Attualità

Saffaro e la sua “fabula de lineis et figuris”

Non ho potuto partecipare all’incontro dello scorso 25 maggio in cui Gisella Vismara, instancabile sostenitrice delle fortune postume di Lucio Saffaro (1929-1998) ha presentato al pubblico il catalogo di tutti i dipinti dell’artista-matematico triestino, ma bolognese per residenza e luogo di attività, e dunque è giusto che io ora rechi questo mio contributo a posteriori. Senza dubbio militavamo su sponde opposte, in quanto lui è stato sempre un illuminato, scintillante, ispirato frequentatore di una pura “fabula de lineis et figuris”, che è quanto ci può essere di più distante dalla mia navigazione, sia come critico di lungo corso, sia anche, diciamolo pure, di pittore in proprio, seppure a singhiozzo. La “favola”, o comunque ogni manifestazione di racconto, di riferimento aneddotico, non mi ha mai trovato partecipe, soprattutto se questa viene affidata a un patrimonio di schemi geometrici, tra le due e le tre dimensioni. Ma è pur doveroso condurre un riconoscimento di tutto ciò che in partenza ci è estraneo, quasi come affacciarci a contemplare l’altra faccia della luna, tutto il continente che normalmente ci sfugge e che non frequentiamo. D’altra parte, come non riconoscere e ammirare la leggerezza, la disinvoltura con cui Saffaro si è sempre mosso in queste terre, che invece altri hanno percorso ma con passo pesante, e diciamolo pure, peccando per eccesso di meccanismi troppo compiaciuti? In queste parole dovrebbe trasparire tutta la mia avversità a chi pure è il cultore numero uno di questa faccia del visivo, Escher, con tutti i suoi trucchi illusionistici, ma appunto troppo pesanti, troppo definiti. Mentre Lucio si muove su questo palcoscenico, ma con una scioltezza deliziosa, e forse per trovare il filo conduttore della sua arte non c’è immagine più appropriata di quella che compare proprio nella copertina del catalogo, quel serpentello agile, sciolto, per nulla intimorito o incapsulato dalla fascia più austera delle bande cromatiche che gli fanno da sfondo. Saffaro, in sostanza, ha gettato fuori di bordo della sua navicella, della mongolfiera piena di vuoto, di gas nobili, quanto potesse sapere di zavorra, per imprimere alla navigazione del suo ingegno le mosse più libere, e magari anche, se si vuole, più ghiribizzose, assolutamente ignare di tutti i legami dei corpi solidi. Armato di forbici, egli ha ritagliato sagome come se fossero “ombre cinesi”, vacue, inconsistenti, e nello stesso tempo mobili, pronte a inanellare occhielli, o a guizzar via con curve, inversioni di rotta, angoli repentini. Anche per lui, come per tanti altri, avrebbe potuto venire un aiuto inestimabile se la videoarte avesse già raggiunto ai suoi tempi una prima maturità e gli avesse prestato le sue enormi possibilità. Sembra proprio che tutte quelle immagini guizzanti postulino l’arrivo del movimento, effettivo, e non solo virtuale, posto in atto sotto i nostri occhi, così da dar luogo a una danza irrefrenabile. Infine nel repertorio di Lucio ci fu anche la possibilità di affrontare una crescita, ma sempre nel nome di una leggerezza di fondo. Infatti tutta la sua attività, in sostanza, risulta divisa in due tempi, nel primo egli si è esercitato nella “flatness” più rigorosa, con figure rigorosamente piatte, deliziosamente sforbiciate, affidate a un discorso assolutamente binario. Ma poi ha innestato anche la terza dimensione, e dagli schemi piatti sono saltati fuori cubi, piramidi, poliedri a facce multiple, ma senza tradire l’impegno primo della agilità, o diciamo meglio, della virtualità, come se quegli spessori fossero pur sempre irreali, infatti ci danno la sensazione che basterebbe ben poco, una puntura di spillo, per sgonfiarli, come quando un palloncino troppo ingrossato scoppia e si riduce a un esile lacerto. Potremmo anche dire che a partire da un certo momento della sua attività Saffaro ha voluto drizzare come degli specchi, ma capovolgendo del tutto l’impostazione del celeberrimo “Ritratto di Dorian Gray” concepito da Oscar Wilde. Là, il ritratto, celato in una oscura soffitta, si carica gradualmente di tutte le brutture dell’esistenza e delle tracce del trascorrere degli anni. Negli specchi apprestati dal Nostro, invece, anche se ci affacciamo ad essi portandoci dietro la nostra carnalità, avviene il miracolo, ci viene restituita una immagine di estrema purezza, concepita nel magico linguaggio di una geometria pura, con cui si premia il contenuto mentale della nostra realtà, scartandone invece tutti gli aspetti di grossolana fisicità. Così avviene nei casi dei celebri ritratti dedicati a Cartesio, a Husserl e ad altri filosofi. Ma in sostanza è un aiuto offerto all’intera umanità, invitata a tuffarsi in una specie di Lete visivo, portatile, come uno specchietto tascabile o, diremmo oggi, come un cellulare pronto all’uso, a fornirci una compiacente menzogna attorno a noi stessi. In fondo, Saffaro avrebbe potuto ripetere i versi di Gozzano, “l’immagine di me voglio che sia/ sempre ventenne come in un ritratto”. Questa è la magia che la sua arte ha reso fissa, istituzionale.
Lucio Saffaro. Dipinti 1954-1997, a cura di Gisella Vismara. Bononia University Press, pp. 281, euro 45:

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Attualità

Domenicale 26-6-16 (Brexit)

Ovviamente il fatto del giorno su cui non si può tacere è l’increscioso Brexit, a proposito del quale molto di accettabile è già stato detto. Come si sa, si tratta di un incredibile autogol del premier Cameron, che non aveva nessun obbligo di bandire lo scellerato referendum, lo ha fatto per ragioni interne al suo partito e sentendosi sicuro di ricavarne una affermazione. Le cose sono andate del tutto al contrario, il che ha prodotto l’affondamento della sua carriera politica, credo senza possibilità di ritorno. Naturalmente l’ampio fronte dei “gufi” nostrani, degli antirenziani per inossidabile principio, hanno subito stabilito un parallelo con la solo apparente analogia del nostro premier tutto lanciato a sostenere il referendum di ottobre. Ma i casi sono molto diversi, Cameron poteva benissimo evitare il ricorso referendario, mentre a quanto pare per obblighi costituzionali non lo può evitare Renzi, che tutt’al più, come riflesso della Brexit, potrà essere indotto a ritardare alquanto l’indizione del nostro referendum, per essere sicuro di superare la prova.
Ora c’è perfino qualche vantaggio nella sciagurata decisione britannica, infatti possiamo assistere come “in corpore vili”, pardon, “nobili”, anzi nobilissmo, quale fornito addirittura dalla Gran Bretagna, agli effetti di una fuoriuscita. Se questi saranno positivi, ahimé, ne potrà venire un incitamento ad altri membri dell’EU a seguire lo stesso cammino. Se invece saranno negativi, ne verrà la dimostrazione di come quella decisione è stata sbagliata, e sarà possibile procedere contro. Mi pare che nulla vieti di indire a qualche distanza un successivo referendum che potrebbe correggere questo primo esito. In Inghilterra i favorevoli al “remain” hanno già cominciato a raccogliere firme in questo senso. E mi pare che proprio per questa potenziale reversibilità della decisione presa l’altro giorno l’UE ora debba essere paziente e tollerante, non sentirsi provocata dalla decisione dei nostri vicini, così da adottare una mentalità di ripicca, di offesi che chiedono pronta vendetta. Questo è l’atteggiamento sbagliato assunto da Juncker, cui invece si attribuisce una parte di colpe per l’avvenuta frattura, E pensare che Juncker dovrebbe starsene tranquillo, e sotto traccia, pago di essersi visto perdonato il grosso fallo di aver favorito l’evasione fiscale delle grandi aziende europee quando era il leader del piccolo Lussemburgo. Assai meglio la linea consigliata dalla Merkel, di pazienza e tolleranza. Visto che la normativa prevede che per il definitivo distacco di un ex-membro dal consorzio degli altri Paesi siano concessi due anni di tempo, meglio concederli per intero, all’Inghilterra, che così potrà sperimentare con calma le conseguenze del suo atto, e magari avviarsi a predisporre un atto di ravvedimento in senso contrario. Come una baruffa tra coniugi, che non sempre deve concludersi con un divorzio inappellabile.
Ovviamente il fatto del giorno su cui non si può tacere è l’increscioso Brexit, a proposito del quale molto di accettabile è già stato detto. Come si sa, si tratta di un incredibile autogol del premier Cameron, che non aveva nessun obbligo di bandire lo scellerato referendum, lo ha fatto per ragioni interne al suo partito e sentendosi sicuro di ricavarne una affermazione. Le cose sono andate del tutto al contrario, il che ha prodotto l’affondamento della sua carriera politica, credo senza possibilità di ritorno. Naturalmente l’ampio fronte dei “gufi” nostrani, degli antirenziani per inossidabile principio, hanno subito stabilito un parallelo con la solo apparente analogia del nostro premier tutto lanciato a sostenere il referendum di ottobre. Ma i casi sono molto diversi, Cameron poteva benissimo evitare il ricorso referendario, mentre a quanto pare per obblighi costituzionali non lo può evitare Renzi, che tutt’al più, come riflesso della Brexit, potrà essere indotto a ritardare alquanto l’indizione del nostro referendum, per essere sicuro di superare la prova.
Ora c’è perfino qualche vantaggio nella sciagurata decisione britannica, infatti possiamo assistere come “in corpore vili”, pardon, “nobili”, anzi nobilissmo, quale fornito addirittura dalla Gran Bretagna, agli effetti di una fuoriuscita. Se questi saranno positivi, ahimé, ne potrà venire un incitamento ad altri membri dell’EU a seguire lo stesso cammino. Se invece saranno negativi, ne verrà la dimostrazione di come quella decisione è stata sbagliata, e sarà possibile procedere contro. Mi pare che nulla vieti di indire a qualche distanza un successivo referendum che potrebbe correggere questo primo esito. In Inghilterra i favorevoli al “remain” hanno già cominciato a raccogliere firme in questo senso. E mi pare che proprio per questa potenziale reversibilità della decisione presa l’altro giorno l’UE ora debba essere paziente e tollerante, non sentirsi provocata dalla decisione dei nostri vicini, così da adottare una mentalità di ripicca, di offesi che chiedono pronta vendetta. Questo è l’atteggiamento sbagliato assunto da Juncker, cui invece si attribuisce una parte di colpe per l’avvenuta frattura, E pensare che Juncker dovrebbe starsene tranquillo, e sotto traccia, pago di essersi visto perdonato il grosso fallo di aver favorito l’evasione fiscale delle grandi aziende europee quando era il leader del piccolo Lussemburgo. Assai meglio la linea consigliata dalla Merkel, di pazienza e tolleranza. Visto che la normativa prevede che per il definitivo distacco di un ex-membro dal consorzio degli altri Paesi siano concessi due anni di tempo, meglio concederli per intero, all’Inghilterra, che così potrà sperimentare con calma le conseguenze del suo atto, e magari avviarsi a predisporre un atto di ravvedimento in senso contrario. Come una baruffa tra coniugi, che non sempre deve concludersi con un divorzio inappellabile.

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Letteratura

Francesca Del Moro: obbedienza o dissidenza?

Nelle scorse domeniche 3, 10 e 17 aprile ho dedicato una triangolazione ad altrettanti aspetti della ricerca poetica quali apparivano da recenti pubblicazioni, poste all’interno di percorsi a me familiari. Cesare Viviani, a suo tempo visitatore del continente dell’intraverbale, ovvero del ricorso a neologismi, dimostra ora di essere rientrato in una tradizione maggiore di assorta e triste documentazione dell’esistente, quasi collegandosi agli Erba e Risi e Giudici di una sopravvivente “linea lombarda”. Marco Giovenale è sempre il più intrepido nello sperimentare le novità formali di una poesia alla ricerca di nuove dimensioni. Rosaria Lo Russo insiste sul versante dell’emotività più spinta e prorompente. Ora voglio aggiungere un’integrazione, a questo prospetto, dando udienza a un frutto di RicercaBO, l’incontro aperto a voci nuove in cui mi impegno annualmente, e vale proprio la pena ricordarlo per due proprietà: la voce della poesia vi sta prevalendo rispetto all’eterna rivale della prosa, e si aggiunga che questa rimonta dei poemi brevi rispetto a quelli lunghi (modo molto concreto di indicare la differenza tra i due generi) trova un fitto apporto da parte delle donne, ovvero sembra proprio che la letteratura di punta si mostri in perfetta regola nel promuove la causa della parità tra i sessi. Lo attesta il caso di Francesca Del Moro, col suo “Gli obbedienti”, di cui l’anno scorso, secondo la formula di RicercaBO, aveva letto in anticipo alcuni brani quando la sua raccolta era ancora inedita. Volendole trovare una collocazione, diciamo che la Del Moro sta nel cassetto di Viviani, in lei non ci sono virtuosismi grafico-sperimentali alla maniera di Giovenale e suoi seguaci, e neppure urli, “spasimi”, alla maniera della Lo Russo, al contrario la sua dizione è molto controllata, riconosce che c’è una realtà grigia, anonima, soffocante, quella del lavoro, coi suoi riti e obblighi, le minacce di licenziamento, i richiami all’ordine di autorità sovrapposte. Questi fattori coibenti si presentano come robusti strati che rischiano di soffocare sotto il loro peso i lamenti, i palpiti di individualismo, le proteste esistenziali dei singoli. In fondo la Del Moro da un lato ammette l’”obbedienza” annunciata dal titolo della raccolta, che però non vuol dire sottomissione, ma solo riconoscimento di pesanti fattori sociologici che ci sono, contro cui però la poesia non rinuncia affatto a far avvertire la sua protesta, rivolta a testimoniare quanto non rientra in quel quadro ufficiale. Saranno i drammi piccoli ma incancellabili di animali morenti, o tante minute sofferenze patite sulla propria pelle. Siamo insomma come in presenza di una sapiente torta a più strati, dove quelli di natura pubblica e ufficiale pesano enormemente, reclamano senza dubbio riconoscimento, “obbedienza”, ma non riescono a soffocare gli odori e sapori della dissidenza, le tenaci testimonianze emergenti da un montaliano “male di vivere”, sempre pronto a spuntare, come erbe non coltivate, irregolari, ma che non per questo possono considerarsi trascurabili. Qualche volta la Del Moro ricorre al genere classico degli haiku, ma di sicuro non è per fornirci degli “idilli”, dei quadretti rasserenanti e distensivi, al contrario ne emergono strozzature, segni di un umano disagio che chiede di essere registrato, tanto più intenso quanto accennato per brevi tocchi, per minimi segni.
Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Postfazione di Anna Maria Curci, Cicorivolta edizioni, pp. 117, euro 10.

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Attualità

Amministrative del 19-6-16

Ho rimandato il Domenicale di ieri 19 giugno a oggi, lunedì 20, per poter prendere visione dei ballottaggi alle amministrative e andare a verificare in quale misura ci ho azzeccato nelle previsioni da me emesse nel Domenicale del 5 giugno. Ebbene, le cose non sono poi andate tanto male, del resto le mie erano previsioni di buon senso che ricalcavano le stime più diffuse. E dunque, tutti ammettevano che a Roma Giachetti non avrebbe mai potuto superare i macigni posti sul suo cammino dalla mala amministrazione anche di giunte di sinistra, cui egli stesso aveva preso parte, e dal disastro costituito dalla pessima scelta a favore di Marino. Via libera, dunque, alla Raggi. E così pure a Milano in definitiva Sala nei sondaggi aveva sempre preceduto il rivale di destra, a Bologna nessuno dubitava che alla fine Merola ce l’avrebbe fatta, a Napoli, niente da fare, era chiaro il successo, ma solitario, stampato nel vuoto, dell’uscente De Magistris. In definitiva l’unica sorpresa è venuta da Torino, dove una Appendino piglia-tutto è riuscita a superare abbondantemente il giusto e corretto Fassino. Pertanto, appare francamente esagerato che i nostri due maggiori quotidiani nei titoli parlino di un “trionfo dei Cinque Stelle”, per un solo dato davvero emergente e fuori delle previsioni, mentre questa formazione sparisce quasi dovunque nelle altre sedi. Ci si chiede allora perché mai la stampa ufficiale e istituzionale tiri la voltata al fronte degli irregolari, dei destabilizzatori del sistema. Lo si può capire se una opzione del genere viene da bande di giovani emarginati, ma perché gli si affiancano i severi giudici e leader dell’opinione nazionale? Perché appunto non sottolineano la quasi inesistenza di questi “Podemos” nostrani nella maggior parte degli altri Comuni, perché non mettono in evidenza i numerosi capoluoghi di provincia in cui il Pd ha riaffermato o strappato il successo? Perché agitano allarmi, annunci, o addirittura auspici di resa dei conti dentro la agitata famiglia della nostra sinistra ufficiale? Se Renzi si fosse gettato a corpo morto a sostenere le cause sparse dei candidati Pd nelle varie città, si sarebbe gridato allo scandalo, alla prevaricazione dell’”uomo solo al comando”. Ora invece il fatto che se ne sia stato prudentemente alla finestra gli viene imputato a grave scacco. Certo, un fenomeno si è verificato, funesto e deprecabile, a Torino, come Fassino ieri con voce affranta si è affrettato a dichiarare, si è avuta l’alleanza tacita tra le forze di destra e la giovane candidata destabilizzante, ma come faranno queste opposte sponde a conciliarsi nel governo della città sabauda, al di là del voto di un antirenzismo allo stato puro? Comunque, accettiamo pure il verdetto elettorale, seppure riportandolo nelle sue giuste misure, non consentendo invece che esso debordi ed assuma un peso che non può avere. Stiamo a vedere che cosa Raggi e Appendino, ora che hanno avuto la bicicletta, riusciranno a fare, a riprova se i Cinque stelle siano davvero una forza di governo, o puri profittatori di un qualunquismo irresponsabile e trasversale.
Il bello è che quella stessa stampa ufficiale, pronta già oggi a istruire un processo a Renzi, incitando i suoi oppositori interni ad affilare i coltelli e a procedere a un “redde rationem”, sia la stessa che lo ammonisce a non personalizzare troppo il prossimo referendum istituzionale. Se accennano alla possibilità che se ne debba andare solo per qualche votazione locale andata di traverso, chi gli perdonerebbe la pretesa di rimanere in sella se la sua maggiore manovra venisse bocciata? E come, anche se lo volesse, potrebbe rabberciare i cocci di una pentola che risulterebbe andata in mille frantumi non più componibili? Naturalmente molto dipenderà proprio dai fogli di maggior peso, se predicheranno la crociata “anti”, o se invece adotteranno un tono quanto meno più neutro e possibilista.

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Arte

Janeckova, un nuovo caso di ritorno alla pittura

Da tempo vengo annunciando che una delle “oscillazioni del gusto” giustamente preconizzate da Gillo Dorfles ora ci porta a un rilancio della pittura, dopo esserci dilungati troppo nella smaterializzazione del post-concettuale. Per esempio, mi sono servito della rubrica d’arte di nuovo concessami dall’”Unità” per segnalare i casi di Alessandro Roma e di Pierpaolo Campanini, assieme a taluni validi aspetti di Wall painting condotti sui muri pubblici. Del resto, io stesso, nel mio piccolo, costituisco un caso del genere, con la pittura cui mi sono riaffacciato mezzo secolo dopo, volta a ridare consistenza materica ai responsi pur sempre presi col mezzo “freddo” del cellulare. Ora posso aggiungere a questa serie crescente una giovane artista, Katarina Janeckova, 1988, proveniente da Bratislava, Slovacchia, in mostra a Trento, presso l’amico Giordano Raffaelli, cui mi legano tanti rapporti, e soprattutto il fatto che sa tenersi fuori da ogni “aesthetical correctness”, risultando cioè capace di impegnarsi proprio su maestri del pennello, a cominciare da Salvo. E gli è al fianco un attento promotore di un simile trend quale Luca Beatrice. In fondo, per situare la produzione di questa giovane artista posso rimandare a una mia recensione, apparsa su questo blog, dedicata al grande Matisse, in cui però denunciavo la sua progressiva schematizzazione delle immagini, fino a troppo nudi geroglifici, oltre i quali non era più possibile procedere, oppure restava solo la prospettiva dei “Writers”, cioè una “segnificazione” ossificata delle immagini. Per cui, forse, era opportuno fare qualche passo indietro, rimpinguare il bottino, accantonare il passo estremo di Matisse e recuperare il suo antagonista Bonnard. Ebbene, la nostra Janeckova è appunto una bonnardiana dei nostri giorni, che cioè da un lato ingrassa le forme, dà loro nutrimento, osa soffermarsi su carni nude, stanze con vasi di fiori, coltri sgualcite e tanti altri dettagli da pittura di interni, però lo fa con passo agile, e tenendo ben presente il mondo dei prodotti sia pubblicitari che televisivi. Insomma, questo nuovo repertorio pittorico si deve collocare nel regime del “fast”, piuttosto che dello “slow”, o diciamo che è tutta una questione di gradi e di livelli, non bisogna spingersi fino a un rifacimento del reale troppo “leccato” e conforme, ma neanche avere troppa fretta, ridurlo a una stenografia affrettata, rinunciataria rispetto ai piaceri che possono venire da epidermidi, stoffe e quant’altro. Utile anche, a questo proposito, la capacità di variare le dimensioni, passando da formati quasi di miniatura a improvvisi “blow up”, con rapidità e disinvoltura, che è anche il pronto passaggio da stesure abbastanza vaste, estese, dilaganti, a tracciati, invece, leggeri, come rapidi appunti di lavoro. A questo punto, suggerisco all’amico Raffaelli, magari con l’aiuto di Beatrice, di mettere in programma una vasta rassegna di tutti questi ritorni della vecchia signora sulla scena, che ormai costellano il panorama, non solo nostrano ma planetario.
Katarina Janeckova, How to Make a Bear Fall in Love, a cura di Luca Beatrice. Trento, Galleria Raffaelli, fino al 20 settembre.
Da tempo vengo annunciando che una delle “oscillazioni del gusto” giustamente preconizzate da Gillo Dorfles ora ci porta a un rilancio della pittura, dopo esserci dilungati troppo nella smaterializzazione del post-concettuale. Per esempio, mi sono servito della rubrica d’arte di nuovo concessami dall’”Unità” per segnalare i casi di Alessandro Roma e di Pierpaolo Campanini, assieme a taluni validi aspetti di Wall painting condotti sui muri pubblici. Del resto, io stesso, nel mio piccolo, costituisco un caso del genere, con la pittura cui mi sono riaffacciato mezzo secolo dopo, volta a ridare consistenza materica ai responsi pur sempre presi col mezzo “freddo” del cellulare. Ora posso aggiungere a questa serie crescente una giovane artista, Katarina Janeckova, 1988, proveniente da Bratislava, Slovacchia, in mostra a Trento, presso l’amico Giordano Raffaelli, cui mi legano tanti rapporti, e soprattutto il fatto che sa tenersi fuori da ogni “aesthetical correctness”, risultando cioè capace di impegnarsi proprio su maestri del pennello, a cominciare da Salvo. E gli è al fianco un attento promotore di un simile trend quale Luca Beatrice. In fondo, per situare la produzione di questa giovane artista posso rimandare a una mia recensione, apparsa su questo blog, dedicata al grande Matisse, in cui però denunciavo la sua progressiva schematizzazione delle immagini, fino a troppo nudi geroglifici, oltre i quali non era più possibile procedere, oppure restava solo la prospettiva dei “Writers”, cioè una “segnificazione” ossificata delle immagini. Per cui, forse, era opportuno fare qualche passo indietro, rimpinguare il bottino, accantonare il passo estremo di Matisse e recuperare il suo antagonista Bonnard. Ebbene, la nostra Janeckova è appunto una bonnardiana dei nostri giorni, che cioè da un lato ingrassa le forme, dà loro nutrimento, osa soffermarsi su carni nude, stanze con vasi di fiori, coltri sgualcite e tanti altri dettagli da pittura di interni, però lo fa con passo agile, e tenendo ben presente il mondo dei prodotti sia pubblicitari che televisivi. Insomma, questo nuovo repertorio pittorico si deve collocare nel regime del “fast”, piuttosto che dello “slow”, o diciamo che è tutta una questione di gradi e di livelli, non bisogna spingersi fino a un rifacimento del reale troppo “leccato” e conforme, ma neanche avere troppa fretta, ridurlo a una stenografia affrettata, rinunciataria rispetto ai piaceri che possono venire da epidermidi, stoffe e quant’altro. Utile anche, a questo proposito, la capacità di variare le dimensioni, passando da formati quasi di miniatura a improvvisi “blow up”, con rapidità e disinvoltura, che è anche il pronto passaggio da stesure abbastanza vaste, estese, dilaganti, a tracciati, invece, leggeri, come rapidi appunti di lavoro. A questo punto, suggerisco all’amico Raffaelli, magari con l’aiuto di Beatrice, di mettere in programma una vasta rassegna di tutti questi ritorni della vecchia signora sulla scena, che ormai costellano il panorama, non solo nostrano ma planetario.
Katarina Janeckova, How to Make a Bear Fall in Love, a cura di Luca Beatrice. Trento, Galleria Raffaelli, fino al 20 settembre.

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Letteratura

Berardinelli: un discorso del tutto reazionario

Confesso di essere stato indeciso fino all’ultimo se valesse la pena di scagliarmi ancora una volta contro Alfonso Berardinelli, prendendo spunto dal suo appena uscito “Discorso sul romanzo moderno”, Carocci editore. Lui segue i motti danteschi, e dunque verso di me rivolge uno sprezzante “ non ti curar (di lui) ma guarda e passa”, oppure, di fronte ai miei rimbrotti, “s’é beato e ciò non ode”, del resto ha il pieno consenso della maggioranza silenziosa, pardon, della stampa ed editoria che contano, ferme nel difendere i valori ovvi e risaputi, contro quegli intemerati che parteciparono al Gruppo 63 e dintorni e che ora, per la mia bocca e di pochi altri, osano rifiatare. Del resto, come è noto, io sono stato già ridotto al quasi totale silenzio, prova ne sia che avevo tentato di uscire proprio con l’editore Carocci, ma mi sono sentito respingere, nella certezza che per uno come me non c’è pubblico sufficiente, Laddove le prove di Belardinelli, anche se smunte, anche se giù uscite in versioni precedenti, sono sempre le benvenute, ci sarà un pubblico pronto a trovare conforto nel leggerle, nel vedere riaffermati tutti i valori in cui usa credere, in barba ai profanatori della neoavanguardia.
Vado a elencare i vari punti che in questo libello del vate del senso comune proprio non funzionano. Se Carocci avesse pubblicato la mia “Narrativa europea in età contemporanea” sarebbe bastato invitare il suo autore preferito a darle un’occhiata, anche molto “en passant”. Per esempio, anche uno scolaretto di vecchia scuola saprebbe che c’è una differenza sostanziale tra il moderno e il contemporaneo, e dunque non si possono mettere sullo stesso piano i campioni dell’una età e quelli dell’altra. Le cose vanno ancora bene finché si parla di Cervantes, siamo tutti pronti ad ammetterlo, quello è uno dei punti in cui si esce dall’universo medievale per entrare nel moderno, che si apre con Bacon, Galileo e Compagni. E anche Defoe, col suo Robinson Crusoe, è un eccellente campione apripista dell’avvento della borghesia, col suo orgoglio, la piena fiducia nei propri mezzi. Infatti il moderno è il ciclo perfetto dell’ascesa progressiva e trionfo dei valori della classe borghese, fino alla punta massima costituita da Balzac. Ma Goethe no, Belardinelli, che forse non l’ha mai letto, lo lasci perdere, in particolare non faccia “di ogni erba un fascio”, magari mettendo a braccetto lo scrittore tedesco col nostro Manzoni. Di mezzo, ci sta una precoce intuizione, attiva in Goethe, circa una presenza anzi tempo della rivoluzione freudiana. I quattro personaggi delle “Affinità elettive” sono sconvolti perché scoprono che nel loro foro interiore coltivano pulsioni erotiche oltre le convenienze legali e i sacri vincoli del matrimonio, quello è già un germe del contemporaneo, come infatti ho colto nel mio saggio, in cui, oltre a insistere sui classici campioni del contemporaneo quali Joyce e Proust, andavo proprio a scoprire una linea di validi precursori, quale appunto il Goethe del Werther e delle “Affinità elettive”. E non Manzoni, non Balzac, non Dickens eccetera, che invece nulla sapevano dell’esistenza in noi di un mondo sotterraneo con le sue pulsioni incognite, per loro esistevano solo le ragioni di una sana economia materiale. La monaca di Monza pativa semplicemente perché si vedeva impedita in quella libertà di movimenti che il codice borghese-illuminista avrebbe poi sancito, e se poi ha ceduto a tentazioni erotiche, non è tardata a venire la condanna di Manzoni, quella è una porta che deve rimanere sbarrata. Naturalmente Berardinelli non capisce niente neppure di Flaubert, altro antesignano delle ragioni del contemporaneo, con i suoi personaggi anti-balzacchiani che reagiscono all’imperversare, attorno a loro, dello “struggle for life”, all’imporsi dei fattori materiali, ritraendosi in angosciato ma risoluto distacco, fieri di dimostrarsi “inetti”, e così anticipando la categoria centrale, della inefficienza negli affari, che poi sarà imbracciata appieno dagli autentici campioni del contemporaneo, quali i nostri Svevo e Pirandello, quando giungerà la loro ora. Allo stesso modo è un imbrogliare le carte, non capire nulla, mettere nella stessa casella di questo confortevole moderno, come prospettiva eterna, solida e imperitura garanzia di ogni romanzo “ben fatto”, Tolstoj e Dostoevskij. Al solito, il primo era totalmente ignaro dell’esistenza di un volere profondo e delle sue pulsioni, mentre l’altro, come ben si sa, in un simile sottosuolo si spinse a fondo.
E’ poi addirittura incredibile, vergognoso, che venendo ai tempi giusti di un contemporaneo ormai in atto, cioè ai decenni iniziali del Novecento, il Nostro si permetta di condannare tranquillamente sia Joyce che Proust, quale un novello Lukàcs ritrovato nelle sue folli stroncature. In questo, egli va perfino oltre Cassola, che almeno, fino ai “Dubliners” dell’autore irlandese ci arrivava. Buon per lui che non si occupi di narrativa statunitense del Novecento, vedrebbe come la presenza joyciana è dilagante, inestirpabile. Quanto a Proust, è l’unico aspetto in cui gli posso dare ragione, forse è davvero l’unico dei grandi maestri a non aver potuto fare scuola, ma spero che proprio quella folla dei benpensanti che sostiene queste elucubrazioni gli si rivolti contro, dichiarando che l’autore della “Recherche” è un patrimonio che non si tocca. Quanto a Kafka, da lui discende addirittura una sindrome che trova esponenti in tanti seguaci. Infine, come unica possibilità di consenso, resta Svevo, con l’alto credito che Belardinelli gli concede. Ovvio trovarsi d’accordo, per uno come me che gli ha dedicato un saggio per porlo a capostipite di un’intera linea della nostra narrativa. Naturalmente, inutile cercare una noterella che nella bibliografia di questo “fast essay” sia dedicata a quel mio contributo, dei critici inesistenti non è il caso di preoccuparsi.
Alfonso Berardinelli. Discorso sul romanzo moderno, Carocci, pp. 115, euro 13.

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Arte

Mattia Moreni: un catalogo necessario

Ho sul tavolo il monumentale “Catalogo ragionato dei dipinti di Mattia Moreni, 1934-1999”, quasi mille pagine, un’opera assolutamente necessaria per rilanciare la fama di uno dei nostri maggiori protagonisti nel secondo Novecento, attualmente oscurata per ragioni che andrò a vedere. La produzione di quest’opera si è retta su tre punte: la seconda moglie dell’artista, la devota, costante Poupy Prath, che lo ha seguito dai ruggenti anni di Parigi fino alle dimore isolate e selvagge in terra romagnola; Franco Calarota, che dalla bolognese Galleria Maggiore ha profuso soldi ed energie nell’impresa, e soprattutto il curatore, Enrico Crispolti, con la sua ben nota tenacia di archivista principe di quei fatti ed eventi, assicurando una presenza capillare in cui mi ha preceduto, per quell’anno di vantaggio nella nascita, 1934 rispetto al mio 1935, il che gli ha permesso di essere presso di noi il più pronto ed efficace introduttore dei fatti relativi alla stagione dell’Informale. Fummo in leale ed amichevole gara sulle pagine dell’appena nato “Verri”. Io semmai puntavo di più sui francesi come Fautrier e soprattutto Dubuffet, nei cui confronti avevo già dichiarato una mia “lunga fedeltà”. Enrico coltivava una visione più ampia che comprendeva anche Fontana e Burri, su cui invece io non mancavo di manifestare qualche dubbio e riserva. Ma proprio la presenza di Moreni ci trovava del tutto concordi, nel sostenerne la causa, e abbiamo sempre proceduto in tal senso con piena solidarietà. Mi è già capitato altre volte di segnalare le ragioni che provocano l’attuale calo di popolarità di questo artista, sulla nostra scena. Ciò dipende, prima di tutto, da una stitica, anoressica aderenza di tanta parte della nostra critica al fallace detto del Movimento moderno secondo cui “less is more”, con il sostegno accordato a tutte le manifestazioni del monocromo, si pensi a un caso come Ettore Spalletti, e perfino per il grande Burri senza dubbio la ragione del grande successo decretatogli deriva dal vedere in lui soprattutto il compilatore dei candidi cretti e cellotex, come del resto era anche sua profonda convinzione. In definitiva, le tele di sacco e combustioni e lamiere venivano considerate da lui, come pure oggi da tanta parte della critica, alla stregua di episodi marginali e impropri. E anche per Fontana ci si sdilinquisce per i noiosi e ripetitivi tagli, mentre magari si trascura la sua “carriera barocca”, per citare anche a questo proposito un giusto contributo di Crispolti, cioè le ceramiche deliranti ed esplosive modellate da questo artista negli anni ’30. Ma, superata la fastidiosa prevenzione a favore del riduzionismo, ecco pararsi un altro ostacolo: non piace, non convince chi muta stile in corso d’opera, si preferiscono gli artisti che offrono di sé un’immagine costante, come è per esempio nel caso di Emilio Vedova, un artista per tanti versi da vedere in parallelo a Moreni, per una loro comune entrata in campo in anni giovanili, per un attraversamento della fase postcubista e astratto-concreta, pervenendo infine, con massimo impatto, nell’Informale più sconvolgente ed esagitato. Ma Vedova, in definitiva, pervenuto in quella valida casella, vi ha sostato fino alla fine, svolgendovi senza dubbio delle varianti efficaci, ma in un sostanziale “piétiner sur place”, e magari concedendo anche lui a un minimalismo, se non altro di tavolozza, gradito ai modernisti vecchi e nuovi, il che ha consentito a Germano Celant, superata la sua iniziale ritrosia verso tutti gli Informali, a farsi carico per un catalogo generale dell’artista veneziano, cosa che non avrebbe mai fatto nei confronti del Nostro. Il quale invece ha continuato a muoversi, con quelle sostanziose mutazioni di cui il presente catalogo dà testimonianza “ad horas”, registrando una sorta di enorme colata lavica nel suo muoversi, nel suo scorrere, e nell’andare ad assumere sempre nuove fisionomie. E dunque, assistiamo all’uscita dalla fase informale verso la ricomparsa di oggetti, plasmati dal fango e dalla cenere come da un Dio ai primi giorni della creazione, il che è stato da me testimoniato in un saggio del 1964, “Moreni dipinge oggetti”, ampiamente menzionato nel presente volume. Gli oggetti erano soprattutto angurie, che, squarciate da una fenditura, quando troppo mature, diventavano i genitali femminili, visti come cespugli vorticosi, come mari dei Sargassi, come polipi aggressivi. Ma proprio sui corpi vili delle angurie, diffusi nelle colture romagnole, Moreni dovette prendere nota dell’intervento della tecnologia, che ne faceva degli “organi geneticamente modificati”, e questa in rapida sintesi divenne la stella polare del suo ancora lungo cammino, rivolto proprio a misurare l’immane conflitto tra residui umani-organici e tutti gli aberranti innesti che su di loro andava facendo l’avanzamento tecnologico. Il tutto redatto in manifesti, in tatzebao, in cartelloni didattici, in cui il fascino, la maestria del gesto pittorico si continuano e si integrano con i tratti di una scrittura corsiva, a sfida proprio dei Writers, dei Graffitisti che dagli ’80 sarebbero sopraggiunti dagli USA. In questo rapido mutare di pedale e adeguarsi agli umori del tempo, e ritornando alla compagine dei maestri dell’Informale, il nostro Moreni trova un solo dirimpettaio valido, Jean Dubuffet, anche lui sempre pronto ad afferrare i suggerimenti del momento e a impiantarli sul vecchio tronco di una pianta portandola a emettere nuovi rami e fronde. La Fondazione Beyeler di Basilea ha appena terminato una maestosa retrospettiva dedicata al Francese, c’è da auspicare che voglia ripetere l’impresa anche per il Nostro, che del resto può ben essere officiato come un padre putativo di tutti i Nuovi Selvaggi tedeschi.
Mattia Moreni, Catalogo ragionato dei dipinti 1934-1999, a cura di E. Crispolti, Silvana Editoriale, pp. 887.

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Letteratura

Bottici, un avvincente polistilismo

Chiara Bottici può essere considerata la buona fata ispiratrice di RicercaBO, ovvero della fase seconda, di stanza a Bologna, del grande ciclo a suo tempo svolto a Reggio Emilia, con annesso logo, RicercaRE. Non per nulla questa scrittrice è comparsa due volte, all’officina di rito petroniano, nel 2012 e l’anno scorso, e proprio alcuni dei testi allora inediti da lei letti in quella più recente occasione sono entrati nel volumetto ora edito da Manni, “Per tre miti, forse quattro”, con un sottotitolo altrettanto eloquente, “Romanzo di romanzi”. Lo avrei gratificato di un convinto “pollice recto” sull’”Immaginazione”,se non fosse che la attenta regia di quella rivista, edita anch’essa da Manni, esclude che si dica bene, o male, dei propri prodotti. Quest’opera mi consente di condurre una riflessione sui destini molto diversi dei due cicli sopra ricordati. Quello reggiano ha marciato col vento in poppa, abbiamo “infilato” una straordinaria stagione di nuovi narratori che hanno affrontato, alla fiamma, alla baionetta, la situazione allora in atto, cogliendone tutti i sintomi di “ordinaria follia”, di crudeltà e orrori avvistati pur nella conduzione di piatti resoconti sul quotidiano. Ma i loro successori, di una generazione dopo, non potevano ricalcare le stesse orme, e dunque sono andati alla ricerca di nuove piste, esponendosi ai quattro venti. Non sono certo mancati i buoni esiti, elenco tra gli altri i casi di Giorgio Vasta, Giovanni Greco, Stefano Gallerani, Andrea Bajani, Simone Giorgi, Paolo Marino, Francesco Maino. Leonardo Canella, ma anche un accanito fenomenologo degli stili come il sottoscritto stenta a trovare una traccia comune, un filo conduttore, tra questi vari testi. Esso invece compare nell’ambito, sempre sicuro e fortunato, nel nostro Paese, della produzione in poesia, dove un ricercatore ad ampio spettro come Marco Giovenale ha introdotto davvero uno stile con una decisa patente di novità, quel curioso ricorso a prose che però volutamente si perdono per strada, si troncano nel bel mezzo della vicenda, con perfida sfida al lettore. Per la narrativa, bisogna invocare proprio la molteplicità, il polistilismo che emergono nei due titoli proposti dalla Bottici. Si sono davvero cavalcati i miti, quasi ricorrendo alla categoria del citazionismo, tanto sfruttata nelle arti visive, ma assai poco in narrativa, o quanto meno non vi ricorrevano senza dubbio gli Ammaniti e Covacich e Trevisan eccetera della ondata fine secolo. La Nostra prende invece come guide ai suoi percorsi accidentati tre figure appunto del mito, la Sherazade delle “Mille e una notte”, l’Arianna del filo che conduce-disperde nel labirinto, e l’Europa, cavalcata e travolta da Giove, così come le vicende al femminile che dominano questi racconti rischiano ad ogni un passo di essere schiacciate dalla protervia aggressiva dei maschi. Ma beninteso, scelte queste introduttrici dal mito, non è che Chiara voglia consegnarsi loro mani e piedi, anzi, indossa quelle maschere con totale agilità e disponibilità, portandole a interagire con l’oggi più drammatico. In fondo, è un modo per introdurre delle raccolte di novelle, che a loro volta viaggiano sempre sospese tra un decorso normale e invece l’apparizione di soluzioni arcane, travolgenti, da humor nero o invece da improvvise e impensate sorprese. Se insomma la situazione precedente vedeva i narratori impegnati su un fronte di realismo, magari da connotare con due “neo”, qui il realismo deve essere subito accreditato di prefissi o suffissi, occorre parlare di surrealismo o di realismo magico. Nessuno dei racconti ha un decorso normale o prevedibile, la sorpresa è invariabilmente in agguato. In un racconto, “La nascita”, potremmo pensare di assistere a una cronaca molto fedele, e molto femminile, di una puerpera che appunto attende trepidante il parto, in allarmante ritardo, ma quando infine la creatura emerge, ecco il lazzo, il frizzo, si tratta di un frutto cartaceo, come dire che ora la letteratura, invece che fare presa sul reale, si sigilla a circuito chiuso in se stessa. Lo statuto della impossibilità colpisce ognuna di queste novelle, spingendole verso esiti che ci conducono, allibiti, o compiaciuti, o divertiti, a delle metamorfosi. Forse in questo senso il caso più tipico è dato dallo “Struzzo”, il racconto che la Bottici è venuta a leggere, con ampio successo, al RicercaBO dell’anno scorso. E’ la storia di una brava studentessa, come in definitiva potrebbe essere la stessa autrice, che si dedica a una ricerca scientifica, scegliendo l’animale in oggetto, ma poi, passo passo, deve constatare il compiersi sul suo stesso corpo della metamorfosi di sapore ovidiano, si muta proprio in quell’animale. Siamo insomma in presenza di una scrittura che va alla ricerca di corpi in cui approdare, come se si trattasse di parassiti alla ricerca di nuove dimore disponibili, cancellando in questa ricerca ogni possibile distinzione tra la nostra condizione umana e i vari stati animali e vegetali.
Chiara Bottici, Per tre miti, forse quattro. Romanzo di romanzi, Manni Editore, pp. 156, euro 15.

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Attualità

Domenicale 12-6-16 (Raggi)

Come sono andato, con le scommesse che emettevo nel domenicale della scorsa settimana, 5 giugno? Direi benino, anche facendo un passo indietro, a un’altra scommessa avanzata sul conto del ballottaggio in Austria, per cui avevo presagito la sconfitta del reazionario e esterofobo Norbert Hofer a favore del leader dei Verdi. In quel caso ho corso un bel rischio, in quanto l’arco costituzionale, ovvero la grosse koalition di socialisti e popolari è stata molto parca di consensi alla buona causa, comportandosi molto diversamente da quanto era avvenuto in Francia contro il pericolo costituito dalla Le Pen. Niente da fare, l’Austria sta subendo una deriva balcanica, considerando che è pur sempre un governo dell’arco costituzionale a minacciare le varie chiusure della frontiera del Brennero, come se i migranti che varcano quel confine lo facessero per rimanere in un Paese in sostanziale declino, e non per giungere in Germania o in altri più allettanti paradisi nordici.
Ma veniamo all’Italia. Qui la media dei votanti, attestata al 60%, è stata del tutto confortante, contro i sinistri oroscopi della sterminata categoria dei gufi. Avremmo potuto raggiungere il 67% della precedente tornata, se il governo non avesse preso due incomprensibili, dannose decisioni, di piazzare il primo turno a ridosso di un ponte, e di escludere le votazioni del lunedì. In Italia c’è un corpo sano della provincia che risponde alle sfide elettorali in misura giusta, semmai a mancare sono le metropoli, quasi rovesciando quando avveniva due millenni fa, quando erano i “pagi” a resistere alla penetrazione del cristianesimo, rimanendo abbarbicati a vecchie tradizioni. Ora sono i grandi centri urbani a provocare sfiducia e astensione, alimentate soprattutto dai giovani, che non leggono, non studiano, non lavorano, e dalle periferie diseredate, grosso problema che si impone alla coscienza di tutti.
Veniamo ai risultati, in cui ce n’è uno ampiamente annunciato, il successo dei Cinque stelle con la Raggi a Roma, effetto del malgoverno precedente delle amministrazioni sia di destra che di sinistra. Ci ho preso però nel preconizzare che nessuno dei due “destri” sarebbe andato al ballottaggio, magari devo esprimere qualche meraviglia per il basso esito di Marchini. Purtroppo niente da fare neanche al ballottaggio, Giachetti non riuscirà a raggiungere e a scalzare la Raggi, contro di lui ci sarà il fuoco “amico” di tanta parte della sinistra, accanita nel voler danneggiare il renzismo, e ovviamente della Lega, e dei Forza Italia più protervi anch’essi contro il leader maximo. Giachetti potrà avere il soccorso dei berlusconiani moderati e quindi di Marchini, ma non sarà tale da consentirgli di annullare il profondo gap che lo allontana dalla capofila Cinque stelle. Qui però termina il successo tanto strombazzato di questa formazione, ben poca cosa. A Torino la Appendino non ce la farà a battere Fassino, che avrà appunto, certo, l’ostilità delle sinistre più proterve, ma il soccorso, o quanto meno l’astensione, dei berlusconiani moderati. Anche a Bologna, seppure con qualche brivido, Merola ce la farà. Resta l’enigma Milano, gara davvero incerta e sospesa, per colpa dell’incredibile e indecifrabile decisione di Pisapia di rinunciare a una seconda candidatura, cosa che ha messo a rischio la causa della sinistra. Se questa non riuscisrà a vincere, a lui si dovrà fare di ciò una incancellabile colpa. A Napoli, poi, il successo di De Magistris era anch’esso ampiamente annunciato, dovuto a una Partenope che si chiude a riccio su se stessa, a curare, a covare i suoi malanni incancreniti, respingendo con sdegno i medici che, forse invano, pretenderebbero di portarvi cura.

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Arte

Mantova, Parco dell’arte

Mantova non ha atteso di essere proclamata nell’anno in corso Capitale italiana della cultura, ma già da quattro anni propone un Parco dell’arte, ovvero una serie di installazioni nel fitto bosco posto sulle sponde del Lago di Mezzo, a diretto riscontro con il Palazzo Ducale. Si tratta insomma di un parco di sculture all’aperto, uno dei migliori nel panorama nostrano, caratterizzato dal fatto di puntare ogni volta su presenze giovani, non particolarmente titolate, che però si esprimono in modi ingegnosi e originali rimediando con la forza inventiva alla scarsità di risorse che l’organizzazione può mettere a loro disposizione. Presiedono a questa impresa varie autorità del territorio e delle istituzioni locali che entrano anche nella giuria. Ne elenco i nomi: Bruno Agosti, Giampaolo Benedini, Pietro Ferrazzi, Anzio Negrini, Maurizio Pellizer, ma va soprattutto menzionata Manuera Zanelli, critico del luogo che mette tutto il suo impegno a rendere possibile questa avventura. Le personalità sopra elencate, con l’aggiunta dello scrivente, procedono ogni anno alla selezione dei progetti concorrenti e infine alla premiazione del vincitore. Quest’anno sono giunti al traguardo soprattutto due lavori, che si sono segnalati per la semplicità di mezzi cui hanno fatto ricorso. Infatti in questo caso più che mai sembra funzionare il vecchio detto del Movimento moderno, “less is more”, non bisogna perdersi in troppi dettagli ma mirare al sodo. Così per esempio l’arch. Uboldi ha installato, in una radura, una serie di porte-finestre, semiaperte, a invitare all’ingresso qualche passante, e magari a imprigionarlo, in una stanza che nottetempo potrebbe prestarsi a rischi e torture, come in un film dello horror. Ma gli è stata preferita, e quindi dichiarata vincitrice, un’opera ancora più essenziale, a firma del Gruppo Magma diretto da Marco Roggeri, nulla più che una superficie riflettente, uno specchio inserito in un tappeto prativo, dove è la natura stessa a specchiarsi, ripetendo il tipico gesto di Narciso, innamorato della propria immagine.
Mentre si procedeva alla visita delle installazioni e alla conseguente premiazione, si è sparsa una notizia straordinaria, che potrebbe dare adito a una “mania” sul tipo di quella già in atto a Roma attorno al grande murale di Kentridge, e che tra poco divamperà per le passerelle insediate da Christo a raggiungere l’isoletta al centro del Lago d’Iseo. Ebbene, il Comune della città dei Gonzaga ha dato incarico a una archistar di progettare quattro piattaforme, come estesi fiori di loto, che saranno posti a galleggiare nel Lago Inferiore, anche in questo caso raggiungibili da parte di volonterosi visitatori. Iniziativa magnifica, che si spera venga collegata in un percorso continuo anche in direzione delle ormai più di venti installazioni disseminate nella contigua area posta sulle sponde del Lago di Mezzo.
Ma “Mantova creativa” non si è limitata a ripetere questo suo ormai solito exploit, e sempre sotto la guida instancabile della Zanelli ha pure occupato due torri, dette degli Zuccaro e di Sant’Alò, che oltretutto hanno fatto scoprire allo scrivente quanto la città dei Gonzaga meriti di essere detta “turrita”, non meno di Bologna. In questi rudi ambienti è penetrato in punta di piedi un artista fiorentino di ampia fama e frequentazioni internazionali, Fabrizio Corneli, portandovi i suoi leggeri apparati di “high tech”, come fantasmi evanescenti, in contrasto con le fosche mura ospitanti. Nella seconda di quelle torri, avvalendosi di un manto di led, ha inserito un meccanismo che con ritmo periodico si allarga, si gonfia, si sgonfia, ma sempre nel rispetto di una levità degna di una enorme bolla di sapone. Nell’altra torre, contro sfondi monocromi, l’artista ha nebulizzato una scia delicata di effetti luminosi, aerei, imprendibili. Insomma, un’abile associazione tra Op Art rediviva e ausili forniti dalla attuale tecnologia più avanzata.
Ma non è tutto, in una piazza del Castello ha agito pure Marco Tonelli, a suo tempo eccellente assessore alla cultura del Comune, poi licenziato, con incitamento indiretto a farsi curatore di eventi in proprio. Attraverso di lui, così, Mantova creativa rende omaggio allo scultore Hidetoshi Nagasawa, sempre memore delle sue origini estremo-orientali, che però da lungo temo ha portato a interferire con una tradizione occidentale, esperita a Milano, quasi di specie minimalista, e dunque, si dovrebbe far risuonare ancora una volta l’aureo detto secondo cui “less is more”. Non manca però una qualche contraddizione tra il tema di quest’opera, “Vortice”, e il mezzo esecutivo, affidato a lamiere che bloccano un po’ troppo l’immagine, quasi facendone, per valerci del titolo di un romanzo steso da Sandro Veronesi, una sorta di “Caos calmo”, forse un po’ troppo.

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