Arte

Mostre a Milano: Dias, Benedict, Gobbetto

Uno degli aspetti più ammirevoli, nella lunga attività di gallerista in Milano svolta da Giorgio Marconi, dapprima, per parecchi decenni, alla direzione di uno Studio, e ora di una Fondazione, è la “lunga fedeltà” sempre dimostrata verso gli artisti scelti al momento giusto, e in seguito riproposti a intervalli regolari. In questo momento il suo ampio spazio di Via Tadino si caratterizza proprio per due omaggi del genere. Il primo e il secondo piano sono dedicati a una carrellata sulle “Azioni in tempo reale” compiute da Franco Vaccari, artista a me carissimo, cui quindi riservo una testimonianza in pubblico, nella mia rubrica domenicale sull’”Unità”. Ma nelle sale del pianterreno c’è pure una ripresa di opere di Antonio Dias, già apparse al momento del loro concepimento, quando l’artista, brasiliano d’origine, ma con un incessante andirivieni tra la patria e l’Europa, e in particolare proprio Milano, costeggiava le varie imprese tipiche del clima del ’68, cui partecipava poco più che ventenne (nato nel 1944), proponendo un mix tra alcune tendenze di quell’epoca estremamente audace. Per un verso gli si poteva attribuire una specie di “Land Art” da camera, o ripresa in piccolo, a livello grafico: distese di deserto, o di firmamento stellare, come sciami di pulviscolo, di puntinismo incalzante. Ma si sa che quel tipo di ricerca viveva della dialettica tra sterminate e incolte superfici di terreno e gli interventi della mano dell’uomo, con tracce parche e ridotte. Dias inseriva, a contrasto con l’informalità dello sfondo, un “lettering”, cioè la comparsa di parole vergate a caratteri di stampa, così ricordando che l’altra faccia del momento, il “concettuale”, aveva rilanciato proprio il ricorso al materiale verbale. Oppure prelevava dal sottostante mare indistinto dei tasselli, dei riquadri, con l’evidente intento di introdurre delle cesure, delle zone di silenzio, per consentire al rumore di fondo di non disperdersi per eccessiva insistenza, così come le onde del mare si rafforzano se riescono a sbattere contro le rocce della riva. E nello stesso tempo, proprio grazie a quella dialettica tra un informe di base e invece inserti di manifesta artificialità, Dias evitava la “morta gora” del monocromo, che mi sembra insidiosa quanto le sabbie mobili, pronte a ingoiare e a spegnere qualsivoglia spettacolo.
Marconi, all’atto di crescere su se stesso, era stato preso dall’orgoglio paterno di intestare la appena concepita Fondazione nel nome del figlio Gio, ma si è subito avveduto che a quel modo lo gravava di troppa responsabilità, meglio distinguere i ruoli, ridare all’erede un compito a lui più adatto, di fare il “talent scout”. Così è stato, Gio ora dispone di uno spazio tutto suo, a poca distanza da quello paterno, in cui mettere alla prova dei talenti emergenti. In questo momento vi compare uno statunitense, Will Benedict, che vale la pena di menzionare perché può essere associato, per vie ritengo non pretestuose, alla presenza di Dias nella Fondazione Marconi. Infatti anche Benedict ricorre ad ampie distese, a vaste strisce, però non si affida all’austero bianco e nero dell’artista brasiliano (mi è rimasto non detto questo dato con cui Dias allora confermava la sua partecipazione alla sindrome sessantottesca, che era del tutto avversa al colore, come espressione troppo compiacente verso la sensualità). Ora invece il colore è un obbligo, una necessità primaria, ma anche Benedict, d’altra parte, si guarda bene dal cedere alla soluzione noiosa del monocromo, e dunque spezza anche lui la solitudine delle sue stesure, pur piacevolmente cromatiche, con degli inserti, che però non sono il “lettering” già tanto caro al concettuale, bensì delle immagini sottratte al mondo dei media, al “popular” dominante nei nostri giorni. In questo c’è senza dubbio un ricordo delle soluzioni di uno statunitense tra i più noti e validi, proprio nel reagire all’austerità sessantottesca, David Salle, ma con rinuncia a un mosaico troppo gremito di ritagli e furti dall’attualità, riportato invece a un più schematico e ridotto bilinguismo, e sta in ciò quella certa vicinanza che si può trovare tra l’ormai anziano brasiliano e la nuova e brillante recluta.
L’estremamente animato panorama di luoghi espositivi milanesi non consiste soltanto in alcune maxi-sedi, come sarebbe la flotta Marconi, così saggiamente divisa tra casa madre e arrembante filiale, ma è costellato di tanti altri spazi, che addirittura riesce difficile, per un non residente, andare a stanare nell’intrico delle strade. Però sono riuscito a raggiungere la stanza minima di Davide Gallo, perché mi interessava vedere che cosa sta combinando Nicola Gobbetto, su cui avevo puntato al momento di realizzare una Officina Italia 2, nel 2011. La sua presenza, come risulta dal catalogo Mazzotta, risultava già suddivisa tra una conduzione unitaria, con una sagoma ispirata a forme ritrovate nel mito, e invece una esile, fragile installazione di elementi più minuti e rarefatti. L’attuale presenza, temo già chiusa al pubblico, ricca di tante declinazioni, forse perfino troppe, può però essere ricondotta a una immagine dominante e massiccia di un Ercole, ma subito aggredito da una pioggia di tracce, come segni di una scarlattina che lo abbia colpito, o di picconate inferte proprio per intaccarne la massa. Ma l’icona non concentra in sé l’intero discorso di Gobbetto, che in parallelo si dà a montare nello spazio tanti corpi inerti, strane macchine, tubature, impianti idraulici o altro, che intendono essere una materializzazione delle “fatiche d’Ercole”. A questo modo l’immagine unitaria dell’eroe cede il passo a una vetrina dei suoi strumenti, delle armi con cui ha condotto le varie imprese. Al momento il repertorio si ferma a due materializzazioni delle “fatiche”, ma ho incitato l’artista a continuare, a mettere in campo tanti altri ingegnosi montaggi, gruppi, coacervi, tante “macchine celibi”, allettanti, anche se, o forse proprio perché la chiave di comprensione risulta celata.

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Letteratura

Ballestra: non si vive di solo pane

Su Silvia Balestra rischia di pesare una infausta sindrome che colpisce autori salutati da troppo successo alle loro prime uscite, tanto da spingere commentatori malevoli ad affermare che, in seguito, è restato per loro un triste destino di ripetersi, di darsi a un variantismo non molto creativo. Una condanna del genere è stata lanciata a Moravia per l’”en plein” realizzato al primo colpo stendendo “Gli indifferenti”, a Goffredo Parise per il suo perfetto “Ragazzo morto e le comete”, e ancora, a Roberto Pazzi per la sua brillante uscita con “Cercando l’imperatore”. Anche la nostra scrittrice si porta dietro il peso dell’enorme successo della “Guerra degli Antò”, con la connessa tentazione di ritornare varie volte sul luogo del successo iniziale per ripeterne le mosse. Ma ha pure tentato di saltar fuori dal cerchio incantato, e ci riesce ora con “Vicini alla terra”, che intanto ha il pregio di essere, almeno per quanto mi risulta”, l’unico “instant book” ricavato, per il momento, dai disastrosi terremoti da cui è stato colpito il corpo centrale del nostro Paese. Anche se ha deciso di affrontare questo immane disastro, diciamo così, per la porta di servizio andando a valutarlo “In corpore vili”, non sulle sventure, morti, perigliosi salvataggi degli esseri umani, bensì su quanto ha riguardato i loro poveri compagni del mondo animale. Intervento alquanto fatuo e di secondaria importanza? La Ballestra è ben consapevole di un dubbio, o di una critica del genere, ma può difendersi ricorrendo a qualche massima di saggezza popolare, prima fra tutte quella che ci avverte che “non si vive di solo pane”. Per una salute alimentare, o in via traslata anche psichica, conta, eccome, il companatico. E non si può dimenticare la parabola evangelica della peccatrice Maddalena che, giunta al cospetto di Cristo, si dà a ungergli i piedi con un raffinato balsamo, suscitando i mormorii di protesta degli Apostoli, vittime proprio della sindrome che prima viene il necessario, come sarebbe dare da mangiare agli affamati, e solo dopo c’è posto per il superfluo. In proposito, e per parare la velenosa obiezione, la Balestra cita un caso macroscopico, riferendosi alle sciagure della Bosnia, alle miserie patite da quella popolazione, al cui ramo femminile, però, è giunta del tutto propizia, essenziale la distribuzione di rossetti per le labbra e di altri cosmetici, avvertiti come necessari prima ancora dei cibi. E così pure ai poveri anziani vittime delle varie scosse sismiche è stato di estremo conforto che le squadre di salvataggio gli riportassero i gatti domestici, o i cani. In qualche caso sono state di conforto perfino le galline, non parliamo poi dei bovini, indispensabili anche per riavviare le pratiche delle povere economie contadine. E dunque, si legge con commozione questo diario di tanti salvataggi, resi difficili non solo per la necessità di scavare nelle macerie, ma anche per tutelarsi dallo spirito aggressivo dei poveri animali, diffidenti proprio nei confronti di chi pure cercava di portarli in salvo. E dunque molte volte c’è stato bisogno di una guardinga procedura per neutralizzare l’aggressività istintiva delle povere bestie, diffidenti di chi pure le avvicinava con i migliori propositi.
Magari, a conti fatti, ci si può porre il quesito quale sia mai il possibile tratto comune tra una narratrice che al suo esordio è stata capace di tessere una stupenda saga eroicomica sui disagi, traumi, crisi di un mondo adolescenziale, e invece questa accorata descrittrice di tante minute e modeste operazioni al recupero, decisa quindi a “volare basso”, a suonare una modesta zampogna rurale. Probabilmente quello che resiste da un caso all’altro è una natura dell’autrice che potrebbe corrispondere al ruolo di una sorella maggiore, beffarda ma anche commossa dai casi di quel mondo giovanile di cui lei stessa era partecipe, ma da una posizione di dominio e di superiorità. Ora da uno spirito sororale si passa a uno da dirsi quasi materno, ma pur sempre nel segno di un’’attenzione vigile a percepire i vari segnali emergenti dalla realtà, anche se il carattere drammatico della presente occasione non consente certo i toni della satura e dell’ironia, non resta che affidarsi a un commento accorato e sommesso.
Silvia Ballestra, Vicini alla terra. Storie di animali e di uomini che non li dimenticano quando tutto trema. Giunti, pp. 140, euro 12.

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Attualità

Dom. 26-2-17 (Livorno)

A livello tattico, o comunque di lettura immediata, i recenti avvenimenti in casa Pd portano a dare un giudizio negativo sulla condotta di Renzi. Che cosa lo ha spinto a dare così presto le dimissioni da segretario del partito, e dunque ad avviare il procedimento congressuale? Aveva una solida maggioranza sia in Assemblea sia in Direzione, il che gli avrebbe permesso di attendere la scadenza naturale del suo mandato, nel prossimo autunno, e di tacitare le proteste dei suoi oppositori interni, le cui motivazioni (peraltro del tutto pretestuose, come dirò subito dopo) sono state che così si toglieva loro la possibilità di organizzare un dissenso in regola e di lanciare candidature alternative coi tempi necessari. La fretta dimostrata da Renzi si spiega solo con due motivi, la speranza, al momento non del tutto vanificata, di andare, subito dopo una sua rapida conferma nel ruolo di segretario, alle elezioni politiche. O in alternativa il timore che le elezioni amministrative potessero avere un esito negativo, così da indebolire una sua candidatura se avanzata a posteriori. Ma la prima ipotesi, per fortuna, appare ormai del tutto caduta, quanto alla seconda, non sembra essere nella natura dinamica di Renzi il farsi condizionare da timori di insuccessi elettorali. Però, se su un piano di decisioni spicciole del giorno per giorno hanno ragione tutti quelli che hanno accusato l’ex-segretario di durezza di condotta, di disprezzo per gli avversari, perfino di cinismo, la cosa cambia passando a una dimensione di più largo respiro, nel quale caso si potrebbe anche giustificare l’operato renziano. Inutile temporeggiare, cincischiare, rimandare. Non abbiamo assistito soltanto a una misera querelle di umori, di personalismi, di indebite reazioni psichiche, è necessario condurre una diagnosi ben più profonda. Purtroppo è ricomparso in scena il dramma di Livorno, ovvero della spaccatura tra un’anima socialdemcratica della sinistra e un’altra invece massimalista, più vicina alle tesi marxiane e, allora, succube del modello forte, prima leninista, poi stalinista. Io, al momento di prendere a collaborare con l’”Unità”, agli inizi del 2000, avevo auspicato che lo spettro di una nuova Livorno fosse ormai fugato per sempre. Purtroppo non è stato così, esso si è ripresentato, anche se, per fortuna, in termini rovesciati. Allora era l’anima socialdemocratica ad apparire destinata alla sconfitta. Erano tempi duri, bisognava barricarsi per resistere all’avvento dei nazionalfascismi, e anche nel dopoguerra, con il costituirsi dei due blocchi opposti, occorreva “militare”, schierarsi. Ma oggi, per fortuna, non è più così, sono gli stanchi e sparuti eredi dei vari post, comunismo, marxismo, ad apparire sconfitti, confusi, in rotta. E questo non solo o non inprimis in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. I D’Alema e i Bersani che se ne sono andati, inutile che agitino la tesi di una mutazione genetica della sinistra. Se avessero avuto davvero fiducia negli strati residui di consistente sinistrismo, di quello “duro e puro”, alleato ai rigori della CGIL, avrebbero accettato la sfida delle primarie contro lo spirito moderato del renzismo. Se ci sono davvero queste masse infelici perché vittime dell’infame trama dei “socialtraditori”, perché non chiamarle a raccolta e portarle alla riconquista delle vecchie trincee? IL fatto è che gli eredi di questo sinistrismo d’antan sanno che la loro causa è perduta, e piuttosto che consegnarsi all’avversario, preferiscono andare a barricarsi in un ultimo ridotto, che darà loro la garanzia di resistere per anni in una riserva indiana. Peccato che quelle decine di deputati e di senatori sottratte alle forze comuni peseranno fortemente sulle sorti future del fronte socialdemocratico, lo obbligheranno a convivenze forzate, a coalizioni piccole o grandi. Le Livorno di ieri e di oggi, forse inevitabili, non per questo sono indolori.

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Arte

Hockney: nuove possibilità per la pittura

La Tate Britain, a Londra, dedica un corposo omaggio a David Hockey (1937) per festeggiare i ben cinque decenni della sua intensa attività pittorica, che forse, in questo momento, lo pongono alla testa della squadra della Pop Art inglese, anche per la scomparsa di competitori più anziani di lui. A sua volta, conviene proprio riconoscere alla Pop in salsa britannica, oltre che di essere stata iniziatrice del fenomeno, di avere avuto il coraggio, o il limite, di coltivare più da vicino le vie della pittura, anche se pur sempre in stretta contiguità con la fotografia. Ma in qualche misura la sacra misura della superficie l’ha risucchiata, a differenza dei cugini statunitensi, più propensi invece sia a invadere la terza dimensione, sia a valersi di formati giganti. Insomma, da un lato, sull’isola, un’arte “da camera”, dall’altro, negli States, un’arte declamata in pubblico
Ma tornando a Hockney, egli rappresenta al meglio una simile vicinanza all’immagine dipinta, magari a gara con una presenza eccentrica e isolata, negli USA, come il più anziano rispetto a lui, di un intero decennio, Alex Katz. Per parlare del David ora celebrato, mi posso riallacciare a certe osservazioni che proprio in questa sede svolgevo a proposito di Matisse, lamentando un eccesso di scarnificazione progressiva cui il pur grande pittore francese aveva via via ceduto, forse rinunciando troppo al caposaldo “occidentale” della rappresentazione, e prestando ascolto in eccesso ai criteri dell’Estremo Oriente, diventando cioè un convinto “japonard”. Tanto che, a riscontro, indicavo l’opportunità di rivalutare il rivale Pierre Bonnard, che invece gli era stato posposto perché ritenuto ancora troppo coinvolto nella fisicità di valori tonali e atmosferici, non sufficientemente decantati. Hokney, invece, è perfetto, da un lato, nel diventare più comprensivo di larghe fette di spettacolo ambientale, pronto anche a valersi di schemi prospettici. Infatti se volete abbracciare vasti ambienti, di piscine, giardini, balconate eccetera, o anche di interni, dovete tornare a un qualche residuo o sopravvivenza di linee di fuga, di trapezi spaziali, anche se debitamente schiacciati e tracciati a fior di pennello. Ma da un altro lato è anche opportuno evitare di cadere in tentazioni espressioniste, o di greve naturalismo di ritorno, quali invece inficiano, rendono insopportabili, troppo sporche, troppo pesanti le tele pur tanto acclamate di Lucian Freud. Insomma, in Hockney sussiste un bell’equilibrio tra interni o esterni giustamente tramati, e tinte leggere, distese, in ricordo di certi paradigmi centrali nell’arte contemporanea, dall’”à plat” di Gauguin alla “flatness” di Murakami, con l’aiuto che su una via del genere viene dalla fotografia, ma ancor più dalla grafica pubblicitaria, da sempre diffidente degli ingombri plastici e decisa invece a distendere, a spianare la visione. Non per nulla uno dei temi preferiti da Hockey è quello delle piscine, anche per effetto del suo porsi come “artista dei due mondi”, nato e formatosi in Inghilterra, ma pronto a ricevere committenze e prebende in California, dove come è ben noto gli specchi azzurri delle piscine si accendono ad ogni passo, maculando il panorama urbano e suburbano. L’acqua per sua natura è un elemento mobile che evita di fare massa compatta, mostrandosi invece pronta a ospitare al suo interno i motivi ondulati scaturenti dal soffiare delle brezze, dall’accendersi di mille riflessi, magari ancor più incrementati dagli spruzzi delle fontanelle alimentatrici, che si aprono come le corolle di una vegetazione trasparente. Beninteso, i medesimi spruzzi dell’irrigazione tramano di sé anche il verde fresco e rugiadosi dei prati, altro motivo congiunto a quello delle piscine. Tanta felicità cromatica e descrittiva va poi a invadere terrazze e verande, infine penetra nelle stanze, ad allietare le figure umane, anch’esse delineate con silhouettes incisive ma leggere, fino a confondersi con arredi e tappezzerie Però, nel dispiegare un universo antropico, certamente il concorrente Katz sa procedere in modo più insistito e integrale, con zoomate ravvicinate. Mentre la macchina da presa, o la visione del nostro artista preferisce arretrare, afferrare i suoi soggetti in campi lunghi.
David Hockney, Londra, Tate Britain, fino al 29 maggio.

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Letteratura

Murakami tra realtà e irrealtà

La bella iniziativa di “Repubblica” di allegare ogni settimana al giornale un capolavoro della narrativa internazionale posteriore al 2000 mi ha permesso di acquisire quello che forse è da considerarsi il capolavoro del giapponese Murakami Haruki, “Kafka sulla spiaggia”, del 2002, mentre già si annuncia l’uscita di un’altra sua opera, che forse gli consentirà di riportare il Nobel per la letteratura. Ero a corto di informazione su questo pur acclamato autore, e dunque l’occasione è utile per consentirmi di ragionare su di lui e sul suo mondo. Che certo lancia numerosi sguardi verso il nostro mondo occidentale, a cominciare dal titolo stesso in cui viene chiamato in causa uno scrittore per noi fondamentale come Kafka, e in effetti il mix tra realtà irrealtà che, a prima vista, potrebbe essere detto come tipico del narratore ceco trova ampio e continuo riscontro, nel suo presunto seguace nipponico. E si aggiungono tante altre citazioni, di Bergson, di Cechov, di musicisti come Brahms e Puccini. Ma è una vicinanza ingannevole, o quanto meno “double face,” come del resto lo è la stessa realtà di Tokyo, quale mi è apparsa nelle non frequenti visite che vi ho fatto. All’esterno, e a prima vista, un muro continuo di edifici e grattacieli sembra voler attestare una piena fedeltà al modello dell’architettura occidentale, soprattutto degli USA vincitori nel secondo conflitto mondiale e da quel momento divenuti modello preferenziale per il popolo del Sol Levante, da imitare supinamente. Ma basta scantonare, aggirare quelle severe facciate, recarsi nel loro retro, e allora appariranno deliziosi giardinetti che sembrano invogliare alla meditazione, all’evasione, ai tuffi nel misticismo Zen. Così pure questo enorme romanzo pratica ad ogni passo un doppio registro. Per un verso siamo in presenza di un realismo meticoloso che non intende privarci di alcun dettaglio, sull’onda di quanto capita al protagonista principale, all’adolescente Tamura, che come vuole la sua età intende ribellarsi al padre, facoltoso e introdotto nella buona società, andandosene alla ventura con non più di un misero zainetto. Seguendolo passo passo, siamo portati a una continua documentazione di come si viaggia e si vive nel Giappone d’oggi, cercando di risparmiare soldi, di nutrirsi con poca spesa. Un turista volonteroso potrebbe adottare il romanzo come una guida per conoscere quali siano i piatti da ordinare, gustosi ma a buon mercato nello stesso tempo, e dove e come dormire. Siamo insomma in presenza di un diario improntato a un realismo minuzioso, perfino soffocante ed eccessivo. Ma da un altro lato comprendiamo che quella è solo una entrata nel labirinto, ci vengono indicate subito altre porte d’ingresso, per esempio sotto forma di un evento occulto e misterioso per cui alcuni ragazzini, condotti in un bosco in gita scolastica, vengono colti da una crisi inspiegabile che li fa entrare in un provvisorio letargo, da cui in breve si riscuotono, salvo uno di loro, tale Nakata. Inizialmente egli è il più dotato, ma da quella catalessi esce mutato in un essere menomato, privo di memoria, di intelligenza, anche se dotato di un intuito sicuro, di un istinto animalesco che gli consente, per esempio, di dialogare coi gatti. Quella magica sospensione si situa negli anni immediatamente posteriori alla caduta del Giappone nella guerra mondiale, e dunque si può sospettare un effetto deleterio esercitato da qualche “fortezza volante”. O si deve decisamente imboccare la pista della fantascienza? Ma la ricetta del nostro Murakami sta proprio in un continuo “avanti indietro”, la realtà più vile e prosaica è pronta a recuperare tutto il terreno perduto. Infatti verremo a sapere che quell’ inspiegabile “tempo morto” è stato suscitato, nei ragazzini, dalla vista delle bende del mestruo gettate via dalla loro maestra. Del resto un filo di sangue percorre l’intera vicenda. La fuga del protagonista adolescente viene assimilata a quella di un Edipo dei nostri giorni, inconsciamente sovrastato dalla minaccia sofoclea-freudiana, e dunque condannato a uccidere il padre e a congiungersi con la madre, nonché con la sorella. Si compirà questa tragica profezia? L’abilità del narratore sta nel mantenersi sempre tra il dire e il non dire. Sta di fatto che il padre, peraltro un truce individuo che si compiace di fare razzia di gatti randagi e di estrarne il cuore per cibarsene, viene ucciso con una coltellata. Ma da chi? Da Nakata, che nel suo semplicismo è divenuto il vendicatore di ogni torto, o dal figlio stesso, che aggirandosi in una foresta cade in trance risvegliandosi contrassegnato da macchie di sangue? Del resto, nella sua fuga egli giunge in un’isola felice, in una biblioteca privata, la cui direttrice però potrebbe essere proprio la madre che l’aveva abbandonato quasi in fasce, e prima ancora egli potrebbe essere stato accolto da una giovane provvidenziale con cui ha intrecciato una relazione sessuale, e potrebbe essere proprio la sorella, svanita assieme alla madre. Ma soprattutto è la “consecutio temporum” a rivelarsi ballerina, a costruite tutto un su e giù, basti dire che, nel bosco attorno alla serena biblioteca in cui ha trovato rifugio, il protagonista incontra soldati nipponici che vi si erano smarriti durante la guerra. La realtà insomma è discontinua, porosa, con tante porte d’entrata e d’uscita, e tanti “fermo immagine”. Se vogliamo rimanere alla cultura giapponese, gli effetti fornitici da Murakami ci ricordano il bellissimo film di Akira Kurosawa, “Sogni”, dove pure là un adolescente viola il divieto di guardare un corteo di santoni e ne risulta impietrito. O un ufficiale che tenta di recare in salvo i suoi soldati li perde tutti nella traversata di un tunnel, risucchiati dalle tenebre. Ma, tornando al nostro Occidente, anche presso di noi non hanno mai mancato di comparire simili circostanze “magiche”, si pensi ad Antonioni e alla sua “Avventura”, con la scomparsa per sempre di un personaggio, il che poi è stato ripetuto da Peter Weir in “Picnic a Hanging Rock”. Tra i più clamorosi interventi del magismo o irrealismo nella narrazione di questo romanzo c’è il fatto che a un certo punto dal cielo piovono sanguisughe, ma un altro regista ben occidentale come Robert Altman, in “America oggi”, nel 1993, aveva già inserito una pioggia di animali, imprevista, incongrua, estranea ad ogni legge di natura. E dunque, si dovrebbe concludere che esiste anche in narrativa una sorta di globalizzazione? Resta una differenza di numeri statistici, questi effetti, diciamo così, con termine abusato, surreali, presso di noi sono abbastanza rari, laddove nella strategia di Murakami si incontrano quasi ad ogni passo, scontrandosi abilmente con i segmenti di una realtà perfino troppo normale.
Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Biblioteca di Repubblica.

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Attualità

DOm.26-2-17 (Assemblea)

Ore 14,30. Smetto di seguire la diretta relativa all’Assemblea Pd condotta con la solita professionalità condita di arguzia da Mentana, mi pare che la cosa stia degenerando in logomachia, di cui non si intrevede ancora l’esito finale. In materia ripeto quanto osservavo nel mio domenicale precedente, trovo che sia stata una cattiva idea da parte di Renzi di avviare a ogni costo il Congresso attraverso l’atto formale delle sue dimissioni. In fondo, godeva di una eccezionale posizione di forza, come hanno testimoniato gli applausi che in Direzione hanno accompagnato le sue parole, e anche la votazione seguente, il che poi si è ripetuto poco fa anche all’Assemblea, dove gli interventi suoi e dei suoi simpatizzanti sono apparsi ben accolti, mentre molto più rarefatto è risultato il consenso concesso agli oppositori. Che cosa aveva da temere attendendo, come da regolamento, una scadenza congressuale secondo calendario, e cioè nel prossimo autunno? Pare sia caduta la velleità di anticipare pure la scadenza elettorale, che diviene impossibile, da conciliare sia con l’anticipo del Congresso, sia con le amministrative, sia soprattutto con un iter ancora oscuro e tormentoso per giungere ad avere una decente legge elettorale. Forse il timore di un cattivo esito appunto delle elezioni nei Comuni, il che avrebbe compromesso ancor più la sua posizione? Ma ragionando proprio su un risoluto avvio dell’iter verso la grande consultazione interna, occorrerebbe senza dubbio fornire garanzie agli eventuali competitori circa le regole da rispettare. E’ l’atto d’accusa mosso a Renzi da Epifani, che ha parlato a nome della minoranza, con un intervento in larga parte fuori centro, in quanto è consistito in una severa critica della condotta di Renzi sia da segretario sia da capo del governo, cosa da relegare ormai in un dossier di storia, anche se recente. Centrata invece l’osservazione che per indire un Congresso che si rispetti occorre istituire in precedenza un comitato di garanzia tale da fissare criteri validi per tutti i concorrenti. E’ questo un aspetto su cui Renzi avrebbe dovuto fornire chiarimenti, speriamo che lo faccia in chiusura. Ma, a fronte del suo silenzio su questo argomento cruciale, esso è stato affrontato da Franceschini, estensore di un chiaro intervento a favore dell’unità del partito, pronto anche ad assicurare che sicuramente si procederà alla nomina di un comitato per fissare le norme per una corretta e neutrale conduzione delle primarie. Sul finire del mio ascolto è apparsa tra le righe una possibilità che sarebbe una ingegnosa maniera di salvare capra e cavoli. Potrebbe succedere cioé che l’Assemlea respinga le dimissioni del Segretario, col che si ricadrebbe nella mia ipotesi di partenza, cesserebbe il tormentone circa la data del Congresso, troppo avvicinata o no, ragionevolmente remota così da consentire agli oppositori di prepararsi. Chissà come la cosa si chiuderà, ammesso che ciò avvenga nelle prossime ore e non ci sia un qualche prudente rinvio.

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Arte

Cattivi auspici per la prossima Biennale

Sono stati resi noti sia i criteri, sia i selezionati per la prossima Biennale di Venezia, posta sotto la direzione di Christine Macel. Prudenza vorrebbe che ci si pronunciasse solo andando a vedere il risultato, e dunque mi scuso subito per talune riflessioni negative che mi viene di anticipare, ben lieto se poi mi dovrò smentire. Ma torno a constatare le insufficienze della categoria dei “curators”, cui malgrado tutto la Macel appartiene, anche se si dichiara storica dell’arte e distante dall’ossessione per il “sempre nuovo”. Difetto di questa categoria, è una evidente sproporzione tra un ruolo che dovrebbe essere di massima concretezza e aderenza ai fatti, e invece l’enunciazione di vaghi principi generali, Che senso ha dichiarare che la prossima edizione sarà ispirata a “umanesimo, liberazione, generosità”? Conosciamo una qualche opera d’arte valida che non rispetti simili requisiti generalisti? Del resto, ammettiamolo, il direttore di Documenta non è da meno, con quella curiosa partenza da Atene, quasi che una rassegna d’arte fosse equiparabile a una Olimpiade. Chi sarà il tedoforo, pardon, l’artista che accenderà il sacro fuoco per farlo arrivare, attraverso una staffetta di altri nomi illustri, fino a Kassel? E per fortuna che in questo caso la distanza è corta, cosa succederebbe se un prossimo direttore di Documenta cercasse ispirazione dalle statue dell’Isola di Pasqua? Ma tornando alla nostra Biennale, non è un segno di presa di distanza dal “nuovismo” il fatto che i due unici nomi sbandierati in sede di conferenza stampa siano i già ampiamente messi in mostra da tutte le parti Olafur Eliasson e Franz West. C’è poi una bella e allettante sfilata di nomi, 120, molti dei quali almeno a me incogniti, ma di nuovo cadiamo nel vago quanto alle ripartizioni di tante presenze. I temi davvero cogenti del momento sarebbero il confronto tra il concettuale e un indubbio ritorno della pittura, e un’indagine sui vari modi di praticare la tanto richiesta street art, che poi si articola nel graffitismo e nel wall painting. E poi, ci sarebbe da fare una classificazione sui mille modi di darsi alla videoarte. Queste, le vie concerete di dirci “che arte fa”, piuttosto che saggiare le “dimensioni del tempo e dell’infinito”-
C’è poi il doloroso capitolo della presenza di nostri artisti. Se non sbaglio ce ne sono appena quattro, più un giusto omaggio a Maria Lai, troppo pochi. Un presidente che sappia svolgere davvero il suo compito non potrebbe rivolgere istanza al direttore di turno di prestare un po’ più di attenzione ai nostri? Si dirà che per loro c’è il padiglione Italia, e magari i nomi fatti questa volta sono anche nel giusto, ma nulla si è fatto, nonostante il coro di critiche e proteste della volta scorsa, per rivedere la collocazione della nostra presenza, ancora una volta punita dall’essere collocata alla fine dell’intera sfilata delle Corderie, nel luogo più buio e scomodo, Quando si avrà finalmente il coraggio di riportarla nel padiglione centrale, dedicandole un’ala di questo, e così pure limitando i danni del “curator” di turno?

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Letteratura

Silvana Grasso, salva “solo se c’è la Luna”

A Silvana Grasso mi lega una “lunga fedeltà”, espressa per l’ultima volta, se non ricordo male, quando è uscito “L’incantesimo della buffa”, 2011. Ora gliela confermo per l’appena pubblicato “Solo se c’è la Luna”. Del suo caso mi faccio un’arma contro certi suoi colleghi anch’essi legati a qualche regione del Sud. Se per lei si tratta di una Sicilia affocata e barocca, per Marcello Fois, Michela Murgia e Salvatore Niffoi si va invece in una Sardegna anch’essa depositaria di miti e ossessioni. Il torto di questo terzetto è di procedere per il lungo, di prendere il via con personaggi immersi in un passato ancestrale, ma portandoli poi, tappa dopo tappa, a navigare nelle nostre acque, il che produce l’effetto nocivo di una mancanza di omogeneità. Da una scrittura iniziale che si ispira appunto a motivi atavici, e ricalca la gloriosa narrativa meridionale dei tempi giusti, della stagione del verismo, si giunge invece attraverso passaggi successivi a bagnarsi in quello che, secondo il mio gergo, sarebbe un neo-neorealismo, immerso nello scenario attuale, con le sue meschinità, truffe, inganni. E’ un difetto in cui invece non incorre la Nostra, capace di adottare una modalità coerente, di adesione a un mondo siciliano visto a giusta distanza, evitando così che i fantasmi del progresso vengano a inquietarne le pagine. Ma, si dirà, non è questa la via inevitabile per consegnarsi mani e piedi legati all’inattualità, alla resurrezione di un neorealismo cui si stenterebbe ad accordare il beneficio di un secondo “neo”? La Grasso evita un rischio del genere perché scantona prontamente verso l’irrealtà, la favola, la leggenda riveduta e corretta. O per dirla in formula, dal pericolo di un realismo recidivo si svolta verso un realismo magico, che nel nostro Paese ha lunghe e gloriose radici, come dimostrerà un numero dell’”illuminista” di prossima uscita. Intendiamoci, non è che si sia in presenza di un abbandono totale di qualche radicamento in dati reali di costume, di atmosfera, questi ci sono tutti, ma prontamente corretti con rifacimenti nella chiave che si è detto. Per esempio, proprio in quest’ultimo nato domina una figura maschile improntata a una simile revisione che la purifica da ogni possibile caduta nello stereotipo. Il nome è solenne, Girolamo, e il destino abbastanza scontato. Come tanti suoi corregionali, la miseria lo ha costretto ad andarsene negli Stati Uniti, dove avviene la trasformazione del nome, ma non in Jerry, che sarebbe un cedere al mito del progresso, dell’adeguazione al codice anglosassone, bensì in una opportuna sintesi tra le due uscite, Gerri. Del resto, quando entra in scena, lo vediamo rriassumere subito la vecchia pelle isolana, anche se non manca di magnificare gli anni trascorsi a New York, dove si è fatto un buon gruzzolo e ha acquisito un “savoir faire” che ora agita contro l’indolenza degli isolani. Insomma, siamo in presenza di un perfetto connubio tra virtù antiche e nuove, manifestato anche nell’ambizione di cercarsi una moglie di buon livello, e che sia oltretutto una creatura “inutile”, a riscontro col suo efficientismo, infatti va a prendersi un soggetto perso nell’arte di effigiare statue e medagliette. Ma il tratto centrale del romanzo sta nella nascita della figlia, gravata del nome simbolico di Luna, e portatrice di una spaventosa malattia genetica per cui non può esporre la pelle ai raggi del sole, che la ustionerebbero seminandola di pustole e piaghe raccapriccianti. Gerri ha voluto crescere nella scala sociale? Eccolo punito, con una figlia simile a un fiore prezioso di serra, da tenere sempre al chiuso. Potremmo giocare sul titolo stesso del romanzo, ed applicare all’intera arte della Grasso la formula “solo se c’è la luna”, appunto a proteggerla nelle cadute di sapore neorealista. Quella malattia arcana, e diciamolo, pure, abbastanza inverosimile, è il biglietto di accesso al regno della magia, di una Alice che ha varcato per sempre lo specchio del misero verismo d’antan. Ma non basta, la fantasia della scrittrice ha sentito il bisogno di raddoppiare, cioè di porre al fianco di Luna un’altra creatura, simile e nello stesso tempo opposta. Un’esistenza così fragile e indifesa ha bisogno di assistenza continua, ma non di una badante prezzolata. E dunque il dinamico Gerri va a prendere una povera fanciulla, svenduta da una ragazza-madre, facendo di lei una sorta di sorella della figlia. Questa creatura parallela porta un nome equivoco, Gioiella, e tale è senza dubbio a livello fisico, di persona sana, temprata da povertà e fame ataviche, ma con un carattere aspro, diffidente nei confronti del mondo intero. Ecco insomma il formarsi di una coppia antitetica, Luna dalla vita precaria e notturna, ma invece di forti appetiti sessuali. Gioiella, dal canto suo, rassegnata a un destino di essere inferiore e di custode delegata, che le impedisce di amare, di avere una vita in proprio. Le due, quasi una Thelma e Louise in salsa agreste, procederanno tragicamente avvinte verso la morte. Una ulteriore virtù della nostra narratrice, oltre alle valide incursioni nel magico a livello di trama, sta anche nell’adozione di una forma di discorso indiretto libero. Non le si addice il tono dell’autore che giudica al di fuori della vicenda, farebbe fatica a giustificare queste incursioni nel magico, mentre i conti tornano se sono i protagonisti stessi a dire di sé con un linguaggio colmo di espressioni orali e dialettali, capace di andare oltre la pagina scritta. Infatti se si vuole apprezzare in pieno il valore della nostra narratrice bisogna sentirla leggere dal vivo la sua prosa, fino a sollevarla al livello di una vera e propria performance.
Silvana Grasso, Solo se c’è la Luna. Marsilio, pp. 222, euro 17.

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Attualità

Dom. 12-2-17 (dimissioni?)

Spero proprio che domani, all’Assemblea del Pd, Renzi non faccia quanto però, stando almeno alla stampa di oggi, gli viene attribuito come intento quasi sicuro, cioè il dare le dimissioni da segretario del partito. A indurlo a questa mossa sarebbe l’intento di non farsi consumare a fuoco lento e di prevenire gli avversari interni non dandogli il tempo di coagulare valide candidature avverse, come potrebbe avvenire se per un congresso si attendesse la scadenza naturale a fine anno. Ma mi sembra che la posizione di segretario del partito sia abbastanza solida, tale da permettergli di intervenire su sindaci, presidenti di regioni e province, su quanto avanza della macchina organizzativa. Peggio ancora se questa strategia di andare subito a una riconferma della carica di segretario fosse mossa dall’intento di procedere poi al più presto a indire elezioni. Si sa bene che questo è un traguardo difficile, assai contrastato. La sentenza della Corte costituzionale è venuta a sfondare una porta aperta, da tempo tutti, a cominciare dal Presidente Mattarella, proclamavano che per andare a nuove elezioni bisogna prima omogeneizzare le leggi per i due rami del Parlamento, ahimé rimasti entrambi per lo sciagurato esito del 4 dicembre. Se qualcuno legge queste mie noterelle, avrà visto che mi sono permesso di condannare gli auspici di quell’esito disastroso a una Colonna Infame di manzoniana memoria. Senza contare l’intero strascico di problemi che si porrebbero nel tentare di correre subito a nuove elezioni, come quello di avere il via libera presidenziale, di dover mandare a casa un governo amico, di mettere a repentaglio il fragile quadro della nostra economia. Di fronte a tanti guai, in cambio quali vantaggi potrebbero derivare per Renzi? IL raggiungimento del traguardo del 40%, foriero del premio di maggioranza, resta assai improbabile, e dunque, seppure gli si aprisse la possibilità di rientrare subito a Palazzo Chigi.con quali prospettive? Tentare di rinnovare un patto del Nazzareno, di andare cioè a una “grosse koalition”? Questa forse sarà l’ineluttabile necessità cui saremo condannati anche se voteremo l’anno prossimo, ma intanto si può sperare che qualche fatto nuovo muti le carte in gioco. Andare a vederle a breve scadenza sembra proprio non offrire niente di valido e di efficace. I maggiori oppositori di Renzi non sono da ricercare in D’Alema, o in Brunetta, o nei direttori dei quotidiani berlusconiani, questo ruolo ora appartiene al comico Crozza, che dalla tribuna di Sanremo ha pronunciato una spietata condanna del triennio del Nostro, ricavandone un ben magro bilancio, pari al nulla. Ecco dunque un compito preciso che si pone a Renzi, darsi da fare, in attesa di ritornare al governo, ma con in mano la segreteria del maggior partito, cercare di migliorare gli esiti dei suoi vari provvedimenti, di mostrare che non stati del tutto inutili o pari a zero.

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Arte

Migliori: un “lumen” che scava nell’opera

Fin dal 1874 si è svolto un pluridecennale “Combattimento per un’immagine”, come ebbe a definirlo il critico Luigi Carluccio in una mostra torinese, nel senso che pittura e fotografia si sono misurate, tentando di carpire l’una i privilegi dell’altra. Dapprima, e a lungo, fu la fotografia che cercò di emulare gli effetti della rivale, dimostrando che non era certo inferiore nell’acquisire caratteri “pittorici”, atmosferici e altro. Tanto che, all’inizio del secolo scorso, fu la pittura ad abbandonare la pista dell’imitazione del reale dandosi alle varie astrazioni e concrezioni. Infine addirittura, al momento della la crisi del ’68, decise di abbandonare il suo strumento principale, il pennello, a tutto vantaggio della macchina fotografica, col seguito naturale del film e del video. Ma sacrificando, in quella mutazione, certe sue doti congeniali, abbracciando anzi taluni caratteri dell’avversario, come lo “sharp focus”, e soprattutto una illuminazione neutra e diffusa, valida soprattutto per esprimere “concetti”. Alla foto, in compenso, toccava rispondere con procedimenti opposti di fuga dalle proprie ragioni costitutive, sentendosi vittima di una specie di “vergogna” dell’impressione chimica su lastra o pellicola, e il passaggio al digitale non ha mutato in sostanza la situazione. Se ora veniamo a Nino Migliori, principe di chi in tutto il secolo scorso ha maneggiato procedimenti da dirsi all’incirca fotografici, dopo una prima fase di aderenza al mezzo, lungo il solco del neorealismo, che proprio nella foto e nel cinema ha avuto i suoi punti più alti, ben presto ha capito che bisognava gettare alle ortiche il supporto tradizionale, e da allora si è messo a stampare su materiali mobili, cangianti, precari. Fino alla serie attuale, in cui, in partenza, svolgerebbe un banale compito di illustratore di sculture celebri, dalla senese “Ilaria del Carretto” di Jacopo della Quercia al “Compianto” di Niccolò dell’Arca, conservato nella chiesa bolognese di S. Maria della Vita. Ma in questi approcci Migliori si guarda bene dal ripescare certe prerogative del mestiere, come sarebbe il cogliere il monumento in toto, e con una illuminazione chiara, e in campo lungo. Al contrario, l’artista adotta in genere primi piani ravvicinati, quasi stabilendo con l’opera un rapporto di colluttazione, quasi immedesimandosi nelle mani dello scultore. E soprattutto, abbandonando un procedimento di illuminazione olimpico e neutrale, scegliendone al contrario uno violento, irregolare, baluginante. La mostra in cui ora Migliori documenta questo suo corpo a corpo con il “Compiano” si intitola “Lumen”, ma viene in mente il noto detto “lucus a non lucendo”, cioè di incontro-scontro tra opposti, in quanto si tratta di una luce avara, precaria, emergente da un indietreggiamento nei secoli, fino a ripristinare il lume di candela. In effetti, abbandoniamo il tramite di specie ottica, condotto a distanza, per valerci di un rapporto quasi di specie tattile. Le foto ricavate in modi così eccezionali documentano l’impresa di un artista che si colloca nella stessa posizione che dovette assumere il primo esecutore, mettendo le mani in pasta, con affondi, immersioni, scavi. A questo modo si perde il “totale”, viene meno l’immagine globale dei personaggi modellati, per lasciare il posto a tanti affondi locali. In un certo senso, è il trionfo della poetica dell’Informale, o di un materismo vivace, incalzante, articolato in decine di spettacoli, come se appunto l’occhio fotografico fosse stato presente al momento in cui l’artista operava, ma quasi legato proprio alle sue mani, o allacciato alla fronte, in modo da ricavare uno spettacolo aderente, destinato poi a spegnersi, a rientrare nei panni di una visione “normale”, quella che si offre a noi, “ipocriti visitatori”, avrebbe commentato Baudelaire. Da notare che un procedimento del genere Migliori lo applica anche agli esseri viventi, infatti ha avviato una serie di ritratti affidati a un’illuminazione ancor più precaria, al “lumen” di un fiammifero che solo per pochi attimi sottrae le nostre sembianze da un buio primigenio, ma poi gliele restituisce, come corpi che affondano nelle tenebre di un oceano.
Nino Migliori, “Lumen”, a cura di Graziano Campanini e Eugenio Riccomini, Bologna, Complesso monumentale di S. Maria della Vita, fino al 23 aprile. Cat. Editrice Quinlan.

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