Arte

Il capolavoro di Arturo Schwarz

E’ certamente un bene per la vita artistica di Bologna aver acquisito, pare ormai in forma stabile, Palazzo Albergati, nobile edificio rinascimentale, come sede di mostre, gestite, almeno per il momento, dal gruppo Artemisia. A dire il vero alcune puntate precedenti non erano state esaltanti, perché volte ad assicurare una tappa petroniana a cose già viste tante altre volte, come le personali dedicate a Escher, Mirò, Frida Kahlo. Ma questa volta è approdata in quel luogo una mostra assolutamente superba, di serie A, che qualsiasi altro museo tra i più altolocati del mondo, dal MOMA al Beaubourg, potrebbero desiderare (e forse ne è previsto il trasferimento). Il merito di tutto ciò spetta al Gran Vegliardo numero due del nostro universo artistico, di cui il numero uno, ovviamente, è l’ormai leggendario Gillo Dorfles coi suoi 107 anni, ma lo segue a ruota Arturo Schwarz, età 93, che con lunghi decenni di attività bene spesa nel collezionare capolavori di Dada e del Surrealismo, accompagnandoli con saggi e antologie sempre puntuali e aderenti, ha costituito in tali ambiti un patrimonio invidiabile, direi privo di concorrenti nell’intero pianeta. Ascoltando la voce del sangue e della sua storia personale, Schwarz ha deciso di donare questo enorme patrimonio al Museo di Gerusalemme, e non so se si debbano lodare o rampognare le competenti autorità del nostro Paese per aver concesso la fuoriuscita di tanti capolavori. Spero che il pubblico bolognese si renda conto di quale incredibile Ufo è atterrato a casa sua e sappia rendere il giusto onore a questo ben di Dio. C’è prima di tutto Marcel Duchamp al gran completo, naturalmente attraverso varianti, rifacimenti, facsimile. Infatti tra i meriti, o le colpe, di Duchamp c’è stato quello di distruggere la nozione di opera unica. L’artista è fonte di “concetti” e invenzioni che si possono incarnare in tanti modi, qui ci sono alcune delle apparizioni più celebri dell’operazione “ready made”, ma anche delle tante altre esperienze attraverso cui il maggiore protagonista del Dadaismo ha scorrazzato lungo tutte le vie, tra il materialismo e l’ìmmaterialismo più spinti. E ci sono anche i rifacimenti delle installazioni da lui realizzate in occasioni di due festival del Surrealismo, il soffitto tappezzato di sacchi, lo spazio di una galleria solcato da un reticolo di corde, che sono stati il viatico del dominatore della prima metà del secolo fornito ad aprire pure le strade della seconda metà e oltre. L’infinita varietà di installazioni “site specific” che oggi ci assedia trae da qui la prima origine. E attorno al Gran Padre di ogni innovazione c’è la schiera degli scudieri e accompagnatori, a cominciare dal fedelissimo, e anche lui estroso precorritore di ogni via innovativa, Man Ray, nonché un Francio Picabia con un piede già rivolto anche a invertire la marcia verso un ritorno a forme più tradizionali. Se il Dada in versione duchampiana fu soprattutto “cosa mentale”, non mancano qui i testimoni di altre “colonie” di quel movimento che invece furono affascinati dai residui, dai detriti, dal trash della vita quotidiana, e con questi combinarono degli assemblages arditi, profanatori, come fu nel caso del tedesco Kurt Schwitters, che nei primi anni Dieci rubò la battuta a Duchamp divenendo il suggeritore sia del New Dada di Rauschenberg e Johns, sia del Nouveau Réalisme dei francesi. Dopo la perfetta campionatura del Dadaismo nelle sue varie facce, Schwarz ha accumulato tesori del movimento successivo, il Surrealismo, che cambia le carte in tavola, sfruttando la musa che il fondatore André Breton, ne poneva alla base, cioè il lavoro onirico, Noi nel sogno godiamo come della proiezione di un museo privato, aberrante, ma pieno di forme e colori, e così, pur attraverso un percorso che resta ardito e innovatore, sua maestà la pittura ritorna in scena. Magari non era questo il fine del severo caposcuola Breton, che infatti non amò i giri di valzer di due seguaci in definitiva ribelli, come René Magriitte e Salvador Dalì, con cui, per la gioia di un pubblico magari voglioso di soluzioni tradizionali, si ritorna proprio a dipinti leccati, ben dettagliati, a gara con il nostro De Chirico e la sua Metafisica. Ma l’effetto, come confermano anche le opere di Yves Tanguy, Max Ernst, Victor Brauner, Wilfredo Lam, Sebastian Massa, è pur sempre perverso, deviante, e dunque del tutto equipollente agli effetti “stranianti” che il gran padre Dalì sapeva raggiungere senza ricorrere al pennello, ma avvalendosi degli oggetti già esistenti, procedendo solo a spostarli, a ribaltarli, oppure agendo solo in forza di “pensieri”, mettendo più che altro al lavoro le sue cellule grigie.
Duchamp, Magritte, Dalì. Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme, a cura di Adina Kamien-Kazdahn, Bologna, Palazzo Albergati, fino all’11 febbraio. Cat. Skira.

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