazione, la parte del diavolo è trattata con molta discrezione, uno spirito laico la potrebbe addirittura espungere. Tanto per incominciare, ci viene detto che cosa è capitato all’eroe, o anti-eroe della vicenda precedente, a Furio Momenté, burocrate grigio, insignificante, inviayo nella provincia veneta a svolgere un compito più forte di lui, attenuare l’impressione provocata da un barbaro delitto avvenuto all’ombra di una famiglia nobile del luogo, e buona sostenitrice della DC. Il “missus dominicus” aveva fallito nella sua missione, scomparendo quasi nel vuoto. Ora ci viene detto che era caduto in un oscuro pertugio esistente all’interno di una chiesa, senza più essere in grado di risalire alla superficie, costretto a morirvi di fame, e addirittura a cibarsi dei miseri resti di una neonata, sepolta in quell’abisso, e vittima proprio di uno di quei turpi fatti su cui il funzionario era stato chiamato a indagare. In proposito può intervenire qualche influsso diabolico, ma nella forma ben nota dell’orrore di scoprirsi sepolti vivi, quel destino atroce che lo scrittore statunitense Edgar Allan Poe temeva più di ogni altra cosa e che, a quanto ci vien detto in queste pagine, ha colpito il narratore russo Gogol, come risulta a un altro impiegato, sul tipo del Momenté, addetto a sorvegliare gli ingressi in un sottoscala, conducente nell’archivio agitato nel titolo. Anche questo grigio burocrate passa il tempo scrivendo una biografia del grande autore russo, e indagando sul mistero di quel suo rivoltarsi nella tomba. Del resto, quasi per questioni di affinità di situazione, proprio questo modesto custode ha la visione di un morto vivente, crede di scorgere proprio il Momenté intento a risalire dalle tenebre dell’archivio in cui era confinato. Ma la realtà ci dice che il suo cadavere se ne stava in quella sepoltura lontana, e scoperta solo casualmente. Con ciò, in definitiva, terminano gli influssi di specie diabolica o soprannaturale, e passiamo all’escussione di tristi, squallidi casi di vita comune. Per esempio di un sacerdote, Don Stefano Nascetti, la cui esistenza è stata per sempre rovinata dall’aver assistito a un bestiale accoppiamento della madre con un malvagio personaggio, tale Saintjust, pronto a fare un uso iniquo dei suoi poteri governativi. Nello stesso tempo il timido sacerdote è perseguitato da una donna, infelice in quanto il marito la tradisce con un giovanotto, obbligandola ad accettarlo nel loro letto, in una convivenza a tre. La donna si suicida, o è vittima di un omicidio brutale, magari compiuto proprio dal rozzo convivente, nella speranza di ricevere, attraverso il vedovo, suo amante, un premio assicurativo. Ma anche il nostro sacerdote può essere accusato dello stesso crimine, il che lo convince a ritirarsi in provincia, dove ritrova proprio la situazione rimasta interrotta nel romanzo precedente. I fatti, le vicende, i personaggi si moltiplicano, ma c’è un fil rouge, o noir, con qualche apporto del diavolo, a congiungerli, a richiamarli circolarmente in scena. Il prodotto è ampio, vivace, polimorfo, ben ordito, per cui, pur non contando nulla, mi sento di avanzare una candidatura a favore di quest’opera, la vedrei del tutto degna di riportare il prossimo Premio Strega.
Pupi Avati. L’archivio del diavolo, Solferino, pp.264, euro 16.

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Arianna Ulian, una storia di cavalli a Venezia

Ho tirato un sospiro di sollievo, ricevendo le bozze di un romanzo steso dalla sconosciuta, almeno a me, Arianna Ulian, giuntomi su consiglio di un valido talent scout come Giulio Mozzi, e con la postfazione di Dario Voltolini, uno dei favolosi protagonisti degli incontri di Reggio Emilia negli anni ’90. In tal modo ho potuto uscire dalla sacca di miserie, morali, fisiche, sessuali, corporali, di cui è pregno il secondo arrivato nella cinquina del Campiello, il Firizziero di “Sommersione”. Qui non siamo molto lontano, seppure lo scenario si amplia aprendosi sull’intera Venezia, non certo presa per il verso solito, turistico, prigioniero di stereotipi. Ma quanto appunto la vicenda narrata da Frizziero è prevedibile e scontata, qui tutto diviene arcano, sfuggente, di difficile ricostruzione. Se presentato al pubblico impreparato del Campiello, un simile prodotto lo avrebbe fatto fuggire via inorridito, anche per la buona ragione che la vicenda qui esposta sfugge di sicuro all’”eresia della parafrasi”. Chi riesce a darne conto “per filo e per segno”? Si tratta infatti di una vicenda impostata nel segno dell’avventura folle, impraticabile. Due cineasti, Angelo e Sarah, si mettono in testa di fare entrare a forza, di girare nelle strette calli veneziane un western scatenato, sul tipo del famoso “Mucchio selvaggio”, con la necessità primaria di far arrivare sulla Laguna una schiera di cavalli, cosa contro cui contrastano ragioni logistiche di trasporto, di protezione degli animali, di igiene dei cittadini. Sorge insomma, come dice il titolo di quest’opera quanto mai aperta e sospesa, “La questione dei cavalli”. Infinite sono le traversie per tentare di portare entro la Serenissima questi poveri animali, impresa che in effetti non riuscirà, li vedrà abbandonati su un’isola a metà strada, sottoposti a un’agonia, a una morte inesorabile. Mentre per le calli veneziane, secondo il copione, velleitariamente assunto, si affolla una schiera di comparse autorizzate a comportarsi proprio da “mucchio selvaggio”. La Ulian rasenta una prova di Scurati, prima che divenisse il puntuale e ispirato biografo di Mussolini, quando in un romanzo colmo di orrori aveva supposto che S. Marco cadesse preda di un’orda di cinesi barbari occupanti. C’è tanta barbarie anche in queste comparse, che però si limitano a sbevazzare nelle varie osterie disseminate nei sestieri, fornendocene quasi una guida enologica e gastronomica, che si mescola ai sentori, alle puzze, alle muffe che incrostano case e palazzi, o salgono dai canali. E’ insomma un orrido impasto di sensazioni, ben lontano dalle immagini oleografiche della Venezia per turisti, ma anche dal degrado neo-verista di cui si compiace Frizziero. A completare l’indubbio senso di disagio di un lettore ci si mette anche un’altra componente, ugualmente astrusa e sfuggente, la presenza di un ragazzino, tale Momo, forse un disadattato, forse in fuga dai genitori e dalla scuola, armato di un binocolo con cui diviene il muto, simpatetico testimone dell’agonia dei cavalli, che in definitiva restano i protagonisti principali di questo dramma.
Arianna Ulian, La questione dei cavalli, Laurana Editore, pp. 282, euro 18.

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Rizziero, una “sommersione” in una miseria stereotipata

Dicevo nel domenicale scorso che per me sarebbe stato un problema decidere, nel capovolgimento sistematico della cinquina uscita dal Campiello, se all’ultimo posto condannare il primo arrivato, in base alla giuria stabilita da lettori sprovveduti, Rapino, o invece il secondo, Sandro Rizziero, con il suo “Sommersione”. In entrambi noto un errore stilistico, seppure di segno contrario. Rapino crede di compiere una finezza assumendo a spron battuto il “che” dei poveri di spirito, degli sgrammaticati, di quelli che altro modo non sanno come legare tra loro le proposizioni subordinate, ma è un espediente già ampiamente utilizzato, pronto a scadere nello stereotipo. Frizziero parte da una scelta in apparenza più sofisticata, assegna al suo triste e tristo protagonista il privilegio di apostrofarsi col “tu”, che dovrebbe rivelare confidenza con se stesso, apertura ai più sottili processi psicologici. In tal senso, per esempio, lo ha impiegato il numero due del Nouveau roman francese, Michel Butor, nel romanzo che lo ha rivelato al pubblico, anche italiano, “La modification”, ma il “vous” in quel caso veniva impiegato da un personaggio “come noi”, perfettamente all’altezza della mentalità, dei mezzi , delle prospettive di un qualsivoglia borghese degli anni Cinquanta del Novecento. Invece questo approccio confidenziale ostentato da Frizziero serve solo per farci immergere nelle brutture di un soggetto che sgorga dai registri più neri e squallidi del neorealismo d’antan, già invecchiati ai tempi dei nostri Veristi, e neppure più tollerabili quando avevano tentato di rilanciarli Pasolini e Testori, nella speranza di mostrarsi “nipotini dell’ingegnere” (Gadda), come con partecipe benevolenza li aveva chiamati Arbasino, per sua fortuna invece lui stesso perfettamente in linea con l’evoluzione psichica attestata dai personaggi di Butor. Già il tutto parte da un dannoso restringimento d’orizzonte, come l’isola della Laguna dove vive questo pescatore, reo di tutti i possibili vizi e colpe, che maltratta la moglie non esitando a picchiarla, e a cornificarla in ogni occasione, diffidente verso la figlia, in cui vede un’avversaria, interessata solo a sottrargli l’appartamento, in ansiosa attesa che il genitore crepi o che se ne possa decretare l’invalidità mentale. Del resto, questo indegno protagonista fa di tutto per degradarsi, per procurarsi il peggio, passando da una bettola all’altra per ubriacarsi, tentando approcci sessuali con ogni donnetta che gli venga a tiro. Forse si potrebbe dire che, almeno, ha un momento di elevazione spirituale quando si inoltra in mare col suo burchiello dandosi alla pesca, ma a anche su questo preteso limbo, o addirittura zona paradisiaca, viene a stamparsi l’orma del delitto, della colpa. Infatti, verso la fine di questa odissea nel fango e nell’ignominia il suo cultore deve confessare, più a se stesso che agli altri, di aver compiuto un delitto, o meglio, di nulla aver fatto per sottrarre un compagno di pesca, e anche di bagordi, a un’orrida fine per annegamento. E dunque, nel tessuto cronico di nefandezze spicca anche un “vautour”, un fantasma risorgente dal passato. L’autore non nega proprio nessuna colpa alla sua creatura. Ovviamente si potrebbe obiettare che tutto questo è “vero”, senza dubbio si possono trovare, nelle circostanze ricostruite da questo romanzo, dei personaggi che vivono a quel modo, tra tante miserie e angustie e bassezze. Ma il compito di una narrativa che si rispetti è di andare ad analizzare casi in linea coi problemi dei nostri giorni, non già trame residuali sgorganti dal passato, già abbondantemente trasmesse agli atti della storia della narrativa, dossier che quindi non vale più la pena di riaprire. Oppure ci cascano proprio i lettori sprovveduti, che credono ancora di venire posti di fronte a casi degni di credito.
Sandro Rizziero, Sommersione, Fazi Editore, pp. 189, euro 16.

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Ade Zeno: un’abile partita a scacchi

Come già detto, anche quest’anno rovescio del tutto l’ordine d’arrivo del quintetto finale del Premio Campiello. La cosa migliore sono le prose nervose e sensibili di Patrizia Cavalli, senza dubbio in ragione della sua provenienza dalla poesia. Seguono a ruota i giusti esperimenti linguistici di Francesco Guccini, mentre, portandomi sul primo arrivato, Remo Rapino, ho giudicato stucchevoli e ridondanti i suoi tentativi di fare stile. Ora mi fermo sul terzo arrivato, Ade Zeno, e sul suo “Incanto del pesce luna”, titolo a dire il vero alquanto fuorviante, mentre il romanzo infila alcune situazioni apprezzabili, anche se non ben collegate tra loro, non ben gestite. Il protagonista, Gonzalo, ha un primo tempo che lo vede al lavoro presso un’agenzia di pompe funebri specializzata nelle cremazioni, con riti relativi, cui il nostro impiegato adempie alla perfezione. Nello stesso tempo è afflitto da un male oscuro che ha colpito la figlia Ines, il che ha messo in crisi il matrimonio con Gloria, e pure le finanze della coppia, in quanto la clinica presso cui la figlia è ricoverata costa assai. Il dialogo che il genitore sfortunato tenta di intrecciare con la figlia malata ci può far ricordare, magari, il capolavoro di Pedro Almodòvar “Habla con ella”. Da qui la necessità di trovare un mestiere più redditizio, nel che si trova un’altra brillante invenzione del romanzo. Il bravo Gonzalo non trova di meglio che mettersi al servizio di un’anziana signora che sopravvive pascendosi di carne umana, e dunque il solerte domestico ha il compito di procurarle dei rottami esistenziali, dei poveri esseri allo sbando, e anche di far scomparire i residui di questi mostruosi banchetti della signora. Diciamo pure che questa è un’idea, nella sua brutalità senza appello, degna delle invenzioni più macabre di un Ammaniti, così come la precedente attività presso le pompe funebri ci può ricordare l’eccellente partenza di Veronica Raimo, con il suo “Dolore secondo Matteo”. Come si vede, siamo di fronte a notevoli lampi di vita fuori del comune, ben lontani dalla stanca routine che abbiamo già trovato nelle cronache troppo puntuali del modesto eroe di Rapino, e non ci saranno neppure esiti memorabili quando, domenica prossima, andremo a fare i conti col secondo arrivato, Sandro Frizziero. Ma in sostanza Zeno si è comportato come un giocatore di scacchi, capace di far compiere alle sue pedine delle mosse brillanti, degli avanzamenti improvvisi e inopinati, senza però saper mantenere le posizioni raggiunte, e soprattutto senza riuscire a cucirle tra di loro secondo una strategia ragionevole e apprezzabile.
Ade Zeno, L’incanto del pesce luna, Bollati Boringhieri, pp.183, euro 16,50.

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Rapino, i primi saranno gli ultimi

Niente da fare, anche quest’anno mi trovo a dover capovolgere da cima a fondo la cinquina del Campiello. L’opera migliore è quella di Patrizia Cavalli, troppo difficile per un pubblico generico, privo di una corretta educazione letteraria. Avrebbero bocciato implacabilmente anche la grande stilista Gianna Manzini, se si fosse presentata al loro giudizio, così come, se non ricordo male, a suo tempo hanno pure bocciato Alberto Arbasino. Guccini meritava il posto di buon secondo, mentre al terzo, come via di mezzo, ci può stare Ade Zeno col suo “L’incanto del pesce luna”, andrò a vedere in un prossimo domenicale. Mentre per una collocazione all’ultimo posto potrei avere qualche esitazione tra il primo arrivato, Remo Rapino, e il secondo, Sandro Rizziero. Ma no, è giusto infierire su Rapino e sul suo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, forse perché certe sue pretese raffinatezze hanno fatto colpo su elettori non ben preparati. Sedotti, forse, da quello che a loro è apparso un fiore stilistico, l’adozione sistematica del “che”, come congiunzione di trapasso tra le principali e le subordinate. Appunto un pubblico grossolano crede di trovarsi in presenza di una mossa ardita, non sa che questa era già stata ben utilizzata dal numero uno dei nostro Veristi, Giovanni Verga, a cui serviva per stabilire un ponte tra il suo stato di buon borghese facoltoso e acculturato e la folla dei proletari cui intendeva avvicinarsi con autentica partecipazione. Poi il “che” come chiave “passepartout” era stato ripreso da Edoardo Sanguineti nel suo “Capriccio italiano”, ma non come indizio di non acculturazione, bensì di regressione psichica in stati primitivi di onirismo. Invece il nostro Rapino ne fa un uso sistematico per sancire lo stato di degrado del suo personaggio, dal principio alla fine di una lunga cavalcata, che entra in contatto con questo povero membro del quarto stato, del disagio, della miseria, fin dal lontano 1926 e poi lo segue per quasi un secolo. Sempre uguale, cosa evidentemente impossibile, in un così lungo arco di tempo. Anche gli ultimi della terra, se non altro grazie alla televisione, qualche passo avanti negli usi linguistici lo hanno fatto. Invece il nostro autore continua implacabile, negando al protagonista ogni possibile sviluppo. E dire che al momento dell’infanzia e dell’adolescenza gli aveva pure fatto riconoscere, da un maestro, qualche attitudine all’apprendimento, peraltro ferma solo ad apprezzare la lettura del deamicisiano “Cuore”. Ma anche in questo caso, come negare al personaggio una qualche maturazione, se non altro grazie alla TV o alla lettura di fumetti e altro? Del resto, di questo suo osservatore inossidabile, tetragono ad ogni lievito esterno, lo scrittore si fa un assiduo testimone di quanto può capitare in un lungo arco di tempo. Servizio militare, prime avvisaglie del sesso, verginità a lungo mantenuta, poi frequentazione regolare di casini, finché ci sono, quindi di puttane, ma, come nel ricordo di “Cuore”, il nostro fedelissimo e immarcescibile si porta dietro la donna del primo amore, anche se questa non ha tardato a dimenticarlo e a passare a nozze più confortevoli, Ma poi nella sua affannosa rincorsa lungo i decenni, Il Liborio salta gli ostacoli, si concede evasioni di specie onirica, immagina di consumare una tardiva relazione con la fiamma giovanile, come del resto sul punto di morire convoca in scena, per una passerella finale, tutti i protagonisti della sua esistenza, siano essi stati davvero vicini a lui o invece assenti, come un genitore che lo ha abbandonato troppo presto. Con la tuta d’amianto del “che” pronto ad ogni uso. Bonfiglio Liborio si tuffa in tante situazioni, anche in quella della malattia psichica, subendo un ricovero che peraltro gli riesce confortevole. Forse in merito gli sprovveduti votanti sono stati del tutto inconsapevoli di una delle tante rivisitazioni del romanzo, rivolta in questo caso al “Memoriale” di Paolo Volponi, venuto però al momento giusto della storia.
Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Minimum fax, pp. 265, euro 17.

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“The Hateful Eight” di Tarantino, perfetto concentrato di brutalità

Ancora una volta mi valgo della facoltà di sostituire un pezzo dedicato a un’opera di narrativa con l’analisi di un film, generi che ritengo del tutto affini, avvalendomi dell’autorità di Aristotele (che ovviamente nella sua “Poetica” si limitava ad equiparare epica e teatro). La settimana scorsa su Rai 3 è ricomparso un più volte ripescato film di Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”, che mi pare appartenere alla serie positiva del grande regista statunitense, degna del suo capolavoro inarrivabile, “Pulp Fiction”. Del resto, una partenza dal “pulp”, da fatti di banale clamore Pop, è sempre presente in lui, che quindi non esita a ispirarsi al grande filone di questa natura qual è il western, addirittura con riferimento all’epopea italiana creata da Sergio Leone, con tanto di colonna sonora affidata a Morricone. Il film comincia mostrandoci una diligenza che si trascina, spinta da tre coppie di cavalli, in una distesa innevata dello Wyoming. A bordo un cacciatore di taglie (l’attore Kurt Russel) che tiene avvinta con tanto di manette una sua preda, una ragazza dall’apparenza selvaggia, da portare in una prossima località, Red Rock, e riscuotervi il premio relativo. Già qui entra in scena la brutalità di cui l’intera pellicola dà ampia prova, come del resto è nello stile del nostro regista, nel senso che il predatore non lesina al suo ostaggio una continua pioggia di ceffoni e di altri mali trattamenti. La sequenza inaspettata di eventi dà le prime prove di sé sotto forma di impensati autostoppisti che fermano il lento incedere del mezzo di trasporto, chiedendo un passaggio. Dapprima si tratta di Samuel Jackson (preferisco dare direttamente i nomi degli attori), anche lui nei panni di un cacciatore di taglie, che infatti si porta dietro tre salme già stecchite, ma che nello stesso tempo rivendica un suo ruolo di ex-combattente nell’Unione del Nord, e si dice addirittura in possesso di una lettera che gli avrebbe inviato il grande padre della patria, Abramo Lincoln. Questo documento diventa un talismano capace di esercitare un fascino irresistibile su questi disgraziati, feccia della vita, facendo respirare loro come una boccata d’ossigeno, tanto da supplicare a turno il portatore del privilegio di potergli dare una sbirciata. Poi c’è pure un secondo autostoppista, che si annuncia come sceriffo designato a governare il luogo in cui il convoglio è diretto. Siamo in presenza di una carovana dei misteri, in quanto ben si avverte che ciascuno dei presenti recita una parte che non gli appartiene. Li insegue l’arrivo di una tormenta, che scongiurano mettendosi al riparo in una stazione di posta, dove li attende una squadra di quattro personaggi, in apparenza anche loro riparati in quell’approdo per evitare la bufera in arrivo. Ovviamente si rafforza in noi l’impressione che dietro quelle apparenze si nascondano fini e sorti ben diverse. C’è però un rischio, che esaurita la tappa del viaggio, la vicenda si incagli in un interno noioso e ripetitivo, quasi meglio adatto al teatro che al cinema. Sembra quasi che Tarantino vada a recuperare una sua opera prima, “Le iene”. Ma la concentrazione in un’unica sede permette pure un rafforzo di brutalità, come è nel caso di un anziano, invalido, già ricoverato nella stamberga, che era stato addirittura un generale dell’esercito sudista, il cui fine principale ora sarebbe di conoscere il destino di un figlio scomparso. Si dà allora l’inevitabile scontro tra questo rudere sudista e il fiero paladino del Nord, che gli rivela quale sia stata la sorte del figlio. Lui stesso lo avrebbe catturato, denudato, costringendolo a camminare nella neve, e a cercare un unico conforto prestandosi a un cunnilinguo, a ingoiare il suo membro, come unica sorgente di calore, ma senza evitare di venire infine sterminato. Naturalmente il fiero nordista ha previsto che il povero genitore avrebbe reagito a tanto orrore, e dunque gli lascia un revolver, per consentirgli di sparargli, ma anticipandolo con maggiore destrezza, proprio come avviene in una qualche scena western. La narrazione ristagna pericolosamente, fino al momento in cui l’autore svela le carte, ci fa conoscere un antefatto. Veniamo a sapere che quella miserabile fanciulla portata alla morte in realtà è la mente di una banda di malviventi, suoi fratelli, che sapendo del suo arrivo, hanno sterminato e gettato in un pozzo i poveri abitanti del posto-ristoro, e ora cercano di far fuori col veleno i nuovi arrivati, e potenziali aguzzini della loro congiunta. Ma i due eroi “positivi”, si fa per dire, della vicenda, cioè l’ex-nordista portatore della lettera di Lincoln, e lo sceriffo in potenza, riescono a sopravvivere all’eccidio programmato dai parenti della ragazza, uccidendoli uno alla volta. Alla fine hanno un moto d’orgoglio, non basterà uccidere a sua volta la mala femmina, bisognerà rispettare le forme della legalità, cioè darle morte per impiccagione, anche per rispetto di quel documento nobile, che peraltro è un falso, un modo per tenere alta l’asticciola del destino. Alla fine, si potrebbe far echeggiare la conclusione di uno dei nostri drammi cinquecenteschi dell’orrore, alla maniera di Giraldi Cinzio, o di qualche tragedia shakespeariana, con riferimento a noi spettatori, “che cosa state a far? Son morti tutti”, Tarantino ha rispettato appieno il suo impegno verso un brutalismo che non perdona, che non lascia superstiti.

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Guccini, una ballata efficace

Ho già detto domenica scorsa della lieta sorpresa di aver trovato nella cinquina del Campiello due opere assolutamente rimarchevoli, e proprio a cominciare dal livello stilistico, in opposizione all’aspetto “scorri via” della maggior parte della prosa dei nostri anni. L’altra volta ho parlato dell’opera di Patrizia Cavalli, ora tocca a Francesco Guccini e al suo “Trallummescuro”. Mi scuso con gli altri concorrenti di cui non tengo conto, anche per la buona ragione che ormai non ricevo quasi più libri, mi tocca acquistarli a spese mie. Ma forse il pubblico sprovveduto che in base a un falso criterio di democrazia vota a quel Premio andrà a scegliere uno di questi prodotti alternativi, ritenendo troppo difficili i due in questione. A proposito della prestazione di Guccini, per un verso mi rallegro del giudizio positivo che sto per redigere, in quanto l’ho conosciuto ai suoi inizi, quando io ero “qualcuno”, docente di estetica al Magistero di Bologna, e lui solo un semplice studente, forse già impegnato a fare il cantautore nelle nostre osterie. Ora egli è cresciuto a dismisura. Aggiungo che non è nelle mie corde prestare molta attenzione ai cantautori, però non manco di dargli voti positivi quando se lo meritano, come mi è avvenuto di fare nei casi dei racconti di Luciano Ligabue e di Giuliano Sangiorgi, il capogruppo dei “Negramaro”. L’aspetto valido della prosa di Guccini appare già nel titolo stesso, in quella “callida iunctura”, in quel neologismo nascente dalla fusione in un unico corpo di tre voci distinte “Trallumescuro”, un ircocervo che compare tante altre volte in questa prosa, e che rimanda a un precedente illustre, addirittura al joyciano “Finnegans Wake”. Ma Guccini trasferisce questi fiori stilistici in un contesto terra-terra, irto di espressioni dialettali, in omaggio alla sua terra, Pavana, sospesa tra la bassa padana e le prime propaggini dell’Appennino. Questa sapiente convivenza tra forme dialettali e altre in buona lingua ci rimanda ovviamente al grande esempio di Camilleri. Guccini è perfetto nel ricostruire le vicende volgari di una vita a contatto con l’orto, con il bestiame, con i morsi della fame. E c’è pure, dominante, l‘idea del “tramonto”, cioè di località e stili di vita che arretrano nel passato, e dunque possono essere evocati solo facendo ricordo al ritmo di una “ballata” espansa, illimitata. Viene da pensare a certi classici in materia, come l’Antologia di Spoon River, o il cantico dei morti del messicano Juan Rulfo. Insomma, Guccini ha messo a punto una rete perfetta in cui pescare nel fiume del passato e dei ricordi, però bisogna anche dire che è una rete che non riesce a pescare fatti umani di qualche consistenza, il tutto prende l’aria di un manuale, di un albo dei ricordi. Se si pensa ai vari spunti gastronomici, viene da pensare a un rifacimento dell’Artusi, se l’attenzione va agli squarci paesistici, si può menzionare lo Stoppani del Bel Paese, anche qui, al contrario, siamo in presenza di una mala contrada piena di vizi e di rinunce, qualcosa insomma che scantona dalle buone regole della narrativa per investire piuttosto quelle del saggio antropologico, degno di un Piero Camporesi. Per cui, a uno spareggio finale, forse per valori narrativi è preferibile la minuta pesca che ne sa fare la Cavalli, capace di cogliere più numerosi frammenti di palpitante per quanto minuta psicologia, Ma temo molto il responso dilettantesco dei votanti al Campiello, che forse farà strazio di entrambi questi prodotti.
Francesco Guccini, Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto, Giunti, pp. 283, euro 19.

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Letteratura

Patrizia Cavalli, erede di Gianna Manzini

Sono stato quasi sempre un accanito detrattore del Campiello, arrivando perfino, per la cinquina dell’anno scorso, a proporre, proprio in questa sede, un rovesciamento della classifica finale, così da mettere all’ultimo posto il vincitore, Andrea Tarabbia, e al penultimo il secondo arrivato, Giulio Cavalli, Quest’anno invece le cose vanno ben diversamente, ho sul tavolo due prodotti eccellenti, di Patrizia Cavalli e di Francesco Guccini. Se le loro opere non si assidono ai primi posti della graduatoria di quest’anno, vuol proprio dire che il responso di lettori comuni non funziona, che la democrazia non c’entra in un ambito meritocratico per eccellenza quale deve essere la critica letteraria. Mi propongo di parlare in successione di entrambe queste opere, cominciando da Patrizia Cavalli e dal suo “Con passi giapponesi”, scusandomi subito per la mia assoluta ignoranza di quanto concerne la sua prevalente attività di poetessa ben stimata, ma si sa, che la mia attenzione verso quel genere letterario è alquanto deficitaria. A proposito invece di questa sua uscita in prosa, partirei dal quarto di copertina, affidato a un mio rivale con cui mi sono spesso accapigliato, Alfonso Berardinelli, del resto in dispute del tutto virtuali, data la mia pochezza attuale e invece il suo stato di notevole fortuna critica, al punto da essere ritenuto degno di presentare nel quarto di copertina il presente prodotto. Ma sbagliando del tutto i vari riferimenti, infatti la Nostra non ha nulla da spartire con Roberto Longhi, senza dubbio squisito prosatore, ma sempre ben agganciato ai dati del suo settore, mentre le virtù sottili e sfuggenti della Cavalli hanno il pregio di fare presa su fatterelli minimi, al limite dell’insignificanza, e beninteso non c’entra per nulla Elsa Morante, scrittrice di torbidi intrighi sentimentali, di drammi psicologi, di nodi arruffati che non potrebbero filtrare attraverso lo squisito setaccio della nostra autrice, Altrettanto si dica per Parise, autore ambiguo, ma anche lui sempre coinvolto in trame psicologiche di forte spessore. E allora, quale sarebbe il nome giusto da fare? Ce n’è uno che balza all’attenzione, quello di Gianna Manzini, anche se proveniente dal primo Novecento. Magari aleggia lo spettro della “prosa d’arte”, ma praticata con totale finezza, sdegnando ovviamente per prima cosa la conseguenzialità dei fatti, della trama, e dunque c’è in primo luogo la decisione di frammentare il discorso in tante scene, in tanti quadretti, in modo da curarne al massino la qualità, l’intensità, senza portarsi dietro l’impiccio della trama. La cavalli è una “spuntaiola”, per dirla con un termine di cui si valeva un autore oggi del tutto dimenticato, il Prezzolini della “Voce”. Ci sarebbe il rischio di applicarle un termine riduttivo, di chi va alla ricerca del suo bene dovunque lo trova saltabeccando da un’occasione all’altra. Ma quando incontra un tema gradito, lo affronta, lo penetra, lo scandaglia ricavandone mille tracce, reperti, segnali, come andasse in giro con una sonda, con un rivelatore geiger di pure energie, nascoste sotto la coltre della quotidianità più dimessa. Ognuno di questi quadretti, li si potrebbe anche dire “idilli” in accezione leopardiana, rivelano mille estri, mille dettagli che si assiepano, leggeri ma pronti a fare tessuto, a saldarsi gli uni agli altro, stimolati dal primo e più consueto degli scenari, la propria casa, passando poi a Ricordi di infanzia e di adolescenza, o ad accidenti usuali e consueti come un banale mal di testa, che però si rivelano simili a pozzi senza fondo, da cui estrarre infinite perle luminose, magari pescando nel fango, nella prosa più volgare della vita comune.
Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi. Einaudi, pp. 152, euro 17,50.

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Letteratura

L’allegro e triste novellino di Camilleri

La crisi del cartaceo che assedia i giornali li spinge a cercare rimedio, intanto, con le varie edizioni on line, ma anche ricorrendo a una specie di cura omeopatica, cioè aggiungendo carta su carta, Mi riferisco ovviamente ai vari volumetti che ormai quasi quotidianamente accompagnano appunto i giornali, cosa che a volte è davvero utile, Qui stesso qualche tempo ha ho approfittato di una di queste uscite per parlare di uno dei romanzi di Murakami, anche se non dei migliori. Ora sul tavolo ho le edizioni snelle dei racconti di Andrea Camilleri, un suo volto da non sottovalutare, in quanto, proprio per la dimensione ridotta di queste uscite, si libera del gravame pur sempre costituito dalle trame del giallo, e da personaggi divenuti molto popolari, ma al limite dello stereotipo, come lo stesso Montalbano, che tanta popolarità ha dato a Luca Zingaretti, ma anche col rischio di incatenarlo a un ruolo fisso, da cui non gli sarà facile liberarsi. E lo stesso si dica per i personaggi minori che lo circondano, coi loro tic ormai prevedibili. In questi racconti invece Camilleri procede leggero, a svolgere un suo novellino, o ad accostarsi al grande Pirandello e alle sue novelle per un anno, ma senza essere condizionato dalla formidabile intelaiatura ideologica del grande romanziere e drammaturgo. Libero, insomma, Camilleri, di snocciolare le sue vicende di eroi minimi, il che li rende del tutto disponibili a valersi del loro dialetto, in misura superiore di quando l’autore si presenta a un pubblico più vasto. Qui siamo proprio a un festival continuo, del “nivuro”, del “taliare”, del “magari” piegato ad ogni uso possibile. E c’è perfino una liberazione dai mali della povertà, della fame incombente, dell’ignoranza, dell’assoggettamento ai potenti. Un allegro repertorio di casi, di colpi di dadi, libera questi “ultimi della terra” a saltar fuori dal male di vivere. In termini pirandelliani, diremmo che siamo a un ventaglio di casi “comici”, che ovviamente non si sollevano mai all’umorismo per l’inadeguatezza di questi personaggi piccoli piccoli a ricavare una morale dai fatti che li assediano. Forse la vicenda più divertente e meglio combinata è quella narrataci in “Di padre ignoto”, di una fanciulla bella come una Madonna, ma povera in canna, orfana, che mette a profitto il suo dono di natura concedendosi secondo un sapiente calendario settimanale alle voglie di alcuni vecchioni del paese in cui vive, tanto da mettere in banca un tesoretto che permetterà al figlio di fare studi e di prendersi una laurea. Ma per lui sarà un problema cercare di capire da chi sia stato procreato, tra tanti padri putativi. Molto brillante anche “La congiura”, dominata da un certo Ciccino Firrera, uomo di rara bruttezza e volgarità, però ben dotato sessualmente, che fa scoprire questa sua virtù alle brave moglie dei notabili del paese, trascurate dai mariti, ma pronte a valersi di quel trattamento esuberante e imprevisto. Naturalmente siamo in presenza di una musa in minore, forse il nostro Camilleri ha ben presente qualche novella boccacciana, come quella del supposto sordo e deficiente, di Lamporecchio, volentieri adottato e usato a turno da un intero convento di suore. Oppure, da questo livello non impegnativo si può salire a uno stadio superiore, perfino serioso, come succede in Moravia, “Crisi coniugale”, quando un marito scopre con raccapriccio misto a fascino che il suo misero barbiere fa benissimo l’amore con la coniuge da lui trascurata. E c’è la vicenda di “Un giro di giostra”, in cui è di scena un povero essere che per scarsità di doni naturali e sociali passa una esistenza misera, ma allietata a un tratto da un bacio fortuito ricevuto da una bella giovane, il che gli fa perdere la testa e finire investito da un’auto non vista in tempo. Oppure, ne “La trovatura”, è all’opera una coppia di bricconcelli che tentano di farsi passare per maghi e indovini, ma il bello è che almeno una volta “trovano” davvero un tesoretto che cambia la loro situazione. Oggi, sabato 15, Ferragosto, ho già avuto in regalo una nuova puntata di questa festosa rete di invenzioni.

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