Arte

Beecroft: i volti in primo piano

Non sono mai stato molto favorevole a Vanessa Beecroft (1969), per lo meno finché il suo modo di fare arte consisteva in sfilate di modelle denudate, disposte a schiera, non si sa bene per quale scopo. Con una certa conflittualità interna, rispetto alla causa del femminismo, di cui si suppone che l’artista sia una sostenitrice. Ma quello non era forse un modo di mercificare la presenza della donna, moltiplicandone le apparizioni nelle stesse maniere con cui se ne ricavano copertine per riviste di lusso, per rassegne di moda o di cosmetici? Il mio giudizio è migliorato da quando ho visto una sua mostra alla Galleria Lia Rumma di Milano, ormai uno spazio privato che contende un ruolo di primo livello ai musei pubblici del capoluogo ambrosiano, dove fra l’altro in questi giorni compare una mostra del tedesco Reinhart Mucha, cui sono tentato di dedicare, prima o poi, una di queste mi visite in libertà. Il dato interessante di quella mostra era che la Beecroft vi faceva un passo indietro, da una esposizione di sembianze fin troppo ligie a un’attualità in carta patinata, fino a un passato di vario grado, come se quelle frivole e insulse bellezze dei nostri tempi richiamassero in vita delle loro lontane antenate immortalate nella pietra, nel marmo, o riemerse alla luce grazie a qualche scavo archeologico. La vacuità dell’oggi risulta così riscattata da un bagno nelle memorie, secondo un’applicazione della poetica del citazionismo, o della “ripetizione differente” su cui io stesso ho tanto insistito, in altre stagioni. Una mostra attualmente visibile a Milano, Palazzo Reale, Appartamento del Principe, gioca in apparenza una carta minore, esponendo una trentina di polaroids che l’artista ha preso in varie occasioni, tanto per fissare le pose, gli allineamenti, le apparizioni delle sue schiave fedeli. Oggi la rapidità della polaroid sarebbe sostituita dagli scatti presi col cellulare, o si passerebbe senz’altro alla sequenza video, ma la povertà e istantaneità del mezzo impiegato contribuiscono a sconfiggere quel tanto di troppo accurato e monumentale che può inficiare le figure muliebri di Vanessa. quando siano messe in posa con cura eccessiva. Ma soprattutto, in questa rassegna ci sono pochi esempi delle sfilate dei primi tempi e dei loro alquanto anonimi rituali collettivi, l’artista rivela invece un impegno a tu per tu con i volti o i mezzi busti delle sue modelle, e non se la cava con riproduzioni conformi, ma conduce sulle loro epidermidi qualche intervento significativo. Per esempio, vi stende un fard che ci ricorda la patina del bronzo, o le bende di una imbalsamazione, e dunque l’immagine assume una solennità ieratica, o addirittura funerea, quasi di mummia dissepolta, con occhi che però dardeggiano e ci fulminano dalle tenebre. Oppure il volto ci appare addirittura “bruciato”, come per un eccesso di esposizione alla luce, o viene coperto da uno strato di cerone, o avvolto in veli che lo rendono fantomatico, assente, allontanato da noi. Altre volte il volto non assume un rilievo plastico, come di maschera funebre. Insomma, e in conclusione, questa produzione ci mostra un’artista rivolta a integrare le sue apparizioni, a dar loro un consistente “valore aggiunto”, giocando su vari tasti, nel complesso opportuni ed efficaci.
Vanessa Beecroft, Polaroids 1993-2016, a cura di Alessia Glaviano. Milano, Palazzo Reale, fino al 29 novembre.

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Letteratura

Saviano: una prova eccessiva

Ho sul tavolo i romanzi di Gianrico Carofiglio, “L’estate fredda”, e di Roberto Saviano, “La paranza dei bambini”, entrambi dedicati a narrare vicende legate alla malavita. Sarà per me un piacere esaminarli in sequenza, cominciando con quello di Saviano, cui rivolgo un convinto “pollice verso”, per usare la terminologia di cui mi valgo in recensioni più ufficiali di queste, in quanto affidate a una rivista che esce a stampa, “l’immaginazione”. E là vi avevo accolto e giudicato pure la prima volta di Saviano, il “Gomorra” che gli ha aperto la via a un successo travolgente. Però già in quella prima comparsa storcevo alquanto la bocca davanti alla statura di carattere sociale o morale assunta dal personaggio, che mi pareva furbescamente intento a darsi un’aura di martirio rilanciando temi e miti relativi alla camorra che tutti conosciamo a memoria. Manifestavo da subito il mio scetticismo che quelle sue testimonianze fossero tali da procurargli davvero la persecuzione e un proposito di vendetta da parte di quella che non per nulla si chiama “malavita organizzata”, in quanto non cede a impulsi immediati di odio e di risentimento, non cura affatto la propria immagine, che sa bene essere del tutto condannata. Gli interventi punitivi, le uccisioni, vanno a colpire chi rechi danni reali di ordine economico, chi cerchi di portar via fette di mercato, o faccia il delatore, o tenti di mettersi in proprio. Cose da cui ovviamente Saviano è del tutto lontano. Però, dichiarata la mia perplessità su un autore avviato a divenire icona sacra e intoccabile, gli concedevo qualche merito apprezzabile, in nome di una certa vicinanza al vero, cioè a una concretezza “storica” dei casi riportati, ricordando nell’occasione che il termine di “storia” viene dalla radice greca “id”, legata al vedere, possibilmente coi propri occhi. In fin de conti, a quella prima uscita si aveva proprio l’impressione che, andando in giro con un mezzo veloce, l’autore avesse davvero colto in flagrante i primi passi sulla via della delinquenza compiuti da criminali in erba. Ora, dall’alto del prestigio accumulato fino a proporzioni incredibili, Saviano ritorna sui propri passi, ma mi pare che metta da parte il “vedere” coi propri occhi. Ormai si sente un “mammasantissima” cui tutto è dovuto, e dunque conviene rincarare la dose. Questa “paranza”, questa leva di ragazzini decisi a entrare in campo, viene sollevata a proporzioni epiche, gonfiate, parossistiche. Dal vero non si scivola verso il verosimile, che sarebbe una via lecita, e forse obbligata, bensì si giunge all’inverosimile di storie truccate, fatte su misura per raggiungere il sensazionale. Come dire che il nostro santone non lavora più per una denuncia motivata, su fatti reali, ma insegue l’attrazione di una vicenda pronta per il cinema, o per un serial televisivo, come del resto è già accaduto allo stesso “Gomorra”, ma fin lì, mi sembra, quasi in misura preterintenzionale rispetto all’autore. Ora invece è lui stesso che “ci dà dentro”, a gonfiare in eccesso. Niente è abbastanza grande per questa “paranza”, per questa “frittura”di ragazzini imberbi che passano dalle stanze e dalle aule dove se ne stanno apparentemente agli ordini dei genitori e dei maestri, fino a concepire una sequela di delitti, aggressioni, uccisioni via via maggiori e più intemerate. E’ un iter seguito a suo tempo da Entico Brizzi quando ha scritto “Bastogne”, ma senza con ciò pretendere nessuna onorificenza al merito civile, e del resto subito persuaso che era sterile persistere in quella via di orrori a ripetizione. Alla testa di tutto c’è un capobanda, Nicholas, che proprio come un Giamburrasca del crimine una ne fa e cento ne pensa, non temendo di affondare nel ridicolo per talune soluzioni. Straordinaria, per la caduta nel comico più schietto, è la soluzione escogitata da Nicholas per colpire un presunto traditore, che starebbe nell’ obbligarlo a portare nel covo la sorella costringndola a fare un pompino a tutti gli addetti dell’allegra brigata. Magari queste storie si leggono con piacere e divertimento, ma ci scappa un commento inevitabile, “non è una cosa seria”, o quanto meno siamo lontani dalla testimonianza, dalla denuncia pertinente e motivata. Le ragioni del vero si allontanano, o tentano di rientrare dalla finestra. richiamate dalla pretesa di far parlare i membri della “paranza” con le espressioni del dialetto. Ma per questo verso Saviano regredisce al bilinguismo di cui aveva dato prova Pasolini ai tempi dei “Ragazzi di vita”. Naturalmente lui, l’autore, tenta di corroborare il suo ruolo di guida spirituale avvalendosi di un linguaggio corretto, ma intanto mette in scena attorno a sé un inferno compiaciuto, di maniera, nei fatti e nelle espressioni dialettali, magari ispirandosi alla durezza di un regista cinematografico come Tarantino. Solo che, mentre quest’ultimo ci dà l’impressione di fare sul serio, il suo imitatore induce i suoi personaggi a gonfiare i muscoli, ad alzare la voce in modi forzati e artificiosi.
Roberto Saviano, “La paranza dei bambini”, Feltrinelli, pp. 347, euro 18,50.

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Attualità

Dom. 27-11-16 (ancora Trump)

Torno per un momento sulla questione della vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi. Mi pare sempre più evidente che la ragione di quel successo è spiegabile nel nome di una ricorrenza statistica, di fronte a cui sono sprecati, o resi marginali, i vari sociologismi impiegati per tentare di rendere comprensibile quell’evento in gran parte imprevisto. Parlando con sicuri conoscitori della storia statunitense, me ne è venuta la conferma che solo una volta a un doppio mandato di un presidente di uno dei due partiti è seguito un terzo mandato di un esponente del medesimo colore, ma ciò è avvenuto nel tramando da Roosevelt, ovvero del più amato nel secolo tra tutti i presidenti USA, a un suo fedele continuatore, Truman, e nel quadro di una drammatica emergenza come era la necessità di chiudere nel modo migliore la seconda guerra mondiale. Poi, questa terza replica non si è più avverata, e dunque Hillary Clinton si è illusa di potere infrangere una simile dura legge, in cui del resto è insita la saggezza di un popolo che ha davvero nel sangue i ritmi e i rituali della democrazia, e dunque sa che dopo una lunga giacenza del corpo in una parte del letto, è opportuno farlo girare da un altro lato. Ma proprio la forza cogente di questa realtà di natura statistica ci permette di supporre che Trump avrà via libera per un biennio, senza ostacoli, ma poi anche per lui ci saranno le elezioni “midterm” delle due camere, con vittoria dei Democratici, in quanto il popolo statunitense sarà già stanco di essere sottomesso a una guida monocorde e vorrà “cambiare lato”. Da quel momento la marcia di Donald non sarà più tanto facile, come non lo è stata, ma su un versante opposto, quella di Obama.
In linea di massima, quanto viene annunciato e proclamato dal prossimo inquilino della Casa Bianca ha il volto del male, rende il sapore di scelte odiose e pericolose, per chiunque abbia “il cuore a sinistra”. Ma siamo sicuri che sia così anche per quanto concerne una certa ostilità alla globalizzazione degli scambi commerciali? In genere un pensiero di sinistra segue l’insegnamento promosso dai Papi per cui è meglio costruire ponti piuttosto che muri, ma ho già osservato più volte che non si possono aprire le frontiere per accogliere merci prodotte in Paesi in cui la mano d’opera costa la metà, o un terzo di quanto richiesto dai nostri lavoratori. In particolar modo, bisogna impedire che i nostri capitani d’industria, non coraggiosi, vadano a produrre altrove, sfruttando appunto il divario di costi orari delle maestranze, per poi reintrodurre questa merce fabbricata a poco prezzo nei nostri territori dell’Occidente, un modo sicuro per non permettere alla nostra classe operaia di andare in paradiso, bensì di condannarla all’inferno sicuro della disoccupazione. Su questo nodo dovrebbero riflettere i sindacati e pretendere l’adozione di misure di contenimento, Ovvero, qualche volta può essere opportuno alzare anche dei muri.

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Arte

Le ottime ceramiche di Sissi

Sono stato molto contento ieri, sabato 19 novembre, entrando alla mostra che la Galleria Maggiore ha dedicato a Sissi, nell’ammirare la sua splendida produzione ceramica distesa sulla lunga parete frontale. E dire che in definitiva in questi giorni anch’io ho scommesso sulle ceramiche della nostra artista esponendone, nella mostra su “Bologna dopo Morandi”, il precedente più cospicuo affidato allo stesso materiale, quella visione di ossa spolpate e disseccate al sole che Sissi aveva già mostrato in una precedente Biennale di Venezia. Ma temevo che quell’opera, pur nell’indubbia maestria, nella felicità di aver già optato per il materiale meraviglioso che è la ceramica, segnasse una svolta pericolosa, rispetto al precedente percorso. Quasi che anche Sissi fosse stata colpita dal male oscuro, o fin troppo esplicito, che alcuni decenni prima aveva indotto Piero Manai a mutare il suo candido, fresco, limpido stile Pop in una greve visione di mostri assillanti. Ma se nel suo caso poteva funzionare l’alibi della malattia, da questo per fortuna è del tutto immune la nostra giovane protagonista, che resta un pieno ritratto della salute, nella sua esile ma elegante e scattante figura. La stessa che aveva saputo emettere da sé i propri rivestimenti, con la grazia, la prontezza e rispondenza che nel 2005 mi avevano portato ad assegnarle il Premio Belluno Cortina Artista dell’anno (bella stagione, finita per sempre). Come un industrioso baco da seta, Sissi sapeva emettere da sé un filo tenace con cui tesseva manti serici, lussuosi, anche se sempre volutamente inclinanti a una nota kitsch, da provocare e sconfiggere, E non parliamo di quando, armata di banalissimi cleenex, li mutava in una fitta siepe di orchidee, per non retrocedere addirittura alle primissime mosse, quando si cullava in abiti sontuosi su un isolotto galleggiante, o apprestava, sempre come favolosi capi di vestiario, dei vecchi copertoni d’auto. Mi è sfuggito un passaggio intermedio, una sontuosa tavola imbandita dalla Nostra per una performance condotta nell’Oratorio San Filippo Neri, acquistando il patrocinio di Maura Pozzati, che giustamente da lì l’ha seguita in questa impresa culminante. Come che il banchetto mortuario fosse stato finalmente sospeso e i commensali invitati a nutrirsi di tanti buoni cibi, magari accumulati a piramide, in orgogliosi trofei degni di banchetti luculliani, magari approdanti anche a menu, cioè a dichiarazioni letterali ugualmente sontuose, e già condite con qualche svolazzo barocco, o annunciate da foto anch’esse tripudianti nell’offrire ingegnose combinazioni di frutti e ortaggi. L’idea della mensa accompagna anche questa attuale esibizione totale, in quanto si parte da un servizio di piatti sottratto a qualche vetrinetta di un museo della civiltà, di usi e costumi, solo che dalle scodelle finemente modellate debordano le tracce di un banchetto sontuoso. Se si vuole, compaiono ancora una volta delle ossa, ma non più come triste annuncio di una sorte tragica, bensì come residui di portate generose e nutrienti. Non senza una qualche traccia residua di implicazioni macabre. Esce in questi giorni un mio saggio, “Narratori della generazione di mezzo”, in cui, fra gli altri, parlo del grande scrittore polacco Witold Gombrowicz, che senza subbio, avesse potuto venire a contemplare questa abbondante mensa, l’avrebbe approvata, proprio per il sapore ambiguo che la anima, Anche lui infatti ci ha parlato di banchetti in cui, al di sotto dell’eleganza nobiliare che ne regola sia l’allestimento sia la raffinata scelta dei partecipanti, tenuti a fare professione di belle maniere, non si tarda però a scoprire che in realtà quei nobili commensali stanno spolpando le carni di qualche essere umano, di qualche sguattero, sacrificato per il piacere di darsi a perfidi riti di antropofagia. Ebbene, anche i frammenti di ossa e di carne che anche in questa sontuosa apparecchiatura escono fuori dal vasellame aggraziato introducono una nota di allarme, di sospetto. Ovvero, non è che Sissi abbia abbandonato del tutto l’affondo in un universo barbarico, di violento espressionismo cui aveva ceduto nell’opera da cui sono partito, ma in definitiva è avvenuto un abile contemperamento, la raffinatezza, l’eleganza dei piatti di portata ha ceduto buona parte di questo suo aspetto alla temibile grossolanità delle carni balzate fuori, fino a far assumere loro una flessuosità, una leggerezza degne di un barocchetto, di un rococò fortunatamente ritrovati, a correzioni della grossolanità che diversamente i cibi avrebbero potuto mantenere. La regolarità delle “pance” di scodelle e fondine, quasi di pianeti di una costellazione, trova compenso, riscatto, arricchimento nella raggiera di escrescenze, di riccioli, come in una pettinatura ardita, magari ricca di toupet, di inserti posticci, o come se i pianeti emanassero da se una corona di raggi esorbitanti la loro circonferenza. Il risultato è straordinariamente movimentato, anche perché siamo di fronte a un ampio concerto, a un insieme concorde e ben intonato, da cui però talvolta si staccano singoli episodi, quasi per svolgere qualche brillante “a solo”, che vorremmo portarci via, andare a collocarlo sulle nostre pareti di casa a mo’ di specchiere, di mensole insinuanti e provocatorie.

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Letteratura

L’Airone di Bassani

Domenica scorsa, in vista della tavola rotonda su Bassani, svoltasi regolarmente venerdì scorso 18 novembre e intesa a misurare se noi, reduci del Gruppo 63, Fausto Curi e io, mantenevamo le riserve di un tempo verso l’autore dei “Finzi Contini”, o avevamo modificato il nostro giudizio, avevo steso un preventivo su quanto sarei andato a dire. Ora, in sede di consuntivo ex-post (uno molto corretto ne è dato pure dal padrone di casa dell’intero convegno, Gianni Venturi) non posso che confermare. Curi e io, con quella solidarietà che, al di là di occasionali scaramucce spicciole, sempre ritroviamo nei momenti collettivi, abbiamo ripetuto le nostre convinzioni di allora, abbiamo sottolineato che il nostro movimento veniva da lontano, era iniziato già dal ’56 della fondazione del “Verri” anceschiano, rispetto a cui la nascita del Gruppo nell’ottobre ’63 era stata solo la tappa finale. E che allora non avevamo affatto voluto essere offensivi nei confronti di Bassani, come anche di altri obiettivi dei nostri attacchi, quali Cassola, Pratolini, Pasolini. L’accusa che fossero delle Liala di quei tempi fu solo una infelice battuta polemica, noi ci eravamo limitati a dichiarare che tutta quella produzione era “out”, scavalcata dai tempi, nulla di più e di meno. Naturalmente ci sono stati in quel pomeriggio i difensori dei meriti di Bassani, come Giulio Ferroni e Alberto Bertoni, Forse l’unico elemento di novità, non previsto nel mio annuncio a priori, è venuto proprio da Bertoni, che ha portato l’attenzione sull’ultima prova narrativa del Ferrarese, “L’airone”, uscito nel ’68. Io ho dovuto confessare che in un rapido ripasso dell’intero corpus bassaniano, proprio per prepararmi al dibattito, avevo trascurato una rilettura di quell’ultimo prodotto, ma che lo avrei fatto senza dubbio subito dopo, come infatti è stato, il che mi porta a dare ragione a Bertoni. “L’airone” è il miglior prodotto dell’officina Bassani, per varie ragioni, intanto perché si spinge più avanti nel tempo, si lascia indietro il triste capitolo delle persecuzioni razziali, uno dei tanti motivi cui il nostro scrittore è intervenuto a posteriori, ma dando l’impressione di essere spinto da una certa “political correctness”, andando a sfondare porte già abbondantemente spalancate. Qui il motivo ebraico entra in punta di piedi, e attraverso una patita testimonianza di sapore psicologico, quando il protagonista, Edgardo Limentani, contempla allo specchio il suo membro invecchiato e avvizzito, su cui domina ancor più vistoso il segno della rituale circoncisione subita. Per il resto, l’autore viaggia basso, affidandosi, certo con notevole abilità, al discorso indiretto libero, di un protagonista che infilza una catena di colpi avversi subiti dalla sorte, e anche dal mutare dei tempi. Non c’è più nulla della sicumera medio- o alto-borghese di passate stagioni, ora il protagonista è alle prese con tanti guai, i mezzadri, ringalluzziti dai successi del PCI, nel dopoguerra, gli disputano il controllo su una piccola proprietà agricola residua. La moglie Nives disprezza la debolezza del consorte e medita di lasciarlo. Lui si rifugia nel piacere della caccia, ma tutto gli va di traverso, perde tempo nel giungere all’appuntamento con chi lo dovrebbe portare nella botte da cui sparare agli uccelli di passo. L’incontro con un oste perspicace e intraprendente gli pone tanti ostacoli, e anche tentazioni, infatti l’astuto villano cerca di gettarlo nelle braccia di una prostituta del luogo. C’è pure il tentativo di ristabilire buoni rapporti con un cugino, e magari di riallacciare una tresca con la cognata. Quanto all’airone, certo è il motivo dominante della caccia in botte, destinato a finire ucciso con lunga agonia, e a divenire un povero, triste trofeo pronto per un’imbalsamazione da cui Limentani si ritrae con orrore. Tutto insomma crolla attorno a lui, tanto che passo passo si sente spinto al suicidio, con uno di quegli stessi fucili con cui ha tentato invano di sottrarsi al “tedium vitae” tuffandosi in una sana partita di caccia, ma anche questa portatrice di dolore e sconfitte.
E’ un Bassani che entra in disputa con tanti concorrenti più forti di lui, con Hemingway in primo luogo, rispetto a cui potremmo anche dire che vince ai punti, se paragoniamo “L’airone” a una delle opere più deboli dello statunitense, “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Ma non dimentichiamo che il monologo interiore o il discorso indiretto libero aveva trionfato nel capolavoro hemingwayano “Il vecchio e il mare”, e del resto il nordamericano aveva alle sue spalle quei capolavori enormi che sono “Addio alle armi” e soprattutto “ Per chi suona la campana”, tanto da farlo iscrivere da me con ruolo primario nell’elenco dei “Capitani coraggiosi”, mio saggio Mursia dell’anno scorso. Purtroppo al confronto con questi capolavori l’opera di Bassani cede, perde colpi, seppure con passo in definitiva onesto e coraggioso. Forse egli grava il suo Limebntani di troppe sconfitte, senza mai giungere a chiudere, a portare il dramma a un climax, a un risoluto esito catastrofico, L’airone? Ma in definitiva la sua morte avviene fuori scena, e poi l’esecuzione di quel nobile e innocente animale si colloca troppo presto nella trama. La stessa irresolutezza accompagna il protagonista in tutte le vicende affrontate. Avere il coraggio di ritrovare gli ardori giovanili tuffandosi in un amore mercenario, o di riallacciare l’esile filo di un possibile approccio con la cognata, o di rompere definitivamente con la moglie Ines? E poi, e in chiusura, sdraiato nella vasca da bagno, spararsi davvero, o invece rinviare, quasi affidandosi alla via d’uscita dei punti di sospensione? Purtroppo, nonostante la validità globale di una performance che, si può concordare con Bertoni, resta la sua migliore, si confermano i limiti di Bassani, autore dai mezzi toni, dalla mancanza di scelte esplicite, costretto a temporeggiare, pur sempre prigioniero di un passato da cui non riesce a saltar fuori.

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Attualità

Dom. 20-11-16 (che fare)

Ma allora c’è davvero la possibilità che i “no” prevalgano, alla consultazione del 4 dicembre? Speriamo che i sondaggi, da cui siamo stati delusi in vista di esiti auspicati da tutta la sinistra, in Inghilterra la vittoria di chi confermava la volontà di rimanere in Europa, negli USA l’appoggio dato alla Clinton, certo candidata non perfetta ma mille volte migliore del catastrofico Trump, questa volta vengano smentiti a favore della nostra causa. Altrimenti c’è davvero il caos, una prospettiva da far tremare le vene e i polsi, La menzogna più squallida e miserevole è di quanti si affannano a dichiarare che la vittoria di un voto negativo non cambierebbe le cose ma che tutto potrebbe continuare come prima. Certo, la terra non tremerebbe, non si aprirebbero squarci nel suolo, ma andiamo a vedere: Renzi sarebbe costretto a dimettersi da capo del governo, rimanere dopo la sconfitta farebbe di lui un punching ball, una sputacchiera cui ogni maramaldo, a cominciare dalla sinistra del Pd, infliggerebbe schiaffi insopportabili. Il Presidente Mattarella vedrebbe i sorci verdi a dover rabberciare una qualche maggioranza di governo, che dovrebbe risultare da improponibili e sterili ammucchiate, produttrici tutt’al più di un “governicchio” quale giustamente Renzi depreca e vuole evitare. Andare a un anticipo di elezioni? Ma con quale legge elettorale, come se fosse facile anche in questo caso rabberciarne una, con il conflitto permanente delle due camere, caratterizzate da maggioranze diverse. Altro fattore che i disgraziati sostenitori del “no” si sbracciano a minimizzare, avendo l’impudenza di dichiarare che si vive benissimo, con due camere in perenne dissidenza tra loro, situazione da dirsi deliziosa e invidiabile. Penso che a Renzi rimarrebbe solo la strada seguente, ma faticosa e ingrata da percorrere: mantenere la segreteria del partito, resistendo agli attacchi della sinistra postcomunista, che però, uscita da una vittoria referendaria, vedrebbe rinforzata la sua posizione e alzerebbe i toni dell’opposizione interna. Andare di corsa a un congresso, nella speranza che il fronte a lui favorevole venisse confermato, e poi navigare a vista, tentare di combinare una legge elettorale sopportabile e andare finalmente a nuove elezioni. Ma intanto il Paese avrebbe perso quel tanto di credibilità che proprio la risoluta conduzione renziana gli ha procurato. Si sa bene che tutti all’estero tifano per la vittoria del “sì”, la sua sconfitta verrebbe messa nel libro nero in cui già pesano come macigni il Brexit e la vittoria di Trump negli USA.

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Arte

Mancini, superbo post-impressionista

Anche la visita virtuale di questa domenica non mi porta molto lontano da casa, mi basta giungere a Milano, Galleria Bottegantica, dove si vedono valide rassegne dedicate al nostro Ottocento, cui anch’io in passato ho attinto per averne consistenti prestiti di capolavori. In questi giorni vi si può ammirare una bella rassegna dedicata a Antonio Mancini (1852-1930), con un numero conveniente di dipinti ben distribuiti lungo l’intero arco della sua attività, che fu lunga e nel segno di una sostanziale continuità. Certo, a celebrarne meglio la qualità ci vorrebbe una mostra ancor più ampia, presso qualche sede maggiore. Non si vede per esempio perché a ciò non pensi il padovano Palazzo Zabarella, piuttosto che continuare a pestare la solita acqua nel mortaio, insistendo sui tre “Italiani di Parigi”, tra cui ora è di turno il mediocre Zandomeneghi, lo scarso imitatore di Degas, colpevole di averci meritato l’accusa di essere inferiori per costituzione ai nostri cugini di Parigi, accusa da cui si tira fuori elegantemente Boldini, e anche De Nittis, se gli si perdonano i tuffi nel bel mondo e si guarda agli sfondi concessi a un “non finito” sfuggente ed enigmatico. Ma in definitiva anche Mancini fu a Parigi, e presso quella medesima Galleria Goupil che accoglieva anche gli altri nostri esponenti. In primo luogo però bisogna far pesare quella decina d’anni in meno che il Nostro aveva rispetto agli Impressionisti patentati, e che di conseguenza lo spingeva, assieme ai coetanei, verso le vie incognite del post-impressionismo, percorso in vari modi e con diverse soluzioni. La sua fu di rincarare la dose della densità di pennellate, gravandole di un materismo che quasi balzava fuori dalla tela, richiedendo di essere modellato non tanto col pennello ma con le dita, a raggiungere un rilievo plastico, tridimensionale. Si noti che questa soluzione del caricare i tessuti e di marciare verso un espressionismo avanti lettera fu pure di un suo eccezionale coetaneo, Van Gogh, almeno fino a quando, emigrato a Parigi, non vi incontrò la forte personalità di Gauguin, che però seguiva una via opposta, per uscire pure lui dalla trappola di un impressionismo divenuto ormai tardivo e pesante. Come si sa, Gauguin stese i tessuti adottando l’”á plat”, in nome di esso ingaggiando epici scontri con l’affascinato ma incerto Olandese, e inaugurando la sintesi, fino all’astrazione. Questa non fu certo la soluzione preferita da Mancini, che condivideva l’intensità di materia con un altro napoletano di complemento, giunto pure lui da altre parti, Michetti, entrambi attratti dall’arrivo sulla scena partenopea di un impressionista eteroclito, grande spadaccino di impavide stoccate, quale fu il catalano Fortuny. Ma non deve sfuggire che proprio per dare respiro al “tutto pieno” delle sue superfici fin troppo gremite, Mancini sapeva apprestare per loro degli slarghi, degli spiazzi, delle aree di distensione. Per questo verso è magistrale il capolavoro iniziale del ’74, “Acque basse”, dove il peso altrimenti esagerato del busto dello scugnizzo, con la folta zazzera e le maniche accartocciate, poggia su un ripiano visto di taglio, lungo e sottile, ma solido e resistente, con un altro scugnizzo a fare da contrappeso a una estremità, altrimenti, chissà, quel sostegno sottile potrebbe ribaltarsi, dare di volta. Del resto, se non reggesse al peso di cui è gravato, subito sopra si distende un altro ripiano, gremito dei dorsi di libri, modellati sempre con quegli spessori che sembrano balzare fuori dalla tela, mirare a una loro autonomia. Questo è un tratto generale sempre confermato, fino alla fine, dalla pittura del nostro artista, la pochezza, il rischio di cadute nel folclore da cui nin sono esenti gli scugnizzi, le contadinelle, le bambine un po’ troppo graziose e manierate, è sempre riscattato dagli oggetti su cui questi soggetti allungano le mani, o che li circondano in fitta schiera, quasi prevaricando sul tema di figura, passando a svolgere mirabili brani di ortaggi, di frutta, o magari anche di cianfrusaglie, di paccottiglia varia, che sarebbe sbagliato definire con l’epiteto delle “nature morte”, quando al contrario sono nature vive, fragranti, o addirittura flagranti, pronte a scoppiare come fuochi d’artificio, producendosi in pazze girandole. Non fosse per la stesura rotta e ansimante, lungo questa strada Mancini troverebbe altri suoi coetanei che risolvevano il problema di come uscir fuori dall’impressionismo imboccando la via di un iperrealismo spinto. Penso a un quartetto di artisti cui ho tentato disperatamente di dedicare una mostra globale, ma invano, tali da unire il Sud e il Nord dell’Europa, lo spagnolo Sorolla e gli scandinavi Zorn, Kroyer, Krohg. Del resto tornando in terra di Francia, in quel suo farsi superbo pittore di interni Mancini raggiungeva autori posteriori a lui, e in fuga dall’”á plat” di Gauguin e dei Simbolisti, dopo averli frequentati inizialmente. Penso a Bonnard, a Vuillard. Ma, considerando la sua lunga durata, e il suo impegno costante a tuffarsi nella materia, ad affondare in grovigli inestricabili di ortaggi, frasche, accartocciamenti di indumenti, ci starebbe anche un accostamento al grande Monet degli ultimi esperimenti, intento pure lui a immergersi, ad annegare nella palude delle Ninfee. Il Nostro a tale scopo non aveva bisogno di costruirsi bacini artificiali, gli bastava andare ad annusare, anzi, a ficcare le mani, le dita nei tesori di sensibilismo che gli offrivano i mercatini rionali, o gli abiti spiegazzati delle persone da lui ritratte.
Antonio Mancini. Genio ribelle, a cura di E. Savoia e S. Bosi. Milano, Bottegantica, fino al 18 dicembre.

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Letteratura

Bassani non passa l’esame

Venerdì prossimo 18 novembre sono invitato a una sessione dell’ampio convegno organizzato per celebrare il secolo dalla nascita di Giorgio Bassani, distribuito in due sedi, Roma e Ferrara, e proprio nella città estense, quasi in chiusura, è stata posta una tavola rotonda coraggiosa che convoca alcuni esponenti del Gruppo 63, come lo scrivente e Fausto Curi, assieme a significativi rappresentanti della narrativa e della critica di tempi recenti. Magari, a posteriori, fornirò un mio resoconto di come le cose sono andate, in attesa che escano gli atti del convegno stesso, ma qui mi permetto di anticipare alcune delle riflessioni che sicuramente andrò a svolgere. Intanto, una osservazione preliminare. Il 63 fu per noi niente affatto una data inaugurale, ma piuttosto la conclusione di un ciclo, ovvero l’affioramento della punta di un iceberg che si era già dato robuste radici. Se proprio si vuole trovare una giusta data di partenza del nostro movimento, questa non può non essere il ’56 della fondazione del “Verri” di Luciano Anceschi, che ha chiamato a raccolta i futuri esponenti del Gruppo, accogliendo anche i loro primi guanti di sfida. E’ anche bene precisare che “Il Verri”, proprio in ambito di narrativa, teneva all’inizio un passo prudente, tanto da chiamare come numero uno un convinto sostenitore del clima di quegli anni come Giorgio Barberi Squarotti. Fummo noi “giovani turchi”, Angelo Guglielmi e io stesso, a ribellarci a protestare contro il pacifico trotto tenuto dal critico tornese, e Bassani fu proprio una vittima di questo nostro giudizio radicale. A un numero della rivista uscito nel ’60 io affidai un veemente “Cahier des doléances” verso i vari Bassani, Cassola, Pasolini. Fu, la mia e di altri, una specie di dichiarazione da “professorini” quali in sostanza eravamo, io e Curi già avviati su un percorso universitario, come il capofila Sanguineti, mentre Balestrini e Guglielmi avevano optato per un percorso nei mass media. Si trattava di una bocciatura perentoria: no, quei romanzi non meritavano la sufficienza, erano fuori da un livello di cultura, di rispondenza a una situazione degna degli anni Cinquanta, di un’Italia che si accingeva a lasciarsi alle spalle i vecchi tempi di sana ma limitata civiltà contadina e piccolo-borghese per affrontare le vie di un più dinamico progresso, recuperando i ritardi inflitti dall’autarchia fascista, riattivando i contatti con i padri delle avanguardie storiche. Quei testi che allora andavano per la maggiore, sostenuti dall’assenso prudente di Barberi Squarotti, risultavano insufficienti. Ora, in ritardo, leggendo la prefazione che Roberto Cotroneo ha steso per il Meridiano dedicato a Bassani, scopro che un giudizio del genere era stato emesso anche da Italo Calvino. Si vedano le sue parole riportate alla p. LXXIV della detta edizione: “… a Cassola rimprovero una certa epidemicità di reazioni nei rapporti umani, e a Bassani il fondo di crepuscolarismo prezioso”. Perfetto, in fondo io venivo a dare un medesimo giudizio limitativo, anche prima che uscisse “Il giardino dei Finzi Contini”, cui del resto ho dedicato, sempre sulle pagine del “Verri”, e poi nella “Barriera del naturalismo”, una stroncatura più o meno modulata nei medesimi termini, di prodotto vecchio, superstite dalla stagione “tra le due guerre”, anche per quella velleitaria ripresa del tema dell’antisemitismo, per carità, tema reale, vergognoso per la coscienza del popolo italiano, ma rievocarlo a tanta distanza era solo un modo facile e retorico di acquistarsi titoli di benemerenza, di appuntarsi una medaglia al petto. Oggi non posso che confermare quella lontana bocciatura, non ci sono margini per un revisionismo, che semmai potrebbe trarre qualche alimento da “Gli occhiali d’oro”, o da qualche “Storia ferrarese”, mai e poi mai dal “Giardino”. Oggi il senno del poi mi servirebbe per colmare qualche lacuna. Infatti allora, al di là delle bocciature, della “pars destruens” che percorrevamo con grinta e convinzione, avevamo difficoltà a contrapporre una qualche “pars construens”. Io effettuavo l’operazione di recupero storico di due padri fondatori, ritrovati in Svevo e Pirandello, altri puntava su Gadda, con qualche mio dubbio, ma con l’ammissione che comunque il polistilismo dell’Ingenere era più intrigante rispetto a quello troppo scolastico tentato da Pasolini. Dalle retrovie degli anni Trenta, e contro la limitatezza dei Bassani e Cassola, io ripescavo pure la prosa “slow” fino all’eccesso di Bonsanti. Forse avremmo dovuto puntare con più decisione sui Gettoni di Vittorini, e di Calvino narratore in prima persona, però non dimentichiamo che l’Italo Amleto in qualche modo aveva rinnegato gli sperimentalismi, suoi e di altri, di quella stagione per confluire a sostegno dell’establishment, a farsi difensore proprio di una indiscutibile eccellenza di Bassani e compagni. Caso mai, Sanguineti ci aveva mostrato la possibilità di recuperare Lucentini e la sua “parlata bassa” e ibridante, prologo a quanto egli avrebbe fatto con ben altra convinzione nel suo “Capriccio italiano”. Oggi, dopo analisi più circospette, sarei propenso a salvare Beppe Fenoglio, e qualche anno dopo avrei incontrato il mirabile caso di Domenico Rea, avrei insomma imparato a popolare quell’apparente deserto con qualche nome apprezzabile. Ma i Bassani e Cassola e Pasolini, no, questi non superano la sufficienza, non passano l’esame.

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Attualità

Dom. 13-11-16 (Trump)

Sulla incredibile e impensata vittoria di Trump alle elezioni statunitensi si sono scritte cose certamente sensate e condivisibili, trovo però una carenza di dati oggettivi. L’unico a risultare è che nel voto popolare la Clinton ha superato l’avversario di un milione di suffragi, questo suona a perentoria confutazione degli azzeccagarbugli nostrani che si sgolano, contro le riforme prospettate da Renzi, a invocare la sacrosanta purezza del criterio proporzionale nelle elezioni. Risulta invece che le due maggiori democrazie del mondo occidentale, Gran Bretagna e USA, se ne infischiano, di tale criterio. Anche Cameron a suo tempo, al voto popolare, aveva avuto meno suffragi rispetto ai Laburisti. Ma il dato mancante, o quanto meno sfuggito a un osservatore del resto non professionale come lo scrivente, è la percentuale dei votanti. Prendendo come campione le votazioni che quattro anni fa hanno consentito a Obama di duplicare il suo mandato, e che se ripetute con qualche fedeltà numerica avrebbero dovuto consentire il successo della erede designata a piene lettere, Hillary, che cosa è cambiato? Percentuale più bassa, di cittadini smarriti e incerti? E c’è stata una astensione del voto nero, sfiduciato dalla politica di Obama che non ha impedito le ripetute esecuzioni da parte della polizia di poveri neri innocenti? Quel tragico ritmo mi ha fatto pensare agli ultimi giorni prima che l’Algeria ottenesse l’indipendenza, quando i “pieds noirs” massacravano ogni giorno qualche decina di nativi. E i giovani come si sono comportati? E le donne? Hanno rispettato un vincolo di solidarietà di genere, o vi si sono opposte, non gradendo l’immagine di Hillary? E se invece si dovesse parlare di una ineluttabilità quasi di sapore fisiologico? Si dovrebbero andare a controllare gli annali delle elezioni statunitensi, forse non è mai avvenuto che dopo che un partito ha mandato alla Casa Bianca per due volte consecutive un proprio esponente, ci fosse la possibilità di un’ulteriore vittoria di un suo erede virtuale. Forse quel ricambio è stato il frutto di una segreta regola fisiologica che bisogna accettare, piaccia o no. Questo turn over, con dolorosa sconfitta di quanti hanno il cuore a sinistra, ci ricorda un evento analogo incarnato da Reagan. Un fine politologo come Panebianco si è affrettato a dirci, sul “Corriere”, che non si può paragonare l’ex-attore al trionfatore attuale, ma temo che nel giudizio l’articolista faccia entrare il senno del poi, traendo spunto dal sapere come “poi” Reagan si è davvero comportato. Se invece andiamo a leggere le reazioni della nostra parte di sinistra al consumarsi di quel cambio della guardia, temo che le troveremmo simili alle reazioni di questi giorni. E in definitiva, anche ora ci resta solo da sperare in un ammorbidimento del vincitore, che non dia seguito a quanto annunciato nel programma elettorale.
Se poi, come pare necessario, andiamo a misurare l’esito delle elezioni statunitensi a quanto ci aspetta il 4 dicembre prossimo, sarò un illuso, ma credo che ci possano essere aspetti positivi per il fronte del sì. In un momento di totale incertezza, di salto nel buio provocato dall’avvento di Trump, la nostra maggioranza silenziosa giocherebbe al massacro anche qui in Italia, se abbandonasse il miraggio di un approdo sicuro a favore di un pelago insidioso e incognito. E poi, se i sondaggi sbagliano, smentendo le nostre speranze di una vittoria del Brexin e di Hillary, perché una volta tanto non dovrebbero sbagliare anche quando profilano l’infausto primato del no? E poi, se di questi tempi va di moda pronunciarsi contro gli establishment, ebbene, nessuno può sostenere che l’era Renzi abbia già fatto a tempo a istituzionalizzarsi, anzi, è ancora in uno stato di sospensione, bisognosa di una spinta nella direzione giusta.

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Arte

KIrkeby: rizomi nel sottobosco

Il viaggio virtuale della domenica oggi ci porta non lontano dai patrii confini,
in una delle città del Canton Ticino fiorite di musei d’arte, a Mendrisio, buona terza accanto a Lugano e Locarno, dove ora si può ammirare una rassegna completa del danese Par Kirkeby (1938). Egli è appartenuto all’ondata sorta a metà dei ’70 in piena rivolta contro il clima troppo rarefatto e “concettuale” della temperie del ’68, ma non è riucito a entrare nella pattuglia dei Neuen Wilden capeggiati da Baselitz e Kiefer, anche perché il tema di figura gli è sempre risultato estraneo. Ma ha sentito pure lui il bisogno di ritoccare terra, anzi, di immergervisi, andandola a cercare dove questa risulta più appartata e sotterranea, cioè nella profondità dei boschi o nell’intrico dei vegetali. Roba quasi da ricordarci l’Ultimo naturalismo dei tempi di Francesco Arcangeli, sorto vent’anni prima, ma sappiamo bene che l’arte, come ogni altro fenomeno culturale, vive di corsi e ricorsi. Anche in questo momento ne dobbiamo registrare diversi in atto. A inserire una nota di originalità nella sua arte, e anche a prendere le distanze da fenomeni del passato, interviene una frammentazione filamentosa, quasi che le zolle, gli strati di humus mantenessero le radici di piante, o li percorresse la ragnatela sottile e diramata dei rizomi, che come sappiamo serpeggiano tra le fronde del sottobosco leggeri e spiritati. Solo che si spingessero un po’ più avanti, avremmo quasi un tentativo di scrittura, con tangenza che arriva fino all’ondata dei “Writers”. Si aggiunga che talvolta questo fine reticolo si illumina, come se percorso da tubicini al neon, o irrorato da qualche liquido, di quelli fosforescenti con cui si prepara un corpo a qualche esame radiografico. In alternanza a questo lavorare di fino, quasi con aghi e lacci emostatici, Kirkeby riconosce momenti di ampia distensione, che però attendono invariabilmente di essere contrastati da qualche ostacolo, da qualche paratia frenante, tali però da rendere la visione più densa e concentrata. Accanto alla pittura, l’artista sa ricorrere con uguale abilità all’acquerello, con cui si evidenzia una sua tendenza al frammento, o meglio, a un prelievo per campioni parcellizzanti delle più vaste distese assicurate nelle tele. E c’è pure, interessante, una versione plastica tridimensionale, che però si guarda bene anch’essa dall’approdare alla figura. Sono le stesse zolle di terriccio, le escrescenze di vecchi tronchi bitorzoluti, prossimi a una macerazione e confusione nella foresta, che invece prendono tangenza, evidenza, ma sempre in versione scontrosa, scabra e tagliente, e sempre con l’aria di voler offrire una sorta di omaggio a un Informale ritrovato, rimbalzante attraverso di decenni.
Par Kirkeby, Dipinti, sculture, acquerelli 1982-2011, a cura di Simone Soldini. Mendrisio, Museo d’arte, fino al 29 gennaio.

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