Arte

Boetti e Salvo: un affascinante braccio di ferro

Il solito viaggetto virtuale della domenica questa volta ci porta poco lontano, appena al di là del confine svizzero, a Lugano, città di solide lingua e tradizioni italiane, il cui MASI (Museo d’Arte della Svizzera Italiana) propone una interessante accoppiata, di Alighiero Boetti (1940-1994) e Salvo (1947-2015). Senza dubbio i due, troppo presto scomparsi, ebbero in vita, soprattutto nei primi anni, eccellenti rapporti, come dimostra una foto in cui li vediamo intenti entrambi a sfidarsi a braccio di ferro. Del resto, nessuna meraviglia in proposito, ebbero tutti e due le loro radici nel fertile suolo della Torino sessantottesca, felice sede dell’Arte povera, nelle sue varie espressioni. Ma i due presto diversificarono i rispettivi percorsi, pertanto non so se sia stata saggia l’idea di associarli in modo un po’ forzoso, meglio sarebbe dedicare a ciascuno di loro un’ampia retrospettiva, del resto a far questo abbiamo tutto il tempo e tanti musei d’Europa, suppongo, disponibili. Boetti è stato fin dall’inizio e poi per tutto il tempo della sua carriera, l’artista disposto a “giocare ai dadi”, a sfidare la sorte, ad accettarne gli esiti e a mutarli in virtù, si trattasse di quadrettare a caso i fogli di una carta millimetrata, o di assemblare uno stuolo di aeroplanini, o di tracciare una mappa con i luoghi di residenza degli amici. E anche il gran finale, oggi premiato da un enorme successo di pubblico e di mercato, dato che vi compare il piacere del colore, risulta come un esito preterintenzionale. In fondo, anche nella nascita dello stuolo copioso dei suoi tappeti e arazzi, Boetti non è venuto meno alle solite procedure, si è affidato alla sorte imposta dall’atlante politico, con le varie nazioni che si distinguono tra loro per intense stesure cromatiche, che mettono in rilievo per contrasto lo zigzagare dei confini, frastagliati, dentati, pronti a insinuarsi gli uni negli altri. Ma in definitiva, anche nel far nascere questa fortunata produzione, Boetti è rimasto ligio ai precetti del “concettuale”, non fare nulla con le proprie mani, condurre scelte “nella propria testa”, dando poi ordine a fedeli ed esperte maestranze dei paesi dell’Est di rendere queste combinazioni con la sapienza delle tessiture, quella stessa che ha fatto nascere nei secoli i tappeti persiani e il loro mito.
Salvo invece, dopo un passaggio attraverso i riti anonimi della fotografia, ha deciso di tornare a impugnare il pennello, inaugurando la fase di un nuovo “richiamo all’ordine” che ha caratterizzato tutti gli anni Settanta e oltre, ma in definitiva la critica internazionale non gli ha perdonato questo gesto spavaldo di violazione di un codice accettato, che invitava proprio a non dipingere più. Su di lui, in definitiva, è caduto un interdetto che lo tiene lontano dalle mostre ufficiali, il che si è ripetuto anche per il compagno di cordata di quel momento, Luigi Ontani, finché quest’ultimo, ancora e più che mai sulla breccia, si è guadagnato un posto di assoluta eccellenza, anche a danno dei Transavanguardisti a cui la corte internazionale ha insistito, e insiste tuttora nel decretare un ormai immotivato privilegio. Del resto è lo stesso discredito che a lungo ha pesato perfino su De Chirico, ammirato per tutto il periodo metafisico, poi fatto oggetto di scherno e ludibrio, fino a comprendere come egli fosse un gigante, pronto a ispirare tutto il cosiddetto postmoderno. E il pennello, intriso di succhi ardenti e fosforici, che De Chirico sapeva brandire con accanimento terapeutico, dalle sue mani è passato in quelle di Salvo, che ne è stato il perfetto, esemplare continuatore, anche nelle dichiarazioni, stese tra il serio e il faceto, di dover essere considerato un “pictor optimus”. Per mio conto, sono sempre stato pronto a riconoscergli questo titolo di gloria, e non vedo l’ora che un’ampia rassegna monoposto gli restituisca tutta l’importanza che merita, in barba ai “curators” che magari ancora mugugnano e hanno titubanze a riconoscergliela.
Alighiero Boetti e Salvo, Vivere lavorando giocando, a cura di Bettina della Casa, Lugano, MASI, fino al 27 agosto.
Il solito viaggetto virtuale della domenica questa volta ci porta poco lontano, appena al di là del confine svizzero, a Lugano, città di solide lingua e tradizioni italiane, il cui MASI (Museo d’Arte della Svizzera Italiana) propone una interessante accoppiata, di Alighiero Boetti (1940-1994) e Salvo (1947-2015). Senza dubbio i due, troppo presto scomparsi, ebbero in vita, soprattutto nei primi anni, eccellenti rapporti, come dimostra una foto in cui li vediamo intenti entrambi a sfidarsi a braccio di ferro. Del resto, nessuna meraviglia in proposito, ebbero tutti e due le loro radici nel fertile suolo della Torino sessantottesca, felice sede dell’Arte povera, nelle sue varie espressioni. Ma i due presto diversificarono i rispettivi percorsi, pertanto non so se sia stata saggia l’idea di associarli in modo un po’ forzoso, meglio sarebbe dedicare a ciascuno di loro un’ampia retrospettiva, del resto a far questo abbiamo tutto il tempo e tanti musei d’Europa, suppongo, disponibili. Boetti è stato fin dall’inizio e poi per tutto il tempo della sua carriera, l’artista disposto a “giocare ai dadi”, a sfidare la sorte, ad accettarne gli esiti e a mutarli in virtù, si trattasse di quadrettare a caso i fogli di una carta millimetrata, o di assemblare uno stuolo di aeroplanini, o di tracciare una mappa con i luoghi di residenza degli amici. E anche il gran finale, oggi premiato da un enorme successo di pubblico e di mercato, dato che vi compare il piacere del colore, risulta come un esito preterintenzionale. In fondo, anche nella nascita dello stuolo copioso dei suoi tappeti e arazzi, Boetti non è venuto meno alle solite procedure, si è affidato alla sorte imposta dall’atlante politico, con le varie nazioni che si distinguono tra loro per intense stesure cromatiche, che mettono in rilievo per contrasto lo zigzagare dei confini, frastagliati, dentati, pronti a insinuarsi gli uni negli altri. Ma in definitiva, anche nel far nascere questa fortunata produzione, Boetti è rimasto ligio ai precetti del “concettuale”, non fare nulla con le proprie mani, condurre scelte “nella propria testa”, dando poi ordine a fedeli ed esperte maestranze dei paesi dell’Est di rendere queste combinazioni con la sapienza delle tessiture, quella stessa che ha fatto nascere nei secoli i tappeti persiani e il loro mito.
Salvo invece, dopo un passaggio attraverso i riti anonimi della fotografia, ha deciso di tornare a impugnare il pennello, inaugurando la fase di un nuovo “richiamo all’ordine” che ha caratterizzato tutti gli anni Settanta e oltre, ma in definitiva la critica internazionale non gli ha perdonato questo gesto spavaldo di violazione di un codice accettato, che invitava proprio a non dipingere più. Su di lui, in definitiva, è caduto un interdetto che lo tiene lontano dalle mostre ufficiali, il che si è ripetuto anche per il compagno di cordata di quel momento, Luigi Ontani, finché quest’ultimo, ancora e più che mai sulla breccia, si è guadagnato un posto di assoluta eccellenza, anche a danno dei Transavanguardisti a cui la corte internazionale ha insistito, e insiste tuttora nel decretare un ormai immotivato privilegio. Del resto è lo stesso discredito che a lungo ha pesato perfino su De Chirico, ammirato per tutto il periodo metafisico, poi fatto oggetto di scherno e ludibrio, fino a comprendere come egli fosse un gigante, pronto a ispirare tutto il cosiddetto postmoderno. E il pennello, intriso di succhi ardenti e fosforici, che De Chirico sapeva brandire con accanimento terapeutico, dalle sue mani è passato in quelle di Salvo, che ne è stato il perfetto, esemplare continuatore, anche nelle dichiarazioni, stese tra il serio e il faceto, di dover essere considerato un “pictor optimus”. Per mio conto, sono sempre stato pronto a riconoscergli questo titolo di gloria, e non vedo l’ora che un’ampia rassegna monoposto gli restituisca tutta l’importanza che merita, in barba ai “curators” che magari ancora mugugnano e hanno titubanze a riconoscergliela.
Alighiero Boetti e Salvo, Vivere lavorando giocando, a cura di Bettina della Casa, Lugano, MASI, fino al 27 agosto.
Il solito viaggetto virtuale della domenica questa volta ci porta poco lontano, appena al di là del confine svizzero, a Lugano, città di solide lingua e tradizioni italiane, il cui MASI (Museo d’Arte della Svizzera Italiana) propone una interessante accoppiata, di Alighiero Boetti (1940-1994) e Salvo (1947-2015). Senza dubbio i due, troppo presto scomparsi, ebbero in vita, soprattutto nei primi anni, eccellenti rapporti, come dimostra una foto in cui li vediamo intenti entrambi a sfidarsi a braccio di ferro. Del resto, nessuna meraviglia in proposito, ebbero tutti e due le loro radici nel fertile suolo della Torino sessantottesca, felice sede dell’Arte povera, nelle sue varie espressioni. Ma i due presto diversificarono i rispettivi percorsi, pertanto non so se sia stata saggia l’idea di associarli in modo un po’ forzoso, meglio sarebbe dedicare a ciascuno di loro un’ampia retrospettiva, del resto a far questo abbiamo tutto il tempo e tanti musei d’Europa, suppongo, disponibili. Boetti è stato fin dall’inizio e poi per tutto il tempo della sua carriera, l’artista disposto a “giocare ai dadi”, a sfidare la sorte, ad accettarne gli esiti e a mutarli in virtù, si trattasse di quadrettare a caso i fogli di una carta millimetrata, o di assemblare uno stuolo di aeroplanini, o di tracciare una mappa con i luoghi di residenza degli amici. E anche il gran finale, oggi premiato da un enorme successo di pubblico e di mercato, dato che vi compare il piacere del colore, risulta come un esito preterintenzionale. In fondo, anche nella nascita dello stuolo copioso dei suoi tappeti e arazzi, Boetti non è venuto meno alle solite procedure, si è affidato alla sorte imposta dall’atlante politico, con le varie nazioni che si distinguono tra loro per intense stesure cromatiche, che mettono in rilievo per contrasto lo zigzagare dei confini, frastagliati, dentati, pronti a insinuarsi gli uni negli altri. Ma in definitiva, anche nel far nascere questa fortunata produzione, Boetti è rimasto ligio ai precetti del “concettuale”, non fare nulla con le proprie mani, condurre scelte “nella propria testa”, dando poi ordine a fedeli ed esperte maestranze dei paesi dell’Est di rendere queste combinazioni con la sapienza delle tessiture, quella stessa che ha fatto nascere nei secoli i tappeti persiani e il loro mito.
Salvo invece, dopo un passaggio attraverso i riti anonimi della fotografia, ha deciso di tornare a impugnare il pennello, inaugurando la fase di un nuovo “richiamo all’ordine” che ha caratterizzato tutti gli anni Settanta e oltre, ma in definitiva la critica internazionale non gli ha perdonato questo gesto spavaldo di violazione di un codice accettato, che invitava proprio a non dipingere più. Su di lui, in definitiva, è caduto un interdetto che lo tiene lontano dalle mostre ufficiali, il che si è ripetuto anche per il compagno di cordata di quel momento, Luigi Ontani, finché quest’ultimo, ancora e più che mai sulla breccia, si è guadagnato un posto di assoluta eccellenza, anche a danno dei Transavanguardisti a cui la corte internazionale ha insistito, e insiste tuttora nel decretare un ormai immotivato privilegio. Del resto è lo stesso discredito che a lungo ha pesato perfino su De Chirico, ammirato per tutto il periodo metafisico, poi fatto oggetto di scherno e ludibrio, fino a comprendere come egli fosse un gigante, pronto a ispirare tutto il cosiddetto postmoderno. E il pennello, intriso di succhi ardenti e fosforici, che De Chirico sapeva brandire con accanimento terapeutico, dalle sue mani è passato in quelle di Salvo, che ne è stato il perfetto, esemplare continuatore, anche nelle dichiarazioni, stese tra il serio e il faceto, di dover essere considerato un “pictor optimus”. Per mio conto, sono sempre stato pronto a riconoscergli questo titolo di gloria, e non vedo l’ora che un’ampia rassegna monoposto gli restituisca tutta l’importanza che merita, in barba ai “curators” che magari ancora mugugnano e hanno titubanze a riconoscergliela.
Alighiero Boetti e Salvo, Vivere lavorando giocando, a cura di Bettina della Casa, Lugano, MASI, fino al 27 agosto.
Il solito viaggetto virtuale della domenica questa volta ci porta poco lontano, appena al di là del confine svizzero, a Lugano, città di solide lingua e tradizioni italiane, il cui MASI (Museo d’Arte della Svizzera Italiana) propone una interessante accoppiata, di Alighiero Boetti (1940-1994) e Salvo (1947-2015). Senza dubbio i due, troppo presto scomparsi, ebbero in vita, soprattutto nei primi anni, eccellenti rapporti, come dimostra una foto in cui li vediamo intenti entrambi a sfidarsi a braccio di ferro. Del resto, nessuna meraviglia in proposito, ebbero tutti e due le loro radici nel fertile suolo della Torino sessantottesca, felice sede dell’Arte povera, nelle sue varie espressioni. Ma i due presto diversificarono i rispettivi percorsi, pertanto non so se sia stata saggia l’idea di associarli in modo un po’ forzoso, meglio sarebbe dedicare a ciascuno di loro un’ampia retrospettiva, del resto a far questo abbiamo tutto il tempo e tanti musei d’Europa, suppongo, disponibili. Boetti è stato fin dall’inizio e poi per tutto il tempo della sua carriera, l’artista disposto a “giocare ai dadi”, a sfidare la sorte, ad accettarne gli esiti e a mutarli in virtù, si trattasse di quadrettare a caso i fogli di una carta millimetrata, o di assemblare uno stuolo di aeroplanini, o di tracciare una mappa con i luoghi di residenza degli amici. E anche il gran finale, oggi premiato da un enorme successo di pubblico e di mercato, dato che vi compare il piacere del colore, risulta come un esito preterintenzionale. In fondo, anche nella nascita dello stuolo copioso dei suoi tappeti e arazzi, Boetti non è venuto meno alle solite procedure, si è affidato alla sorte imposta dall’atlante politico, con le varie nazioni che si distinguono tra loro per intense stesure cromatiche, che mettono in rilievo per contrasto lo zigzagare dei confini, frastagliati, dentati, pronti a insinuarsi gli uni negli altri. Ma in definitiva, anche nel far nascere questa fortunata produzione, Boetti è rimasto ligio ai precetti del “concettuale”, non fare nulla con le proprie mani, condurre scelte “nella propria testa”, dando poi ordine a fedeli ed esperte maestranze dei paesi dell’Est di rendere queste combinazioni con la sapienza delle tessiture, quella stessa che ha fatto nascere nei secoli i tappeti persiani e il loro mito.
Salvo invece, dopo un passaggio attraverso i riti anonimi della fotografia, ha deciso di tornare a impugnare il pennello, inaugurando la fase di un nuovo “richiamo all’ordine” che ha caratterizzato tutti gli anni Settanta e oltre, ma in definitiva la critica internazionale non gli ha perdonato questo gesto spavaldo di violazione di un codice accettato, che invitava proprio a non dipingere più. Su di lui, in definitiva, è caduto un interdetto che lo tiene lontano dalle mostre ufficiali, il che si è ripetuto anche per il compagno di cordata di quel momento, Luigi Ontani, finché quest’ultimo, ancora e più che mai sulla breccia, si è guadagnato un posto di assoluta eccellenza, anche a danno dei Transavanguardisti a cui la corte internazionale ha insistito, e insiste tuttora nel decretare un ormai immotivato privilegio. Del resto è lo stesso discredito che a lungo ha pesato perfino su De Chirico, ammirato per tutto il periodo metafisico, poi fatto oggetto di scherno e ludibrio, fino a comprendere come egli fosse un gigante, pronto a ispirare tutto il cosiddetto postmoderno. E il pennello, intriso di succhi ardenti e fosforici, che De Chirico sapeva brandire con accanimento terapeutico, dalle sue mani è passato in quelle di Salvo, che ne è stato il perfetto, esemplare continuatore, anche nelle dichiarazioni, stese tra il serio e il faceto, di dover essere considerato un “pictor optimus”. Per mio conto, sono sempre stato pronto a riconoscergli questo titolo di gloria, e non vedo l’ora che un’ampia rassegna monoposto gli restituisca tutta l’importanza che merita, in barba ai “curators” che magari ancora mugugnano e hanno titubanze a riconoscergliela.
Alighiero Boetti e Salvo, Vivere lavorando giocando, a cura di Bettina della Casa, Lugano, MASI, fino al 27 agosto.

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Letteratura

Siti: dove sta lo scandalo?

Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.

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Attualità

Dom. 23-4-17 (Giavazzi)

Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.

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Arte

Un intrigante alfa e omega del Caravaggio

Questa volta il mio solito viaggio del tutto solitario e virtuale mi porta addirittura a New York, Metropolitan Museum, che propone una eccellente idea: concentrare il burrascoso percorso del Caravaggio in un alfa e omega, in un ultimo dipinto, forse dell’anno stesso della morte, il 1610, un “Martirio di S. Orsola” proveniente da Napoli. Palazzo Zavallos Stigliano, lo stesso luogo dove si conserva una copia di un altro dipinto caravaggesco ben più forte e riuscito, una “Giuditta che taglia la testa a Oloferne”, salito di recente agli onori della cronaca perché è emerso dalla Francia profonda il molto probabile originale di quel dipinto, esposto per qualche tempo a Milano, Pinacoteca di Brera. Nell’occasione io mi sono pronunciato, sull’”Unità”, a favore dell’autografia caravaggesca di quell’opera, sulla linea di uno dei massimi conoscitori di quei problemi quale Nicola Spinosa. Negli anni successivi, angosciato dalle sventure personali, il Maestro contraeva ancor più il suo linguaggio, lo invadeva con tenebre sempre più fitte, conferendo degli spasimi da dirsi addirittura pre-espressionisti alle figure maschili, rese ghignanti, simili a mascheroni solcati da rughe profonde. Quasi che, presago di una sua fine ormai prossima, l’artista volesse collocare i suoi dipinti estremi su un rogo distruttivo, ricavarne un’ultima fiammata, invitando i devoti seguaci a chiudere anch’essi quel capitolo. E infatti, poco dopo molti dei suoi allievi, anche tra gli inizialmente più devoti, come il Gentileschi e il Ribera, cominciarono a prendere le distanze, volgendosi magari all’”altro” forno, quello della scuola carraccesca, più moderata, più propensa ad accogliere canonici influssi classicisti. Ma in sostanza, dell’ultimo Caravaggio è facile discutere, quei dipinti catastrofici si lasciano sottrarre le chiavi interpretative con tutta evidenza.
Completamente diverso è il discorso se ci si porta agli inizi, testimoniati da una tela fascinosa come “I suonatori”, presente proprio nelle collezioni del Metropolitan, realizzata negli anni misteriosi a metà dei ’90 quando l’artista milanese si trasferì a Roma, dei quali non molto si sa, né a livello documentario né tanto meno da un punto di vista stilistico. Ha dominato a lungo, in proposito, la tesi di Roberto Longhi, ma corrispondente più che altro a un amore sviscerato dell’illustre storico dell’arte a favore del mito nordico della Lombardia o Padania come terra di forti realismi, sottratti alle bellurie provenienti da Firenze. Ma si tratta di una sorta di “leggenda metropolitana”, tra le più improbabili di quelle uscite dall’officina longhiana. Osservando appunto quella tela giovanile, non vi si colgono tracce dei vari “lombardi” sul tipo dei Savoldo e Moretto da Brescia, o anche di un più sodo e solido Moroni. L’unico retaggio che il Merisi sembra essersi portato dietro dal capoluogo lombardo proviene dal sicuro maestro che vi ebbe, Simone Peterzano, manierista privo di svenevolezze, anzi, coriaceo e capace di indurimenti. Se non mancasse una corrispondenza di anni, si potrebbe ipotizzare che il giovane Merisi gli fosse a fianco negli affreschi da lui realizzati in S. Maurilio, per poi portarsene qualche traccia nella trasferta romana. Ma in sostanza, dove trovare, guardandosi attorno, a Roma e dintorni, quella fattura capace di dare alle carni seminude di giovani, soprattutto a quello ripreso di schiena, tanta consistenza, nello stesso tempo unita a morbidezza? Ai nostri giorni potremmo parlare addirittura di una modellazione intervenuta con materiale plastico, o quanto meno con la cera con cui si ottenevano sorprendenti simulacri “più veri del vero” di organi anatomici. Perfino guardando verso Venezia, nel caso che ci fosse stato davvero un non confermato passaggio dell’artista per la Serenissima, e in particolare verso Giorgione, di nuovo non troveremmo tanta fermezza di forme. Notevole poi anche l’aria di sottile ebbrezza che sorride nei volti di questi efebi, del tutto in carattere coi suoni che stanno ricavando dagli strumenti, di cui peraltro non viene fatto particolare sfoggio, a contrasto con la capacità che si attribuisce al Merisi “prima maniera” di essere stato soprattutto un confezionatore di nature morte. Qui egli ci appare piuttosto un miracoloso compositore di nature vive, soavi, parlanti, soffuse di un’aura leggera, un po’ fatua, un po’ sacralizzante. Viene fatto insomma di parlare di un realismo che occorre andare subito a connotare con l’epiteto di “magico”, tale da caratterizzare tutta quella fase iniziale del Caravaggio romano, capace di estendersi fino alle prime due versioni del martirio rispettivamente di S.Paolo e di S. Pietro stesi per il Cerasi nella cappella da lui voluta in S. Maria del Popolo. E anche qui siamo di fronte a un mistero: che cosa indusse l’artista a ritirare quelle due versioni? Un rifiuto da parte del committente o dei suoi eredi, una sua stessa decisione che lo induceva a sconfessare quell’inizio troppo compiaciuto di sé, e del tutto esente da accenti drammatici, troppo beatamente invaso da una luce che si condensa sui corpi e le cose? Si sa che di recente anche in questa vicenda c’è stato un colpo di scena. È riemersa una prima versione del S. Paolo, di proprietà Odescalchi, ma quanto lontana dalla versione successiva, quanto imbevuta di sacra aura, di magica evidenza. Mentre purtroppo non possiamo fare un riscontro sulla tela gemella, andata perduta, e dunque dobbiamo ammirare un “Martirio di San Pietro”, quello tuttora esistente, in cui l’artista ha già iniziato il suo viaggio graduale di immersione nelle tenebre, anche se non è ancora iniziato il lungo “viaggio al termine della notte” da cui siamo partiti. Insomma, troppa luce, che poi in effetti è buio quasi totale, nel punto d’arrivo, troppa sospensione e stimolante incertezza per l’alba di una navigazione, che dunque ci nasconde ancora tanti segreti.
Questa volta il mio solito viaggio del tutto solitario e virtuale mi porta addirittura a New York, Metropolitan Museum, che propone una eccellente idea: concentrare il burrascoso percorso del Caravaggio in un alfa e omega, in un ultimo dipinto, forse dell’anno stesso della morte, il 1610, un “Martirio di S. Orsola” proveniente da Napoli. Palazzo Zavallos Stigliano, lo stesso luogo dove si conserva una copia di un altro dipinto caravaggesco ben più forte e riuscito, una “Giuditta che taglia la testa a Oloferne”, salito di recente agli onori della cronaca perché è emerso dalla Francia profonda il molto probabile originale di quel dipinto, esposto per qualche tempo a Milano, Pinacoteca di Brera. Nell’occasione io mi sono pronunciato, sull’”Unità”, a favore dell’autografia caravaggesca di quell’opera, sulla linea di uno dei massimi conoscitori di quei problemi quale Nicola Spinosa. Negli anni successivi, angosciato dalle sventure personali, il Maestro contraeva ancor più il suo linguaggio, lo invadeva con tenebre sempre più fitte, conferendo degli spasimi da dirsi addirittura pre-espressionisti alle figure maschili, rese ghignanti, simili a mascheroni solcati da rughe profonde. Quasi che, presago di una sua fine ormai prossima, l’artista volesse collocare i suoi dipinti estremi su un rogo distruttivo, ricavarne un’ultima fiammata, invitando i devoti seguaci a chiudere anch’essi quel capitolo. E infatti, poco dopo molti dei suoi allievi, anche tra gli inizialmente più devoti, come il Gentileschi e il Ribera, cominciarono a prendere le distanze, volgendosi magari all’”altro” forno, quello della scuola carraccesca, più moderata, più propensa ad accogliere canonici influssi classicisti. Ma in sostanza, dell’ultimo Caravaggio è facile discutere, quei dipinti catastrofici si lasciano sottrarre le chiavi interpretative con tutta evidenza.
Completamente diverso è il discorso se ci si porta agli inizi, testimoniati da una tela fascinosa come “I suonatori”, presente proprio nelle collezioni del Metropolitan, realizzata negli anni misteriosi a metà dei ’90 quando l’artista milanese si trasferì a Roma, dei quali non molto si sa, né a livello documentario né tanto meno da un punto di vista stilistico. Ha dominato a lungo, in proposito, la tesi di Roberto Longhi, ma corrispondente più che altro a un amore sviscerato dell’illustre storico dell’arte a favore del mito nordico della Lombardia o Padania come terra di forti realismi, sottratti alle bellurie provenienti da Firenze. Ma si tratta di una sorta di “leggenda metropolitana”, tra le più improbabili di quelle uscite dall’officina longhiana. Osservando appunto quella tela giovanile, non vi si colgono tracce dei vari “lombardi” sul tipo dei Savoldo e Moretto da Brescia, o anche di un più sodo e solido Moroni. L’unico retaggio che il Merisi sembra essersi portato dietro dal capoluogo lombardo proviene dal sicuro maestro che vi ebbe, Simone Peterzano, manierista privo di svenevolezze, anzi, coriaceo e capace di indurimenti. Se non mancasse una corrispondenza di anni, si potrebbe ipotizzare che il giovane Merisi gli fosse a fianco negli affreschi da lui realizzati in S. Maurilio, per poi portarsene qualche traccia nella trasferta romana. Ma in sostanza, dove trovare, guardandosi attorno, a Roma e dintorni, quella fattura capace di dare alle carni seminude di giovani, soprattutto a quello ripreso di schiena, tanta consistenza, nello stesso tempo unita a morbidezza? Ai nostri giorni potremmo parlare addirittura di una modellazione intervenuta con materiale plastico, o quanto meno con la cera con cui si ottenevano sorprendenti simulacri “più veri del vero” di organi anatomici. Perfino guardando verso Venezia, nel caso che ci fosse stato davvero un non confermato passaggio dell’artista per la Serenissima, e in particolare verso Giorgione, di nuovo non troveremmo tanta fermezza di forme. Notevole poi anche l’aria di sottile ebbrezza che sorride nei volti di questi efebi, del tutto in carattere coi suoni che stanno ricavando dagli strumenti, di cui peraltro non viene fatto particolare sfoggio, a contrasto con la capacità che si attribuisce al Merisi “prima maniera” di essere stato soprattutto un confezionatore di nature morte. Qui egli ci appare piuttosto un miracoloso compositore di nature vive, soavi, parlanti, soffuse di un’aura leggera, un po’ fatua, un po’ sacralizzante. Viene fatto insomma di parlare di un realismo che occorre andare subito a connotare con l’epiteto di “magico”, tale da caratterizzare tutta quella fase iniziale del Caravaggio romano, capace di estendersi fino alle prime due versioni del martirio rispettivamente di S.Paolo e di S. Pietro stesi per il Cerasi nella cappella da lui voluta in S. Maria del Popolo. E anche qui siamo di fronte a un mistero: che cosa indusse l’artista a ritirare quelle due versioni? Un rifiuto da parte del committente o dei suoi eredi, una sua stessa decisione che lo induceva a sconfessare quell’inizio troppo compiaciuto di sé, e del tutto esente da accenti drammatici, troppo beatamente invaso da una luce che si condensa sui corpi e le cose? Si sa che di recente anche in questa vicenda c’è stato un colpo di scena. È riemersa una prima versione del S. Paolo, di proprietà Odescalchi, ma quanto lontana dalla versione successiva, quanto imbevuta di sacra aura, di magica evidenza. Mentre purtroppo non possiamo fare un riscontro sulla tela gemella, andata perduta, e dunque dobbiamo ammirare un “Martirio di San Pietro”, quello tuttora esistente, in cui l’artista ha già iniziato il suo viaggio graduale di immersione nelle tenebre, anche se non è ancora iniziato il lungo “viaggio al termine della notte” da cui siamo partiti. Insomma, troppa luce, che poi in effetti è buio quasi totale, nel punto d’arrivo, troppa sospensione e stimolante incertezza per l’alba di una navigazione, che dunque ci nasconde ancora tanti segreti.
Questa volta il mio solito viaggio del tutto solitario e virtuale mi porta addirittura a New York, Metropolitan Museum, che propone una eccellente idea: concentrare il burrascoso percorso del Caravaggio in un alfa e omega, in un ultimo dipinto, forse dell’anno stesso della morte, il 1610, un “Martirio di S. Orsola” proveniente da Napoli. Palazzo Zavallos Stigliano, lo stesso luogo dove si conserva una copia di un altro dipinto caravaggesco ben più forte e riuscito, una “Giuditta che taglia la testa a Oloferne”, salito di recente agli onori della cronaca perché è emerso dalla Francia profonda il molto probabile originale di quel dipinto, esposto per qualche tempo a Milano, Pinacoteca di Brera. Nell’occasione io mi sono pronunciato, sull’”Unità”, a favore dell’autografia caravaggesca di quell’opera, sulla linea di uno dei massimi conoscitori di quei problemi quale Nicola Spinosa. Negli anni successivi, angosciato dalle sventure personali, il Maestro contraeva ancor più il suo linguaggio, lo invadeva con tenebre sempre più fitte, conferendo degli spasimi da dirsi addirittura pre-espressionisti alle figure maschili, rese ghignanti, simili a mascheroni solcati da rughe profonde. Quasi che, presago di una sua fine ormai prossima, l’artista volesse collocare i suoi dipinti estremi su un rogo distruttivo, ricavarne un’ultima fiammata, invitando i devoti seguaci a chiudere anch’essi quel capitolo. E infatti, poco dopo molti dei suoi allievi, anche tra gli inizialmente più devoti, come il Gentileschi e il Ribera, cominciarono a prendere le distanze, volgendosi magari all’”altro” forno, quello della scuola carraccesca, più moderata, più propensa ad accogliere canonici influssi classicisti. Ma in sostanza, dell’ultimo Caravaggio è facile discutere, quei dipinti catastrofici si lasciano sottrarre le chiavi interpretative con tutta evidenza.
Completamente diverso è il discorso se ci si porta agli inizi, testimoniati da una tela fascinosa come “I suonatori”, presente proprio nelle collezioni del Metropolitan, realizzata negli anni misteriosi a metà dei ’90 quando l’artista milanese si trasferì a Roma, dei quali non molto si sa, né a livello documentario né tanto meno da un punto di vista stilistico. Ha dominato a lungo, in proposito, la tesi di Roberto Longhi, ma corrispondente più che altro a un amore sviscerato dell’illustre storico dell’arte a favore del mito nordico della Lombardia o Padania come terra di forti realismi, sottratti alle bellurie provenienti da Firenze. Ma si tratta di una sorta di “leggenda metropolitana”, tra le più improbabili di quelle uscite dall’officina longhiana. Osservando appunto quella tela giovanile, non vi si colgono tracce dei vari “lombardi” sul tipo dei Savoldo e Moretto da Brescia, o anche di un più sodo e solido Moroni. L’unico retaggio che il Merisi sembra essersi portato dietro dal capoluogo lombardo proviene dal sicuro maestro che vi ebbe, Simone Peterzano, manierista privo di svenevolezze, anzi, coriaceo e capace di indurimenti. Se non mancasse una corrispondenza di anni, si potrebbe ipotizzare che il giovane Merisi gli fosse a fianco negli affreschi da lui realizzati in S. Maurilio, per poi portarsene qualche traccia nella trasferta romana. Ma in sostanza, dove trovare, guardandosi attorno, a Roma e dintorni, quella fattura capace di dare alle carni seminude di giovani, soprattutto a quello ripreso di schiena, tanta consistenza, nello stesso tempo unita a morbidezza? Ai nostri giorni potremmo parlare addirittura di una modellazione intervenuta con materiale plastico, o quanto meno con la cera con cui si ottenevano sorprendenti simulacri “più veri del vero” di organi anatomici. Perfino guardando verso Venezia, nel caso che ci fosse stato davvero un non confermato passaggio dell’artista per la Serenissima, e in particolare verso Giorgione, di nuovo non troveremmo tanta fermezza di forme. Notevole poi anche l’aria di sottile ebbrezza che sorride nei volti di questi efebi, del tutto in carattere coi suoni che stanno ricavando dagli strumenti, di cui peraltro non viene fatto particolare sfoggio, a contrasto con la capacità che si attribuisce al Merisi “prima maniera” di essere stato soprattutto un confezionatore di nature morte. Qui egli ci appare piuttosto un miracoloso compositore di nature vive, soavi, parlanti, soffuse di un’aura leggera, un po’ fatua, un po’ sacralizzante. Viene fatto insomma di parlare di un realismo che occorre andare subito a connotare con l’epiteto di “magico”, tale da caratterizzare tutta quella fase iniziale del Caravaggio romano, capace di estendersi fino alle prime due versioni del martirio rispettivamente di S.Paolo e di S. Pietro stesi per il Cerasi nella cappella da lui voluta in S. Maria del Popolo. E anche qui siamo di fronte a un mistero: che cosa indusse l’artista a ritirare quelle due versioni? Un rifiuto da parte del committente o dei suoi eredi, una sua stessa decisione che lo induceva a sconfessare quell’inizio troppo compiaciuto di sé, e del tutto esente da accenti drammatici, troppo beatamente invaso da una luce che si condensa sui corpi e le cose? Si sa che di recente anche in questa vicenda c’è stato un colpo di scena. È riemersa una prima versione del S. Paolo, di proprietà Odescalchi, ma quanto lontana dalla versione successiva, quanto imbevuta di sacra aura, di magica evidenza. Mentre purtroppo non possiamo fare un riscontro sulla tela gemella, andata perduta, e dunque dobbiamo ammirare un “Martirio di San Pietro”, quello tuttora esistente, in cui l’artista ha già iniziato il suo viaggio graduale di immersione nelle tenebre, anche se non è ancora iniziato il lungo “viaggio al termine della notte” da cui siamo partiti. Insomma, troppa luce, che poi in effetti è buio quasi totale, nel punto d’arrivo, troppa sospensione e stimolante incertezza per l’alba di una navigazione, che dunque ci nasconde ancora tanti segreti.

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Letteratura

Avallone: da dove la vita è tutt’altro che perfetta

Su Silvia Avallone ho uno stato di servizio oscillante, che va dalla risoluta bocciatura di “Acciaio”, l’opera prima del 2010 in cui questa scrittrice si è presentata, a un cauto recupero riservato al successivo “Marina Bellezza”, 2013, mentre ritorno a opporle un “pollice verso” nei confronti dell’attuale “Da dove la vita è perfetta”, già lungo in eccesso perfino nel titolo, difficile da giustificare. In sostanza, alla sua prima apparizione le negavo il secondo “neo” con qui qualifico i narratori che fanno i conti da vicino con i termini della situazione attuale che stiamo vivendo, nel privato e nel pubblico, mentre la Avallone, seppure con l’esuberanza, di chi “va alla baionetta”, che sicuramente è dote da riconoscerle, ricadeva nei miti e stereotipi del neorealismo d’antan. Le sue pagine emanavano il sapore di certi testi tipici di quella stagione, come i “Ragazzi di vita” di Pasolini e “Il fabbricone” di Testori. Fanciulle oppresse dalla miserie dei rispettivi ménages, sottoposte all’arbitrio di genitori tutt’altro che virtuosi, uno dei quali anche pronto a mettere in atto insidie di carattere incestuoso. E anche la fabbrica, l’acciaieria, di una Piombino ormai sorpassata dalla crisi in atto nel settore, risultava sede di stereotipi, come l’amore, inverosimile, tra un “figlio del popolo” e una vogliosa capitana d’industria. Nulla insomma che rispondesse all’identikit di una società più avanzata e in regola coi nostri tempi.
Qualche punto a favore ho riconosciuto invece al romanzo venuto dopo, per almeno due ragioni, perché l’eroina di quella storia, Marina Bellezza, riesce a saltar fuori da un basso mondo di miserie affrontando una carriera “up to date” di cantante di successo, decisa a tutto pur di fare carriera, a costo di abbandonare un amore adolescenziale a favore di un giovanotto che per fortuna evade anche lui da profili troppo prevedibili, basti dire che, con qualche suo complice, compie un misfatto, come sarebbe investire con l’auto un cervo, però poi assistere impotenti, angosciati, all’agonia del nobile animale. Insomma, in quell’opera siamo posti di fronte a due creature che tentano di saltar fuori da facili stereotipi.
Il che purtroppo non avviene in questa terza prova, dove tutto è scontato e prevedibile, anche se magari un bolognese come me deve pur manifestare qualche apprezzamento per il fatto che la scrittrice, mia concittadina, si sforza di restituire con qualche fedeltà alcuni tratti della città. Ma a ben vedere le vicende, del tutto prevedibili, potrebbero essere ambientate in qualsivoglia realtà urbana dei nostri giorni, dove non possono mancare quartieri degradati dove le famiglie si dibattono alle soglie di quella povertà di ritorno di cui ci parlano i rendiconti Istat, e non se ne può dubitare. La protagonista Adelaide è un “fiore del fango”, in panni appena aggiornati, perfetta consumatrice di riti modaioli, nella misura che si addicono alle scarse risorse di famiglia, e non può mancare di cadere nelle grinfie del solito giovane scapestrato, tale Manuel, che commette la pessima performance di metterla incinta, chiamandosi poi fuori da ogni responsabilità. Se c’è una componente del romanzo che merita qualche punto a suo favore, questa sta ancora una volta nella grinta con cui la nostra autrice, assieme al suo personaggio, registra in cronaca fedele, esuberante, incalzante tutti i sintomi della gravidanza, trasmessi a noi quasi “in tempo reale”. Magari poteva anche accludere un dischetto con i relativi dati sonori e visivi. Ovvia la risoluzione, che statisticamente incombe in casi del genere, seppure non esente dal determinare patemi d’animo nella vittima. Data la sua indigenza, e la latitanza del maschio colpevole, non resta che dare la figlia, frattanto se ne è conosciuto il sesso, in adozione, secondo la crudele prassi che porta la madre naturale a sparire per sempre, perdendo ogni diritto a rintracciare un domani il frutto del suo seno. A riscontro di questo stereotipo, la Avallone ne infila subito uno di segno opposto, relativo a Dora, che avrebbe al suo fianco un fido marito su cui contare, ma è angosciata dall’impossibilità di procreare, pertanto non le resta che prendere la via dell’adozione, ma è un percorso lastricato di ostacoli, di cui senza dubbio il romanzo ci dà un attestato veritiero e indubitabile. Naturalmente, tra tanti disgraziati puniti dalla sorte, da bassi natali, da rovesci di fortuna, è pure opportuno inserire qualche prodotto ben riuscito, e la Nostra non manca a una regola del genere, ponendo a fianco dello scapestrato giovane Manuel, spacciatore di droga, un fratello minore, di nome Zeno, che invece è davvero un fiore sbocciato fuori dal letamaio circostante: bravo, diligente negli studi, avido di letture. In fondo, la nostra scrittrice lo grava della frequentazione di testi ad alto livello che lei stessa, nella sua formazione, si è guardata bene dal leggere, o comunque dal trarne qualche profitto. Il ragazzino si nutre di Svevo, del cui personaggio principale porta il nome, e perfino di Flaubert, di Dostoevskij. Ma niente da fare, la Nostra ha assorbito Zola, Verga, e poi, come detto, Pasolini e Testori, questa la progenie da cui esce il suo romanzo. Del resto, anche Zeno, di fronte alla malasorte, ben poco può fare, c’è perfino un inverosimile tentativo che lui stesso, nonostante la sua immaturità e poca prestanza fisica, possa sostituire il fratello corruttore di Adelaide, ma almeno su questo fronte la Avallone è colta da resipiscenza, si ferma un momento prima, riconoscendo che non c’è salvataggio per la sua eroina, costretta ad affrontare una vita che, diversamente da quanto proclama il titolo, è tutt’altro che perfetta.
Silvia Avallone, Da dove la vita è perfetta. Rizzoli, pp. 376, euro 19.

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Attualità

Dom. 16-4-17 (Corea)

Nel Domenicale scorso avevo espresso, in buona compagnia con la maggior parte dell’opinione pubblica del mondo occidentale, un apprezzamento positivo circa l’intervento di Trump contro una base militare della Siria. Gli aspetti che lo hanno giustificato sono che la Siria è un Paese da anni spaccato in due, e non compatto a seguito di un regime indiscusso. Quello al potere, per mantenersi, massacra una buona parte della popolazione, anche se non ci fosse la conferm che si sia avvalso davvero di armi chimiche. Questa repressione è sostenuta dalla Russia, senza valide motivazioni che non siano il puro mantenimento di una influenza politica, secondo un comportamento appunto di realpolitik da giudicarsi non in linea con quanto la stessa Russia ha potuto fare nei confronti della Crimea e delle province orientali dell’Ucraina, su cui può vantare qualche rispettabile ragione di presenza a vario titolo. L’intervento di Trump, in sostanza, è stato abbastanza pulito, ha evitato un’invasione per via di terra, e soprattutto ha voluto porre un “fermo” alle mire espansionistiche russe. Invece assai meno giustificato è il comportamento “muscoloso” messo ora in atto nei confronti della Corea del Nord. Risalendo alle radici del problema, ci sarebbe da mettere in discussione perfino la pretesa di alcune potenze, perfette detentrici di poderosi arsenali di armi nucleari, di impedire ad altre di mettersi sulla stessa strada. Il veto sarebbe giustificabile se queste super-potenze accedessero per prime a un programma di de-nuclearizzazione nei loro stessi confronti, ma così, è solo una brutale affermazione di realpolitik circa il diritto di esercitare un direttorio, una sovranità su tante altre potenze che pure sono anch’esse sovrane entro i loro territori. La Corea del Nord sfida questa “legge del più forte”, ma c’è da chiedersi se i suoi missili provvisti di testate nucleari non si fermino a un livello puramente dimostrativo, come è stato fin qui, di lanci che cadono a vuoto, nelle profondità oceaniche, senza raggiungere mete consistenti. Certo che se servizi di intelligence dimostrassero che così non è, che la Corea del Nord avesse ormai raggiunto un livello tale da poter infliggere colpi mortali agli stati vicini, Corea del Sud, Giappone, allora un intervento volto a distruggere questi apparati distruttivi risulterebbe giustificato. Ma i coreani del Nord dovrebbero essere incoscienti, suicidi, a voler portare davvero dei colpi mortali contro altri stati, saprebbero di sottoporsi a ritorsioni massacranti, fino a venire cancellati dalla faccia della terra. E’ insomma come un nido di vespe, che conviene lasciare a uno stato abbastanza innocuo, di insetti che volano attorno, magari emettendo un ronzio spiacevole e irritante, ma da qui a prenderli a randellate ce ne passa, e sarebbe un modo sicuro di portare quello sciame a divenire davvero aggressivo.

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Arte

Tuttle e “pittura-ambiente”

La Galleria Pace di Londra, che suppongo essere consociata alla casa madre di New York, così da costituire una di quelle piovre della globalizzazione di cui forse il massimo esempio è Gagosian, annuncia una mostra dello statunitense Richard Tuttle (1941). La cosa mi dà la stura a ricordi che possono risalire a Pittura-ambiente, una mostra tenutasi al Palazzo Reale di Milano nell’estate 1979, e dunque quasi quarant’anni fa, a cura mia e di Francesca Alinovi. Non partecipò il terzo membro del nostro industrioso gruppuscolo, Roberto Daolio, con cui però stavamo già realizzando le Settimane internazionali della performance alla GAM di Bologna, da due anni, e presto avremmo co-firmato l’impresa dei Nuovi-nuovi. Quella mostra si teneva nel quadro di un programma molto ambizioso affidatomi dal brillante sindaco di allora, Carlo Tognoli, tuttora molto rimpianto dai suoi concittadini. Non essendo agibile il piano nobile, interessato da un eterno restauro che solo decenni dopo avrebbe avuto una conclusione, avevamo guardato in alto, al secondo piano, ben articolato in una infinità di stanze, allora degradate ad uffici. Dopo di noi, la stessa amministrazione ambrosiana ne fece buon uso per sistemarvi le proprie collezioni del contemporaneo, e in definitiva nella attuale soluzione definitiva tiene agganciati quegli spazi con un’audace passerella che vi conduce dal corpo centrale sito nell’Arengario. La mostra, come ne indicava il titolo, puntava su una soluzione-ponte, per un verso prendeva atto della rinascita della pittura, dopo la proscrizione scagliatale contro dal clima del ’68, e dunque conservava un certo ossequio alla fuoriuscita dell’arte dagli spazi tradizionali, a occupare appunto l’ambiente, ma intendeva dimostrare che un tale compito innovativo poteva anche essere affrontato senza rinunciare ai valori pittorici. Quanto a presenze, si era a una sorta di matrimonio tra italiani e statunitensi, con qualche inserimento francese dal gruppo di Supports-Surfaces (Charvolen, Viallat). E Richard Tuttle era una punta di diamante della squadra d’oltre Oceano, con accanto altri bei nomi, tra cui, per ricordare quelli di più lunga durata, Lynda Benglis, con le sue esuberanti colate di materia plastica, Mel Bochner, disposto a lasciarsi alle spalle gli esercizi “concettuali”, Ron Gorchov, coi suoi strani involucri. C’erano anche artisti nostrani, come Agostino Bonalumi che, a differenza del troppo statico Castellani, andava alla ricerca di nuove giaciture per i suoi “shaped canvases”. C’era perfino Claudio Olivieri, che quasi per scommessa aveva accettato di muoversi nello spazio accampandovi, come su stampelle, alla maniera di Calder, dei “mobiles” policromi. E beninteso era presente una coppia di sapienti navigatori tra le due e le tre dimensioni come Marco Gastini e Sandro Martini. C’era pure qualche futuro membro della formazione Nuovi-nuovi, ovviamente sul versante aniconico, come Vittorio D’Augusta, Giorgio Zucchini, Enzo Esposito. L’invito era stato rivolto anche a Mimmo Paladino, dato che a quella data (estate ’79) non era ancora avvenuta la drastica separazione tra Transavanguardisti e altre formazioni, ma Mimmo in quel momento era in feroce contrapposizione al concittadino Enzo, e dunque, quando, guidato da me, percorse le sale già allestite e vide in una di queste i graffiti già tracciati da Esposito, se ne andò sbattendo la porta.
La pattuglia statunitense era stata reclutata soprattutto da Francesca, anche con viaggi in loco, da cui ebbe inizio il suo ruolo di nostra ambasciatrice e importatrice dei valori crescenti sull’altra sponda dell’Atlantico. Tra questi riuscì pure a riportarci, miracolosamente, la presenza di Robert Irwin, abituato a ben altri spazi. Ma appunto l’ospite più illustre era Tuttle, che incistava sulle pareti i suoi pezzulli minimi, ma già incurvati come boomerang, come ganci per afferrare a volo altri corpuscoli poco distanti. Anche in seguito egli ha sempre lavorato di accostamenti, incastri, assemblaggi, ma con due caratteristiche, di valersi di materiali tessili, e dunque plastici al massimo, e inoltre capaci di sostenere, anzi di esigere una brillante colorazione, col che egli è stato come una spina al fianco dei vari minimalisti su superficie, sul tipo dei vari Mangold o Knowland, magari tale da competere con Frank Stella, quando questo artista rinunciò al geometrismo della prima ora, che lo poneva a fianco degli astratto-geometrici sopra menzionati, e si mise ad attorcere, ad aggrovigliare le sue partizioni fin lì troppo regolari, E anzi, su questa strada, Stella è andato oltre le misure in definitiva contenute di Tuttle, o se si vuole, è il contrasto tra soluzioni a monoblocco e altre che invece puntano decisamente alla costellazione plurima. Quindi, a voler trovare un riferimento più pertinente, diciamo che Tuttle procedeva in direzione degli esiti di Mike Kelley della variante tissulare e policroma. Sappiamo ahimé che questa voce tra le più vivaci nel firmamento statunitense si è spenta volontariamente, mentre Richard continua nel suo piacevole, accattivante bricolage policromo, sempre alla ricerca di combinazioni preziose, imprevedibili, godibili anche per la loro freschezza. La “flatness”, anche prima dell’arrivo sulla piazza del giapponese Murakami, ha in lui un preciso, illuminato cultore, attento anche a non strafare, a condurre il suo esercizio in dimensioni contenute, ottimali per collocazioni a parete., e cioè in “ambiente” chiuso, ma raccolto e concentrato.
Richard Tuttle, the Critical Edge. London, Pace Gallery, fino 13 maggio.

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Letteratura

Forni Rosa: narrare “in parallelo”

Qualche settimana fa, su queste pagine “corsare”, ho recensito con favore misto a stupore il romanzo “Dopo la città” steso da un mio caro collega dei tempi lontani quando entrambi, anni ’60, frequentavamo l’Istituto di filosofia dell’Università di Bologna, oggi Dipartimento, salendo i primi gradini della carriera accademica. Poi io ho deviato verso l’arte. ma coltivando pure la critica letteraria. Credevo che lui fosse rimasto solo un valido studioso di filosofia, ma all’improvviso l’ho ritrovato nei panni di solerte e incessante produttore di romanzi. L’aggancio è avvenuto su un prodotto da lui fatto uscire l’anno scorso, “Dopo la città”, presso l’editore Manni, che lo è anche della rivista “L’Immaginazione”, allo stato attuale l’unica sede in cui la mia voce può essere espressa in pubblico, ma col divieto di parlare, bene o male che sia, delle proprie edizioni. E dunque, ogni mio commentario in merito può essere affidato solo a questa sede privata. Ora è uscito anche un ulteriore prodotto di questa attiva officina di Forni, “L’effetto di trascinamento”, che sono stato chiamato a presentare martedì scorso 4 aprile alla famosa Libreria Zanichelli, ora sotto la gestione della Lega delle Cooperative. Mi era al fianco un altro amico e collega “ritrovato”, Raffaele MIlani. E dunque, quello che segue altro non è che il resoconto di quanto da me detto in quell’occasione. Ma voglio pure fare un passo indietro, utile per confermare la varietà di interessi e di spunti di cui Forni dà prova in questa sua attività. Il terzo dei libri usciti in fitta successione contiene i racconti dell’”Appartamento segreto”, in cui si dimostra tutta la varietà di frecce nell’arco del narratore, ma anche un suo solido ancoraggio nella realtà più prosaica, da cui nelle prove recenti è andato sempre più allontanandosi. Quanta bella e sorprendente varietà, appunto, in quei racconti, a cominciare da “Un tranquillo posto di campagna”, che tale sarebbe in sé, comodo rifugio per personaggi di mezza età in cerca di pace, solo che quelle stanze sono abitate da una presenza fantomatica, anche minacciosa, pronta ad aggredire. E’ dunque un autore che rasenta le trame del romanzo nero o gotico alla maniera degli inglesi di fine Settecento, ma si avverte anche un influsso ben più vicino, dello Hitchcock di “Psycho”, nfatti ci troviamo in presenza di turbe nevrotiche che armano una mano pronta all’omicidio. C’è poi “La banda dei tre”, degna di un giallo alla Camilleri, dato che ci viene gettato in pasto il cadavere di un anziano di cui si simula la morte per suicidio, ma si scopre che è stato fatto fuori da compagni di malaffare. Tuttavia un figlio troppo “perbene” non vuole aprire del tutto quella porta, preferisce chiuderla in fretta e tornare a rifugiarsi in una capitale europea esente da quelle barbare trame. Infine, il racconto eponimo, “L’appartamento segreto”, è da mettere in linea con certi esiti freddi, asciutti, misurati di un personaggio illustre come Alberto Asor Rosa, disposto a degradarsi, a calarsi in panni modesti nei suoi recenti “Amori sospesi”.
Però il nostro Forni, dopo questa solida prova gestita coi piedi per terra, già nel precedente romanzo da me esaminato, “Dopo la città”, ha deciso di lasciarsi alle spalle gli scenari di comune quotidianità per battere invece i sentieri del futuribile della fantascienza, tutto pur di fuggire via dalla “pazza folla”. E siamo così all’ultimo nato, a questo “Effetto di trascinamento”, dove come sottotitolo compare pure la dicitura di Racconti fantastici. Ma proprio l’altro pomeriggio, al tavolo della presentazione, l’Autore ha riconosciuto la genericità di quella indicazione, ci sono tanti modi di frequentare il fantastico, quello da lui prescelto sta piuttosto nell’impostare degli universi “paralleli”, in cui i protagonisti entrano quasi senza accorgersene, alla maniera delle esperienze oniriche, tanto che non sanno bene precisare quando e come quei viaggi nell’irreale, nel virtuale sono cominciati, e dove portano. La narrazione si costruisce a labirinto, a gioco di specchi, o di scale cinesi, dove padri e figli si avvistano da lontano, si inseguono, ma senza raggiungersi. Per esplorare in misura sufficiente questa marcia a rincorrersi, a inseguire spettri sfuggenti, il narratore ha bisogno di molto spazio, per cui, a ulteriori contestazioni del titolo, questi testi non sono “racconti”, come ha osservato un presentatore della prima ora. Alberto Bertoni, che questa volta, pur in sala, ha preferito rimanere tra il pubblico, bensì dei romanzi benché brevi, tanto che nell’intero libro ci stanno appena due brani, troppo poco per poter parlare di “racconti”. E come ho già osservato, anche l’ulteriore qualifica che gli è data, di “fantastici”, appare generica, quasi depistante. Meglio parlare di un intreccio “parallelo” tra realtà e irrealtà.
Guglielmo Forni Rosa, “L’effetto di trascinamento”, Manni Editore, pp. 218, euro 18.

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Attualità

Dom. 9-4-17 (Siria)

Siamo tutti intenti a chiederci con quale Donald Trump abbiamo a che fare, se in giorni pari o dispari, se in versione accettabile o invece malefica, esecrabile. Non c’è dubbio che il buon senso internazionale ha approvato la mossa “cattiva” di un Trump decisionista, che rompe gli indugi, riesce a scagliare dei missili con perfetta coordinazione mentre nello tesso tempo intrattiene a colloquio e a cena un ospite eccellente come il presidente della Cina. Possono avere ragione i portavoce del Cremlino che quei lanci sono stati gratuiti. Magari, ancora una volta, gli attacchi siriani con armi chimiche proibite non si sono stati, e i contrattacchi statunitensi hanno avuto esiti modesti, ma l’atto simbolico di deterrenza ci voleva, e su questo aspetto il detestato Trump si è preso una rivincita sul predecessore Obama, che invece aveva esitato, trattenuto da un’opinione pubblica interna ed esterna. L’immagine del presidente Assad è ingannevole, si presenta in perfetta dimensione civile, anche per quella sua figura slanciata, con la testa a bomba, nulla in lui sa di ferocia e di sadismo, a differenza del suo rivale Erdogan, che invece ha la tipica grinta aggressiva del dittatore. Ma Assad, se non l’ultimo, ha già ordito tanti massacri, si tiene abbarbicato al potere costi quel che costi. Forse non c’è modo di schiodarlo da quella sua posizione, forse ci vorrebbe una incursione dei servizi speciali USA per farlo fuori, alla stessa maniera con cui hanno proceduto nei confronti di Bin Laden, ma in quel caso l’oggetto dell’attacco era ormai divenuto innocuo e indifeso, e il reprimerlo, e in quel modo barbaro e incivile, corrispondeva a una pura operazione di facciata. Purtroppo però a sostenere il malefico Assad ci si è messo con forte impegno Putin, senza alcuna giustificazione che non sia quella di una pura e cinica realpolitik. Invece, è capitato anche a me di dirlo, il presidente russo aveva buone ragioni da rivendicare quando si è trattato della Crimea e delle province orientali dell’Ucraina, regioni russofone tali da richiedere da parte dell’Occidente non ostilità, muro contro muro, bensì pazienti e concessive trattative diplomatiche. Ma l’appoggio alla Siria non ha alcuna giustificazione se non di brutale rapporto di forza, e dunque è stato più che giusto che la massima potenza dell’Occidente ci mettesse un “fermino”, magari di portata più simbolica che effettiva. E’ stato, per dirla con la Saga della Compagnia dell’Anello, un Ritorno del Re, gli altri Paesi dell’Occidente, Unione Eiuropea in testa, lo hanno riconosciuto e applaudito.
Tornando invece a qualche uscita “no” del nordamericano Amleto, è da giudicare inutile la sua campagna volta a difendere il mercato statunitense dall’invasione di prodotti esteri con l’imposizione di filtri doganali. O meglio, un provvedimento del genere è inutile e anzi nocivo se rivolto a bloccare prodotti nati altrove, ma da classi operaie suppergiù costose quanto quella degli USA. Ovviamente, se i mercati d’oltre Oceano venissero chiusi alle nostre esportazioni, noi europei saremmo pronti a procedere allo stesso modo, e la partita si concluderebbe alla pari, ma impostata su un triste esito di limitazioni reciproche. Invece mi era già capitato di pronunciare un sì per il Trump rivendicatore della necessità di porre dazi a limitare il rientro di prodotti che magari le stesse aziende statunitensi vanno a fabbricare in Messico sfruttando il ben più basso costo del lavoro da quelle parti. E naturalmente il discorso vale in primis nei confronti del formichiere cinese, fatto di tanti alacri confezionatori di merci clonate e sotto costo. Allo stesso modo è nostro diritto imporre dazi per impedire che le nostre ditte vadano a produrre in paesi a più basso costo della mano d’opera per poi portarci queste merci in casa, così da mandare in rovina chi produce presso di noi dovendo sostenere gli alti costi della nostra classe operaia. Come ho già detto più volte, questa è una frontiera su cui i sindacati dovrebbero vigilare fermamente, invece di incattivirsi contro il Jobs Act. Ma sappiamo bene che a questa ostilità sono trascinati per difendere e ripristinare il collateralismo col partito della sinistra, messo in crisi dagli interventi dell’odiato Renzi. Tutto si fa, dalla Camusso e compagni, per liberarsi di questo improvviso rivale comparso in scena.

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Arte

Boldini tra immobilità e movimentismo

E’ andato all’asta nei giorni scorsi, non so con quale esito, un capolavoro di Giovanni Boldini, il Ritratto di Donna Franca Florio, usualmente visibile all’Hotel Villa Igea di Palermo, trascinato in guai giudiziari da una crisi della proprietà. Pare che i palermitani si siano quotati per riacquistare l’opera e impedirne l’allontanamento da un luogo-simbolo della città. Intanto il dipinto è visibile in una mostra al Vittoriano della capitale, in una di quelle comparse che ormai gli sono state dedicate a iosa, secondo quella assoluta noncuranza di una qualsivoglia ben regolata gestione nel far mostre che purtroppo è tra i mali endemici nel nostro Paese. Dopo un periodo di stallo, o addirittura di damnatio memoriae, ora Boldini viene esibito a ogni pie’ sospinto. Non era certo così appena pochi decenni fa, e mi corre l’obbligo di ricordare che a interrompere quel regime di astinenza immemore c’è stata mia moglie Alessandra Borgogelli, cui si deve una prima retrospettiva di rilancio del pittore ferrarese, da lei curata assieme a un più anziano pioniere come Ettore Camesasca, alla Permanente di Milano, nel 1989. Dopo quella prima impresa Sandra è tornata all’opera quando addirittura lo storico Musée Marmottan di Parigi volle esso pure ricordare quel personaggio, dominatore della belle époque, e di nuovo fu a fianco di Gabriella Belli quando, non ancora insediata al Mart di Rovereto, e disponendo solo di Villa delle Albere a Trento, propose di nuovo Boldini, congiunto con gli altri due Italiani di Parigi, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, un trio poi rivisto tante altre volte. In quella mostra compariva anche un sottotitolo apotropaico: “Impressionisti? Grazie no”, infelice e abusivo, in quanto prigioniero di una concezione troppo restrittiva ed elitaria di quel movimento, volta a premiarne solo la variante francese, e in particolare ad assegnare un primato al solo Monet, fino a farne in sostanza un “monettismo”. Invece, nella stessa interpretazione datane da Sandra, il fenomeno era da allargare, oltre la Senna, fino a coinvolgere tante altre regioni del mondo non solo europeo, ma occidentale in generale. Eppure, certo, il Boldini ritrattista alla moda di donne fatali, di regine dei salotti sembrava fatto apposta per tradire gli ideali di adesione a una realtà rugosa e prosaica che in genere si considerano connaturati con l’Impressionismo “alla francese”. Invece l’artista ferrarese-parigino operava su quei corpi eccellenti una stilizzazione nobilitante, fino a rasentare il cattivo gusto, il kitsch, come se fossero dei cani di razza, dei levrieri da corsa, degni del premuroso allevamento che negli stessi anni dedicava loro un altro personaggio “chiacchierato” come D’Annunzio. Visto che in questo momento si celebra, anche qui per l’ennesima volta, ripetendo un rito stanco e privo di fantasia, il grande Modigliani con le sue stilizzazioni estreme, come non dire che già quel suo predecessore andava verso la medesima soluzione, seppure giocandola in chiave di verosimiglianza, proprio come un fotografo che, pur costretto al responso fedele dell’occhio meccanico, cerca comunque di truccare, di adulterare il soggetto cui è chiamato? Ammettiamo pure che in quella nobilitazione forzata sta un connotato abbastanza dissidente rispetto alla navigazione realista che si conveniva in quello scorcio di stagione, però quanta straordinaria mobilità frusciante, per esempio, nell’abito della dama, che proprio quell’allungamento smodato porta a distendersi, come fosse un supplemento artificiale di una vegetazione investita da una folata di vento che la fa arricciare in mille pieghe, pronte a cogliere barbagli, riflessi, proprio come onde in un bacino o in un mare in tempesta? Invece di sdilinquirci nel culto delle Ninfee monettiane, perché non compiacerci nell’ammirare questi flutti prodotti sul filo di un tessuto, nell’esibizione di un prodotto merceologico? Questo dinamismo trova poi il più suggestivo coronamento nella collana, anch’essa prolungata oltre ogni eccesso, quasi per trascinarsi dietro le dimensioni corporali della nobildonna, quasi invitandola a inciampare in quel laccio, giocando con esso al salto della corda. E la medesima spinta si impadronisce anche delle scarpette, che a loro volta si allungano come siluri appuntiti, quasi col desiderio di forare la tela e di balzarne fuori. Del resto tutta l’arte boldiniana è duplice, diarchica. Se nella modellazione dei corpi, nella componente ritrattistica egli si mostra ligio ai doveri quasi cortigiani e adulatori del pittore alla moda, al servizio dei committenti, non appena ritiene di aver esaurito un tale compito e venendo ai margini del corpo centrale egli si abbandona a un movimentismo esagitato. Il corpo di donna funziona quasi da argine, da territorio franco, su cui si abbattono i marosi dell’informe che preme tutto attorno, che aggredisce lo spazio a scudisciate, magari avvalendosi ancora di qualche pretesto pescato in motivi verosimili. Forse è un prezioso divanetto o sedia di falso stile rococò, con i suoi preziosi stucchi e dorature, a fornire uno spunto di partenza, ma certo è che da una staticità inerte il prezioso mobile si trasforma come in una selva di girandole, di fuochi d’artificio pronti ad accendersi, a minacciare la stessa integrità della figura femminile. Queste aggressioni periferiche funzionano da motivo di compenso e di riscatto per tutte le sdolcinature di cui senza dubbio il pittore è stato oculato e interessato amministratore.

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