Arte

Cronenberg: la rivincita del sensibile

Qualche mese fa ho recensito sull’”Unità” la mostra di Alessandro Roma alla Galleria Zanin di Roma, dopo averlo invitato con gran piacere alla mostra Biennale Giovani 3, tenutasi nell’inverno 2014 all’Accademia di Belle arti di Bologna. In lui, assieme ad altri suoi compagni di via, ho salutato un ritorno alla pittura, o per meglio dire, a una ri-sensibilizzazione della scena artistica internazionale, ormai stanca degli eccessi di smaterializzazione tipici degli ultimi prodotti del “concettuale”. Ora un’uguale approvazione posso rivolgere anchee alla mostra che si tiene sempre alla Zanin di Giorgio Cronenberg, fra l’altro già da me e colleghi invitato a una edizione del videoartyearbook, la rassegna video che teniamo nel Dipartimento bolognese delle arti ogni estate. A dire il vero, sembrerebbe esserci ben poca relazione tra quanto allora l’artista ci offriva sullo schermo, due fidanzatini ricostruiti ad arte in studio con le tecniche digitali, prigionieri di una perfezione asfittica, nel loro incontro in un gelido panorama innevato. Ma si sentiva che proprio quel loro precisionismo era illusorio, era appena una pellicola sottile che poteva sgualcirsi, come i petali di un fiore troppo delicato, che non riesce a mantenere intatta la sua veste fin troppo splendente. Infatti oggi Cronenberg ci si presenta, in sostanza, con corpi arruffati, contratti, come lumache o tartarughe che si precipitino a mettere al riparo le loro epidermidi nude. Nel suo caso non si può certo parlare di un ritorno alla pittura, il che del resto non vale neppure nel caso di Roma, anche lui intento a creare come degli epiteli di una natura nata in serra, in climi forse addirittura extraterrestri, sempre incerta se distendersi in piano o invece corrugarsi, riempirsi di pieghe, di avvolgimenti. Cronenberg opta decisamente per la terza dimensione, ma con ricorso a corpi di provenienza organica, spugne bucherellate, anfrattuose, o ammassi di ceramica, capaci di sfruttare tutta la congiunta duttilità e malleabilità che questa materia consente, allargandosi come in piatti di portata, accartocciati agli orli, e dunque destinati a ospitare al loro interno delicati motivi decorativi, come preziose maioliche; oppure contraendosi, facendo massa, ma in tal caso prolungandosi, come datteri di mare. Se si vuole designare un precedente, vengono alla memoria le splendide ceramiche che Lucio Fontana sapeva modellare sullo scorcio degli anni Trenta, quando per lui si parlava appropriatamente di una “carriera barocca”, poi messa in fuga dalla svolta verso la produzione dei buchi e dei tagli, troppo celebrati, nella loro estenuazione mentale, rispetto a quelle precedenti creazioni prodotte sul filo di un estro libero e selvaggio. Ora è il momento di rimettere sugli altari “quel” momento del maestro lombardo, o quanto meno così si comportano seguaci proprio come il nostro Cronenberg, che sentono il bisogno di affondare nel sensibilismo, di darci dei concentrati di materia carica di emozioni e suggerimenti.
Roma, Galleria Sara Zanin, a cura di Alessandro Rabottini, fino all’8 novembre.

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Letteratura

Bajani: troppa presenza del “dolore”

Seguo Andrea Bajani, dal 2014, quando ha pubblicato il suo terzo romanzo, “La vita non è in ordine alfabetico”, cui ho dedicato un “pollice” positivo sull’”Immaginazione”. Non saprei dire se l’attuale “Un bene al mondo” segni un progresso o un regresso. Costante in questo autore è un tono favolistico, di regressione a miti dell’infanzia, o di un’umanità che comunque ritrova in sé un buonismo di fondo, ma in quella prova lo spezzettamento della narrazione in tanti episodi permetteva che in ognuno di essi scattasse un motivo “contro”, l’ intrusione di uno spunto cattiveria, o quanto meno di un rovesciamento rispetto a un normale decorso dei fatti. Qui invece l’unitarietà e linearità del racconto sottopone maggiormente il narratore al pericolo di cedere a quella sua corda istintiva. Il mondo, cioè, resta affidato in grado eccessivo agli occhi dell’innocenza, di un “bambino” e di una “bambina”, oltretutto definita continuamente “sottile”, come un epiteto di marca omerica, sul tipo dell’aurora “dalle rosee dita”, ripetuto con insistenza programmatica, che dal prosastico intende proprio scantonare nel lirico. Per evitare questo pericolo interviene il principale accorgimento tematico di quest’opera, ovvero Bajani dota i suoi protagonisti “innocenti”, e con loro ogni altro personaggio che entra in scena, di una sorta di “doppio”, potremmo dire di una scatola nera, che però in questo caso, in linea col tono complessivo adottato, sarebbe da dire “candida”, O si potrebbe parlare di un angelo custode, ma pur di specificare che questa presenza aggiunta si pone nel segno del “dolore”, come un distillato delle “lacrimae rerum”, per dirla con Virgilio, o di una serie di ombre chiamate proprio a contrastare la vicenda che diversamente minaccia di scorrere troppo infantilmente serena. Devo anche registrare una certa vicinanza con l’opera di cui ho appena parlato la volta scorsa, il “Non devi dirlo a nessuno” di Riccardo Gazzaniga, nei cui confronti noto una certa ingiustizia, nessuno fin qui, se non sbaglio, se n’è ancora occupato, mentre su Bajani leggo già oggi due recensioni, positive, sull’”Espresso” e sulla “Lettura” del “Corriere”, forse dovute, a parte un legittimo riconoscimento della validità del romanzo, alla notoria attività critica del suo autore. In fondo, in entrambi i casi si tratta di un “piccolo mondo”, non diciamo “antico”, ma di provincia remota, con quartieri diversi, alcuni prosperi, altri immersi nel degrado, e beninteso ci sono confini, linee divisorie tra i due mondi, che i due fidanzatini superano per andarsi a trovare, recandosi dietro i rispettivi ingombranti “dolori”. Più schietto e disteso è il racconto di Gazzaniga, che ritrova forse la mente analitica cui lo destina la sua professione di poliziotto, capace quindi di movimentare la scena, altrimenti piatta, con motivi di trama da giallo, o addirittura da vicenda nera. Invece al confronto Bajani è più disarmato, costretto a procedere solo affidandosi ai buoni sentimenti, alla delicata storia che lega i due piccoli personaggi, vittime delle difficoltà nascenti dallo stato sociale in cui è immersa quell’intera comunità. A movimentare la scena ci stanno solo i “dolori” che ciascuno si porta dietro, anch’essi simili a formule da epica primitiva, e in definitiva alquanto stucchevoli, proprio nel loro smodato ripetersi, considerato che, come detto sopra, non solo i due “bambini” ne sono portatori, ma questi affiggono chiunque entra ad animare la trama, in cui ritroviamo tante circostanze prevedibili, i conflitti di coppia, tra padre e madre del protagonista numero uno, e poi gli stessi ostacoli che si frappongono nella relazione dei due primi attori, fino a rarefare i loro incontri, anche perché “lui” è seguito nel crescere degli anni, a un certo momento ci compare nei panni dell’adulto che si è recato in città, dove la tenera relazione iniziale si stinge, si rarefà, svanisce nel nulla. Forse il momento più intenso è quando il “bambino”, vittima congenita di malinconia e di un senso mortuario dell’esistenza, si reca nel cimitero locale a meditare sulle tombe, sentendosi già pronto a vivere per sempre in quel luogo, ovviamente propizio al “dolore” incombente su di lui. In quei passaggi Bajani ci ricorda un grande precedente, “Il ragazzo morto e le comete”, capolavoro giovanile di Parise, forse un rinvio più appropriato rispetto a uno diverso rivolto alla “Lucina” di Antonio Moresco, che al confronto è vicenda troppo fumosa e indefinita. Un vantaggio, ma anche un torto, della vicenda di Bajani è di lasciar intravedere tra le maglie un decorso troppo normale, anche se gravato dalla continua apparizione dei “dolori”, appannaggio ineliminabile ma anche un po’ stancante, di ogni personaggio.
Andrea Bajani, Un bene al mondo, Einaudi, pp. 134, euro 16,50.

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Attualità

Domenicale 25-9-16 (C. costituzionale)

Mi verrebbe la voglia di valermi del ben noto epiteto dantesco, da rivolgere alla nostra Corte costituzionale, attribuendole il demerito di aver compiuto “per viltà il gran rifiuto”, per il fatto di aver rimandato la pronuncia sulla legittimità o meno della nuova legge elettorale. La scusa è di non aver voluto interferire nel dibattito in corso, ma in realtà sarebbe stato tanto utile se si fosse pronunciata. Per esempio, una bocciatura della legge che al momento attuale esiste formalmente, avrebbe obbligato-giustificato la ricerca di soluzioni diverse, così invece tutte le ipotesi restano in campo, se la sbrighi un Parlamento, peraltro in totale incapacità di raccogliere una maggioranza diversa da quella che con tanta fatica si è accordata sull’attuale proposta.
Da questo torto della Corte costituzionale il discredito credo si debba estendere a tutta la nostra magistratura, Una frase stereotipata è quella che porta chiunque a dichiarare di avere “piena fiducia nella magistratura”, mentre se si facesse un sondaggio, questa risulterebbe essere la categoria pubblica meno amata e stimata nel nostro Paese, anche peggio del poco credito assegnato ai politici. Sono incredibili le lunghezze nel giungere alle sentenze, un esempio tipico è la recente sentenza sul disastro di Livorno, cui si è giunti dopo quasi un decennio dal compiersi dell’evento, inoltre ci sono troppe dimostrazioni dello spirito esibizionistico dei vari magistrati, è stata rilevata da tutti l’incredibilità della condanna proposta per il consigliere delegato delle Ferrovie dello Stato, al momento del sinistro. Pare che quanto tiene gli investitori stranieri lontani dal nostro Paese è proprio l’incredibile lunghezza con cui vengono affrontate e risolte le cause, anche al modesto livello del civile. Riconosciamo però che la colpa principale in questi ritardi costitutivi del nostro sistema giudiziario è dovuta all’infausta idea di aver introdotto obbligatoriamente il terzo livello di giudizio, il che prolunga i procedimenti, li espone al rischio di finire in prescrizione, facilmente ottenibile da quanti si possano valere di avvocati esperti, per cui, come notava Galli Della Loggia in un fondo sul “Corriere”, le persone “bene” in Italia non finiscono mai in galera. Del resto, in un Domenicale precedente, io stesso avevo esortato i quotidiani a far apparire periodicamente lo stato dei lavori, cioè la situazione processuale dei vari accusati di frodi e di speculazioni in occasione dei vari terremoti. La lentezza del nostro sistema giudiziario si lascia scappare regolarmente i pesci grossi dalla rete.
Magari merita una nota di commento anche lo scandalo dell’ennesima riunione al vertice solo dei due poteri forti dell’Unione europea, o che tali si ritengono, Germania e Francia. In fondo, avevo aperto queste mie note proprio deprecando che Renzi non avesse reagito alla sua esclusione da uno di questi summit, dedicato alla questione ucraina. E’ mai possibile che l’assemblea dei governi aderenti all’Europa, così solerti nel rivendicare ciascuno i propri diritti quando si tratta di bocciare una qualche possibilità di consenso unanime, non impongano una risoluzione tale da vietare questi incontri da “primi della classe”? Si incontrino pure, la Merkel e Hollande, ma in forma privata e senza dare alcuna ufficialità a questi conciliaboli. Lascino al solo Grillo il vanto di dichiararsi padre padrone dei Cinque Stelle, rinverdendo in ciò il ruolo del partito-azienda personale nel momento che è scivolato via dalle mani di Berlusconi.

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Letteratura

Gazzaniga: un congedo dall’infanzia

Ho molto apprezzato l’opera prima di Riccardo Gazzaniga, vincitore di un Premio Calvino in una edizione in cui ho avuto il piacere di essere presente nella giuria, e anche di stringere un vincolo di intensa amicizia con Mario Ugo Marchetti, allora il principale coordinatore del comitato di lettura, ora assurto alla Presidenza, e pronto a darmi indicazioni preziose per le selezioni che ogni anno faccio in vista di RicercaBO. A quel primo frutto di Gazzaniga, “A viso coperto”, ho dedicato un pollice positivo sull’”Immaginazione”, invitandolo anche a venirlo a presentare in una riunione annuale che tengo a Cortina d’Ampezzo. Ecco ora un suo secondo frutto, “Non devi dirlo a nessuno”, dove beninteso ha capito che doveva prendere le distanze rispetto ai temi che avevano reso molto apprezzato il suo precedente intento, dedicato a una cronaca scrupolosa degli scontri tra le forze dell’ordine e le tifoserie arrabbiate degli ultras. Ora si è spostato su un mondo di ragazzini al limite della pubertà, e su un “piccolo mondo antico” di provincia, una località Lamon, che non so se esista davvero o sia immaginaria. Ma ritroviamo le stesse doti di pulizia, di narrazione meticolosa, del tutto intonata all’universo di protagonisti alle prese con i primi amori, con conflitti di famiglia, con lotte per il primato tra i compagni di vita e di gioco. Col rischio, del resto presente anche nell’opera precedente, che il tutto si afflosci in una certa piattezza. Ma l’Autore non è dimentico della capacità di mettere in tensione questa serie di vicende minute. Allora era l’adrenalina degli scontri, qui è un mistero all’altezza dell’universo di questi ragazzini, che si muovono con totale agio nell’ambito della cittadina dove risiedono, ma sentono il mistero che incombe appena al di fuori, nelle tenebre di un bosco in cui trovano posto leggende e incubi dell’infanzia, come la presenza di un essere barbarico e mostruoso che avrebbe soppresso uno di loro. Questa minaccia non preoccupa l’ardito protagonista, Luca, che osa superare la barriera della sicurezza, inoltrarsi in quelle tenebre, fino a vederle nuovamente abitate da una presenza mostruosa, che però lascia cadere le tentazioni del “phantasy” per prendere un volto di attualità. Infatti ora l’insidia viene da una auto nera di grossa cilindrata che non lascia intravedere l’ignoto conducente. In fondo, Gazzaniga non dimentica di essere, o di essere stato, un poliziotto, e dunque le maglie di un intrigo poliziesco calano sulla vicenda. Lasciando addirittura supporre al nostro Luca che perfino nel padre si celi qualche aspetto sfuggente. Ed è proprio così, sul genitore, che ha causato la morte del congiunto di un pericoloso bandito, incombe la volontà di vendetta di quest’ultimo. Ma allora le auto misteriose diventano due, dato che il padre minacciato viene messo sotto scorta. La trama si complica, in un duetto tra l’auto del bene e quella del male, che non è facile distinguere tra loro. Poi, un sospiro di sollievo, pare che il nemico, il bandito evaso in vena di trarre vendetta contro chi l’ha perseguitato, se ne sia andato, il panorama si rasserena, resta in ballo solo un’auto, benefica e rassicurante Ma no, l’insidia non è affatto cessata, anzi, si ripresenta, e diviene catastrofica, il bandito balza in scena e passa all’azione, scambia Luca con un suo coetaneo che fredda brutalmente. Questa aggressione, però, conferisce al nostro eroe in erba un supplemento di energia, fino a impossessarsi dell’arma omicida e a sopprimere con questa lo spietato assassino. Ma è lui ad aver agito, o non piuttosto il personaggio leggendario, il burbero benefico della foresta? Abilmente, il nostro autore non scioglie il nodo, le due piste scorrono in parallelo, da un lato c’è il fatto di cronaca nera in tutta la sua crudezza, dall’altro un riemergere di miti, di favole del buon tempo antico, ultima concessione dell’infanzia alla propria età prima di inoltrarsi in quella degli adulti.
Riccardo Gazzaniga, Non devi dirlo a nessuno, Einaudi stile libero, pp. 246, euro 17,50.

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Arte

Un commosso ricordo di Arrigo Lora Totino

Purtroppo nei giorni scorsi è venuto a mancare Arrigo Lora Totino, a 86 anni di età, quando peraltro da tempo la moglie Lou e gli amici ben sapevano che la sua esistenza era ormai al limite. Io ho avuto la consolazione di avergli permesso di leggere al momento giusto la monografia che gli ho dedicato due anni fa, in collaborazione col collega Pasquale Fameli, Campanotto editore, e un anno prima lo avevo pure invitato nel quadro delle celebrazioni delle Settimane internazionali della performance. Arrigo era stato da me chiamato per ricordare l’edizione del ’78, dedicata alla poesia sonora, che lo aveva visto fondamentale protagonista. Purtroppo le sue condizioni di salute erano già incerte, e dunque, al tavolo della commemorazione, non gli fu possibile ripetere le sue straordinarie performances, era penoso vederlo recitarle col solo movimento labiale dentro di sé nel tentativo di accompagnare la manifestazione sonora consentita dalle registrazioni di allora. Qui, per ricordarlo, basterà che mi limiti a confermare almeno tre aspetti su cui ho concentrato la mia attenzione nel saggio appena menzionato. In lui c’era prima di tutto la natura dello studioso, che rendeva omaggio, ricostruiva anche con cura filologica quanto avevano fatto sulla strada della poesia visiva, sonora, performativa i grandi predecessori della prima metà del Novecento, con particolare attenzione al capitolo del nostro Futurismo che in ciò, come è ben noto, e come Arrrigo ci ha ricordato, aveva svolto un ruolo di primaria importanza. Mi onoro di essere stato chiamato da lui ad accostare un mio testo storico-critico a una preziosa antologia di quel materiale illuminante da lui curata e affidata a una serie di LP, Kramps Records Editore. Ma beninteso Arrigo non si limitava certo alla funzione pur estremamente utile dello studioso e del conservatore, bensì continuava sullo slancio tutti quei fermenti e propositi. E qui scatta la seconda ragione della sua importanza, trovavo in lui il verificarsi di quel connotato generale che è mio compito storico attribuire all’intera seconda metà del secolo scorso, cioè un ampliamento quantitativo di quanto magari i padri fondatori avevano già fatto, ma con esitazione e in punta di piedi. Tutte le loro invenzioni sono state da lui riprese, ma con un ingrandimento, secondo la metafora che mi è cara dell’applicazione di una specie di pantografo, come si usa in scultura. Al suo caso è stata coniata pure l’etichetta di “ultimo futurista”, ma è un “ultimo” che invece di chiudere viene ad aprire, secondo un’altra mia parola chiave, che fa appunto dell’aperto il destino generazionale degli appartenenti alla seconda metà del Novecento (detto tra parentesi, non so per quale strana deformazione lo si chiami il secolo breve, quando al contrario mi sembra che sia stato lunghissimo, addirittura debordante, per cui navighiamo ancora sullo slancio delle sue vaste ondate). Ma infine c’è pure una terza ragione dell’attualità e della grandezza di Arrigo. Molti dei suoi compagni di banco, magari solleciti come lui nel recuperare le tracce dei predecessori e nell’estenuarle, lo hanno fatto con uno spirito serioso, quasi da scienziati e tecnologici più che da artisti, invece in lui c’era sempre, dominante, un connotato di leggerezza, di agilità mentale e anche corporale, lo si dovrà ricordare racchiuso nella calzamaglia nera che fasciava e rendeva elastica la sua silhouette, permettendole di insinuarsi molle, sferzante nello spazio. Dall’eredità del Futurismo una delle doti che ha saputo ricavare meglio sta nel “lasciatemi divertire” di Palazzeschi, ovvero in ogni sua impresa, atto, performance risuonava pur sempre una nota di gioco, di scacco matto ad ogni rischio di austerità. Nell’arca di Noé su cui caricare tutti i contributi indimenticabili proveniente dal “secolo più lungo e più ricco”, non si potrà trascurare di imbarcare anche i tuoi doni, Arrigo. Noi superstiti vigileremo perché tu sia sempre presente e influente.

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Attualità

Domenicale 18-9-16 (Panebianco)

Ho letto qualche giorno fa sul “Corriere della sera” un fondo di Angelo Panebianco con cui, una volta tanto, sono stato d’accordo. Vi faceva notare come inutile e a sproposito fosse lo sdegno di quanti hanno reagito alle varie ammonizioni giungenti dall’estero, con cui ci invitavano a meditare bene, prima di bocciare il mutamento costituzionale su cui andremo a pronunciarci nel referendum in arrivo. C’è poco da fare, la cosa non è solo un avvenimento “in famiglia”, da lasciare che ce la sbrighiamo fra noi, assume anche una enorme rilevanza internazionale, come se, in vista della Brexit, a nostra volta avessimo dovuto chiuderci in un reverente silenzio, senza manifestare ansia e timore per come poi sono andate, male, le cose. Da ciò Panebianco ne ricava la morale che al giorno d’oggi tutto è globalizzato, interferente. In parte, gli si può dare ragione, ma non fino in fondo. In merito io ho più volte espresso una riflessione, proprio contro i presupposti di un mercato totalmente libero. Questo è una minaccia intollerabile finché nel mondo esistono delle disparità enormi sul costo del lavoro, ovvero non si può concedere ai nostri industriali di andare a produrre nel terzo mondo, come pretendono di fare i piastrellari di Sassuolo e i tessitori di Prato, e anche la stessa Fiat. Oppure, sì, lo facciano pure, ma quei prodotti siano venduti solo nelle piazze in cui sono stati fabbricati a prezzi di assoluta convenienza, senza essere reintrodotti in Europa, dove evidentemente causerebbero la disoccupazione dei nostri operai, o l’obbligo per loro di accettare un abbassamento insostenibile di retribuzioni, con la conseguente perdita di poteri di acquisto. Insomma, finché anche in altri Paesi, compresi quelli dell’Europa non in linea coi nostri parametri, il costo del lavoro è più basso, sembra doveroso imporre dei diritti doganali tali da bilanciare questi squilibri, in barba ai sacri precetti del mercato libero. I sindacati dei nostri Paesi dovrebbero fare loro un requisito del genere e battersi alla morte per imporlo.
Visto che sto parlando di fondi del “Corriere”, non faccio certo la pace con quelli di Giavazzi, strenuo difensore del liberismo. Qualche giorno fa ha scoperto che i nostri “capitani coraggiosi” dell’industria privata tanto coraggiosi, poi, non lo sono, ma alle prime difficoltà vendono e fuggono, come dimostrano molti casi recenti. Per cui, in definitiva, se vogliamo che il nostro PIl risalga, dobbiamo rivolgerci al pubblico intervento, tanto deprecato proprio da Giavazzi, che teme come la peste ogni iniziativa dello Stato. In tutto questo tempo sono sempre stato allineato al renzismo, tranne che nella fiducia da lui riposta nel Jobs Act, proprio per i miei dubbi sull’energia dei nostri privati, che anche in questo caso appena sono venuti meno gli scarichi fiscali loro concessi dal governo, hanno cessato di assumere. Molto più lungimirante in merito è stata la politica di Obama, che ha visto il potere federale investire miliardi di dollari per rilanciare il mercato, in linea con gli aurei insegnamenti di Roosvelt e del suo new deal. Inoltre, sempre in materia di capitani coraggiosi, semmai un po’ di coraggio si trova nei capetti delle piccole aziende, se si deve dare credito ai messaggi di De Rita. La produzione italiana è salvata, anche per l’export, dalle fabbrichette che sono tanto ingegnose anche a livello di nuovi impianti nel coprire settori sussidiari, macchine per incartare, per rispondere a richieste dell’indotto. Da lì viene la nostra speranza di sviluppo, se lo Stato corre in aiuto con le infrastrutture necessarie. Infine, un’ultima considerazione: nel PIL siamo agli ultimi posti in Europa, ma ai primi quanto a evasione fiscale. E dunque, dove lo mettiamo quel trenta per cento di produttività che sfugge ai controlli dell’ISTAT e compagni?

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Arte

Perrotin, multinazionale dell’arte, rende imaggio a Murakami

La Galérie Perrotin è, se non sbaglio, l’unica multinazionale che abbiamo in Europa, dato che una concorrente come Gagosian, nonostante le sedi a Roma e a Londra, ha pur sempre il suo epicentro a New York. In passato, un esempio del genere era stato costituito dalla Malborough, ora quasi scomparsa. Perrotin ha sedi, oltre che nella casa madre di Parigi, anche a New York, Hong Kong e Seul, e quasi non passa giorni che non spedisca via rete l’avviso di quale inaugurazione in un posto o nell’altro del suo arcipelago, praticando anche un piacevole polistilismo molto adatto ai tempi presenti, in cui non è reperibile alcun trend dominante. Ma beninteso ogni tanto compaiono dei pesi massimi, come ora è il caso del numero uno giapponese Takashi Murakami, con opere che ricordano una sua bellissima comparsa milanese, nella Sala delle Cariatidi, ma limitata a un inadatto periodo agostano, nel 2015. In questo accrochage si conferma ovviamente il carattere dominante di tutta l’arte dell’artista nipponico, da lui efficacemente ricondotta alla super-flatness, che è un omaggio alla tradizionale piattezza dei grandi grafici suoi connazionali, Hokusai, Hiroshige, Utamaro, ma attualizzata a contatto con l’analoga bidimensionalità della stagione attuale dei fumetti, dei cartoons, dei messaggi pubblicitari. Non dimentichiamo però che Murakami è capace di validissime sortite, con la produzione di statuette agili, snelle, zampettanti come insetti aerei, quasi in competizione col nostro Luigi Ontani, che tuttavia l’ha preceduto su quella strada, e in stretta competizione col numero uno statunitense, Jeff Koons. Ne viene una bella gara tra titani della scena odierna. Ma nello stesso tempo, pur nella conferma di doti ataviche e personali, ora l’asso giapponese inserisce una nota del tutto nuova, che è della crudeltà, a sfida del buonismo, di una certa felicità consumista post-Pop di cui apparivano intrise le sue prestazioni precedenti. Come mi è capitato di osservare altre volte, l’universo dell’arte estremo-orientale è sospeso tra la serenità dei rami di ciliegio e relative efflorescenze e invece la minaccia di mostri marini emergenti dalle profondità oceaniche di cui sono cinte le isole nipponiche. Mostri con dentature minacciose, pronte ad azzannare, a triturare cose e persone che gli capitino a tiro, il che è del resto un modo di ritrovare quella minuzia decorativa che in definitiva è il massimo comun denominatore di questo universo creativo. Del resto, anche i cartoons dell’eccellente tradizione del Sol Levante mescolano allo stesso modo i toni accattivanti e buonisti di un discorso innocente con improvvisi oscuramenti, con ombre minacciose, come succede anche in questi murali del Nostro, a un tratto invasi da chiazze scure, bituminose, come per un’uscita di liquami da qualche contenitore subacqueo che si sia lacerato.
Takashi Murakami, Learning the Magic of Painting, Parigi, Galérie Perrotin, fino al 23 dicembre.

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Letteratura

Verasani: una “lettera” scritta col tono giusto

Grazia Verasani appartiene al cerchio magico dei narratori apparsi a RicercaRE, il che implica da parte mia un occhio di favore anche alle loro comparse venute dopo quegli anni d’oro della fine del ‘900, e infatti proprio su queste pagine semi-private ricordo di essere già intervenuto con giudizi favorevoli a suo vantaggio. Lo confermo anche per questa ultima prova, “Lettera a Dina”, anche se a prima vista è opera che rischia di confondersi nel coro, in una pletora di prodotti di autonarrazione in cui si sono infilati tanti autori di questi giorni. Forse la ragione che spinge a cercare ispirazione nelle vicende vissute direttamente, tra il pubblico e il privato, è dichiarata molto bene proprio dalla Nostra, quando a p. 131 le scappa la confessione che “… non è facile inventarsi una storia”. Lo sa lei, che in tante sue prove precedenti ha dovuto ideare una trama delle più cogenti attorno al felice personaggio di una detective, Giorgia Cantini, anche se a dire il vero le maglie del giallo lasciavano pure là intravedere largamente in filigrana il diario privato, e l’ambientazione in una Bologna ravvisabile perfino nelle strade e in tante altre circostanze. Ma in questo caso Grazia ha voluto uscire dal sentiero stretto e dalla servitù della trama, svolgendo la riflessione che “… solo nei romanzi gialli, alla fine, si scopre il nome dell’assassino… e invece, questa è la vita”. Ecco dunque la ragione per cui in tanti si danno a una specie di “vita in diretta”, accettando di navigare a vista, e nel pelago di una “Daseinanalise” che si prende il diritto di non concludere, di rimanere fino alla fine aperta ad ogni esito. Entro queste ampie e un po’ informi coordinate ho passato in rassegna tanti romanzi di questi ultimi tempi, attribuendo voti qualche volta positivi, più spesso negativi per errori di conduzione o per eccessiva liquidità e inconsistenza di contenuti. In quest’ultima casella ho collocato, per esempio, le prestazioni di Paolo Di Paolo e di Chiara Gamberale, emuli in qualche misura della narratrice che considero la più vacua e dispersiva fra tutti, la Elena Ferrante che continua nella furbesca tattica di non apparire in pubblico. Casi validi, pur sempre in questa collocazione di almeno apparente autobiografismo, quelli rappresentati da Edoardo Albinati e Luca Doninelli, compromessi però da una non confessata sfiducia proprio nell’autonarrazione, e dunque stimolati a inserire nella vicenda alcuni fatti grossi, ma simili ai proverbiali elefanti che fanno danni quando vengono introdotti in un negozio di cristallerie. E anche la Vinci si è spaccata in due, diffidando di una cronaca in diretta e cercando di andare a pescare in archivio vicende tremende, da far tremare le vene e i polsi.
La nostra Versani non commette errori del genere, crede cioè che tutto si possa risolvere nel migliore dei modi stabilendo un dialogo, seppur variato nei tempi e nelle modalità, con una amica del cuore incontrata fin dai banchi di scuola, e poi seguita a intermittenze, con un piacevole e utile saltellare delle date: improvvisi flash back verso un passato di innocenza o di primi stimoli erotici o di contatti iniziali con la droga, e poi fasi di silenzio, con una tomba che si para come spettro inevitabile, ma non finale, dato che con un ulteriore guizzo la storia riparte, emana ancora qualche fiammella, qualche scintilla di un calore, di un affetto che non viene mai meno, e che è sempre pronto a riaccendersi, e a coinvolgere anche il lettore, dato il carattere semplice, spontaneo, verosimile con cui la vicenda procede. Semmai, qualche nota di disturbo viene da inserimenti marginali di cui non si sente la necessità, come per esempio l’affidarsi della protagonista a sedute di psicoanalisi, mentre ci sembra tanto brava lei, con l’aiuto della narratrice alle sue spalle, nel condurre una sapiente analisi su se stessa, e sui mille fatterelli che l’hanno legata alla presenza di Diana. E anche il fatto che colei che narra in prima persona senta il bisogno di sbandierare gli amanti d’occasione appare quasi come un tentativo maldestro di procurarsi un attestato di normalità, in confronto con l’amica del cuore. Diana invece è continuamente sottoposta a tentazioni, minacce, cadute, ma risulta sempre capace di sollevarsi con una ritrovata grazia e innocenza. Forse è anche un po’ retorica la contrapposizione tra la sanità della famiglia di colei che narra, appartenente a un solido proletariato bolognese di sinistra, e invece la famiglia di buona qualificazione sociale cui è legata Dina, ma con una madre indifferente, preoccupata solo di tutelare il diritto di “vivre sa vie”, anche sul piano erotico, e un padre debole, di scarsa presenza. Ma malgrado certi ostacoli e passi falsi, la vicenda prosegue, sempre autentica, col piede giusto, anche per l’opportuna decisione di affidarsi appunto a “flash” rapidi, senza la pretesa di fare grande, di accumulare centinaia di pagine, come avviene nei romanzi di Albinati e Doninelli, fino a comprometterli. Qui l’esilità del racconto diviene una garanzia di buon esito.
Grazia Verasani, Lettera a Dina, Giunti, pp.158, euro 14.

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Attualità

Domenicale 11-9-16 Napolitano

Il fatto del giorno può essere considerato l’accorato appello, emesso da Giorgio Napolitano e raccolto da “Repubblica”, a votare per il sì al prossimo referendum per la modifica della costituzione, a non sprecare un’occasione storica per raddrizzare il nostro sistema, mettendo da parte sterili e nocivi propositi vendicativi. Dato che, la cosa mi pare del tutto palese, gli intenzionati a votare no sono i nemici per la pelle di Renzi e della sua svolta, da reperire tra il rabbioso popolo dei Cinque Stelle e della Lega, e da qualche botolo ringhioso del centro destra, come Renato Brunetta, ma non nella “maggioranza silenziosa”, erede del copro informe della DC e disposta, per due abbondanti decenni, a votare per Berlusconi. Credo che forse lo stesso Berlusconi, nel segreto dell’urna, accoglierebbe il consiglio del fido Confalonieri e voterebbe pure lui per il sì, a un mutamento costituzionale cui del resto egli stesso, a capo dei suoi seguaci, ha dato forma e sostanza, prima di volersi vendicare dei pretesi torti patiti con la condanna per frode fiscale. Quanto ai no di D’Alema, della CGIL e dell’ANPI, sono i tentativi del postcomunismo di contrastare la minacciosa per loro avanzata dello spettro della socialdemocrazia, che avevano creduto di aver sconfitto per sempre.
Alquanto inutile la variante tattica ora assunta da Renzi, e approvata da Napolitano nella detta intervista. Anche se il capo del governo fa un passo indietro, nel caso che dovesse perdere a quella prova estrema ben difficilmente potrebbe rimanere in sella, e poi, a che fare, una volta che si vedesse strappato di mano il suo provvedimento più energico? Ma tutto sommato, ritengo che la causa del sì non debba avere molti timori, proprio perché il corpo massiccio dell’elettorato, o si astiene dall’andare a votare, o non si lascia tentare da inutili propositi di vendetta, non condivide le ragioni di odio verso Renzi che invece muovono le frange di una sinistra che si sente spiazzata, privata di una rendita di posizione.
C’è poi la questione dell’Italicum, ma anche qui sarei abbastanza ottimista. In molti si sono spaventati per l’esito delle amministrative, in cui al ballottaggio gli avversari dei candidati del Pd, non importa se di destra o di sinistra, hanno fatto blocco sommando i loro voti, inferiori se contati separatamente. Ma ovviamente accordarsi per mettere alla prova una nuova figura di sindaco è cosa ben diversa dall’affidarsi a un governo, e dunque, in caso di ballottaggio, di nuovo riterrei che la maggioranza silenziosa, tra i due mali, opterebbe per Renzi e il Pd, che tutto sommato è più vicino al centro-destra. Lo scavalcamento verso gli arrabbiati cinquestellati è un passo estremo che si addice proprio ai pochi scalmanati a oltranza. Il grosso dell’elettorato si muoverebbe con molta più prudenza e buon senso. Del resto, in un Parlamento così tumultuoso, in preda alle follie delle due estremità, come condurre in porto una riforma di carattere diverso, e con quali compromessi, che alla fine potrebbero risultare più dannosi di quanto previsto dall’Italicum? Ritengo che si debba diffidare dei sondaggi, o almeno ci dicano in che misura questi consultano un elettorato dai cinquant’anni in su. Se invece pescano tra i giovani, disoccupati, timorosi di un futuro privo di luci, l’esito non può che dare un responso a favore dei qualunquisti condotti da Grillo, il nuovo Giannini, che speriamo presto si rassegni a tornare a fare il comico.

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Letteratura

Piperno: saggi che meritano una discussione

Da qualche tempo si è intrecciato un dialogo molto civile e rispettoso tra me e Alessandro Piperno, naturalmente a livelli imparagonabili. Lui, un narratore di prima classe con a suo vantaggio un Premio Campiello e uno Strega, abilitato a scrivere sul nostro più importante quotidiano, in particolare sul supplemento domenicale della “Lettura”. Io, quasi scomparso, ridotto a un esercizio solitario e invisibile. La “Lettura”, come la sua concorrente che esce su “Repubblica”, è un organo “cotonato”, fatto di articoli che riempiono lo spazio insistendo su argomenti di giornata, e concedendo ben poco spazio alla “letteratura”, a differenza di quanto faceva un antenato di mezzo secolo prima, il “Corriere letterario”, in cui io ebbi la ventura di fare le mie prime prove critiche. Ma gli articoli di Piperno rispettano gli antichi principi, infatti in tre puntate egli ha cercato di esaminare a fondo i maggiori narratori dell’Ottocento, Flaubert eTolstoj, con una puntata fino a Proust. Si è pure occupato, domenica scorsa, di Stendhal, così incrociandosi con quanto io stesso ho avuto modo di esaminare in un saggio, “La narrativa europea in età moderna”, Bompiani, 2010, ormai sul punto di scivolare verso il macero, come in genere succede a tutte le mie pubblicazioni. Ma con un sussulto di sopravvivenza mi permetto di incrociare le lame col più giovane e fortunato concorrente, che a parer mio, in un suo giudizio tutto sommato abbastanza severo e riduttivo proprio su Stendhal, non tiene conto di due fattori, cui invece io sono sempre stato molto sensibile, se non altro per la mia vecchia condizione di docente in ogni ordine di scuole, e prima ancora di diligente scolaro sui banchi di elementari e medie. Primo criterio: tenere conto delle date di nascita, secondo cui risulta che il Beyle anticipa (1783-1842) la nascita di Hugo e Balzac, e dunque è comprensibile un certo impaccio o minore efficacia da parte sua nel fornire prestazioni del tutto mature, come per esempio risulta se posto a confronto con Balzac (1799-1850). Ma si aggiunge un criterio ancor più decisivo, il rispetto di certe categorie storiche, come il moderno e il contemporaneo, in sé alquanto vacue, lo devo ammettere, ma che diventano forti e cogenti se abbinate a solidi criteri di cultura materiale, ovvero a fattori sociali, economici e perfino tecnologici. Ora, il moderno è il regno del trionfo dei valori materiali, della solida prassi. Io, nel volume menzionato, ho detto che gli autori in linea con quei tempi celebrano in ogni opera il trionfo dell’”homo oeconomicus”. Quello che conta è lo “struggle for life”, la conquista del successo, del benessere. Rispetto a un tale parametro, “vae victis”, ne saltano fuori appunto i “Vinti” secondo l’accorata constatazione del Verga, uno degli ultimi appartenenti a quel ciclo, che al suo culmine ha proprio Balzac. Ma c’è d’altra parte l’età contemporanea, che non del tutto a torto i manuali fanno iniziare alla fine del Settecento, data insignificante, se non la si abbina all’”alba” di una potente rivoluzione scientifico-tecnologica, l’avvento dell’elettromagnetismo, il che porta a scoprire che nel fondo della nostra esistenza psichica giacciono immensi depositi di energia pronti a scoppiare, di fronte ai quali impallidiscono le sacre regole dei valori economici. Nasce cioè un “homo epistemologicus”, molto più attento a coltivare la sua diversità rispetto ai concittadini che invece ignorano o, come poi dirà Freud, “rimuovono” quel pulsare recondito di energie, che sono eros-libido-immaginazione, o infine inconscio, per dirla con una parola sola. Ebbene, Stendhal è un apripista in questa direzione, i suoi eroi partono in resta contro i valori convenzionali, facendosi eredi del Werher goethiano, incerti se invece ispirarsi a Byron. Questo spiega il loro disprezzo quanto al tratteggiare scenari, spaccati sociali eccetera. Quel che conta, è intraprendere una lotta dichiarata proprio contro gli ideali che saranno poi al centro degli universi di Balzac, e anche di Tolstoj. Quest’ultimo fornisce un perfetto esempio di “integrato”, di conformista, basti pensare che la famiglia Rostov non permette che il primogenito sposi la cugina senza fortuna, per lui ci deve essere un vantaggioso partito. In “Guerra e pace” Tolstoj è generoso e salva Natascia, che rischia di fuggire di casa col primo bellimbusto, mentre non perdona una avventura analoga compiuta dalla più matura Anna Karenina e incrudelisce contro di lei, facendo proprie tutte le reprimende che le vengono scagliate contro dalla buona società. Poi un suo protagonista, all’altezza di “Resurrezione”, si pente, ma è tardi, non riesce a rimediare alle colpe che col tacito consenso dell’Autore, ha comnmesso in gioventù. Lo stesso Tolstoj si pente del suo stato di agiatezza, negli ultimi anni vive come un mugiko, ma io sono affezionato al “mio” Malaparte, uno dei “Capitani coraggiosi” cui, l’anno scorso, ho dedicato il solito volume, questa volta con Mursia, destinato anch’esso a sparire nel nulla, e con giubilo ho registrato una nota spietata di Curtino, che non so attraverso quale testimonianza dice proprio che Tolstoj, di giorno mangiava pane e beveva acqua come i suoi poveri contadini, ma di notte si rimpinzava di polli allo spiedo e sorseggiava champagne. Insomma, tra Stendhal da una parte, e Balzac e Tolstoj dall’altra, c’è di mezzo una vera diga, una barriera, dalla parte di qua magari ritroviamo Flaubert, che tiene alta la bandiera della rivolta del “contemporaneo”, e che capisce a fondo i drammi della sua Bovary, guardandosi bene dal condannarla, come invece Tolstoj non esita a fare verso la povera Karenina, del tutto vittima dell’etica borghese senza spiragli di “resurrezione”. Perché tali esiti compaiano, dovremo attendere che l’etica del contemporaneo si affermi in misura piena. Queste le categorie che un ex-professorino di scuola media si sente di applicare, spero non invano.

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