Letteratura

Carofiglio, una tela di Penelope non troppo industriosa

Ebbene sì, confesso che sono anch’io un consumatore di gialli, mi precipito a leggerli con l’ansia di giungere allo scioglimento, salvo poi a provare un certo disgusto di essere caduto nella trappola, e quasi sentendomi colpevole come di chi ha ceduto a un vizio inconfessabile. E’ la reazione provata leggendo l’ultimo prodotto di Gianrico Carofiglio, “La disciplina di Penelope”, annunciato dall’autore stesso in una puntata di otto e mezzo, di Lilli Gruber, a mio avviso pessima conduttrice, ma pronta a fare pubblicità ai vari ospiti, ognuno dei quali non manca di sventolare un suo libro appena uscito. Carofiglio non è certo uno dei peggiori, con la sua asciuttezza, tanto fisica quanto piscologica, e una apparenza di probità sia nel suo passato di magistrato sia nel presente di confezionatore di gialli, a gara con tutta la genia di colleghi. Del resto, almeno già due volte mi ero misurato, in questa sede o altrove, su alcune sue opere, con giudizio contrastante, negativo per “Il silenzio dell’onda”, in cui l’autore viene meno proprio alla sua in genere pregevole asciuttezza. Invece nel caso dell’”Estate fredda” avevo potuto metterlo a confronto, e preferirlo, a uno dei frutti gonfi e retorici dell’officina di Saviano, oculato sfruttatore del prestigio acquisito sul tavolo dei fervorini sociali. Venendo a quest’ultima impresa di Carofiglio, devo smontare la cornice auto-elogiativa con cui l’ha presentata proprio a otto e mezzo, vantandosi della novità, per lui, di introdurre una detective donna, compiacendosi della pretesa virtù che gli sarebbe riconosciuta di saper aderire alla psicologia femminile. In proposito gli devo versare addosso una doccia fredda. Nossignore, le gialliste dell’altro sesso, se penso per esempio a Grazia Verasani e a Mariolina Venezia, con le loro rispettive eroine, portano a casa frutti migliori. Carofiglio entra nei panni rosa senza particolari titoli di merito, con una storia in cui peraltro scatta un buon meccanismo tipico dei gialli, il dettaglio minimo che sembra marginale, ma che invece fa scattare il famoso clic risolutivo. In questo caso sono i peli di un cane dal manto bianco che l’assassino lascia cadere sul cadavere della sua vittima. Mentre per il resto scatta l’abusato espediente dell’omosessualità, ormai divenuto merce corrente. Insomma, un prodotto di ordinaria amministrazione, da congedare dopo una frettolosa lettura.
Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope, Mondadori, pp. 185, euro 16,50.

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De Giovanni, fiori, male o bene odoranti?

Come tutti, sono un buon consumatore dell’ondata di gialli o polizieschi da cui attualmente siamo i invasi, sia nel cartaceo sia sugli schermi televisivi, un fenomeno da valutare più con parametri di sociologia che di critica letteraria, basta riconoscere che non si tratta certo di invasioni inusuali, qualcosa del genere, e forse in proporzioni perfino maggiori, è avvenuto in altre epoche, si pensi all’infinita epopea dei poemi cavallereschi in pieno medioevo, o dei “misteri di Parigi” nell’Ottocento francese, con qualche grande autore che sapeva anche trarne frutti brillanti, si pensi ai casi di Balzac e di Hugo. Naturalmente allora non esisteva la variante cine-televisiva, ma i feuilletons a stampa sopperivano largamente. Di fronte a questa pandemia, l’unica è tentare di salvare il salvabile, io ho già espresso pareri positivi su Maurizio De Giovanni, se almeno si presenta con la squadra dei Bastardi di Pizzofalcone, e non affidando le indagini al commissario Ricciardi, Nel caso di quest’ultimo ho bocciato severamente “Il purgatorio dell’angelo”, per palese reato di inverosimiglianza. Invece sulla serie dei Bastardi mi sono espresso positivamente a favore di “Pane”, e sono stato pure uno spettatore fedele della trasposizione televisiva, chiedendomi perché mai sia stata bloccata. E’ un caso curioso che mentre all’estero continuano a snocciolare senza sosta le puntate dei vari Barnaby o Profiling o Gently e simili, noi invece ci areniamo dopo qualche pur felice prestazione. I nostri attori sono così volubili, o distratti da altri impegni? Si noti che questa nostra intermittenza ha colpito pure la serie di maggior successo, quella inspirata al Commissario Montalbano. Ne erano sati annunciati nuovi episodi, ma ora tutto tace, forse per baruffe nate nella famiglia orbata della presenza del padre padrone Camilleri. Ma tornando a De Giovanni, ecco un valido “Fiori”, per carità, non vi è alcuno, o ben scarso valore letterario, si sa che i gialli dopo un’avida lettura si buttano nel cestino, o si donano ad amici, però l’insieme è gradevole e ben combinato, perfino nei vari accoppiamenti sentimentali, che in genere sono il versante sbagliato in tanti gialli, ma qui sono sopportabili, forse in ragione della loro stessa varietà. Ma la vicenda è ben congegnata, con un finale che riesce davvero a sorprendere, a giungere inaspettato. Naturalmente non starò certo a rivelarlo, mi limiterò a osservare che in definitiva i conti tornano, che la ferocia con cui viene ucciso un bravo venditore di fiori, anima buona del quartiere napoletano in cui è ambientata la vicenda, trova davvero una corretta e accettabile giustificazione, dopo aver scaricato le piste incongrue che porterebbero al solito delitto di camorra o a questioni di debiti con relativi usurai. E in definitiva la matassa è affidata davvero ai fiori che fregiano il titolo della storia, è attraverso di essi che si snodano i terminali di una vicenda nutrita di tanto amore e per riscontro di tanto odio, fino alla ferocia a prima vista incomprensibile dell’assassino che si è accanito sulla sua vittima smembrandone il corpo.
Maurizio De Giovanni, Fiori, Einaudi stile libero, pp. 262, euro 18,50.

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Valentina Mattia, una positiva mediocrità

Io mi considero come una specie di “narrato-mat”, cioè di dispensatore quasi automatico di giudizi su opere narrative che mi vengano spedite proprio per ottenere un mio responso. E’ il caso di Valentina Mattia, che mi ha inviato un suo “Complici senza destino”, uscito da un a me ignoto Golem Edizoni, peraltro in linea con questa autrice impastata di modestia, come modesto, e deciso a “volare basso” è il suo prodotto, che però evita tormentoni e inghippi in cui cadono narratrici ben più in auge di lei. Andiamo a vedere. Protagonisti principali sono Nunziatina, di buona famiglia, e un immigrato, Ambir, tunisino di fede mussulmana. Ovviamente i genitori di lei sarebbero ostili a un matrimonio del genere, ma qui cominciano i pregi di questa navigazione attenta a superare indenne gli ostacoli in cui incorrono tante sue colleghe, più quotate di lei. Per rimediare alle ostilità della famiglia, un certo rito soprattutto meridionale prevedrebbe la “fuitina”, ma qui non ce n’é bisogno, perché in definitiva i genitori concedono e dunque il matrimonio si può fare, perfino con la benedizione dell’autorità religiosa che non frappone ostacoli. E naturalmente spuntano figli, anzi, figlie, ben tre. Poi, anche questo è nella media degli esiti, i due si separano, però, sia ben chiaro, Ambir non è un reietto, un cattivo soggetto, un drogato, secondo la facile soluzione in cui cadono, lo ripeto, autrici di più chiara fama. Al punto che una delle figlie preferisce stare dalla parte del padre e andare a vivere in Tunisia, fino a farsi una famiglia da quelle parti. E la moglie abbandonata, Nunziatina, certo non si rallegra di quell’abbandono, ma non cade neppure nella depressione, né stigmatizza il coniuge che l’ha lasciata, tira avanti la barca come può e col tempo trova perfino sollievo in una nuova relazione. Insomma, per stare al titolo, è vero che il destino si presenta impervio, non fortunato per tutti i protagonisti. Però questa malasorte non li esime da una certa complicità, o accettazione. Non facciamo tragedie, così è la vita, questa la morale, certo non altisonante, a scartamento ridotto, ma anche consolatoria, di una vicenda che ha il coraggio delle mezze tinte, il che, al giorno d’oggi, in mezzo a tanti prodotti che si ritengono in obbligo di introitare guai a catena, è tutto sommato una virtù apprezzabile.
Valentina Mattia, Complici senza destino, Golem Edizioni, pp. 236, euro 16.

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Martinoni: quando Ligabue era solo Laccabue

Ricevo il libro di Renato Martinoni, “La campana di Marbach”, titolo che in sé non dice molto, ma ci pensa a far luce il sottotitolo, “Antonio Ligabue. Romanzo dell’artista da giovane”. Preciso che non so nulla dell’autore, dotato però di un curriculum molto ragguardevole. E che inoltre rifuggo in genere dall’occuparmi di biografie dedicate ad artisti illustri, soprattutto se “maledetti”, in quanto in questi casi si va a prendere il soggetto, certo, quando naviga in acque di bassa fortuna, ma poi si dà luogo a un’ascensione trionfale, fondata sul senno del poi, sulle alte quotazioni che oggi gli si riservano, con lettura frettolosa dei caratteri dell’arte, schiacciati dal rilievi assegnato ai dati biografici, ma in funzione della gloria cui il protagonista era in qualche modo predestinato. Colpisce invece in questo studio di Martinoni il fatto che si arresti proprio al momento in cui inizia il successo del suo personaggio, insistendo piuttosto sugli anni anteriori, della disgrazia, di una sorte miserabile che sembrava destinarlo a finire nel nulla, al pari di un’infinita schiera di altrettante misere esistenze. Aggiungo come titolo di merito che il tutto, contrariamente a quanto ci dice il sottotitolo, è assai poco “romanzato”, e anche l’etichetta presaga di futura gloria, “dell’artista da giovane” è tenuta molto a freno. Esiste invece una cupa cronaca degli anni della fame, della miseria, del degrado, come del resto è indicato dal risalire al vero nome di questo personaggio, Laccabue, che nasce da una povera donna di Cencenighe, nel Veneto, costretta a emigrare nella vicina Svizzera alla ricerca di un tozzo di pane. Le è accanto, ma più spesso assente e del tutto dimentico dei doveri coniugali e paterni. un tale che all’anagrafe porta il cognome preciso di Laccabue, quello stesso che poi viene ingentilito dal successo a posteriori conseguito dal figlio in un più pieno e rotondo Ligabue. Il padre biologico è un poco di buono, quasi sempre ubriaco, renitente a ogni obbligo civile, però, malgrado tanta bassezza, giunge a sposare davvero la povera ragazza esule come lui, e secondo le regole del tempo, quando il coito era uno dei pochi piaceri concessi alla gente del popolo, non manca di concepire con lei ben tre altri figli. Uno dei brani più toccanti di questa cronaca degli orrori è che i tre fratelli del nostro Laccabue decedono nel modo più orrido, in quanto dall’originaria Cencenighe salta fuori una vecchia fiamma della madre che le fa dono di una boccetta contenente un grasso buono per condire la pasta. Al che in quella famigliola sempre inseguita dai morsi della fame si fa grande festa, con una mangiata di pasta condita con quel sugo micidiale in cui si è sviluppato il botulino, e dunque i fratellini del nostro Antonio muoiono in modi strazianti, lui si salva con lavanda gastrica. Intanto per il suo stato miserabile a cui la madre, pur amandolo, non può sopperire, viene dato in adozione, e comincia un periplo di cambi di residenza della famiglia adottiva, nomade, anch’essa, alla ricerca di un filo di benessere. Ma malgrado ciò il ragazzo dimostra un certo attaccamento a questi genitori trovati per strada, pur manifestando un temperamento del tutto ribelle, astioso, pronto alla protesta, e anche alla sicumera, a un vanto esagerato di proprie doti che al momento non sembrano esistere. Un merito di questo romanzo, assai poco romanzato, è di tenere basso il motivo della genialità artistica, che certo fa capolino fin da quei primi anni dell’”artista da giovane”, affidato ai poveri materiali di cui può disporre, qualche matita colorata, la creta per comporre delle sculture precarie e di scarsa durata. Ma naturalmente quella sua vocazione aurorale non viene presa sul serio da nessuno. Le guardie che, sul finale del libro, avranno il compito di riportarlo nel Veneto, espulso dalla Svizzera, che non vuole tenersi un soggetto così pericoloso, compiranno un atto quasi simbolico, la distruzione del minimo corredo di statue in creta e di disegni colorati che il pessimo, deprecabile soggetto tenta di portarsi dietro. E’ in qualche modo un gesto condiviso dallo stesso autore, che non intende affatto seguire il suo soggetto nella via del successo quale, malgrado i tanti ostacoli, si aprirà per lui al ritorno in patria. Confermo che condivido in qualche misura la decisione di Martinoni, certamente mi sono occupato del Ligabue via via affermato e riconosciuto, collaborando anche all’istituzione del museo che gli ha dedicato il Comune di Gualtieri, ma ho sempre ritenuto che egli non fosse un caso del tutto autentico di primitivo, di esponente dell’’Art briut. Ci aveva pensato un artista colto come Marino Mazzacurati a fargli vedere esempi di Van Gogh e di altri espressionisti a cui il nostro artista, non più “da giovane”, poté ispirarsi e trarre frutti abbondanti.
Renato Martinoni, La campana di Marbach, Guanda, pp. 329, euro 19.

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Barbolini, un’offerta golosa di antipasti

Buttarsi sui racconti, per un narratore, è una tentazione e anche un rischio. Per un verso, si sente stimolato alla massima libertà, come un artista visivo in fase di bozzettismo, senza l’obbligo di “finire”. Ma per un altro verso proprio questa larghezza di possibilità può anche causare una dissipazione. Forse è come istituire un ufficio progettazione per il futuro su cui converrà ritornare con più calma, ed è pure una sorta di recupero museale del meglio della propria produzione passata. Agito tra me e me queste riflessioni a proposito della nutrita serie di racconti che Roberto Barbolini ci presenta col titolo “Il maiale e lo sciamano”. Un titolo che a ben pensarci è già per se stesso riassuntivo del suo intero universo. Il maiale sta a significare la parte bassa di stretto contatto con tutti i fattori materiali, a cominciare dal cibo, dalle occasioni di fare bisboccia, di avvoltolarsi, nel fango, proprio come i suini. Lo sciamano invece riassume in sé tutte le occasioni di incontro con una dimensione superiore che non mancano ai vari protagonisti mentre si avvoltolano nelle brutture della vita, ma sempre con una andata e un ritorno, se cioè si annuncia una qualche presenza superiore, si può star sicuri che l’autore provvede abbastanza presto a ridurla all’ordine. Se ne vuole un caso lampante? In un racconto del passato Barbolini ci ha detto che perfino Dracula in persona, cioè l’attore che meglio lo ha impersonato, Christopher Lee, si è spinto fino a Modena, per un legame di parentela con persone di quella città. Ho pronunciato il nome dell’entità che, se non sbaglio, non viene mai nominata in questi racconti, ma che pure è l’epicentro di tutto il mondo del Nostro, per la sua bassezza materiale, proprio da suino che si rotola nel fango, si compiace di quanto sta in basso, ma poi è sempre alle prese con qualche arcano, con qualche avventura di alto bordo. Se non sbaglio è stato Cesare Garboli a fare per il nostro autore il nome del tutto opportuno di Delfini, che lo ha anticipato proprio in una simile miscela di alto e basso. In definitiva, sappiamo che una delle imprese più esilaranti di questo precursore è stata di battersi per la tesi che uno dei capolavori di Stendhal, la Certosa di Parma, sarebbe da emendare sostituendole il nome della città della Ghirlandina, Ecco un obiettivo che potrebbe piacere anche a Barbolini, e che del resto lui realizza in tanti di questi racconti ancipiti, con i piedi beni in basso ma la testa in alto, a captare venti più favorevoli, Oltretutto, questa varietà di toni, misure, accenti gli permette di non muoversi solo nel presente, ma di aprire anche il capitolo delle memorie, però, niente paura, esso non è fatto di languori, di dolcezze svenevoli, ma riporta gli stessi accenti duri, soprattutto se si rivolge agli anni della guerra, e ancor prima del fascismo, con i due fronti che si combattevano anche nel natio borgo selvaggio, senza esclusione di colpi. Ma rimaniamo alla similitudine di carattere gastronomico, che mi sembra sempre la più azzeccata a contrassegnare un mondo di questa natura. In fondo, è come se fossimo invitati a una serie enorme, inarrestabile, di antipasti, o al contrario di pasticcini e dolcetti, a conclusione di un pasto abbondante, i quali, come ben si sa, possono anche essere fatti con avanzi, con residui di pasti precedenti, Una allegra, sbrigliata, incontenibile offerta, anche se poi il commensale si chiede se qualcosa di più corposo potrà seguire, Sono sicuro che anche Barbolini procederà in questo senso, e che a una prossima uscita sceglierà tra tanta abbondanza di offerte a quale di esse dare un corpo più vasto e più strutturato. Anche perché, ma qui tocchiamo un terreno minato e perfino colpevole, proprio come potrebbe succedere in una rassegna dedicata a degli chef stellati, i premi letterari non concedono molto ad antipasti e dessert, vogliono piatti pieni e magari ridondanti. Ne sa qualcosa un talento come Covacich che ha perso a uno Strega in cui si era presentato con magnifici racconti, ma gli hanno preferito un Lagioia, benché pesante e indigesto, ma impacchettato in un corposo romanzo. Anche il nostro Barbolini è ormai maturo per uno Strega, ma per avere buone probabilità dovrà scegliere tra questa ridda di proposte, per quanto golose e appetibili.
Roberto Barbolini, Il maiale e lo sciamano, La nave di Teseo, pp. 381, euro 15.

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Fusé, giuste “direzioni”, “attese” mantenute

Una lieta sorpresa mi è venuta dal romanzo di Adelio Fusé, “Le direzioni dell’attesa”, oltretutto uscito da una casa editrice, quale la Manni, a me molto cara, ma anche severa nelle sue regole, per cui non mi è consentito intervenire con una recensione favorevole a quest’opera proprio nelle colonne della rivista “l’Immaginazione”, tra i frutti più importanti di questa Casa, dove sarebbe apparsa come “pollice recto”. Nelle domeniche scorse, per riempire questa casella dedicata alla narrativa, avevo dovuto bordeggiare trattando i romanzi usciti come compiti obbligati da scrittrici in carriera, Donatella Di Pietrantonio e Silvia Avallone, che per rimanere sull’onda del successo conseguito si sentono obbligate a uscire con regolarità periodica, fornendo delle combinazioni più o meno ingegnose delle loro trame, purtroppo legate a sfondi della nostra provincia, quindi di basso profilo, senza saltar fuori da un inevitabile e sempre ritornante clima di neorealismo, assolutamente non gratificabile con un secondo grado di “neo”, di innovazione nell’inseguire la realtà più drammatica e contradditoria dei nostri giorni. Non so nulla di Fusé, né ho letto l’unico romanzo da lui pubblicato, ma noto con piacere che usciamo da questa routine di casa nostra per avventure più raffinate cui si dedica un protagonista, tale Walter, dotato di una buona carica intellettuale, e lo stesso si può dire a proposito della donna che gli è al fianco, Alina, entrambi impegnati in un continuo vagabondaggio, con mete che hanno il sapore delle cose vissute, sperimentate di persona, anche nelle loro contradizioni. Come è il caso di una Parigi che non vale solo per i fin troppo noti monumenti di superficie, ma si impone per un suo volto “nero”, sotterraneo, delle fogne. E avvincente, spericolata, con esiti tra il ripugnante e l’esilarante, è la frequentazione cui si dà questa coppia di alberghi di bassa estrazione, dotati di stanze non troppo confortevoli, gestiti da una squadra vivace di portieri di notte, di proprietari e tenutarie di assai basso profilo. Interessante anche l’impasto tra i riferimenti dotti, di alta cultura, di cui la coppia è capace, e una molto concreta pratica dei valori materiali della vita, il sesso e il cibo. Dalle stelle alle stalle, potrebbe essere un facile slogan da applicare al loro caso, Ma soprattutto vale il proverbiale incontrarsi e dirsi addio, infatti si tratta di un legame sempre sul punto di sciogliersi, salvo poi a ritrovarsi, per vie impensate e in luoghi mutati. Infatti il vagabondaggio è il dato più presente e incalzante, in tutta questa vicenda, intricata e labirintica, tanto che per seguirla ci si dovrebbe munire di un quaderno per registrarvi i vari spostamenti. Ss c’è un rimprovero da fare, questo riguarda il carattere un po’ ermetico del titolo, “Le direzioni dell’attesa”, anche se il plurale del primo vocabolo potrebbe risultare adeguato, infatti sono tante le direzioni del continuo pellegrinare di Walter, che ben presto lascia Parigi per varie località del Portogallo. A questo proposito c’è da notare quanto questa nazione risulti cara ai nostri narratori più sofisticati che intendano sottrarsi a un piccolo cabotaggio locale, si pensi ai casi di Antonio Tabucchi, e anche di Romana Petri. Ma la permanenza lusitana è appena una parentesi, forse perché, volendo ricordare l’altro termine che compare nel binomio del titolo, il protagonista è sempre in “attesa” di qualche rivelazione, e la va a cercare di lá dal mare, frequentando il Marocco, Casablanca, Tangeri, Marrakesh, portandosi sempre dietro ogni volta, come una lumaca, un preciso bagaglio di ricordi, e appare sempre pronto a sintonizzarsi sui valori, materiali e spirituali, delle località visitate. Forse, volendo tentare di ricavare una conclusione, è un’attesa che non termina, il che tuttavia funziona da fattore positivo, a vantaggio dell’inquietudine e della mobilità intellettuale del protagonista, il che forse spiega anche il plurale, delle “direzioni”, che non si stanca di sperimentare, ben attento a evadere da una routine chiusa nei ristretti orizzonti di un neorealimso di ritorno.
Adelio Fusé, Le direzioni dell’attesa, Manni, pp. 340, euro 20.

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Avallone: un gioco combinatorio che mostra la corda

Continua la mia bocciatura verso narratori che pure vivono a Bologna, ma che non riescano a esercitare su di me una sufficiente “captatio benevolentiae” per attirare un parere favorevole (di cui del resto sono perfettamente in grado di infischiarsene, data la mia presente nullità). Il più censurato da me è Marcello Fois, che del resto, siamo sinceri, da Bologna è renitente a ricavare qualche frutto, preferendo saccheggiare la sua nativa Sardegna. Nei confronti dei Wu Ming sono altalenante, Paolo Nori mi irrita per il suo compiacimento a trattare il vuoto spinto. Forse i gialli di Lucarelli, quando appunto ambientati in una Felsina corrucciata e invernale, qualche simpatia me la attirano. E poi, beninteso, c’è il consenso quasi sempre rinnovato per la felice pattuglia dei tempi di RicercaRe, Brizzi, Vinci, Verasani. Silvia Avallone appartiene alla prima categoria, degli sfruttatori abusivi della città in cui, a quanto pare, risiede, e dove produce i suoi romanzoni, quasi una serie combinatoria, dove in genere compaiono gli stessi motivi, ma con arrangiamenti variabili. Male il suo esordio con “Acciaio”, di due ragazzine condannate a vivere in un triste ambiente proletario, da ricordare gli sfondi pauperisti giù cari a Pasolini e Testori. Invece nella seconda opera, “Marina Bellezza”, si era avuto l’inserimento di un aspetto nuovo, una di queste creature “fiori del fango”, appunto la Bellezza eponima, aveva fatto carriera, come lo si può fare ai nostri giorni, diventando cantante di grido, così da creare un divario di fortuna col ragazzo del cuore, cui in definitiva, in quell’opera, ne era anche affidato il salvataggio, per il suo legame abbastanza autentico con a un Piemonte rustico e selvaggio. Infatti una ragione che potrebbe costituire il lato valido della Nostra non sta nei soggiorni bolognesi, con relative frequentazioni universitarie, in cui tenta di rubare la battuta a Silvia Ballestra, mancando però totalmente della sua leggerezza di mano. In realtà l’intero suo repertorio sta in sospensione tra i legami per un verso con Biella, e in genere col Piemonte, e per un altro verso con una località molto più a Sud, forse la Piombino degli inizi. E ritornano le due fanciulle, anche questa volta legate da un’amicizia tanto forte da dare il titolo all’intera impresa. Una delle due, Elisa, è di basso profilo, sbalzata fuori da una Biella intesa proprio come “natio borgo selvaggio”, costretta ad ambientarsi in un paese più caldo e accogliente. Là si incontra con Beatrice, che viene fuori pari pari da Marina Bellezza. O meglio, mentre Elisa si attiene al suo modesto profilo. l’altra, quasi per miracolo, per colpo di bacchetta magica, senza che l’autrice spieghi bene in quale modo, e senza che neppure l’amica del cuore se ne accorga, diventa una diva dello spettacolo, sale nel cielo del successo mediatico, quasi scordandosi della compagna di un tempo, con cui ha condiviso anni quasi di bohème appunto a Bologna, dove fra l’altro le ha rubato il fidanzato. Chissà, la nostra Avallone avrebbe potuto slanciarsi fuori dalle acque basse di un neorealismo più o meno rinnovato, attingere alle rive del mistero, del giallo. Infatti ovviamente i media si interrogano sulla misteriosa scomparsa di quella diva dell’ultima ora. Se la Avallone se avesse letto per esempio “Allegoria di novembre”, del grande Palazzeschi, avrebbe avuto la giusta imbeccata per fare il salto di categoria, per passare nel regno del mistero. Invece, dopo il periodo di latitanza, Beatrice si fa viva di nuovo, come se niente fosse successo, e dà all’amica ritrovata un appuntamento con cui si ritorna al clima casereccio e provinciale di partenza. Le due si rivedono, tutto come prima, la nostra coppia è pronta a ripartire per qualche nuova avventura, ma dal sapore risaputo e ripetitivo.
Silvia Avallone, Un’amicizia, Rizzoli, pp. 454, euro 19.

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Di Pietrantonio, il vantaggio di un'”arminuta” permanente

L’industria libraria, attiva più che mai, a correzione di quanti predicano il tramonto del cartaceo, spinge i narratori di successo a uscir fuori con nuovi prodotti con ritmo almeno biennale. Io dal mio cantuccio appartato mi diverto a valutare le nuove imprese stabilendo gli eventuali passi in avanti o indietro rispetto alle opere precedenti. Per esempio, domenica scorsa, a proposito dell’”Altra donna” della Comencini, ho parlato o di un sostanziale “surplace” o di un passo indietro nella ovvietà. Qualcosa del genere lo dirò anche, la prossima domenica, rispetto alla recente uscita della Avallone. Viceversa nel caso di Donatella Di Pietrantonio e del suo “Borgo Sud” noto un passo in avanti, rispetto al precedente “Arminuta” cui avevo assegnato un voto molto basso, nonostante la sua vittoria al Campiello. In quel caso la nostra autrice sfruttava una tradizione meridionale, forse esistente, non mi permetto certo di mettere in questione usi e costumi di quelle parti, ma pretendo solo di valutarne la maggiore o minore efficienza in termini di esito narrativo. Questa consuetudine starebbe nel dare in affido un ultimo nato, in famiglie troppo numerose ma di scarso censo, a famiglie benestanti, e desiderose di aumentare la loro figliolanza. Col che si produce una inevitabile differenza, tra la creatura che in tal modo cresce in un regine di abbondanza, e i parenti naturali, che restano abbarbicati alla proverbiale miseria del nostro Sud. Ma poi, la famiglia benefattrice si pente di quell’atto di generosità, restituisce il prestito, e dunque la fanciulla diviene appunto l”arminuta”, la restituita, costretta a ritrovare disagi e ristrettezze cui non era più abitata. Basti pensare che quella meschina, rientrata nei panni che le spettano per nascita, deve dividere il letto con una sorella che orina di frequente, e in genere si trova in totale disagio in un quadro di miseria ritrovata. Nel nuovo romanzo, invece, molto saggiamente un contrasto del genere assume un carattere più accettabile. In definitiva si tratta di una divisione per ragioni caratteriali di due sorelle legate per la pelle, di cui però una è saggia e avveduta, tanto da fare buoni studi, andando a vivere addirittura a Grenoble, in qualità di docente universitaria, mentre l’altra, Adriana, resta in preda a una natura selvaggia, ribelle. Ma sappiamo bene che le regole della narrazione privilegiano appunto i caratteri forti, quelli che hanno il mondo in gran dispitto, del resto la nostra narratrice, divenuta saggia e avveduta, lo sa bene anche lei, al punto da non dare neppure un nome, alla sorella brava, al braccio corretto della legge, delegandola solo a fare da testimone. In prima fila ci stanno i gesti inconsulti e squilibrati di Adriana, che torna a casa con un figlio, Vincenzo, di cui a lungo non si conosce la paternità, poi a stento, dalle sue labbra cucite, si verrà a sapere che il padre è una testa persa come lei, anzi, ancor di più, un individuo abbrutito nell’alcol e nel vizio. In sintesi, se il romanzo precedente era spaccato in due tempi, il paradiso artificiale che aveva accolto la ragazza favorita dal destino, ma seguito dal brutale ritorno a una realtà miserabile, qui invece si dà un bilanciamento tra le due realtà, che non si spaccano a metà, almeno in senso cronologico, in quanto le due principali protagonista, una nel suo silenzio, l’altra nella sua aggressività, quasi si conformano a un “incontrarsi e dirsi addio”, con rimbalzi ben chiaroscurati tra la realtà decorosa di una Grenoble universitaria e il Borgo Sud, eponimo della vicenda, posto alla periferia di Pescara, che funziona un po’ come il corner, o l’angolo di riserva entro cui le due contendenti si rifugiano al termine di qualche match della loro infinita disputa. Ma ammettiamolo, un altro vantaggio della prova attuale sta pure nella buona caratterizzazione di comprimari, genitori della coppia, parenti, amici, e c’è perfino una nota di “giallo”, dato che Adriana cade dalla terrazza da cui stava stendendo della biancheria. Incidente, tentativo di suicidio, o omicidio vero e proprio da parte di un altro essere selvaggio come lei?
Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi, pp. 160, euro 18.

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Crisina Comencini: un gioco troppo ben ordito

Di Cristina Comencini mi ero occupato per la sua penultima uscita, “Da soli”, 2018, mi pare con un pollice sull’”Immaginazione”, non troppo in su, anzi con una inclinazione a scendere. Parlavo di un ritorno a una sorta di “commedia all’italiana”, senza dubbio trascinato alquanto da un riscontro col padre, il regista cinematografico Luigi, che di quella stagione del nostro cinema era stato uno dei sicuri protagonisti, ma con abbondante sfoggio di fantasia e incursioni in settori diversi del tempo e dello spa

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Cristina Comencini, un gioco troppo ben ordito

Di Cristina Comencini mi ero occupato per la sua penultima uscita, “Da soli”, 2018, mi pare con un pollice sull’”Immaginazione”, non troppo in su, anzi con una inclinazione a scendere. Parlavo di un ritorno a una sorta di “commedia all’italiana”, senza dubbio trascinato alquanto da un riscontro col padre, il regista cinematografico Luigi, che di quella stagione del nostro cinema era stato uno dei sicuri protagonisti, ma con abbondante sfoggio di fantasia e incursioni in settori diversi del tempo e dello spa

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