Arte

Le ragnatele di Tomàs Saraceno

In passato ho fatto ricorso più volte a visite virtuali di mostre, indotto da ragioni di risparmio, di tempo e di spese per viaggi, e certo mi capiterà di farlo ancora. Ma in questo momento una simile modalità di visita è resa necessaria dalla chiusura dei luoghi espositivi. Diversamente, lo giuro, mi sarei recato a Firenze, Palazzo Strozzi, per la mostra dedicata a Tomàs Saraceno (1973), argentino di nascita ma poi trasferitosi in Germania e con soggiorni anche presso di noi. In lui si deve vedere l’uno dei due moschettieri che rendono grande l’America del Sud, a sfida della tradizionale supremazia che si usa attribuire a quella del Nord. L’altro campione è il brasiliano Ernesto Neto, più anziano di lui di neanche un decennio. I due si dividono il compito di sfidare la natura, lussureggiante nei rispettivi Paesi, facendole concorrenza grazie ai nostri ritrovati tecnologici. Neto ricrea, con l’aiuto di materiali plastici, e sfruttando al massimo il principio della malleabilità, la vegetazione, l’intrico di piante come di foreste amazzoniche, dalle foglie larghe, quasi smaltate, da cui pendono frutti gonfi, panciuti, non senza che per questo peso aggiunto le superfici rischino di squarciarsi, Saraceno invece sviluppa come delle ragnatele gigantesche, che quasi sembrano materializzare il trascorrere impalpabile delle onde elettromagnetiche, o, per stare nel concreto, sviluppano in alto, nella volta aerea, qualcosa di simile al dripping di Pollock. Personalmente ho già avuto modo di ammirare questi suoi procedimenti quando aveva riempito di sé l’ampia cavità di cui dispone il MACRO di Roma, e anche quando aveva sorvolato con uno stuolo di corpi aerei l’ultima Biennale di Venezia, mentre ho perso, confesso, le sue installazioni al milanese Hangar della Bicocca nel 2012, dove aveva sviluppato alla perfezione un aspetto intrinseco al suo modo di essere, riempiendo l’enorme spazio come con delle bolle di sapone di ampiezza smisurata, a contrasto con uno spessore minimale, però abbastanza tenace tanto da sopportare che su di esso si potessero posare degli esseri umani, simili a disperati naufraghi di un disastro pur sempre avvenuto in cielo, per esempio per lo squarciarsi di una mongolfiera o di qualche altro congegno volante. Nella mostra fiorentina mi sembra che Saraceno sfrutti un’altra possibilità intrinseca al suo repertorio, pur sempre nel segno del gonfiore, ampio, espanso, ma di limitato spessore. A guardare le sue mostruose escrescenze, che non stanno nelle stanze del museo ma occupano gli spazi aperti del cortile, vengono in mente i soffioni, quelle efflorescenze che sembrano proprio tramate di vuoto, tanto è vero che ci prendiamo il diletto alquanto crudele di soffiarci sopra, di disperderle nell’atmosfera. Naturalmente un simile gesto non è possibile compierlo davvero a danno di queste mostruose sfere, o almeno per farlo ci vorrebbe un gigante smisurato, ma la sensazione è proprio quella, di involucri riempiti di vuoto, fino quasi a un punto di esplosione. E nello stesso tempo se ne evidenzia l’immaterialità, un carattere di trasparenza, o di riflessione di quanto sta fuori di loro. Insomma, i due alfieri del Sud America giocano carte opposte, l’uno punta sul tutto pieno, l’altro sul tutto vuoto, uniti però dal comune rivolgersi alle attuali risorse dei materiali tecnologici.

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Letteratura

London, inferiorità dell’uomo rispetto all’autore

L’anno scorso avevo finalmente rivolto un’attenzione positiva ai romanzi di Romana Petri, che agli inizi della sua carriera mi aveva sollecitato a darle qualche riscontro, inviandomi i suoi primi libri con dediche lusinghiere, accolti invece da un mio incivile “no reply”. Poi, appunto l’anno scorso, leggendo un suo ennesimo prodotto, “Pranzi di famiglia”, lo avevo trovato convincente, tra i migliori esiti di quella stagione, tanto da dedicargli un “pollice recto” nella mia rubrica sull’”Immaginazione”, invitandola anche a venire a presentarlo in uno dei pomeriggi che organizzo da qualche anno nel mese d’agosto a Cortina, al Grand Hotel Savoia. E proprio in quell’ occasione la Petri mi aveva annunciato che stava scrivendo una biografia ispirata a Jack London. Sembrava un’opera ancora di lunga gestazione, ma invece evidentemente era di elaborazione molto avanzata, eccola infatti già uscita nelle librerie. Me la sono procurata con ansia per andare a vedere se vi era una conferma della buona opinione che di lei mi ero fatto di recente. Ma direi che è di ostacolo il genere in cui questi ennesimo lavoro della nostra autrice si colloca, la biografia, per quanto libera e romanzata, dedicata a qualche personaggio divenuto illustre per doti manifestate in qualche suo capolavoro. Questo tipo di approccio fa sì che ci sia l’uomo, o la donna, magari seguiti da vicino, quasi con immedesimazione, ma manca il meglio di loro, cioè proprio i capolavori per cui si sono segnalati. In questo caso, per esempio, nelle pur molte pagine che gli dedica la narratrice, non ci sono i romanzi tipici per cui London è ricordato, e forse ancora presente nei nostri ricordi derivati da letture adolescenziali. Non ci sono né “Il richiamo della foresta”, né “Zanna Bianca”, né “Martin Eden”, per rievocarli il lettore deve attingere a ricordi personali, se mai ce li ha ancora. Diversamente, ci sono senza dubbio tutte le ansie, le incertezze, le angosce, i patemi d’animo che il signor London provava, al momento del concepimento dei suoi romanzi, e anche la lunga scia delle conseguenze, successi o fallimenti. Si aggiunga che il raggio dell’attenzione si apre ad angolo giro, ovvero dell’uomo London veniamo a sapere tante cose, il legame morboso con la madre Flora, i rapporti con le donne che hanno inciso di più sulla sua esistenza, con i loro relativi profili. C’è Bessie che gli dà due figlie, verso cui il nostro autore è assai poco generoso, non se ne cura troppo, le trascura per seguire la sua stella, che lo porta a entrare in altri letti, a stabilire altre relazioni. Succede insomma che l’uomo è inferiore all’opera, come è quasi inevitabile se viene giudicato con questo metro estrinseco. O per meglio dire, sparisce in definitiva l’eroe favoloso che abbiamo amato, attraverso i suoi frutti consegnati ai libri, mentre la lunga sequela delle sue vicende sembra rifluire in uno dei romanzi che la nostra autrice ha dedicato a persone dall’esistenza comune, coi loro alti e bassi, pregi e difetti. Insomma, ritroviamo in definitiva il clima dei “pranzi di famiglia”, liti coniugali, difficili rapporti parentali, problemi finanziari, ma con la differenza che proprio le regole del genere obbligano l’autrice a rispettare un copione pre-esistente, mettono un limite alla sua libertà d’azione. Insomma, si comprende ben presto che esistono due pesi e due misure, quelli da adottare se vogliamo intendere davvero la portata di uno scrittore, ma per fare questo esiste, piaccia o no, la critica letteraria, e altri ben diversi se a entrare sotto la luce dei riflettori deve essere un essere umano comune, come tanti altri, come tutti noi.
Romana Petri, Figlio del lupo, Mondadori, pp. 375, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 5-4-20 (ripartire)

“Giuseppi” Conte non si sta comportando male, in questo pur drammatico frangente, come ha riconosciuto anche un giudice severo quale il senatore a vita Mario Monti, intervenendo qualche sera fa nel salotto televisivo della Gruber. In particolare, lodo la cautela con cui ha indicato un termine vicino come possibile sospensione delle norme restrittive, il 13 aprile. Il nostro attuale modello di riferimento non può non essere la peste manzoniana, da cui apprendiamo che c’erano i negazionisti, come Don Ferrante, alla cui categoria temo di avvicinarmi io stesso. E poi c’erano i monatti, intenti a sfruttare la situazione di generale disagio, augurandosi di vederla durare a lungo, Ebbene, anche tra di noi ci sono dei monatti, per carità, non in senso materiale, ma psicologico, persone che per uno spontaneo masochismo o compiacimento nel predire un indefinito protrarsi dello stato abnorme, predicano che dovremo aspettare, forse il “liberi tutti” potrà avvenire a metà maggio, o forse più in là. Tra questi c’è pure Borrelli, pessimista a oltranza, che snocciola i numeri dei contagiati, ma senza dirci come si contano, su questo ci vorrebbe un accordo, magari comune all’intera UE. C’è poco da fare, non possiamo rimanere in questo stato di sospensione, bisogna riaccendere i motori, ripartire, se no i danni, economici ma anche psichici, diverrebbero più gravi di tutti i possibili danni da contagio. Si potrebbe concedere una decina di giorni in più, arrivare quasi a fine aprile, ma poi i ragazzi dovranno tornare a scuola, se no, chi li tiene chiusi in casa, soprattutto i minorenni, quando i genitori dovranno pur tornare al lavoro? Lo dicevo anche in un mio precedente domenicale, pare che esistano certe macchinette che consentono di misurare all’istante lo stato febbrile delle persone, si sa che un indizio fondamentale di positività sta in una temperatura che superi i gradi 37,5. Bene, si istituiscano dovunque degli sbarramenti per bloccare chi, da un simile rilevamento pronto e diretto, risulti essere positivo, si facciano passare gli altri. E si pensino pure tutti gli opportuni accorgimenti che possano costituire altri generi di filtri. A questo dovrebbe pensare la coorte dei virologi, che invece si fregano le mani compiaciuti di questo stato che dà loro importanza, fino a sperarne una proroga quasi all’infinito.
PS Sempre tenendo presente il modello manzoniano, ricordiamo che quella peste fu spazzata via da un temporale. Purtroppo noi, nelle regioni a Nord, le più colpite dal contagio, siamo da giorni e giorni soggetti a un sereno spaventoso, innaturale, siamo immersi in un’atmosfera secca, invasa dalle polveri sottili, coltura ideale per i virus di qualsivoglia specie.

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Arte

De Vita, un universo “chiuso come un’ostrica”

La mostra di Luciano De Vita (1929-1992), molto ben allestita nella magnifica Sala degli Incamminati presso la Pinacoteca nazionale di Bologna, l’ho visitata davvero, al momento dell’inaugurazione, fine gennaio scorso, ma per dedicarle un doveroso riconoscimento avevo atteso che ne uscisse il catalogo, a cura dell’amica e collega Silvia Evangelisti. Poiché questo tarda, come tutto nell’attuale momento di grande bufera, rompo gli indugi e dedico all’artista qualche riflessione, sicuro che la sua mostra, che sarebbe già terminata, resterà ibernata sulle pareti, come ogni altro evento espositivo, qui e altrove. Di De Vita sono stato allievo, nei miei anni di frequentazione dell’Accademia di belle arti, credo a partire dal ’55, quando secondo la mia tipica ambivalenza frequentavo pure, già da un anno, l’universitaria Facoltà di lettere. Per un anno avevo “mancato” l’insegnamento di Morandi, titolare dell’incisione, andato in pensione l’anno prima, sostituito, pro forma, da Manaresi, che purtroppo ne era come una copia sbiadita e ripetitiva. Ma in realtà, come voleva la consuetudine di quegli anni, il titolare, il maestro, si teneva tra le quinte, e al suo posto gestiva l’insegnamento l’aiuto o assistente che si dicesse, e questo era proprio De Vita. Che dunque si chinava, pieno di buona volontà, sul mio cimentarmi con la tecnica dell’incisione, in cui, sia ben chiaro, ero valido al primo livello, quando si trattava di graffire su una lastra di zinco lo strato di cera che la ricopriva, era un normale esercizio grafico in cui potevo esplicare le mie buone doti. Ma era poi un disastro quando si doveva passare alle pratiche successive: stabilire il tempo esatto della morsura cui sottoporre la lastra immersa nella bacinella contenente l’acido, quindi, con una pezza, compiere una doppia operazione, per un verso, riuscire a inchiostrare i solchi che l’acido aveva aperto sulla superficie, ma per un altro nettare gli spazi esterni. Io non ci riuscivo, mentre De Vita, da gigante buono e propizio, mi veniva in aiuto, compiendo per me quanto non ero capace di fare con le mie mani. Partendo da questa minima base autobiografica, posso allargare il discorso su di lui, riconoscendogli un grande merito. Pur venendo dalla trafila Morandi-Manaresi era del tutto estraneo a quella tradizione, di paesaggio o di natura morta, in ogni caso ben aliena dall’affrontare i temi di figura, e ancor più di far comparire esseri favolosi, ricavati da una mitologia, tra l’incubo personale e i depositi folcloici. In altre parole De Vita si ricollegava alla grande tradizione addirittura dei Rembrandtt, Callot, Goya, forse anche per rigurgiti di vicende personali. Si favoleggiava di una sua gioventù indisciplinata che lo aveva portato a militare sul versante sbagliato della politica, e forse si trascinava dietro segreti, colpe innominabili, anche se il suo aspetto, di ciclope buono e generoso, di Vulcano industrioso, non sembravano suggerire il peggio. Ma certo era in lui un istintivo bisogno di proteggersi da insidie, da colpe passate, il che lo portava a soluzioni formali assolutamente sconosciute ai suoi docenti. Come un bisogno di appallottolarsi su se stesso, di chiudersi a riccio, quasi di barricarsi, rubando questo segreto, per esempio, ai molluschi. Non per caso circola l’espressione “chiuso come un’ostrica”, ebbene questo era una degli esiti inevitabili dei suoi esercizi grafici. O in alternativa scattava un bisogno di imbozzolarsi, quasi come una mummia già pronta per essere calata in un sarcofago, forse, di nuovo, per chiudersi a insidie esterne, per salvaguardare un nocciolo di vitalità minacciata da pericoli esterni. Anche lui non poteva evitare di raccordarsi a un certo clima dominante nella Bologna dei Cinquanta, cioè all’Ultimo naturalismo arcangeliano, ma il suo omaggio a motivi vegetali lo portava a presentarli sotto forma di tronchi attorti, di rami scheletrici, pungenti, o di cespugli avvolgenti, come di rovi, o addirittura di filo spinato. Queste caratteristiche che facevano di lui un cultore della grafica nelle stagioni migliori, quando i suoi cultori sapevano suscitare fantasmi, mostri minacciosi, gli consentiva pure di avere degli sbocchi plastici, impensabili da parte di Morandi-Manaresi, ma sempre concepiti come un procedere a bloccare, a ricavare rozze sagome come con l’aiuto di corpi plastici, fino a ricavare degli esseri di gomma, raccolti, al solito, a proteggere i loro segreti, le loro fiammelle di vita. Con la possibilità di dare a questo suo mondo anche uno svolgimento scenografico, ancora una volta inconcepibile da parte dei maestri di casa nella tecnica incisoria. Invece quei suoi mostri, evocati da una instancabile lampada di Aladino, da nubi di fumo pronte a consolidarsi, gli permisero di affacciarsi anche sulle scene, per esempio, per una Turandot al Comunale di Bologna. Ritornando in breve alla sua biografia, un simile bisogno di barricarsi in una realtà domestica si comunicava anche nelle sue stesse modalità di vita. Proprio per l’eccellenza raggiunta nella calcografia, dopo la cattedra ottenuta a Bologna gli venne conferita anche quella all’Accademia allora, e credo anche oggi, più celebre in Italia, quella di Brera, ma vi faceva rapide incursioni avvalendosi del Settebello, un antenato dell’Alta velocità. Trascorse le due o tre ore di insegnamento obbligatorio nella sede di Milano, era già pronto a riprendere il treno per venire ad accucciarsi nella tana bolognese, che era per lui il salotto buono del caffè Zanarini, ad annoiarvisi, ad attendere l’ora di qualche film serale, anche questo come un modo di richiudersi, di medicare ferite lontane o vicine, in ogni caso immanenti, del resto molto bene calate nelle varie opere, che nel ristretto universo felsineo figuravano come meteoriti piovuti da chissà quali spazi alieni e sconosciuti.

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Letteratura

Farinelli, un romanzo del WASP

Continua a comparire una vasta produzione di romanzi, quasi ad allontanare la paventata crisi del cartaceo, sembra che autori ed editori ci credano ancora. Fra le tante prove, mi sono acquistato “Gotico americano” di una a me sconosciuta, ma credo anche a molti altri, Arianna Farinelli, onesta prova di buona navigazione tra psicologia e antropologia, ospitata in una collana diretta da Roberto Saviano, ma per cominciare subito a fare polemica, consiglierei al ben noto e troppo acclamato direttore di accoglere la lezione di senso della misura, di medietà industriosa, che viene da questa scrittrice. Risulta molto bene una controversa e angosciosa condizione degli Italo-americani che vivono nella Grande Mela, guardinghi, pieni di pregiudizi tra loro. Così per esempio i coniugi Bene non gradiscono per nulla che il figlio Tom vada a sposare Bruna, proveniente anche lei da un ceppo nostrano. Non si spendono tanti soldi per assicurare al rampollo un buon inserimento nella società statunitense per vedere che invece lui va a mettersi con una giovane di incerto futuro, da semplice docente in un college, mal pagata, priva di carriera. Ma in realtà le parti nella coppia sono invertire, Tom, forse perché troppo curato dai genitori, per l’eccessivo investimento sia economico che psichico fatto su di lui, cresce timoroso, quasi immaturo. E’ peraltro un dramma che conosciamo bene, quello dei giovani rampolli di una società quale quella nordamericana, troppo opulenta, che li disarma, li adagia in un quietismo remissivo, legandoli troppo al culto dei genitori. Si pensi a un film d’altri tempi, caratterizzato da una eccellente interpretazione di Ernest Borgnine, forse proprio per la ragione che l’attore italo-americano vi incarnava qualche dato autobiografico. Nel film il protagonista confessa di essere giunto vergine, senza rapporti con l’alto sesso, fino all’ora del matrimonio. Qualcosa di simile si potrebbe ripetere per il non-protagonista di questo romanzo, per un Tom troppo ligio al clima familiare. Ma poi no, ci saranno sorprese, sul finire della vicenda, Tom è solo un addormentato apparente, in realtà, e questo è un aspetto apprezzabile nella vicenda intessuta dalla Farinelli, siamo introdotti a un quadro di società aperta, dove ogni coppia è pronta a mettere le corna al partner, per sfuggire alla monotonia di un’esistenza troppo ben regolata nelle spire del benessere. In effetti, il romanzo avrebbe dovuto essere intitolato al “WASP”, alla sigla che consacra il dominio del white-anglo-saxon-puritan, il vero dominatore dell’intera vicenda, assai più del “Gotico americano”, quale si esprimeva nel dipinto famoso di Grant Wood, quando per una sana famiglia statunitense ben salda nelle pratiche agricole non si delineavano troppe insidie. Qui invece queste si insinuano da ogni parte, ma il rito del “WASP” insegna come reggerle, e quasi disarmarle. La coppia statisticamente media messa al centro della storia resiste a ogni attentato, infatti uno dei figli, il maschio, mostra ben presto una tendenza al polo femminile, gioca con le bambole, chiede addirittura di mutare il nome da Mario a Maria. Ma ormai una certa assuefazione, ovvero un prevalente tono medio, permette alla coppia di reggere a quella prova e di tirare avanti, Duro è anche accorgersi che Bruna, amareggiata dal nullismo del marito, privo di slanci verso di lei, cerca consolazione nell’amore con un giovane allievo, tale Yunus, fino a rimanere incinta di lui. A questo punto il saggio controllo del regime WASP viene meno, ha un momento di cedimento, in un lungo capitolo in cui la narratrice decide di seguire questo campione estraneo alla medietà prevalente altrove, e di offrirci lo spaccato di una tormentosa storia dei maltrattamenti che i Bianchi e Puritani continuano a infliggere ai Neri. Da qui le loro violente ritorsioni, fino ad affiliarsi all’Isis. Per questo verso, siamo in presenza di un capitolo che potrebbe essere scritto anche da Saviano, ovvero un certo estremismo si prende una indubbia rivincita. Ma poi di nuovo la trama si rituffa nel WASP, in un finale “tuto per bene”, nasce il figlioletto di sangue misto, ma la famiglia di Tom e Bruna, e del transessuale Mario-Maria, lo accoglie senza troppe difficoltà, in definitiva cacciando fuori scena gli orrori affacciatisi con le vicende di Yunus.
Arianna Farinelli, Gotico americano, Bompiani, pp. 275, euro 18.

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Attualità

Dom. 29-3-20 (conteggio)

Un noto proverbio dice “mal comune mezzo gaudio”, ma si stenta ad applicarlo alla attuale bufera del coronavirus, che ovviamente, anche se si estende, non è verto motivo di gaudio. Però vale quella misura, del “mezzo”, perché, diciamolo pure, io lo vengo dicendo in una sfilza di domenicali, i dati nostrani hanno ancora oggi scarso riscontro altrove. E i nostri soloni, burocrati come Arcuri e Borrelli, non tentano minimamente di ragionarci sopra. Intanto, non è stato dato il giusto rilievo a un evento incredibile che da solo potrebbe spiegare l’enorme estensione del virus in Lombardia, la partita tra l’Atalanta e il Valencia disputatasi a Milano il 19 febbraio scorso, quando, certo, eravamo ben lontani dal presagire la sciagura che stava per investirci, ma quelle migliaia di spettatori potrebbero spiegare il diffondersi enorme dell’infezione in Lombardia, con particolare riferimento a Bergamo, di cui l’Atalanta è la squadra del cuore, e anche della diffusione in Spagna, seconda solo alla nostra. Però, partite ugualmente frequentate si sono disputate altrove, per esempio in Germania, senza queste conseguenze disastrose. Resta dunque il dato crudele, che proprio la Germania ha appena un decimo dei nostri morti e così si dica per gli altri Paesi del Nord. In simili condizioni, diviene vana pretesa la nostra di chiedere una compartecipazione a oneri sociali da parte di nazioni che non hanno un uguale riscontro di morti. E dunque, ritorniamo a meditare sull’eccezionalità della situazione nostrana. In proposito, siccome non posso credere a una volontà divina, da ateo qual sono, di inviarci una punizione biblica, devo ripetere quanto già detto nei miei precedenti domenicali:
1. Noi contiamo i morti in modo diverso dagli altri, senza alcun tentativo di isolare quelli per cui sia accertata la dipendenza dal coronavirus, e non da numerose malattie pregresse. Dateci i numeri dei morti nei passati inverni, e solo dal confronto potremo valutare davvero l’incidenza dovuta all’attuale contagio.
2. Diteci anche, inutili santoni delle conferenze stampa quotidiane delle ore 18, con quali criteri contate, con tanta assillante precisione, i numeri dei nuovi contagiati, visto che non sono persone sottoposte a tamponi, e che non si sono neppure presentate agli ospedali. Lo stesso vale beninteso per quelle dichiarazioni così puntuali circa i guariti.
3. Non ho mai trovato riposta neppure al quesito se sia stato opportuno oppure no istituire le zone rosse, condannare cioè gli abitanti di alcuni comuni a infettarsi inesorabilmente tra loro, invece che condurre una dovuta operazione di distinguere tra chi avesse avuto rapporti con persone venute dalla Cina, o risultasse portatore di uno stato febbrile significativo. Così si sono creati dei lazzaretti obbligati.
4. Il che si è ripetuto per tutte le case di riposo per anziani, ragione forse di una moltiplicazione di decessi nei loro casi.
5. Desta poi meraviglia il numero di decessi tra medici e infermieri al lavoro. Possibile che questi, sentendo su di sé non sintomi leggeri, da curare attraverso una quarantena, bensì gravi problemi respiratori, non si siano affrettati a valersi dei respirazione forzata, con le macchine a loro disposizione, e da loro stessi somministrate ai ricoverati in grave stato?
6. Infine, mi sembra inevitabile che l’attuale stato di clausura venga esteso fino a Pasqua e Pasquella, 12 e 13 aprile, ma voglio sperare che dopo si riaprano le porte, si faccia ripartire la nazione. C’è il sistema di rapida misurazione degli stati febbrili che consente di fare il vaglio tra positivi e no.

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Arte

La pereftta e meritoria “restituzione” del Politticio Griffoni

Immagino lo sconforto, per non dire il disappunto, la rabbia da cui è stato colto Fabio Roversi Monaco, che a lungo aveva proceduto nel tentativo di ricomporre le membra sparse del Polittico Griffoni. Ci era riuscito, offrendolo alla cittadinanza bolognese, ma diciamo pure urbi et orbi, nel suo spazio museale più importante, Palazzo Fava. Eravamo tutti già pronti a rendere omaggio a quel capolavoro riapparso, ma l’influsso perverso del contagio al momento ce lo ha impedito, speriamo che questa opportunità si ripresenti quanto prima. Intanto però mi è del tutto possibile condurre una visita virtuale all’opera, presente in vari siti. Del resto, come guida eccezionale, disponiamo dell’accurata ricostruzione del Polittico che Roberto Longhi ha condotto in uno dei suoi capolavori, “Officina ferrarese”, procedendo quasi come un detective sulle tracce di un crimine fino a trovarne la soluzione. Devo dire che questo riconoscimento dell’eccellenza del saggio longhiano proviene da un “infedele”, non certo da uno dei tanti devoti seguaci che la sua lezione ha raccolto attorno a sé. Io ho avuto un destino curioso, forse “cinico e baro”, una volta tanto, a mio favore, in quanto i casi della vita mi hanno fatto essere, nei trascorsi anni ’70 e oltre, prima Direttore dell’Istituto di storia dell’arte bolognese, poi divenuto Dipartimento di arti visive, quando ci fu quella trasformazione. E dunque mi sono trovato a comandare su muri che trasudavano di longhismo, io che venivo da storie del tutto diverse, e che non ho mai mancato di recare obiezioni severe ad alcuni dei cardini del Maestro piemontese-toscano. Per esempio, non gli ho mai dato per buona la tesi della discendenza del Caravaggio dai mitici “padani”, a lui invece così cara. Inoltre, da contemporaneista incallito, ho dovuto rimproverarlo dello scarso credito che ha sempre assegnato all’intera arte internazionale del Novecento, se si eccettua un valido interesse giovanile per Boccioni, e poi, oltre la metà del secolo, una qualche partecipazione, ma con cautela, all’entusiasmo suscitato nel migliore dei suoi allievi, Francesco Arcangeli, da un possibile ritorno in scena del tanto amato naturalismo, ma “quantum mutatus ab illo”, e dunque con dubbiosa adesione a quella possibile ricomparsa. E poi, che dire dell’ingiurioso trattamento inflitto a Canova, in cui invece io insisto a vedere un primo passo nella contemporaneità più avanzata e sperimentale?
Ma torniamo alle magnifiche pagine dell’”Officina ferrarese”, dove è giusto trovare appunto la precisa ricostruzione del Polittico Griffoni, perfetta emanazione del clima fervido che per tutto il ‘400 aveva infiammato quella provincia, con un protagonista quale Francesco del Cossa, appena di un gradino inferiore al massimo Cosmé Tura, e un suo allievo, Ercole de’ Roberti, cui si deve l’aver stabilito un ponte verso la vicina Bologna. Che per parte sua in tutto quel secolo era stata alquanto avara di esiti, se si eccettua il celeberrimo “Compianto” di Niccolò dell’Arca, che peraltro è frutto proprio di una dissidenza rispetto ai sacri canoni rinascimentali, dominanti nella vicina Firenze. Bologna è stata avara di risultati brillanti in alcuni secoli, nel Duecento, e poi nel Quattrocento, e si può aggiungere alla lista l’Ottocento. E dunque, non si poteva certo pretendere che Longhi, in quel suo stato di grazia, allungasse il tiro fino a mettere in cantiere una Officina bolognese, di cui però non ha mancato di abbozzare qualche linea. Infatti, proprio a cavallo tra Quattro e Cinquecento noi abbiamo avuto una stagione quasi di primavera, di proto-rinascimento, di timido anticipo di modernità, sotto la cappa protettiva dei Bentivoglio, che avevano la loro chiesa di riferimento in S. Giacomo, e proprio l’annesso Oratorio di Santa Cecilia è un frutto mirabile di quell’epoca, fecondato dai talenti forse un po’ facili, ai limiti col kitsch, si direbbe ora, di Francesco Francia e Lorenzo Costa, ma deliziosi, proprio nella loro freschezza e candore, totalmente diversi rispetto al linguaggio contorto dei Ferraresi. Lo sguardo felice di Longhi si spinge anche oltre quel traguardo, coglie molto bene il linguaggio aspro, già pre-manierista, di Amico Aspertini, cui in effetti la Bologna delle grandi mostre retrospettive concepite da Gnudi, poi lasciate in eredità a Andrea Emiliani, ma in questo caso anche con l’intervento di Daniela Scaglietti, uscita dall’Università, ha dedicato nel 2009 un giusto riconoscimento.
Purtroppo i Bolognese sono stati distruttivi nella loro storia, ciò era già avvenuto nel Trecento, quando avevano distrutto un Palazzo in cui il cardinale Bertrando del Poggetto cercava di far rientrare, ma pro domo suo, il papa dall’esilio di Avignone. E circa due secoli dopo avevano abbattuto la sede del dominio bentivolesco, tanto che ancora oggi da quelle parti esiste una Via del Guasto. E dunque quella tenue primavera venne interrotta, però il filo di espressionismo avanti lettera, o di culto di artisti nordici (non “lombardi”, per carità!) inaugurato da Aspertini continuò a svolgersi. Esorto Roversi Minaco a condurre, in futuro, una serrata indagine sulla Bologna dei decenni centrali del Cinquecento, caratterizzata da Manieristi quali Prospero Fontana e Pellegrino Tibaldi, e da architetti ugualmente audaci che la città felsinea ebbe, a cominciare dal Terribilia. Con loro continuava una storia di dissidenza rispetto ai canoni della “modernità”, invano esaltati dall’arrivo del capolavoro raffaellesco, la Santa Cecilia. Si dovrà aspettare l’entrata in campo dei Carracci per comprendere la lezione dei “moderni”, di Raffaello, ma soprattutto di Tiziano e del Correggio, e a quel punto il calendario riprende a scorrere, con le magnifiche mostre dedicate all’intera Scuola bolognese, verso cui Longhi fu costretto a rendere un omaggio, nella sua famosa prolusione del ‘34, quado assunse l’insegnamento della cattedra universitaria bolognese, ma un po’ “obtorto collo”. Resta comunque il dovere di colmare un vuoto, di rimediare a quell’anello mancante, nell’intera sequenza della nostra storia dell’arte.

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Letteratura

Ruffilli e Rondi: il dritto e il rovescio nella poesia

Ho ricevuto in questi giorni due libri di poesia, che come è noto corrisponde a un genere poco frequentato da me, ma non mi voglio sottrarre al dovere morale di dare un qualche segno di gratitudine verso chi si degna di mandarmi i suoi prodotti. Fra l’altro, sono così stimolato a riprendere le fila di un mio discorso generale, di cui alcuni paragrafi sono stati suscitati da occasioni diverse tra loro, da raccolte poetiche di Aldo Nove, di Roberto Pazzi, e perfino di un frequentatore insolito di questi lidi quale Alberto Moravia. Per un miscredente come me, si dà una condizione primaria perché un prodotto in poesia risulti accettabile, che cioè esso dimostri di aver accolto un detto celebre di Verlaine, “prends l’éloquence et tords lui le cou”, che io allargo in un più ampio “prendi la poesia, nelle sue manifestazioni più usuali, e strozzala, gioca in senso contrario, in controtendenza”. Ciò premesso, vengo a menzionare le due raccolte poetiche che provocano questo mio discorso. La prima è di Paolo Ruffilli, “Le cose del mondo”, lo ringrazio di essersi ricordato di un inesistente come me, e mi sento un po’ in colpa per il fatto di prenderlo come capro espiatorio. Ma sta di fatto che ogni sua lirica si può raddirizzare. Per carità, tutto in regola, buona eredità da un certo crepuscolarismo, da un ermetismo sempre persistente presso di noi, perfino da una certa “linea lombarda”. Ma sta di fatto che una sopravvivente eloquenza non viene certo strozzata, anzi, promossa, in un fare sentenzioso, attraverso massime, detti pieni di saggezza, giuste osservazioni, sensazioni abbastanza normali. Del resto Ruffilli è in buona compagnia, suppongo che meriterebbe il plauso di un campione assoluto di questo perbenismo poetico quale Maurizio Cucchi, che proprio sul “Robinson” di stamane, tanto per consolarci dei guai provocati dal corona virus, ci offre un florilegio, fatto tutto di prove assennate, ragionevoli, corrette, tra cui un frutto alla Ruffilli ci starebbe bene. L’altro prodotto che mi è arrivato viene da un autore fecondo e inesauribile quale Mario Rondi, e già il titolo appare molto indicativo, simile a un “giallo” che riveli perfino in copertina il segreto. il colpevole. Infatti la raccolta si chiama “Un mondo di stramberie”, una nozione, quella dello strambo, lo si ammetterà, assolutamente estranea all’universo di Ruffilli e compagni, che invece tentano di far rientrare la loro dizione sapiente nella norma, nello scorrimento più accettabile, senza scosse e senza traumi. In definitiva, da incorreggibile sostenitore del fronte sperimentale e innovativo, devo perfino ammettere che di questi tempi è divenuto difficile applicare la spada della separazione a livello di narrativa, mentre è più agevole farlo proprio in campo poetico. Dopotutto, come per la narrativa resto affezionato a chi frequentava gli appuntamenti reggiani di Ricercare, per l’ambito poetico il tratto discriminante sta nel mio saggetto, temo ormai introvabile, dell’81, dedicato alle ricerche intraverbali (“Viaggio al termine della parola”). E Rondi c’era, e non ha tradito quella appartenenza, anzi ne dà conferma, come in questo caso, dove ogni lirica è “tagliata”, come si fa per mescolare le carte. Un andamento fluido e sensato, alla maniera di Ruffilli, viene invariabilmente bloccato, ostacolato da un qualche inserto in apparenza immotivato. Insomma, siamo pur sempre alla vecchia pratica del “cadavere squisito”, che è un po’ la legge dell’universo poetico a cui mi attengo, come un fisico potrebbe farsi sostenitore dell’antimateria. Del resto, a chi temesse che il “cadavere squisito” fosse una pratica ormai degna di entrare nel museo, ne potrei ricordare una più recente, messa in atto da un brillante sostenitore della mia categoria di riferimento, Corrado Costa, autore di un audiotape in cui aggredisce gli ascoltatori_ “zuccconi, questo è il retro, il retro”. Naturalmente, per tutti gli aderenti a questo club, c’è sempre e soltanto il retro, il raddrizzamento è quanto si deve evitare.
Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Mondadori, pp. 198, euro 20. Mario Rondi, Un mondo di stramberie, Genesi Editore, pp. 161, euro 15.

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Attualità

Dom. 22-3-20 (ancora virus)

Nei miei vari domenicali dedicati al corona virus ho sbagliato in un punto, nell’esprimere qualche dubbio che il contagio si potesse espandere in altri Paesi allo stesso ritmo subito da noi, invece pare che le macchie rosse, sulle carte geografiche, si stiano allargando. Però non è stata saggezza o previdenza, da parte nostra, nel prendere per primi certi provvedimenti, bensì l’esito di una aggressione che abbiamo subito con circa un mese o più di anticipo, e in una misura che al momento non ha riscontro altrove. E dunque, restano gli interrogativi, cui dovremo pur tentare di rispondere: perché noi con tanto anticipo e in misure così macroscopiche? Si noti che questi dati enormi riguardano sia il numero dei contagiati sia quello dei defunti, noi su entrambi i fronti abbiamo un record assoluto. Sul primo punto, ripeto la mia richiesta, rimasta priva di risposta: come avviene un conteggio così preciso, “ad diem” e “ad personam”, dei nuovi contagiati? E non sarebbe il caso di adottare parametri di misura unitari in tutta la UE, ora che anche gli altri Paesi sono interessati come noi? Noto un fideismo, un lassismo sconcertanti, in tempi in cui i vari commentatori si disputavano su ogni dato possibile, nei vari salotti televisivi. Ora l’interrogativo mi sembra impellente: come fa il commissario Borrelli a snocciolarci imperturbabile alle 18 di ogni pomeriggio il numero esatto dei nuovi contagiati? Come già dicevo, nella più parte dei casi si dovrebbe trattare di una autocertificazione, dato che si fa giustamente divieto, in presenza di eventuali sintomi, di accorrere negli ospedali per farsi eseguire un tampone, né c’è la possibilità di mandare dei monatti a eseguire sul posto una verifica del genere. Dunque, questi dati dovrebbero essere del tutto incerti e opinabili, altrettanto si dica dei guariti. Anche qui, si tratta di autocertificazioni? Ma veniamo al capitolo macabro dei decessi, in cui deteniamo un triste record mondiale, con concentrazione in alcune regioni. Anche qui, ci si vuole fornire un po’ di statistiche, quanti sono stati i deceduti nelle altre stagioni invernali? E non è che subiamo l’infausta decisione di aver costituito le cosiddette zone rosse, cioè di aver racchiuso come in lazzaretti espansi i poveri abitanti di certi Comuni, sul tipo di Lodi? In definitiva, abbiamo tanto stigmatizzato l’idea balorda del premier inglese Johnson di dare via libera al contagio, puntando a una immunizzazione di gregge, ma noi, prima di lui, abbiamo fatto lo stesso, invece che andare a sceverare, caso per caso, chi avesse frequentato dei cinesi, o avesse comunque chiari segni di contagio, abbiamo chiuso il recinto, a questo modo abbiamo costituito delle bombe esplosive che poi hanno trasudato attraverso gli interstizi andando a contaminare i territori limitrofi. Questo è un modo per spiegare un eccesso di morti, altrimenti arcano, o da affidare a un qualche demone perverso a noi ostile. Inoltre gli stessi ricoveri per anziani, ahimè, si sono mutati in orride camere a gas, provocandone le morti a catena, anche questo sarebbe un dato da appurare, ovvero quanti tra i deceduti non provenivano da focolari domestici ma si trovavano condannati a una inevitabile contaminazione di gruppo?

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Arte

Un convincente “tutto” Jim Dine

Il romano Palazzo delle Esposizioni dedica a Jim Dine (1935) una imponente rassegna, suppongo una delle più ampie e complete che mai gli siano state dedicate, sfruttando molto bene tutti gli spazi del pianterreno, o piano alzato dell’edificio, il giro delle stanze laterali, e anche l’ampio corridoio che conduce a un emiciclo finale. Nel mio passato ho già avuto occasioni di misurarmi con questo artista, a partire da una mostra degli anni ’70 che era riuscito a dedicargli, nonostante i suoi mezzi limitati, Franco Farina, dalla plancia di comando nel ferrarese Palazzo dei Diamanti. E aveva avuto anche la buona idea di cbiamarmi dal vicino Dams di Bologna, dove avevo la cattedra di Storia dell’arte contemporanea, a commentare l’iniziativa per il pubblico. Mi sono rivisto di recente, con qualche emozione, in una rassegna che la moglie Lola Bonora ha dedicato a Franco, in uno dei tanti spazi che la sua ingegnosità era riuscita a far nascere attorno all’ammiraglia dei Diamanti. Un video, in quella mostra, mi fa apparire quando ancora possedevo una folta criniera di capelli, e mi affiancavano due ottime collaboratrici, la mai abbastanza compianta Francesca Alinovi e Paola Sega. Già allora non avevo esitato a imboccare la pista giusta, spostando Dine dalla collocazione solita che gli si attribuiva di protagonista della Pop statunitense a quella fase anteriore, ma colma di potenzialità, che era stato il New Dada, coi due moschettieri, Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Il nostro artista poteva figurare come buon terzo in quella eletta compagnia, magari con accanto anche Claes Oòdenburg, forse l’uno e l’altro partiti addirittura da qualche ricordo della precedente stagione dell’Espressionismo astratto, o per meglio dire dell’Action Painting. Infatti c’era già tanta azione, nelle opere del giovane artista, magari inserite secondo la modalità del ready made, per esempio certe vanghe, tali e quali, pronte per essere distaccate dalla parete e impugnate per dar luogo a un lavoro reale. Del resto, di fatto Dine è stato tra i protagonisti della fase degli happenings, o in genere delle performances, infatti l’ottima mostra romana, accanto alle opere appese nelle stanze laterali, presenta una fitta serie di monitor in cui sono registrate appunto le azioni da lui instancabilmente ideate e svolte. Ma accanto ai corpi reali di un delitto, cioè di un’azione tangibile, Dine praticava anche un gusto raffinato della pittura, sfruttando certi ricordi di una fase ancora informale allo scopo di apprestare una superficie accogliente a cui appendere i reperti oggettuali. Che beninteso non mancavano, come per esempio una scarpa, sospesa tra una resa pittorica e invece una emersione plastica. Questo stato di sospensione o di fertile ambiguità congenita ha accompagnato il Nostro per tutta la sua carriera, con scelte appropriate per conciliare le due spinte. Per esempio il ricorso, a lui consueto, ad ampie vesti da camera, accoglienti, avvolgenti, o addirittura a cuori, estratti ancora pulsanti, palpitanti, un “leit motive” che lo ha accompagnate per tutta la sua carriera, trattato in mille modi, attraverso il recupero delle mille astuzie del mestiere: litografie, incisioni, monotipi. Oppure rozzamente affidato a blocchi di paglia. Infatti in sintesi l’intero percorso di Dine può essere riportato a un viaggio continuo tra le due e le tre dimensioni, il che lo ha anche indotto a rasentare il clima della citazione, per esempio a offrirci dei reperti di statue classiche, delle Veneri, ma abbozzate in fretta e furia, a colpi di ascia, con una furia che si è abbattuta anche sui burattini del repertorio caro all’infanzia. Proprio l’ampia sala centrale accumula una serie numerosa di Pinocchi, di tutti i formati, appollaiati su trespoli, ma d’altra parte sempre pronti a rituffarsi, a schiacciarsi sulle pareti, in questo indefesso andirivieni. Come se all’origine di tutto ci fosse uno stagno policromo, iridescente, da cui l’artista trae i suoi corpi, ancora rabbrividenti di screziature cromatiche, O al contrario ve li affonda, a ritrovare uno stato di primordiale barbarie. Un simile processo di regressione a stati primitivi, a un certo punto ha riguardato anche le scritte, le lettere dell’alfabeto, forse per effetto di qualche stimolo proveniente dai più selvaggi dei Writers, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring. In un campo del genere, non si dà più vistoso contrasto di quello con i modi secondo cui l’asettico “concettuale” Kosuth effettua i suoi recuperi scritturali, affidandoli a corretti caratteri, irrigiditi nella fredda luce dei neon. Invece le scritture di Dine intendono recare ben visibili le tracce del furore, del “sound and fury”, che da sempre presiede a tutti i suoi interventi, e dunque sono i degni comprimari dei cuori palpitanti, oppure sono le emissioni, candide, infantili della folla dei Pinocchietti, anch’essi arguti e petulanti.
Jim Dine, a cura di Daniela Lancioni. Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 2 giugno. Cat. Quodlibet.

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