Arte

La Madonna Sistina, capolavoro assoluto di Raffaello

Il mio suggeritore di queste tornate, Artribune, annuncia che proprio oggi, sabato 26 dicembre, su Sky arte comparirà un documentario dedicato alla Madonna Sistina di Raffaello. Preferisco giocare d’anticipo parlando di mia iniziativa di questo capolavoro, una delle opere più intense del divino artefice, che ha la particolarità di essere dipinta su tela, cosa rara per quei tempi, ma certo il materiale “tenero” contribuisce alla sofficità del dipinto, mentre dipingendo su tavola, come era abitudine per quei tempi, Raffaello doveva sostenere una battaglia con la durezza del materiale di base. Intanto, ritengo anch’io che il Sisto invocato nel titolo non abbia nulla a che fare con i papi Della Rovere, anche se è probabile che proprio S. Sisto sia ispirato da Giulio II, come indica la tipica barba del personaggio. Pare dunque che siano stati proprio degli ecclesiastici di Piacenza a commissionare il dipinto, poi finito nelle mani del Granduca di Sassonia e da lui appoggiato a Dresda, dove tuttora risiede e risplende. Fra le numerose Madonne e Bambino uscite dalle mani dell’Urbinate questa è forse la più dolce, più trepidante, commovente, anche se praticamente immobile, o forse proprio per questo, per una enorme concentrazione espressiva. I due Santi ai lati sono prodigi di disinvoltura, con quelle pose che fanno coro alla scioltezza dell’immagine centrale. S. Sisto è di tre quarti, S. Barbara piega con perfetta naturalezza la testa verso di noi, mentre il corpo è rivolto alla coppia centrale. La scena, insomma, è più sottilmente animata di quanto non sia un altro capolavoro che si ritiene della medesima data, del secondo decennio romano dell’Urbinate, la S. Cecilia di Bologna, dove i vari personaggi non sfuggono a una certa rigidità nella loro ostentata verticale. Qui è pure da notare la sottigliezza dell’”aere perso” che avvolge, accarezza, ammorbidisce le poche figure ammesse. C’è quasi da rallegrarsi che l’artista non sia ricorso a quell’oscuramento forzato che stava prevalendo, soprattutto nei ritratti, anche se si trattava di una mossa vincente, di un enorme lascito a favore di tutti i futuri protagonisti della “modernità”, da Caravaggio a Rubens a Rembrandt. In proposito mi piace replicare una osservazione da me già più volte avanzata, ma nella trascuranza assoluta dei pretesi intenditori dell’arte raffaellesca. Un capolavoro del precedente periodo fiorentino quale La Madonna del Granduca era nato “in chiaro”, e solo portandoselo dietro a Roma Raffaello aveva fatto il salto rivoluzionario di dargli uno sfondo scuro. Ma qui per fortuna l’aria è trepidante, respirante, osmotica come il cielo della Disputa del Sacramento, nella prima delle Stanze, anzi, sembra che queste apparizioni ridotte ne siano appena scese, mantenendo in pieno il medesimo palpito e respiro. Un dettaglio da notare sono i due angioletti in basso, dipinti con la stessa grazia, scioltezza, mobilità, ma perfino in misura eccessiva. Un pittore troppo padrone del suoi mezzi in quel caso si era compiaciuto di esibirli allo scoperto, fino a sfiorare un effetto lezioso, quasi un campanello di pericolo, fino a che punto di aneddotismo libero e sciolto il maestro sarebbe giunto, continuando per quella strada? Forse proprio tanta disinvoltura stava agendo sui discepoli, e in primo luogo sull’erede designato, Giulio Romano, fino a fargli intendere che conveniva seguire altro cammino e preparare la svolta manierista. Ovvero, il Cinquecento doveva inserire un motivo di pausa e di diversione rispetto a tanta maturità, che minacciava di invadere le terre del Seicento molto prima del tempo. Ci voleva una gelata per fermare quella primavera, o addirittura estate, troppo precoce.

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Letteratura

Barbolini, un’offerta golosa di antipasti

Buttarsi sui racconti, per un narratore, è una tentazione e anche un rischio. Per un verso, si sente stimolato alla massima libertà, come un artista visivo in fase di bozzettismo, senza l’obbligo di “finire”. Ma per un altro verso proprio questa larghezza di possibilità può anche causare una dissipazione. Forse è come istituire un ufficio progettazione per il futuro su cui converrà ritornare con più calma, ed è pure una sorta di recupero museale del meglio della propria produzione passata. Agito tra me e me queste riflessioni a proposito della nutrita serie di racconti che Roberto Barbolini ci presenta col titolo “Il maiale e lo sciamano”. Un titolo che a ben pensarci è già per se stesso riassuntivo del suo intero universo. Il maiale sta a significare la parte bassa di stretto contatto con tutti i fattori materiali, a cominciare dal cibo, dalle occasioni di fare bisboccia, di avvoltolarsi, nel fango, proprio come i suini. Lo sciamano invece riassume in sé tutte le occasioni di incontro con una dimensione superiore che non mancano ai vari protagonisti mentre si avvoltolano nelle brutture della vita, ma sempre con una andata e un ritorno, se cioè si annuncia una qualche presenza superiore, si può star sicuri che l’autore provvede abbastanza presto a ridurla all’ordine. Se ne vuole un caso lampante? In un racconto del passato Barbolini ci ha detto che perfino Dracula in persona, cioè l’attore che meglio lo ha impersonato, Christopher Lee, si è spinto fino a Modena, per un legame di parentela con persone di quella città. Ho pronunciato il nome dell’entità che, se non sbaglio, non viene mai nominata in questi racconti, ma che pure è l’epicentro di tutto il mondo del Nostro, per la sua bassezza materiale, proprio da suino che si rotola nel fango, si compiace di quanto sta in basso, ma poi è sempre alle prese con qualche arcano, con qualche avventura di alto bordo. Se non sbaglio è stato Cesare Garboli a fare per il nostro autore il nome del tutto opportuno di Delfini, che lo ha anticipato proprio in una simile miscela di alto e basso. In definitiva, sappiamo che una delle imprese più esilaranti di questo precursore è stata di battersi per la tesi che uno dei capolavori di Stendhal, la Certosa di Parma, sarebbe da emendare sostituendole il nome della città della Ghirlandina, Ecco un obiettivo che potrebbe piacere anche a Barbolini, e che del resto lui realizza in tanti di questi racconti ancipiti, con i piedi beni in basso ma la testa in alto, a captare venti più favorevoli, Oltretutto, questa varietà di toni, misure, accenti gli permette di non muoversi solo nel presente, ma di aprire anche il capitolo delle memorie, però, niente paura, esso non è fatto di languori, di dolcezze svenevoli, ma riporta gli stessi accenti duri, soprattutto se si rivolge agli anni della guerra, e ancor prima del fascismo, con i due fronti che si combattevano anche nel natio borgo selvaggio, senza esclusione di colpi. Ma rimaniamo alla similitudine di carattere gastronomico, che mi sembra sempre la più azzeccata a contrassegnare un mondo di questa natura. In fondo, è come se fossimo invitati a una serie enorme, inarrestabile, di antipasti, o al contrario di pasticcini e dolcetti, a conclusione di un pasto abbondante, i quali, come ben si sa, possono anche essere fatti con avanzi, con residui di pasti precedenti, Una allegra, sbrigliata, incontenibile offerta, anche se poi il commensale si chiede se qualcosa di più corposo potrà seguire, Sono sicuro che anche Barbolini procederà in questo senso, e che a una prossima uscita sceglierà tra tanta abbondanza di offerte a quale di esse dare un corpo più vasto e più strutturato. Anche perché, ma qui tocchiamo un terreno minato e perfino colpevole, proprio come potrebbe succedere in una rassegna dedicata a degli chef stellati, i premi letterari non concedono molto ad antipasti e dessert, vogliono piatti pieni e magari ridondanti. Ne sa qualcosa un talento come Covacich che ha perso a uno Strega in cui si era presentato con magnifici racconti, ma gli hanno preferito un Lagioia, benché pesante e indigesto, ma impacchettato in un corposo romanzo. Anche il nostro Barbolini è ormai maturo per uno Strega, ma per avere buone probabilità dovrà scegliere tra questa ridda di proposte, per quanto golose e appetibili.
Roberto Barbolini, Il maiale e lo sciamano, La nave di Teseo, pp. 381, euro 15.

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Attualità

Dom. 27-12-20 (vax)

Evviva, dunque i vaccini sono arrivati. Io non sono certo un “no wax”, quindi mi vaccinerò, se arriverà il mio turno, e se lo potrò fare senza sottostare a file o turni gravosi, e se nel frattempo la loro elaborazione così affrettata non avrà rivelato degli inconvenienti. In proposito ci si può fidare dell’Europa, che ha fatto il suo dovere, ci ha già spedito una prima quota, e si può anche credere nella distribuzione cui procedono le Forze Armate. Ma ci saranno in tempo medici e infermieri, siringhe per procedere alle inoculazioni? L’impagabile commissario Arcuri avrà agito in tempo utile o coi suoi soliti ritardi, di cui peraltro viene premiato col conferimento di sempre nuovi compiti? Ma purtroppo i tempi per una vaccinazione di massa sono lunghi, si rischia di arrivare al prossimo autunno, quindi bisogna evitare che i nuovi monatti estendano la loro dittatura a oltranza. A questo scopo, ecco alcuni punti per cui battersi. Primo, smetterla di fare i tamponi “alla carlona”, come la Annunziata ha avuto il coraggio di dire proprio in faccia ad Arcuri. Non sappiamo con quale criterio vengono eseguiti. Inoltre essere contagiati non è così grave come pretendono. Il 90% di contagiati se la caverebbe solo con la quarantena a domicilio, il guaio è che i medici di base a domicilio non ci vanno, e allora chi si ritiene colpito si precipita negli ospedali determinandovi le lunghe code che ci vengono rinfacciate per alimentare il clima di terrore. Secondo. Il numero dei decessi dovrebbe essere controllato, che siano provocati davvero dal covid e non dalle immancabili cause naturali che gravano soprattutto sugli anziani. Terzo. Tra le misure in atto, che i nuovi monatti cercheranno senza dubbio di prolungare, sono accettabili solo l’uso delle mascherine e il coprifuoco alle ore 22. Tutti gli altri divieti sono da respingere, e dunque, quarto, occorre riaprire musei, mostre, cinema, teatri che sono luoghi sottoponibili a controlli sicuri, e non di massa. Quarto, riapertura delle scuole in presenza, a tutti i livelli. Al solito, un’intervista della Annunziata, domenica scorsa, a una esperta italiana, anche se residente in Danimarca, ha avuto la risposta che le scuole sono tra i luoghi meno soggetti a rischi di contagio. Inoltre le lezioni a distanza e on line sono diseducative, elitarie, incontrollabili. Un’affermazione del genere può apparire contradditoria da parte di un mcluhaniano a oltranza come me, ma io ho plaudito alle proposte innovative del profeta canadese se il lavorare on line da casa riguardava persone mature. Per esempio è un ottimo sistema per le donne, che possono conciliare, col lavoro domestico affidato al computer, la custodia dei figli. Il sistema invece ha tutti i possibili inconvenienti se affidato a giovani bisognosi di contatti umani diretti.
Per questi obiettivi ci dovremo battere nei prossimi tempi, attraverso appelli, mozioni, lotte da combattere con ogni mezzo, per sottrarci alla dittatura dei virologi, e dei ministri Franceschini e Speranza, meglio perderli che mantenerli. Purtroppo non ci sarà rimpasto, e anche in questo caso questi due famigerati sarebbero protetti proprio da tutti gli interessati al mantenimento del contagio il più a lungo possibile.

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Arte

Richter: una marcia dall’ordine al caos

Anche in questa domenica pre-natalizia lo spunto per immettere nel blog un pezzo d’arte mi viene da Artribune che annuncia una mostra di Gerhard Richter (1932) al Kunstforum di Vienna, dedicata ai suoi paesaggi, con ben 130 opere presenti. Il mio incontro, virtuale, non di persona, con questo artista è avvenuto nel 1974, quando allo Studio Marconi di Milano ho realizzate la mostra “La ripetizione differente”, cui l’artista tedesco si prestava molto bene per un suo dittico in cui inizialmente partiva dalla riproduzione di un classico di Tiziano, una “Annunciazione”, ma poi, attraverso trasformazioni successive, ne otteneva una serie di macchie disordinate e informi, come succede per esempio, a livello acustico, col passaparola, quando ci trasmettiamo l’un l’altro una frase che parte intatta ma poi si slabbra, diviene una sequenza di suoni senza senso. In definitiva Richter è sempre rimasto fedele a questo modo di procedere, da una realtà fissata in presa diretta, come avviene con una foto normale, a una sua metamorfosi via via più spinta, come se la compagine iniziale fin troppo leggibile e ordinata venisse via via scomposta, ripassata con una specie di rastrello, o, supposto che fosse stata ripresa anche con vernici, queste fossero scivolate in giù, quasi lacrimando. Insomma, da un ordine troppo ben confezionato, secondo parametri ordinari, si procede verso una pittoresca caotizzazione dell’immagine. Qualcosa di simile si può ritrovare anche in altri casi, anzi, se ne può ricavare addirittura una divisione radicale tra quanti, dopo la rivoluzione del ’68, hanno accettato l’imperativo di abbandonare la pittura ricorrendo appunto alla foto, e dunque accogliendo uno dei precetti su cui ha insistito Joseph Kosuth. Ma appunto, si dà la divaricazione, tra chi a un compito del genere si presta facendo uso di quello che viene anche detto “sharp focus”, cercando cioè di conseguire un margine di originalità attraverso un approccio al reale di lucida, fredda, esasperata aderenza. Penso in particolare ai quattro tedeschi che vengono considerati allievi della coppia Bernt und Hilla Becher, Thomas Struth e le sue visite a musei condotte con assoluta freddezza e compostezza, Thomas Ruff coi suoi ritratti più veri del vero, Andreas Gursky con le sue folle brulicanti, come polipai verminosi, Candida Hofer con le sue rassegne di interminabili scaffalature trovate in archivi e biblioteche. A questa compagnia si potrebbero aggiungere pure i referti del canadese Jeff Wall, con le sue scene di soffocante angustia domestica, forse però con qualche adito a possibili interpretazioni allegoriche. Ma in definitiva la mia preferenza va a chi tenta di fuggire da questa prigione un’immagine troppo cruda e ferma, forse qualcuno in proposito ricorda l’omaggio che ho dedicato qualche domenica fa a Cindy Sherman, che riscatta il riporto troppo meticoloso consentito dal riporto fotografico caricando di vesti e ornamenti in eccesso il modello, la persona posta davanti all’obiettivo. E un massimo di caricamento, così da rendere drammatico il riporto fotografico, lo abbiamo anche in David La Chapelle. Invece, come detto sopra, la via scelta da Richter per ottenere comunque effetti appartenenti alla medesima categoria di un esodo dal conformismo è quella di strapazzare i referti ottenuti con la “camera”, come se l’immersione nella bacinella dello sviluppo non fosse andata nel modo giusto. gli strati di colori fossero scivolati in giù, dando luogo a marezzature, a effetti paludosi che ovviamente non sono negli originali. Ovviamente se al tradizionale procedimento fotochimico l’artista tedesco sostituisce la tecnica elettronica fondata sui pixel, queste deformazioni si ottengono ancor più facilmente. Si conferma comunque un viaggio industrioso tra due terminali, partenza da visioni che non potrebbero essere più conformi, irreprensibili, anonime, da dilettante del mestiere, ma da lì si procede verso effetti di un pittoricismo quasi preterintenzionale, ottenuto facendo ricorso al caso.
Gerhard Richter, Paesaggi. Vienna, Kunstforum, fino al 14 febbraio.

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Letteratura

Fusé, giuste “direzioni”, “attese” mantenute

Una lieta sorpresa mi è venuta dal romanzo di Adelio Fusé, “Le direzioni dell’attesa”, oltretutto uscito da una casa editrice, quale la Manni, a me molto cara, ma anche severa nelle sue regole, per cui non mi è consentito intervenire con una recensione favorevole a quest’opera proprio nelle colonne della rivista “l’Immaginazione”, tra i frutti più importanti di questa Casa, dove sarebbe apparsa come “pollice recto”. Nelle domeniche scorse, per riempire questa casella dedicata alla narrativa, avevo dovuto bordeggiare trattando i romanzi usciti come compiti obbligati da scrittrici in carriera, Donatella Di Pietrantonio e Silvia Avallone, che per rimanere sull’onda del successo conseguito si sentono obbligate a uscire con regolarità periodica, fornendo delle combinazioni più o meno ingegnose delle loro trame, purtroppo legate a sfondi della nostra provincia, quindi di basso profilo, senza saltar fuori da un inevitabile e sempre ritornante clima di neorealismo, assolutamente non gratificabile con un secondo grado di “neo”, di innovazione nell’inseguire la realtà più drammatica e contradditoria dei nostri giorni. Non so nulla di Fusé, né ho letto l’unico romanzo da lui pubblicato, ma noto con piacere che usciamo da questa routine di casa nostra per avventure più raffinate cui si dedica un protagonista, tale Walter, dotato di una buona carica intellettuale, e lo stesso si può dire a proposito della donna che gli è al fianco, Alina, entrambi impegnati in un continuo vagabondaggio, con mete che hanno il sapore delle cose vissute, sperimentate di persona, anche nelle loro contradizioni. Come è il caso di una Parigi che non vale solo per i fin troppo noti monumenti di superficie, ma si impone per un suo volto “nero”, sotterraneo, delle fogne. E avvincente, spericolata, con esiti tra il ripugnante e l’esilarante, è la frequentazione cui si dà questa coppia di alberghi di bassa estrazione, dotati di stanze non troppo confortevoli, gestiti da una squadra vivace di portieri di notte, di proprietari e tenutarie di assai basso profilo. Interessante anche l’impasto tra i riferimenti dotti, di alta cultura, di cui la coppia è capace, e una molto concreta pratica dei valori materiali della vita, il sesso e il cibo. Dalle stelle alle stalle, potrebbe essere un facile slogan da applicare al loro caso, Ma soprattutto vale il proverbiale incontrarsi e dirsi addio, infatti si tratta di un legame sempre sul punto di sciogliersi, salvo poi a ritrovarsi, per vie impensate e in luoghi mutati. Infatti il vagabondaggio è il dato più presente e incalzante, in tutta questa vicenda, intricata e labirintica, tanto che per seguirla ci si dovrebbe munire di un quaderno per registrarvi i vari spostamenti. Ss c’è un rimprovero da fare, questo riguarda il carattere un po’ ermetico del titolo, “Le direzioni dell’attesa”, anche se il plurale del primo vocabolo potrebbe risultare adeguato, infatti sono tante le direzioni del continuo pellegrinare di Walter, che ben presto lascia Parigi per varie località del Portogallo. A questo proposito c’è da notare quanto questa nazione risulti cara ai nostri narratori più sofisticati che intendano sottrarsi a un piccolo cabotaggio locale, si pensi ai casi di Antonio Tabucchi, e anche di Romana Petri. Ma la permanenza lusitana è appena una parentesi, forse perché, volendo ricordare l’altro termine che compare nel binomio del titolo, il protagonista è sempre in “attesa” di qualche rivelazione, e la va a cercare di lá dal mare, frequentando il Marocco, Casablanca, Tangeri, Marrakesh, portandosi sempre dietro ogni volta, come una lumaca, un preciso bagaglio di ricordi, e appare sempre pronto a sintonizzarsi sui valori, materiali e spirituali, delle località visitate. Forse, volendo tentare di ricavare una conclusione, è un’attesa che non termina, il che tuttavia funziona da fattore positivo, a vantaggio dell’inquietudine e della mobilità intellettuale del protagonista, il che forse spiega anche il plurale, delle “direzioni”, che non si stanca di sperimentare, ben attento a evadere da una routine chiusa nei ristretti orizzonti di un neorealimso di ritorno.
Adelio Fusé, Le direzioni dell’attesa, Manni, pp. 340, euro 20.

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Attualità

Dom. 20-12-20 (Mazzara)

Siamo in presenza di un “paticciaccio brutto di Mazzara dal Vallo”, suscettibile di varie interpretazioni, relative ai viaggio improvvisato di due nostri leader, Conte e Di Maio, alla corte di Haftar. Per fortuna l’ipotesi che i due avessero voluto sfruttare l’evento positivo della liberazione dei nostri pescatori per ricavarne un riscontro propagandistico cede a una ben più triste verità, si è trattato di un volgare ricatto esercitato dal generale Haftar per ottenere una legittimazione dalle maggiori autorità del nostro Paese, che per fortuna pende più a favore di Sarraz. Haftar è un criminale di guerra, se ci fosse ancora qualcosa di simile a un processo di Norimberga, egli vi dovrebbe essere esposto, visto il modo violento con cui ha aggredito l’altra metà del suo Paese, ma facendo male i suoi conti e non riuscendo a conquistarla attraverso un blitz militare, La sua offensiva si è incancrenita alle porte di Tripoli. Ma forse la soluzione giusta sarebbe quella suggerita da un ex-direttore dell’Eni, di consacrare la spaccatura del Paese in due stati distinti, Tripolitania contro Cirenaica. Ritornando al ricatto esercitato da Haftar, ci si può chiedere se proprio dovevano andarci entrambi, i nostri alti rappresentanti, non bastava la sola presenza di uno di loro, e dunque del ministro degli esteri, il più deputato a un simile compito? E ancora, forse che non abbiamo già pagato un prezzo politico sufficiente, e dunque non siamo esentati dal completarlo pure col rilascio di alcuni colpevolissimi scafisti?
Sull’onda di questo “pasticciaccio” risaliamo a uno ben più grave e irrisolto, l’uccisione di Regeni. Qui mi sono permesso di far rilevare a suo tempo l’insufficienza dei nostri sevizi segreti, toccava a loro ricostruire i fatti, scoprire per quale imputazione il nostro ragazzo è stato torturato e ucciso, e chi ha proceduto a questa esecuzione. Non potevamo certo dichiarare guerra all’Egitto, bisognava solo pretendere la rimozione di chi si era macchiato di tanta colpa, magari da compiere alla chetichella, ma era pur sempre un modo di renderci giustizia. Ora però siamo di fronte al caso Saki, e qui bisogna intervenire con la massima durezza, minacciando davvero il ritiro del nostro ambasciatore. Nel caso precedente, era un difficile intervento a posteriori, ora invece si tratta di reclamare un gesto del tutto possibile e in una situazione drammaticamente in atto.
Ma il vero problema che ci angoscia è quello del contagio, su cui voglio ancora insistere, bisogna essere pronti a una sollevazione di massa per rivendicare i nostri diritti. Non ci si faccia illusioni, il vaccino avrà effetti molto lenti, si dovrà attendere la prossima estate o l’autunno per ottenere la cosiddetta immunità di gregge, bisogna dunque evitare che gli inesorabili ministri Franceschini e Speranza perpetuino i loro sadici ordini di chiusura, il primo di musei, cinema, teatri, il secondo di scuole, ristoranti eccetera. Bisogna guardare bene in faccia le minacce con cui ci ricattano, la questione dei tamponi è enigmatica, con quali criteri si fanno e in che numero? Per i malintenzionati, come sono i due ministri sopra nominati, si fa in un momento a rialzare il numero dei contagiati semplicemente ordinando di fare più tamponi, ma a chi, e appunto con quali criteri? Quanto ai decessi, non mi stancherò mai dire che il dato è truccato, finché non ci viene detto quanti sono, nel medesimo giorno, i morti per ragioni naturali, e in quale rapporto statistico con le morti avvenute nei medesimi giorni negli anni passati. Bisogna evitare il giochetto sadico di riversare nel numero dei morti per covid quelli che se ne sono andati per altre malattie. O quanto meno il confine tra i due dati è molto incerto e ambiguo, basta una spintarella per incrementare i deceduti da mettere sul conto del contagio, col risultato incredibile che l’Italia viene a trovarsi ai primi posti in questa macabra classifica.

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Rodin e Arp: un’accoppiata male assortita

La Fondazione Beyeler di Basilea è forse il principale ente espositivo di tutta la Svizzera. Ho salutato spesso con entusiasmo, anche senza visitarle, le mostre eccellenti fatte in passato, come per esempio quella dedicata ai periodi blu e rosa di Picasso. Non mi pare invece che sia un’idea indovinata quella attuale di associare in un vasto omaggio due scultori di stagioni ben diverse, Auguste Rodin e Hans Arp. Naturalmente so di questa esposizione solo attraverso la segnalazione ricevuta da Artribune, quindi dispongo di una documentazione non certo completa, di una mostra in cui compaiono, mi dice il comunicato stampa, ben 110 opere dei due. Ma li conosco bene per tante altre visitazioni, e miei relativi commenti. Perché si tratta di un accoppiamento improprio? Perché Rodin (1840-1917) è sostanzialmente, e fino in fondo, un figurativo, capace di riassumere in sé tutti gli aspetti, ardui per il linguaggio plastico, di movimenti che vanno dal Romanticismo al Naturalismo all’Impressionismo, il tutto anche con qualche sensibilità che già annuncia l’Espressionismo, stagione che del resto Rodin, di vita abbastanza lunga, ha potuto sperimentare di persona. Si aggiunga che tutti questi aspetti multiformi, ma ben fusi al fuoco di un’unica fiamma, sono stati da lui conditi con un generoso impegno celebrativo di portata pubblica. Al punto che in genere è molto frequente trovare un qualche museo o luogo istituzionale pronto a inalberare uno dei suoi gruppi tra lo storico e l’evocativo, come per esempio “I Borghesi di Calais” o “Il pensatore”. Si aggiunga, per completarne gli attributi, che non gli è mancata neppure la capacità di rilanciare motivi di specie museale e revivalista, basti pensare al suo omaggi a Dante. Per cui, se si volesse davvero trovarne degli equivalenti nel Novecento, sarebbe meglio rivolgerci a talenti ugualmente inclusivi e celebrativi come sono stati Henry Moore e il nostro Arturo Martini, o, a mezza strada, un Constantin Meunier. Hans Arp invece (1886-1966) ha sempre accuratamente evitato di essere figurativo, scegliendo in gioventù di militare nelle file del Dadaismo, nella forma più provocatoria dell’assunzione di “oggetti trovati”, secondo una libera casualità. Credo che il suo capolavoro assoluto, in questa direzione, sia la “Trousse d’un Da”, che gareggia con le migliori assunzioni di cui era capace Schwitters. Ma poi Arp ha ripiegato, non diciamo verso l’astrattismo, termine incerto e ambiguo che sarebbe da accantonare, bensì verso il concretismo, volto a produrre degli organismi autonomi, svincolati il più possibile da riferimenti al mondo esterno, che sono invece quei legami cui Rodin non ha mani rinunciato. Magari, se il concretismo di radice mondrianesca puntava a una geometria di solidi squadrai, angolosi, Arp, quasi che il suo Dadasimo inziale avesse fatto a tempo a fondersi con un Surrealismo organicista, amava arrotondare e rendere ondulate le sue concrezioni, ma rimanendo ben attento che in quelle loro oscillazioni non andassero mai ad assumere forme tali da ricordare da vicino il mondo delle figure. Anche a costo di ripetersi, di ingenerare una certa monotonia, in quel suo emettere come delle pulsazioni, uscite fuori da un maxi-tubetto, sempre pronto a far sgorgare una sostanza subito pronta a solidificarsi, quasi per adattarsi meglio all’ambiente esterno, ma sempre mantenendo ben netti i confini tra le invenzioni di una morfologia autonoma e gli aspetti, magari in apparenza concorrenziali, offerti dalla natura.
Auguste Rodin e Hans Arp, a cura di Raphael Bouvier, Basilea, Fondazione Beyeler, fino al 26 maggio.

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Letteratura

Avallone: un gioco combinatorio che mostra la corda

Continua la mia bocciatura verso narratori che pure vivono a Bologna, ma che non riescano a esercitare su di me una sufficiente “captatio benevolentiae” per attirare un parere favorevole (di cui del resto sono perfettamente in grado di infischiarsene, data la mia presente nullità). Il più censurato da me è Marcello Fois, che del resto, siamo sinceri, da Bologna è renitente a ricavare qualche frutto, preferendo saccheggiare la sua nativa Sardegna. Nei confronti dei Wu Ming sono altalenante, Paolo Nori mi irrita per il suo compiacimento a trattare il vuoto spinto. Forse i gialli di Lucarelli, quando appunto ambientati in una Felsina corrucciata e invernale, qualche simpatia me la attirano. E poi, beninteso, c’è il consenso quasi sempre rinnovato per la felice pattuglia dei tempi di RicercaRe, Brizzi, Vinci, Verasani. Silvia Avallone appartiene alla prima categoria, degli sfruttatori abusivi della città in cui, a quanto pare, risiede, e dove produce i suoi romanzoni, quasi una serie combinatoria, dove in genere compaiono gli stessi motivi, ma con arrangiamenti variabili. Male il suo esordio con “Acciaio”, di due ragazzine condannate a vivere in un triste ambiente proletario, da ricordare gli sfondi pauperisti giù cari a Pasolini e Testori. Invece nella seconda opera, “Marina Bellezza”, si era avuto l’inserimento di un aspetto nuovo, una di queste creature “fiori del fango”, appunto la Bellezza eponima, aveva fatto carriera, come lo si può fare ai nostri giorni, diventando cantante di grido, così da creare un divario di fortuna col ragazzo del cuore, cui in definitiva, in quell’opera, ne era anche affidato il salvataggio, per il suo legame abbastanza autentico con a un Piemonte rustico e selvaggio. Infatti una ragione che potrebbe costituire il lato valido della Nostra non sta nei soggiorni bolognesi, con relative frequentazioni universitarie, in cui tenta di rubare la battuta a Silvia Ballestra, mancando però totalmente della sua leggerezza di mano. In realtà l’intero suo repertorio sta in sospensione tra i legami per un verso con Biella, e in genere col Piemonte, e per un altro verso con una località molto più a Sud, forse la Piombino degli inizi. E ritornano le due fanciulle, anche questa volta legate da un’amicizia tanto forte da dare il titolo all’intera impresa. Una delle due, Elisa, è di basso profilo, sbalzata fuori da una Biella intesa proprio come “natio borgo selvaggio”, costretta ad ambientarsi in un paese più caldo e accogliente. Là si incontra con Beatrice, che viene fuori pari pari da Marina Bellezza. O meglio, mentre Elisa si attiene al suo modesto profilo. l’altra, quasi per miracolo, per colpo di bacchetta magica, senza che l’autrice spieghi bene in quale modo, e senza che neppure l’amica del cuore se ne accorga, diventa una diva dello spettacolo, sale nel cielo del successo mediatico, quasi scordandosi della compagna di un tempo, con cui ha condiviso anni quasi di bohème appunto a Bologna, dove fra l’altro le ha rubato il fidanzato. Chissà, la nostra Avallone avrebbe potuto slanciarsi fuori dalle acque basse di un neorealismo più o meno rinnovato, attingere alle rive del mistero, del giallo. Infatti ovviamente i media si interrogano sulla misteriosa scomparsa di quella diva dell’ultima ora. Se la Avallone se avesse letto per esempio “Allegoria di novembre”, del grande Palazzeschi, avrebbe avuto la giusta imbeccata per fare il salto di categoria, per passare nel regno del mistero. Invece, dopo il periodo di latitanza, Beatrice si fa viva di nuovo, come se niente fosse successo, e dà all’amica ritrovata un appuntamento con cui si ritorna al clima casereccio e provinciale di partenza. Le due si rivedono, tutto come prima, la nostra coppia è pronta a ripartire per qualche nuova avventura, ma dal sapore risaputo e ripetitivo.
Silvia Avallone, Un’amicizia, Rizzoli, pp. 454, euro 19.

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Attualità

Dom. 12-12-20 (Arcuri)

Siamo in piena pandemiologia di conduttori di talk show, che inseguono da vicino i virologi, sfruttandoli, facendosi rimorchiare da loro per strappare una fetta di audience. Dovendo fare una graduatoria, ritengo che la peggiore sia la Gruber, che viceversa si crede divenuta una potenza e si permette di essere forte contro chi reputa stia in basso nel favore pubblico. Qualche giorno fa ha trattato in modo ignominioso Maria Elena Boschi, al punto che, se io fossi stato in lei, me ne sarei andato sbattendo la porta. Questo perché la nostra Gruber aveva ritenuto che Renzi, con le sue critiche a Conte, avesse toccato il fondo dell’abisso, e naturalmente i suoi commensali fedeli le davano ragione. Invece il giorno dopo in molti, compresi pezzi autorevoli del Pd, hanno riconosciuto che le critiche di Renzi al premier per il suo malo approccio al piano per il Recovey Fund fossero giustificate e opportune. Quanto tolgo alla Gruber, sono pronto a concederlo alla Annunziata, che mi pare capace di maggiore indipendenza di giudizio. Domenica scorsa, per esempio, ha messo in croce Arcuri cercando di avere da lui assicurazioni circa l’arrivo in Italia del vaccino e la sua distribuzione, e qualche risposta l’ha avuta, ma con quale credibilità da parte di chi ha commissionato milioni di banchi a rotelle, poi facendosi paladino della chiusura delle scuole? E ora si appresta a ripetere errori del genere ordinando milioni di siringhe a caro prezzo, e ovviamente in ritardo. E non pare che neppure si sia preoccupato di far arrivare i giusti impianti frigoriferi per la conservazione del vaccino. Inoltre mi pare profilarsi un rischio enorme, proprio dalle sue parole, che cioè ci si voglia tenere a bagno Maria, in stato di dipendenza, fin quando l’ultimo degli Italiani non sia stato vaccinato, cioè fino al prossimo settembre. Ma sappiamo bene che uno degli interrogativi drammatici del momento è perché mai abbiamo ogni giorno un numero di decessi che non ha uguali in ogni altro Paese europeo. La risposta non può essere perché siamo un Paese di anziani, credo che questa sia la comune sorte di ogni nazione avanzata nell’economia e nel progresso, dove non si muore di fame o di malattie in infanzia o nella prima adolescenza. E allora? Se qualcuno per caso mi legge, conosce la mia risposta, è perché noi storniamo dal numero quotidiano delle morti normali una quota da imputare al capitolo covid, tanto, chi sta a distinguere? Il bello, o il brutto è che una risposta del genere l’ha emessa una fonte ben più autorizzata di me, intervenendo nella trasmissione dell’Annunziata, Agostino Miozzo, addirittura membro del comitato tecnico scientifico (a proposito, quanti sono i comitati, gli organi deputati e riconosciuti a intervenire in queste faccende? Chi è in grado di farne una lista e di indicare le persone autorizzate?). Lui stesso ha ammesso che non stiamo a guardare troppo per il sottile, che qualche morto ci scappa, da un computo all’altro. Io mi ero già permesso di dire che dovrebbero dirci, giorno per giorno, qual è il numero di deceduti per cause naturali, e in che rapporto statistico si pone coi deceduti nello stesso giorno in anni precedenti. Ho già detto più volte che sono pronto a scommettere sul verificarsi di un travaso, che cioè, oggi, questo numero dei morti naturali è inferiore alla media statistica, perché va a ingrossare quell’altro quoziente, tanto per tenerci sotto scacco, e per la maggiore gloria di una persistenza del contagio, la grande risorsa su cui conta Speranza per tenersi a galla. Ora gli si apre una prospettiva interessante, che il suo regno si estenda incontrastato appunto finché l’ultimo di noi non sarà vaccinato, cioè a lume di naso per tutto l’anno prossimo.

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Arte

I “selfie” molto inventvi di Cindy Sherman

Ormai la principale fonte di informazione per queste mie noterelle d’arte è la rubrica quotidiana di Artribune, che reca immagini di mostre in corso, o puramente virtuali, così non si incorre più nell’ìpocrisia di fingere visite che non avvengono. Una recente di queste provvide informazioni era rivolta a una mostra di Cindy Sherman che (forse) si sarebbe tenuta alla sua galleria di appartenenza a New York, la Metro Pictures, galleria che nei decenni mi è stata molto favorevole, quando ho organizzato Anni Novanta, quindi Officina America, in vari centri dell’Emilia Romagna. Ho un grato ricordo delle signore che gestivano quello spazio, ora non so bene che fine hanno fatto, ma certo puntano sempre su Cindy Sherman, un astro del ricorso alla fotografia, da quando la supremazia di questo mezzo si è imposta, di conserva coll’estendersi del “concettuale”. Il pregio di Cindy è stato sempre quello di non arrestarsi a un uso banale di quel mezzo, in un rapporto diretto, ma ha proceduto sempre a una trasformazione dell’oggetto da riprendere, che poi il più delle volte è la sua stessa identità, ma sottoposta a ogni specie di metamorfosi. In tal modo la vedo molto vicina a un altro campione del ricorso al mezzo fotografico, a un altro statunitense, David La Chapelle, però con una fondamentale diversità tra loro, in quanto David interviene più che altro sugli esterni, rendendoli fantasmagorici, a forza di addossare loro cariche enormi di kitsch, di artificialità forzata, volutamente eccessiva, onirica. Naturalmente in questi ambienti futuribili egli pone anche dei protagonisti umani, resi come degli astronauti del tutto in linea con quelle metamorfosi, ma insomma la presenza umana nel suo caso è alquanto in subordine. Invece Cindy insiste solo sulla modalità del ritratto, ma caricando la persona, il più delle volte lei stessa, di un analogo carico di eccessi, di trasformazioni, come succede proprio nelle tre immagini-campione che trovo nell’articolo riportato da Artribune. Ovvio il gioco dal femminile al maschile, in una operazione di transgender, ma più ancora nel far portare a quelle sue identità degli abiti pregni di cattivo gusto, maglioni irresistibili nelle loro trame, chiassosi al massimo. Del resto, le sue icone falsamente autobiografiche non tardano a sdoppiarsi, alcune di esse incombono con presenza addirittura assillante, altre invece si sfocano, diventano come delle ombre, delle larve, al pari di quelle che i suicidi, secondo la ben nota invenzione mitologica, appendono agli alberi. Oltre al riferimento obbligato al La Chapelle, con cui Cindy condivide anche certi sfondi ambientali, improntati a una natura impazzita, di cieli tempestosi, gonfi di possibili precipitazioni, fuori dall’ambito della foto ci stanno altri riferimenti. Quelle metamorfosi che l’artista impone, ma solo in immagine, al proprio “selfie” ricordano da vicino gli interventi chirurgici che la francese Orlan infligge al suo fisico, con labbra gonfiate a canotto, occhi pesti e deliranti. Ma ci può stare anche un riferimento, più pacato e composto, alla serie di magnifici ritratti che David Hockney dedica ai propri conoscenti, e anche in quel caso i dati somatici e fisionomici, di origine naturale, gareggiano con la squisitezza di abiti, di maglioni, di jeanseria, magari dozzinale, ma incalzante con la stessa immediatezza che potrebbe derivare da una presenza reale di tutti quegli elementi. Si tratta insomma, da parte di questi artisti, di un balletto trascinante imbastito attorno alla realtà dei nostri giorni, strattonata, spinta fuori dai gangheri della normalità, avviata a farsi bruciante spettacolo.

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