Arte

Ron Gorchov nel quadro di Pittura-ambiente

La scarna notizia della scomparsa dell’artista statunitense Ron Gorchov, a novant’anni esatti d’età (nato nel 1930) mi porta a ricordare la mostra “Pittura-ambiente”, a Milano, Palazzo Reale, 1979, a cui lo avevo invitato. A proposito di quella manifestazione, da me allestita con la viva partecipazione di Francesca Alinovi, ahimé destinata a sparire tragicamente qualche anno dopo, mi sento indotto a ricordarne alcuni aspetti, Era stato il mio esordio in un’attività presso il Comune di Milano a cui mi aveva invitato il miglior sindaco che la città ambrosiana ha avuto nel dopoguerra, Carlo Tognoli, assieme ad altri colleghi come Flavio Caroli e Vittorio Fagone. Eravamo scelti secondo il criterio partitico allora ineliminabile, io a rappresentare il Garofano, come lo stesso sindaco, quindi, diciamolo pure, in una posizione con qualche privilegio. Caroli allora batteva bandiera Pc, poi da lui totalmente tradita. Fagone era ancor più spostato sulla sinistra. In qualche misura recavamo un torto a Mercedes Garberi, direttrice delle collezioni comunali milanesi, che quindi ci fu alquanto ostile, sentendosi usurpata nei suoi diritti. Io ebbi una valida intuizione, esplorando i meandri del Palazzo Reale, allora sottoposto a una lunga ristrutturazione. Mi chiesi che cosa c’era al secondo piano, dove scopersi una serie di stanze affacciate a un lungo corridoio, malamente occupate da uffici burocratici. Erano altrettante magnifiche celle per ospitare delle installazioni, ovvero delle opere ambientali, come si diceva dal ‘ 68 in poi. Sono spazi tanto validi, che anche ora vengono sfruttati dal Museo del Novecento, che paga la sua centralità nel contesto cittadino con la limitazione di spazi strappati con le unghie, in parte nell’Arengario e poi, proprio con una avventurosa passerella, andando all’arrembaggio di quella serie di stanze confinanti. Pittura-ambiente era una “callida iunctura”, si può dire, tra un fattore sessantottesco, appunto l’arte espansa che balza fuori dalle pareti, cui personalmente avevo recato un buon contributo alla Biennale di Venezia del ’72 svolgendo il tema del “comportamento”, in accordo con Francesco Arcangeli, paladino dell’”opera” ancora realizzata in termini pittorici, ma aperto alle novità dell’altra parte del fronte. In seguito però, aderendo al ritmo pendolare in cui ho sempre creduto profondamente, nel ’74 ho organizzato “La ripetizione differente”, e proprio presso una Galleria milanese, lo Studio Macroni, in cui avevo capovolto la frittata riscontrando il ritorno dei vecchi valori della pittura e affini. Devo dire che un articolo apparso sul “Bolaffi Arte”, rivista allora molto autorevole, credo a cura di Lucio Pozzi, lui stesso protagonista di quel ritorno agli antichi valori, ci aveva aperto la strada a celebrare questo felice incontro, o processo di ibridazione. L’articolo stesso ci segnalava altri protagonisti statunitensi, accanto a Gorchov, quali Richard Tuttle, Linda Benglis, Mel Bochner. A me e a Francesca riusciva agevole far partecipare al banchetto alcuni nostri preferiti che erano intenti a coniugare aspetti cromatici con espansioni spaziali, come per esempio un apostolo della pittura quasi monocroma quale Claudio Olivieri, che quasi per farmi piacere una volta tanto si rivolse all’esperienza dei “Mobiles” di Calder agganciando al soffitto tante stampelle policrome, E c’era un valido reduce da esperienze informali quale Marco Gastini, e poi i nostri candidati a costituire di lì a poco il gruppo dei Nuovi-nuovi, quali, se ben ricordo, Mainolfi, Spoldi, Zucchini, e in particolare Enzo Esposito. Con riferimento a quest’ultimo, devo precisare che io in quel momento ero “unionista”, insistevo cioè a dire che in questo ritorno a certi aspetti di sensibilismo cromatico i vari fronti della ricerca procedevano all’unisono, tanto che avevo invitato pure una delle punte del fronte transavanguardista che si stava costituendo, quale Mimmo Paladino. Del resto, pochi anni prima, riconoscendone appieno la validità, lo avevo inviato in una mostra alla Galleria bolognese Duemila, che mi serviva come banco di prova per nuove proposte. Paladino arrivò e prese visione di quella suite di distanza, ma sul percorso incontrò l’installazione di Esposito, che in quel momento accusava di avergli rubato quelle immagini sciolte, in libera uscita sulla parete. Trascolorò a quella vista e se ne andò sdegnato. Devo però precisare che in seguito i due si sono riconciliati, anche per le comuni origini beneventane, tanto da autorizzarmi a metterli in mostra insieme, anche con un altro campano quale Mainolfi, e pure con un quarto loro conterraneo come Nicola De Maria. Anche a lui era giunto il mio invito, ma neppure mi rispose. In definitiva, e per distinguerci dall’ambito della Transavanguardia, quegli espositori in genere evitavano ogni riferimento iconico. Come è proprio nel caso di Gorchov, con cui è giusto che io chiuda questo discorso, il quale proponeva come degli scudi, o delle corazze di testuggini, animate da segni cabalistici. Un modo sicuramente ingegnoso di investire lo spazio con tracciati densi ed enigmatici.

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Letteratura

Guccini, una ballata efficace

Ho già detto domenica scorsa della lieta sorpresa di aver trovato nella cinquina del Campiello due opere assolutamente rimarchevoli, e proprio a cominciare dal livello stilistico, in opposizione all’aspetto “scorri via” della maggior parte della prosa dei nostri anni. L’altra volta ho parlato dell’opera di Patrizia Cavalli, ora tocca a Francesco Guccini e al suo “Trallummescuro”. Mi scuso con gli altri concorrenti di cui non tengo conto, anche per la buona ragione che ormai non ricevo quasi più libri, mi tocca acquistarli a spese mie. Ma forse il pubblico sprovveduto che in base a un falso criterio di democrazia vota a quel Premio andrà a scegliere uno di questi prodotti alternativi, ritenendo troppo difficili i due in questione. A proposito della prestazione di Guccini, per un verso mi rallegro del giudizio positivo che sto per redigere, in quanto l’ho conosciuto ai suoi inizi, quando io ero “qualcuno”, docente di estetica al Magistero di Bologna, e lui solo un semplice studente, forse già impegnato a fare il cantautore nelle nostre osterie. Ora egli è cresciuto a dismisura. Aggiungo che non è nelle mie corde prestare molta attenzione ai cantautori, però non manco di dargli voti positivi quando se lo meritano, come mi è avvenuto di fare nei casi dei racconti di Luciano Ligabue e di Giuliano Sangiorgi, il capogruppo dei “Negramaro”. L’aspetto valido della prosa di Guccini appare già nel titolo stesso, in quella “callida iunctura”, in quel neologismo nascente dalla fusione in un unico corpo di tre voci distinte “Trallumescuro”, un ircocervo che compare tante altre volte in questa prosa, e che rimanda a un precedente illustre, addirittura al joyciano “Finnegans Wake”. Ma Guccini trasferisce questi fiori stilistici in un contesto terra-terra, irto di espressioni dialettali, in omaggio alla sua terra, Pavana, sospesa tra la bassa padana e le prime propaggini dell’Appennino. Questa sapiente convivenza tra forme dialettali e altre in buona lingua ci rimanda ovviamente al grande esempio di Camilleri. Guccini è perfetto nel ricostruire le vicende volgari di una vita a contatto con l’orto, con il bestiame, con i morsi della fame. E c’è pure, dominante, l‘idea del “tramonto”, cioè di località e stili di vita che arretrano nel passato, e dunque possono essere evocati solo facendo ricordo al ritmo di una “ballata” espansa, illimitata. Viene da pensare a certi classici in materia, come l’Antologia di Spoon River, o il cantico dei morti del messicano Juan Rulfo. Insomma, Guccini ha messo a punto una rete perfetta in cui pescare nel fiume del passato e dei ricordi, però bisogna anche dire che è una rete che non riesce a pescare fatti umani di qualche consistenza, il tutto prende l’aria di un manuale, di un albo dei ricordi. Se si pensa ai vari spunti gastronomici, viene da pensare a un rifacimento dell’Artusi, se l’attenzione va agli squarci paesistici, si può menzionare lo Stoppani del Bel Paese, anche qui, al contrario, siamo in presenza di una mala contrada piena di vizi e di rinunce, qualcosa insomma che scantona dalle buone regole della narrativa per investire piuttosto quelle del saggio antropologico, degno di un Piero Camporesi. Per cui, a uno spareggio finale, forse per valori narrativi è preferibile la minuta pesca che ne sa fare la Cavalli, capace di cogliere più numerosi frammenti di palpitante per quanto minuta psicologia, Ma temo molto il responso dilettantesco dei votanti al Campiello, che forse farà strazio di entrambi questi prodotti.
Francesco Guccini, Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto, Giunti, pp. 283, euro 19.

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Attualità

Dom. 30-8-20 (Sicilia)

In merito ai due maggiori problemi del momento, è inutile che io rinnovi la mia inutile predica a favore di un’applicazione sistematica del termo scanner, che pure risolverebbe ogni problema, consentendo di riempire autobus e vagoni di metropolitana una volta accertato che chi vi sale non è in stato febbrile. Idem all’ingresso di ogni aula. Ma passiamo all’altra questione, quella del Presidente della Sicilia che ha preteso uno sgombero immediato di tutti i migranti giunti sull’isola. Il suo ultimatum era ridicolo, insostenibile, del resto lui stesso ha ammesso di averlo pronunciato solo a scopo deterrente. Ma è vero che non si possono mantenere nei contenitori presenti sull’isola un a massa di ospiti che ne supera la porta di dieci volte. Del resto, il governo l’ha capito e sta provvedendo allo sgombero. Ma resta la questione di fondo, con un interrogativo che nessuno si pone. L’UE continua a pagare alla Turchia qualche miliardo di euro perché trattenga tutta l’immigrazione diretta ai paesi dell’Est? E allora, perché non concedere un uguale trattamento anche a noi? O autorizzarci a prelevare dai fondi di prossima elargizione quanto ci vuole per allestire dei luoghi di accoglienza apprestati a regola d’arte, dove cioè gli immigrati trovino un trattamento umano, come si deve, e anche un processo di educazione a un loro impiego per le nostre esigenze lavorative, per tutte quelle attività che i nostri concittadini non vogliono più fare. Si può pure affrontare su basi realistiche il problema dei rinvii, visto che l’interlocutore non è più una Libia in preda al caos della guerra civile, ma una Tunisia con cui è possibile impostare una seria trattativa diplomatica. Si smetta di invocare una redistribuzione di questi immigrati negli altri Paesi europei, o meglio, è possibile che essi prendano contingenti di questi ospiti eccezionali una volta che abbiano ricevuto una educazione opportuna.

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Arte

La sommessa rivoluzione di Giacomo Ceruti

I due fattori del lock down prima, e delle ferie estive poi, rendono più che mai accettabile una mia recensione da lontano, che pure eserciterebbe su di me lo stimolo di salire al primo piano del ferrarese Palazzo dei Diamanti, cosa da me mai compiuta, mentre ho visitato un’infinità di volte le sale al pianterreno, per visitare e recensire le mostre apprestate sotto la sapiente regia di Farina prima e di Buzzoni poi. Sarebbe il luogo di una Galleria nazionale d’arte, in cui al momento si possono contemplare due opere di Giacomo Ceruti (1698-1767), lo dico subito, un artista di eccezionale importanza, sia per il nostro Paese sia per l’Europa tutta. Potrebbe essere colui che più di ogni altro ha preso congedo dalle maglie del barocco, barocchetto, rococò, accettando in pieno la svolta dell’”andare in chiaro”. Questa, di cui possono essere accreditati il pioniere Luca Giordano, e soprattutto il magno Giambattista Tiepolo, aveva già provveduto a rendere sopportabili gli ultimi attorcimenti della stagione barocca. Ma il Nostro fa ben di più, fa scendere una illuminazione sicura e ben distribuita (vogliamo fare pure un riferimento all’Illuminismo?) su una tematica che oltretutto ha il pregio di disprezzare i nobili e i potenti della terra, insomma quei due Stati del privilegio che al termine di quel secolo verranno rovesciati dal Terzo Stato, dalla borghesia, ma lui, il Ceruti, d’un balzo raggiunge già il Quarto Stato degli ultimi della terra, quali sono i Portaroli, i miseri garzoni dei due dipinti, oberati sotto il peso di enormi ceste, quasi ad anticipare il penoso destino attuale dei portatori di cibo a domicilio, o degli addetti alla sfilata di cartelloni pubblicitari. Si aggiunga alla virtù di una illuminazione piena quella della dimensione. In fondo, l’universo dei miseri si era già affacciato varie volte nell’arte europea, ma, come nel caso del Caravaggio e discepoli, immerso in fosche tenebre, oppure tracciato in piccole dimensioni, come coi Bamboccianti, quasi per farsi perdonare l’offesa inflitta ai canoni del decoro e della gerarchia delle classi. Se guardiamo attorno, non c’è nessun coetaneo del Pitocchetto che al pari di lui sappia coniugare queste due virtù. C’è chiarismo, senza dubbio, nella commedia sociale di Hogarth, ma anche questa ci viene servita in piccolo, come del resto giustifica la prevalente vena di illustratore e di grafico propria dell’artista inglese. Del resto, le sue celebri “conversation pieces” sono quasi delle case di bambole, ben riprese, nella Serenissima, da Pietro Longhi. Un chiarismo anticipatore di future imprese realiste si ha pure con un figlio di Giambattista, Gian Domenico, che non si loderà mai abbastanza per il coraggio con cui prende le distanze dal genitore, con quelle figure che certo non riducono le proporzioni, ma se ne stanno ben dritte davanti a noi, e osano perfino voltarci le spalle, forse proprio per negarsi al protagonismo generoso e retorico delle figure paterne. Insomma, sia nelle nostre regioni nordiche, sia, varcate le Alpi, in Francia e in Inghilterra non si scorge nessun protagonista che possa minacciare o strappare al nostro artista il primato da lui conseguito per questi vari aspetti.
Giacomo Ceruti, I Portaroli, a cura di Marcello Toffanello, Ferrara, Galleria nazionale d’arte, fino al 4 ottobre.

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Letteratura

Patrizia Cavalli, erede di Gianna Manzini

Sono stato quasi sempre un accanito detrattore del Campiello, arrivando perfino, per la cinquina dell’anno scorso, a proporre, proprio in questa sede, un rovesciamento della classifica finale, così da mettere all’ultimo posto il vincitore, Andrea Tarabbia, e al penultimo il secondo arrivato, Giulio Cavalli, Quest’anno invece le cose vanno ben diversamente, ho sul tavolo due prodotti eccellenti, di Patrizia Cavalli e di Francesco Guccini. Se le loro opere non si assidono ai primi posti della graduatoria di quest’anno, vuol proprio dire che il responso di lettori comuni non funziona, che la democrazia non c’entra in un ambito meritocratico per eccellenza quale deve essere la critica letteraria. Mi propongo di parlare in successione di entrambe queste opere, cominciando da Patrizia Cavalli e dal suo “Con passi giapponesi”, scusandomi subito per la mia assoluta ignoranza di quanto concerne la sua prevalente attività di poetessa ben stimata, ma si sa, che la mia attenzione verso quel genere letterario è alquanto deficitaria. A proposito invece di questa sua uscita in prosa, partirei dal quarto di copertina, affidato a un mio rivale con cui mi sono spesso accapigliato, Alfonso Berardinelli, del resto in dispute del tutto virtuali, data la mia pochezza attuale e invece il suo stato di notevole fortuna critica, al punto da essere ritenuto degno di presentare nel quarto di copertina il presente prodotto. Ma sbagliando del tutto i vari riferimenti, infatti la Nostra non ha nulla da spartire con Roberto Longhi, senza dubbio squisito prosatore, ma sempre ben agganciato ai dati del suo settore, mentre le virtù sottili e sfuggenti della Cavalli hanno il pregio di fare presa su fatterelli minimi, al limite dell’insignificanza, e beninteso non c’entra per nulla Elsa Morante, scrittrice di torbidi intrighi sentimentali, di drammi psicologi, di nodi arruffati che non potrebbero filtrare attraverso lo squisito setaccio della nostra autrice, Altrettanto si dica per Parise, autore ambiguo, ma anche lui sempre coinvolto in trame psicologiche di forte spessore. E allora, quale sarebbe il nome giusto da fare? Ce n’è uno che balza all’attenzione, quello di Gianna Manzini, anche se proveniente dal primo Novecento. Magari aleggia lo spettro della “prosa d’arte”, ma praticata con totale finezza, sdegnando ovviamente per prima cosa la conseguenzialità dei fatti, della trama, e dunque c’è in primo luogo la decisione di frammentare il discorso in tante scene, in tanti quadretti, in modo da curarne al massino la qualità, l’intensità, senza portarsi dietro l’impiccio della trama. La cavalli è una “spuntaiola”, per dirla con un termine di cui si valeva un autore oggi del tutto dimenticato, il Prezzolini della “Voce”. Ci sarebbe il rischio di applicarle un termine riduttivo, di chi va alla ricerca del suo bene dovunque lo trova saltabeccando da un’occasione all’altra. Ma quando incontra un tema gradito, lo affronta, lo penetra, lo scandaglia ricavandone mille tracce, reperti, segnali, come andasse in giro con una sonda, con un rivelatore geiger di pure energie, nascoste sotto la coltre della quotidianità più dimessa. Ognuno di questi quadretti, li si potrebbe anche dire “idilli” in accezione leopardiana, rivelano mille estri, mille dettagli che si assiepano, leggeri ma pronti a fare tessuto, a saldarsi gli uni agli altro, stimolati dal primo e più consueto degli scenari, la propria casa, passando poi a Ricordi di infanzia e di adolescenza, o ad accidenti usuali e consueti come un banale mal di testa, che però si rivelano simili a pozzi senza fondo, da cui estrarre infinite perle luminose, magari pescando nel fango, nella prosa più volgare della vita comune.
Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi. Einaudi, pp. 152, euro 17,50.

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Attualità

Dom. 23-8-20 (distanze)

Non vorrei insistere a proporre i mei slogan, del resto destinati a cadere nel vuoto, sul tipo delle invettive contro i virologi, o nuovi monatti, raccolti all’insegna del motto “finché c’è contagio c’è speranza”, con la relativa inversione “Finché c’è Speranza (ministro) c’è contagio”. Mi limiterò a tornare alla carica sulla questione della riapertura delle scuole, in presenza degli allievi e ponendo fine alla didattica on line. C’è un solo modo per rendere possibile questa da tanti invocata ripresa di normalità, un ricorso sistematico al termo scanner, ovviamente da non lasciare alle famiglie, che potrebbero ciurlare per il manico, lasciar uscire anche figli in stato febbrile, magari solo per ignoranza, o impossibilità di procurarsi quello strumento, di cui ignoro il grado di accessibilità e di costo. Questa misurazione deve essere effettuata all’ingresso di ogni istituto, con l’esito che ben si sa, se un alunno o un docente ha una temperatura superiore ai 37,5, non entra, altrimenti può avere libero accesso, sospendendo il criterio insostenibile della distanziazione. Ovvero, si potrà sedere accanto a un compagno o compagna anche sullo stesso banco. La pretesa di mantenere tra gli scolari la distanza di almeno un metro è impraticabile, magari si possono anche moltiplicare le sedi delle lezioni o i banchi su cui sedersi. Ma il fattore che non si può moltiplicare a piacimento, è quello deg.li insegnanti. Se una classe fatta in media di venti o trenta allievi deve essere divisa in due, ciò significa che pure gli insegnanti devono essere raddoppiati, ma dove trovarli? Queste sono le forche caudine che la pessima ministra Azzolina, e i monatti di non so quale comitato tecnico, presieduto dall’involuto e contorto presidente Arcuri, degno delle beffe di Crozza e di ogni comico che si rispetti, dovrebbero affrontare e risolvere.

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Arte

Bernard Aikema, una “magistrale” lezione sulla Tempesta

Dal 2011 organizzo a Cortina d’Ampezzo, dove soggiorno nel mese d’agosto, degli incontri culturali che vengono da lontano, riprendono una bella tradizione che esisteva per lo meno dagli ultimi decenni del secolo scorso, preso il Grand Hotel Savoia, sapientemente gestito dal commendator Santino Galbiati, e sotto la regia di Ennio Rossignoli. Poi il Savoia era stato bloccato a lungo da una interminabile ristrutturazione, di cui ha approfittato la “Montagna di libri”, gestita direttamente dal Comune del capoluogo delle Dolomiti. Ma appunto noi non ci eravamo arresi e avevamo ripreso quella attività, sempre sotto la guida di Rossignoli. Purtroppo da poco egli ci ha lasciato, e dunque i cinque eventi del corrente anno sono stai posti a suo ricordo. Del resto, non è venuta meno la preziosa attività della moglie di lui, Maria Giovanna Coletti, che si è valsa molto bene della massima attrattiva del luogo di cui è stata assessore, Pieve di Cadore, località di nascita del grande Tiziano, nel cui nome ha creato una Fondazione molto attiva, che si vale soprattutto della partecipazione di un grande storico dell’arte, Bernard Aikema, olandese di nascita, quindi perfetto conoscitore dell’arte nordica, ma pronto a stabilire un ponte con quella italiana, di cui è altrettanto perfetto conoscitore, dalla cattedra tenuta all’Università di Verona, con abitazione accanto all’idolo dei suoi studi, lo stesso Tiziano, alle Fondamenta nuove di Venezia. Questa lunga premessa serve per informare che dei nostri incontri cortinesi egli rappresenta l’acme, con le sue “lezioni magistrali” che riescono sempre a fare il pieno, dovunque si tengano a Cortina. E beninteso proprio Tiziano è stato di frequente il tema di quelle conferenze, in cui il rigore scientifico si sposa con la facilità di espressione, in un italiano che non rivela più tracce della lingua d’origine. Quest’anno il tema era stimolante quanto più non si può, trattandosi di parlare della Tempesta di Giorgione. Dico subito che condivido totalmente il suo approccio a questo fatidico dipinto attorno a cui si sono depositate interpretazioni all’infinito, alla ricerca dei significati reconditi dei personaggi che vi si vedono, la zingarella discinta con in braccio un bambino, il soldato che fa da voyeur sull’altro lato di uno specchio d’acqua. In definitiva, Aikema ha fatto parlare direttamente l’arte giorgionesca, cercando accordi e consonanze con altri artisti venuti un po’ prima o in contemporanea. Oserei parlare di un approccio da fenomenologo degli stili, che è la materia che ho insegnato per decenni, avendo “in gran dispitto” iconografi e iconologi, questo per la ragione sostanziale che le idee, agli artisti del tempo, le davano gli umanisti, i letterati al seguito dei committenti, mentre i pittori ci mettevano la mano, e di questo rispondevano. Giorgione, nel magico dipinto, risponde per la sinfonia di terra, acque, muri di case imbibite di luce, per quel magnifico evento fisico che è il lampo che squarcia l’aria. Un insieme strepitoso capace di correre in avanti fin quasi a toccare la grande stagione dell’Impressionismo. Aikema ne cerca qualche consonanza soprattutto nei tedeschi che conosce tanto bene, da Altdorfer a Cranach a Durer a Bosch, da lui indagati in mostre specifiche, e ci sta anche un artista nostrano come Lorenzo Costa. A mio avviso, anche se questa è una strada giusta da percorrere, Giorgione è ancora qualcosa di più, e il conferenziere ne indica uno dei motivi accennando alla “brevitas”. Il pittore veneto è un “moderno”, che si stacca dal Quattrocento, in quanto le sue composizioni sono essenziali, fatte di pochi protagonisti, mentre gli altri sopra menzionati affollano ancora la scena di troppi personaggi, insomma, per dirla col Vasari, appartengono ancora alla “seconda maniera”. Ma proprio il sacro nome dell’autore delle Vite insinua un elemento di dubbio e di discordia, nel mio pur caloroso consenso di massima all’impostazione di Bernard. Il quale, nelle sue superbe lezioni magistrali, ha insinuato un “fil rouge” di dubbio, anzi un “fil jaune”, in quanto si tratta di mettere in discussione la stessa esistenza di Giorgione. Ma come è possibile negarla, quando, ad appena un quarantennio di distanza dalla sua morte, proprio il biografo, e fenomenologo degli stili aretino gli dedica pagine di assoluta adesione, facendone proprio un campion della “maniera moderna” alla stregua di un Leonardo, Michelangelo, Raffaello? Del resto il Vasari stesso aveva risolutamente scartato la via delle interpretazioni iconografiche. Gli era stato possibile contemplare il capolavoro estremo dell’artista veneziano, il Fondaco dei Tedeschi, prima della sua distruzione, e aveva detto l’ammirazione suscitata in lui da quel magnifico ammasso di corpi in tutte le pose, che proprio in forza della loro perfezione pittorica facevano scordare le pretese di trovarvi sensi allegorici. Insomma, lo stesso Vasari invitava ad affidarsi al responso degli occhi. Che è poi l’invito che Aikema propone anche a proposito della Tempesta. Dunque, grande attesa per quando vorrà dipanare fino in fondo il suo “fil jaune”, da negazionista nei confronti del nostro autore.

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Letteratura

L’allegro e triste novellino di Camilleri

La crisi del cartaceo che assedia i giornali li spinge a cercare rimedio, intanto, con le varie edizioni on line, ma anche ricorrendo a una specie di cura omeopatica, cioè aggiungendo carta su carta, Mi riferisco ovviamente ai vari volumetti che ormai quasi quotidianamente accompagnano appunto i giornali, cosa che a volte è davvero utile, Qui stesso qualche tempo ha ho approfittato di una di queste uscite per parlare di uno dei romanzi di Murakami, anche se non dei migliori. Ora sul tavolo ho le edizioni snelle dei racconti di Andrea Camilleri, un suo volto da non sottovalutare, in quanto, proprio per la dimensione ridotta di queste uscite, si libera del gravame pur sempre costituito dalle trame del giallo, e da personaggi divenuti molto popolari, ma al limite dello stereotipo, come lo stesso Montalbano, che tanta popolarità ha dato a Luca Zingaretti, ma anche col rischio di incatenarlo a un ruolo fisso, da cui non gli sarà facile liberarsi. E lo stesso si dica per i personaggi minori che lo circondano, coi loro tic ormai prevedibili. In questi racconti invece Camilleri procede leggero, a svolgere un suo novellino, o ad accostarsi al grande Pirandello e alle sue novelle per un anno, ma senza essere condizionato dalla formidabile intelaiatura ideologica del grande romanziere e drammaturgo. Libero, insomma, Camilleri, di snocciolare le sue vicende di eroi minimi, il che li rende del tutto disponibili a valersi del loro dialetto, in misura superiore di quando l’autore si presenta a un pubblico più vasto. Qui siamo proprio a un festival continuo, del “nivuro”, del “taliare”, del “magari” piegato ad ogni uso possibile. E c’è perfino una liberazione dai mali della povertà, della fame incombente, dell’ignoranza, dell’assoggettamento ai potenti. Un allegro repertorio di casi, di colpi di dadi, libera questi “ultimi della terra” a saltar fuori dal male di vivere. In termini pirandelliani, diremmo che siamo a un ventaglio di casi “comici”, che ovviamente non si sollevano mai all’umorismo per l’inadeguatezza di questi personaggi piccoli piccoli a ricavare una morale dai fatti che li assediano. Forse la vicenda più divertente e meglio combinata è quella narrataci in “Di padre ignoto”, di una fanciulla bella come una Madonna, ma povera in canna, orfana, che mette a profitto il suo dono di natura concedendosi secondo un sapiente calendario settimanale alle voglie di alcuni vecchioni del paese in cui vive, tanto da mettere in banca un tesoretto che permetterà al figlio di fare studi e di prendersi una laurea. Ma per lui sarà un problema cercare di capire da chi sia stato procreato, tra tanti padri putativi. Molto brillante anche “La congiura”, dominata da un certo Ciccino Firrera, uomo di rara bruttezza e volgarità, però ben dotato sessualmente, che fa scoprire questa sua virtù alle brave moglie dei notabili del paese, trascurate dai mariti, ma pronte a valersi di quel trattamento esuberante e imprevisto. Naturalmente siamo in presenza di una musa in minore, forse il nostro Camilleri ha ben presente qualche novella boccacciana, come quella del supposto sordo e deficiente, di Lamporecchio, volentieri adottato e usato a turno da un intero convento di suore. Oppure, da questo livello non impegnativo si può salire a uno stadio superiore, perfino serioso, come succede in Moravia, “Crisi coniugale”, quando un marito scopre con raccapriccio misto a fascino che il suo misero barbiere fa benissimo l’amore con la coniuge da lui trascurata. E c’è la vicenda di “Un giro di giostra”, in cui è di scena un povero essere che per scarsità di doni naturali e sociali passa una esistenza misera, ma allietata a un tratto da un bacio fortuito ricevuto da una bella giovane, il che gli fa perdere la testa e finire investito da un’auto non vista in tempo. Oppure, ne “La trovatura”, è all’opera una coppia di bricconcelli che tentano di farsi passare per maghi e indovini, ma il bello è che almeno una volta “trovano” davvero un tesoretto che cambia la loro situazione. Oggi, sabato 15, Ferragosto, ho già avuto in regalo una nuova puntata di questa festosa rete di invenzioni.

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Attualità

Dom. 15-8-20 ( Da Milano)

Vedo con molto dolore la decadenza dell’”Espresso”, ormai ridotto a inserto gratuito dentro “La repubblica”, che lo ha svuotato di quasi tutte le rubriche culturali, ormai assegnate all’inserto culturalmente più cospicuo “Robinson”. E pensare che un tempo quel settimanale, anche per i vari aspetti culturali, era prestigioso e seguito, io stesso ne ho approfittato collaborando, dal 1974 al 2000, alla rubrica dell’arte, da solo o avendo partner più importanti di me come Argan e Calvesi. Anche se proprio la rilevanza di quella rubrica, nel mio laborioso percorso, aveva fatto pendere la bilancia a favore del mio volto di critico d’arte, a detrimento di altri miei aspetti. Ma un brutto giorno sono stato licenziato, da un direttore puramente di transito, un tale Giulio Anselmi, poi andato a intristire alla direzione dell’Ansa. Mi era stato detto che potevo rimanere tranquillo, in quanto si trattava appunto di un direttore effimero, ma invece, forse proprio per contrastare a una simile diceria, Anselmi si mise a licenziare, facendo subito una vittima illustre in Antonio Gambino, co-fondatore del settimanale, compagno di strada di Eugenio Scalfari. E poi venne la mia liquidazione a favore di Germano Celant, senz’altro su comando di qualcuno, dato che io suggerii al nuovo capo di adottare anche in quel caso il ritmo quindicinale che già esisteva tra Eco e Scalfari. E lui non aveva affatto respinto una simile ipotesi, aveva solo chiesto due settimane per pensarci, il che a mio avviso voleva dire che doveva riferire a chi gli aveva dato ordine di liquidarmi a favore di Celant. Ho colto da qualcuno l’ipotesi che quell’imposizione venisse da Prada, di cui Celant era il braccio esecutivo a livello d‘arte, con minaccia di togliere la pubblicità al giornale se una tale richiesta non fosse stata esaudita. Negli ultimi tempi, ovviamente, il mio rammarico per l’espulsione si era attenuato, vista la riduzione progressiva che era stata inflitta alla presenza del magno Celant, per poi sparire del tutto. Ora l’”Espresso” è una specie di bollettino privato di Marco da Milano, in cui lui si estenua nella vana lamentela che la sinistra non c’è più, che le cose non vanno, alla maniera di Gino Bartali che diceva “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. In ciò è spalleggiato dal collaboratore numero uno, da quel Massimo Cacciari che con estrema impudenza si qualifica “filosofo”. Come se invece non dovessimo ringraziare il cielo che ci ha dato l’unico governo possibile, a rimedio di guai ben maggiori. Questa alleanza giallo-rossa, dovuta alla chiaroveggenza di Grillo e Renzi, il diavolo e l’acqua santa, si stabiliscano i rispettivi ruoli come si vuole, comunque ha posto rimedio al male estremo di un pavido presidente della Repubblica che per paura di mandarci a nuove elezioni, due anni fa, aveva atteso con indebita pazienza che nascesse l’ircocervo giallo-verde, cosa, ho detto ripetutamente, da dovergli provocare una mozione di empeachment. Ora per fortuna, in barba ai predicozzi della coppia Cacciari-Da Milano, questo connubio, senza dubbio incerto, traballante, zoppicante, però procede. E si intravedono alcuni punti d’arrivo, come l’elezione del nuovo Presidente, speriamo meno acquiescente e incerto di Mattarella, e le politiche tra tre anni, in vista delle quali senza dubbio ci sarà da riflettere e discutere.

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Arte

Come gioca bene Dado sui nostri muri

Alessandro Ferri, noto con lo pseudonimo di Dado, è dagli inizi del nuovo secolo uno dei maggiori protagonisti italiani di un fenomeno di grande attualità, la “street art”, che a sua volta è parente stretta dei Graffitisti newyorkesi, capeggiati da Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, e addirittura dei Muralisti anni Trenta, dai Messicani ai nostri Novecentisti guidati da Mario Sironi. O in genere si può anche parlare di “wall paintng”, una modalità universale attraverso cui si riaffaccia sua maestà la Pittura. Il secolo precedente si era aperto con una formula di negazione, nella credenza che la nuova era fosse da lasciare nelle mani del macchinismo e dei suoi schemi di un rigoroso spirito geometrico, preludio di Gropius e del Bauhaus, dove in effetti i pittori non erano graditi. L’austriaco Loos aveva pronunciato il famoso scongiuro, “l’ornamento è un delitto”, ma in seguito c’erano stati vari fenomeni di rovesciamento di quel detto, e ora addirittura la formula si può capovolgere, l’ornamento è un bisogno fisiologico dell’umanità, guai quindi alle pareti bianche, intonse, vergini. Da qui la tendenza ad aggredirle con una grande varietà di interventi, alcuni di pessimo gusto, gesti inconsulti e dannosi, da cui almeno i centri storici delle nostre città vanno accuratamente difesi, Ma anche quando sulle pareti intervengono dei pretesi artisti, c’è un pericolo sovrastante, che cioè pur attraverso buoni propositi si rilanci un figurativismo di bassa lega, tributario di un surrealismo facile e irresponsabile, Io non esiterei a mettermi alla testa di una crociata per cancellare queste cattive prestazioni. Ma non è certo il caso di Dado, che se non sbaglio ripudia quasi del tutto dal suo repertorio l’iconismo, preferendo valersi di un linguaggio, non diciamo astratto, termine anch’esso abusato, ma proprio aniconico, magari cominciando proprio a giocare col suo nome di battaglia, agitando come dei dadi e rovesciandoli sulle pareti, in combinazioni multiple e ingegnose, Oppure ricorre a dei nastri che si attorcono come gli anelli di Moebius, arricciandosi, intricandosi in nodi infiniti. In ogni caso le sue immagini non pretendono di balzare fuori dalle pareti, ma quasi le accarezzano, gli fanno il solletico, si acquattano negli intonaci, sfruttando magari anche le screpolature, le crepe che vi si trovano, quasi cercando di rientrare nei muri, di venirne riassorbiti. Insomma, non ci sono emergenze spudorate, vistose, insostenibili, ma procedimenti perfettamente intonati alle esigenze della bidimensionalità. La fitta attività svolta da Dado nell’ultimo decennio meriterebbe un discorso più approfondito. Questo mio intervento estemporaneo e inadeguato è motivato dal fatto che mi trovo in vacanza a Cortina d’Ampezzo, dove Dado arriverà tra poco per fare una installazione in piena natura, non più accarezzando pareti ma muovendosi a tutto campo in un ambiente boscoso, e in questo caso mi pare che ricorra al gioco detto shangai, cioè a una moltitudine di bacchette, di asticciole che si squadernano nello spazio, oppure vi erigono come delle palizzate. Non so se le mie attuali difficoltà deambulatorie mi consentiranno di andare a visitare in presa diretta queste sue installazioni, magari ritornerò sull’argomento in termini più appropriati, ma intanto ho voluto giocare d’anticipo rendendogli un omaggio pienamente meritato.

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