Arte

Deggiovanni, una utile rassegna sulla videoarte

Piero Deggiovanni (1957) insegna all’Accademia di belle arti di Bologna sia Arte contemporanea sia Storia e teoria dei nuovi media. Peccato che sia rimasto un diaframma a separare Accademie e Conservatori dalle Università, impedendo ai docenti delle une e delle altre istituzioni di scambiarsi i ruoli, in una sostanziale identificazione, nel quale caso sarebbe tanto utile che proprio il nostro protagonista potesse insegnare al Dipartimento delle arti dell’Università di Bologna. Fatto sta che è autore di una assai utile “Antologia critica della videoarte italiana 2010-2020”, quasi un vademecum per accompagnare quanto proprio il Dipartimento, prima detto delle arti visive, poi più largamente delle arti, ha fatto di conserva organizzando a partire dal 2006 un viedoart yearbook, che in effetti si è valso proprio di tanti suggerimenti di nomi provenienti dal nostro valido dirimpettaio. E lo potrà fare anche in futuro, utilizzando molti degli artisti che compaiono in questa rassegna, non ancora da noi invitati. Mentre c’è consenso su altri ancora, e in questi casi appaiono eccellenti l’analisi e il commento con cui Deggiovanni li introduce, cosa quasi da trasportare di pari peso se fossimo in grado di ampliare a nostra volta un’antologia dei nostri Yearbooks che si è fermata solo ai primi tre anni di esercizio, per mancanza di fondi per andare avanti. Ma prima di tutto il libro del nostro autore parte con un’ampia inquadratura teorica, che per me è un invito a nozze, in quanto si rifà proprio al mio maestro Luciano Anceschi, e al suo insegnamento di flessibilità, per cui i fenomeni artistici si constatano sul campo, non certo per derivazione, per deduzione da qualche principio dogmatico. Infatti la videoarte esiste in pieno, affolla di sé tutte le Biennali di questo mondo, il che si deve proprio al suo carattere principale di ibridazione, di allegra mescolanza dei generi. In merito Deggiovanni parla di una “videodiversità” che ovviamente consuona con la biodiversità di cui oggi si riempiono tutte le prediche dei verdi, degli ambientalisti. Suo primo compito, infatti, è quello di muovere contro i “negazionisti”, contro coloro che appunto armati di dogmi pretendono di desumerne l’inesistenza di questo soggetto, proprio perché spurio, mescolato, bastardo. Questi teorici schizzinosi sono i degni seguaci del Don Ferrante manzoniano, che con puntiglio ossessivo pretendeva di dimostrare l’inesistenza della peste, finché non ne rimase vittima egli stesso. Deggiovanni mi fa l’onore di ricordare i miei studi di retorica, dove nel rivendicare l’attualità di questa disciplina che si riteneva deceduta, vittima dei rigori della logica analitica e simili, ho sempre menzionato l’importanza di una sua parte costitutiva, la “actio”, la gestone diretta, con tutto il corpo, con l’ausilio di tutte le doti sensoriali, per appoggiare al meglio e rendere credibili le nostre tesi. Cosa di cui le dimostrazioni analitiche di specie matematica non hanno certo bisogno. La “actio” è l’antenata diretta della “performance”, cui a suo tempo ho reso omaggio attraverso le Settimane internazionali ad essa dedicate, roba vecchia ormai di mezzo secolo, e non le rifarei, in quanto non è che oggi le performances non esistano più, ma al novanta per cento vanno a confluire direttamente proprio nella videoarte, assai più frequentabile, capace di una diffusione universale, e con mezzi rapidi e di poca spesa. Accanto alle precise osservazioni di portata teorica, il volumetto di Deggiovanni si caratterizza per una serie di letture molto aderenti di alcuni dei protagonisti della videoarte italiana. Ho già detto che nelle nostre future ricognizioni faremo tesoro degli artisti qui esaminati, finora sfuggiti alle nostre selezioni, ma ho letto con piacere e adesione quanto viene detto di alcuni dei nostri protagonisti. Per esempio, di Elisabetta Di Sopra viene lodata la pietas corporale con cui vengono visitati gli approcci nella vita dei sentimenti, bello il video che ha il titolo ambiguo di “con-tatto”, dove l’atto fisico, una carezza di un maschio alla sua donna, viene condotto con garbo per mascherare il fatto che lui ha solo un moncherino per poter accarezzare la compagna. Debora Vrizzi, una virtuosa per tanti aspetti, ci ha deliziato a suo tempo per una prestazione dedicata ai nonni ottuagenari, dove lui, furbastro, si vanta di aver cornificato con garbo la compagna, che sta al gioco, non lo denuncia. Oggi si griderebbe allo scandalo per il fatto che la donna accetta di fare un passo indietro, vedi le assurde accuse mosse al povero Amadeus, ma a quei tempi usava così, e del resto c’è una gratificazione per la vittima, che al temine del video viene assunta in cielo. Ottima la caratterizzazione delle prestazioni fornite da Alberta Pellacani, in cui “… la distorsione ottica allunga, scioglie, impasta, stira e confonde edifici, vegetazioni, acque e persone”. C’è posto anche per le denunce in chiave sociologica condotte da Marcantonio Lunardi, che convoca alla sua corte, solidi, monumentali artigiani, quasi scesi dalle sculture dei portali delle chiese gotiche. E attenzione viene riservata anche a Devis Venturelli, di cui il nostro abile antologista ricorda le origini da architettura, ma i suoi video sono rivolti a celebrare quanto di effimero, di transeunte avviene oggi nelle vie urbane, una specie di festa dei cenci, dei materiali deperibili, buoni però per ricavarne un volubile balletto. Non per niente proprio a lui pochi mesi fa abbiamo dato il Premio Alinovi Daolio del 2020. Ma continua l’indagine del Nostro sulla “videodiversità”, passando a celebrare il duo Basmati, Coianz e Saguatti, per i quali viene applicato un termine di grande efficacia, trovando che essi, invece di darci immagini continue, si concedono momenti “interstiziali”, lavorano cioè frammentando, scomponendo e poi ricompattando. Mentre un altro prodotto di pura finzione ci viene da Rita Casdia, che col pollice compone nella plastilina una intera popolazione di folletti magici, invitandoci a entrare in una Lilliput dei nostri giorni.
Piero Deggiovanni, Antologia critica della videoarte italiana 2010-2020, Kaplan, pp. 249, euro 20.

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Letteratura

“Tolo tolo”: non sempre “repetita iuvant”

Dopo aver esaminato “Hammamet”, è logico che ora mi rivolga all’altro film che tiene banco, al centro dell’attenzione degli spettatori, il “Tolo tolo” con cui Checco Zalone sembra aver rinnovato il successo di “Quo vado”. Ma forse l’affollamento con cui è stato accolto il primo apparire di questo film è destinato a calare, mi sembra che dal pubblico esca un verdetto quasi unanime, non ci si diverte come nel film precedente. Il fatto è che Zalone fa uso di una comicità alquanto meccanica, e questa bagna le polveri, rischia di scattare con efficacia via più ridotta. Nei termini del massimo esperto di fenomeni del genere, il nostro Pirandello, Zalone non passa dal comico all’umorismo, non compare in lui un personaggio totale provvisto di un’ampia psicologia, come invece è stato nel caso di un Sordi, e anche di un Manfredi. Abbiamo visto spegnersi via via i fuochi d’artificio che inizialmente accompagnavano il primo apparire di altri “comici”, incapaci di inoltrarsi in seguito in più consistenti personaggi. Si pensi al trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ma qualche rischio del genere sovrasta anche Carlo Verdone, e perfino Totò, pur eccellente, ma finché rimaneva appunto nei panni del comico, del burattino, prigioniero della battuta, affidata per intero ai frizzi e lazzi. Si aggiunga, nel caso di quest’ultimo prodotto di Zalone, quanto viene stigmatizzato da un noto proverbio, “scherza coi fanti ma lascia stare i fanti”. Appunto nel fortunato “Quo vado” l’attore scherzava, con taluni nostri difetti, ma in definitiva veniali, come l’inguaribile attaccamento al “posto fisso”, al sessismo, alla nostra inciviltà nel capire i diversi, eccetera. Ma ora ha voluto fare il grande passo, cercare di ricavare effetti comici dalla massima disgrazia dei nostri giorni, il fenomeno migratorio. Devo dire che personalmente non l’ho data buona neppure a Benigni e alla sua pretesa di trasformare in occasione di comicità (“La vita è bella”) il male estremo dello sterminio degli ebrei nei lager. Del resto mi pare che Benigni, prudente nonostante le apparenze, ora si guardi bene dal ritentare le vie di quel gioco assurdo. Invece Zalone crede di potersi aggirare coi suoi riti e miti, di cittadino dei nostri giorni, prigioniero delle nostre consuetudini, dei gadget cui siamo consacrati, tra la totale privazione di questi beni che invece affligge i dannati della terra, ma il contrasto si fa stridente, il riso muore sulle labbra, e anche la vicenda sentimentale appare fragile, di quella brava fanciulla che il buonismo di fondo cerca di preservare da un inevitabile destino, di vendersi ai trafficanti per ottenere vantaggi per sé, per il figlioletto, per lo stesso protagonista. E miracoloso appare pure il lieto fine della vicenda, proprio col ragazzino che per tocco di bacchetta magica alla fine della vicenda trova il padre pronto ad accoglierlo. Stiamo a vedere, se il consenso a questo film nei prossimi giorni vada calando, per l’implacabile funzione che in casi del genere spetta a quello che un tempo si diceva “radio fante”, il passaggio del giudizio da spettatore a spettatore, ben più valido di ogni titolato commento critico.

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Attualità

Dom. 19-1-20 (Libia e Pd)

I maggiori problemi del momento li ho già esaminati, quindi non mi resta che ricorrere a un “repetita iuvant”. Questione Libia, di cui si discute proprio in questo momento a Berlino, mentre digito i miei appunti solitari. Ripeto che è stato un errore non mandare una nostra forza militare a seguito della richiesta di Serraz, capo legittimo della Tripolitania. Non lamentiamoci se poi egli ha fatto intervenire i Turchi per difendersi dall’aggressione, evidente, ingiustificato, di Haftar. Abbiamo truppe in luoghi di nessun nostro interesse strategico, come l’Afganistan, l’Iraq, le alture del Golan, con partecipazione decisa per compiacere gli USA o l’ONU, non le abbiamo mandate nell’unico scenario che invece per noi costituisce interessi vitali. Inoltre è comica, assurda, gratuita la pretesa che a Berlino si riesca ribadire l’unità libica. Haftar è un cliente incontentabile, a meno di non dargli una intera regione, Bengasi, la Cirenaica. Ovvero, come già diceva la saggezza dell’Ad dell’Eni, l’unica soluzione percorribile è quella federativa, due regioni, con salomonica divisione dell’accesso ai pozzi petroliferi, solo così si può sperare in una pace di qualche tenuta.
L’altra questione, di natura totalmente diversa, è il proposito del Pd di cambiare pelle, di rinnovarsi. Hanno ragione i commentatori che giudicano risibile, inconsistente una pretesa del genere. Il Pd deve prima di tutto porre rimedio ai due problemi che ne hanno determinato la sconfitta alle elezioni di due anni Fa. Primo, dare lavoro ai giovani, che infatti hanno abbandonato in massa il Pd passando ai Cinque Stelle o disertando le urne. E non si speri che ora le Sardine rimedino, è un fenomeno vago e capriccioso, in definitiva sempre in attesa che si risolva il problema di base. Ho detto non so quante volte che in merito bisogna seguire il modello del New Deal roosveltiano, cioè lo Stato deve creare posti di lavoro. Purtroppo il renziano Job’s Act ha dato troppa fiducia ai “capitani coraggiosi” della nostra industria, che tali non sono. Tocca alla comunità rimediare, mettendo sul piatto miliardi di euro. Per esempio, il ministro Franceschini, invece di fare la fatua riforma dei direttori di museo, avrebbe dovuto far partire un concorso per centinaia di posti di addetti alla conservazione dei beni culturali, magari ampliando la portata di questo ambito fino a includere tutti i centri civici della nazione, da dotare di personale per gestire biblioteche, emeroteche, attività culturali. Ho pur segnalato l’inutilità di una riforma universitaria che a quanti ottengono la laurea triennale non dà alcuno sbocco professionale obbligandoli per forza ad accedere al biennio magistrale. Invece questi triennalisti senza farli attendere si dovevano immettere sul mercato in ogni settore, anche in quello sanitario che ora a quanto pare manca di personale. Insomma, ci vorrebbe una vasta operazione di pubbliche spese per creare posti di lavoro, senza attendere le dubbie assunzioni da parte di imprese private.
L’altro fronte che ha portato alla sconfitta del Pd è quello dei migranti, non di averli accolti nei nostri porti, ma di averli rinchiusi in centri con l’invito tacito ad andarsene, o di averli imposti alle varie comunità. Bisognava invece istruirli, avviarli a quale utile attività lavorativa, seppure di basso livello, ma con regolare retribuzione. Se non si affrontano alle radici questi due drammatici problemi, tutto il resto è vacuo, impotente bla-bla.

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Arte

Van der Stokker e Moreschini: l’ornamento non è più un delitto

Le visite virtuali di questa domenica vanno a due artisti che peraltro ho frequentato de visu ed esposto in passato. Sono l’olandese Lily van der Stokker (1954) e il nostrano Alessandro Moreschini (1966). La prima è un punto di forza dell’ottima Galleria milanese Kaufmann Repetto, presso cui ammiro ad ogni loro uscita Gianni Caravaggio e Pierpaolo Campanini. Moreschini ora espone nella maestosa Rocca di Vignola. Sono entrambi legati a un aspetto di lunga portata nella mia storia, si deve risalire addirittura allo scarso favore con cui, da buon seguace del materialismo tecnologico, ho da sempre nutrito verso la fase legata alle macchine mosse dall’energia termica, pur riconoscendone l’inevitabilità, per esempio quando ci hanno dato un movimento di punta del Novecento quale il Cubismo, in cui Picasso e Compagni, ho detto fino alla noia, altro non hanno fatto se non mutarsi in carrozzieri delle cose comuni, oggetti, paesaggi, persone, seguiti a ruota dai nostri Futuristi, che però, con Marinetti e Boccioni, sono stati capaci di innestare pure una marcia in più, avendo intuito che c’era posto anche per le energie di origine elettromagnetica, dalla radio ai raggi x. Quel clima meccanomorfo, “hard”, duro al massimo, ha avuto uno dei suoi sfoci nel famigerato detto dell’architetto Loos, pronubo del Bauhaus di Gropius, secondo cui l’ornamento è un delitto, Ma prima, e anche subito dopo, c’erano state le fasi “soft” in cui l’ornamento al contrario era avvertito come un bisogno quasi fisiologico, vedi il Liberty, o il Simbolismo in genere, con cui ho fatto le mie prime prove di storico dell’arte, seguito a ruota dall’Art Déco. Poi, certo, una lunga assenza, fino agli anni ’70 e al loro ritorno a forme d’arte “deboli”, fra cui proprio la decorazione, rinata sotto l’etichetta del “Pattern Painting” nella squadra gestita a New York da Holly Solomon, con una consistente sponda tra i miei “Nuovi-nuovi”, in cui infatti ho sempre distinto con cura un versante di Aniconici. Oggi poi, se si pensa al fenomeno dominante incentrato sul “glocalismo”, rispunta da ogni parte il gusto per l’arabesco o per altre forme ornamentali, che sono così connaturate con la cultura visiva di aree estranee al nostro severo e dogmatico Occidente. Ora c’è pure in merito un’ampia rassegna alla Fondazione Magnani di Reggio Emilia, con un titolo appropriato che inneggia, sotto la guida di Claudio Franzoni e di Pierluca Nardoni, a un “Wonderful World”. Ma tornando ai due artisti qui segnalati, la brava olandese entrava già nella mia “Officina Europa” (1999) con i suoi delicati motivi floreali che, come bolle di sapone leggere e aeree, vanno a incistarsi sulle pareti, o avvolgono come dentro preziosi manicotti, il mobilio di qualche stanza. Con lei è proprio il rilancio di un florealismo alleato all’ambientalismo, una delle istanze dominanti dei nostri giorni. Quanto a Moreschini, ancora prima egli entrava nella mia Officina iniziale, quella del ‘97, dedicata a protagonisti italiani, quando a dire il vero questo rivolo di decorativismo appariva alquanto acerbo, quasi invisibile, ma l’artista bolognese ne ricavava come un pulviscolo, una preziosa limatura di ferro, di cui aspergeva abbondantemente gli utensili del nostro cosmo domestico, dotandoli quindi di una luminescenza, di un potere irradiante, che è poi l’operazione che continua a svolgere anche in questa sua comparsa a Vignola, in cui, in inconsapevole, suppongo, accordo con l’olandese “volante” frequenta anche lui con sicurezza una dimensione ambientale.

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Letteratura

Hammamet: manca una ricostruzione storica

Naturalmente mi sono fiondato a vedere “Hammamet”, il film di Gianni Amelio dedicato agli anni di esilio consumati da Bettino Craxi ad Hammamet, fino alla morte. Bettino è stato un mio idolo, di strenuo sostenitore della causa della socialdemocrazia, subendo anche per questa mia fede l’ostracismo dei colleghi del Gruppo 63, in genere più spostati a sinistra. Una fede che ho potuto rinnovare nel culto di Romano Prodi e di Matteo Renzi, che in modi vari e con esiti purtroppo non sempre felici, si sono susseguiti a staffetta per quella strada. Credo di aver affidato a questo mio diario segreto il resoconto di una mia visita che qualche anno fa mi è capitato di fare alla tomba di Bettino. Ero ad Hammamet per un convegno letterario, scoprendo che quella località tunisina è come una Rimini africana, con alla periferia una selva di grandi hotel, quasi come enormi tartarughe insabbiate nell’arenile, a notevole distanza dal nucleo abitativo, dove mi ha portato un taxi, alla ricerca della tomba dell’esule. Trovata a fatica, in una striscia riservata agli occidentali, accanto a una ben più ampia fetta di tombe riservate agli abitanti di fede maomettana. E non è stato per nulla facile trovarla, data la sua modestia, di tomba terragna, con la sola nota distintiva di una accurata imbiancatura, segno di lutto e di rispetto, nulla più, niente di quella ostentazione di lusso e di vanagloria che le torme dei prevenuti avversari di Bettino gli hanno attribuito. Ma veniamo al film su cui ho concepito molti dubbi. In fondo Amelio si è comportato con qualche ipocrisia, evitando di confrontarsi col personaggio pubblico, inserendo solo qualche cenno su due punti cui invece è affidata la possibilità di rivalutarne l’opera: il fatto che desse atto “apertis verbis” del mal costume di tutti i partiti di allora di rubare dai bilanci delle aziende pubbliche e private, soprattutto per coprire le spese elettorali, compreso il PCI che si faceva foraggiare dall’URSS finché questa è esistita. Inoltre valida resta pure la prova di forza data contro gli USA quando avevano preteso, nell’aeroporto di Sigonella, di impadronirsi del terrorista che si era reso colpevole dell’uccisione di un cittadino nordamericano. Ma siccome il delitto era avvenuto su una nave battente la nostra bandiera, dovevamo tutelare il diritto e la dignità di esserne noi i giudici. Ricordo che allora anche i giornali della sinistra estrema, come “Il manifesto”, gli resero l’onore delle armi, ora invece contestato da quell’insopportabile mestatore che risponde al nome di Travaglio, e che anche ieri sera ha sottoposto il ricordo del leader del PSI a un linciaggio sfacciato. Anche questo brillante episodio è stato ricordato dal pavido Amelio un po’ di straforo, affidato a una ricostruzione condotta per mezzo di miseri soldatini da un nipote al seguito del leader maximo, sulla spiaggia tunisina. Per il resto, ampio spazio al privato, sottoponendo Pierfrancesco Favino a un tour de force, a indentificarsi con Bettino, a reggere la contraffazione come una pesante maschera, che in definitiva lo immobilizza, lo appesantisce, anche se si deve ammettere che in tal modo l’attore conduce una prova estrema di dedizione, di sacrificio di sé. Insomma, troppa privacy, troppo vissuto personale, per quanto riguarda il protagonista, seguito con esasperante vicinanza nei suoi tic, negli appetiti gastronomici, negli scatti di collera, o viceversa nei tratti di residua umanità. Il tutto sotto il premere della mala salute, dell’incombere del senso della fine imminente. A contrasto con tanta eccessiva fisicità Amelio ha fatto ricorso a una serie di figure simboliche in cui ha concentrato l’ambito del premere di motivi esterni. Tra tutti, è misteriosa e del tutto sbagliata la presenza di un giovane preteso figlio di un austero funzionario del partito, che alla fine si apprenderà essere stato addirittura colpevole della morte del genitore, buttato giù da una finestra, e ormai chiuso nella follia. Forse la regia di Amelio ha assegnato a questo personaggio fittizio il compito di punire, in Bettino e in ogni altro uomo politico, la macchia originaria, il fatto di essersi resi artefici di colpe, prevaricazioni, violenze. Troppo simbolica è pure la visita che a un certo punto il leone in gabbia riceve da parte di un esponente dell’universo DC, tipica espressione degli ambigui rapporti intrattenuti con lui, di rivalità e di complicità. Peggio di tutto aver scelto, nella senza dubbio avvenente Claudia Gerini, una specie di concentrato di tutte le amanti avute da Bettino nel corso della sua esistenza. Non parliamo poi del finale, in cui compare un dialogo col padre, all’ombra della Madonnina, quasi un ricalco dal “Posto delle fragole” del grande regista svedese Bergman. Abbastanza fuori luogo pure l’incursione in un capitolo infantile in cui il prode Bettino compare già nella veste di protestatario ribaldo, meritandosi una punizione nel collegio religioso in cui trascorre la sua difficile pubertà, già pronto a conati di rivolta, affidati a una fionda con cui il ragazzino ribelle rompe le vetrate dell’edificio che lo ospita. Insomma, fuga da compiti di seria ricostruzione storica, rifugio in una privacy che diviene perfino ingombrante, soffocante, e che non serve molto, o per nulla, a una rivalutazione dell’uomo politico, se non nel senso di dedicare una prece alla sua monumentale uscita di scena.

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Attualità

Dom. 12-1-20 (diritto internazionale?)

Trovo comico o irreale che a commento dell’impresa di Trump di andare a far fuori Soleimano si parli di un’infrazione del diritto internazionale. Come se questo resistesse di fronte al profilarsi del “diritto del più forte”, in nome della realpolitik. Ovviamente a me, come ad ogni altra persona di sinistra, l’attuale presidente USA sta molto antipatico, a differenza di Obama, oggetto della nostra adesione, ma proprio lui si è reso colpevole di una azione fuori di ogni copertura legale, quando ha mandato i marines a sopprimere un Bin Laden divenuto ormai innocuo, vivente isolato in una fattoria, oltretutto facendone scomparire il cadavere, non concedendolo alla celebrazione di un funerale riparatore. Nel che, se si vuole, ci fu pure uno spirito di saggezza pratica, se si pensa alle decine di vittime provocate nei giorni scorsi dalle solenni esequie concesse all’eroe caduto nella sua città natale. Ma c’è ben di peggio. Se pensiamo all’ONU, questa si fonda sul diritto del più forte, ovvero i cinque Stati vincitori dell’ultimo conflitto si sono arrogati poteri fondamentali, compreso quello di munirsi ampiamente di armi nucleari, ma erigendosi a inflessibili bocciatori del diritto di altri Paesi di procedere sulla medesima strada. Magari dovremmo chiederci se gli ayatolla sono stati così scondiderati, così privi di segnalazioni di pericolo da parte dei loro servizi segreti, dall’evitare al loro rappresentante il rischio di quel volo in terra incognita. O addirittura si potrebbe azzardare il ripetersi di una volontà di sbarazzarsi di qualcuno divenuto scomodo e ingombrante, al modo in cui Fidel Castro si è liberato di Che Guevara pur facendo l’atto di dargli via libera alla manifestazione delle sue migliori energie. Di realpolitik non hanno dato certo prova i nostri politici, con la stupida pretesa di insistere nell’equidistanza tra i due contendenti in Libia. Noi avevano il diritto e il dovere di portare un aiuto militare a Serraj, legittimamente insediato a Tripoli, dove ci vantiamo di tenere ancora aperta la nostra ambasciata, cosa che non faremmo mai a Bengasi. Invece “Giuseppi” ha fatto la gaffe, riconosciuta da tutti, di tentare una mediazione estrema invitando Haftar, evidente aggressore, guerrafondaio, e addirittura in anticipo sul suo rivale, che si è offeso dello sgarbo. Ora pare che ci sia un rimedio, che il legittimo esponente del governo tripolitano abbia accettato di venire, ma nell’occasione si abbandoni la nostra ormai inutile e superata politica di equidistanza tra i due blocchi, si operi una scelta, a favore del leader legittimo, che oltretutto ha dato una prova di buona volontà accettando l’armistizio proposto da Erdogan e Putin, mentre il signore della guerra, che però non riesce a concludere, ha opposto un irritante diniego.

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Arte

Tre porte ben diverse tra loro

Mentre domenica scorsa la visita alla mostra urbinate su Raffaello era stata “reale”, ho ripreso il vizietto delle incursioni solo virtuali in altri spazi (tanto, sono solo elucubrazioni tra me e me) recandomi nel fiorentino Museo dell’opera del Duomo ad ammirare le tre porte del Battistero, appena uscite da un lungo restauro, mentre all’esterno, come è giusto, ne sono state collocate solo delle copie conformi. Si sa bene che sono opere tra loro in piena diversità. La prima, quella Sud, è dovuta ad Andrea Pisano, vittima di quell’inflazione dell’appellativo derivante dalla città marinara che ha legittimamente imperversato nel Duecento, con due grandi protagonisti come Nicola, padre, e Giovanni, figlio, e accanto allora c’era pure un pittore come Giunta, a ricordarci che in quel momento Pisa batteva la vicina Firenze per volume di traffici, facilitati dalle vie della navigazione, e si sa bene che l’arte va di pari passo con le fortune di ordine economico. Quei due erano magnifici campioni di invenzioni plastiche, mentre, un secolo dopo, l’Andrea che ne replicava l’appellativo apparteneva a quella seconda metà del Trecento che appariva spossata, quasi svuotata, dopo aver partorito, a Firenze, il genio giottesco, e a Siena, in aperto antagonismo, quelli di Simone Martini e dei due Lorenzetti. Andrea Pisano si è trovato a meraviglia entro lo spazio obbligato delle formelle polilobate, collocandovi all’interno le sue figurine ben composte, ordinate, a tre per volta, ritte sulla verticale, quasi intente ad accomodarsi con gesti pudichi le pieghe delle tuniche. Tutto per bene, tutto ben composto, quasi da rasentare già soluzioni di gotico fiorito, o di Rinascimento appena in fasce, ancora timido nei suoi passi. Ma poi vengono le due del Ghiberti, e in proposito, anche questo è risaputo fin dai tempi di scuola, agli inizi del ‘400 viene il concorso tra lui e il Brunelleschi, entrambi ancora sottoposti alla misura gotica della cornice polilobata. Ghiberti la riempie industriosamente, nulla da dire, con volumi che occupano i rispettivi spazi tappandoli, come si potrebbe fare per i vuoti di una serratura introducendovi dei corpi estranei. Il Brunelleschi, invece, vi dà prova di un enorme talento compositivo, con l’asino proteso per il lungo, quasi nel tentativo di forzare le maglie strette dei lobi, come un prigioniero potrebbe cercare di allargare le sbarre che lo imprigionano. E straordinaria è anche la collocazione di Isacco, posto sul dosso dell’animale, piegato come una molla pronta allo scatto, anche in questo caso mossa dall’intento di forzare la prigionia del formato ancora gotico entro cui si pretende di imprigionarlo. Valutando l’ingegnosità della soluzione del Brunelleschi, c’è da rimpiangere che in seguito il suo talento non si sia più espresso nella scultura, avremmo avuto un degno rivale di Donatello. Naturalmente il popolo di Firenze, per quanto avesse la fama di intendersene in questioni di stile, preferì la soluzione più facile fornita dal Ghiberti, e così egli fu incaricato di modellare in tutta calma la Porta Est, detta del Paradiso, ma perché si limitava a cullare il desiderio pubblico di avere una rappresentazione ordinata, di sana vicinanza al verosimile, senza ardimenti, senza voli estrosi e sperimentali. In fondo, era come tradurre in linguaggio plastico le immagini ugualmente gremite ma ben organizzate che frattanto un Gentile da Fabriano, e perfino un Benozzo Gozzoli, andavano elaborando sul filo del tema comodamente folclorico e narrativo della visita dei Re Magi al Divino Fanciullo, un modo insomma di far scendere il Paradiso e di abilitarlo a vivere nel nostro mondo comune.

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Letteratura

Celati, narratore in fuga da se stesso

Ho acquistato il denso volume delle “Narrative in fuga” in cui Gianni Celati ha raccolto le introduzioni che gli è capitato di stendere per altrettanti classici della narrativa di varie letterature e di varie epoche, senza dubbio rispondendo a stimoli esterni, a inviti occasionali, ma non senza un intimo collegamento con ragioni profonde della sua stessa scrittura. Una cui prima caratteristica è di avere sempre operato dei mutamenti vistosi. Come chiudere una stagione e aprirne un’altra, nel segno di interessi mutati, talvolta addirittura opposti. E dunque, seguire il filo di queste introduzioni consente a chi, come me, ha seguito il percorso di Celati fin dagli inizi e nelle sue metamorfosi successive, di ricostruirne lo svolgimento. A patto, beninteso, di non stare a rispettare l’ordine fittizio con cui queste “ouvertures” sono state raccolte. Ricordo bene l’emersione di Celati, che avvenne all’ultimo appuntamento del Gruppo 63, svoltosi nel ’67 a Fano. Devo ammettere che ho tentato di farlo rivivere, come sono stato capace di ottenere per quello della Spezia, consumatosi l’anno prima , nel ’66, e rilanciato un abbondante mezzo secolo dopo. Ma le attuali autorità di Fano mi hanno risposto, per entrare subito in argomento, quasi ripetendo la tipica frase di Bartleby, “preferisco di no”, anzi, ancora peggio, mi hanno insignito di un indifferente silenzio. Le sorti della narrativa, alla corte della neoavanguardia, non sono mai state molto floride, e così salutammo con vero trasporto l’invenzione stilistica di Celati, di far parlare un ragazzino un po’ giù di testa, con un linguaggio tra il balordo e lo sgrammaticato (“Le avventure del Guizzardi” e altre opere dello stesso genere). Se, come qui proposto, vogliamo associare le avventure stilistiche del Nostro a quelle di alcuni dei grandi con cui poi ha dialogato, si potrebbe dire che a quel modo conduceva un esperimento abbastanza simile alla parlata bassa, vicina allo sproloquio, magistralmente adottata da Céline. In questo caso, a vantaggio di Celati, ci può stare una inconsapevole vicinanza forse inconscia, che doveva maturare solo qualche tempo dopo nella sua coscienza critica. Ricordo in proposito che fummo concordi nel celebrare il genio linguistico céliniano convincendo “il verri” a dedicargli un numero unico, forse la sola occasione di vicinanza tra le nostre rispettive carriere, poi allontanatesi, la sua verso la gloria, la mia verso il silenzio e il nulla. Poi venne per lui una liquidazione di ”fine stagione”, si accorse cioè quanto fosse manierato, benché stimolante, il gergo primitivo del Guizzardi, e decise di abbandonarlo, professando una specie di dieta, dopo la precedente abbuffata, e venne la stagione dei “Narratori delle pianure”, invasi dalle nebbie, dalla vuotaggine della bassa padana. Se anche in questo caso vogliamo continuare nell’esercizio di abbinare a simili assunzioni stilistiche, quasi a titolo di “exergues”, la voce di qualche classico, fu davvero quella la stagione di far proprio il detto di Barthelby, il fatidico “preferisco di no”, di melvilliana discendenza, preferisco non inserire motivi di trama, non cogliere spunti ideologici di qualsivoglia natura. Gli si potrebbe anche attribuire l’intento di un Bret Easton Ellis, di adottare cioè un “less than zero”. E beninteso in questa sezione del suo laboratorio ci sta pure l’impresa di offrire una nuova traduzione dell’”Ulisses” joyciano, notoriamente un’altra operazione volta ad affrontare il vuoto spinto. Ma poi il nostro Celati si è stancato anche di questa sua fase anoressica, è stato ripreso da un conato di bulimia, e dunque in tal caso l’esempio valido, con relativa introduzione, poteva essergli fornito da Swift e dai suoi viaggi di Gulliver, che l’autore italo-inglese si è proposto di rilanciare stendendo “Fata Morgana”, passando cioè da un “troppo vuoto” a un “troppo pieno”. Ora ci possiamo chiedere se ci sarà e quale potrà essere una prossima mossa, certo a scorrere la serie di queste letture non se ne scorge il soggetto, lo stimolo, o forse siamo noi ciechi in proposito, dobbiamo attendere che la scelta celatiana prenda corpo e si palesi in pubblico.
Gianni Celati, Narrative in fuga, Quodlibet, pp. 338, euro 18.

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Attualità

Dom. 5-1-20 (Libia)

Confesso che non mi sento di disapprovare l’accesso di realpolitik cui si è dato il Presidente Trump decidendo di sopprimere, con operazione invero netta e pulita, senza spargere troppo sangue, l’iraniano Soleimani, certo giunto a Bagdad non con intenzioni pacifiche da turista, ma per ordire gravi danni a spese degli statunitensi. E di riflesso un po’ di realpolitik non avrebbe guastato nei nostri rapporti con la guerra civile che sta sconvolgendo la Libia. E’ risibile il nostro bon ton, la nostra pretesa di far dialogare i due pretendenti, evitando di acuire la tensione portando un aiuto militare all’uno o all’altro. Come se si trattasse di contendenti leali, con cui è possibile dialogare, e del resto questo è già stato fatto perfino troppo a lungo. Le parti sono impari, Haftar è un aggressore che vuole impadronirsi di tutto il potere occupando la capitale Tripoli. Buon per noi che ha fatto male i suoi calcoli, la sua pretesa guerra lampo si è impantanata alle porte della città, e il rivale Sarraj, non si sa per quale miracolo, riesce a resistere, ma da un momento all’altro la lotta potrebbe cessare, e un Haftar davvero capace di occupare la città-simbolo porterebbe alla chiusura dei giochi, più niente da fare. E dunque, sarebbe stato nostro interesse accogliere la richiesta di Sarraj, recargli un aiuto in armi e in uomini, visto che lui è l’autorità ufficiale dei quel Paese, con riconoscimento da parte dell’ONU e dell’UE. Noi abbiamo stupidamente, recitato la parte dei puri di intenzioni, mentre Turchia e Russia non si sono fatte pregare, stanno inviando forze militari per tutelare i loro interessi, ragionando appunto in base alla più classica realpolitik, quella di cui senza esitazione ora ha dato prova anche Trump. Caso mai, se si vuole una soluzione pacifica al dramma libico, ci sarebbe da ascoltare la saggezza di un precedente AD dell’Eni, Paolo Scaroni, peraltro rivolto a recuperare fatti storici, il quale ammoniva a imboccare una soluzione saggia di tipo federale, mantenendo separate Bengasi e la Cirenaica. E’ la soluzione federativa che potrebbe venire buona in tanti casi, spegnendo focolai di guerra. Il Partito Socialista Spagnolo, se vorrà l’appoggio del fronte catalano indipendentista per fare il governo, dovrà quanto meno accrescere i privilegi autonomisti da dare a quella regione. Si sa che a renderlo esitante su questa strada agisce il timore di dover poi pagare della stessa moneta altre regioni iberiche, ma anche i Paesi Baschi meriterebbero uguale trattamento. In genere, dove c’è una differenza linguistica, occorre essere larghi nel concedere autonomia, evitando così le scissioni radicali. Noi in fondo abbiamo fornito un ottimo esempio per la Val d’Aosta, dove il francese è lingua dominate, e per l’Alto Adige, dove a prevalere è il tedesco. Ma un problema dal genere è davvero da riservare a trattative da condurre a posteriori, al momento un minimo di intelligenza strategica ci dovrebbe indurre a portare un sostanzioso aiuto militare alla causa di Sarraj, non lasciando un tale compito alla sola Turchia.

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Arte

Raffaello tra gli amici marchigiani

Urbino dedica una onesta mostra al suo figlio migliore, Raffaello, allestita molto bene al pianterreno del Palazzo Ducale, anche se risulta come quel grande talento abbia ben presto capito che dal nido familiare doveva andarsene, spostandosi nei luoghi dove si giocavano le sorti del progresso stilistico. Una vicenda che ricorda quella di alcuni altri grandi talenti, come Canova e Picasso. La mostra è curata da Barbara Agosti e Silvia Ginzburg, che però, agli occhi di un fenomenologo degli stili quale io sono stato per decenni, hanno il torto di accomunare Timoteo Viti e il Sanzio per “una medesima appartenenza generazionale, se pur con una leggera scalatura”. All’anima di quel “leggero”, considerato che tra l’uno, il Viti nato, qui è detto, nel 1469, e il suo preteso successore ci sono ben 14 anni di differenza. Ma si potrebbe anche dire che il culto delle date di nascita, da me sempre professato, è un dato un po’ cabalistico. Conta di più lo stile, ovvero il fatto che Timoteo Viti appartiene per intero alla seconda maniera, per dirla col Vasarti, citato con lodevole attenzione dalle due curatrici, e dunque è artista statico, immobile, senza sussulti nelle sue industriose piramidi compositive. Naturalmente non c’è più movimento, nei membri classici dell’ondata negli anni ’50, come il Pinturicchio e il Signorelli, e lo stesso Perugino, da cui senza dubbio Raffaello ha succhiato il latte, poi abbandonandolo quando ha capito che non ne valeva più la pena. Peraltro, c’è un tratto fisionomico che li ha accomunati, quel curioso strabismo di Venere delle figure femminili, senza dubbio eccellente nella peruginesca Maria Maddalena degli Uffizi, poi ripreso dall’allievo. Caso mai, se si parla di un’eredità di dolcezza e languore, meglio ancora che dal Perugino, il Nostro potrebbe averla colta dai membri della Scuola bolognese, soprattutto da un Francesco Francia, su cui scrive in modo molto appropriato Daniele Benati. In effetti Bologna è colpevole di non aver messo a fuoco in misura conveniente questi campioni di un circolo bentivolesco, appunto del Francia e di Lorenzo Costa, essendo la città tropo impegnata a balzare subito in avanti al recupero, pur giusto, dei Carracci. Ma tornando al rapporto col Peugino, è da manuale scorgere come iì pupillo, sui rigidi impianti del maestro, fa già prova di movimentazione, procedendo risoluto verso la “maniera moderna”. Le sue figure già di articolano, si agitano nello spazio, con un culmine nelle Madonne, cui il compito di abbracciare, o di tenere a bada i due pargoli, il Bambino e il S. Giovannino, pone l’obbligo di compiere torsioni, circonvoluzioni, abbracci ingegnosi. Una tappa decisiva per il Sanzio è il soggiorno a Firenze, dove certo assiste alla disfida tra Leonardo e Michelangelo, eppure sembra che ne intenda appieno la lezione solo un momento dopo, quando finalmente giunge a Roma e dà il via alla sua maestosa ascesa consegnata alle Stanze vaticane. Oltretutto, tra le tante conversioni “moderne” che avvengono per lui sul suolo sacro dell’Urbe, c’è pure quella considerevole di passare nei ritratti da uno sfondo ancora “seconda maniera” di tersa luminosità a un muro di tenebre, come avviene nei due ritratti presenti in mostra, la Muta e la Gravida, e dunque da assegnare oltre il primo decennio del Cinquecento, al di là del soggiorno fiorentino. Ma tornando al percorso qui disegnato, se è legittimo soffermarsi sulle dolcezze pre-moderne dei Bolognesi, è altrettanto opportuno, anzi forse si ha la ragione dominante della mostra, fornire una ricca documentazione di Girolamo Genga, le cui date, devo ammetterlo, costituiscono alquanto una confutazione delle mie statistiche. Infatti egli risulta nato nel 1471, eppure riesce a scavalcare in movimentismo lo stesso Raffaello, e quasi a raggiungere i Manieristi, che però nascono, tutt’al più, alla fine del ‘400. Basterà menzionare fra tutte le opere del Genga qui presentate, “La disputa dei dottori”, che in realtà non è stata trasferita da Brera, ma se ne offre una lettura riflettografica del tutto conforme, anche se priva dei colori, con un enorme viluppo di corpi in cielo, da considerare un risoluto traguardo di Manierismo, in linea con quanto faranno, ma negli anni giusti, cioè ormai oltre la soglia del primo decennio del Cinquecento i Giulio Romano, i Raffaellino del Colle, gli Jan Van Scorel, una discendenza che non si sa se il Divino Sanzio avrebbe condiviso o invece condannato, fermo come era a svolgere le soluzioni centrali di un “moderno” che si sarebbe affermato trionfalmente lungo tutti i secoli del naturalismo occidentale, fino agli Impressionisti.
Raffaello e gli amici di Urbino, a cura di Barbara Agosti e Silvia Ginsburg. Urbino, Palazzo Ducale, fino al 19 gennaio. Catalogo Centro DI.

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