Arte

Trini: un mezzo secolo ben presentato

Ricevo da Tommaso Trini “Mezzo secolo di arte intera”, raccolta dei suoi scritti dal 1964 al 2014, come spiega subito un sottotitolo. E’ doveroso da parte mia parlarne, puntando su tre motivi, oltre a tanti altri suscitati dal libro. In primo luogo, c’è da chiedersi se sia giusto pubblicare nel rispetto di un ordine cronologico interventi successivi magari su un medesimo artista, o se non sarebbe meglio rifonderli in un saggio integrale, approfittando anche della possibilità fornita dal computer di riscrivere senza procedere alla pratica noiosa del dover ribattere parola per parola. E’ un quesito che mi sono posto io stesso quando, molto tempo fa, ho raccolto sotto una triade di concetti, “Informale oggetto comportamento”, una analoga mia serie di articoli stesi a caldo sul filo delle occasioni, ma già allora mi sono giustificato osservando che è pur sempre significativo andare a vedere in quale momento si sono fatte certe affermazioni, magari in seguito modificandole. Ne viene cioè un quadro assai veritiero delle situazioni in atto, viste da vicino e scommettendo sul futuro. Siccome Trini una silloge del genere non l’aveva fatta prima, è stato del tutto autorizzato a farla ora. Tano più che in tal modo può raccogliere i suoi contributi affidati, subito al nodo cruciale del passaggio tra tardi ’60 e primi ’70, alla rivista “Data”, suo massimo sforzo editoriale condotto assieme alla moglie, troppo presto scomparsa con rimpianto unanime. “Data” ebbe il merito di chiamare a raccolta le migliori forze critiche allora in campo, unendo i nuovi arrivati, come lo stesso Tommaso, assieme a Germano Celant, e qualche altro più anziano già attivo da qualche tempo. Col che, siamo al secondo motivo di grande interesse del presente libro, il poter svolgere una riflessione sul peso delle generazioni sull’andamento dei fatti dell’arte. A dire il vero, tra l’autore, nato nel ’37, e me stesso, del ’35, e Enrico Crispolti, del ’33, lo scarto è minimo, eppure è stato di grande peso, tracciando quasi una linea divisoria. Crispolti, e i sopraggiungenti Menna e Boatto, e io stesso, per effetto di quel minimo anticipo di anni, ci siamo cimentati in primis sull’Informale, mentre Trini, assieme a chi come lui è arrivato immediatamente dopo, Celant, 1939, non si è occupato affatto dell’Informale. Ora, in questa silloge, trovo solo un tardo scritto su un protagonista di quella stagione, Vasco Benindi. La conseguenza è stata che l’accoppiata Trini-Celant si è trovata a poter intervenire con forze fresche, partendo quasi da zero, sulla situazione sessantottesca, Arte povera e affini, laddove noi, più anziani anche se di poco, ne siamo stati sorpesi e abbiamo dovuto procedere a una rapida riconversione. Trini in quel momento è stato generoso nel reimbarcarci, al che ha funzionato molto bene proprio la rivista “Data”, laddove Celant ha tenuto un cammino sprezzante e solitario. In particolare, io devo essere grato a Tommaso per avermi dato una mano quando, organizzando a Bologna la mostra “Gennaio 70”, muovevo proprio al recupero di una situazione che aveva rischiato di sfuggirmi di mano, e fra l’altro fu prodigo di un eccellente suggerimento, consigliandomi di attrarre i renitenti Poveristi a partecipare a quella mostra agitando ai loro occhi lo specchietto di allodole del ricorso a un precoce uso della videoarte, Devo dire, a mia auto-lode, che fui pronto ed entusiasta nel seguire questa via, accettandola in pieno, ed essendone ancora oggi un cocciuto praticante attraverso gli appuntamenti annuali del “videoart yearbook”. Del resto, la pervicacia è uno dei miei tratti tipici, dopotutto non fui completamente impreparato allo scoccare della temperie del ’68, mi era possibile rimettere sul fornello della cottura la categoria dell’Informale con cui ero nato, con un pronto adattamento, connotandola con l’aggiunta di un aggettivo, parlando cioè di un nuovo Informale da dirsi freddo o tecnologico, e mettendolo subito da parte la fase di mezzo, improntata al nume dell’oggetto, ovvero alla Pop Art e dintorni.
Il lieve scarto cronologico tra noi fa sì’ che in queste vivaci testimonianze di Trini non ci siano, se non sbaglio, contributi appunto ai momenti dell’Informale e dell’oggetto, tranne, in quest’ultimo caso, gli articoli dedicati a Pistoletto e a Gilardi. Ma poi il critico allunga i tiro e passa a seguire la nuova ondata, nel che è stato del tutto paritetico a Celant, ha gli stessi titoli di merito, ma forse un meno di tenacia e di capacità organizzativa, mentre il suo compagno di via ha manifestato le perfette doti di una sorta di amministratore delegato dell’Arte povera società per azioni, facendosene il solerte sostenitore, col merito, bisogna riconoscere, di aver continuato impavido per quella strada anche quando a metà dei Settanta è scattata la “mode rétro”, e quasi tutti i Poveristi si erano ridati alla pittura.
Se si fa appunto un discorso di capacità organizzativa, di tenacia nel sostenere una causa, nel promuoverla come si farebbe con un prodotto commerciale, Celant vince la partita tra i due, ma se si parla invece di qualità di scrittura, è l’altro che vince. Accanto al riconoscimento di una imperturbabile coerenza di rotta, ho dovuto deplorare il linguaggio critico di Germano, privo di palpiti, di emozioni, simile a chi stende un ricettario medico-farmacologico, con totale aridità di termini. Non sono un sostenitore della causa che il critico sia a sua volta un creatore, ma non deve neppure essere un compilatore di referti neutri, impassibili, schiacciati sotto un super-tecnicismo, cosa di cui appunto Celant dà ora ampia prova nelle noterelle stese sull’”Espresso”. Mentre su questo versante Tommaso ha le carte pienamente in regola, l’esatta collocazione stilistica è sempre condita con espressioni giuste, colorite, capaci di rendere il senso, la capacità di seduzione dell’opera, attraverso secchi, sintetici giudizi che però non sono mai distaccati, astratti. Mi limito a fornire qualche esempio, che del resto potrebbe essere ricavato da ciascuno di questi scritti. Zorio, “come monta la collera”. Fontana: “dall’opulenza alla negazione”, col grande merito di non lasciar cadere la stagione barocca dell’artista. Manzoni, “l’esistenza nuda da conquistare”. Paolini: “linguaggio enigma”. Warhol: “ritorno al culto delle apparizioni”. E dunque il percorso, pur nella pertinenza dei vari referti, è anche gratificante, cerca una opportuna compensazione tra la mente e i sensi.
Tommaso Trini,”Mezzo secolo di arte intera”, a cura di Luca Cerizza. John & Levi, pp. 354, euro 23.

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Letteratura

Tarabbia: una cronaca troppo passiva

Continuando nell’esame dei concorrenti al Premio Campiello, mi occupo ora del “Giardino delle mosche” di Andrea Tarabbia, un romanzo che, per arrivare subito alla conclusione, metterei al terzo posto in una graduatoria di merito, dopo Doninelli e Vinci. Ma soprattutto, mi colpisce il fatto che quest’opera ripresenta, e anzi ingigantisce un fenomeno riscontrabile sia nella Vinci, sia anche nel vincitore dello Strega, Edoardo Albinati, con la sua “Scuola cattolica”. E’ un fenomeno che mi ricorda lo stratagemma cui ricorre Giamburrasca, al momento di cominciare a stendere il suo proverbiale “Giornalino”. Preso dallo sgomento davanti alle pagine bianche, pensa di riempirle andando a ricopiare quando ha visto scrivere nei rispettivi album dalle sorelle più mature. Fuor di metafora, questi narratori, per fare grande, e diffidando della capacità di riempire le pagine con ricorso all’attualità, a una analisi esistenziale e piscopatologica degna dei nostri giorni, sono andati a prendere storie efferate fornite dalla cronaca, non riuscendo a cucirle con pagine autentiche, rivolte a fare i conti davvero con la problematica ora al centro dei nostri interessi. Albinati è andato a inserire la cronaca dell’efferato delitto del Circeo, la Vinci ha saccheggiato i referti di un crudele trattamento dei poveri alienati che si faceva in un nosocomio su un’isola della Grecia, e in definitiva lo stesso Doninelli si è valso di un divaricatore, rispetto agli ottimi referti su stati d’animo della nostra attuale situazione, andando a immaginare una catastrofe cosmica che si abbatterebbe sulle sue brave formiche indaffarate a vivere i loro drammi a una scala giusta. Purtroppo Tarabbia, su questo fronte, è il più estremista fra tutti, va a pescare negli annali la truce vicenda di un serial killer attivo negli ultimi anni della Russia sovietica, tale Andrei Cikatilo, autore, a quanto pare, di una settantina di delitti del tutto immotivati. Sarebbe come il caso di un Giamburrasca che non la smette nel ricopiare i dati altrui, non sperimentati in proprio, si sa invece che l’eroe adolescenziale a un certo punto ce la fa, a darci efficaci testimonianze personali, e in definitiva di questa medesima interruzione da una semplice opera di copisti di brutture registrate agli atti, anche i tre sopra nominati risultano capaci, il che li salva, dà respiro e validità ai loro rispettivi componimenti, mentre Tarabbia ci resta dentro, non ne esce a riprendere aria, a respirare un minimo di atmosfera in regola coi nostri anni. Il che determina il mio giudizio di inferiorità rispetto ai suoi concorrenti. Sia ben chiaro che non sono certo un lodatore di una narrativa che scorra via affidata a una piattezza e monotonia di banali vicende quotidiane, divrsamente non sarei un sostenitore di Ammaniti, di Covacich, di Brizzi, ma in loro il dramma, anche se cupo, anche se ripugnante, nasce dall’interno, per forza endogena, ovvero è lo stesso banale scenario della esistenza tale e quale a suscitarlo. Invece, andarlo a desumere di pari peso da orribili vicende già registrate agli atti, questo è il torto, l’errore, l’espediente non accettabile.
Anche se, dato questo torto incancellabile di partenza, bisogna riconoscere che Tarabbia ci sa fare, sia nel delineare la psicologia dell’assassino, che cela accuratamente ai familiari, e anche a se stesso, questa natura belluina all’improvviso emergente in lui. Perfino divertente è la furberia e solerzia con cui egli difende la sua onorabilità di perfetto “compagno”, rispettoso di quanto richiesto dal codice morale del regime sovietico, colto nei suoi ultimi tempi di esistenza. Plausibile, ben congeniata, l’anamnesi che ci spiega i vari traumi attraverso cui questo cittadino in apparenza modello giunge a concepire il suo volto diabolico. Perfetta la lucidità con cui i singoli delitti vengono ricostruiti, seguiti passo passo, anche negli abili tentativi dell’assassino di nasconderli, alla osservazione degli altri, e perfino a se stesso, data la doppiezza costitutiva della sua psicologia. Ma l’esercizio, per quanto ben condotto, pecca di gratuità, soffre di un dostoevskismo in ritardo, senza più la giustificazione di una eroica rivolta etica. Resta una pura collana di orrori fini a se stessi, anche se impeccabilmente esposti.
Andrea Tarabbia, Il giardino delle mosche, Ponte alle Grazie, pp. 126, euro 16,80.

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Attualità

Domenicale 21-8-16 bourkini

Un tema di attualità, anche se di portata leggera rispetto all’incombere di ben più gravi drammi, è quello del bourkini, se sia lecito o no alle donne di fede mussulmana portarlo in spiaggia. Dico subito che mi schiero con Hollande e la Merkel nel pronunciare un fermo divieto, se non altro per ragioni di buon senso. Esiste il motto “à la guerre comme à la guerre”, cui pare ragionevole che si possa far eco con un “á la plage comme à la plage”. Si tratta di un rito di natura igienica che implica di esporre al sole e all’acqua marina quanta più pelle si può. Se invece questa viene coperta, la cosa rende inutile la stessa pratica di quel comportamento, e se certe donne non accettano di esporre le loro epidermidi, sarebbe più sensato che rinunciassero del tutto a quell’operazione, ovviamente non obbligatoria. Si noti che lo stesso “senso comune del pudore” interviene in materia, per esempio vietando che l’esposizione del corpo giunga a un nudismo estremo, arrivando tutt’al più ad ammettere il monokini, ovvero l’esposizione del seno, ma perfino su questo punto si sta notando una marcia indietro, la cosa sta diventando rara. Fra l’altro, le stesse donne affezionate al bourkini dovrebbero ammettere a quale rischio si espongono, di subire attentati da parte di estremisti di destra. A nulla vale come criterio discriminatorio rivolgersi alla loro volontà, verificare cioè se l’accettazione dell’indumento protettivo corrisponda a una libera scelta o invece a una costrizione da parte dei maschi della famiglia. Si sa bene che divieti di tale natura possono facilmente venire introiettati, accettati passivamente.
Degno di nota il fatto che in difesa della liceità del bourkini sia intervenuto l’ineffabile Monsignor Galantino, rappresentante della gerarchi vaticana. In effetti si dà una perfetta concomitanza tra la religione cattolica e quella mussulmana nel reprimere il più possibile le libere manifestazioni del corpo femminile, il che avviene per il fatto che entrambe le religioni sono state partorite nel quadro di civiltà fondate sull’agricoltura, le quali comportano inevitabilmente il maschilismo, compendiato nella sciagurata espressione “auguri e figli maschi”, dato che per la lavorazione dei campi occorrono braccia muscolose, un po’ meno per il lavoro in fabbrica. Infatti è stata la civiltà basata sull’industria che ha portato al riscatto della donna, seppure per gradi molto lenti, e al contrario a una laicizzazione progressiva della società, a un abbandono delle pratiche religiose. In fondo, le proibizioni ancora emesse dall’Islam nei confronti della donna non sono molto diverse da quelle che, fino a poco tempo fa, anche le nostre famiglie del Sud imponevano alle loro figlie. Questo carattere discriminatoria della femmina rispetto al maschio è ancora vigente nella Chiesa cattolica, che proclama la parità dei sessi, ma poi impedisce alle donne di adire al sacerdozio. Solo ora tenta qualche timido passo in questa direzione, ma concedendo, semmai, un accesso al diaconato, e anche questo passando per una fase di studio. In fondo, se la fede cattolica potesse seguire la sua vocazione, vorrebbe anch’essa che le donne andassero al mare in costumi il più possibile castigati.
Passando a tutt’altro fronte, vorrei qui stigmatizzare le dichiarazioni di Vasco Errani, che tenta di conciliare il sì e il no al prossimo referendum. Questa non è materia di discussione per la semplice ragione che il tema stesso della riforma costituzionale offre solo un pretesto ai post-comunista per erigere una barriera contro Renzi e, se possibile, mandarlo a casa, e così sconfiggere una volta di più l’odiata e tenuta rimonta della socialdemocrazia. Questa la vera molla che è anche al centro dell’opposizione dichiarata dall’ANPI, da una associazione che da sempre si è presa per intero il vanto di aver condotto la Resistenza, beninteso tutta incentrata sui sacri parametri del comunismo, ora messi in discussione dalla famigerata setta dei “socialtraditori”, di cui l’odiato Renzi ora è il vile e esecrabile esponente, da combattere con tutte le armi.

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Arte

Una lezione magistrale di Bernard Aikema

Da una quarantina d’anni passo il mese d’agosto a Cortina d’Ampezzo, dove ho tentato di rilanciare il mito degli incontri che, negli ultimi decenni del secolo scorso, si tenevano al Grand Hotel Savoia, dove comparivano regolarmente, tra gli altri, personaggi come Domenico Porzio e Giancarlo Vigorelli, e a fare gli onori di casa regnava già allora un ottimo presentatore di libri, Ennio Rossignoli. In collaborazione con lui, svolgo in ogni mese d’agosto un programma limitato di conferenze, che si valgono anche della collaborazione di sua moglie, Giovanna Coletti, amministratrice comunale a Pieve di Cadore dove ha abilmente messo a frutto il luogo natale di Tiziano creando un Centro Studi nel suo nome. Figura dominante, in questo Centro, lo storico dell’arte olandese, ma saldamente impiantato nella nostra università, a Verona, Bernard Aikema, che viene ogni anno a tenere appunto in quell’Hotel delle lezioni davvero magistrali. Ed è proprio dell’ultima, di venerdì scorso 12 agosto, che ora voglio parlare, dedicata a Albrecht Dürer, di cui lo studioso italo-olandese si appresta a organizzare un’ampia mostra al Palazzo Reale di Milano, prevista per gli inizi del 2017. Della sua eccellente conferenza, voglio qui ricordare e commentare alcuni punti salienti. Col suo piacevole senso dello humour, il nostro studioso ha messo in evidenza una ironica contraddizione. Il regime hitleriano aveva fatto di questo artista il perfetto rappresentante della nobiltà della razza germanica, ma in realtà il padre era di nascita ungherese, il che offre una eloquente smentita, per fortuna, del mito dei valori del sangue. Più importante, invece, la stessa professione del padre, di orafo, da cui viene sicuramente il segno tagliente e acuminato di cui Dürer ha fatto uso in tutta la sua carriera. Altro tratto saliente, il suo impulso a saltare fuori da uno statuto artigianale, quale conveniva all’attività paterna, per sollevarsi ai fastigi di una condizione di umanista. Lo testimoniano i due splendidi autoritratti che ci ha dato, sul finire del ‘400, presentandosi frontalmente a noi, e col coraggio di firmare, di affermare la sua personalità. Con pieno possesso dei dati filologici, Aikema cancella un preteso primo viaggio a Venezia, sempre sul finire del ‘400, mentre non ci sono dubbi circa la sua presenza nella Serenissima attorno al 1505, a lanciare un guanto di sfida contro l’esercizio del Rinascimento “more italico”. Ma questo è il centro del problema. In merito riaffermo quello che è un mio tema ricorrente, è l’ora di farla finita con un termine sfocato e generico come quello di Rinascimento, che si estende a dismisura a coprire ben due secoli, il Quattro e il Cinquecento, e che poi risulta mendace, in quanto i molti artisti di quel lungo tempo vanno ben oltre la classicità greco-romana, inaugurano invece la modernità, come del resto molto bene ci insegnano i manuali scolastici. E dunque, facciamone una questione di modernità, che proprio grazie al campione tedesco si svolge in due potenti modalità, quella nordica, e l’altra, non diciamo italica, in quanto dobbiamo distinguere la parte del nostro Paese che segue l’insegnamento dureriano, nelle province del Nord, quelle da lui stesso frequentate, e invece l’esercizio molto diverso che si impone, ma solo nel triangolo Firenze-Roma- Venezia, e che ha ovviamente in Giorgio Vasari il grande interprete o addirittura legislatore a posteriori, in cui rientra anche una precisa e motivata condanna della via tedesca. Il Vasari italianizza il nome del tedesco in Duro, ma forse lo fa con malizia, dato che sta proprio nella durezza del segno il tratto distintivo tra le due modernità, e lo scontro si consuma in modo drammatico proprio a Venezia, dove Dürer porta la pienezza del suo stile affidandolo alla “Madonna del Rosario”. C’è senza dubbio un tramando, dalla maestria di un Bellini, in quanto anche in quella tavola al centro si erge un baldacchino che viene proprio dalle opere belliniane, ma poi la scena è affollata, gremita di personaggi, per la buona ragione che Dürer vuole avere occasione di sviluppare la sua abilità ritrattistica, riempire lo spazio, allontanare, proscrivere i valori atmosferici. Questi invece sono particolarmente ricercati dalla versione vasariana del moderno, e la Pala giorgionesca di Castelfranco ne è la versione perfetta, anche se prima del tempo. Appena due personaggi, accanto al trono della Madonna e Bambino, ma proprio per dare via libera all’abbraccio di un cielo vasto, che smussa in confini lineari. Dürer al contrario, puntando sulla sua superiore capacità grafica, non vuole concedere nulla alla forza stemperante, ammorbidente dell’aria, la espelle, niente deve impedire che si dispieghi il segno duro, metallico, separante. Venezia è il teatro di quello scontro epocale, che costituisce anche la chiave di volta per intendere a dovere lo svolgersi delle due modernità contrapposte. Il giovane Tiziano non è esente dall’apprendere qualcosa, dal maestro d’oltralpe, in una giovanile xilografia, che però resta un unicum, in quanto ben presto il Vecellio si erge a campione del tonalismo, vuole cioè che i corpi si intridano di atmosfera, e che i colori celebrino il grande matrimonio tra la carne e quanto la circonda e sfuma. La vittima illustre di questo scontro titanico è Lorenzo Lotto, nato proprio sulla Laguna, ma, nel suo primo tempo trascorso in provincia, è sottoposto a una precisa attrazione dell’insegnamento dureriano, che dunque si porta dietro e cerca di imporre a Venezia. Ma alla fine la Serenissima adotta appunto la maniera tipica del Centro Italia, e mette in fuga il Lotto, per lui non ci sarà audience, committenza, in quella città, dovrà andare a cercare miglior fortuna risalendo verso i territori nordici, a cominciare da Bergamo, oppure discendere la costa adriatica, per andare cercare luoghi in cui la maniera moderna “more vasariano” non sia ancora giunta, come Recanati e Loreto. Però, nonostante questa strategica partizione, la modernità resta un valore unificante, per esempio nella pratica del paesaggio, intinto di valori allegorici, una partita che accomuna Dürer, Lotto, e il Giorgione della “Tempesta”, come Aikema ha dimostrato assai bene della sua conferenza. Però in proposito scatta più che mai la biforcazione, i paesaggi dei primi due, inutile dirlo, restano duri, metallici, inossidabilu, laddove la variante giorgionesca affonda quasi in un anticipo di “plein air”, attraversa i secoli, si spinge in avanti, fino quasi a toccare l’ultimo episodio della modernità, l’Impressionismo.

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Letteratura

Doninelli: come complicare le cose

Riprendo, in vista dell’assegnazione del Premio Campiello, il gioco del tutto privato e gratuito di valutare i titoli dei concorrenti a piazzarsi nella corsa in atto. L’ho fatto, ma a bocce ferme, per lo Strega, commentando il vincitore Albinati in un articolo di prossima uscita sull’”Immaginazione”. In merito al Campiello, su questo stesso blog, nell’aprile scorso, ho valutato la concorrente Elisabetta Rasy, che temo risulti la vincitrice finale, sia per le misteriose protezioni che ne hanno assecondato la carriera, sia per il carattere “narratively correct” della sua storia, di due brave giovinette che vanno alla Grande Guerra da crocerossime, ma come le loro simili potrebbero andare a frequentare un college, praticando anche, aggiunta quasi d’obbligo, un legame lesbico. Sempre sull’ ”Immaginazione” ho pure esaminato l’opera in corsa di Simona Vinci, scrittrice a me cara e spesso sostenuta, non del tutto in questo caso, in quanto si è immersa in una truce storia di privazioni e persecuzioni in cui non compare la luce di una attualità rivolta a esaminare i nostri casi di psicopatologia del quotidiano, o di ordinaria follia, senza scantonare in un viaggio dedicato a follie e sciagure di altri tempi. Col che siamo già in materia, in quanto il romanzone di Albinati, accettabile per gran parte perché rivolto anch’esso a esaminare i casi di una nostra, e sua quotidianità, vista con una lente d’ingrandimento, poi insinua in modo indebito il caso assurdo e fuori misura del delitto del Circeo. Qualcosa del genere succede anche nel romanzo di Luca Doninelli, “Le cose semplici”, che dichiarerei senz’altro il più meritevole di vincere, se non fosse gravato di scompensi simili a quelli riscontrabili sia in Albinati che nella Vinci. O diciamo anche che l’autore è il primo a contraddire il suo titolo, ovvero a rendere le cose tutt’altro che semplici, anzi, complicate oltre misura, forse anche in questo caso per la pretesa di accumulare una montagna di pagine, più di 800. Eppure, sarebbe bastato che Doninelli si accontentasse di una testimonianza a proposito dei guai della nostra comune esistenza, quali vengono sperimentati da Dodo, il suo eroe. Abbiamo sequenze assolutamente valide relative alla morte dei suoi genitori, e c’è un profilo del tutto convincente circa le nevrosi riscontrabili nella sorella Martina. E anche il tema centrale, l’incontro parigino con Chantal, ragazzina-prodige, nella matematica, volto fresco, credibile, pur nel suo arduo destino di genio precoce, viene svolto in modo attendibile, fino al matrimonio tra i due, con relative difficoltà di inserimento nelle rispettive famiglie, e viaggi incrociati proprio tra Parigi e Milano. Ma all’improvviso anche Doninelli decide di inserire nella sua vicenda una componente eterogenea, andando a visitare un filone senza dubbio suscettibile di buoni esiti, come quello della catastrofe incombente sul nostro pianeta. A un certo punto, non ci è detto bene perché, non lo saprebbe dire neppure l’autore, sta di fatto che tutto va a catafascio, e i due freschi innamorati vengono crudelmente separati. Lei ha ottenuto un prestigioso incarico in una università a New York, lui la segue, poi prende un congedo che crede provvisorio da lei, ma si apre l’enorme falla indefinita, e dunque i due restano separati per un lungo tratto di tempo. Il che senza dubbio è favorevole alla incontenibile bulimia di Doninelli, in quanto la sua storia biforca, egli può inseguire alternativamente i fatti dell’uno e dell’altra, e ancora una volta, se dimentica l’abusivo impianto catastrofico, e insegue al solito le nostre nevrosi quotidiane, ottiene pagine “semplici”, credibili, incisive, un po’ meno se insiste nel far aleggiare lo schema della catastrofe. Nel percorso che le due anime gemelle sono costrette a compiere separatamente, entra anche la nascita di figli da una parte e dall’altra, Dodo, nella solitudine imposta dalla crudele separazione, si fa un altra compagna, da cui ha un figlio, mentre Chantal mette al mondo un ultimo frutto dell’amore regolare col coniuge a lei sottratto dalla forza degli eventi. Siamo alle solite, quando non compare il divaricatore artificioso e arbitrario delle due vite obbligate a scorrere in parallele, tutto procede in termini accettabili. Ma perché L’Autore non si è limitato a svolgere “semplicemente” il tema delle difficoltà che al giorno d’oggi gravano comunque sulla vita di una coppia, nell’alternarsi dei momenti di piena intesa con altri di offuscamento o cessazione dei rapporti? Comunque, come detto in partenza, a conti fatti, se fossi giurato al Campiello, cosa che mai capiterà, non esiterei a dare il mio voto a quest’opera, anche al confronto con quelle di Bertante e Tarabbia che andrò a valutare nei prossimi appuntamenti.
Luca Doninelli, Le cose semplici, Bompiani, pp. 838, euro 23.

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Attualità

Domenicale 14-8-16 Sanders

Abbiamo ancora negli occhi le scene della Convention dei Democratici negli USA, dove è stata intronizzata Hillary Clinton a sfidare l’orrida minaccia di Trump. In quell’occasione il suo principale avversario nelle elezioni nei singoli Sates,, il senatore Sanders, che pure aveva cercato di ostacolarle la marcia, ha fatto un bellissimo gesto, quale richiesto a chi ha la democrazia nel sangue e ne accetta i valori profondi, cioè ha dichiarato di appoggiare da quel momento in poi la candidatura dell’avversaria e di combattere al suo fianco nella lotta contro il nemico comune. Questo anche se a suo favore sopravviveva una frangia di sostenitori pronti a protestare contro la vincitrice, cioè a calpestare le regole della democrazia, offrendo quindi allo sconfitto un ottimo pretesto per resistere testardamente, cosa cui con grande fair play il soccombente si è rifiutato. Ricordo questo caso per far risaltare la differenza estrema coi fatti di casa nostra, dove una sinistra di eredità post-marxista non ha per nulla la democrazia come valore intrinseco, ma anzi ritiene che sia suo dovere combattere in tutti i modi e fino all’ultimo l’eventuale avanzata dello spettro della socialdemocrazia, il mostro da abbattere in ogni caso e con tutte le armi, non esitando a nuocere alla stessa causa comune, all’insegna di un tipico “muoia Sanson con tutti i Filistei”. In proposto, Renzi ha avuto pienamente ragione quando di recente ha osservato che non si fa un congresso ogni giorno, e che appunto bisogna accettare la logica della democrazia, e il referto dell’imporsi di una maggioranza, cosa che gli Speranza e D’Alema e Cuperlo non riconoscono, non accettano, protestando ad ogni ora del giorno, mettendo a rischio l’esito stupefacente e mirabile di un partito socialdemocratico alla guida del nostro Paese, come la loro schiatta non è mai riuscita a ottenere. Ma non importa, bisogna combattere, distruggere l’odiato avversario, non accettare il suo imporsi con le armi della democrazia, non attendere un prossimo turno elettorale, la macchia insopportabile è da cancellare subito, qui e ora, costi quel che costi.

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Arte

Chagall: una mostra superflua

Una mostra di ben 265 opere di Marc Chagall al Forte di Bard, il luogo suggestivo posto all’ingresso della Val d’Aosta (correttamente recensita da Francesco Poli sulla “Stampa”) induce a due ordini di riflessioni. La prima riguarda il procedere disordinato della pletora dei nostri centri espositivi locali che insistono a pigiare sui medesimi tasti, replicando a oltranza la proposta di autori massimi o medi, non curando di cadere in repliche fastidiose e inutili. Argomento però da riservare ad altra occasione, relativa alla mala gestione del nostro sistema espositivo, su cui dovrebbe intervenire il ministero di competenza impostando un comitato di lavoro capace di procedere a concordanze ed economie di calendario. Ora però voglio insistere su un altro aspetto, cioè sul fatto che questa pletora di richiami in scena di sacri Maestri del primo Novecento è quasi inversamente proporzionale a un loro graduale decadimento e stanchezza, rivelatisi col passare degli anni. E Chagall è un esempio tipico di questo venire meno dell’indubbia originalità degli inizi, cui fa seguito una ripetizione stinta, accompagnata anche da una inflazione dei motivi, eccellenti in partenza, ma poi divenuti degli stereotipi, pronti ad assieparsi sulla tela, o più ancora sulle pagine di applicazioni grafiche, cui non è stato certo estraneo l’interesse commerciale di chi troppo presto ha accettato di fare un uso minore di se stesso. Accanto a Chagall, in una triste graduatoria del genere, metterei Mirò, e magari gli stessi pesi massimi Picasso e Matisse, il primo, magari, salvato da un suo compiacente estro per il mostruoso, per una eccezionale bravura accademica, l’altro sorretto da una grazia “giapponese” che però si fa via via più languida e rarefatta. Naturalmente un simile calo di qualità riguarda anche gli Italiani. Proibito, direi, replicare i Sironi e Severini, e magari anche Carrà e De Pisis, beninteso senza nulla togliere alla loro eccellenza quando compaiono “come si deve”, in retrospettive di ampio respiro e ben condotte. Ci sono però le eccezioni, tra cui, presso di noi, quella di Morandi, di cui non sono certo ammiratore incondizionato per una sua politica della parsimonia, simile alla condotta che teneva in vita, ma si deve pur riconoscere che ha cercato fino alla fine di svolgere un interessante gioco di varianti, senza mai cadere nell’ovvio e prevedibile. All’estero, un uguale riconoscimento di sperimentazione fino alla fine può essere accordato a Klee, e non invece a Kandinsky, suscettibile anche lui del rischio di essere sottoposto a stanche rievocazioni, su capitoli ormai conosciuti a memoria. In proposito posso difendere la mia stessa categoria di critici e storici del contemporaneo, che non si sono lasciati prendere da questo andazzo stanco e conformista. Abbiamo saputo accordare a Marcel Duchamp tutto il suo merito di strenuo ricercatore fino all’ultimo, e magari gli abbiamo contrapposto un De Chirico, strenuo anche lui ma in senso opposto, nel frequentare i bassifondi, cioè nel bere fino all’ultima feccia nel calice del “cattivo gusto”, fino a saltar fuori dall’altra parte e ritrovare il sereno. Invece il limite dei suoi compagni di strada è di aver mantenuto una coerenza, ma sempre più incerta e flebile, nelle loro pur valide mosse iniziali.
Tornando a Chagall, nei suoi periodi buoni, cioè nei primi tre decenni de secolo scorso, gli si deve riconoscere una magnifica capacità di fondere un mondo di leggende, tradizioni, miti ancestrali, legati all’universo dello chassidismo, cioè della mistica ebraica, fatto di catapecchie affondate in un eterno inverno russo, ma vivificate da fiammate fisiche e psichiche, da arcani fenomeni di levitazione, di misteriosi rabbini che si levano a volo, il tutto poi rivisto, a Parigi, innestando sulle mosse arcaicizzanti gli schemi duri, aguzzi di un cubismo pronto ad assecondare i voli dello spirito. Il tutto presentato in manifestazioni robuste, corpose, fortemente plastiche. Poi questa sostanziosa inflazione di materia, a consolidare le forme, a dare corpo alle immagini, a evitare che se ne stessero troppo volatili a fluttuare nello spazio, gradualmente è venuta meno, l’artista si è affidato a un esercizio manuale che ha scarnificato le apparizioni, riducendole a una popolazione di insetti svolazzanti, sciamanti nel vuoto, proprio come mosche imprigionate nel chiuso di una bottiglia, cui all’improvviso si concede di uscir fuori allo scoperto, pronte a picchiettare con macchie piacevolmente cromatiche il tratto di superficie da riempire, ignorando le sapienti pause, i vuoti strategici presenti nei capolavori giovanili.
Di fronte a questo calo incontenibile e irrimediabile dei Maestri, devo dire che trova tutta la sua importanza l’entrata in scena di figli o nipoti che magari hanno ripreso quegli impianti in partenza sicuri, ma dando loro nuova vita, nuova energia, e così sono saltati fuori tutti i tratti di un secondo Novecento, chiamati a un’impresa quantitativa, di allargamento, di ingrandimento, su cui non mi stanco di insistere. Mirò e Chagall sono rivissuti nell’Informale e nell’Espressionismo astratto, per non parlare di Duchamp e di De Chirico che sono stati riconosciuti alla testa di altrettanti percorsi ancora aperti, ma a patto di condurli allargandone le sponde. Forse il tutto rispecchia il mistero biologico, è quanto avviene in natura attraverso il meccanismo della riproduzione. I genitori, ben sapendo di invecchiare e di andare verso l’estinzione, devono riuscire a trasmettere i loro “geni” a una nuova ondata di figli, che risultino capaci di mostrarsene degni e di estenderne l’esercizio. Ma i tanti centri espositivi del nostro Paese dovrebbero capire anch’essi il compiersi di questo tramando, di questa staffetta, e dunque smetterla di insistere monotonamente a celebrare una popolazione di morituri, forse in qualche misura consapevoli che il loro tempo stava ormai cessando, e gli restava solo da raccogliere tardi oneri, e alte rimunerazioni di mercato a compenso delle pene sopportate in gioventù, quando erano davvero inventivi e sperimentali.
Marc Chagall, a cura di Gabriele Accornero, Forte di Bard, fino al 13 novembre.

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Letteratura

Forni: moltre frecce all’arco

Ho letto con interesse l’esercizio narrativo di Guglielmo Forni Rosa, mio collega ai tempi di una comune docenza del corso di filosofia presso l’omonima Facoltà di Bologna, da cui poi io mi sono allontanato imboccando il ramo dell’arte, ma coltivando anche vecchi amori e interessi, di cui questo stesso blog è chiara dimostrazione, mentre lui ha professato fino al pensionamento le materie filosofiche, ma praticando pure, e con notevole efficacia, il sentiero parallelo della narrativa. Ecco ora questa prova, “Dopo la città”, non romanzo, forse racconto lungo, o meglio ancora repertorio di varie possibilità, affrontate con maestria, ma col limite, questo il rimprovero, o la constatazione, cui mi sento di approdare, di essersi sempre arrestato a un certo punto, indeciso su quale via imboccare con risolutezza. A tutta prima saremmo in presenza del genere fantascientifico, infatti la vicenda si svolge in una immaginaria metropoli, Phoenicia, ma investita, nel 2060, da una catastrofe non ben precisata, fra l’altro con l’annuncio tra le righe dell’avvenuto crollo, poco tempo prima, dell’Unione Europea. Le tracce dell’antica grandezza metropolitana sopravvivono in una selva di grattacieli, ma ormai fatiscenti, mentre la popolazione sta soffrendo di un’epidemia non meglio precisata, accompagnata da penuria di cibo, fame, decadimento ad ogni livello. Questo però a tutta prima non tocca il protagonista, Guido Lazzari, che ci si mostra quale solerte funzionario di una super-azienda capace di dare conforto ai suoi dipendenti, anche di tipo sessuale, offrendo ai proprio esponenti delle fanciulle pronte a soddisfare le loro voglie erotiche. Ma qui un primo scarto da un certo percorso, che magari porterebbe a una soddisfacente fruizione del rapporto sessuale con delle specie di docili schiave, in quanto Lazzari è tendenzialmente un solitario, poco portato all’erotismo, nostalgicamente legato al ricordo di Clotilde, la cara madre estinta. Scatta comunque il meccanismo del Grande Fratello, Lazzari si sa sorvegliato dalla dirigenza, al punto che non ha osato manifestare tutto l’attaccamento verso la madre, preferendo procedere nei suoi confronti adottando una cremazione asettica, nel timore che un eccesso di emotività rivelato in occasione del funerale lo potesse compromettere agli occhi dei lontani e nascosti dominatori. Ma malgrado questa sua ossequiosa deferenza, Lazzari non evita di cadere vittima di sospetti, anche perché ben presto dà segni di un declino psichico, di una misteriosa malattia mentale che lo debilita. A questo punto, infatti, Forni esce dalla pista della fantascienza e del futuribile, imbocca invece una via alla Buzzati, di un inesorabile processo di nevrosi che porta il protagonista a vedersi internato, imprigionato. Come nelle famose novelle di Buzzati, anche il nostro anti-eroe discende i gradini di un internamento sempre più costrittivo e in apparenza inevitabile. Da notare che Lazzari è circondato da altri personaggi come lui, devitalizzati, prede di disagi di ordine psichico, magari disposti ad aiutarsi reciprocamente, quasi in un rapporto reciproco che li vede farsi pazienti e nello stesso tempo medici gli uni degli altri. Ma Forni non vuole conformarsi del tutto alla pista “alla Buzzati”, cui non manca neppure un remoto sapore kafkiano, della discesa graduale verso il baratro di una malattia inesorabile. Infatti Lazzari riesce a fuggire, nel che forse trova giustificazione anche il titolo “Dopo la città”, si porta fuori dal mondo decaduto dei fasti metropolitani e dei controlli autoritari esercitati su di lui, e dunque c’è pure uno spezzone che si potrebbe riportare al genere “on the road”. Lo vediamo inerpicarsi, in fuga dalla città condannata, per un aspro sentiero di montagna, che però gli ricorda gli anni felici dell’infanzia, quando era circondato dal conforto dei genitori. Rispetto agli agi tipici di una confortevole vita in una sorta di falansterio, ma sottoposto a severi controlli dall’alto, subentra uno scenario di difficoltà, di rischi, di sopravvivenza elementare, dovendo cercare riparo in una bicocca, con il problema di difendersi dal freddo e di trovare un po’ di cibo. Come si vede, le frecce nell’arco del nostro narratore sono numerose, egli le tende con notevole sicurezza, ma alla fine, come già dicevo in apertura, sembra incerto su dove puntare, su quale obiettivo finale mirare e fare centro. O forse il lato positivo di questa modalità di scrittura sta proprio nel voler accennare a una molteplicità di vie d’uscita, evitando con cura di compromettersi in una direzione o nell’altra? Attendiamo nuove prove per vedere se ci sarà la scelta di un percorso univoco.
Guglielmo Forni Rosa, Dopo la città, Manni Editore, pp. 107, euro 14.

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Attualità

Domenicale 7-8-16 Borse

Ho già lamentato più volte la vana chiacchiera dei nostri salotti televisivi, pronti a far piovere sul bagnato, ma del tutto elusivi su alcuni massimi temi. Come per esempio quello dell’ondata speculativa che ha investito le nostre banche facendone scendere paurosamente le quotazioni in Borsa, per una evidente ondata speculativa. Come questa si è prodotta, nel presente caso e nei tanti altri da cui siamo stati colpiti? Confesso che non credendo a me stesso, sono andato a consultare la Treccani pratica di cui oggi disponiamo, cioè Google, e ho avuto conferma che esiste tuttora una procedura incredibile, vergognosa, ripugnante. Google stesso, nell’indicarla, non si esime dal commento che si tratta di qualcosa di eticamente riprovevole. Si tratta della possibilità di vendere “allo scoperto” titoli che non si possiedono, così provocandone un forte ribasso, e poi ricomprandoli per pagare il debito, ma dovendo pagare un prezzo ben inferiore rispetto a quanto lucrato, portando a casa i valori esistenti prima del crollo. Da tempo si accusa una simile iniquità, ma non si ha il coraggio di eliminarla, se non in casi estremi. Per esempio, lo si è vietato a difesa dei titoli del Monte dei Paschi di Siena, data la loro pessima situazione, ma evidentemente questa stessa parziale limitazione sta a confermare che in tutti gli altri casi il procedimento è ammesso. E dunque, questa è la vera ragione del crollo di Unicredit e simili, avvenuto nei giorni scorsi. Ma allora, perché non denunciare “allo scoperto” una simile pratica iniqua, e tentare di porvi rimedio, con una intesa che purtroppo dovrebbe essere di portata mondiale, in ragione cioè della tante volte proclamata e riconosciuta globalizzazione? Diversamente, se la vendita “allo scoperto” fosse vietata solo sui mercati europei, o peggio ancora sul nostro nazionale, nessuno potrebbe impedire che rimanesse in vigore nelle Borse degli altri Paesi del mondo.

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Arte

Maria Lai: la rivincita dell’arte al femminile

Avvalendomi ancora una volta della facoltà concessami dal blog di condurre visite virtuali, anche fuori tempo, oggi mi reco a visionare un Docufilm già proiettato qualche tempo fa ad Amalfi, volto a rendere omaggio a una figura di artista donna straordinaria, Maria Lai (1919-2013), a lungo trascurata quando era in vita, forse perché fuori dai sentieri più battuti dalla critica ufficiale, attaccata com’era alla sua Sardegna natale, dove se ne stava “inventata da un Dio distratto”. Ma poi, a partite da questo inizio di secolo, l’opinione pubblica si è accorta di lei, e per esempio il duo Francesca Pasini-Giorgio Verzotti l’ha posta al centro di una mostra molto opportuna, al MART, nel 2003, intitolata al “Racconto del filo”, dove appunto questa personalità fin lì ritenuta secondaria e marginale veniva posta invece al centro dell’attenzione, e da quel momento partiva pure il mio personale riconoscimento che rivolgevo a quella mostra così azzeccata in una recensione sull’”Unità”, dove mi potevo anche compiacere che accanto a Maria come protagonista principale figurassero pure dei giovani comprimari già da me accolti in mie rassegne, o che stavano per esserlo: Claudia Losi, coi suoi gomitoli multicolori, ne “La giovine Italia”, e Angelo Filomeno, davvero sarto in quel di New York, da me selezionato in “Officina America”, 2002. Molto indicativo il volto ufficiale con cui Maria usava presentarsi, intenta a intrecciare alcuni fili, in un primo abbozzo di tessitura, destinata poi a ripetersi, a infittirsi, a divenire inglobante. E dunque, alla base della sua procedura stava un gesto di collegamento, e non invece di netta e recisa separazione, come per esempio quello che è solito praticare Emilio Isgrò, con le sue cancellazioni, cui sono reduce dall’aver rivolto, sull’”Unità” del 24 luglio scorso, una recensione “agrodolce”, come l’ha definita l’amico Tommaso Trini, dove il dovuto riconoscimento era però limitato da un avvistamento di taluni limiti. Ma diciamo pure che una comparazione tra il gesto di Isgrò e quello della Lai ci riporta in pieno alla questione sessista, Isgrò procede con protervo maschilismo. Non per nulla, nell’imporre i suoi interventi perentori e assolutisti, osa assumere il ruolo di un “Cristo cancellatore”, cioè un diritto di demiurgo, volto appunto a escludere, a frammentare. Un Dio così concepito risponde a una istanza dura, inflessibile, punitiva, come lo era secondo la tradizione del Vecchio Testamento, o invece è anche donna, come ha avuto il coraggio di ricordare Papa Luciani, nella meteora del suo pontificato, in cui tuttavia gli è stato possibile predicare la grande verità? E dunque, accanto a un Dio che cancella ed esclude, da perfetto rappresentante del maschilismo, ci può essere una istanza paritetica ma volta al femminile che include, allaccia, connette. Come sono proprio i fili di Maria Lai, a costo di divenire simili a una vegetazione quasi parassitaria che invade le pagine dei sacri testi ricoprendole come di una fine peluria. In proposito ci sta bene un riferimento alla nozione di rizoma, tanto predicata dal duo Deleuze-Guattari. In luogo di interventi dall’alto, come quelli di Isgrò, che in genere condannano, escludono, separano, limitandosi a salvare solo qualche spezzone di discorso, ma concedendolo quasi per atto di grazia insindacabile, forse è bene che ci sia invece una presa in carico, un tentativo di rendere vitali le parole, i discorsi, di avvolgerli con un supplemento di vitalità, facendoli rientrare in un circuito organico, quasi che la vita riprendesse una sua rivincita sul regno dell’artificio. Non entro qui in una minuta analisi delle mille soluzioni e invenzioni con cui la tenace artista sarda ha condotto la sua opera universale, comunque intesa a riportare i nostri prodotti della mente a una base di ordine vitalista, genetico, biologico.

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