Attualità

Pietroiusti: una felice autobiografia

Sono stato un sostenitore della cosiddetta Scuola di Piombino, composta da Salvatore Falci, Stefano Fontana e Pino Modica, cui si era aggiunto Cesare Pietroiusti, nonostante la sua nascita a Roma, parlando di loro già dalla fine degli anni ’80, quando apparvero in forze a Milano, presso la Galleria del Milione, ma solo perché sostenuti da un gallerista allora senza sede propria, Casoli, poi trasferitosi a Roma. Era un episodio appartenente a una infinita sequela di recuperi e rilanci. A metà di quel decennio era terminata una stagione propriamente citazionista dal passato e dal museo, sostituita da una ripresa da tendenze delle neoavanguardie anni ‘60, Pop, Minimalismo eccetera, fino a una sorta di neo-concettuale di cui i quattro erano brillanti protagonisti. Ebbi la fortuna di presentare la loro situazione alla Biennale di Venezia del 1990, quando ancora esisteva l’opportuna sezione dell’”Aperto” dedicata ai nuovi arrivati, poi sciaguratamente abolita, e io appunto ne avevo approfittato per segnalare tutta questa nuova ondata, a cominciare dal grande Jeff Koons, comparso presso di noi per la prima volta in quell’occasione. E c’era pure un ultimo testimone dei Nuovi-nuovi, Pino Salvatori, e oltre a lui, i principali esponenti del neo-minimalismo nostrano, da Stefano Arienti a Umberto Cavenago, e ancora i Nuovi Futuristi, come il trio Plumcake, non ancora divisi in due tronconi, e Gianantonio Abate. E poi, c’erano tre su quattro dei membri della Scuola di Piombino, non Fontana per la semplice ragione che qualcuno lo aveva già invitato in una edizione precedente, ma gli altri sì. In seguito il più assiduo e coerente è stato senza dubbio Pietroiusti, ma pure Falci proprio in questi giorni è ritornato in scena col gallerista di allora, Casoli. Però questa è l’ora di tessere l’elogio di Cesare, che ha organizzato al MAMbo di Bologna una rassegna di grande originalità e completezza. Si trattasse di un narratore, si dovrebbe parlare di un suo ricorso a un modello oggi molto frequentato, quello della “autofiction”, una specie di autobiografia, che nel suo caso risale fino ai primi anni di vita, affidata a ogni sorra di documenti, anche di archivio, di storia familiare, come sarebbero le pagelle scolastiche, le letterine scritte per Natale ai parenti, i primi oggetti acquisiti, radioline, matite per disegnare, e così via, una selva di oggetti tra cui infine compaiono pure le prove di carattere artistico, ma per nulla premiate, anzi, abbassate a un livello di prestazione comune. Al punto che se un rimprovero devo fare a una simile rassegna, è proprio di aver escluso quelle che mi erano apparse allora come le più brillanti opere realizzate da Cesare, pur sempre nel nome della promozione di oggetti banali, anzi, di scarto della vita comune, come sarebbero certi brandelli di carta da noi buttati via, cestinati, ma da lui invece scupolosamente salvati, ingigantiti e rifatti con materiali solidi. Resta comunque una affascinante partita come di ping pong, dentro e fuori dell’arte. A dire il vero, questa ha i polmoni robusti, e sarebbe pronta a suggerire un termine adatto a coprire tanta larghezza di modi. Infatti, proprio nella stagione del concettuale era comparsa la cosiddetta Narrative Art. Ebbene, ci siamo, questa etichetta si sposa perfettamente al carattere autobiografico di cui ho detto subito all’inizio del presente esame, riconoscendo il particolare rigore totalizzante messo da Pitroiusti in quest’impresa. Ma ci sono pure le differenze, in quanto la Narrative Art non pretendeva affatto che l’artista di turno si confessasse, anzi, al contrario, i brani narrativi per lo più erano inventati, avevano un carattere paradossale, inoltre venivano congelati, messi alla sbarra, per poter venire appaiati a dichiarazioni verbali o a interventi visivi che a loro volta si facevano un punto d’onore di mancare all’incontro, di sparare fuori. Campione assoluto di un simile modo di procedere è stata, ed è ancora la francese Sophie Calle, che molte volte irrita proprio per il carattere gelido, astratto, quasi disumano con cui sciorina i suoi reperti, anche se si tratta di parlare della morte di qualche parente stretto. Invece in questa lunga narrazione di Cesare piace, affascina proprio il carattere vissuto, personalizzato al massimo con cui queste “disiectae membra” ci vengono servite, con un piacevole gioco di sponda, rimbalzando cioè da un versante all’altro del polistilismo che oggi è concesso all’arte. Siamo insomma a un museo eretto a memoria di se stesso, dove però anche il visitatore comune si può riconoscere ad ogni passo, riuscire a partecipare, a prendersi una parte di divertimento, o di emozione. Direi che ad ogni artista di oggi dovrebbe spettare il compito di organizzare una simile parata, una storia fedele del proprio vissuto, una prestazione nascente dal nulla o dal tutto pieno di un’intera esistenza.
Cesare Pietroiusti, Un certo numero di cose 1955-2019. a cura di Lorenzo Balbi, MAMbo, fino al 6 gennaio.

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Letteratura

Di Paolo: scorrevolezza con inciampo finale

Ricevo l’ultimo romanzo scritto da Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”, e ben volentieri ne parlo, anche perché è accompagnato da un lusinghiero biglietto di stima nei miei confronti, non pare che l’autore se la sia presa troppo male per alcune riserve con cui avevo accolto il suo precedente “Una storia quasi solo d’amore”. Nel frattempo Di Paolo è cresciuto nella presenza critica, direi che non c’è giorno in cui non esca qualche suo articolo nella flotta costituita da Repubblica-Espresso-Robinson, e anche il prodotto narrativo è decisamente migliore. Il rimprovero che allora gli muovevo era di aver inserito alcuni motivi di disturbo, nello scorrere della vicenda, che non giovavano all’effetto complessivo. Di Paolo si ispira al mondo d’oggi, rientra quindi in quanto definirei un neo-neorealismo, quasi uno scrivere una serie bis di “Gettoni” alla maniera di Vittorini e Calvino, magari rilanciati da Pier Vittorio Tondelli. Se nel romanzo precedente dominava una figura di maschio, ma incerto se sfruttare con le sue doti di seduttore un’anziana signora o invece una giovane semplice e modesta, qui il maschio fa un passo indietro, anche se si moltiplica per tre e merita una sorta di primo piano in partenza, nel senso che ci vengono subito presentati tre giovanotti perfettamente conformi alle varie caratteristiche dei nostri tempi, dediti a vizi comuni e diffusi, tra cui quello di gettarsi in amori facili, toccata e fuga, nel che è compresa anche la fecondazione di fanciulle incontrate per caso, con le quali però non vogliono assumere rapporti stringenti, anche se messi di fronte alla paternità che hanno causato, magari pure disposti a metterla in discussione. Ma dopo questo primo piano, la parola passa alle tre giovani donne che sono state le vittime di queste fecondazioni non certo richieste, e dunque il romanzo si scinde in tre racconti, intitolati alle rispettive eroine per caso, del tutto involontarie, che ci si chiamano Valentina, Luciana e Cecilia. Di Paolo è bravo nel tratteggiare le loro situazioni, assolutamente tipiche di come vanno le cose al giorno d’oggi, con relativi dilemmi. Che fare, di quelle creature che stanno nascendo nelle loro pance? Come dirlo a genitori e amici, amiche in particolare? Tentare di responsabilizzare i probabili partner? Nascondere la cosa, prepararsi a un aborto, per via legale o meno, oppure tenersi il nascituro? Sono altrettanti dilemmi perfettamente istruiti dal narratore, forse in modo troppo piano e scorrevole, tanto che anche questa volta si è sentito in obbligo di inserire un inciampo a tanta fluidità. I titoli dati alle due parti del romanzo sono eloquenti, la prima si chiama “Vicino”, proprio perché segue in cronaca diretta i tre casi, quasi con andamento diaristico, con rispetto del calendario e delle sue sequenze. Poi, molto più ridotta, segue una seconda parte, “Lontano”, che si può anche intendere come una precisa volontà dell’autore di allontanarsi dalla precedente scorrevolezza di mosse e vicende. La parola passa ai nascituri, diviene problematica, in quanto non si sa se questi vedranno mai la luce, e si muta quindi in un audace, temerario discorso davvero sui lontani, sulla sorte della nostra umanità futura, messa a dura prova dal rischio di aborti a catena, o di caduta delle nascite. E’ un’impennata di tono certamente ragguardevole, ma che forse contraddice alquanto rispetto al tono colloquiale, fin troppo fluido e normalizzante adottato in precedenza.
Paolo Di Paolo, Lontano dagli occhi, Feltrinelli, pp. 189, euro 16.

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Attualità

Dom. 20-10-19 (dazi)

A dire il vero in precedenti domenicali ho già detto tante cose ancora valide, ma d‘altra parte “repetita iuvant”, come è nella questione dei dazi, oggi attuale più che mai. Questi non sono un male in assoluto, anzi, costituiscono una ragguardevole arma di difesa, quando un’industria decide di delocalizzare i suoi stabilimenti per spostarli in sedi dove il lavoro costa meno. E’ la ragione che ha permesso a Trump di vincere la presidenza, perché aveva ragione di sottoporre a dazi le auto che la Ford andava a costruire in Messico, dove gli operai costano meno che a Detroit. E anche in Europa si dovrebbe ragionare allo stesso modo, dovrebbe nascere una alleanza dei sindacati, almeno di quelli di sinistra, per attuare una politica del genere. Prendiamo il caso della Whirlpool, perché chiude lo stabilimento di Napoli? Quella ditta cessa in assoluto la sua attività, o la trasferisce in Paesi dove appunto il lavoro costa meno? Nel primo caso non c’è nulla da fare, nel secondo può funzionare proprio l’imposizione di un dazio, se poi quell’azienda vuole reintrodurre in Italia i prodotti costruiti altrove e a costi più vantaggiosi, il che vale anche per la Fiat, che non può pretendere di vendere presso di noi le auto costruite in Brasile a costi minori. La UE, col pieno appoggio dei sindacati, dovrebbe attestarsi su questa barricata. Però si dà il caso che trasferimenti del genere avvengano “intra moenia”, cioè a favore di Paesi appartenenti alla UE, ma dove il lavoro operaio costa meno che da noi. Male si è fatto nell’ammettere delle nazioni di questo genere nella nostra Unione, si doveva pretendere che prima di accoglierli avvicinassero le loro retribuzioni alle nostre, ma se anche questo non è avvenuto, si dovrebbe lo stesso concedere un diritto di dazio a compenso di gravosi dislivelli di questo genere.

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Arte

Scheiwiller, un editore come un primo amore

Tra qualche giorno la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica un giusto omaggio all’editore Vanni Scheiwiller. Non potendo parteciparvi di persona, non manco però al dovere morale di indirizzargli un ricordo di stima e di affetto attraverso questa via privata. Come per tanti altri, egli ha il merito di essere stato il mio primo editore, almeno per un’opera importante, in quanto, a dire il vero, nel 1962 un editore locale, Alfa di Bologna, aveva fatto uscire una mia monografia su Jean Dubuffet, artista che è stato una delle principali scoperte del mio intero curriculum. Ma con Scheiwiller pervenivo nella capitale dell’editoria nazionale, Milano, oltretutto in un anno magico per me, il 1964, in cui riuscii a dare testimonianza delle mie tre corde, la critica della narrativa, con “La barriera del naturalismo”, Mursia, la filosofia, con “Per un’estetica mondana”, il Mulino. Infine, col volumetto edito da Scheiwiller, la critica d’arte, che in definitiva sarebbe sempre stata la mia ispiratrice principale. Devo quindi riconoscere che quell’ uscita costituiva un passo prezioso sulla mia strada. Si trattava di una raccolta dei saggi che già avevo steso attorno al fenomeno allora dominante, l’informale, da cui il titolo, e anche la raffinatissima immagine in copertina, un disegno proprio di Dubuffet raffigurante un cane stilizzato, forse già avviato alla fase successiva dell’artista francese, ispirata all’Hourloupe. E a propiziare quell’uscita era stato il mio maestro sempre da me riconosciuto, Luciano Anceschi, un cui lusinghiero biglietto introduttivo mi aveva fatto approdare alla casa di Vanni. Sì, perché a distinguerlo, a fare la differenza stava proprio il carattere familiare con cui riceveva i suoi autori, nel salotto di casa, mi pare di ricordare che fosse sita in Via Melzi d’Eril. E quando i volumetti erano pronti, ci si sedeva assieme al tavolo del salotto buono, e lui stesso insegnava la difficile arte di come stendere le dediche da rivolgere alle varie personalità cui le varie copie erano dirette. Straordinario anche il sistema distributivo, affidato anch’esso a riti del tutto personalizzati, che nulla avevano a che vedere con le modalità industriali di cui ben presto, col crescere del nostro Paese, si sarebbe imposto in tutto quel settore. Vanni disponeva i libri dentro una borsa capace, e ne effettuava una consegna diretta, man mano che gli avveniva di recarsi nelle varie località e librerie con cui aveva una qualche consuetudine, E dunque, era una distribuzione prorogata nel tempo, ma affidata alla sagacia e conoscenza specifica del piazzista di lusso, che ben conosceva la sua clientela, e dunque le varie copie andavano a segno, non c’era il fenomeno penoso delle rese, che vanno a ingrossare i residui delle varie pubblicazioni, inducendo magari l’editore a macerare le eccedenze. Tutto insomma avveniva, da parte sua, nel segno dell’eleganza, dello stile, della personalità raffinata, di perfetto conoscitore della materia di cui si faceva sostenitore, e naturalmente accanto alla critica d’arte c’erano ben più numerosi i volumetti di poesie, destinati fin dal nascere a destare l’interesse e a fare la fortuna dei bibliofili. A ciò contribuiva anche il sottotitolo di queste edizioni, che era “All’insegna del pesce d’oro”, in cui compare la traccia di un altro merito che mi rende grato a Vanni. Egli era parente del grande Adolfo Wildt, allora trascurato da noi giovani ferventi di avanguardie e rigorismi, pieni di disprezzo per ogni residuo di storie lontane, ma coi col tempo ho dovuto riconoscere e apprezzare il valore di Wildt, scoprendo anche con meraviglia che era stato il maestro di Lucio Fontana, a cui forse, in un’opera pur redatta con un figurativismo tradizionale, aveva messo in mano una fiocina, strumento quasi anticipatore dei fendenti liberatori che poi il Lucio divenuto artista internazionale avrebbe fatto scattare al momento buono. Ma accanto allo scultore monumentale, maestoso, ieratico, in Wildt c’era pure un raffinatissimo disegnatore, che si valeva proprio di grafismi in oro, con un bellissimo contrasto con altri stesi in nero. Quell’oro, quella porporina, credo che siano rimbalzati nell’insegna della casa editrice del discendente, il quale oltretutto è sempre stato generoso nell’imprestarmi proprio alcuni di quei capolavori di grafica bicolore che erano rimasti nella collezione di famiglia, se in occasione di qualche mostra gliene chiedevo il prestito. Come è nella sorte dei primi amori, credo che ogni autore si sia poi allontanato da quella fucina, senza reazioni malevole da parte di Vanni, che forse assisteva benevolo, convinto, propiziatore alla inevitabile evoluzione dei rampolli che aveva tenuto a battesimo. Del resto, lui stesso col passare degli anni si era inoltrato per le strade di un ritmo più all’altezza dei tempi e del loro relativo progresso. Ma quel volumetto continua a spiccare nella mia biblioteca privata, come un cimelio, una reliquia, un santo protettor

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Letteratura

Ardone, tra vecchia e nuova napoletudine

Ricevo e commento ben volentieri “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, di cui non so nulla, ma pare che, già fatto conoscere, questo romanzo abbia riportato consistenti riconoscimenti sulla stampa estera. Per valermi di formule a me solite, posso dire che si colloca tra una vecchia e una nuova “napoletudine”. Rispetto alla prima di queste versioni, ci sta la materia di cui la vicenda è costituita, una Napoli dell’immediato secondo dopoguerra, vittima del pauperismo, della fame, di famiglie prive della presenza-assistenza di un genitore, con figli allo sbando, costretti a vivere di ripieghi, di piccole malversazioni, eccetera. Insomma, basta pensare alla Napoli consacrata dai capolavori cinematografici di “Paisà “ e “Sciuscia”. Ma la Ardone recupera un fatto singolare di cui personalmente non avevo nozione, non c’è però ragione di dubitare della sua veridicità. Sembra che il PCI locale, consapevole di tanta miseria, invitasse i compagni di un Nord più agiato, come quello residente, poniamo, a Bologna o a Moena, ad accogliere questa infanzia e adolescenza denutrite, bisognose di tutto. La cosa in sé mi sembra singolare, dato che, seppure a Nord non si soffriva la fame, il brodo però non vi era particolarmente grasso, e sappiamo bene tutti che quando ci fu un’emigrazione massiccia dal Sud verso una Torino industrializzata, negli appartamenti compariva la fatidica scritta “non si affitta ai meridionali”. Ma, ripeto, diamo pure per accertata la veridicità storica del fenomeno. Merito della Ardone sta non certo nel descriverlo dall’alto di una sapienza autoriale, ma nel mettersi nei panni di questi giovani soggetti dell’avventura, facendoli esprimere in prima persona, con una lingua mista di dialettismi, di ingenuità, di dubbi e timori. Oggi sulla “Lettura” del Corriere della sera compare una recensione di Francesco Piccolo che lamenta la difficoltà imposta da questa lingua particolare, ma al contrario io vi trovo il merito più sostanzioso di questa modalità di racconto, a differenza di tanta prosa dei nostri, fin troppo scorrevole e neutra. Invece catturano l’interesse i timori di questi piccoli protagonisti, che non sanno bene che cosa succederà a loro nei paesi di destinazione, terrorizzati da storie di maltrattamenti, addirittura con la paura di essere deportati in Russia, e di venire sottoposti a torture, come sarebbe il vedersi mozzare le mani. Insomma, vogliamo dire che questi candidi protagonisti ragionano, si esprimono, come temo avvenisse ai loro coetanei nei convogli degli ebrei deportati e avviati verso il campi di sterminio? Inoltre c’è senza dubbio la nostalgia dei focolari abbandonati, anche se tanto miseri e sprovvisti di conforti, e di genitori, soprattutto madri, che la stretta del bisogno allontanava da ogni manifestazione di affetto. E poi ci sono le ansie alle stazioni d’arrivo, come se i piccoli sopraggiungenti dal triste passato fossero avviati a processi di adozione. In che famiglia capiteranno, quale accoglienza riceveranno? La Ardone, nel trattare questa materia, si nuove con indubbia maestria, estesa ad angolo giro, dicendoci delle sorprese di questi orfanelli, o quasi, per esempio quando incontrano i cibi grassi di cui l’Emilia va fiera, come la mortadella. E poi ci sono i conflitti quando si entra in seno alle nuove famiglie, con l’obbligo di stabilire rapporti di giusta convivenza con genitori adottivi, e i loro figli, da trattare come ritrovati fratelli. Il tutto filtra attraverso un campione delegato a farsi carico di sorprese, impacci, meraviglie, titubanze, resistenze, che si chiama Amerigo Speranza. Siamo in sostanza nell’ambito di una napoletudine tradizionale, ma rinnovata proprio dall’essere affidata alla fresca testimonianza, linguistica e psicologica, di soggetti minorenni. C’è anche una fase di rientro, ovvero termina la permanenza al Nord, i piccoli diseredati ritornano a Napoli e alle sue miserie, col che la Ardone sembra proprio ricalcare una mossa che non ho accolto troppo bene, quella che si incontra nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta”. Ma là il rientro è di un personaggio singolo che in definitiva non vuole più ritrovare la vecchia pelle. Qui invece i reduci dai paradisi settentrionali rentrano forse fin tropo bene nel panorama disastrato di sempre. Tanto che, in definitiva, la scrittrice ha ben compreso il rischio di segnare il passo, di dover replicare i suoi pur validi accorgimenti stilistici. Allora, ha optato per un forte stacco, quasi volesse entrare nella “nuova napoletudine”. Ma mentre questa, di cui sono esponenti i Ferrandino, i Lanzetta, è attuata da soggetti che entrano nei ritmi odierni di vita, cercando di supplire con la delinquenza alle solite privazioni che li aduggiano, la Ardone tenta di effettuare il balzo con ricorso a una specie di happy end, peccando forse di inverosimiglianza. E’ mai possibile che da quel remoto destino di disagio profondo i nostri eroi, Speranza, e compagni, riescano a sollevarsi, a divenire agiati professionisti, lui addirittura musicista, violinista di valore? Il passo è troppo lungo, inoltre la nostra autrice si spoglia proprio delle virtù con cui aveva accompagnato il volo tarpato delle sue creature nella stagione del pauperismo. E tuttavia, c’è almeno un aspetto che ridà valore a questo rientro in gloria di Amerigo, consistente nell’omaggio che è tenutoo a rendere alla madre, rimasta chiusa nella sua povertà e solitudine, cui egli stesso non ha potuto o voluto recare alcun aiuto a tempo opportuno. E ancora ricadiamo in una napoletudine, ma in quella di forte spessore drammatico di cui ai loro tempi erano stati capaci il Carlo Bernari dei ”Tre operai” e l’Elsa Morante di “Menzogna e sortilegio”.
Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi stile libero, pp. 253, euro 17,50.

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Attualità

Dom. 13-10-19 (hubs)

L’efferato attacco che Erdogan ha sferrato contro i Curdi ha almeno un vantaggio, di ricordarci che è ancora in atto l’accordo dell’UE di dare al dittatore turco ben tre miliardi all’anno perché trattenga l’emigrazione dall’Est, impedendole di invadere i Paesi dell’Europa dell’Est. Ebbene, come ho già detto più volte, questa mi sembra l’unica soluzione da adottare anche verso gli emigranti con provenienza dalla Libia. Inutile pensare di rimandarli in quel Paese infelice, soggetto a una guerra che fra l’altro ha la curiosa prerogativa di essere “dimenticata”. Che fine ha fatto l’aggressione di Haftar contro Tripoli? Quell’esecrabile tirannello è ancora inchiodato nei sobborghi della capitale libica? Succede al giorno d’oggi, nonostante il bombardamento massmediale, che taluni conflitti a un tratto scompaiano dall’orizzonte, come per esempio quello che sembrava dover portare a una sanguinosa guerra fratricida il Venezuela. Ma ritornando a noi, al momento evidentemente non si può pensare di rispedire i migranti sulle coste libiche. Il patto della Valletta, cioè di una distribuzione degli sbarcati in alcuni Paesi dell’UE che siano disposti ad accoglierli, mi sembra di malcerta esecuzione, e in ogni caso richiederebbe tempi lunghi, Quanto alla rispedizione dei salvati ai Paesi d’origine, questa mi pare rimanere una pia illusione, o quanto meno al momento riesce impossibile farli rientrare nei Paesi subsahariani, da cui la grande maggioranza proviene. E dunque, l’UE dia a noi una congrua somma, con nostro impegno a istituire delle hub, dei luoghi di accoglienza, ma condotti a regola d’arte, non dei colabrodo come lo sono stati fin qui, da cui i confinati sciamano fuori e invadono le nostre località, provocando quelle reazioni di cui si è avvantaggiato Salvini. Oppure si ammassano alle frontiere tentando disperatamente di varcarle verso la Francia o l’Austria. Siano queste non delle carceri ma dei luoghi di educazione allo svolgimento di quei lavori che, inutile negarlo, gli europei, gli italiani in primis, non vogliono più fare; domestici, badanti, braccianti. Dovrebbero essere dei contenitori intesi come centri di addestramento, cui le varie comunità di tutta Europa si potrebbero rivolgere per chiedere l’importazione di operatori secondo bisogno e necessità, naturalmente da retribuire in misura giusta, con l’assistenza dei sindacati. A questo punto, si dovrebbe ammettere lo sbarco nei nostri porti, che sono, non c’è nulla da fare, i più logici, naturali, razionali. Inutile predicare una alternanza degli accessi, che non possono non essere soggetti a una logica geografica, a un calcolo delle distanze. Accanto a una massiccia sovvenzione verso il nostro Paese, l’UE dovrebbe tornare a dotarsi di una flotta destinata al recupero sistematico dei naufraghi, in aggiunta a quanto già fanno le navi battenti bandiere di ong.

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Arte

De Chirico: una retrospettiva stazionaria

Il Palazzo Reale di Milano offre una retrospettiva di Giorgio De Chirico senza dubbio molto corretta, con parecchi capolavori a documentare le varie epoche dell’artista, che peraltro pare quasi un remake di una mostra che nella stessa sede si tenne ben mezzo secolo fa, nel 1970, come se gli anni trascorsi da quella data fossero stati indifferenti alle fortune dell’artista, o comunque incluse, previste, scontate in quella puntata precedente. E invece, da quel momento in poi, De Chirico ha goduto di un enorme, rinnovato successo, già nei pochi anni che ancora gli rimanevano da vivere, ma soprattutto in seguito. Si può ben dire che egli sia stato uno dei dominatori di quel periodo molto incerto che ha preso il nome ambiguo di postmoderno. La ragione di tanta piattezza e deficienza della mostra di oggi risiede soprattutto nella scelta del curatore, Luca Massimo Barbero, che non sembra avere nel suo curriculum ragioni particolari per essere insignito di tanto onore. Forse è un riflesso della sua condizione di reuccio della Laguna, il che per esempio gli permette di portare in giro, a suo uso, i capolavori di Peggy Guggenheim, e forse nell’assegnazione di questa curatela c’è pure una traccia della casa editrice Marsilio, veneziana di fondazione, anche se ora con pacchetti azionari collocati altrove. Naturalmente Barbero cita in mostra e in catalogo alcuni dei massimi critici intervenuti nella vicenda dechirichiana, ma tace, forse per sdegno, non ritenendoli all’altezza, altri molto più pertinenti al rilancio di fama che l’artista ha avuto proprio a partire e in occasione dalla mostra del 1970. Per esempio, se non sono distratto, mi pare che non ci sia alcuna menzione di una lettura che feci proprio visitando quella rassegna, e avvertendovi un “clic” che mi permise di suggerire una tesi totalizzante, espressa poco tempo dopo in un convegno sul Surrealismo organizzato a Salerno da Filiberto Menna e Angelo Trimarco, poi ripresa in un mio saggio, “Tra presenza e assenza”, del ’74, che tra poco rivedrà la luce. In genere, l’efficacia di quella mia rilettura mi è stata riconosciuta da molti, tranne Barbero, con danno non tanto mio quanto del giudizio d’insieme da dare all’artista. Infatti cancellavo l’infausta interpretazione pur dominante che divideva l’intera carriera di De Chirico in una fase “buona”, fino a tutti gli anni Venti, poi seguita da una fase “mala”, quasi vergognosa, da cancellare, o da lasciare in retaggio ai reazionari di tutte le specie, coalizzati nella difesa di “quel” De Chirico”, ritenuto invece indifendibile dai sostenitori delle avanguardie vecchie e nuove. La mia tesi era che l’artista ha usato un metro unitario e metodico, procedendo a rivisitare sistematicamente un museo standard dei tesori dell’arte del nostro Occidente, solo che nel super-lodato periodo “metafisico” la rivisitazione si era rivolta alle stanze ”buone”, ben accette al nostro gusto contemporaneo, quali l’arcaismo greco e le mirabili prospettive del Quattrocento fiorentino, poi, con perfetta coerenza, il “pictor optimus” si era dato a passeggiare per le stanze “proibite” di un Seicento barocco e di uno sfacciato realismo ottocentesco, tirandosi addosso le contumelie per il suo rifacimento pedissequo di quei dipinti condannati dal gusto contemporaneo. Alla fine, applicando a se stesso la concezione einsteiniana dello spazio curvo, con un regresso finale al punto di partenza, era ritornato alle stanze ”giuste” del periodo metafisico, ma ben comprendendo la necessità di dare un segno di questo “ritorno a”, ridipingendo quelle opere con un colorismo leggero, quasi kitsch, intonato proprio alla scala cromatica, dei gialli limone, verdi pistacchio, rosa fragole, che frattanto la nuova architettura del postmoderno stava adottando e praticando in tutto il mondo. Naturalmente altri sono stati concordi con me. Per esempio Lorenzo Canova e Riccardo Passoni a “questo” De Chirico, visto in chiave di viva attualità, hanno dedicato una efficace rassegna alla GAM di Torino, con un titolo ,“Ritorno al futuro” che coniuga bene le due dimensioni temporali, e il loro cortocircuito. Canova, allievo di Calvesi, lo ha fatto anche nel nome dello studioso romano che non aveva esitato a parlare di una fase neo-metafisica del nostro pittore. Questo intenso lavorio critico che ha investito, riscattato, rilanciato l’arte dechirichiana sfugge quasi del tutto alla rassegna opaca e grigia che ora ci offre la pur augusta sede milanese.
De Chirico, a cura di Luca Massimo Barbero, Milano, Palazzo Reale, fino al 19 gennaio. Cat. Marsilio-Electa.

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Letteratura

Agata Bazzi: “La luce è là”, diffusa e lattiginosa

Ho letto con qualche piacere “La luce è là”, di Agata Bazzi, scrittrice di cui non so nulla, come del resto mi avviene sempre più spesso in queste mie pagine del tutto private, che mi vedono quasi nelle vesti un “tastevin”, cui si bendano gli occhi, ovvero gli si consente di non conoscere tanti dettagli biografici sull’autore che gli viene presentato, lasciandolo al gusto della lettura in diretta. Fra l’altro, non so bene se siamo di fronte a un romanzo o alla ricostruzione di vicende familiari relative a un ampio arco storico, che va dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra del Novecento. L’autrice si muove con la grazia di un gatto, o diciamo anche con la modestia, con la verecondia di chi sa bene di saggiare un terreno occupato da tanti mostri sacri. Torreggiano infatti sullo sfondo i Buddenbroock di Thomas Mann, o perché no, il “Mulino del Po” di Bacchelli, con una medesima sequela di generazioni che si succedono le une alle altre, anche se l’angolo di mondo e di società non potrebbero essere più diversi, dalle rudi vicende di una comunità rurale nel romanzo di Bacchelli a quelle di una borghesia ascendente, nelle pagine della Bazzi. E magari c’è pure la possibilità di un confronto col Pennacchi che ricostruisce i destini della sua gente in fuga dalla povertà del Veneto verso l’inferno delle paludi pontine. Ma il tutto, sia ben chiaro, come sottoposto a un lavaggio, a uno sbiancamento che attenua e stilizza tutte le figure e le vicende, proprio per consentire un trattamento sempre all’insegna del decoro e delle buone maniere. Come sono quelle del protagonista principale, un Albert Ahrens che riesce nel miracolo di trasferire le sue doti di bravo tedesco, dalla condotta irreprensibile, nel clima incandescente di una Palermo dominata dai Florio, senza fare una grinza, senza perdere di compostezza, di “aplomb”, ma dimostrandosi anche capace di praticare con disinvoltura le migliori doti affaristiche che si addicono al costume borghese, e alle sue possibilità di consentire un’ascesa regolare, continua. Anche perché al suo fianco c’è una moglie ancor più dotata di lui nel coltivare al meglio le virtù della “arzdaura”, se lo vogliamo dire con vocabolo emiliano, ma bravissima nell’applicarle al mutato sfondo sociale della sicilitudine, Brava anche nello sfornare al marito una nidiata di figli, il che permette a questo romanzo-biografia familiare di diramarsi per tante file, dato che ognuno dei figli o figlie realizza il suo bravo o malo matrimonio, a sua volta fecondo di altra prole. E dunque il racconto si snoda come un polipo, invia i suoi tentacoli in tante direzioni, ma con un punto d’attrazione, una calamita fatale, indicata dal titolo stesso, “La luce è là”, che è il nome assegnato alla maestosa villa, sulle pendici del Monte Pellegrino, in cui si concentrano tutte le ambizioni del “pater familias”, perfetto nido per le fortune della numerosa figliolanza, che deve radunarsi in quel luogo eletto, affiancato anche dalla sede degli affari della famiglia. Naturalmente, come vogliono i grandi modelli citati sopra, anche questa lunga storia si divide in momenti di ascesa e in altri di calo, rappresentati questi dal sopraggiungere del regime fascista che si porta dietro le vergognose persecuzioni razziali. I coniugi Ahrens, infatti, sono ebrei, quasi per rispettare lo stereotipo delle virtù indomite sul lavoro di coloro che appartengono a quella etnia e religione. Ma la nostra Bazzi, anche nel rispetto del copione delle persecuzioni razziali, e poi delle furie naziste, e poi della “liberazione”, vista anch’essa in controluce, mantiene il suo passo leggero, si muove con grazia e riserbo felino tra gli ostacoli ingombranti, porta avanti la sua barca industriosa sempre nel segno dei mezzi toni, di un apprezzabile under-statement.
Agata Bazzi, La luce è là, Mondadori, pp. 365, euro 19.

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Attualità

Dom. 6-10-19 (suicidi)

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a due suicidi, non “assistiti” ma del tutto volontari. Il primo di questi, le dimissioni di Salvini e della Lega, è stato nel mio giudizio un evento del tutto positivo, addirittura insperato, come premessa per rendere possibile di andare verso una diversa maggioranza di governo, il giallo-rosso in sostituzione del disastroso giallo-verde, Se qualcuno mi ha letto, avrà notato la mia paura che la Lega non mollasse la presa e così ci trascinasse nel baratro, come poteva accadere nel film “Niagara”, con un salvataggio operato in extremis. Ma per fortuna quel ritiro dalla scena ci ha salvato, ha aperto lo spazio per il cambio di maggioranza, come ho auspicato, tra l’incredulità generale, in una riunione del Pd bolognese di via Murri, anche perché mi si obiettava che il “mio” Renzi si era dichiarato del tutto contrario al compiersi di quel matrimonio. Ho tirato un sospiro di sollievo quando, poco dopo, Renzi stesso ha cambiato passo e a sua volta ha auspicato il compiersi di quella alleanza, tanto che, peccando di presunzione, avevo pensato di godere di un magico collegamento telepatico col leader, in realtà da me mai conosciuto, e mi ero permesso di smentire che lui volesse andarsene dal partito. Invece su questo punto ho avuto poco dopo una crudele smentita, ma questo è appunto il secondo suicidio cui accennavo sopra, in tal caso del tutto infausto e deprecabile, a mio avviso. Io avevo sperato in un Renzi che, proprio in virtù del potere di trascinamento esercitato dentro il Pd, in barba alle perplessità di Zingaretti e compagni, si avviasse gradualmente a riconquistare il partito, che dopotutto per ben due volte alle primarie si era pronunciato a suo favore, Ma in realtà Renzi aveva già deciso di andarsene, come dicevano tutti gli infiniti avversari che si sono sempre accaniti contro di lui. Lo aveva già deciso quando aveva ritirato la candidatura di Minniti a correre sotto le sue insegne per la carica di segretario. Purtroppo con la creazione di uno “partitino” senza dubbio Renzi acquista un potere immediato di controllo e supervisione sulla nuova maggioranza, ma è qualcosa di fastidioso, come giustamente gli rimprovera il nuovo leader Conte, con minaccia dalle polveri scariche, in quanto se il ritiro della manciata di parlamentari di Italia viva provocasse la caduta del governo, con nuove elezioni, quell’esigua pattuglia verrebbe cancellata, e sarebbe anche il modo sicuro di dare partita vinta a Salvini. Non solo, ma essendosi ritagliato appunto un “partitino”, Renzi si condanna a venir meno a un requisito della grande riforma da lui tentata, operazione straordinaria di cui spero gli sarà reso merito a livello di storia. Si sa che lui, in quel pacchetto di riforme, pretendeva che la nomina del presidente del consiglio seguisse l’iter ottimo adottato per i Comuni, facendo di lui il Sindaco di tutta Italia, ovvero ricorrendo a un sistema maggioritario con ballottaggio finale. Ora invece Renzi è costretto a battersi per un proporzionale puro, e anche con una alta soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. E’ insomma una mina posta lungo un percorso normalizzante che consenta anche a noi di avere un bipartitismo regolare e funzionante. Italia viva è una zeppa, un ostacolo messo negli ingranaggi di una simile possibilità.

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