Letteratura

Breve resoconto su RicercaBO 2019

E’ doveroso che io fornisca un rapido commento della due giorni della settimana scorsa dedicata al Ricercabo 2019. In cui senza dubbio l’evento clou è stato la ricomparsa in scena di Giuseppe Caliceti, che fu già, accanto a Nanni Balestrini e a me, l’animatore dei fortunati incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, città che poi ci espulse per scarso rendimento di pubblico, da cui un trasferimento a Bologna, anzi, in un primo tempo, nel Comune limitrofo di San Lazzaro di Savena, da cui siamo stati nuovamente cacciati via, ma così insediandoci finalmente proprio nel cuore di Bologna. Quest’anno eravamo nella Sala Tassinari, di comodo accesso dal cortile principale del Municipio, generosamente offerta da Comune petroniano, e con il solito appoggio finanziario sia della Fondazione del Monte, sia di Boart, il che però non ci concede di organizzare pure quegli eventi in cui, nella serie a San Lazzaro, offrivamo alla sera, in dimensione spettacolare. proprio uno dei protagonisti della serie reggiana. Ebbene, il coraggioso “ritorno” di Caliceti ci suggerisce di fare altrettanto nelle prossime occasioni, cioè di richiamare uno dei nostri eroi, a leggerci qualche testo di nuova elaborazione. Come sono proprio questi “Canti emiliani” che Caliceti è venuto a leggerci, con voce sapiente che sapeva alternare i toni, passando da momenti fieri e minacciosi di pubblico impegno ad altri sussurranti, quasi sottovoce, di tuffi nel privato. Il tutto in una felice ripresa di un grande modello, i “Cantos” di Ezra Pound. E Caliceti ci ha pure offerto una deliziosa selezione di filastrocche infantili, da dirsi “Conte”, precisa l’autore, che ne fa raccolta nella sua qualità di maestro di scuola. Siamo nel complesso a un prodotto perfettamente sospeso tra prosa e poesia. Il che potrebbe essere ripetuto anche nel caso di Bruno Benuzzi, molto noto come artista, e invece a una prima uscita pubblica in qualità di autore letterario, di brevi prose contro cui potrebbe pararsi lo spettro della “prosa d’arte”, di un bozzettismo di breve respiro, sennonché Benuzzi sa applicare. alle sue passeggiate sulle sponde del mare o nel cuore dei boschi uno sguardo lenticolare, capace di sorprendere un formicolio di vite misteriose, brulicanti, al pari dei ghirigori tracciati nei suoi dipinti. Insistendo su questa via della prosa, bisogna ammettere il nostro fallimento quanto a capacità di richiamare esordienti desiderosi di mettersi alla prova, tanto che, al solito, dobbiamo rivolgerci alla collaborazione di Mario Ugo Marchetti, nella sua qualità di presidente del Premio Calvino, che ci suggerisce un certo numero di giovani da mettere alla prova, prima che affrontino un destino editoriale. I quattro giunti a noi col biglietto di presentazione di Marchetti confermano per fortuna il carattere di “nuove scritture” che presiede ai nostri lavori, infatti non cadono nelle due insidie oggi dominanti, il “giallo”, e l’autonarrazione. Il primo a presentarsi, Gennaro Serio, si fa beffe al contrario proprio degli investigatori più rinomati, mettendoli sotto accusa anche per le loro scarse o reticenti doti sessuali. Li sottopone insomma al filtro di un espressionismo acre e dissacrante, magari non bene appoggiato a una lettura ugualmente provocante. Questo infatti un capitolo che si è aperto, tra chi ha saputo leggere in modo appropriato i propri testi, e chi invece o ne ha dato una esecuzione piatta e deludente, o addirittura l’ha affidata ad altre voci, meritandosi le rampogne di Caliceti, per parte sua, come detto prima, ottimo performer di se stesso. Come pure lo è stato Sergio la Chiusa, con un brano tratto da un suo romanzo in fieri, dove indaga, con persuadenti toni insinuanti, su figure enigmatiche di suoi sosia o replicanti, che a me sono apparsi come una squisita rievocazione di fantasmi russi, tra Gogol e Dostoevskij. Invece, di nuovo, lettura piatta e monotona di Giulio Nardo, che con la voce non è riuscito a rendere un pur interessante dualismo del suo brano tra un primo piano di vita banale, quasi di gusto Pop, e al contrario uno sfondo ricavato da personaggi della mitologia, peraltro riscritti anch’essi in chiave degradata. Infine, lettura del tutto soddisfacente di una “Lettera al fratello” di Roberto Peretto, ma affidata, dall’anziano autore, alla sapienza performativa della figlia, il che ha provocato le rimostranze di Caliceti. Da notare un eccellente indicatore che ci viene dall’ informatica. Si sa che alcuni computer hanno un programma che sottolinea in rosso le parole non rispondenti a un lessico normale. Ebbene, il testo di Peretto, proiettato come ci è arrivato attraverso una email, si è presentato tutto fiorito di segnalazioni in rosso, a riprova del suo carattere sperimentale e provocatorio.
Purtroppo tra i sei della prosa non siamo riusciti a selezionare nessuna voce femminile, in stridente contrasto con una corretta esigenza dei nostri tempi, e anche in poesia i colletti rosa sono stati soltanto due, ma si è avuta comunque una esauriente distribuzione tra quattro possibili livelli. Giorgio Maria Cornelio ha rappresentato una linea alta, affidata a vocaboli scelti fuori dalle righe, di quelli che, come detto sopra, la convenzione informatica tenderebbe a sottolineare in rosso per dichiararne l’inesistenza nel buon uso quotidiano. Ma c’è di più, io ho fatto riferimento a un mio ritorno all’infanzia, dovuto alla tarda età raggiunta di ultraottantenne, il che mi porta a consumare i prodotti televisivi del tardo pomeriggio o della pima sera. Tra questi, c’è uno stimolante quiz nell’”Eredità”, consistente nel presentare alla decifrazione dei concorrenti un parolone pescato da desueti vocabolari della nostra lingua. Ebbene, di questi ircocervi sono costellati i versi di Cornelio, che inoltre supera la barriera divisiva tra letteratura e pittura dotando i suoi versetti di un corredo di immagini. Un’altra via è documentata da Niccolò Furri, consistente nell’affidare sia la concezione sia l’esecuzione dei versi alla voce anonima di un robot, e anche in questo caso non manca la correlazione con schemi grafici. Furri è arrivato con presentazione di Marco Giovenale, forse tentato dall’ipotesi di far rientrare una soluzione del genere nel capitolo, tra i più interessanti esplorati da questa nuova serie di RicercaBO, della cosiddetta “prosa in prosa”, modalità perfetta per sfuggire a entrambi i continenti e per collocarsi in una terra di nessuno. Ma la voce maggioritaria, anche quest’anno, è data da una poesia che ama abbassarsi, contaminarsi con la prosa, quasi con accenti di ritrovato crepuscolarismo, Questo si può dire nei casi di Carlo Selan, Andrea Donaera, atteso anche per le sue prove di narrativa, e Veronica Tinnirello, che fa di ogni suo verso un equivalente di una performance, colma di riferimenti alla più rude, fisica realtà quotidiana. Infine, con Diletta D’Angelo, c’è pure una testimonianza a favore di una via di mezzo, di un onesto poetichese memore di accenti post-ermetici, e del resto giustificato dalla nobile tradizione dei canzonieri di poetesse d’altri tempi, intente a elargire le loro pene d’amore, o comunque i loro dilemmi esistenziali.

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Attualità

Dom. 8-12-19 (Espresso)

Vedo con dispiacere il triste destino dell’”Espresso”, costretto a sopravvivere solo come inserto obbligatorio all’interno della nave ammiraglia di “Repubblica”, fra l’altro costretto a rinunciare a quasi tutte le rubriche culturali, considerando che queste sono già espletate fin troppo dal supplemento “Robinson”. E dunque, anche Germano Celant, subentrato a me circa un ventennio fa, dopo che io avevo tenuto la rubrica d’arte per un quarto di secolo, è stato cancellato. Ora quel fascicolo è ridotto a una specie di esorbitante monologo del direttore Marco Damilano, peraltro presente a giorni alterni in tutti i possibili salotti televisivi. E capofila nell’esprimere sfiducia, disprezzo, ironia sul tentativo giallo-rosso, come se questo non fosse motivato dal gigantesco impegno di sbarrare la strada a Matteo Salvini, a impedire che un destrorso della peggiore specie si impadronisca del potere in Italia, da Piccolo Mussolini in sedicesimo. Proprio per questa ragione in queste mie inutili paginette avevo rievocato qualche domenica fa il “resistere resistere resistere” brandito da Saverio Borrelli ai tempi di “Mani pulite”. Certo l’avventura giallo-rossa, non è facile, è una via stretta, con rischi di interruzione ad ogni passo, ma sarebbe dovere di ogni credente nei valori della sinistra proteggerla, come si farebbe con un essere gravemente malato, di cui però si sente l’obbligo di tutelare la sopravvivenza, costi quel che costi. Ci sono ancora gli scoop che un tempo hanno costituito la gloria dell’”Espresso”, ma quello sul “brutto pasticciaccio” dell’aver tentato di incassare una super-tangente dalla Russia non ha portato a nulla. Siamo tutti sicuri che quel tentativo ci sia stato, ma altrettanto del fatto che non si sia concluso, e comunque non ha tolto a Salvini neppure un voto da parte del suo elettorato. Ora ci si accanisce contro l’eroe caduto nel fango, l’altro Matteo, Renzi, e anche qui nessuno dubita che se si va a scavare, qualche aspetto negativo sussista, in quella partita di prestiti per l’acquisto di una villa di prestigio. Ma, di nuovo, il fine ultimo sembra essere quello di costringere l’odiato Renzi a togliere l’incomodo della sua presenza nella maggioranza, sempre sul filo del rasoio. Non parliamo poi delle firme di cui il settimanale si fa vanto, come un Massimo Cacciari che mi ricorda Bartali, col suo detto famoso, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Quel Cacciari che osa l’inosabile, neppure un Kant redivivo, chiamato dalla Gruber, oserebbe dirsi “filosofo”, magari si limiterebbe a proclamarsi solo docente di filosofia, e non filosofo tout court, come fa invece con suprema impudenza il nostro Cacciari, mettendo in rilievo la parte peggiore di sé, quando, come mi è capitato di dire altra volta, di notte si trasforma in un Dottor Jekyll, scrivendo in un ridicolo “filosofese”, che fa rima col “poetichese” e “critichese” di altri esponenti sbagliati dei rispettivi settori. Da abile manovriero della politica vissuta giorno per giorno, come già detto, Caccari continua a sprigionare pessimismo, a diagnosticare crisi inevitabili, a emettere profezie di sventura. il che del resto trasuda da ogni colonna di questo ormai inutile e sconfortante supplemento.

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