Arte

Marras, uno stilista agli inferi

La Triennale di Milano ha commesso, parecchi anni fa, un errore che poteva esserle fatale. Ritenendo che fosse ormai impossibile rispettare la propria ragione istituzionale, di presentare ogni triennio un quadro internazionale dell’architettura e del design, ha preferito procedere con mostre parziali di più ridotta portata. Ma a questo modo ha lasciato un buco enorme di cui si è impadronita la Biennale di Venezia, dimostrando che invece un compito del genere non era affatto superato. La Biennale di architettura è ora uno dei maggiori successi di cui si può vantare l’istituzione veneziana. Però la Triennale, approfittando del magnifico spazio apprestato a suo tempo dal Muzio, e procedendo a sue varie ristrutturazioni, presenta di volta in volta una serie di mostre di vario genere e formato che rendono necessaria e piacevole una visita con frequenza periodica. Per esempio, in questo momento, al primo piano, si può vedere una mostra di progetti per New York immaginati da Francesco Somaini, e di sicuro, o sull’”Unità”, se sopravviverà all’attuale crisi, o su questo blog, in caso contrario, me ne occuperò come la mostra merita. Al pianterreno si ripropone Gillo Dorles, con la sua miracolosa sfida al peso degli anni, e con una serie di disegni emozionanti, soprattutto se si pensa alle condizioni attuali del grande vegliardo che li ha realizzati. Ma la “pièce de resistenzce” è la dilagante mostra dello stilista sardo Antonio Marras, che quasi ponendosi al seguito di Dorfles la intitola “Nulla dies sine linea”. Naturalmente, non si può non partire proprio dal famoso stilista della moda, che ha saputo trarre abile partito dalla sua Sardegna, ibridata con la cultura catalana, e con la “barbarie”, la “barbagia” che le sta alle spalle. Ma in definitiva quando lavora per la moda, Marras deve venire a patti, deve temperare e rendere accettabile appunto la barbarie, la cupa mitologia che ha alle spalle, qui invece si sente libero, può procedere “con la mano sinistra”, rispettare, se si vuole, le procedure e i riti della moda, ma abbassandoli, ovvero facendone un uso “perverso”, contrario alla inevitabile correttezza cui è costretto quando agisce professionalmente. E dunque, eccolo alla prova del disegno, punto di partenza di ogni creatore nel mondo della moda, ma in questo caso le sagome, i profili possono divenire aspri, scorretti, mostruosamente deliranti, come di un adepto dell’Art brut già coltivata da Dubuffet, o da qualunque altro praticante di forme espressioniste, soprattutto se condotte in stati di ingenuità, da naïf, istintivo o procurato, disceso cioè agli inferi per volontà programmatica, come è il caso di Marras. Peccato però che queste “linee” tracciate con esercizio quotidiano finiscono per rassomigliarsi pericolosamente tra loro, rendendo alquanto inutile il loro moltiplicarsi, come di chi ogni notte ripiomba nel medesimo incubo, rivede gli stessi fantasmi, ricade in preda alle medesime ossessioni. Un altro momento tipico del mestiere della moda è di accumulare gli abiti in fitti attaccapanni, è una modalità seguita anche nella mostra, ma con il solito rovesciamento perverso o perfino diabolico. Gli abiti proposti in questo caso hanno qualcosa di malato, o addirittura di tragico, sono pronti per le sfilate, ma di fantasmi, oppure sono quanto sopravvive di povere donne condannate alla soppressione, in campi di concentramento, o a enormi roghi espiatori. E la stessa condanna, oltre che colpire gli abiti interi e farli pendere dalle grucce come fantasmi, colpisce anche tutti gli accessori, i corpi aggiunti. Si sa poi che uno stilista di moda che si rispetti deve farsi carico anche di una sezione per l’infanzia, e dunque Marras risponde pure a questo compito, allestendo delle “classi”, ma con scolaretti che anch’essi discendono a stadi animaleschi, su di loro è intervenuto qualche colpo di bacchetta magica, ma per trasformarli in piccoli mostri. Continua insomma il sistematico gioco al massacro, che in definitiva diventa quanto meno la testimonianza di una indubbia originalità e coerenza di operato, avendo una tonalità unificante nella semioscurità in cui tutto questo universo di presenze “sinistre” e angoscianti si trova immerso. Anche le sfilate ufficiali possono essere immerse in tenebre sapienti, ma poi qualche raggio di luce viene a riscattarle. Qui non c’è invece nessun intervallo, un diffuso e uniforme “aere perso” avvolge l’intero spettacolo, così come il visitatore è tenuto ad avanzare barcollando nell’oscurità, attraversando le “mises”, che peraltro frappongono ben pochi ostacoli al procedere, confermando di essere fatte della sostanza aerea e impalpabile dei sogni, anzi, degli incubi.
Antonio Marras, “Nulla dies sine linea”, a cura di Francesca Alfano Miglietti. Milano, Triennale, fino al 21 gennaio. Cat. Skira.

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Letteratura

A Savinio è vietato l’accesso al “magico”

Essendo stato invitato da Francesco Muzzioli a partecipare con un saggio a un numero della rivista “L’illuminista” dedicato al Realismo magico, ho anticipato su queste pagine due abbozzi relativi ad autori che ho ritenuto necessario far entrare nella mia scelta di rappresentanti di un simile filone, Tommaso Landolfi e Elsa Morante, dichiarando pure che un caposaldo di questa linea resta per me il Giorgio De Chirico di “Ebdomeros”. Ci si può meravigliare che invece in questo ambito io non ne collochi il fratello Andrea, noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio. Non è una dimenticanza, bensì una esclusione consapevole, che ora vado a motivare, seppure in breve. Si sa che Andrea era il secondogenito, esposto ai guai che usualmente investono chi in famiglia viene a trovarsi in una situazione del genere. Perso presto il padre, i due fratelli si trovarono assoggettati a una madre autoritaria, che scommise, ripose tutta la sua fiducia su Giorgio, condannando quindi il minore a una situazione di inferiorità, escludendolo da quella sorta di paradiso di eccellenza, di rigore stilistico in cui il primogenito poteva collocare le sue creazioni, in pittura e le altre molto più rare in prosa, ma con totale omogeneità tra le une e le altre. O in altre parole Giorgio poté superare lo specchio di Alice, penetrare in un regno “altro”, di perfezione asfittica, magari pure trasportandovi oggetti di assoluta banalità, ma purché anch’essi subissero un bagno nobilitante. Il fratello Andrea-Alberto fu invece abbandonato su questa terra, magari a inseguire le orme del maggiore, ma col divieto di sollevarsi in alto. Se insomma al primo erano concesse le evasioni in verticale, il secondo doveva crogiolarsi nelle impurità, nei vizi ed errori della nostra comune umanità, ma in questa dimensione egli poteva saccheggiare ogni tesoro, attingere ad ogni risorsa. L’esito di questa diagnosi è che il Savinio prosatore non ha accesso al “magico”, ma è libero di darci delle cronache, delle testimonianze di vita piene di nutrimento, ricche di ogni possibile nota di sapore sensoriale, di pronta cattura di odori, di piaceri della tavola, di referti meteorologici e paesistici, senza naturalmente dimenticare le avventure erotiche. Naturalmente, in questo ampio repertorio ci sta pure la possibilità di allegare di volta in volta qualche dotto riferimento alla mitologia, o a dati storici, di cui la cultura di Savinio era perfettamente dotata. Ma questi sconfinamenti non intendono, o non riescono mai a dilatarsi appunto in una dimensione “altra” o “magica”, restano come affascinanti complementi, allo stato quasi di aggettivi, o meglio, di “apposizioni”, per rendere più colorata la prosa, però tenacemente radicata ai dati esistenziali, pronta a fornire riscontri toccabili con mano, anzi, respirabili, apprezzabile perfino col palato. Tutto ciò trova conferma fin dalla prova di esordio, l’”Hermafrodito” pubblicato nel ’18, cui tante altre prove avrebbero fatto seguito. In queste pagine siamo introdotti a null’altro che a un viaggio avventuroso, narrato in prima persona, di un giovanotto che nell’ultimo anno della Grande Guerra viene trasferito da Ferrara verso la Grecia, con ampie cronache, colme appunto di fragranti e flagranti dati sensoriali, accumulati nelle lunghe e sonnolente tappe compiute in treno, con soste, incontri fortuiti, passeggiate di terra, imbarchi su navi, storie di brevi amori, di giacigli di fortuna. Uno smagliante abito di Arlecchino che fa di Savinio il capostipite, o comunque, al di là degli anni, forse il rappresentante più tipico di tutta una serie di viaggiatori da riportare al suo esempio, di protagonisti della “prosa d’arte”, dei “capitoli”, perfino del rondismo. Ci stanno, in questa ricca serie di comprimari, che ovviamente meriterebbe un numero a sé stante dell’”Illuminista”, nomi notevoli come Giovanni Comisso, Bruno Barilli, il Cecchi dei “Pesci rossi!, e si potrebbe perfino varcare la linea divisoria tra le due metà del secolo, aggiungere alla lista un prosatore capace di agitare una ampia tastiera come Aldo Busi. E dunque, si aprono per Savinio molte possibilità di compenso, anche dopo avergli vietato l’accesso al “magico

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Attualità

Dom. 15-1-17 (ambasciata)

Nel mio Domenicale scorso, dell’8 gennaio, denunciavo lo strano silenzio sceso all’improvviso attorno al fronte caldissimo della Libia, ora ho il piacere di vedere che nei giorni successivi questo si è riacceso, sulla nostra stampa nazionale, dando conto di fatti di grande importanza. Credo che sia stato un gesto giusto quello di riaprire la nostra ambasciata a Tripoli, precedendo quelle di ogni altro Paese. E’ stato un modo corretto di affermare il nostro diritto a interessarci per primi di quanto succede in quel Paese. Ma ciò comporta che dobbiamo inviare delle forze militari a presidiare quel nostro avamposto, sarebbe tragico se esso venisse preso di mira da bande irregolari, fino alla sua distruzione. Siccome siamo in buona armonia con il governo Serraj, che tale è con il timbro di garanzia dell’ONU, dovremmo avere da esso una piena approvazione a una misura dl genere, che anzi dovrebbe venire estesa. Visto che si è fatta quella scelta, nonostante l’evidente debolezza di Serraj sul piano militare, non resta che dargli forza, ancora una volta con l’invio di contingenti militari sotto la benedizione dell’Onu per tutelarne la sopravvivenza. Sarebbe un disastro se Serraj dovesse soccombere dietro qualche attentato o insurrezione, cosa invece assai probabile se appunto non intervengono forze adeguate a sostenerlo.
Ma resta il grave problema dell’altro governo, diretto da Haftar, che oltretutto si è pronunciato pesantemente proprio contro la nostra decisione di riaprire l’ambasciata a Tripoli. Qui credo che ci sia poco da fare, non si può scalzare questa autorità, che gode della protezione dell’Egitto e della Russia di Putin. Forse la soluzione migliore è di accogliere il suggerimento a suo tempo avanzato da Paolo Scaroni, ex-ad dell’Eni, che dunque della Libia è stato tenuto a occuparsi in profondità per i forti interessi del suo Ente in quella regione. Meglio cioè praticare una divisione consensuale tra le due Libie, quella attorno a Bengasi e Tobruk, a Est, e l’altra della Tripolitania. E’ ingiusto e prevaricante sostenere una divisione di quello Stato? Ma se i suoi cittadini sono i primi a metterne a repentaglio l’unità, come possono gli stranieri farsene paladini? Non sarebbe, questa pretesa di difendere un’unità in cui non credono gli abitanti stessi, un gesto donchisciottesco, e soprattutto insostenibile? Evidentemente, non è possibile alcuna politica in Libia volta fermare le partenze dalle sue rive dei poveri trasmigranti verso le nostre coste, se non otteniamo il consenso e la collaborazione di entrambe le entità politiche oggi esistenti.

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Arte

Urs Luethi, l’uomo grigio

La Galleria bolognese Otto di Giuseppe Lufrano mi fa ritrovare una mia vecchia conoscenza, l’artista svizzero-tedesco Urs Lüthi (1947) che avevo già esposto nel 1974 in una mostra a me particolarmente cara, “La ripetizione differente”, presso la Galleria Marconi, con cui mi è stato in genere riconosciuto il merito di aver anticipato molti temi dell’in seguito dilagante postmoderno, tanto da ritenerla meritevole di un remake, che Marconi, nel frattempo divenuto Fondazione, mi ha concesso due anni fa. Quella mostra si valeva di tutti i quattro livelli di cui allora, come ora, dispone quello strategico spazio milanese. Nell’interrato avevo previsto le opere, diciamo così, più pesanti o ingombranti, come una installazione famosa di Jannis Kounellis, tutta rivolta a richiamare in vita motivi storici e leggendari, la maschera greca, un flauto magico, un corvo saltato fuori dalle sacre strofe di Edgar Allan Poe. Accanto, e in contrapposizione con tanta statica maestosità, ci stava invece la performance volutamente frivola, o addirittura Kitsch, concepita proprio da Lüthi, un omaggio al fiore a sua volta più stordente nella sua magnificenza quale la rosa, in accordo alla quale l’artista stesso assumeva un aspetto androgino, per poter entrare in tanta manifesta gratuità. Le signore in particolare gradirono, e infatti si allontanavano dal luogo portandosi appresso qualche rosa “reale”, l’organizzazione non aveva badato a spese. In seguito e a lungo l’artista ha giocato attorno a quella sua invenzione con serie litografiche e opere derivate, finché almeno per lui è durato un “tempo delle rose”. Ma evidentemente, mezzo secolo dopo le cose sono cambiate, e per l’artista è venuta la stagione di essere “un uomo in grigio”, deciso a condurre una attenta esplorazione su se stesso, fino a concepire quello che, con libera parafrasi dal capolavoro fine-Settecento del francese De Maistre, potremmo intitolare un “Voyage autour”, non “de sa chambre”, ma “de sa personnalité”. In alcune maxi-foto lo vediamo infatti presentarsi nel suo stato attuale di triste pensionato, cui quindi davvero si conviene il grigio, e anche una certa sfiducia che valga la pena di mostrarsi di faccia, meglio allora girarsi indietro, ostentando però un nipotino tenuto in braccio, tenue filo di speranza e di apertura sul futuro, mentre una austera cartella completa la “mise” del burocrate fuori esercizio. E per ribadire che si tratta proprio di una “sinfonia in grigio”, accanto agli autoritratti a parete compaiono dei pannelli compatti, ricoperti di quella medesima tonalità di grigio che unifica e livella, chiudendo volontariamente ad ogni palpito di vita. Ci sono altre indovinate modalità, per completare questi quattro passi attorno al proprio attuale stato di esistenza. In alcuni ritratti l’artista ci si mostra come è attualmente, ma con gli occhiali fuori posto, come se fosse stato vittima di un’aggressione, o avesse ricevuto un manrovescio da parte di un malintenzionato, col che l’immagine grigia assume un tratto di goffaggine, di disordine. Un qualche indizio di allarme, misto però all’intento di condurre su di sé un’indagine meticolosa, ce lo dà la serie “Ex Voto-One Week” in cui sono mostrate le pillole che l’uomo ormai attempato deve prendere ogni giorno, offerte come in una mini-costellazione che sgrana in pittoresco disordine i corpuscoli delle medicine, con le loro tinte sobrie e contenute. E’ chiaro che ciascuna di quelle pastiglie è chiamata a rimediare a qualche menomazione fisica del soggetto, che però potrebbe non essere visibile. E allora il nostro arista ricorre a un mezzo eloquente, ci dà una serie di fantocci in alluminio che rendono visibili, eloquenti i malanni da cui il protagonista, o qualche suo “ipocrita visitatore, suo simile, suo fratello”, per dirla parafrasando Baudelaire, potrebbe essere afflitto. Spariscono cioè taluni pezzi del corpo, quasi a dichiarare che gli interventi curativi non hanno avuto effetto, o sono arrivati troppo tardi. E c’è pure la ricostruzione di un percorso anatomico, con gli organi resi trasparenti, in modo da poter valutare a occhio nudo le aggressioni del male e gli interventi curativi, in un modello lucidamente didattico che però si ferma a rispettare la testa, sede troppo complessa di organi per poterla esporre a sguardi indiscreti. Ma che anch’essa possa essere afferrata da un senso di disordine, l’hanno già detto quegli occhiali fastidiosamente spostati rispetto a una posizione corretta.
Urs Lüthi, Art is the Better Life, a cura di Elena Forin, Bologna, Otto Gallery, fino al 13 marzo.

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Letteratura

“Romnzo siciliano”, dalla Radcliffe alla Austen

Ricompare, in traduzione italiana, “Romanzo siciliano” di Ann Radcliffe (1764-1823), la ben nota scrittrice inglese cui si devono alcune delle più celebri opere del cosiddetto romanzo “gotico”, storie di indicibile orrore, da lei stese sul finire del Settecento. Quest’opera era già apparsa presso Sellerio nel 1991, ma devo ammettere che mi era sfuggita, del resto non è certo la prova migliore di questa autrice, appare ben più importante il successivo “L’italiano”, detto anche “Il confessionale dei penitenti neri”. Però, forse è proprio a questo romanzo, in sé immaturo, approssimativo, farcito di motivi improbabili, che si era ispirata Jane Austen (1775-1817) quando aveva esordito la sua straordinaria carriera intendendo prendere le distanze proprio da quel filone allora dominante, stendendo a sua volta “L’Abbazia di Northanger”. Infatti il tratto dominante della vicenda “siciliana” della Radcliffe sta in una presenza misterica racchiusa nelle stanze segrete di un enorme castello insulare, feudo di una famiglia portatrice di un nome poi destinato a ben altra gloria, Mazzini. Ma ovviamente l’ideatrice di quella storia non poteva immaginare quale peso esso avrebbe assunto nelle vicende di casa nostra, anche con collegamenti al suo stesso Paese. Da certe stanze vengono rumori di passi e altri segni inquietanti di qualche presenza, il che porta alla scoperta che l’infame castellano vi ha rinchiuso una prima moglie, dichiarandone la morte per poter convogliare a seconde nozze. Toccherà ai figli della disgraziata riscoprirla e riammetterla ai perduti onori. Forse stuggiva alla Austen che in quel suo atto iniziale andava a svolgere un ruolo assai simile a quello di Cervantes, quando col “Don Chisciotte prende congedo dal romanzo medievale-cavalleresco per aprire al “moderno”, a vicende pronte a subire un impatto duro e crudo con la realtà, così dando inizio alla grande stagione della narrativa moderna. In modo simile, anche la Austen, in quella sua “opera prima”, prende congedo dal romanzo neomedievale o gotico mettendo in campo un personaggio che a tutta prima ne subisce per intero il fascino. Infatti la giovane protagonista viene invitata proprio in un castello molto simile a quelli cari alla Radcliffe, di proprietà di un nobile, padre di un aitante giovane di cui la fanciulla è invaghita, e dunque le pare di toccare il cielo con un dito sentendosi chiamata a trascorrere una vacanza in quel luogo fascinoso, però con la congiunta ammonizione a non penetrare in stanze ermeticamente chiuse. Da qui il ricalco del copione “gotico”, la convinzione che anche quel padrone di casa vi tenga rinchiusa una moglie di cui non ha avuto il coraggio di disfarsi. Di conseguenza la giovane si sente autorizzata a violare l’interdizione, il che però sembra suscitare la collera smodata del signore del luogo che non esita a rimandarla ai parenti con ignominiosa espulsione. Ma a ben vedere siamo al congedo da tutto quel mondo, la “modernità” si riprende tutto il terreno perduto, con la sua logica ben diversamente pedestre e volgare. Il castellano scaccia la fanciulla non perché lei abbia violato segreti nefandi, ma per una motivazione ben più prosaica, per un’indagine patrimoniale attraverso cui l’astuto castellano ha scoperto quanto la famiglia della ragazza sia di scarse risorse, così da non costituire un buon partito per il figlio. L’economia, la grande leva del “moderno”, ha fugato da sé i fantasmi del “gotico” imponendo una logica ben più stringente. A voler completare il percorso, diciamo però che la Austen, nei suoi capolavori, sarà capace di respingere a loro volta i pregiudizi del “moderno” verso una ben più equa ed aperta attenzione alle autentiche ragioni del cuore.
Questo comunque il ruolo da riconoscere al “Romanzo siciliano” in questione, di aver provocato la divertita, arguta reazione di una scrittrice di ben altro avvenire, rispetto alla Radcliffe, che però non è certo da licenziare con gesto di ingiusta superiorità. Devo riprendere in merito un argomento già da me fortemente sottolineato, quando ho steso il mio “Dal Boccaccia al Verga”, ovveroa esaminare le fortune del moderno nella narrativa italiana, con un passaggio centrale nei “Promessi sposi” manzoniani. Non si capiscono le pagine dedicate alla Monaca di Monza, al ricovero di Lucia nel monastero della mala badessa, al suo successivo rapimento da parte dell’Innominato, con la notte da incubo passata nel suo castellaccio, se non si tengono presenti proprio gli spunti affini suggeriti dalla Radcliffe, che non sono tanto le vicende eccessivamente fosche e irreali del “romanzo siciliano, quanto quelle più complesse e meglio circostanziate dell’”Italiano”. Ovviamente, anche Manzoni ha ricalcato il copione già seguito dalla Austen, cioè ha riscritto la romanzesca trama “gotica” secondo le esigenze della modernità in arrivo, ma fermandosi lì. Cioè, a un confronto finale, la Austen risulterebbe più avanzata rispetto al nostro autore, essendo lei già capace di inoltrarsi verso il “contemporaneo”, col suo bisogno di libertà nei sentimenti, mentre il Manzoni è solo il vigile tutore di un mondo in cui la legge abbia davvero il suo corso, magari con l’aiuto della Provvidenza.
Per finire con questi “quattro salti” tra passato e futuro, ammettiamo pure che il gusto per il “gotico”, per vicende kitsch strampalate ed eccessive, non è morto certo per effetto delle reprimende, “moderne” o “contemporanee” che siano, messe in atto dalla Austen e da Manzoni. Se penso a tutto l’uso e abuso che oggi si fa del romanzesco nero connesso con storie di mafia, sia nel cartaceo quanto soprattutto nel film e in TV, se in particolare penso a un prodotto come la “Paranza dei bambini” e alle sue nefandezze esagerate che ci propina un falso propugnatore di nobili ideali quale Saviano, ammettiamo pure che il romanzo gotico o nero è tornato tra di noi.
Ann Radcliffe, Romanzo siciliano, Vicenza, Superbeat, pp. 205, euro 14.

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Attualità

Dom.8-1-17 (dogana)

Naturalmente come tutto il popolo della sinistra sono assai spaventato pensando ai mali effetti che la politica di Donald Trump, ormai sul punto di assumere il comando negli USA, potrà provocare, disfacendo la tela virtuosa intessuta tra mille difficoltà da Barak Obama. Ma c’è pure il proverbio che dice che tutti i guai non vengono necessariamente per nuocere, e che esiste pure l’eventualità del “buon diavolo”. In questa ottica, lo riconosco, pericolosa ed opinabile, si può considerare una giusta decisione quella annunciata da Trump, che non appena sarà nella stanza dei bottoni (e questa negli USA sembra davvero esistere), proibirà alle grandi industrie statunitensi, sul tipo delle fabbriche d’auto Ford e General Motors, di andare a produrre in paesi col costo della mano d’opera molto più basso, come per esempio il confinante Messico. La minaccia è che, se queste aziende insistono in una politica del genere, il governo nordamericano si arrogherà il diritto di cancellare i benefici ricavati dalla vistosa differenza nei costi orari del lavoro operaio introducendo dei diritti doganali tali da cancellare quegli stessi vantaggi economici così ottenuti. Nel mio piccolo, ho ripetutamente sostenuto questa tesi negli ultimi anni, sia “in chiaro” sull’”Unità”, sia in questi miei appunti quasi invisibili. E ho anche aggiunto che una risoluzione del genere mi sembrerebbe una causa sacrosanta da imbracciare, da parte non soltanto dei nostri sindacati, ma di quelli di tutti i Paesi dell’UE. Sappiamo bene dei disastri provocati dal fatto che grandi aziende nostrane, i piastrellari di Sassuolo, i tessitori di Prato, hanno dislocato le loro fabbriche in Paesi del terzo mondo, proprio per lucrare dell’ingente dislivello dei costi del lavoro. Bene, lo facciano pure, se lo credono, ma se poi intendono riportare entro i “vecchi parapetti” europei le merci così prodotte, paghino un diritto doganale capace di cancellare quel vantaggio furbescamente conseguito. Solo così si salva la nostra classe operaia, cui appare ben lontana la possibilità di andare in paradiso, mentre è vicina e imminente quella di crollare nelle tenebre infernali della disoccupazione. La CGIL farebbe assai meglio a sostenere questa causa, piuttosto che accanirsi per la cancellazione del Jobs Act e del ricorso ai vaucher, anche se queste pratiche non sembrano essere dei toccasana, e può essere giusto introdurvi dei limiti, o quanto meno dei correttivi.

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Arte

Tiziano, sempre “flagrante” e “fragrante”

In genere passo i miei Natali a Urbino, città d’origine di mia moglie, e non manco mai di fare una visita al Palazzo Ducale. Quest’anno vi ho trovato una bella sorpresa, l’esposizione della “Venere” detta appunto di Urbino, l’opera famosa di Tiziano nata da quelle parti, da cui però era stata allontanata, ritornandovi solo ora, provenendo dalla sua sede definitiva, gli Uffizi di Firenze, che se ne erano separati più volte per mostre temporanee, ma mai per procurarne il ritorno al luogo di partenza. Nell’occasione il celebre dipinto è accompagnato da notizie didattiche ben fatte che elencano le varie ipotesi interpretative emesse su di esso, quasi al pari di quel record assoluto di esegesi iconografiche che si assiepano attorno alla pierfrancescana “Flagellazione di Cristo”. Tra le varie ipotesi, accuratamente indicate, la più insostenibile mi sembra una delle più anziane, secondo cui sarebbe stato un rampollo dei Della Rovere, Guidobaldo II, attorno al 1538, ad avere commissionato il dipinto al sommo Veneziano come ritratto della moglie, Giulia da Varano. Contro questa lettura si è schierato Antonio Paolucci, svolgendo invece in merito il commento più accettabile, quindi ricordare qui il suo verdetto diventa anche un modo appropriato di celebrarne il congedo dalla prestigiosa qualifica di Direttore dei Musei Vaticani che lo studioso, anche lui di origine marchigiana, ha degnamente sostenuto fino a poco fa. Non si dedica a una moglie legittima un nudo così schietto, scoperto, è il caso di dirlo, e dunque in buona misura scandaloso. Inoltre, perché arrivare quattro anni dopo il matrimonio? E ovviamente per una committenza così ufficiale e impegnativa i soldi fin dall’inizio non potevano mancare, ma la tradizione ci dice invece che il Della Rovere non fu in grado di sborsare quanto l’acquisto della tela esigeva. Provò a ricorrere alla borsa più nutrita della madre, Eleonora Gonzaga, ma incontrando il rifiuto di lei, che vedeva in quel desiderio del figlio un qualcosa di superfluo, o addirittura di licenzioso. Infatti le testimonianze coeve si limitarono a parlare di una “donna nuda”, invitando in tal modo a derubricare il soggetto che aveva posato come modella, quasi al rango di “ragazza di vita”, sorpresa nell’intimità della sua stanza, dove magari riceveva ospiti non particolarmente altolocati, mostrandosi a loro in deliziosa intimità, col cagnolino domestico esibito in bella vista, e le fantesche che sullo sfondo rovistano nei bauli. Insomma, una quotidianità quasi intimista, in cui si manifestano appieno le due doti che bisogna riconoscere in primis al Vecellio, la “flagranza” nell’afferrare uno spettacolo in tutta la sua realtà, e nella piena “fragranza” di colori e dati sensibili. E’ vero che, al momento, Tiziano si ferma a metà strada. Se quel nudo manca di sacralità, di dignità nobiliare, non è però avviato lungo la china di pose sempre più lubriche e sconvenienti, come succederà in seguito quando al posto di una giovane in definitiva casta e contegnosa subentrerà una Danae del tutto acquiescente alla libidine di Giove, pronta a piegare le membra per accogliere il seme, pardon, la mitica pioggia d’oro. E su questa china, del resto del tutto propizia a valori di una pittura sempre più accesa e “moderna”, Tiziano sa trovare di volta in volta i testimoni e pronubi più convenienti, fermandosi ancora a mezza strada, nella versione di Napoli, Capodimonte, in quanto a rimirare l’accoppiamento già manifesto ed eloquente assiste un contegnoso amorino, mentre in versioni successive compare una megera che ha deciso di gettare ogni maschera di ipocrita perbenismo per assumere i panni della mezzana.
Grande festa, dunque, al Palazzo Ducale di Urbino, per il ritorno insperato, visibile fino al prossimo 8 gennaio, di quella sorta di figliol prodigo nell’ambito dei capolavori smarriti per strada, il che ha reso legittimo pure di mettere in bella mostra due dipinti tizianeschi “minori” presenti nelle collezioni normali. Si tratta del “recto” e “verso” di uno stendardo destinato a scopi liturgici che del resto da tempo si era provveduto a separare, ottenendone così due immagini simmetriche, da affiancare: una “Ultima cena” e una “Resurrezione”, dove si confermano in alto grado le già indicate qualità precipue dell’artista, la flagranza e la fragranza. Da notare che il formato esteso in altezza, ma ridotto in larghezza, imposto dallo stendardo, obbliga l’artista, nel concepire la sua “Ultima cena”, ad accorpare gli apostoli intenti al banchetto, a prendere cioè la tavola imbandita non in campo lungo bensì di scorcio, in modo da “farcela stare”, con la necessità di comprimere gli apostoli, così quasi entrando in gara con quel fiero e insidioso avversario che Tiziano, già negli anni ’40 in cui si suppone abbia dipinto le due facce di questa splendida “carta da gioco”, aveva incontrato nella persona del Tintoretto. Una volta tanto, invece, non lo si potrà ritenere il padre putativo del Veronese, che di sicuro non avrebbe mai accettato di comprimere a quel modo le sue superbe “Cene”, tutte dispiegate per il lungo. Qui il banchetto è intimo, familiare, deliziosamente quotidiano, come ribadiscono anche le stoviglie in tavola. Anche se, a rialzare tanta sublime pochezza, l’artista ha provveduto a delineare, al di là della finestra che si apre sull’esterno, i profili nobili di due architetture della romanità-classicità, il Pantheon (o Castel S. Angelo?) e la Piramide Cestia. Ma quegli austeri fantasmi, del resto tracciati a fior di pennello, non disturbano la insistente prosaicità della tavolata e dei suoi ospiti. Pregna di tutte le migliori componenti dell’arte tizianesca è anche l’altra scena, dove il corpo di Cristo, svettante nel cielo in verticale, non è affatto un vocabolo di austerità e di eroismo, ma corrisponde a quei corpi mobili che il Vecellio si compiace di far apparire in cielo, non proprio come eventi metafisici, bensì come fenomeni perfino meteorologici, al giorno d’oggi si potrebbe parlare di apparizioni di dirigibili, di aerei, di Ufo, così da suscitare la meraviglia e la sorpresa dei miseri mortali, che gravano in primo piano e non possono evitare pesanti gesti di meraviglia, inarcando le spalle, nascondendo il volto, ben sapendo di non poter sostenere la luce di quelle sconvolgenti apparizioni. A confermare il carattere niente affatto superiore, fuori di un ordine naturale, di queste ultime, ci stanno le pieghe agitate sia del lenzuolo da cui si libera il Cristo risorto, sia il gagliardetto, che è l’’unico segno di una sua misura sovrumana. Prima di Tiziano, solo Raffaello, nelle Stanze vaticane, aveva saputo essere così sciolto, convincente, “moderno”.

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Letteratura

Baldini: un narratore consapevole dei suoi limiti

Ricevo da Einaudi stile libero l’ultimo romanzo di Eraldo Baldini, “Stirpe selvaggia”, che non può certo godere di un mio pieno favore, quando anzi entra in una lista di prodotti da me sempre visti con diffidenza. E’ la lista che comprende le opere di Salvatore Niffoi, Michela Murgia, Marcello Fois, colpevoli, seppure in misure diverse, di cedere a motivi folclorici e ancestrali della narrativa delle rispettive regioni. E queste non possono non essere legate a un Meridione, la Sardegna soprattutto, dove non per nulla le tradizioni ottocentesche sono più forti e consistenti, forse proprio per la natura insulare delle terre che le proteggono e custodiscono. Ma il dato limitante nelle prove di quegli autori sta nel fatto che l’eredità dal passato non se ne sta buona e tranquilla nella sua posizione di riserva, ma entra in collusione con prospettive più aperte, più disponibili al progresso, fino a sfiorare o a colludere con motivi di attualità. Anche per la ragione che in genere questi romanzi adottano una misura “per il lungo”, accompagnando i rispettivi protagonisti da momenti iniziali, della nascita, o addirittura di stati prenatali, fino a sfociare in un panorama di oggi, in cui trovano notevoli difficoltà a coabitare. Baldini, rispetto a questi esiti, presenta qualche vantaggio, magari per un iniziale passo indietro, nel senso che chiude la sua vicenda dentro un “piccolo mondo antico”, non raggiunto, o sfiorato solo marginalmente, dal progresso, dall’attualità. Siamo in questo caso in ambito romagnolo, dove si agitano tre personaggi, dichiarati inseparabili, Amerigo, Mariano e Rachele, ma appunto il narratore li tiene debitamente “sotto coperta”, non li sporge fuori da una serie di vicende legate al buon tempo antico, a una prospettiva fatta di povere località montane, dove si guadagna la vita a caro prezzo, cercando di cogliere i frutti della terra e del bosco, in una dura soggezione alle vicende stagionali, tra freddi glaciali e calure estive, gli uni e le altre a stento sostenibili. All’interno di storie di ordinaria miseria e afflizione Baldini riesce però a inserire elementi “mitici”. Il più strampalato tra i quali sta nella circostanza che Amerigo è nato da Giulia, a suo tempo costretta a fare la serva tuttofare di una padrona esosa e pretenziosa, che se l’è portata dietro in una carriera di cantante svolta addirittura negli Stati Uniti. E qui si pone l’evento mitico per eccellenza, inverosimile ma vivificante, come una salutare scarica elettrica. Giulia, una sera, rientrando nella sua camera d’albergo, è stata aggredita addirittura dal leggendario Buffalo Bill, che l’ha messa incinta. Da qui il segreto, che ben presto diviene pubblico, Amerigo è figlio dell’eroe del western, anche se da questi a stento riconosciuto solo con la concessione di una moneta d’oro. Ma tanto basta perché il rampollo venga da tutti ribattezzato col nome di Bill, e condannato a essere il degno erede di tanto padre, forte e ribelle, intollerante di ogni gerarchia, in continua rivolta contro le autorità a difesa dei deboli e oppressi. Meno sconvolgente la storia di Rachele, nata in mezzo alle selve, a cogliere i rumori, le minacce, i brontolii del mondo animale e delle tempeste meteorologiche. Il più normale dei tre è Mariano, che però, proprio per tale ragione, risulta essere anche il più debole e indifeso. Il benessere familiare di cui gode lo rende inetto alla vita, sempre bisognoso degli interventi di Bill, come di un fratello maggiore, che a sua volta si trova ad essere pesantemente svantaggiato sul piano economico. Questo l’organigramma delle tre esistenze, che vengono saggiate a intervalli regolari, ma che per fortuna, come già detto, non sono mai tirate fuori da uno sfondo ben collaudato di vecchi riti e storie. Magari Baldini non si sottrae al rischio di incontrare di tanto in tanto sulla sua strada virtuosa, ben inserita nei limiti che si è posto, degli esempi di grande statura con cui subisce la tentazione di misurarsi, ma sempre con timida cautela. C’è un capitolo riservato alla Grande Guerra, dove Bill milita da “ardito”, forte e generoso, come si conviene a un figlio di tanto padre, non mancando però di subire ferite che lo portano a un ricovero a Milano, dove incontra un tale Ernest, e dunque l’ombra del grande Hemingway si stampa sulla fragile navicella del membro numero uno della “stirpe selvaggia”. E un ricordo di Hemigway ritorna anche in chiusura, quando Bill e Mariano, finalmente riuniti, decidono di frapporre insieme una estrema resistenza ai Tedeschi invasori, per mettere in salvo la loro amata comunità. E dunque ci vogliono due presenze per emulare l’eroismo solitario del protagonista di “Per chi suona la campana” Ma in definitiva anche quell’atto finale si consuma in uno scenario di umile paesaggio montano, con la solita attenzione a non prevaricarlo, a starsene acquattati all’ombra degli Appennini, senza più pretendere di compiere una marcia verso le Ande troppo lontane.
Eraldo Baldini, Stirpe selvaggia, Einaudi stile libero, pp. 296, euro 18.

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Attualità

Dom. 1-1-17 (rimpatrii)

Pare che il governo Gentiloni, forse stanco di sentirsi definire come un facsimile del precedente governo Renzi, abbia deciso di imprimere una svolta alla cruciale questione dei migranti. Per bocca del Ministro degli interni Minniti e del capo della polizia Gabrielli si sarebbe deciso di praticare quanto del resto, almeno sulla carta, era sempre stato dichiarato, il rimpatrio forzato di quanti, sbarcati sulle nostre coste, lo avessero fatto non per sfuggire a stragi e persecuzioni, ma solo per ragioni economiche, per cercare pane e lavoro. Una mossa, questa, decisa dalle nostre autorità, che ha fatto esultare i due populismi, quello della Lega e l’altro dei Grillini, che da sempre avevano invocato provvedimenti del genere. Ma era stato facile rispondergli che questi rimpatrii non si potevano eseguire, in quanto nei Paesi d’origine dei poveri migranti non esistevano le condizioni per riprenderseli. E dunque, era come agitare un vano spettro. Forse che oggi questa tragica situazione di “non recevoir” è cessata? Dicono che qualche possibilità esiste, ma nei confronti della Tunisia e dell’Egitto, ovvero di Stati da cui non proviene certo la massa dei fuggiaschi. Che cosa dunque può aver indotto a seguire le orme dell’opposizione nel rilanciare un provvedimento di così incerta esecuzione? Forse è il fatto che, finalmente, si è trovato un terrorista, quale l’esecutore della strage berlinese, giunto davvero presso di noi su un barcone, peraltro unico caso del genere. E dobbiamo anche chiederci quanto abbiamo contribuito noi, con maltrattamenti sistematici verso questo giovane e tanti suoi coetanei, nel persuaderlo a imbracciare senza esitazione la via del terrorismo.
Di passaggio, è da notare il curioso silenzio che si è stabilito sull’attuale condizione della Libia, che appena ieri sembrava la principale causa di inquietudine per il nostro Paese. Ma così vanno le cose, nello stato d’assedio dei quotidiani talk show, che si muovono tutti all’unisono, e richiamando più o meno le stesse persone, nell’insistere sugli argomenti di immediata attualità, mettendo a tacere in breve volgere di tempo quanto sembra allontanarsi da un immediato palcoscenico. Che cosa sta succedendo in Libia, nessuno ce lo vuole dire? Come va il governo legittimo di Tripoli, nei confronti degli oppositori di Bengasi? E la sacca di resistenza dell’ISIS è stata davvero debellata o sopravvive come rivolta endemica e inestinguibile? E potrebbe anche essere l’ora di stabilire con qualche forza rappresentativa di quel governo una modalità per colpire le imbarcazioni dei mercanti di vita?. Sarebbe possibile che una nostra unità militare di pronto intervento, col pieno appoggio di autorità locali, compisse un’opera di disinfestazione? E se si riprendesse a coltivare l’ipotesi di una cintura di sbarramento per impedire che le carrette della morte si allontanassero dalle coste libiche? Vecchio cavallo di battaglia di Salvini e compagni, ma in definitiva più accreditabile rispetto all’ipotesi degli impossibili rimpatrii collettivi. E se, altra alternativa, pagassimo qualche stuttura libica affinché voglia costituire un centro di accoglienza per quanti arrivano dall’interno dell’Africa, impedendogli di imbarcarsi verso i nostri porti? In fondo, pare che la soluzione analoga impostata con la Turchia “tenga”, la rotta balcanica dell’immigrazione pare essere stata davvero bloccata. Perché non tentare anche noi di fare qualcosa di simile, con soldi che dovrebbero venire dall’UE, soluzione molto più credibile rispetto all’altra, di distribuire i già arrivati sul nostro suolo nei vari Paesi? Il problema incombente e numero uno non è di rispedire alle loro case, non più esistenti, gli irregolari, che sarebbero poi la quasi totalità, ma di interrompere l’emorragia, il flusso continuo. A chi è già arrivato si riesce a provvedere, in un modo o nell’altro, basta che il loro numero non continui a incrementarsi.

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Arte

Il Racconto rosso di Matteo Montani

C’è senza dubbio un ritorno alla pittura, che si esprime in tanti modi, in genere fuori dalla vecchia disputa tra astratto e figurativo, partecipando piuttosto all’attuale clima di eclettismo, all’insegna, come amo dire, del concetto stabilito da Deleuze e Guattari di “plateau”, di una sorta di spazio intermedio sospeso tra tante correnti opposte che si bilanciano. Un valido protagonista di questa situazione enigmatica e polivalente è Matteo Montani, non per nulla già da me inserito in “Officina Italia 2”, del 2011, realizzata con gli amici Guido Bartorelli e Guido Molinari, e posta proprio all’insegna di questo oggi dominante “mittelglied”. Montani ha avuto altri validi garanti, come Gabriele Simongini, che ha pure avuto il merito di associarlo, in una mostra, a un vecchio leone di queste soluzioni di mezzo, tra il figurativo e l’astratto, qual è stato nel corso dei decenni Vasco Bendini. Ora nel ruolo di prezioso sostenitore di Montani interviene quell’eccellente talent scout che è Fabio Sargentini, pronto a fare della sua terza sede, della rinnovata incarnazione dell’Attico, un antro magico dove si conducono operazioni giustamente poste nel segno dell’ambiguità, fuori di ogni conformismo. E si aggiunge anche, nel catalogo della mostra, la testimonianza di un giovane critico, Marco Tonelli, che sta bruciando le tappe di una agguerrita entrata in campo. Montani si è specializzato in strane visitazioni di fenomeni cosmici, sul tipo di aurore boreali, di albe e tramonti sorpresi dal bordo di qualche astronave errante nello spazio, dentro o fuori della nostra atmosfera. Ora ci presenta un “Racconto rosso”, come se il nostro mondo fosse stato invaso da una palude di vernice appunto rossa, ma scossa da cadute di meteroriti, che sollevano dal liquido da loro percosso degli zampilli elastici. Si pensa, ma in una opposta scala cromatica di assoluto candore, alle gocce del latte, quando siano esaminate al rallentatore per studiare le leggi della gravità. Questo gioco al rimbalzo, all’innalzamento di guglie, di fragili campanili liquidi, l’artista lo protrae, lo moltiplica, ne ricava un paesaggio incantato, come di città turrite, di architetture arcane, che però evitano con cura ogni forma di solidificazione per insistere nel loro molle ritmo di rimbalzi. Come un deserto scosso da energie del sottosuolo che premono per venire a galla attraverso tante sorgenti, sottili, insinuanti, rampanti, pronte a dare una scalata al cielo, per parte sua invaso da tenebre propizie, assai utili nell’evidenziare per contrasto quelle invasioni ignee, sulfuree. Ma una volta venute a galla e salite ad altezze vertiginose quanto precarie, queste lingue dardeggianti cambiano stile, cessa il loro motivo di minuta aggressione verticale, come di tante agopunture praticate con siringhe dal minimo calibro, quasi per nascondere le ferite che malgrado tutto intendono infliggere. Salita in cielo, la materia liquida si raggruma, si rassoda in morbide masse, in nastri sontuosi, avvolgenti, rapinosi, che volendo potrebbero calarsi e smorzare tutto quel minuto dardeggiare di spilli che li minaccia dal basso. Il dipinto, insomma, si muta in un ampio scontro tra motivi verticali e altri invece maestosamente orizzontali, pur nella comune accettazione del “rosso” dominante, esteso a unificare questo animato balletto, a cui conviene un motto proverbiale, “e pluribus unum”, di cui si valeva un lontano progenitore di queste sinuose e intriganti calligrafie, Mark Tobey.
Montani, Racconto rosso. Roma, Galleria l’Attico di Fabio Sargentini, a cura di Marco Tonelli, fino al 20 gennaio. Cat. De Luca.

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