Letteratura

Di Paolo: scorrevolezza con inciampo finale

Ricevo l’ultimo romanzo scritto da Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”, e ben volentieri ne parlo, anche perché è accompagnato da un lusinghiero biglietto di stima nei miei confronti, non pare che l’autore se la sia presa troppo male per alcune riserve con cui avevo accolto il suo precedente “Una storia quasi solo d’amore”. Nel frattempo Di Paolo è cresciuto nella presenza critica, direi che non c’è giorno in cui non esca qualche suo articolo nella flotta costituita da Repubblica-Espresso-Robinson, e anche il prodotto narrativo è decisamente migliore. Il rimprovero che allora gli muovevo era di aver inserito alcuni motivi di disturbo, nello scorrere della vicenda, che non giovavano all’effetto complessivo. Di Paolo si ispira al mondo d’oggi, rientra quindi in quanto definirei un neo-neorealismo, quasi uno scrivere una serie bis di “Gettoni” alla maniera di Vittorini e Calvino, magari rilanciati da Pier Vittorio Tondelli. Se nel romanzo precedente dominava una figura di maschio, ma incerto se sfruttare con le sue doti di seduttore un’anziana signora o invece una giovane semplice e modesta, qui il maschio fa un passo indietro, anche se si moltiplica per tre e merita una sorta di primo piano in partenza, nel senso che ci vengono subito presentati tre giovanotti perfettamente conformi alle varie caratteristiche dei nostri tempi, dediti a vizi comuni e diffusi, tra cui quello di gettarsi in amori facili, toccata e fuga, nel che è compresa anche la fecondazione di fanciulle incontrate per caso, con le quali però non vogliono assumere rapporti stringenti, anche se messi di fronte alla paternità che hanno causato, magari pure disposti a metterla in discussione. Ma dopo questo primo piano, la parola passa alle tre giovani donne che sono state le vittime di queste fecondazioni non certo richieste, e dunque il romanzo si scinde in tre racconti, intitolati alle rispettive eroine per caso, del tutto involontarie, che ci si chiamano Valentina, Luciana e Cecilia. Di Paolo è bravo nel tratteggiare le loro situazioni, assolutamente tipiche di come vanno le cose al giorno d’oggi, con relativi dilemmi. Che fare, di quelle creature che stanno nascendo nelle loro pance? Come dirlo a genitori e amici, amiche in particolare? Tentare di responsabilizzare i probabili partner? Nascondere la cosa, prepararsi a un aborto, per via legale o meno, oppure tenersi il nascituro? Sono altrettanti dilemmi perfettamente istruiti dal narratore, forse in modo troppo piano e scorrevole, tanto che anche questa volta si è sentito in obbligo di inserire un inciampo a tanta fluidità. I titoli dati alle due parti del romanzo sono eloquenti, la prima si chiama “Vicino”, proprio perché segue in cronaca diretta i tre casi, quasi con andamento diaristico, con rispetto del calendario e delle sue sequenze. Poi, molto più ridotta, segue una seconda parte, “Lontano”, che si può anche intendere come una precisa volontà dell’autore di allontanarsi dalla precedente scorrevolezza di mosse e vicende. La parola passa ai nascituri, diviene problematica, in quanto non si sa se questi vedranno mai la luce, e si muta quindi in un audace, temerario discorso davvero sui lontani, sulla sorte della nostra umanità futura, messa a dura prova dal rischio di aborti a catena, o di caduta delle nascite. E’ un’impennata di tono certamente ragguardevole, ma che forse contraddice alquanto rispetto al tono colloquiale, fin troppo fluido e normalizzante adottato in precedenza.
Paolo Di Paolo, Lontano dagli occhi, Feltrinelli, pp. 189, euro 16.

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Ardone, tra vecchia e nuova napoletudine

Ricevo e commento ben volentieri “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, di cui non so nulla, ma pare che, già fatto conoscere, questo romanzo abbia riportato consistenti riconoscimenti sulla stampa estera. Per valermi di formule a me solite, posso dire che si colloca tra una vecchia e una nuova “napoletudine”. Rispetto alla prima di queste versioni, ci sta la materia di cui la vicenda è costituita, una Napoli dell’immediato secondo dopoguerra, vittima del pauperismo, della fame, di famiglie prive della presenza-assistenza di un genitore, con figli allo sbando, costretti a vivere di ripieghi, di piccole malversazioni, eccetera. Insomma, basta pensare alla Napoli consacrata dai capolavori cinematografici di “Paisà “ e “Sciuscia”. Ma la Ardone recupera un fatto singolare di cui personalmente non avevo nozione, non c’è però ragione di dubitare della sua veridicità. Sembra che il PCI locale, consapevole di tanta miseria, invitasse i compagni di un Nord più agiato, come quello residente, poniamo, a Bologna o a Moena, ad accogliere questa infanzia e adolescenza denutrite, bisognose di tutto. La cosa in sé mi sembra singolare, dato che, seppure a Nord non si soffriva la fame, il brodo però non vi era particolarmente grasso, e sappiamo bene tutti che quando ci fu un’emigrazione massiccia dal Sud verso una Torino industrializzata, negli appartamenti compariva la fatidica scritta “non si affitta ai meridionali”. Ma, ripeto, diamo pure per accertata la veridicità storica del fenomeno. Merito della Ardone sta non certo nel descriverlo dall’alto di una sapienza autoriale, ma nel mettersi nei panni di questi giovani soggetti dell’avventura, facendoli esprimere in prima persona, con una lingua mista di dialettismi, di ingenuità, di dubbi e timori. Oggi sulla “Lettura” del Corriere della sera compare una recensione di Francesco Piccolo che lamenta la difficoltà imposta da questa lingua particolare, ma al contrario io vi trovo il merito più sostanzioso di questa modalità di racconto, a differenza di tanta prosa dei nostri, fin troppo scorrevole e neutra. Invece catturano l’interesse i timori di questi piccoli protagonisti, che non sanno bene che cosa succederà a loro nei paesi di destinazione, terrorizzati da storie di maltrattamenti, addirittura con la paura di essere deportati in Russia, e di venire sottoposti a torture, come sarebbe il vedersi mozzare le mani. Insomma, vogliamo dire che questi candidi protagonisti ragionano, si esprimono, come temo avvenisse ai loro coetanei nei convogli degli ebrei deportati e avviati verso il campi di sterminio? Inoltre c’è senza dubbio la nostalgia dei focolari abbandonati, anche se tanto miseri e sprovvisti di conforti, e di genitori, soprattutto madri, che la stretta del bisogno allontanava da ogni manifestazione di affetto. E poi ci sono le ansie alle stazioni d’arrivo, come se i piccoli sopraggiungenti dal triste passato fossero avviati a processi di adozione. In che famiglia capiteranno, quale accoglienza riceveranno? La Ardone, nel trattare questa materia, si nuove con indubbia maestria, estesa ad angolo giro, dicendoci delle sorprese di questi orfanelli, o quasi, per esempio quando incontrano i cibi grassi di cui l’Emilia va fiera, come la mortadella. E poi ci sono i conflitti quando si entra in seno alle nuove famiglie, con l’obbligo di stabilire rapporti di giusta convivenza con genitori adottivi, e i loro figli, da trattare come ritrovati fratelli. Il tutto filtra attraverso un campione delegato a farsi carico di sorprese, impacci, meraviglie, titubanze, resistenze, che si chiama Amerigo Speranza. Siamo in sostanza nell’ambito di una napoletudine tradizionale, ma rinnovata proprio dall’essere affidata alla fresca testimonianza, linguistica e psicologica, di soggetti minorenni. C’è anche una fase di rientro, ovvero termina la permanenza al Nord, i piccoli diseredati ritornano a Napoli e alle sue miserie, col che la Ardone sembra proprio ricalcare una mossa che non ho accolto troppo bene, quella che si incontra nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta”. Ma là il rientro è di un personaggio singolo che in definitiva non vuole più ritrovare la vecchia pelle. Qui invece i reduci dai paradisi settentrionali rentrano forse fin tropo bene nel panorama disastrato di sempre. Tanto che, in definitiva, la scrittrice ha ben compreso il rischio di segnare il passo, di dover replicare i suoi pur validi accorgimenti stilistici. Allora, ha optato per un forte stacco, quasi volesse entrare nella “nuova napoletudine”. Ma mentre questa, di cui sono esponenti i Ferrandino, i Lanzetta, è attuata da soggetti che entrano nei ritmi odierni di vita, cercando di supplire con la delinquenza alle solite privazioni che li aduggiano, la Ardone tenta di effettuare il balzo con ricorso a una specie di happy end, peccando forse di inverosimiglianza. E’ mai possibile che da quel remoto destino di disagio profondo i nostri eroi, Speranza, e compagni, riescano a sollevarsi, a divenire agiati professionisti, lui addirittura musicista, violinista di valore? Il passo è troppo lungo, inoltre la nostra autrice si spoglia proprio delle virtù con cui aveva accompagnato il volo tarpato delle sue creature nella stagione del pauperismo. E tuttavia, c’è almeno un aspetto che ridà valore a questo rientro in gloria di Amerigo, consistente nell’omaggio che è tenutoo a rendere alla madre, rimasta chiusa nella sua povertà e solitudine, cui egli stesso non ha potuto o voluto recare alcun aiuto a tempo opportuno. E ancora ricadiamo in una napoletudine, ma in quella di forte spessore drammatico di cui ai loro tempi erano stati capaci il Carlo Bernari dei ”Tre operai” e l’Elsa Morante di “Menzogna e sortilegio”.
Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi stile libero, pp. 253, euro 17,50.

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Agata Bazzi: “La luce è là”, diffusa e lattiginosa

Ho letto con qualche piacere “La luce è là”, di Agata Bazzi, scrittrice di cui non so nulla, come del resto mi avviene sempre più spesso in queste mie pagine del tutto private, che mi vedono quasi nelle vesti un “tastevin”, cui si bendano gli occhi, ovvero gli si consente di non conoscere tanti dettagli biografici sull’autore che gli viene presentato, lasciandolo al gusto della lettura in diretta. Fra l’altro, non so bene se siamo di fronte a un romanzo o alla ricostruzione di vicende familiari relative a un ampio arco storico, che va dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra del Novecento. L’autrice si muove con la grazia di un gatto, o diciamo anche con la modestia, con la verecondia di chi sa bene di saggiare un terreno occupato da tanti mostri sacri. Torreggiano infatti sullo sfondo i Buddenbroock di Thomas Mann, o perché no, il “Mulino del Po” di Bacchelli, con una medesima sequela di generazioni che si succedono le une alle altre, anche se l’angolo di mondo e di società non potrebbero essere più diversi, dalle rudi vicende di una comunità rurale nel romanzo di Bacchelli a quelle di una borghesia ascendente, nelle pagine della Bazzi. E magari c’è pure la possibilità di un confronto col Pennacchi che ricostruisce i destini della sua gente in fuga dalla povertà del Veneto verso l’inferno delle paludi pontine. Ma il tutto, sia ben chiaro, come sottoposto a un lavaggio, a uno sbiancamento che attenua e stilizza tutte le figure e le vicende, proprio per consentire un trattamento sempre all’insegna del decoro e delle buone maniere. Come sono quelle del protagonista principale, un Albert Ahrens che riesce nel miracolo di trasferire le sue doti di bravo tedesco, dalla condotta irreprensibile, nel clima incandescente di una Palermo dominata dai Florio, senza fare una grinza, senza perdere di compostezza, di “aplomb”, ma dimostrandosi anche capace di praticare con disinvoltura le migliori doti affaristiche che si addicono al costume borghese, e alle sue possibilità di consentire un’ascesa regolare, continua. Anche perché al suo fianco c’è una moglie ancor più dotata di lui nel coltivare al meglio le virtù della “arzdaura”, se lo vogliamo dire con vocabolo emiliano, ma bravissima nell’applicarle al mutato sfondo sociale della sicilitudine, Brava anche nello sfornare al marito una nidiata di figli, il che permette a questo romanzo-biografia familiare di diramarsi per tante file, dato che ognuno dei figli o figlie realizza il suo bravo o malo matrimonio, a sua volta fecondo di altra prole. E dunque il racconto si snoda come un polipo, invia i suoi tentacoli in tante direzioni, ma con un punto d’attrazione, una calamita fatale, indicata dal titolo stesso, “La luce è là”, che è il nome assegnato alla maestosa villa, sulle pendici del Monte Pellegrino, in cui si concentrano tutte le ambizioni del “pater familias”, perfetto nido per le fortune della numerosa figliolanza, che deve radunarsi in quel luogo eletto, affiancato anche dalla sede degli affari della famiglia. Naturalmente, come vogliono i grandi modelli citati sopra, anche questa lunga storia si divide in momenti di ascesa e in altri di calo, rappresentati questi dal sopraggiungere del regime fascista che si porta dietro le vergognose persecuzioni razziali. I coniugi Ahrens, infatti, sono ebrei, quasi per rispettare lo stereotipo delle virtù indomite sul lavoro di coloro che appartengono a quella etnia e religione. Ma la nostra Bazzi, anche nel rispetto del copione delle persecuzioni razziali, e poi delle furie naziste, e poi della “liberazione”, vista anch’essa in controluce, mantiene il suo passo leggero, si muove con grazia e riserbo felino tra gli ostacoli ingombranti, porta avanti la sua barca industriosa sempre nel segno dei mezzi toni, di un apprezzabile under-statement.
Agata Bazzi, La luce è là, Mondadori, pp. 365, euro 19.

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Erri De Luca, quasi una partita di scherma

Chi legge queste mie note avrà constatato che ho mutato giudizio su Erri De Luca. Molte volte mi era capitato di dir male di certi suoi romanzi improntati a una vecchia ”napoletudine”, mentre, a partire dal “Gioco dell’oca”, mi sembra che abbia inaugurato un andamento assai più vivace ed apprezzabile. Potrebbe apparire un suo cedere all’autonarrazione, il rifugio di tanti peccatori di oggi, ma in realtà si tratta di qualcosa di diverso, di accedere a una forma dialogica ricca di nobili ascendenti, però rinnovata “quanto basta”. In quell’opera appena nominata si trattava di una disputa con un figlio mai nato, che ovviamente aveva mille ragioni per difendere i suoi diritti contro gli egoismi e i fallimenti del mancato genitore. Ora la formula risulta perfezionata in “Impossibile”, appena uscito, dove semmai l’unica cosa che non torna, ovvero che non capisco bene, è la ragione del titolo. Ma mi è cara già la partenza del libello, che potrebbe essere un caso di autobiografia, con alcune vicinanze a mie esperienze del genere. Come il protagonista che qui parla in prima persona, anche a me piace (piaceva, quando le gambe mi reggevano) fare lunghe camminate, e proprio nel gruppo dolomitico del Fanes, anch’io sono salito sulla cima della Varella, anche se non ho mai percorso la cengia del Bandiarac, ammesso che questa esista davvero, ma non ho ragione di dubitarne, dato che fin qui l’autore mi sembra rispettare una verità documentaria. E per giunta, come lui, anch’io avevo l’abitudine di andarmene in completa solitudine. Ma nel fatto in questione il nostro escursionista solitario si vede a un tratto preceduto da un compagno sconosciuto, che però cade, precipita nel vuoto trovando la morte. Si tratta di un incidente, o invece è stato lui stesso a dargli una spinta per procurarne la morte? Infatti avrebbe riconosciuto in quell’altro gitante un ex-amico, ma poi divenuto delatore nei confronti del protagonista, che aveva appartenuto a un gruppo rivoluzionario nei tragici anni ’70 del brigatismo e di altri fenomeni eversivi. Un aspetto positivo di questa fase di De Luca è che non rinnega un suo passato, e anche presente, ideologico, di contestatore a oltranza, però lo trasferisce sul piano della memoria, pur non rigettandolo. Ma la quintessenza del racconto sta in un lungo interrogatorio cui un magistrato inquirente lo sottopone, sospettando che egli abbia compiuto un delitto volontario, vendicandosi di quel delatore di altre stagioni. C’è una stimolante varietà di caratteri tipografici, infatti il verbale dell’interrogatorio è composto come uno scartafaccio burocratico battuto a macchina, mentre viene intervallato da brani in corsivo che corrispondono a un cantuccio sentimentale ìn cui l’accusato dialoga con un “Ammoremio”, suo stretto legame sentimentale. L’interrogazione segue modelli illustri, si pensa addirittura al duello verbale che costituisce il nucleo centrale del “Delitto e castigo” dostoevskijano, tanta è l’astuzia con cui l’inquirente cerca di scalzare e mettere in crisi le affermazioni dell’interrogato, che dal canto suo continua a sostenere la propria innocenza, di chi non ha riconosciuto quel viandante e nulla ha fatto ai suoi danni, Le schermaglie dall’una e dall’altra parte sono sottili, ben condotte, a colpi alterni, con l’abilità di lasciare perplesso e dubbioso anche il lettore, posto di fronte a un dilemma quasi pirandelliano di non riuscire a stabilire da che parte stia la “verità”. IL magistrato non scherza, pur dietro l’apparente eleganza di mosse, tanto che arriva a far incarcerare il malcapitato, con arresto precauzionale per non permettergli di inquinare le prove. E dunque si apre anche una parentesi dedicata alla vita carceraria e alle sue miserie, in cui l’autore può inserire certe passate esperienze di quando davvero in qualità di estremista ha saggiato la vita del prigioniero. Fino alla fine si estende l’elegante fioretto di battaglie giuridiche, con fasi alterne, quasi ci fosse un quadrante che evidenzia i colpi messi a segno pro e contro, ma infine il solerte magistrato, non prima di aver tentato qualche ultima insidia, si dà per vinto, il presunto reo viene restituito alla libertà, e dunque Il crimine dichiarato “impossibile”. Ma è proprio così, oppure l’autore ci lascia volontariamente nel dubbio?
Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, pp. 125, euro 13.

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Caterina Emili, una buona sinfonia di orrori e afrori

Confesso che mi ero procurato il romanzo di Caterina Emili, “La scimmia e il caporale”, con parecchia titubanza, imbarazzato da una copertina a tinte sgargianti, stonate, e del resto nulla mi diceva il nome dell’autrice, di cui, come sempre più mi capita in queste mie scorribande a ruota libera, nulla avevo letto in precedenza. E invece, con sorpresa, ho constatato, procedendo nella lettura, che l’opera “tiene”, in fondo non ce ne sono poi tante che vanno a frugare in un episodio infame qual è il caporalato, lo sfruttamento della mano d’opera di immigrati spietatamente trattati, con le donne costrette a cedere alla concupiscenza proprio dei “caporali”. Però può succedere anche che uno di questi, e tra i peggiori, tale Giuseppe, concepisca una passione violenta per una di queste povere vittime, la rumena Katarina, però misteriosamente scomparsa nel nulla. Ritornata al suo Paese, o vittima di un qualche truce delitto? E il nostro “caporale” è innocente in proposito, o il desiderio di mandare qualcuno, o di farsi accompagnare in quel Paese per tentare di recuperarla è solo l’abile mossa per allontanare da sé il sospetto di averla uccisa per vendetta, quando la povera giovane aveva preteso di sottrarsi a quel violento legame erotico? Nella vicenda, che scorre rapida ed essenziale, c’è pure il Tiresia del caso, il bravo testimone che parla in prima persona, anche perché in possesso di una certa cultura, quasi da intellettuale. E infatti il miserabile “caporale” tenta invano di farsene un complice nel tentativo di andare a ritrovare la scomparsa. Un aspetto riuscito del racconto sono i vari segnali di una violenza bestiale gravante sulla vicenda, che trova espressione nella carne di cavallo, cibo brutale, odiato dal narratore, eppure incalzante, con le sue masse sanguigne. Un altro elemento di minaccia e di pericolo viene dalla scimmia sbandierata nel titolo, un animaletto che in un paesino di quell’Italietta, sospesa tra gli orrori della repressione nazista e un rilancio economico, ma attuato in modi selvaggi, era divenuta l’amuleto di un sottufficiale tedesco. La sua scomparsa nel nulla aveva scatenato le ire funeste del soldato, non indenne dalla ferocia che le truppe d’oltralpe avevano manifestato in quel momento storico sulla nostra popolazione. Circolano insomma nella vicenda tanti segnali, sintomi, indizi di una violenza sospesa nell’aria, che si concentrano infine nel ritrovamento della salma della povera Katerina. E anche in questo caso abbiamo un orrido ma affascinante concerto di dati ossessivi, ripugnanti, ma anche carichi di un crudele potere attrattivo. il cadavere viene trovato in stato di avanzata putrefazione, quasi rientrato nella terra che ne ha riempito ogni cavità, quasi assorbendolo. Però qualcuno si è recato a rendere a quella salma un omaggio tardivo, tentando di ricomporla, e soprattutto di renderle un estremo tributo collocando un fiore sopra il cadavere. La vicenda infila a questo punto una trama degna di un “giallo”, ma ben lontano da quelle ben lubrificate e in genere inverosimili storie dei nostri giallisti più reputati. Anche per questo verso la vicenda ha una sua freschezza, e in definitiva cela un segreto che conviene rispettare, e neppure tentare di risolverlo. Chi ha ucciso la povera giovane, è stato il violento “caporale” che non le ha perdonato l’abbandono, oppure la gelosia di una compagna di lui, ugualmente aggressiva, pronta alla vendetta? E come si spiega l’omaggio floreale tardivo? Il quale però, con i suoi candidi petali, non vale certo a compensare tutti i connotati di violenza, di brutalità insiti non solo tra gli uomini ma anche negli animali e nella terra. Come dire che in questo breve racconto tutto circola, tutto si corrisponde, in una sapiente tessitura di odori, colori, sapori.
Caterina Emili, La scimmia e il caporale, edizioni e/o, pp. 130, euro 14.

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Fascino, ma con trucco, della narrativa di King

Ancora una volta sono stato trascinato alla lettura avida, incessante dell’ultimo edificio eretto da quel narratore infaticabile che è Stephen King, su cui mi ero già inrattenuto non molte domeniche fa a proposito di due sue precedenti imprese, sempre con diagnosi tra l’ammirato e un qualche senso di delusione, per le soluzioni finali, che non possono mancare di rivelare il trucco, l’inganno, come è inevitabile quando si fa ricorso alla fantascienza. Ma forse è nel DNA della narrativa, se intende essere popolare, dover far ricorso a qualche marchingegno, a qualche motivo di trama alquanto grossolano, tale da recare offesa a una piatta verosimiglianza. Forse che un effetto del genere non è capitato anche a grandi narratori al di sopra di ogni sospetto come Balcac, Dickens, Dostoevsij? Occorre andare a vedere il rapportomesso in atto tra quanto segue tutto sommato le buon regole di una qualche verosimiglianza e invece quanto pertiene all’intervento di un “deus ex machina”, di un qualche asso nella manica. Un rapporto che non è stato tra i più felici, proprio nei due romanzi esaminati tempo fa. Se si parla delle “Bellezze addormentate”, mirabile era l’invenzione di quell’epidemia inedita che coglieva appunto le belle donne avvolgendone in una soffice matassa e sottraendole alla nostra scena. Ma poi, diciamolo pure, King non sapeva che farsene di quei tanti bozzoli quasi di bambagia, destinati a gremire un aldilà difficile da manovrare, Quanto all’”Outsider”, per rifarmi a un romanzo successivo, forse in quell’occasione l’autore ha preteso un po’ troppo di sollecitare gli interventi arcani della telepatia e di altre forze incognite legate in qualche modo allo spiritismo. Queste ci sono, eccome, anche nel nuovo nato, ma abbastanza bilanciate da una dote che King possiede a meraviglia, la capacità di muoversi nell’enorme corpo degli “States” andando a frugarei negli angoli più remoti e sprovvisti di un qualche fascino. Una virtù che condivide con quella di un regista del suo calibro che gli può essere associato, Hitchcock, col che accenno subito al fenomeno ineludibile e fondamentale del “feed back” continuo, tra la narrazione cartacea e la sua consorella filmica. Il che in definitiva sta alla base delle creazioni di King, con puntuale psasaggio dall’uno all’altro versante dell’invenzione narratologica. Dunque, anche in questo caso si parte da un angolo remoto e marginale degli States, che suppongo perfino molti lettori statunitensi non avevano mai sentito nominare in precedenza, ammesso che esso esiste davvero, sarebbe una sperduta loclità nel South Carolina, Du Pray, villaggio di poche anime, in cui, per puro caso, goiunge un giovanotto dai pronti riflessi, tale Tim Jamieson, accettando di risiedervi per qualche tempo e si svolgervi un’attività di poliziotto, di rincalzo, mal pagato, ai margini della società. Ma, come ogni lettore intuisce prontamente, sarà lui il buono e bravo della situazione, l’’angelo custode chiamato a salvare gli innocenti, tribolati e insidiati. Come è proprio la condizione del vero protagonista, Luke Ellis, un dodicenne che è un enfant prodige, desinato a una carriera prodigiosa nelle scienze matematiche, e forse pure dotato di poteri extrasensoriali, su cui beninteso l’autore non può precisare troppo, dato che questa è proprio l’area “out of bounds”, dove si tengono giochi, affari, misteri negati ai comuni mortali. Ma c’è una società segreta che intende sfruttare i fanciulli provvisti di queste doti, e ne fa razzia sistematica, andando a sottrarli alle famiglie dove vivono tranquillamente, non evitando di sopprimere in malo modo i genitori. In merito si dà un evidente “feed back” col film, con protagonista uno straordinario Robert Redford, “I tre giorni del condor”. Il nucleo centrale del romanzo è dedicato al lungo soggiorno cui Luke, assieme a una schiera di infelici coetanei come lui superdotati, è costretto a trascorrere in un luogo concentrazionario, in un carcere ispirato a tutti i più avanzati criteri tecnologici, ai più raffinati, sadici, ma anche sottili, perversi strumenti di tortura che valgono per condizionare corpi e menti degli infelici prigionieri. Sono pagine e pagine colme di orrori, ma sapientemente tenuti a freno. In definitiva i carcerieri fanno al tradizioinale sistema detto del bastone e della carota, pronti a infiggere colpi crudeli, ma anche concedere premi di consolazione sotto forma di pranzetti abbastanza raffinati e di altri conforti. Gli adolescenti sequestrati si agitano in questa sorta di castello ariostesco a porte chiuse, su cui peraltro incombe il presentimento che, tutto sommato, la sosta in quella Prima Casa, in quell’anticamera di quanto li attenderà a un passo successivo, sia ancora sopportabile. Alla base dell’operazione, naturalmente, ci sta un’organizzazione non priva di buoni intendimenti, una sorta di CIA o di altro ente intergovernativo, deciso a sfruttare i poteri eccezionali di quei ragazzini dirigendoli a far morire in incidenti stradali o aerei taluni personaggi negativi, che potrebbero essere fatali per le sorti dell’umanità. Insomma, quelle nequizie, quelle prevaricazioni condotte sui poveri fanciulli sono a fin di bene, ma rispondono anche al detto che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. In sostanza, quei genietti in nuce vengono spremuti come limoni per ricavarne certi effetti mortali che riescono a esercitare per via telepatica, dopodiché vengono gettati via nella spazzatura. Unica speranza di salvezza, tentare la fuga, nel che King rientra nella pratica di virtù normali, di buona verosimiglianza narrativa, pronto a sfruttare la mirabile eredità che in materia del genere, fughe avventurose nei boschi, passaggi di frotuna, attraversamenti di bracci d’acqua, gli cosente la ricca tradizione statunitense, da Mark Twain a Jack London allo stesso Hemigwaiìy, senza trascurare i passi di uguale natura provenienti da certi cugini inglesi come Kipling. La sequenza che vede Luke fuggire, in modi del tutto naturali, fin troppo, appena scavando un buco in una siepe, e poi arrampicandosi su vagoni di treno, e finendo proprio in quel buco remoto che è Du Pray, ci prende, ci conquista per la sua lucida sequenza. Tutto a posto, un passo dopo l’altro, fino a ritrovare il bravo poliziotto che se ne sta quasi in attesa di quel fuggitivo per proteggerlo dalla caccia spietata che la squadra dei carcerieri intraprende subito, avvalendosi di mezzi straordinari. In quella remota landa si svolgerà una sparatoria in cui King ritrova tutte il ben noto repertorio che si conviene al filone dei western, che del resto non è neppure disprezzato, sempre a stare all’ industriosa coabitazione delle due vie della narrativa contemporanee, dai film di Tarantino. Già abbiamo detto della corrispondenza tra questa impresa cartacea e i “Tre giorni del condor”. Anche qui, alla fine di tutto, quando Luke è definitivamente in salvo e la banda dei “cattivi “ risulta sgominata, compare il deus ex machina, il committente finale, il capobanda, che si presenta, come vuole il “bon ton” attuale, esteso fino a Satana, in panni dimessi, in blue jeans, e perfino con un nome del tutto anonimo, William Smith, pronto però a fare la morale. Non si illudano i buoni di aver vinto, anzi, non sanno che involontariamente hanno danneggiato una macchina mondiale intenta a fare il bene comune, pur attraverso forme di orribile malvagità. Ma il finale vede un divorzio, nel film il “missus dominicus”, che per qualche servizio segreto più o meno ufficiale interviene per far comprendere al personaggio interpretato da Redford l’inutilità della sua rivolta, a fargli comprendere che prima o poi egli è destinato a perire, a restare pure lui vittima di quegli stessi meccanismi che ha preteso di violare. King è più magnanimo, i predicozzi del quasi anonimo Smith, ovvero dell’Istituto, in tutta la sua imponderabile maestosità, vengono respinti, sventati, rimandati al mittente, dalla fragile ma tenace “congiura degli innocenti”. I buoni per il momento vincono sul cattivo, ma fino a quando l’’intraprendente narratore sarà disposto a lascargli le briglie sciolte sul collo?
Stephen King, L’istituto, Sperling & Kupfer, pp. 563, euro 21,90.

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Fois non si sa distaccare dalla sua Sardegna

Sono un convinto e reiterato detrattore della narrativa di Marcello Fois, nonostante che egli da tempo viva nella mia stessa città, Bologna, senza che però ci sia stata alcuna occasione di incontrarci. Da parte sua, evidentemente, circondato da un ampio consenso nazionale, non c’è alcuna ragione per avvicinare appunto un oppositore indefesso, che per giunta conta assai poco nella scala dei valori critici. Io per parte mia mi chiedo che cosa lo abbia spinto a venire a vivere nella nostra città, ma restando del tutto insensibile a quanto vi si può cogliere, di atmosfere, ambienti, incontri umani. Con puntuale pervicacia egli si porta dietro, e rumina, coltiva, un ampio repertorio di ricordi dalla sua isola, anzi, dalla Barbaglia più remota e selvaggia. In sostanza si comporta come quei pastori sardi che, almeno qualche tempo fa, venivano ad abitare con le loro greggi sui nostri monti, magari portandosi dietro qualche rito brutale iscritto nelle loro consuetudini. Si diceva, quando fummo invasi dal crimine dei sequestri di persona, che si trattava proprio di una modalità delinquenziale che quei pastori sardi si erano portati dietro dalla loro realtà insulare. In Fois succede qualcosa di analogo, per carità, a un livello del tutto innocuo, innocente, di sfruttamento di miti autoctoni, per il resto suppongo che sia persona corretta e illibata. Ma a quella tradizione, di turpi crimini, di odi feroci, di vendette meditate a freddo, è rimasto legato e ne offre periodiche riedizioni, seppure con opportune varianti. A dire il vero, ne ha anche tentato una fuga, con l’opera penultima uscita dal suo laboratorio, “Del dirsi addio”, tentando di spingersi in direzione opposta, verso il Nord, verso la provincia di Bolzano, ma ne è venuta una storia aggrovigliata e inverosimile, accompagnata ovviamente ma una mia pronta stroncatura. Per cui, a conti fatti, meglio che Fois torni ad alimentarsi di quelle storie sarde succhiate col latte, introiettate nei suoi anni anteriori. Come è proprio la vicenda intitolata a “Pietro e Paolo”, perfetta nel suo stringersi in fatti lontani, del tutto incomunicanti col nostro oggi, chiusi in una tradizione di neorealismo assolutamente non suscettibile di venire fregiato con un “neo” aggiuntivo, come mi capita di fare quando voglio porgere una ciambella di salvataggio a qualche narrazione. Qui siamo fermi ai temi e tempi della Deledda, con ben poco avanzamento verso il nostro presente. Alla base di tutto c’è una coppia di amici del cuore, Pietro e Paolo, come i due apostoli, di cui però le loro cupe vicende non ricordano nulla, marcate a fuoco proprio dalle condizioni sociali di una Sardegna “d’antan”. Non dico che magari ancora oggi non vi si possano rintracciare aspetti di un simile spareggio sociale, ma non così cieco, immanente, inevitabile. Paolo è figlio di una sorta di padrino, di mammasantissima del luogo, che in occasione della Grande Guerra fa di tutto per esonerare il figlio, debole a livello fisico, dall’obbligo militare, ma non ci riesce, e allora gli mette a fianco una sorta di schiavo, di servitore fedele, il Pietro che è di poverissimo stato sociale, tanto che potrebbe pure essere esentato dall’obbligo di leva, essendo l’unico sostegno della famiglia. Ma in sostanza il possidente imperioso ne fa l’accompagnatore fedele al servizio del suo debole primogenito, con promessa di generosa remunerazione, in cambio, concessa ai congiunti dell’altro. Succede però che un comandante crudele e capriccioso, è ben noto che ce ne erano tanti in quella Guerra, decide, quasi testa o croce, che il fragile Paolo debba andare all’assalto, ma senza la compagnia dell’attendente, del fedele assistente, nonostante che questi si offra di affiancarlo. La vicenda scorre alquanto prevedibile, Paolo non se la cava nell’assalto, ne resta vittima, ma con sforzo eroico, e rispettando il compito ricevuto, Pietro riesce a intervenire e a salvarlo, quando però l’amico è ridotto a un misero tronco umano, costretto per il resto dei suoi giorni a trascinarsi in carrozzella. Quanto all’altro, essendo venuto meno all’ordine ricevuto dall’autorità militare di rimanere nelle retrovie, è costretto prendere la via della diserzione e a sparire nell’ombra. Naturalmente il padre padrone si vendica di quello che gli appare essere stato un vile tradimento dell’accompagnatore del figlio, e dunque riduce la famiglia di lui alla più cruda miseria, proprio con quella crudeltà che era tanto cara ai drammi del verismo del buon tempo antico. Ci sarà però malgrado tutto un ultimo abboccamento tra i due ex-amici, pur nei loro ruoli del tutto mutati, il ricco divenuto un rudere, un misero sopravvissuto a se stesso, l’altro invece sano, ma costretto a rendersi uccel di bosco, espulso per sempre dai ranghi di un vivere civile. Si compiaccia chi vuole, e pare che ve ne siano molti, di una storia così logora, così ricalcata su stereotipi, con esiti così prevedibili. Io continuo a vedervi il frutto di una sorta di transumanza inconcludente.
Marcello Fois, Piero e Paolo, Einaudi. Pp. 146, euro 17,50.

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Letteratura

Nadia Terranova non si libera dai fantasmi

E’ giusto che io completi la mia rassegna della cinquina 2019 al Premio Strega trattando pure dell’ultima arrivata, Nadia Terranova e del suo “Addio fantasmi”. Forse, nella mia particolare classifica, potrebbe risalire al terzo posto, data la poca stima che ho riservato sia alla seconda, Cibrario, sia al terzo, Missiroli, mentre sempre a mio avviso resta saldo in testa il “Mussolini” di Scurati, e il secondo posto, sempre nel mio solitario e insignificante appezzamento, spetta alla Durastanti. Quanto alla Terranova, trovo che il titolo è sbagliato, altro che “Addio fantasmi”, la sua protagonista, Ida, ci vive dentro, non se ne libera fino all’ultimo, tranne che con un plateale e stereotipato gesto di disfarsi di un cofanetto-reliquario. Qua e là c’è qualcosa di buono, come per esempio nell’esame dei rapporti che la protagonista intrattiene con un marito, Pietro, improntati a lontananza, impaccio, quasi ostilità, nel che si riscontra una qualche provenienza da Natalia Ginzburg, menzionata in una citazione propiziatoria ad apertura di libro. Approfitto per annunciare la prossima uscita di uno dei miei inutili saggi Mursia, pronti ad affondare nella generale indifferenza, che però mi permetteranno di fare i conti con i molti narratori del primo Novecento (cui è dedicato lo scritto) che avevo colpevolmente trascurato nella mia lunga attività precedente. E un altro titolo di merito sta nell’affezione che sempre la protagonista dichiara a favore del padre, nel che rasenta, di nuovo, un grande nodo di quel passato che sono andato a rievocare. Infatti in quel mio studio rendo tutto il meritato omaggio a alla Morante di “Menzogna e sortilegio”, però, attenzione, fermandomi lì, senza troppo seguirla nei passi successivi. Ma certo l’amore viscerale che la protagonista nutre per il genitore disgraziato, proprio per questo, vieppiù accentuato quanto più su di lui si abbattono i colpi della malasorte, trova un qualche pur timido riscontro nelle pagine della Terranova. In definitiva i brani che la Nostra dedica a questo padre, Sebastiano Laquidaria, sono i più interessanti dell’intera storia, anche se eccessivi, di chi scopre un tesoretto ma in definitiva non sa bene come gestirlo, e finisce per applicare a quel personaggio troppi attributi, tra loro anche contradditori. Chi è questo padre tanto amato? Un malato immaginario, o reale, in preda a qualche angoscioso male di vivere che lo obbliga al letto, all’inerzia più assoluta? Ma allora come fa ad andarsene da solo, a sparire? E questo avviene perché si avvia verso un suicidio, o verso un espatrio miracoloso in terre straniere? La Terranova agita questo fantasma, in definitiva intuendo che solo in esso sta la salvezza della sua barca, ma incapace di gestirlo in modo sicuro. Mentre al contrario è del tutto prosaico il rapporto con la madre, odiata proprio per la sua mancanza di idealità, ma costretta a reggere sulle sue spalle tutto il peso del povero ménage, trascurato da un padre eternamente in fuga dalle proprie responsabilità. E’ lei che deve tirare su la bambina, permetterle di studiare, consentirle di fuggire dal natio borgo selvaggio, che in questo caso è una Messina se non sbaglio per la prima volta inserita negli annali della nostra narrativa. A Roma la nostra Ida consuma quella sua vicenda cosi glaciale con l’altrettanto freddo marito, ma poi non resiste al richiamo della terra natia, vi torna per aiutare la madre a fare trasloco da una abitazione gremita di fantasmi, e il duetto tra le due donne, l’una contro l’altra armata, rientra nel registro del solito neorealismo in cui i nostri narratori non mancano quasi mai di ricadere. E purtroppo tra i fantasmi che assediano la storia ce ne sono tanti pienamente rispondenti a noti stereotipi, C’è l’amica del cuore, Sara, che si confessa vittima di un aborto cui è stata costretta per una relazione immatura, e ci sta pure il suicidio di un giovane, ma senza l’alone di mistero e di martirio gravante sul padre di Ida, Insomma, fantasmi che premono da ogni parte, di cui la narrazione si affranca. ma solo con atto tardivo, quasi fuori tempo massimo.
Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi stile libero, pp. 202, euro 17.

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Durastanti: un affascinante gioco dell’oca

In merito alla cinquina di quest’anno al Premio Strega, mi ero già espresso “antemarcia”, e alla luce del sole, ovvero in uno scritto uscito a stampa sull’”Immaginazione”, a favore di Scurati e del suo “Mussolini”, considerandolo destinato quasi per ufficio a riportare il primo premio. Invece mi sono espresso negativamente in questa sede, temo del tutto privata e priva di riscontri, sul secondo e terzo arrivati, su una Benedetta Cibrario, gessosa, rachitica, che nelle sue ricognizioni storiche riesce a non centrare i grandi obiettivi che pure le si offrivano, Mazzini a Londra, Cavour e Vittorio Emanuele II a Torino, limitandosi a casi minori e trascurabili. E pure Marco Missiroli mi è apparso un affannato narratore degli intrighi della “famiglia aperta” dei nostri giorni, in cui sa muoversi invece con grande sicurezza la Romana Petri dei “Pranzi di famiglia”, non per nulla da me premiata con un “pollice recto” di prossima uscita. Forse un giorno mi occuperò dell’ultima arrivata, Nadia Terranova, ma ora voglio dedicare un pieno consenso a Claudia Durastanti, di cui confesso di non aver letto niente fino ad oggi, ma la sua “Straniera” è convincente, ci avverto un’aria consonante con le mie amate testimoni di RicercaRE, Rossana Campo e Simona Vinci. Molto utile lo schema assunto in quest’opera, che è di farla consistere come in tante figurine o stazioni di un enorme gioco dell’oca, con cui l’autrice si affranca da una precisa sequenza cronologica, ma passeggia in su e in giù negli anni di vita della protagonista, e anche nei vari luoghi da lei frequentati, con una campionatura di incredibile larghezza. Infatti di volta in volta il personaggio che dice io in prima persona si trova a vivere in qualche natio borgo selvaggio del nostro profondo Sud, tra miseria e degrado, cui seguono improvvisi allargamenti d’orizzonte che ci portano nella Grande Mela o a Londra., E la categoria fondamentale dello “straniamento” accompagna ogni membro di questa affascinante scorribanda, si tratti del mutismo da cui sono affetti i genitori della protagonista, o di stati di alterazione dovuti al ricorso alla droga, o a innamoramenti improvvisi e precari. Traggo dal testo una definizione di grande efficacia di un simile perenne stato di distanza dalla normalità, secondo cui essere straniero è come “un colpo di pistola che ci siamo sparati di persona” (p. 179). In definitiva, concedendosi un simile statuto di costante nomadismo, la Durastanti raggiunge un vantaggio proprio rispetto alle due scrittrici sopra da me evocate, che al confronto appaiono condannate a condizioni più sedentarie, la Vinci a muoversi, seppure con ampio sguardo, nella “bassa” emiliana, la Campo in una Parigi entro cui si arresta il suo libertinaggio, mentre la loro allieva, inconsapevole, non dichiarata, forse neppure da loro accettata, si muove con assoluta scioltezza, come un cavallo che sa saltare con grazia e leggerezza i vari ostacoli, o come un giocatore di “shangai” che sa estrarre i vari bastoncini senza farne crollare il cumulo.
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 285, euro 18.

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Una “grazia ricevuta” da Nino Manfredi

Anche questa volta mi valgo del diritto, più volte teorizzato e praticato, di parlare di un film quando non ci sia un’opera letteraria su carta a stimolarmi, Nel riposo estivo mi è capitato di rivedere un capolavoro di Nino Manfredi, “Per grazia ricevuta”, del 1971, dove il grande attore comico è stato anche il regista di se stesso. Ritengo Manfredi il nostro comico numero due, appena dopo Alberto Sordi, ma come il collega anche lui in pieno possesso dell’arte di mescolare il comico col tragico, e con la capacità di fornire ritratti profondi della nostra società, superando i limiti della cosiddetta “commedia all’italiana”, o dandone delle prestazioni capaci di riscattarla. Il film di Manfredi si pone a mezza strada nei confronti di opere eccellenti in questo senso fornite da Sordi, quali “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, 1968, regia Scola, “Bello, onesto, emigrato Australia ecc:”, del medesimo 1971, regia Zampa, infine, nel 1974, il film assolutamente centrale, di cui lo stesso Sordi assume la regia, “Finché c’è guerra c’è speranza”. Ritornando al film di Manfredi, che in fondo corrisponde all’eccellente autobiografia fornitaci di recente dal grande Almodovar, si parte da un bambinetto di scarsa fortuna, un orfanello tirato su da una zia che gli inculca un paralizzante rispetto della religione, mentre lei stessa si concede larghe scappatelle nascondendo in armadio un qualche amante di turno, della cui presenza il fanciullo ha qualche confusa percezione, il che lo fa già vivere tra due mondi, uno di bassa e volgare realtà e uno di apertura ad eventi arcani. E così in lui si alternano due psicologie, quella della devozione e dell’ossequio a principi comuni, che però coesiste con un temperamento ribelle. Una simile alternanza trova l’esito più aperto nel dilemma se cedere alle attrazioni del sesso, o se invece rifuggirne con orrore e senso di colpa. Il ragazzino ritiene di aver commesso un peccato mortale perché di nascosto gli è capitato di sorprendere i deretani di contadine intente ai lavori del campi, ma si vergogna di confessare questo peccato, pur alla viglia di ricevere la prima comunione. Da qui un contegno tipico di questa situazione dilemmatica, egli respinge l’ostia, ma poi, costretto ad assumerla, si sente in una colpa inespiabile, il che lo induce a punirsi gettandosi da una rupe, Qui scatta la prima “grazia ricevuta”, la superstizione in cui vivono gli abitanti di quel natio borgo selvaggio ritiene che una santa protettrice gli abbia fatto la grazia, e dunque questa prima sezione del film si chiude con una rumorosa processione di ringraziamento. Finalmente compare Manfredi in carne ed ossa, in quella sua duplice natura, ben diversa da quella del suo rivale Sordi, fatta cioè di duplicità contenuta, tra una condotta arrendevole e mansueta e invece una riserva di rifiuto, di opposizione. Cresciuto negli anni, il protagonista, Benedetto Parisi, obbedendo al versante timido e devoto della sua doppia psicologia, va a vivere addirittura in convento, ma poi scatta il versante di irresistibile rivolta, e dunque egli se ne va per le vie del mondo, fino a concepire un amore rigeneratore per una giovane donna, impersonata da Delia Boccardo, ottima nel capire la doppia sorte di quel suo innamorato, sempre sospeso tra il dichiararsi, il tentare di possederla, e invece un ritrarsi, preso da una insuperabile irresolutezza e indecisione esistenziale. In sostanza, Benedetto avrebbe bisogno di avere al suo fianco dei forti mentori, come è proprio il padre della donna amata, interpretato da un bravissimo Lionel Stander, magistrale nel rispondere al ruolo del libertino, dell’ateo convinto, pieno di disprezzo per il legame matrimoniale cui tuttavia in passato ha ceduto, sposando una megera, anche in questo caso ben interpretata da Paola Borboni, che è un concentrato di bigotteria unita a uno spirito borghese di sordido attaccamento ai beni materiali. I due fidanzati giungono fino al punto di recarsi all’altare per sposarsi, ma Benedetto di nuovo ha uno scarto, come un animale recalcitrante, fugge via, non è capace, non si sente degno di assumere un ruolo deciso nella comune esistenza, da qui un secondo impulso al suicidio, e il film si apre proprio quando in un’operazione chirurgica si tenta si salvare l’infelice vittima di se stesso. Ma di nuovo interviene la “grazia”, Benedetto si salva, con disperazione della suocera in pectore, che detesta quel buono a nulla, quel renitente a ogni impegno concreto, mentre viceversa la donna del cuore, degna del padre, frattanto deceduto, lo assiste, gli sta a fianco, e dunque il film si chiude quando il protagonista socchiude gli occhi, ammicca alle lusinghe della vita, con il suo tipico sguardo sospeso, tra accettazione e cauta riserva. Visto che siamo in tema, un’altra magnifica recita di Manfredi si ha nel film in cui Sordi, alias il cognato, cerca di ritrovarlo in Africa, e finalmente lo scopre, inserito in un ruolo incredibile di stregone di una tribù di indigeni. Qui di nuovo il dilemma del protagonista, cedere, rientrare nella vita borghese, o invece accettare fino in fondo quel nuovo destino che lo pone alla testa di una comunità alternativa? Manfredi sa giocare con flessibilità, sottigliezza, maestria un simile ruolo dubbio e perplesso, fino a una scelta del tutto coerente, il rifiuto di rientrare nella nostra cosiddetta società civile.

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