Letteratura

Farinelli, un romanzo del WASP

Continua a comparire una vasta produzione di romanzi, quasi ad allontanare la paventata crisi del cartaceo, sembra che autori ed editori ci credano ancora. Fra le tante prove, mi sono acquistato “Gotico americano” di una a me sconosciuta, ma credo anche a molti altri, Arianna Farinelli, onesta prova di buona navigazione tra psicologia e antropologia, ospitata in una collana diretta da Roberto Saviano, ma per cominciare subito a fare polemica, consiglierei al ben noto e troppo acclamato direttore di accoglere la lezione di senso della misura, di medietà industriosa, che viene da questa scrittrice. Risulta molto bene una controversa e angosciosa condizione degli Italo-americani che vivono nella Grande Mela, guardinghi, pieni di pregiudizi tra loro. Così per esempio i coniugi Bene non gradiscono per nulla che il figlio Tom vada a sposare Bruna, proveniente anche lei da un ceppo nostrano. Non si spendono tanti soldi per assicurare al rampollo un buon inserimento nella società statunitense per vedere che invece lui va a mettersi con una giovane di incerto futuro, da semplice docente in un college, mal pagata, priva di carriera. Ma in realtà le parti nella coppia sono invertire, Tom, forse perché troppo curato dai genitori, per l’eccessivo investimento sia economico che psichico fatto su di lui, cresce timoroso, quasi immaturo. E’ peraltro un dramma che conosciamo bene, quello dei giovani rampolli di una società quale quella nordamericana, troppo opulenta, che li disarma, li adagia in un quietismo remissivo, legandoli troppo al culto dei genitori. Si pensi a un film d’altri tempi, caratterizzato da una eccellente interpretazione di Ernest Borgnine, forse proprio per la ragione che l’attore italo-americano vi incarnava qualche dato autobiografico. Nel film il protagonista confessa di essere giunto vergine, senza rapporti con l’alto sesso, fino all’ora del matrimonio. Qualcosa di simile si potrebbe ripetere per il non-protagonista di questo romanzo, per un Tom troppo ligio al clima familiare. Ma poi no, ci saranno sorprese, sul finire della vicenda, Tom è solo un addormentato apparente, in realtà, e questo è un aspetto apprezzabile nella vicenda intessuta dalla Farinelli, siamo introdotti a un quadro di società aperta, dove ogni coppia è pronta a mettere le corna al partner, per sfuggire alla monotonia di un’esistenza troppo ben regolata nelle spire del benessere. In effetti, il romanzo avrebbe dovuto essere intitolato al “WASP”, alla sigla che consacra il dominio del white-anglo-saxon-puritan, il vero dominatore dell’intera vicenda, assai più del “Gotico americano”, quale si esprimeva nel dipinto famoso di Grant Wood, quando per una sana famiglia statunitense ben salda nelle pratiche agricole non si delineavano troppe insidie. Qui invece queste si insinuano da ogni parte, ma il rito del “WASP” insegna come reggerle, e quasi disarmarle. La coppia statisticamente media messa al centro della storia resiste a ogni attentato, infatti uno dei figli, il maschio, mostra ben presto una tendenza al polo femminile, gioca con le bambole, chiede addirittura di mutare il nome da Mario a Maria. Ma ormai una certa assuefazione, ovvero un prevalente tono medio, permette alla coppia di reggere a quella prova e di tirare avanti, Duro è anche accorgersi che Bruna, amareggiata dal nullismo del marito, privo di slanci verso di lei, cerca consolazione nell’amore con un giovane allievo, tale Yunus, fino a rimanere incinta di lui. A questo punto il saggio controllo del regime WASP viene meno, ha un momento di cedimento, in un lungo capitolo in cui la narratrice decide di seguire questo campione estraneo alla medietà prevalente altrove, e di offrirci lo spaccato di una tormentosa storia dei maltrattamenti che i Bianchi e Puritani continuano a infliggere ai Neri. Da qui le loro violente ritorsioni, fino ad affiliarsi all’Isis. Per questo verso, siamo in presenza di un capitolo che potrebbe essere scritto anche da Saviano, ovvero un certo estremismo si prende una indubbia rivincita. Ma poi di nuovo la trama si rituffa nel WASP, in un finale “tuto per bene”, nasce il figlioletto di sangue misto, ma la famiglia di Tom e Bruna, e del transessuale Mario-Maria, lo accoglie senza troppe difficoltà, in definitiva cacciando fuori scena gli orrori affacciatisi con le vicende di Yunus.
Arianna Farinelli, Gotico americano, Bompiani, pp. 275, euro 18.

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Ruffilli e Rondi: il dritto e il rovescio nella poesia

Ho ricevuto in questi giorni due libri di poesia, che come è noto corrisponde a un genere poco frequentato da me, ma non mi voglio sottrarre al dovere morale di dare un qualche segno di gratitudine verso chi si degna di mandarmi i suoi prodotti. Fra l’altro, sono così stimolato a riprendere le fila di un mio discorso generale, di cui alcuni paragrafi sono stati suscitati da occasioni diverse tra loro, da raccolte poetiche di Aldo Nove, di Roberto Pazzi, e perfino di un frequentatore insolito di questi lidi quale Alberto Moravia. Per un miscredente come me, si dà una condizione primaria perché un prodotto in poesia risulti accettabile, che cioè esso dimostri di aver accolto un detto celebre di Verlaine, “prends l’éloquence et tords lui le cou”, che io allargo in un più ampio “prendi la poesia, nelle sue manifestazioni più usuali, e strozzala, gioca in senso contrario, in controtendenza”. Ciò premesso, vengo a menzionare le due raccolte poetiche che provocano questo mio discorso. La prima è di Paolo Ruffilli, “Le cose del mondo”, lo ringrazio di essersi ricordato di un inesistente come me, e mi sento un po’ in colpa per il fatto di prenderlo come capro espiatorio. Ma sta di fatto che ogni sua lirica si può raddirizzare. Per carità, tutto in regola, buona eredità da un certo crepuscolarismo, da un ermetismo sempre persistente presso di noi, perfino da una certa “linea lombarda”. Ma sta di fatto che una sopravvivente eloquenza non viene certo strozzata, anzi, promossa, in un fare sentenzioso, attraverso massime, detti pieni di saggezza, giuste osservazioni, sensazioni abbastanza normali. Del resto Ruffilli è in buona compagnia, suppongo che meriterebbe il plauso di un campione assoluto di questo perbenismo poetico quale Maurizio Cucchi, che proprio sul “Robinson” di stamane, tanto per consolarci dei guai provocati dal corona virus, ci offre un florilegio, fatto tutto di prove assennate, ragionevoli, corrette, tra cui un frutto alla Ruffilli ci starebbe bene. L’altro prodotto che mi è arrivato viene da un autore fecondo e inesauribile quale Mario Rondi, e già il titolo appare molto indicativo, simile a un “giallo” che riveli perfino in copertina il segreto. il colpevole. Infatti la raccolta si chiama “Un mondo di stramberie”, una nozione, quella dello strambo, lo si ammetterà, assolutamente estranea all’universo di Ruffilli e compagni, che invece tentano di far rientrare la loro dizione sapiente nella norma, nello scorrimento più accettabile, senza scosse e senza traumi. In definitiva, da incorreggibile sostenitore del fronte sperimentale e innovativo, devo perfino ammettere che di questi tempi è divenuto difficile applicare la spada della separazione a livello di narrativa, mentre è più agevole farlo proprio in campo poetico. Dopotutto, come per la narrativa resto affezionato a chi frequentava gli appuntamenti reggiani di Ricercare, per l’ambito poetico il tratto discriminante sta nel mio saggetto, temo ormai introvabile, dell’81, dedicato alle ricerche intraverbali (“Viaggio al termine della parola”). E Rondi c’era, e non ha tradito quella appartenenza, anzi ne dà conferma, come in questo caso, dove ogni lirica è “tagliata”, come si fa per mescolare le carte. Un andamento fluido e sensato, alla maniera di Ruffilli, viene invariabilmente bloccato, ostacolato da un qualche inserto in apparenza immotivato. Insomma, siamo pur sempre alla vecchia pratica del “cadavere squisito”, che è un po’ la legge dell’universo poetico a cui mi attengo, come un fisico potrebbe farsi sostenitore dell’antimateria. Del resto, a chi temesse che il “cadavere squisito” fosse una pratica ormai degna di entrare nel museo, ne potrei ricordare una più recente, messa in atto da un brillante sostenitore della mia categoria di riferimento, Corrado Costa, autore di un audiotape in cui aggredisce gli ascoltatori_ “zuccconi, questo è il retro, il retro”. Naturalmente, per tutti gli aderenti a questo club, c’è sempre e soltanto il retro, il raddrizzamento è quanto si deve evitare.
Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Mondadori, pp. 198, euro 20. Mario Rondi, Un mondo di stramberie, Genesi Editore, pp. 161, euro 15.

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Ruggiero: una fresca e attendibile “autonarrazione”

Ricevo da Paolo Ruggiero un suo “romanzo”, “La grande stagione”. Di lui non so molto, tranne che era accanto a me, come mi ricorda, in una edizione di RicercaBO, senza però essere stato invitato a leggere un suo brano, cosa che spero voglia fare alla prossima occasione. Ho messo tra virgolette il termine di “romanzo”, tanto risulta inadeguato per l’opera di Ruggiero, mentre gli risulta assai più propria quella, oggi dilagante, di “autofiction”, o di “autonarrazione”. Andando indietro nella storia, viene quasi fatto di ricordare che in passato, accanto alle prove narrative, o alle tragicommedie, esistevano pure i “Chronicle Plays”, in cui eccellevano grandi autori come Shakespeare e Defoe, Oppure, più modestamente, parliamo di un andamento a struttura diaristica, come succede in quest’opera, scandita secondo il succedersi dei mesi in cui il protagonista, Livio, riversa quasi ad horas le sue private vicende, e ci sarebbe da meravigliarsi se tutto questo non fosse molto vicino all’esperienza dell’autore in persona. Che a un bolognese come me offre il piacere di svolgersi per gran parte nelle vie, vicoli, piazzette, angiporti della città felsinea, in cui Livio si aggira sia per ragioni di studente, sia per la disperata ricerca di un impiego, intento anche a soddisfare i bisogni primari del cibo e del sesso. In entrambi questi capitoli la narrazione è fedele, esauriente, fino quasi a fornire una guida a come si soddisfano i morsi della fame in tutti i modi spiccioli, di cibo per le strade, o qualche rara volta in ristoranti stellati. Ce n’è quasi da ricavare una guida per appetiti solidi e nello stesso tempo non sostenuti da adeguate risorse economiche. Lo stesso, e anche più, si dica per gli appetiti carnali. Il protagonista è sempre pronto a “rimorchiare”, anche da questa materia si potrebbe trarre un vademecum analitico, persuasivo, una perfetta guida, e anche un capitolo di quel compito primario che a mio avviso deve essere immanente a tutta la narrativa dei nostri giorni, di stendere una enorme “critica della ragione sessuale”. In sintesi, una simile prova rende onore, fa risalire nel punteggio le prestazioni da riconoscersi ad autori praticanti nella città felsinea. Chi mi segue sa che assegno un punteggio molto basso ad alcuni suoi esponenti, a un Fois che del resto è quasi un abusivo entro le mura petroniane in cui importa una stereotipata tematica sarda: a un Nori, dalle prove striminzite ed evasive. E anche le industriose ricognizioni storiche dei Wu Ming non mi persuadono troppo. Più convincente il giallista principe, Carlo Lucarelli, sfidante del Nostro proprio in materia di bolognesità, ma perché questo autore, certamente di largo successo e rinomanza, si ostina a indietreggiare nel tempo, immergendoci in una triste Bologna degli anni di guerra, come nel recente “L’inverno più freddo”? E freddo, ingrato, anche se molto puntuale, è il ritratto che ne esce della nostra città. Mentre Ruggiero ce la restituisce verace, palpitante, in presa diretta. Del resto, la stessa efficacia egli riesce a ritrovarla anche quando i casi della vita lo portano altrove, per esempio a Parigi, e anche a questo proposito devo ammettere che, essendo un buon conoscitore della Ville Lumière, mi ritrovo con piacere e adesione negli itinerari che il Nostro ne traccia. E poi, c’è pure il paese del cuore, della nostalgia adolescenziale, in una provincia dell’Est in cui Livio è cresciuto, e va ancora a trovare la madre, ma è anche il luogo che gli suscita un “vautour”, in quanto vi è morto il padre, pilota d’aereo spericolato, votato alle acrobazie, ma rimasto vittima di una di queste. E il ricordo doloroso si affaccia, attende al varco il nostro anti-eroe, unica molla che ponga un qualche ostacolo a una “joie de vivre” diversamente piena, colma di odori colori sapori.
Paolo Ruggiero, La grande stagione, Castelvecchi, pp. 313, euro 19,50.

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Candidature allo Strega

A conferma della mia pochezza e della scarsa stima in cui sono tenuto, non mi hanno mai chiamato a far parte degli ”Amici della domenica”, come mi pare che ancora siano detti i votanti per il Premio Strega, né del resto ho mai fatto parte di alcuna giuria di premi letteraria. Però mi guardo bene dall’accedere alla sindrome della volpe che si giustifica per l’uva che non riesce a raggiungere dichiarandola “nondum matura”. Fuor di metafora, invece di disprezzare il Premio Strega, ne seguo da lontano le vicende, considerandolo il migliore nei nostri patii lidi, tanto più che negli ultimi anni ha laureato molti narratori cui va il mio plauso, come Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia, e anche altri, pregevoli anche se a me non particolarmente cari. Per la prossima premiazione ho sotto gli occhi una pagina del “Corriere” che elenca ben 54 candidature, con relativi sponsor, numero spropositato, ma in definitiva mi potrei rallegrare proprio di essere “fuori”, e così non sottoposto all’onere massacrante di leggere altrettanti romanzi. Disgraziate le case editrici che avranno l’obbligo di spedire tante copie dei loro prodotti a decine di indirizzi. Comunque, proprio per non comportarmi da ipocrita volpe di fronte al frutto non raggiungibile, entro in campo per trinciare un qualche mio giudizio, magari ribadendo quel poco che riesco ancora a esprimere nero su bianco grazie all’appoggio che mi viene dall’”Immaginazione”, coi miei due “pollici” in su o in giù. Nel penultimo numero uscito ho espresso due pollici voltati in su proprio per due candidati, uno dei quali è Sandro Veronesi, col suo “Colibrì”, senza dubbio un buon prodotto, cui io stesso ho dato un forte gradimento nella mia recensione. Eppure non mi pare che valga la pensa stravolgere certe consuetudini, non so bene se mai lo Strega abbia replicato nelle sue assegnazioni, in ogni caso il ricorrere a una soluzione del genere mi sembra quasi come dichiarare una mancanza, un senso di vuoto, mentre al contrario l’alto numero dei partecipanti sta a significare perfino un “troppo pieno”, in contraddizione con la ben nota crisi del cartaceo che oggi ci affligge. Quindi, nonostante la stima che senza dubbio Veronesi merita per questa sua prova, e le molte altre precedenti ugualmente degne, consiglierei di non affidarsi a un gesto così poco redditizio e propizio. Mentre, scorrendo proprio la lista dei candidati, scorgo ai primi posti un nome degnissimo, Silvia Ballestra, con un titolo rivelativo, “La nuova stagione”, che io stesso ho lodato in un “pollice” a fianco di quello elargito al “Colibrì” di Veronesi, rallegrandomi proprio per il fatto che la scrittrice marchigiana con questa sua ultima prova si è rilanciata, dopo una serie di apparizioni un po’ fuori tono, o rassegnate a ricalcare vecchie piste, a ritornare sui luoghi di passati successi. I quali comunque esistono, e mi pare che non siano mai stati riconosciuti adeguatamente. Penso a capolavori quali “La guerra degli Antò” o “Compleanno dell’iguana”, con cui, agli inizi dei ’90, si è aperta la stagione eccezionale di RicercaRE, di cui appunto sono andati a dama, insigniti cioè dello Strega, i molti menzionati sopra. E dunque, perché non premiare chi è alle origini di quella fortunata serie? Oltretutto sarebbe anche una giusta via per dare la palma a una voce femminile, di sempre rara presenza nell’elenco dello Strega, credo che si debba andare molto indietro negli anni per trovarne una. Mi si potrebbe obiettare che in lista c’è pure Valeria Parrella, col suo “Almarina”, su cui ho dato da qualche parte un giudizio abbastanza positivo, del resto anche il suo patrocinante, Nicola Lagioia, fa parte della lista gloriosa degli emersi a Reggio Emilia. Ma si scopre che questo romanzo era già uscito prima della proclamazione dell’anno scorso, e dunque si riscontrano ragioni di inopportunità simili a quella che dovrebbe impedire di votare Veronesi, seppure per altre ragioni. Sconsiglio poi vivamente Gian Arturo Ferrari, che mi sembra appartenere alla categoria di chi, forte di solide posizioni di apparato, cerca di trasformarle in titoli spendibili sul mercato del successo letterario. Ho detto altre volte che, mentre un tempo i potenti, a cominciare dallo stesso Lorenzo il Magnifico, cercavano di acquisire titoli di gloria praticando la poesia, oggi lo fanno nell’ambito della narrativa, più spendibile a livello pubblico.

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Canepa: una mancata tempesta

Mi fa piacere che Emanuela Canepa, alla sua seconda prova, “Insegnami la tempesta”, dopo “L’animale femmina” con cui nel 2018 aveva riportato il Premio Calvino per opere inedite, stia avendo un buon riscontro, ne ho visto apparire varie recensioni di tono positivo. Nel quadro del fertile scambio tra quel Premio e RicercaBO, assicurato dal presidente del Calvino, Mario Ugo Marchetti, la Canepa quell’anno era venuta al nostro incontro a leggere un brano della sua opera prima, ma, data la complessità di trama, era proprio un tipico caso in cui una lettura parziale non riusciva farci capire di che cosa di preciso si trattasse, comunque appariva già l’incongruenza del titolo, in quanto spiccavano in primo piano due presenze maschili, intuitivamente legate tra loro da un rapporto omosessuale. In seguito, uscito a stampa il romanzo, ne avevo potuto effettuare una lettura completa, e addirittura dedicarle una recensione, su invito dell’amico Marchetti, affidata all’”Indice”, ma nella sua versione on line, che a me appare, al pari di ogni altra destinazione del genere, come una sorta di bottiglia affidata al mare, chissà se mai riemergerà e qualcuno la raccoglierà. Comunque, avevo scorto che una presenza femminile c’era, balda, giovanile, pronta a contestare la prepotenza dell’”animale maschio”, che si era spinto fino al delitto. Di fronte a questa nuova prova, comincio col notare l’assoluta inadeguatezza del titolo, “Insegnami la tempesta”. Ma di quale tempesta si parla? Non ce ne sono i presupposti, perché scompare quel rapporto pugnace uomo-donna che vivacizzava il romanzo precedente, qui ci si trova tra “Donne sole”, quasi per dirla ricalcando Pavese, col tentativo della scrittrice di agitare le acque, ma a fatica. Che cosa ci può essere di più convenzionale e risaputo quanto una madre, Emma, imperiosa, decisa a comandare a bacchetta sulla figlia Matilde, a controllarne perfino la vita sentimentale, a vessarla in ogni modo, fino a provocare in lei una inevitabile ribellione? Infatti Matildea un certo punto non sopporta la prigionia morale cui la condanna la madre, fugge, ripara in un convento, dove incontriamo una figura del tutto simile a Emma, una Irene anche lei donna imperiosa, abituata a comandare, che poi, però, non si sa bene perché, compie il gran rifiuto, e nel modo più ferreo, andando a rinchiudersi in un convento di clausura, in un monastero di Clarisse, quasi come una Monaca di Monza, ma del tutto volontaria, forse però mossa dall’intento di continuare a dominare, seppure entro quella situazione disagiata. Ma perché la ragazza è fuggita, basta a spiegarne l’atto la pretesa di sottrarsi alla perversa dominazione materna? Confesso che per un momento ho pensato, anzi, sperato che ci fosse anche qui lo zampino di una presenza maschile. Infatti accanto a Emma c’è pure la figura di un secondo marito, Fausto, che dunque è nel ruolo di patrigno nei confronti della giovane e sofferente Matilde. Forse egli ha tentato di abusare di lei, consumando un atto, che peraltro non sarebbe propriamente parlando un incesto? Ma no, anzi, questo Fausto è l’unico a comprendere davvero la figlia adottiva, a mostrare verso di lei sentimenti di gentilezza e affezione. E dunque, nulla da fare, non c’è tempesta, ma bonaccia di sentimenti, routine psicologica. Mi pare proprio che la nostra Canepa abbia sbagliato a questo suo secondo appuntamento, speriamo che si rifaccia in prossime occasioni.
Emanuela Canepa, Insegnami la tempesta. Einaudi, pp. 240, euro 17,50.

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Nove e Pazzi: percorso unico dalla poesia alla prosa

Ho ricevuto nei giorni scorsi il volumetto di liriche di Aldo Nove, “Poemetti della sera”, mentre in un incontro diretto a Ferrara, a proposito di un mio minuscolo saggio, “Una mappa per le arti in epoca digitale”, ho avuto con diretta consegna a mano una robusta antologia in cui l’amico Roberto Pazzi ha concentrato quasi per intero la sua produzione in poesia, “Un giorno senza sera”. Sono due autori molto diversi tra loro, ma trovo che li congiunge molto utilmente il fatto di essere entrambi cultori del genere breve appunto della poesia assieme all’altro “lungo” della narrativa. Le due componenti, lungi dall’ostacolarsi, agiscono in provvida concomitanza, o almeno così risulta a un lettore come me, che muove da una congenita diffidenza verso il genere poesia, di cui teme la caduta nel limbo o inferno del cosiddetto “poetichese”, così come pure per altre attività può esistere una analoga accusa di degenerazione. Molti dei miei colleghi che si occupano d’arte scrivono in “critichese”, e quanti frequentano le rive della filosofia scivolano nel “filosofese”, in cui, per non far nomi, eccelle Massimo Cacciari. Che cos’è il “poetichese”, che dà pure luogo alla “vergogna della poesia”? Il far ricorso a un lessico prezioso, cruschevole, ermetizzante. E il trovarsi pure, lo si voglia o no, coinvolti nelle questioni di una qualche metrica, anche se indubbiamente alleggerite dall’adozione, nella contemporaneità, del verso libero. Invece chi ha consuetudine anche con la prosa, se si cimenta pure nell’altro genere, lo fa avvalendosi di un linguaggio prosastico, comune, e anche di una sintassi molto fluida, dominata dalla paratassi, ovvero restano aperti i cancelli per una conversione da uno stato all’altro, senza nette cesure. Una situazione del genere si può allargare a tanti altri casi di simultanea frequentazione dei due lidi. Parlando proprio con Pazzi, ricordavo il caso notevolissimo di Moravia, autore di poesie fatte di tanti versetti sciolti, scarni, allungati come vermi. E ci starebbe pure il caso di Nanni Balestrini, pronto ad applicare a una pretestuosa “testa d turco”, trovata in una anonima signorina Richmond, una serie smisurata di apposizioni, a ruota libera, tirate fuori a colpi di dadi. E’ un criterio di libera casualità che poi Balestrini ha saputo applicare anche “in grande”, in componimenti narrativi pronti a diramarsi in infinite varianti. Questo esempio vale subito nel caso di Nove, anche lui portato a lunghe verificazioni, come fossero litanie, dedicate alla propria madre, o alla madre di tutti, alla Madonna. Infatti, mentre il metodo di Balestrini è inesorabile e pesca solo nel casuale, Nove invece incrocia il sacro col profano, componendo lunghe preghiere laiche, e magari invitando il pubblico presente a salmodiare assieme a lui i versetti di quelle litanie apotropaiche, forse suscettibili di procurare giorni di indulgenza, comunque non prive di potere consolatorio.
Si sa che Nove tiene un piede nella narrazione, ma con esiti alquanto rari. In Pazzi invece il narratore, rispetto al poeta, è ben più nutrito, egli vanta, se ben ricordo, non meno di una ventina di romanzi, che credo di aver recensito per lo meno in buona parte. E dunque, nel suo caso, anche quando assume la veste del lirico, si aggiunge pure immancabilmente il profilarsi di una “storia”, di uno spunto che basterebbe poco per allargare. Lo dice del resto lui stesso, ottimo commentatore di sé, che dai versetti snocciolati quasi d’impulso vede delinearsi i personaggi dei suoi romanzi, Cesare, Cleopatra, Napoleone, gli zar russi. Ovvero, c’è un percorso continuo che dall’esercizio breve porta verso il lungo. Prendiamo del resto il titolo stesso di questa antologia, “Un giorno senza sera”. Non potrebbe essere lo spunto per il dramma di un’umanità non più beneficata dal provvido arrivo delle tenebre serali, costretta a vivere sotto un’illuminazione inesorabile, come si fa per strappare la confessioni a qualche carcerato? Trovo esemplare in particolar modo il poemetto, “La mosca di Gravina”, riportato nel quarto di copertina della presente antologia. Vi scorgo adombrato un soggetto giù trattato da un regista dello horror di cui al momento non ricordo il nome, che mette in scena uno scienziato in anticipo sui nostri giorni, tentato addirittura dal progetto di trasportare lontano da sé il proprio corpo, pronto per tale scopo a chiudersi in una cabina ermetica. Ma non si accorge, il disgraziato, che assieme a lui è pure entrata una mosca, e così non può evitare che il suo corpo, trasmesso a distanza, salti fuori con la testa del vile insetto. Ebbene, uno spunto del genere mi pare pure insito nella lirica del nostro Pazzi, che per raggiungere una lontana donna amata pretende di mutarsi volontariamente in una mosca, e chiede alla donna di ospitarlo dentro di sé. Forse sfugge al nostro poeta che in tal modo rasenta una lirica eccezionale del Metafisico inglese per eccellenza John Donne, autore di un elogio dedicato a una zanzara che prima succhia il sangue di lui, poi quello della donna amata, e dunque in quell’essere vile avviene il coito, la congiunzione dei due sangui. Termino con un piccolo omaggio a me stesso, tornando a menzionare il libriccino di cui ho parlato in apertura, e che mi ha consentito di ricevere il dono poetico di Pazzi. In esso dichiaro che al giorno d’oggi tutte le creazioni, visive o letterarie che siano, confluiscono nel mezzo digitale, resta però un’unica differenza, appunto tra il fare breve e invece l’allungare il prodotto. I migliori operatori letterari, come Pazzi e Nove, sanno passare agilmente dall’una all’altra dimensione.
Aldo Nove, Poemetti della sera. Einaudi, pp. 88, euro 10,50: Roberto Pazzi, Un giorno senza sera, La nave di Teseo, pp. 293, euro 18.

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Un romanzo che talvolta supera “le dosi consigliate”

Continua ad affermarsi una valida comparsa di testi narrativi che evitano di sfruttare l’abusata moda del “giallo” e non mirano neppure a sfociare in qualche prodotto televisivo. Dopo aver dedicato la domenica scorsa un elogio alla Sottili, ora posso dire bene, seppure con dubbi e riserve, di un altro romanzo, “Non superare le dosi consigliate”, di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, le cui poche apparizioni anteriori a questa recente giustificano una mia completa ignoranza su di lei. A mettermi sulle sue tracce ha provveduto una pur minuscola recensione di un’ottima intenditrice quale Silvia Ballestra. Volendo trovare un genere entro cui classificare questa prova, potremmo evocare l’elegia, o la geremiade, cioè un lamento, una protesta contro i colpi del fato, di un’avversa fortuna, di un’umanità maligna e pregiudizievole. Roba che trova il suo capolavoro assoluto nell’”Elegia di Madonna Fiammetta”, in cui il genio narrativo del Boccaccio ha profuso le sue doti migliori. Per rispettare le regole di questa forma di narrazione, bisogna stare dentro al tema, non uscirne, ma nello stesso tempo trovare al suo interno una materia sufficiente per riempire il componimento. In linea di massima sarebbe pure questo il caso, in quanto la protagonista, tale Matilde, inutile stare a chiedersi se ci sia qualche riscontro con la biografia dell’autrice, denuncia il male che l’ha afflitta, una grassezza eccessiva, una bulimia sfrenata, con relativa assunzione di tutti i prodotti in cui si esplica l’offerta alimentare dei nostri giorni, accompagnata da uno straripante assedio pubblicitario. E quando la nostra scrittrice sta al tema, tutto procede bene, le sue confessioni, o lamenti tristemente elegiaci, o in vena di inarrestabili geremiadi, sono convincenti, ottimi sintomi di un male dei nostri tempi. Ma in qualche misura è pure possibile rivolgere contro la protagonista quanto lei stessa ci dice nel titolo, seppure pensando di rimanere all’interno di una prescrizione di ordine dietetico o farmaceutico, “non superare le dosi consigliate”. E’ quanto invece l’autrice non fa, ma a livello globale di strategia narrativa, infatti spesso e volentieri accantona questo aspetto riconoscibile e valido, di una fame incontenibile, insaziabile, con relativo aumento del peso fino a proporzioni mostruose, per gettare occhiate attorno a sé, o anche a se stessa, ma secondo un percorso a strappi, a singhiozzi, tra il dire e il non dire, con accuse, attacchi improvvisi e inopinati, ma prontamente seguiti da ritirate, da smentite. Forse è inevitabile che il rifarsi dalla prima infanzia, alla ricerca delle tracce iniziali di bulimia implichi di necessità il portare sul banco degli accusati la propria famiglia, ma già qui comincia un procedimento a base di atti d’accusa subito seguiti da ritrattazioni, La madre, quale giudizio darne, è la prima colpevole a sfiduciare Matilde, a stigmatizzare in misura atroce la sua grassezza, o invece no, tutto sommato è stata amorevole, pronta alla comprensione? E il padre, un mostro di indifferenza, o invece una creatura sensibile, del tutto degna di ricevere l’affetto della figlia? C’è poi tutto un ballare su e giù a livello sociale ed economico. Il padre è stato persona di successo, o invece ha trascinato la famiglia a condizioni fallimentari? La stessa avidità della protagonista ha dovuto saziarsi tante volte non più che di un pane povero, da sottoproletariato. E c’è pure un andare su e giù quanto a doti intellettuali della protagonista e sue eventuali affermazioni di ordine professionale. E’ una “minus habens” quanto a talento, oggetto di scherno da parte delle compagne, e, come detto, perfino dei genitori, o al contrario è piena di meriti che le consentono una brillante carriera negli USA? Insomma la narrazione sbanda, apre spiragli in troppe direzioni, anche se non dobbiamo dimenticare la massina pirandelliana secondo cui “la vita non conclude”. Ma in definitiva la nostra Matilde supera in troppi casi “le doti consigliate”, anche secondo il saggio proposito formulato a suo vantaggio. Per fortuna l’andamenti narrativo si riscatta ogni volta che torna a risuonare la sconsolata elegia per la grassezza molesta, con tutti i disturbanti fattori somatici che l’accompagnano.
Costanza Rizzacasa D’Orsogna, Non superare le dosi consigliate, Guanda, pp. 249, euro 18.

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Letteratura

Sottili: un vento che riporta memorie

Nonostante che si parli tanto della crisi del cartaceo, questo resiste attraverso una abbondante uscita di uno dei suoi frutti più consistenti, il romanzo, che non pare proprio arrendersi rispetto al pur temibile rivale televisivo. Purtroppo, essendo un decaduto, ricevo ben pochi omaggi a domicilio, ma sbircio avidamente le recensioni contenute nei vari supplementi letterari, anche questi in definitiva cartacei, e procedo all’acquisto di romanzi che mi sembrino solleticanti, anche se non so nulla dei rispettivi autori, e non ne ho letto qualche prodotto precedente. E’ il caso di Eleonora Sottili e del suo “Senti che vento”, che mi sembra un buon frutto di varie componenti. Intanto, di un realismo che è pur sempre la moneta pagante, ispirato alle varie alluvioni che anche in tempi recenti hanno funestato il nostro Paese. Qui siamo a un esubero del Magra, in Liguria, e la descrizione di come le acque aggrediscono un villino invadendolo fino al primo piano è condotta in modi lucidi, esatti, senza concedere nulla a fattori misterici, come poteva avvenire nei racconti di Buzzati. E’ un pericolo reale cui si può reagire con gesti concreti, come quello di affrettarsi a portare ai piani superiori gli oggetti, utili o inutili, giacenti in basso, tra cui anche i regali ricevuti per un matrimonio imminente, che dovrebbe unire la protagonista, Agata, a un giovanotto, tale Giacomo, figura incolore e praticamente assente. Qui si potrebbe inserire una nota psicologica, a integrazione della sventura meteorologica, in quanto è evidente che la fidanzata non gradisce molto quell’unione prossima, e dunque è ben lieta che l’invasione delle acque distrugga quei doni, incolpevoli simboli, di un futuro non troppo amato. Accanto a lei ci sono una nonna e una madre, le tre costituiscono una piccola comunità ben organizzata e autosufficiente, tanto da rifiutare risolutamente le proposte di aiuto, o di esodo, che giungono loro dalle squadre di pronto soccorso. Infatti uno dei meriti di questo romanzo è di evitare assolutamente le note della fosca tragedia, questo nucleo familiare sopporta molto bene la calamità. Le tre donne si accontentano che l’assistenza provveda solo a rifornirle di acqua potabile, che diversamente non uscirebbe dai tubi, ormai inutilizzabili. Si dà anche un abile gioco tra il dentro e il fuori, per esempio una barca, trasportata dalla corrente, giunge a percuotere la casa. Le tre abitanti decidono di farla attraccare, quasi come preda di guerra, e intanto salvano dalle acque anche un cucciolo di cinghiale che diviene quasi la loro mascotte, come un cagnolino affezionato, alimentato con provvide poppate di latte. Accanto allo scambio con l’esterno, ne esiste uno all’interno, il frettoloso trasferimento degli oggetti collocati, e dimenticati nei ripostigli in basso portano alla scoperta di lontane foto di famiglia, coi loro relativi segreti, che giacevano nell’oblio, tra cui una relazione che la nonna aveva avuto con un amore clandestino. Del resto anche la protagonista numero uno, in quella reclusione forzata, ha tutto l’agio di riandare con la memoria a un suo tradimento nei confronti del fidanzato Giacomo. Lo avevamo intuito, che quella relazione non era alimentata da una vera e propria passione, per questo verso l’alluvione delle acque raggiunge una portata simbolica, assumendo il compito di cancellare, o almeno di rinviare sine die, un rapporto affettivo sbagliato, o avvertito come un “pis aller”. L’assenza del fidanzato non è solo dettata da cause di forza maggiore ma risponde anche a una “panne” sentimentale, quanto meno da parte della candidata al matrimonio, che peraltro è l’unica di cui conosciamo in cronaca diretta i sentimenti. Insomma, si potrebbe concludere, non tutte le disgrazie vengono per nuocere, quei giorni di isolamento causati dall’inondazione costituiscono un utile momento di pausa, di ripensamento.
Eleonora Sottili. Senti che vento. Einaudi, pp. 193, euro 16,50

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Letteratura

Un dialogo impari Tra Ammaniti e Avallone

La “Lettura” di domenica scorsa 26 gennaio offre come piatto forte un dialogo tra Nicola Ammaniti e Silvia Avallone. O meglio, più che un dialogo alla pari, è un’intervista che la giovane autrice (1984) indirizzo allo scrittore più anziano di lei di un ventennio (1966). In realtà, è un incontro impari, a senso unico, dove la giovane intervistatrice dichiara la sua ammirazione per l’autore più maturo, e ne ha ben donde, infatti a mio avviso Ammaniti è il numero uno di quella squadra poderosa che abbiamo avuto la fortuna di ospitare negli incontri anni Novanta a RicercaRE, Reggio Emilia, quelli connotati dalla formula lanciata dal duo Cesari-Repetti di “gioventù cannibale”. Il loro merito, e di Ammaniti in particolare, è stato di rilanciare la componente che sembrava vitanda, in una narrativa di ambizioni sperimentali, legata a un recupero della trama, del plot o dell’intrigo, o come altro si voglia dire. Tanto che i “puri” assertori delle avanguardie vecchie e nuove, sul tipo di Angelo Guglielmi, sono stati molto reticenti nel seguirci in quell’impresa, e in particolare proprio su quell’esponente di punta hanno sempre presentato un “pollice verso”. Invece per capire fino in fondo Ammaniti, bisogna forse prendere le mosse dal titolo di uno dei suoi capolavori, “Come Dio comanda”. Infatti il nostro narratore non ha snobbato il ruolo di “deus ex machina” nei confronti dei suoi svolgimenti, ha inserito una istanza superiore, inesorabile come una “ananke” greca, che si inserisce perfettamente nel panorama della nostra realtà quotidiana, con le sue miserie, squallori, passi falsi, e li manovra, implacabile, verso la catastrofe, verso un finale grandioso, dando fuoco alle polveri, talvolta anche in senso reale, Di questo superbo, inesorabile, sequenziale narratore sono stato più volte l’estasiato e convinto esegeta, nutrendo qualche dubbio sui suoi ultimi passi. Come quelli rappresentati da “Anna”, e devo dire che mi turba il suo attuale passaggio a riversare il racconto sul supporto digitale, anche se in linea di massima una variante del genere rientra in pieno nella mia teoria, che dichiara, nel nome di Aristotele, l’equivalenza poetica del raccontare in terza o in prima persona, del romanzo e del cinema, ammettendo inoltre che anche questo oggi debba rifluire nella tecnica digitale. Rivio in proposito a un mio recente opuscolo, “Una mappa per le arti nell’epoca digitale”.
La Avallone, ben consapevole della distanza di valore tra i suoi propri exploit e quelli dell’intervistato, lo gratifica di un entusiasmo di cui però non si trovano tracce nei suoi tre romanzi. Il primo, ”Accaio”, è stato oggetto di una mia stroncatura perché ricadeva in soluzioni da vecchio neorealismo, alla maniera di Pasolini o di Testori, senza alcuna traccia delle vie innovative del suo interlocutore. Forse qualcosa di meglio compariva nel secondo romanzo, “Marina bellezza”, personaggio più in linea coi nostri tempi, più disinibito e libero. Ma la terza uscita, e più recente, “Da dove la vita è perfetta”, è ricaduta in uno stanco quadro sociologico di disavventure legate alla maternità, accettata o no. Insomma, mentre Ammaniti è il fulgido rappresentante di una fase eroica, sul finire del secolo precedente e oltre, della nostra narrativa, non riconosco un merito del genere alla Avallone, che infatti mi sono guardato bene dal chiamare all’iniziativa in cui ho tentato di dare un seguito agli incontri reggiani, RicercaBO, a parte il fatto che lei stessa avrebbe rifiutato sdegnosamente di parteciparvi. Ma a ognuno i suoi metri di giudizio.

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Letteratura

Una brillante collaborazione tra l’Italia e il Canada

Ricevo il n. 30/31 della rivista “Parole” (non trovo il carattere con cui dovrebbe essere indicata la lettera “o” secondo la grafia del Saussure). La storia di questo periodico è molto interessante, è stato fondato nel 1985 da Luciano Nanni, cui ho l’onore di aver affidato, negli ormai lontani anni ’70, l’insegnamento di estetica al corso DAMS, dove ha dato ottima prova di sé, riportando più volte la menzione di miglior docente tra tutti. Senza dubbio ha impresso al suo insegnamento, rispetto alla mia precedente conduzione, una svolta accentuata verso interessi logico-linguistici, di cui il termine adottato come sigla della sua creatura è un segno evidente. Ma poi, andato in pensione, Nanni ha cambiato pelle, lasciando cadere gli interessi teorici per darsi alla pratica dell’arte, ideando una tecnica particolare di sfruttamento degli effetti del gelo e della brina sui vetri, adottando per queste sue prove il vocabolo di “criografie”. E per meglio ribadire una simile metamorfosi ha adottato lo pseudonimo di Nanni Menetti. C’è in questo una qualche analogia col mio stesso percorso, dato che, andato in pensione, anch’io mi sono immerso in esercizi pittorici, senza però tralasciare la greppia della teoria, fedele all’immagine dell’Asino di Buridano che ho sempre dato, incerto da quale greppia alimentarsi. Data l’avvenuta trasformazione, Nanni Menetti ha lasciato la direzione di “Parole” affidandola a Antonio Bisaccia, docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari, il quale ha realizzato un interessante e inedito ponte transoceanico collegando la rivista, non genericamente all’America del Nord, ma con scelta esclusiva rivolta alla città di Toronto, e così ottenendo una cogestione tra studiosi italiani e colleghi canadesi. Di ciò l’attuale fascicolo è una buona risultante, essendo aperto da un ampio saggio di John Picchione, uno dei migliori italianisti non solo del Canada ma più in generale del Nord America, ben noto sia per gli studi sulla nostra neo-avanguardia, con particolare riferimento ad Antonio Porta, e anche sulla questione generale di come distinguere tra il “modernismo”, il termine che a mio avviso impropriamente i colleghi nordamericani hanno identificato con le avanguardie storiche, e il postmoderno. Recensendo un contributo di Picchione a una simile tematica, ho lodato molto le sue osservazioni critiche relative alla difficoltà di dare confini certi a quel “post”, dato che tanti dei caratteri che dovrebbero assicurarne la specificità si ritrovano già nel “modernismo” degli inizi di secolo. Questa volta Picchione si presenta con una lettura molto analitica della poesia di Guido Gozzano, di cui mette in luce molto bene i vari tratti che lo distinguono dai poeti precedenti, come la grande coppia Pascoli-D’Annunzio, che si erano limitati, come diceva un nostro comune maestro, Luciano Anceschi, a andare “verso” il Novecento senza superare una barriera residua. A dire il vero anche il verdetto finale di Picchione sul caso di Gozzano mi sembra che resti ancora alquanto sospeso, come se quel diaframma non fosse caduto del tutto. Questo matrimonio transoceanico è attestato soprattutto da un saggio, come sempre acuto e ultra-informato, di Bruce Elder, già docente all’Università Ryerson di Toronto, con tante affinità tra Bisaccia e me stesso, al punto che in una sua opera capitale di due anni fa, “Cubism and Futurism”, ci ha concesso l’onore di riportare sul retro alcune nostre frasi, considerandole in piena sintonia col suo pensiero. Che, come il mio, sposta indietro la nascita del postmoderno, e ne fa una cosa sola con l’affermarsi dell’elettromagnetismo, dalle prime intuizioni dei nostri Galvani e Volta su su agli sudi precisi di Maxwell, fino a pervenire alla maturazione completa dovuta a Einstein, e con tanti comprimari lungo questa strada illuminante. Il tutto sotto gli auspici del numero uno di Toronto, Marshall McLuhan, nostro comune mentore. Ci sono poi altri saggi, anche dello stesso Bisaccia, che esaminano l’approdo inevitabile di tutte le arti nel digitale, su cui in parte concordo, ma vorrei anche segnalare un mio recente contributo (“Una mappa delle arti nell’epoca digitale”, Marietti) che naturalmente nessuno di questi interlocutori potenziali ha ancora ricevuto, e dunque non potevo certo sperare di ricevere in merito i loro pareri. Elder e Bisaccia hanno in comune la peculiarità di essere versati prima di tutto nelle arti visive, Elder è addirittura un produttore in proprio di videoarte, o comunque di apporti cinematografici al settore. Questo li porta a ritenere che il digitale abbia ormai vinto la partita, il che è senza dubbio conforme al responso dei nostri tempi, ma con ciò non viene cancellato un fattore di cui si deve continuare ad avvertire la presenza, il fattore trama, o “dieghesis”, o intreccio. Vale a dire, tra i vari esiti della registrazione elettronica o digitale ci sono i componimenti brevi, che in effetti vengono acquisiti dal circuito artistico, li si vede nelle gallerie d’arte, nei musei, nelle Biennali eccetera, dove conta la valorizzazione dei dati sensoriali, al di fuori di una qualche narrazione. Ma le sale cinematografiche, e soprattutto i canali televisivi, ci riversano fiumi di prodotti “lunghi”, la cui durata è di almeno un’ora e più, affidati anch’essi al digitale, ma eredi proprio di quelle componenti che Aristotele fissava nella sua “Poetica” attribuendole, da un lato, al poema epico, antenato della narrativa, dall’altro alla commedia e tragedia, da cui viene l’intera attuale produzione di portata “lunga”. Nessuno va in una sala cinematografica per vedere i prodotti del nostro Elder come video-maker, mentre non avrebbero difficoltà a venire programmati in qualche galleria o museo d’arte. A ciascuno il suo, pur in una comune innegabile confluenza nel digitale.
Parole, nn. 30/31, Editore Mimesis, pp. 474, euro 22.

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