Letteratura

Faletti e l’ospite perturbante

Giorgio Faletti è scomparso troppo presto (1950-2002), ma ci ha lasciato un buon ricordo di sé, lo rimpiangiamo per quella sua faccia simpatica di persona ben vissuta, di adulto pieno di comprensione per il mestiere di vivere, come ha dimostrato fra l’altro nelle sue apparizioni di attore cinematografico. Ma in questa sede devo ricordare soprattutto il giallista cui si devono due forti successi, “Io uccido” e “Io sono Dio”, opere nelle quali ha ecceduto il plafond medio dei nostri giallisti, che in definitiva cadono in una routine prevedibile, invece le sue trame toccavano limiti di noir o di horror, quasi degni di uno Stephen King, che sappiamo essere misure e temperature molto rare presso di noi. Ora appaiono due suoi racconti, di cui l’uno, il secondo, “Per conto terzi”, non esce fuori da una certa media, come ci avverte già il titolo, che in fondo si rifà a una ben nota invenzione giù sfruttata dal grande Hitchcok, vale a dire la trovata del due compari desiderosi di vendicare i torti subiti incrociando i crimini, in modo che ciascuno di loro risulti al di sopra di ogni sospetto. Protagonista di questo racconto è un balordo, un povero disgraziato infelice di aspetto, tanto da essere soprannominato il Bradipo, costretto a poter godere soltanto di qualche amore venale pagato a caro prezzo, e dunque deve procurarsene i soldi con piccoli reati di delinquenza spicciola, Ma, in fuga su auto dopo una di queste sue misere delinquenze, ha investito e ucciso in circostanze diverse due giovanotti, lasciando un ovvio strascico di dolore nei genitori, i quali decidono di coalizzarsi per far fuori questo tristo antieroe, simulando un suo suicidio per impiccagione, che rivela ben presto la vera sostanza del fatto, lasciando però il detective incaricato dell’indagine a grattarsi il capo per trovare la giusta strada che porti al vero colpevole. E’, se si vuole, un racconto ben costuito, ma in nessun modo fuori della media di tante storie che oggi ci vengono presentate, dove le morti pregresse, e tante volte proprio per incidenti d’auto, costituiscono i presupposti dei crimini che seguono a scatto ritardato.
Molto più saporito il primo episodio, “L’ospite d’onore”, anche se comincia in modo conforme, si potrebbe dire che c’è perfino una specie di autoritratto di Faletti stesso, sotto specie di un uomo di spettacolo, tale Walter Celi, colmo di successo, ma che al culmine della sua notorietà sparisce nel nulla, tanto che bisogna promuovere una spedizione di ricerca per andare a ritrovarlo. E anche lungo questo cammino per circa metà strada rimaniamo nell’ovvio. Infatti l’amico e collega che si incarica del ritrovamento scopre che il bellimbusto ha sedotto una sua giovane nipote lasciandola addirittura incinta. Col suo aiuto diventa quindi agevole ritrovarlo, in una clinica dove anche lui è stato ricoverato per incidente d’auto. Ma resta il mistero della scomparsa, dell’ uscita di scena.Ebbene, qui si piazza l’inserimento horror o noir o diabolico che dir si voglia. Infatti il Celi, fin troppo uomo navigato, rotto a tutte le astuzie e malizie, come ci sembra essere stato proprio lo stesso Faletti, ha incontrato all’improvviso un essere umano abbigliato in modo del tutto improbabile, gilet giallo, farfalla rossa, giacca scura, e soprattutto col vezzo di masticare un lecca-lecca. Diciamolo pure, questa è una incarnazione di Satana, che mi ricorda come il grande Fellini, nell’episodio da lui firmato di “Quattro passi nel delirio”, ha raffigurato a sua volta il diavolo, sotto forma di una fanciulla dal volto malizioso. Si sa che il modo giusto per chiamare in scena il Diavolo è di dargli un volto sorprendente, come non ce lo aspettiamo, fuori da ogni ordine prevedibile, niente di diabolico in modo troppo esplicito ed ostentato, ma qualcosa di scostante, di alieno, che però proprio per questo esercita una efficace azione deterrente. Il Celi, spaventato a morte, ha rinunciato dopo quell’apparizione a ogni comparsa pubblica, mondana. Inoltre un simile effetto terrifico si diffonde a raggiera,
giunge a sfiorare lo stesso narratore del racconto, che chiude il suo resoconto confessando: “Adesso avevo paura”.
Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi stile libero, pp. 117, euro 13.

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De Giovanni: delitto e castigo di un Angelo

In passato mi ero espresso favorevolmente rispetto a un prodotto di uno dei tanti giallisti d’assalto presenti nel nostro mondo letterario, Maurizio De Giovanni, all’altezza di “Pane”, appartenente alla serie dei “Bastardi di Pizzofalcone”, forse perché ben disposto dalla vista di episodi di quella serie resi in modo efficace alla Tv. Ora di fronte al “Purgatorio dell’Angelo”, appartenente all’altra serie di successo di questo narratore, legata al Commissario Ricciardi, mi devo ricredere, o quanto meno devo rilevare i numerosi limiti, che del resto questo specifico prodotto ha in comune con tante altre imprese sue pari. Intanto, pare che una simile formula implichi l’obbligo che il commissario abbia qualche insoluto guaio sentimentale. Nel caso del più illustre campione del filone, il commissario Montalbano, interviene la stucchevole litania degli infiniti “incontrarsi e dirsi addio” con Livia, speriamo che Camilleri si decida a lasciar perdere quel remoto legame e lasci libera la sua creatura di valersi di incontri femminili, occasionali ma assai più appetitosi. Una serie minore intitolata al “Commissario Manara” vede anch’essa l’irritante va e vieni tra l’eponimo di queste inchieste e una compagna di banco, si può giurare che in ogni puntata i due si lasciano per ritrovarsi un momento dopo. Forse però non è un obbligo stretto impostare questi defatiganti duetti, se pensiamo che i due campioni massimi della categoria, Conan Doyle col suo Sherlock Holmes e Agatha Christie coi suoi Poirot e Miss Marple, hanno lasciato i rispettivi eroi in totale stato di “singles”, senza dover pagare un qualche scotto presso il loro vasto pubblico.
Ma a parte la noiosa vicenda sentimentale che tiene legato il nostro Riccardi, altri sono i motivi stereotipati, come per esempio l’obbligo che in ogni puntata accanto all’episodio principale ce ne sia uno minore e laterale, una matassa lasciata da sbrogliare al numero due delle indagini, in questo caso il buon Maione, intento a scoprire l’inevitabile, anche questo un motivo ricorrente, mela marcia che si annida nella compagine degli onesti poliziotti. Ma il peggio sta evidentemente nel motivo centrale, nel delitto che ha portato a spaccare la testa di un austero e in apparenza irreprensibile sacerdote, un Angelo di nome ma anche di fatto. Chi lo ha convocato nottetempo in un tratto deserto e scomodo del litorale napoletano per ucciderlo in modo barbaro? Il prete però ha atteso il colpo mortale in ginocchio, quasi offrendosi alla ferita, considerandola come una espiazione dovuta. C’è dunque nel marcio, nell’esistenza in apparenza retta e conforme del religioso. Il lettore lo intuisce dall’apparire di un episodio dai lineamenti volutamente tenuti segreti e coperti, come una carta del mazzo che al momento non si vuole giocare. Si parla di due giovani studenti di un convitto che per evitare un compito di greco fanno ingerire al docente una pozione che credono solo destabilizzante a tempo, ma che invece si rivela mortale. Lo sappiamo bene, i nostri giallisti, ma anche i Cordier e Barnaby di nazioni a noi vicine non fanno eccezione, usano valersi di delitti avvenuti nel passato, pronti a rimbalzare inopinatamente nel presente. Quel maldestro, e inverosimile, e improbabile attentato dei due giovani ha provocato la morte di un genitore con conseguente dramma del figlioletto che è stato messo a crescere proprio in quel medesimo collegio in cui padre Angelo è diventato una figura sacra e inviolabile, ma evidentemente tormentato dal ricordo di quel lontano peccato, che deve condividere col compagno del crimine giovanile, anche lui ormai divenuto un austero e reputato signore anziano quasi sull’orlo della tomba. Col tempo il rampollo rimasto orfano, ignaro di quale sia stato il crudele destino del genitore, diviene il devoto allievo di padre Angelo. Ma poi, appresa la triste verità, decide di fare vendetta, tremenda vendetta, andando a consumarla in quel modo brutale che si è detto. Il nostro candidato all’angelismo e al paradiso ha da scontare in precedenza un doloroso purgatorio, come ogni lettore di buon senso non dovrebbe aver esitato a sospettare, senza bisogno che sia io a rompere le uova nel paniere, dove stanno frutti non particolarmente freschi e gustosi.
Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi stile libero, pp. 314, euro 19.

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Di Battista: una diva davvero ultima

Nel mio attuale stato di bassa fortuna non mi posso certo permettere di disprezzare i “libri ricevuti”, dato che me ne arrivano ben pochi, accordo quindi un po’ di attenzione a “L’ultima diva dice addio”, di tale Vito di Battista, che mi sembra essere proprio come me un autore “tra presenza e assenza”, forse votato più alla seconda che alla prima. Infatti le note autobiografiche sulla bandella del libro assommano ad appena tre righe, un record in questo filone che invece altri nutre fino all’eccesso, e naturalmente non dicono quasi nulla. I caratteri a stampa sono anch’essi deboli, quasi al limite di una scrittura in inchiostro simpatico che potrebbe sparire da un momento all’altro, se non ci si affretta a leggerli. Nel testo colgo una frase che la dice lunga sull’intera operazione, infatti vi si parla di qualcosa che giunge con “50 anni di ritardo”, il che può divenire proprio la sigla dell’intero romanzo, dove semmai sarebbe da prolungare la lunghezza del ritardo, estenderlo al secolo e oltre. Pare di essere di fronte a un erede di Henry James intento a stendere un “Ritratto di signora” tardivo, fuori tempo massimo. Per di più la signora in questione è, come ci dice il titolo, un’”ultima diva”, una controfigura di Greta Garbo o di Marlene Dietrich, dal nome di Molly Buck, a cui il protagonista che dice io in queste pagine vota un culto supremo. Ma si tratta di una divinità cui rivolgere quello che si dovrebbe definire un culto negativo, più facile infatti dire che cosa questa “ultima diva” non è più, ogni suo dono e carattere va coniugato rigorosamente al passato, Un tempo era celebre, amata, riverita, al centro della vita mondana, ora se ne sta neghittosa, solitaria, ma assolutamente non vinta, anche se è avara in tutto, nel concedere memorie di sé, o queste emergono fuori con estrema difficoltà. Il suo devoto adoratore gliele deve strappare fuori dalla bocca come farebbe un dentista. Il personaggio è sfuggente, ma anche su questo piano è alquanto difficile ricostruire gli itinerari, le soste, le permanenze che ha condotte nel tempo. Dove, come, quando ha avuto davvero successo’ IlL nostro servitore fedele si sente perfino indotto a compiere un viaggio negli USA alla ricerca di un passato della diva, colmo peraltro di ombre che in definitiva egli stesso non ama dissolvere. Da ogni parte che ci si volta, insomma, si scorgono cartelli sul tipo di “non varcate quella soglia”. Come è negli articoli di ogni fede che si rispetti, bisogna credere sulla fiducia, sulla parola, o rifugiarsi in un “credo quia absurdum”. E proprio in ciò sta il fascino di questo esercizio così desueto, fuori moda e tempo, quando tutto attorno premono su di noi prodotti di rapida confezione schiacciati sulle modeste vicende del quotidiano. Qui invece c’è il bagliore di fiamme lontane, anche se il narratore si guarda bene dal precisarle troppo. Oppure sì, se indaga più a fondo, emergono immagini che emettono però il medesimo sapore di fantasmi di altri tempi. Come è il caso dell’unica parente della diva che assume qualche tratto fisso. Si tratta della sorella Anna, a cui però, neanche dubitarne, viene assegnato un profilo caratterizzato dai soliti “50 anni di ritardo”. Basti dire che questa congiunta è stata una ospite di case di tolleranza, ma quando erano di alto bordo, ben frequentate, e quindi essere legati a quel carro era quasi un segno di distinzione, non si confonda coi miseri bordelli di infino ordine. Tanto è vero che, udite udite, ne viene anche un’aspra condanna della legge Merlin, non si sa bene se pronunciata da Anna, meretrice di lusso, in carta patinata, o dal protagonista, o addirittura dall’autore, d’accordo con la sua creatura. Il tutto a ribadire l’aura museale, sotto campana di vetro, in cui si colloca questa prova, il che d’altra parte contribuisce a darle il fascino di quanto ci giunge quasi dall’altro mondo, quasi fuori classifica.
Vito di Battista, L’ultima diva dice addio, Società editrice milanese, pp.213, euro 15.

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Michel Serres e le valide ragioni di Pollicina

Concordo pienamente con Umberto Eco quando dichiara che “Michel Serres è la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia”. Questa frase compare nel retro di un delizioso libriccino dell’autore francese, tra i tanti da lui scritti, pubblicato presso di noi col titolo “Contro i bei tempi andati”, e che è una opportuna dichiarazione di guerra a ogni tentazione di far risuonare qualche “laudatio temporis acti”. Io sono solito dire che quando una simile giaculatoria dovesse uscir fuori dalle mie labbra, vorrebbe dire che sono ormai fuori gioco e del tutto degno della pensione. Si tratta di un delizioso dialogo tra un Brontolone, bolso sostenitore dei vantaggi appunto dei “bei tempi andati”, e una Pollicina, che invece è l’arguta sostenitrice dei tanti vantaggi che la tecnologia è venuta elargendoci nei decenni trascorsi. Non so bene quali siano i vocaboli francesi, tradotti con questi due termini da una mia ex-collega dei “bei tempi andati”, quelli sì, quando ero docente al DAMS, Chiara Tartarini. Nel libello Serres passa in ordinata rassegna tutti i possibili temi. Capitolo dittatori? Per fortuna non ci sono ombre di Mussolini o Hitler o Caudillo ritornanti, almeno nei nostri Paesi, se riusciamo a esorcizzare Salvini, come i Francesi ce l’hanno fatta con la Le Pen. Ma se allunghiamo lo sguardo, quanti dittatori vediamo all’opera in altri Paesi, e neppure molto lontani da noi, se si pensa a Putin o a Erdogan, o allo stesso Trump. Questo forse un limite, alla salutare iniezione di ottimismo che ci viene impressa dal nostro filosofo. Quello che vale per l’Occidente, in cui si può tracciare un bilancio dei “tempi moderni” del tutto in positivo, lascerebbe invece molto a desiderare per altre parti del mondo, in cui davvero c’è ancora parecchio da fare. Malattie? In questo campo l’igiene, la profilassi, e più in genere la medicina e la chirurgia hanno fatto passi da gigante, Donne? Certo è ancora lungo il cammino perché la condizione femminile acquisisca una completa parità, di sbocchi professionali, retribuzioni, inserimento nella società, al pari dei maschi, ma anche qui si sono fatti progressi notevoli. Lavori domestici? Oggi questi beneficiano di lavatrici, frigoriferi e tanti altri strumenti proprio a vantaggio delle donne. Non parliamo poi quando si giunge al tema delle comunicazioni, col diffondersi della onnipervasiva ondata elettronica, e lo stabilirsi del mcluhaniano villaggio globale, col relativo status di “tutti in rete” che questo ci assicura. E così via, il bilancio continua, sempre al positivo. Ma proprio perché siamo in sede filosofica, ci sta pure un’osservazione finale, ovvero non concediamo troppo a un diverso stereotipo, contestiamo pure quello secondo cui “si stava meglio prima”, però senza approdare necessariamente a un elogio a senso unico rivolto alle “magnifiche sorti e progressive”. Questi bilanci di vantaggi e perdite non si risolvono mai, in sede storica, a senso unico, molto si guadagna, ma alcune capacità e possibilità si perdono. Occorre ingegno, senso di responsabilità per porre rimedio agli squilibri che proprio il progresso tecnologico rischia di produrre, per esempio causando una forte perdita di posti di lavoro. Era già avvenuto proprio al compiersi di uno dei grandi rivolgimenti tecnologici del passato, l’avvento della tipografia di Gutenberg, che aveva reso disoccupati i poveri amanuensi dei conventi, addetti a copiare a mano i vari testi, tanto che la pur avanzata e progressiva Università di Bologna fu una fiera avversaria di quella innovazione. Ma niente da fare, non si resiste, non si frappongono barriere ai nuovi ritrovati della tecnologia, bisogna però correre ai ripari. Forse dovremo ridurre gli orari di lavoro, senza però abbassare le retribuzioni, altrimenti addio consumismo. O la nostra mano d’opera ormai eccedente dovrà andare ad aiutare i Paesi arretrati permettendogli di raggiungere un livello di vita e di economia accettabili. Insomma, una qualche attenzione alle lamentele di Brontolone bisogna pure concederla.
Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, pp. 73, euro 8.

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Brizzi, un regresso o un progresso?

Tra tutti i miei amatissimi narratori emersi negli anni ’90 e consacrati dagli appuntamenti reggiani di RicercaRE, Enrico Brizzi è forse in assoluto il più prolifico, con addirittura migliaia di pagine fatte uscire nelle varie caselle di un laboratorio narrativo che riesce a trovare via via nuove risorse. Può valere per lui l’immagine dell’ammalato, ma in realtà bene in salute, che decide di rivoltarsi nel letto scoprendo sempre nuove posizioni. C’è stata la partenza nel segno delle tenere ma un po’ esangui vicende adolescenziali, il “Jack frusciante è uscito dal gruppo”, ormai una “cult novel” al pari dei primi romanzi di Silvia Ballestra. Poi, con attenta regia, ha pensato di dover calcare la mano immettendo in quelle trame qualche carica di violenza, ed è venuta un’opera a mio avviso sbagliata, “Bastogne”. suggestionata da film hollywoodiani intonati alla brutalità più spinta. Poi, la scoperta di nuovi fertili orizzonti, come i resoconti di viaggi a piedi, lungo la via francigena o di un pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e poi ancora una invenzione di cui gli va dato tutto il merito, una specie di fantapolitica, consistente, non già nel rivisitare il passato tentando la carta del romanzo storico, bensì ipotizzando un futuro ipotetico di un Mussolini capace di cambiare fronte e di schierarsi con le sue milizie dalla parte dei vincitori, degli Alleati, risalendo addirittura la nostra Penisola con le loro truppe. Più di recente, un’opera diciamo di grado zero, collocata ai nostri giorni, di un bravo giovane mandato dai genitori ansiosi a indagare sulla comparsa di un fratello, titolare di un “Matrimonio” corrispondente al titolo del romanzo relativo. In tutte queste prove Brizzi si è mostrato in possesso di sottile spirito analitico, alleggerito da un pregevole senso del comico, capace di trarre profitto da ogni vicenda, anche se minore o minuscola, con visuale ad ampio raggio, pronta a far luce su mille dettagli marginali. Una corda che invece non mi pare che gli convenga è quella della violenza, della ferocia, come far penetrare un elefante in un negozio di vasellame, di casalinghi comodi e confortevoli. Ora, temendo di aver esaurito tutte le posizioni da assumere nel letto proverbiale, sembra quasi che il Nostro abbia deciso di ricominciare daccapo, ritornando al romanzo di avvio, tale almeno è stato visto dai commentatori, in base a una sua stessa presentazione, il recente “Tu che sei di me la miglior parte”. E’ dunque un narratore che a distanza di un trentennio ritorna, non certo sul luogo del delitto, ma anzi in un paradiso perduto di deliziose vicende adolescenziali, di ragazzini solerti, ingegnosi, curiosi di conoscere le vie del sesso, rotti a mille sotterfugi, in un rapporto di competizione con genitori, maestri, autorità di ogni specie. Per giustificare la ripresa Brizzi si tuffa in una moltiplicazione di effetti, come se quanto nella prova giovanile era dato tutto d’un pezzo ora venisse sbocconcellato, rifratto come da uno specchio smerigliato, da un caleidoscopio. Col rischio, evidente nel porre la questione proprio in questi termini, di non riuscire a evitare una certa ripetizione, un sorta di “piétiner sur place”, e questo proprio a cominciare dai personaggi di più risoluta presenza plastica di cui una narrazione non può fare a meno. E dunque, siamo assediati da tutti i minuti accadimenti gravanti sul protagonista che ci parla in prima persona, Tommy Bandiera: malattie, disgrazie, primi amori infelici. Qualcosa del genere si deve ripetere per il deuteragonista, che si chiama Raul, e che diviene come un asso pigliatutto, un mito, cui attribuire ogni virtù, anzi, ogni vizio, una guida spirituale in ogni mancanza, in ogni oltraggio da commettere contro il mondo dei “grandi”. E beninteso, si crea un rapporto di subordinazione, tra questa sorta di “grande amico”, alla maniera dell’indimenticabile “Grand Maulnes” del francese Fournier, e l’umile narratore, pronto a sottostare perfino ai giochi sessuali dall’altro, ad accettare che gli porti via i favori della terza protagonista, Ester, che diviene la posta in gioco tra i due. Ma soprattutto, l’essersi messo sulla via del remake comprende pure il ritorno alla chiave della violenza. Questi ragazzini, in linea di massima deliziosi nella loro inesperienza, o nei loro “peccadillos” senza troppo peso, a un certo momento diventano degli arrabbiati, approfittando delle tensioni tra opposte tifoserie. Sembra quasi che il narratore bolognese abbia deciso di fare concorrenza al Gazzaniga vincitore di un Premio Calvino del 2012 e del suo “A viso coperto”, ma in quel caso ci si parlava davvero degli scontri tra le forze dell’ordine e gruppi d’assalto pronti a ogni violenza, invece le scorrerie dei nostri giovanotti non hanno avuto cittadinanza nel mondo felsineo. Caso mai, Brizzi avrebbe dovuto indietreggiare al drammatico ’77, ma non ha inteso farlo, si sarebbe sentito troppo condizionato da un dato effettivo di cronaca o di storia. Però, quella barbarie messa in scena da lui in quest’occasione è davvero eccessiva, stona con l’epica leggera per lo più dominante. E c’è anche un gran finale, ma anche in questo caso alquanto esorbitante dal tono prevalente, e felicemente dispiegato nella maggior parte di queste pagine. Alla fine i tre protagonisti, il narratore, Ester e Raul si trovano per un rendiconto, un duello giocati su ogni tasto, da eroi decisi ad assumere un rilievo gigante. Ma è troppo tardi, o quanto meno è una svolta che stride, stona con la tela intessuta fino a quel momento, quasi che Brizzi avesse deciso che era già l’ora di trovare un’altra posizione nel letto.
Enrico Brizzi, Tu che sei di me la miglior parte, Mondadori, pp. 543, euro 20.

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“Dogman”, un Davide contro Golia

Mi valgo ancora una volta della da me più volte proclamata equipollenza tra prodotti di narrativa cartacea e opere cinematografiche per parlare di nuovo di un film. Domenica scorsa mi ero occupato della fresca pellicola di Pupi Avati, con la rivelazione di una magnifica attrice fanciulla, che si inoltra senza esitazione nell’universo del delirio. Questa volta la scena cambia, infatti vado a parlare dell’ultimo film di Matteo Garrone, “Dogman”, che è autore che ama darci storie di brutalismo, di ferocia, contrapponendo alla “bellezza” estenuata di cui il regista bolognese talora è capace, l’orrida aggressione di una “bestia” trionfante. Infatti proprio per la forte recitazione di Marcello Fonte questo film si è imposto a Cannes, riportando il premio per il miglior attore. E così Cannes ha rimediato al torto che allo stesso Garrone aveva inflitto nel 2015, quando il suo “Racconto dei racconti”, pur invitato nella selezione principale, non aveva ricevuto dalla giuria alcun riconoscimento. Eppure già là si manifestava la mostruosità latente nella poetica di questo autore. Mi aveva impressionato un episodio marginale di quel film, ma rivelatore, quando un principe aveva indetto una gara a chi riconoscesse quale fosse l’animale di cui si mostrava un ingrandimenti spinto. E solo uno tra i partecipanti vi aveva intravisto la presenza gonfiata oltremisura di una pulce. Col che possiamo entrare subito nel film di cui intendo parlare, ispirato da un vero fatto di cronaca, avvenuto nel 1988 in uno dei quartieri più desolati di Roma, la Magliana, dove un “canaro”, un addetto alla tolettatura dei cani, si era vendicato di un minaccioso prepotente. Non per nulla il “canaro” che qui compare si misura con cagnoni enormi, che però si prestano docili alle sue cure, quando ne ritaglia gli unghioni o ne pettina l’irto pelo, del resto traendone anche la sua stessa immagine, quasi in base al proverbio di “chi va con lo zoppo”, con quel che segue. L’attore Fonte non si tira indietro, impresta alla vicenda la sua faccia, contratta quasi un continuo spasmo, in un ghigno rigido, tanto da fare proprio di lui la mitica “bestia”, l’orrido Quasimodo di una cattedrale victorhughiana dei nostri giorni, beninteso sommersa, franata al suolo, anzi, sospesa a bagno Maria, minacciata da pozzanghere, da un’invasione di acque limacciose. Come vuole pur sempre il mito, la “bestia” ha un cuor d’oro, a cominciare dall’amore per una figlioletta, così intenso da trasportare l’intera scena in una dimensione utopica. Infatti non si capisce come un soggetto così basso e degradato, costretto a guadagnarsi la vita con un mestiere volgare, anche se irrobustito da traffici con la droga e da compromessi con la piccola delinquenza locale, si possa concedere di tanto in tanto delle magnifiche vacanze in paradisi tropicali, dove lo vediamo compiere serene battute di pesca subacquea, con tutti gli attrezzi che ci vogliono, in compagnia della ragazzina amata. Sono intervalli “fuori scena”, quasi onirici, che interrompono una vita di stenti, dove fra l’altro il nostro cuor d’oro, ma debole, vittima della sua bassa statura, deve fare i conti con un prepotente che pretende di dominarlo e di trascinarlo sulla via del crimine. Infatti lo obbliga ad aprire un buco nel suo misero negozio per accedere a quello di un vicino e andarvi a compiere una rapina. Ne verranno guai, il nostro sarà arrestato come complice, dovrà scontare un anno intero di carcere, e all’uscita, il prepotente sarà subito pronto a riannodare la sequela di minacce per spingerlo di nuovo a delinquere. Da qui un impulso vendicativo del “canaro”, che prende a mazzate la moto del rivale, provocando in lui una pronta ritorsione, fino quasi a causarne il decesso per un carico di botte in cui il violento scatena tutta la sua ira. Ma il canaro è aguzzo d’ingegno, riesce a catturare il bestione, a farlo entrare in una gabbia. Ne segue una sequenza selvaggia in cui i due fanno a gara a chi ci mette più di sadismo, di crudeltà, fino a limiti estremi. Qui, diciamolo pure, Garrone arieggia le violenze efferate di cui è capace Tarantino, ma d’altra parte riconosciamo che lui stesso quasi per natura è abituato a camminare su quella strada. Il piccolo, debole, imbelle canaro con la forza dell’astuzia vince il Golia sfrontato, e non gli resta che affrontare il problema di come disfarsi del cadavere della vittima. Se lo addossa alle spalle, lo infila nel proprio furgoncino, pensando poi di far scomparire ogni traccia del delitto dando fuoco all’auto. Ma no, ecco un guizzo di orgoglio, il canaro cambia idea, torna a caricarsi dell’ingombro del cadavere e lo trasporta al centro dello spiazzo in cui gli abitanti di quella colonia diseredata conducono la loro stentata vita comunitaria. Lì lo piazza, in attesa di esporlo all’ammirazione dei vicini, e intanto impone al suo volto un fiero cipiglio che quasi ne abbellisce i tratti, li rende sublimi. Il regista capisce che siamo al clou dell’intera storia, e dunque si sofferma su quel momento, induce l’attore a rivolgere un’occhiata trionfale a tutto tondo verso tutti i punti dell’orizzonte. Forse proprio in quel momento Fonte conquista il diritto a essere premiato. In fondo fin lì la sua era stata solo una abbastanza consueta vicenda di brutalità, di arretratezza, cose da quartieri bassi, ma quello sguardo diviene davvero intrepido, intenso, dominatore.

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Pupi Avati, il “fulgore” di un suo film

Martedì scorso 29 maggio la RAI 1 ci ha fatto un dono straordinario trasmettendo un film di Pupi Avati, che non sembra venire da uno di quei recuperi da cui siamo afflitti, e neppure è una produzione concepita proprio per il piccolo schermo. Si tratta insomma di una pellicola “normale”, intitolata “Il fulgore di Dony”, e mai titolo appare più giusto, infatti il film è dominato dalla luce, dalla grazia, dalla freschezza emananti dalla protagonista, Greta Zuccheri Montanari, una adolescente magra, ascetica, tutta anima, forza di volontà, tesa verso un pieno sacrificio di sé. Avati ci ha abituato a essere scopritore di talenti femminili, si pensi a Alba Rohrwacher, ora consacrata dal palmarès ricevuto a Cannes. In precedenza era pure riuscito a fare un uso fortemente significativo di Vanessa Incontrada. E proprio a questa voglio riferirmi, capricciosa, umorosa dominatrice del film “Il cuore altrove”, di cui mi pare che l’attuale realizzazione ci offra una specie di inversione, o di contraltare. Allora nel ruolo maschile c’era un “semplice”, impersonato da Neri Marcorè, a questo proposito si deve pur ricordare quanto il nostro Avati sia anche valorizzatore di attori, da Marcorè stesso a Albanese, Abatantuono e tanti altri. In quell’opera è il maschio a essere catturato dal fascino emanante dalla protagonista femminile, fino a superare lo sconcerto che può provocare l’ infermità di lei, la cecità che sembrerebbe irreversibile. Il giovanotto si dedica corpo e anima alla donna incantatrice, pronto a sacrificarsi per lei, nonostante le rampogne dei “normali”. Qui c’è appunto l’inversione, Dony è una ragazzina, una scolaretta “acqua e sapone” inserita nel calore e conforto domestico, che però ha anch’essa un colpo di fulmine, quando vede apparire il bel Marco, una vera e propria epifania, un innamoramento senza scampo. All’inizio il partner è robusto e florido, ma poi un incidente nell’esercizio dello sci gli procura una lesione cerebrale che lo conduce passo passo alla demenza. Anche l’attore, Saul Nanni, è ben scelto, portatore di una bellezza angelica che fa strazio di Dany, sostituito poi da una maschera ghignante di chi vive ormai in un’altra dimensione, forse diabolica. Infatti il sorriso stereotipato, immobile del malato psichico mi ricorda il modo geniale con cui Fellini, di cui Avati è ora ottimo erede, rappresenta il diavolo nell’ episodio che gli spetta nel film a varie mani “Quattro passi nel delirio”. Naturalmente ci sono differenze, tra le due opere del nostro regista, infatti la Incontrada della pellicola precedente esce dalla sciagura, riacquista la vista e con essa la confidente appartenenza a un mondo alto borghese, e non esita a dimenticare quell’essere umilmente devoto e pronto al sacrificio estremo. Qui invece non c’è riscatto per il nostro angelo-demone, costretto a discendere tutti i gradini della decadenza psichica, e dunque ancor più meritoria risulta la devozione senza limiti che gli presta la ragazzina, fino a sfidare la famiglia, i compagni di scuola, l’intero contesto borghese in cui potrebbe vivere tranquillamente. Bravi anche gli altri, anche se i genitori di lei, Ambra Angiolini, Giulio Scarpati, sono costretti a recitare un copione infelice, devono fare i difensori del buon senso, dell’opportunismo, contro cui spicca ancor più la nobiltà d’animo della figlia. Un po’ più generosa la parte spettante a Lunetta Savinio, in quanto madre della vittima, ma anche lei in definitiva chiusa in un egoismo, in una difesa oltranzista dei diritti del figlio. E c’è anche il rilancio di un eccellente attore come Andrea Roncato nei panni del padre di Marco, rassegnato alla perdita del figlio, e addirittura propenso a esortare Dony a fuggir via, ad abbandonare una causa perduta in partenza. Infine, l’unico che la capisce e ne condivide lo slancio umanitario è un anch’egli eccellente Alessandro Haber. Tornando a Dony, non la vediamo arretrare davanti ad ognuna delle tappe di una lunga via crucis accanto al corpo sempre più immiserito in pratiche bestiali di Marco, pronta a esaudire nei limiti del possibile i suoi desideri, come quello di visitare un supermercato ribaltandone gli scaffali delle merci, facendo danni come in un film comico muto delle origini. Questa scrupolosa, tenera, convinta vicinanza di Dony a un corpo chiuso in un mondo di incomunicabilità può ricordare un altro precedente, questa volta al di fuori dell’albo d’oro di Avati, c’è infatti qualche rassomiglianza col capolavoro di Pedro Almodovar, “Habla con ella”. In definitiva la prigione di delirio in cui Marco è racchiuso risulta molto simile allo stato di “sempreverde” del corpo femminile cui l’infermiere nella pièce del regista spagnolo dedica la sua cura paziente. Marco vive, ma in un universo “altro”, misterioso, angelico o diabolico, il che non impedisce a Dony di fare il passo estremo, di congiungersi con lui, forse nel rito di un matrimonio, o comunque dello scambio di un anello che sancisce l’accettazione, da parte di lei, di un legame che intende rendere indissolubile.

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Letteratura

De Martino, un intrigante “fattaccio napoletano”

Ho ricevuto il romanzo di Alessandra De Martino, “Fattaccio napoletano”, e ne do un giudizio positivo, il che succede raramente per opere che mi arrivano non richieste e da editori non particolarmente noti. Come dice il titolo, siamo in pieno nella “napoletudine”, che resta un’area di consolidata presenza nella nostra narrativa vecchia e nuova. A livello storico, basta pensare al capolavoro di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”, mentre anche di recente pure nelle cinquine dei due maggiori premi nazionali, Strega e Campiello, sono comparse delle cultrici di questo ambiente. Per il primo, ricordo Wanda Marasco e la sua “Compagnia delle anime finte”, da me accolta abbastanza bene proprio su queste pagine, per il secondo si può menzionare Donatella di Pietrantonio, “L’arminuta”, su cui viceversa non mi sono espresso con molto consenso. La De Martino si iscrive con efficacia in questo filone ricalcandone, ma anche esasperandone, i rispettivi stereotipi. Ci dà una folla di personaggi, col merito di dare spago a ciascuna delle loro vicende, delineando tanti medaglioni familiari, anche se non può evitare di nutrirli dei soliti elementi: penuria, miseria, fatica a sbarcare il lunario, aggravate da quello che era in passato, oggi forse non più, un dato di fatto connesso col degrado sociale, la procreazione di gran numero di figli, il che, a livello narrativo, alimenta le varie vicende risultanti di un materiale copioso, tanto da perderne il conto. Sicuramente la De Martino è abile nel giocare di sponda, entrando e uscendo da questi medaglioni, come fossero tanti dossier da arricchire di volta in volta di nuove pagine. Apprezzabile soprattutto l’aspetto linguistico, che sa conciliare molto bene un italiano corretto con voci dialettali. Anche lo sfondo sociale, il nostro Paese alle prese con gli ultimi conati del regime fascista, retroazione a imprese coloniali, trepida attesa che arrivino gli Americani, è ben delineato, anche se i protagonisti, che sono “povera gente”, cercano di tenersi lontani da queste trame capaci di procurare solo dei guai, a meno che qualcuno, più cinico di altri, non tenti di approfittarne. Si aggiunga che sullo sfondo c’è pure una trama da “giallo”, col che la nostra autrice rende omaggio a un dato oggi invasivo, ma lo fa però tenendolo prudentemente tra le quinte, mettendo in primo piano il brulicare delle saghe familiari. Certo è però che come stella polare del racconto c’è la scoperta di un cadavere, di una donna, Brigida De Luca, che sembrerebbe eccedere il livello basso del polipaio circostante, da nobile icona di cui anche quel sottobosco, intento avidamente alla chiacchiera, a tagliare i panni addosso al prossimo, non riesce, o non osa dire male. Eppure, il delitto c’è stato, la signora di inappuntabile comportamento, da vedova senza macchia, è stata soffocata nel letto, e un dato osceno è che l’appartamento è stato inondato da un disturbante sentore di piscio, nota stridente rispetto alla ieraticità con cui si presenta il cadavere della defunta. Forse era bene se la scrittrice si fosse fermata qui, mantenendo attorno alla morta un’aura di sospensione, di riserva, di mistero, altrimenti è risultato inevitabile che quella sacra icona venisse scomposta in brutali dati biografici. Infatti si viene a sapere poco alla volta che da fanciulla è stata “venduta” da una zia terribile a un signore potente che ha abusato di lei. Poi, un matrimonio riparatore, una collocazione in quella nicchia in cui la morte l’ha colpita, ma in realtà quell’esistenza solo in apparenza integerrima era macchiata da una relazione che la donna, ancora giovane e piacente, intratteneva con un “cattivo”, con una “camicia nera” pronta ad abusare di lei, come era avvenuto in un lontano passato, e perfino a “prestarla” a un complice, e proprio i due sarebbero colpevoli del barbaro assassinio. Ma lo scioglimento del plot è alquanto oscura, non del tutto convincente, per la ragione già indicata che la De Martino mette il “giallo” in secondo piano. A dominare il suo racconto c’è il vivente, ardente polipaio che si annida, come una colonia di mitili, nelle crepe del condominio popolare e negli spazi confinanti.
Alessandra De Martino, Fattaccio Napoletano, Astoria, pp. 228, euro 16.

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Paolo Giordano: un minestrone non sgradeviole da “divorare”

Sono in presenza del romanzone, steso da Paolo Giordano, “Divorare il cielo”, terzo, se non sbaglio, nella sua produzione, dopo essermi già pronunciato sui due precedenti, “La solitudine dei numeri primi”, fortunato vincitore del Premio Strega, e il successivo “Il corpo umano”. Fossi in sede di pollici, come mi succede quando mi dichiaro sulle pagine dell’”Immaginazione”, nutrirei qualche incertezza se puntare il dito in alto o in basso. C’è ancora una volta una farraginosa quantità di materiali tra cui lo stesso autore non sa scegliere bene tra il buono e no, e lo stesso titolo qui assunto non aiuta per niente, non trova quasi corrispondenza con i contenuti interni. Ma nel complesso la navigazione, pur essendo faticosa, ricca al solito di continui ricorsi al flash back che ne ritardano il flusso, ha tuttavia una sua coerenza finale. Vediamo i vari segmenti che entrano nel polpettone, che però alla fine rende un sapore gradevole. Ci sono due protagonisti, Teresa Gasparro, di buona famiglia torinese, ma attratta dal Sud, dove la famiglia ha una villa con piscina, e dove le avviene di incontrare il suo partner di più lunga durata, noto con un breve Bern, pieno di valenze, fin troppe. In quelle calde terre meridionali Teresa incontra un mondo dissestato e precario, dove accanto a Bern compaiono altri due suoi compagni, con legami di parentela che si chiariscono solo in corso d’opera. I quattro adolescenti formano una comunità anarchica, protestataria, dedita a culti quasi feticistici, consistenti nel tentare di salvare animali, magari anche ripugnanti come le rane, salvo poi a dar loro delle esequie quasi con rito sacrale, incoraggiato da una coppia che si è fatta carico dei tre giovani costituendo con loro una specie di comunità mistica. E’ subito chiaro che il filo conduttore dell’intera vicenda è l’amore tra Teresa e Bern, però ostacolato all’infinito, simile a una corsa a ostacoli, con tanti episodi divaricati, tante storie frapposte. Infatti il maschio protago puònista compiacersi di un suo brutalismo, di un suo spirito violento che lo porta a mettere in campo svolte, tradimenti, con sequenze che senza dubbio in sé hanno una notevole efficacia, ma con qualche difficoltà a rifluire nel corpo centrale della vicenda. Per esempio Bern, sempre sprezzante nei confronti del sentimento che pure lo lega a Teresa, anche per reagire alla condizione borghese di lei, si tuffa nell’avventura con un’altra giovane, che mette incinta, così potendo infilare nella narrazione la cronaca di un aborto, come un tempo (siamo alquanto lontani dai nostri giorni) poteva avvenire in aree geografiche e culturali non pronte a renderlo agevole. Ma poi l’inevitabile piega sentimentale si impone, i due si mettono davvero assieme, col proposito di giungere a generare un figlio, vincendo l’apparente sterilità di lei, e qui altra sequenza in sé efficace, ma al solito spiazzante, che consiste nel soggiorno della coppia in un Paese in cui la fecondazione assistita è ammessa, e in attesa che questa possa avvenire, il seme di lui viene messo in banca per un eventuale uso futuro. La comunità in partenza quasi viscerale dei tre giovani si spezza, in quanto il solito Bern, sempre più anarchico e ribelle, giunge a provocare la morte del fraterno compagno Michele, passato invece a militare tra le forze dell’ordine. Da qui la necessità che egli si dia alla fuga, inseguito dalla dolente e inconsolabile Teresa. Devo dire che proprio questa fuga ha momenti convincenti, come quando il fuggitivo giunge a recuperare un padre vivente all’estero e fino a quel momento assente. Infine Bern ripara in un luogo del tutto imprevedibile e strampalato, come Islanda. Questo finale potrebbe essere tacciato di inverosimiglianza, ma ha una sua grandezza, infatti il tristo eroe va a vivere in una grotta, isolandosi dagli altri umani, patendo una voluta o subita reclusione, agitandosi in quella cavità come un anacoreta dei nostri giorni, come un santone disposto a dare udienza, a ricevere visite di persone, purché queste si sappiano tenere a debita distanza. Poi, se ne va, e allora Teresa può realizzare il vecchio sogno, andare a utilizzare il seme del suo amato rimasto congelato, farselo inoculare e averne finalmente un figlio, un erede. Difficile fare i conti, delle entrate e delle uscite, stabilire se la somma risultante, di tanto “suono e furia”, sia positivo o negativo, ma certo l’edificio, nonostante le molte crepe, risulta accattivante.
Paolo Giordano, Divorare il cielo. Einaudi, pp. 430, euro 22.

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“Loro” o “Lui”?

Naturalmente ho sentito il dovere di precipitarmi a vedere pure la seconda parte dell’affresco concepito da Sorrentino, il “Loro 2” di cui pure si fa fatica a cogliere la necessità artistica, in quanto in sostanza è una ripetizione della parte precedente. O forse era meglio intitolarlo a un “lui”, pomposo, ieratico, scurrile, in quanto la controfigura di Berlusconi vi compare fin dall’inizio, purtroppo affidata alla maestria di Toni Servillo, con l’effetto già da me rilevato in precedenza, di rendere simpatico il faccione del despota, facendolo corrispondere quasi a una arguta maschera dell’arte, a un furbo Bertoldo, sempre padrone dei suoi riflessi, con all’intorno solo una schiera di ombre senza alcuna emergenza, affondate in un noioso moltiplicarsi di scene di sesso e di droga. Dispiace vedere che anche un eccellente attore come Riccardo Scamarcio viene malamente speso nel tentativo di assumere qualche protagonismo accanto alla statura dominante del padrone, cui pretende di dare astuti consigli o di trarre favori in modi maldestri, che l’altro blocca con prontezza di riflessi. Dallo stuolo delle “olgiatine” prive di personalità emerge solo la giovane interpretata da Kasia Smutniak, l’unica che ha il coraggio di contestare il tiranno obiettandogli che il suo fiato puzza di vecchio e di dentiera.
Poi anche in questa seconda parte ricompare il duetto tra Berlusconi e Veronica Lario (sempre interpretata dall’ottima Elena Sofia Ricci), come se il dialogo già impostato nella prima parte continuasse ininterrotto, e ancora una volta affidato alla nostalgia, al ritorno di fiamma. Già in precedenza notavo che siamo come al rinnovarsi di una coppia sentimentale e kitsch, alla maniera di Albano e Romina. Qui più che mai Sorrentino si guarda bene dal pronunciare condanne, o almeno la disputa che si apre tra i due è senza esclusione di colpi. Il tutto parte dal momento in cui la moglie denunciò urbi et orbi che il marito era impazzito al seguito di un incontenibile erotismo senile, quello che in effetti ha contribuito a destabilizzarlo e a fargli perdere consistenti quote di consenso popolare. Ma il tiranno ha modo di rispondere, obiettando che in definitiva, quando lui l’ha presa tra le sue braccia, Veronica altro non era che una “velina”, una potenziale “olgiatina”, pronta ad attaccarsi a lui per avere soldi e protezione. Infatti le ricorda che una grande vecchia della scena come la Borboni dichiarava di considerarsi fortunata in quanto la sua sordità le impediva di recepire la pessima recitazione dell’aspirante attrice. Al che Veronica si vendica ricordando quella che resta davvero la colpa fondamentale di Berlusconi, l’essersi fatto ricco riciclando i soldi della mafia nel costruire una città satellite alle porte di Milano, col famoso personaggio posto a controllarlo assumendo la fantomatica qualifica di stalliere, e con Dell’Utri nella veste di paziente tessitore dei collegamenti. Ma in sostanza tutta questa sequenza è intonata a un “amarcord”, a note di tristezza, quasi di virgiliane “lacrimae rerum”, di pianti dei due l’uno sulle spalle dell’altro. Poi c’è un finale che ci porta al terremoto dell’Aquila, tanto sfruttato a fini propagandistici dalla retorica berlusconiana, ma anche qui Sorrentino non colpisce. In fondo, a confermare la vacuità delle assicurazioni provenienti dall’allora capo del governo sarebbe bastato mostrare come i balconi delle casette tanto vantate siano crollati al primo uso. Invece il leader maximo è colto quando compie il gesto caritatevole di dare a una povera sinistrata la dentiera andata perduta nella fuga dal crollo. Infine, c’è una scena in cui mi pare che appaia tutto il debito enorme che il nostro regista ha nei confronti dell’ombra che lo assilla e lo assedia, il genio di Fellini. Anche qui, il processo al creatore di FI è sospeso, con buona pace di tutti gli oppositori di sinistra. Appare una sequenza generica, improntata a una “pietas” quasi senza soggetto, infatti si vedono i pompieri che con una scala di fortuna calano a terra una enorme statua di Cristo, come ostia, vittima sacrificale delle nostre colpe. È quasi una citazione dell’inizio stesso del capolavoro felliniano, della “Dolce vita”, con quei due elicotteri dai quali pende proprio l’immagine di un Cristo portato a sorvolare, a benedire o condannare una Roma divenuta del tutto simile a una Gomorra.

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