Arte

Jessica Stockholder, una scultura totalizzante

Confesso che non ho mai visitato l’OGR (Officina Grandi Riparazioni) a Torino, uno spazio espositivo entrato di prepotenza nel già fitto organigramma della città sabauda, contribuendo a farne il terzo polo di riferimento, dopo Roma e Milano. Ora evidentemente mi riesce impossibile farvi una capatina, come vorrei per ammiravi la mostra dedicata a Jessica Stockholder (1959), forse in questo momento la migliore rappresentante delle ricerche tridimensionali a New York. Ma sopperisce largamente a un mancato contatto diretto con quanto l’OGR presenta l’abbondante corredo di immagini dell’artista reperibile su Google. In formula direi che questa artista concilia mirabilmente tutti i possibili dualismi riscontrabili oggi in qualsivoglia opera plastica. I suoi lavori praticano nel medesimo tempo la malleabilità, sanno cioè estendersi in ampie superfici, che però nello stesso tempo sono animate da esiti risalenti all’altra virtù spaziale, la duttilità, sotto forma di asticelle rivolte proprio a sostenere quelle sorte di lenzuola stese all’aria. E c’è pure la conciliazione tra la consistenza plastica delle masse e un piacevole cromatismo, quasi carnevalesco, se si vuole caratterizzato anche da una nota di sensibilismo femmineo, fino a sfiorare esiti di moda, o di kitsch, o di infantilismo, ma l’artista non ha paura di slanciarsi anche per quei sentieri che ad altri risulterebbero del tutto impervi. Si potrebbe anche parlare di un minimalismo però ben deciso a lasciarsi alle spalle i rigorismi plastici, e soprattutto l’austera tetraggine di materiali quasi privi di colore. Insomma, pur rimanendo saldamente agganciata alle rive di effetti plastici, la Stockholder cumula nelle sue opere tutti gli effetti di un brillante colorismo, a sfida di quanto su quel medesimo fronte potrebbero fare colleghi e colleghe intenti a lavorare su supporti bidimensionali. Siamo in presenza di un festoso e fastoso fuoco d’artificio, che oltretutto, pur compiacendosi di una sua intrinseca fragilità, non è poi del tutto precario e momentaneo, ma si mostra capace di resistere. In fondo un colpo di bacchetta magica è riuscito a bloccarlo, ma non a scapito di una sua intrinseca freschezza e grazia scintillante.

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Letteratura

Cara O’Farrell, Hamnet non è Hamlet

Ho ricevuto dalle Edizioni Guanda tre romanzi di autori stranieri. Grato dell’invio, ritengo doveroso parlarne qui, uno per volta. Comincio da Maggie O’Farrel, cinquantenne scrittrice irlandese di cui confesso di non aver letto alcuna delle sue opere precedenti, dirigo quindi la mia attenzione all’opera ora ricevuta, “Nel nome del figlio Hamnet”. Sarebbe un romanzo che osa frugare nella vita privata del grande Shakespeare, ma dico subito che questa sarebbe una falsa pista. Mi pare che il grande bardo inglese sia in sostanza assente da queste pagine, dove invece compaiono i suoi familiari. Non sono affatto in grado di controllare la veridicità dei riferimenti biografici presenti in questa narrazione, li do per accettabili, ma appunto da essi risulta che in questa vicenda Shakespeare è il grande assente, invano evocato dai figli, che sarebbero tre, ammesso appunto che questi dati siano esatti. Ci sarebbe una Susanna, e soprattutto una coppia di gemelli, Judith e Hamnet, pronti ad ogni passo a lamentare l’assenza del padre, che se ne sta a fare i suoi interessi a Londra, dimentico di quel nido, quasi pascoliano, che pigola con toni sommessi, minacciato dai mali dell’esistenza. Provvede a loro la madre Agnes, lontanissima dalla statura culturale di quel marito lontano, lei se ne intende di erbe, di semplici, con cui confeziona pozioni prodigiose e salutifere, al limite con la magia. Diciamo pure che una dimensione ben coltivata dalla nostra autrice è quella della cultura materiale, forse i nostri campioni di un simile interesse, quali Carlo Ginzburg e Piero Camporesi potrebbero apprezzare queste pagine, assai più di colleghi anglisti, magari di sicura competenza per quanto riguarda il teatro elisabettiano. Forse il clou di questo forte e ben circostanziato interesse dimostrato dall’autrice irlandese è quanto riguarda l’origine di una ondata di peste, come nasce in qualche Paese d’Oriente e poi attraverso mille passaggi giunge a infestare, a recare la morte anche preso i nostri lidi. E dunque, l’epidemia arriva anche nel paesello dove se ne stanno, ben lungi dal padre, i poveri pulcini di questa covata. Qui scatta il nucleo portante, e in definitiva più felice, dell’intera narrazione. La peste colpisce Judith, con la comparsa dei bubboni ascellari che ben conosciamo attraverso quanto ci narra il nostro Manzoni. A quel punto Hamnet, legatissimo alla gemella, si sdraia nel letto di morte accanto a lei e ne risucchia il morbo, salvandole la vita ma a prezzo della sua. Finalmente il padre William esce dalla sua lontananza, accorre almeno al momento della sepoltura del figlio così trascurato. La O’Farrell tenta di riscattare questa assenza pretendendo che dal povero Hamnet, appena un fanciullo deceduto in fiore, l’illustre genitore, vinto dal rimorso, abbia ricavato una delle figure principali del suo teatro, Amleto. Ma che rapporto c’è mai, tra un povero fanciullo deceduto nella sua prima età. e il principe danese, tormentato da angosciosi tormenti psichici? Velleitaria pertanto appare la celebrazione a posteriori, di una madre, Agnes, che accorre quando a Londra, al Teatro del marito, si dà il dramma centrale del suo repertorio, e dunque intende applaudire anche lei a quella sorta di resurrezione del povero figliolo. Ma il rapporto è del tutto velleitaria. Se in questa storia c’è un minimo di corrispondenza coi fatti. Il grande William non ha rimediato affatto alla negligenza rivolta alla povera esistenza di quel fanciullo.
Maggie O’ Farrell, Nel nome del figlio Hamnet, Guanda, pp. 347, euro 19.

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Attualità

Dom. 21-2-21 (Travaglio)

Un fatto incredibile di questi giorni è stato l’iniziativa presa dal segretario Pd Zingaretti di rinsaldare l’alleanza con i Pentastellati. Era semmai il momento buono per far riprendere al partito una completa libertà di mosse, nel nome di una eterogeneità tra i due sempre dichiarata, con l’alibi che l’alleanza era stata solo tattica, dovuta alla necessità di fermare il passo a Salvini e alla destra. Il bello è che Zingaretti era riluttante a stringere quell’alleanza, preferiva andare alle elezioni, nonostante sapesse bene che sarebbero state funeste per la sinistra, e avrebbero segnato il trionfo proprio di Salvini, fino poi a consentirgli anche di nominare il prossimo Presidente della Repubblica. Tutto questo per far fuori il blocco di parlamentari legati a Renzi. Fortuna ha voluto che Renzi, unica testa pensante della sinistra, ha compreso che in quel momento bisognava ingoiare la pillola amara e fare blocco con la squadra pentastellata. Ora come è evidente questa è sull’orlo di una auto-liquidazione, quindi è il momento peggiore per predicare un’alleanza con una forza così precaria. E poi, a quale vantaggio? Per ribadire una coloritura di sinistra, nel momento di dare pieni poteri a un Draghi, considerato tutto sommato un cripto-uomo di destra? Ma non sono proprio i grillini a essersi sempre dichiarati estranei alle qualifiche destra-sinistra? C’è poi in tutto ciò un sottinteso, che magari uno Zingaretti obbligato a recitare nel coro e a inneggiare come tutti all’avvento di Draghi, non osa dire. Lo ha detto invece, nella trasmissione della Gruber venerdì scorso 19 febbraio, il mefistofelico Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, che è stato un delitto mandare all’aria l’ottimo governo di Conte, ad opera di quel miserabile che, nella sua versione, è oltre ogni limite Renzi. Come se Conte non si fosse affossato da sé, difendendo a oltranza il ministro della giustizia Malafede, o con la grottesca ricerca dei cosiddetti responsabili. Bisogna proprio ringraziare Renzi per aver dimostrato come quel tentativo fosse ormai insostenibile, destinato a morire di morte naturale, come Mattarella di lì a poco avrebbe dovuto constatare, e dunque è risibile che ancora ci siano i suoi inconsolabili sostenitori. Pazienza se tra questi c’è un difensore delle cause perse come Travaglio, molto più grave che tra le righe ci sia lo stesso Zingaretti, un segretario da sostituire al più presto e alla prima occasione.

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Arte

I cartoni di Raffaello al Victoria and Albert Museum

Artribune del 4 febbraio scorso ci informa che il Victoria and Albert Museum di Londra ha messo on line le immagini dei sette cartoni per arazzi di sua proprietà stesi dal grande Raffaello. Occasione superba per ammirare una delle massime opere del divino Sanzio, in cui egli si proietta in avanti di più di un secolo riuscendo a farsi suggeritore dei pittori francesi del Re Sole, da Nicolas Poussin a Gharles Le Brun, impresa incredibile che forse non è mai riuscita a nessun altro artista. Raffaello non si è fatto condizionare troppo dal compito di fare un lavoro destinato a un fine artigianale come quello della tessitura di arazzi, o meglio, ha rispettato la regola di dover offrire delle immagini rovesciate da destra a sinistra per le necessità pratiche della confezione pratica, ma non ha rispettato per nulla le esigenze di una tecnica, come quella dell’arazzo, che di per sé sarebbe divisiva, tale da richiedere una narrazione spezzata, come avviene pure per altre tecniche, dal mosaico alle tarsie alle vetrate gotiche. Si noti che altri grandi artisti, penso a Goya, hanno approfittato di questo carattere richiesto dalla finalità di giungere a una tappezzeria. Si sa che l’artista spagnolo, nei suoi anni giovanili, reclutato alla corte dei sovrani Borboni, produceva cartoni da cui poi fosse possibile ricavare appunto dei prodotti piacevoli e ornamentali per le stanze private dei sovrani, ed è riuscito a fare di necessità virtù ottenendo proprio da quelle modalità cui era obbligato uno stile “schiacciato”, quasi astratto, stilizzato. Non così il Sanzio, che non si lascia suggestionare per nulla dal compito di arrivare a un esito finale piatto, fortemente lineare, ma invece procede impavido per grandi masse, per soluzioni di racconto pieno, ampio, sciolto il più possibile, del resto interamente corrispondente con quanto negli stessi anni, secondo decennio del Cinquecento, prima della morte precoce, gli riusciva di fare nelle Stanze Vaticane, Là inevitabilmente era condizionato dalla più difficile ed esigente tecnica dell’affresco, mentre nei cartoni poteva procedere più libero e spontaneo. Si dice di solito che in quel ciclo egli raccoglieva la sfida di Michelangelo, ma se così, ne usciva totalmente vincitore. Il Buonarroti pittore ha sempre risentito della sua vocazione prevalente di grande scultore, interessato soprattutto a insistere sul protagonista umano, patendo invece una quasi totale difficoltà a immergerlo in un ambiente aperto e arioso. Buon per lui che il soffitto della Sistina esigesse di essere articolato in spazi angusti, quasi fatti su misura per ospitare, come in tante nicchie o su tanti piedistalli, le sue statue forzosamente costrette alle due dimensioni. Si è invece trovato a disagio quando poi, scomparso il pericoloso concorrente e rimasto a dominare sulla scena romana, aveva steso il Giudizio sulla grande parete di fondo, ma risolvendo la scena in tanti episodi, senza dubbio grandiosi ma spezzati, privi di un vero collante. Del resto questa sua difficoltà ad affrontare davvero soluzioni ambientali lo destinava a farsi il maestro del nascente Manierismo, con conseguente scomparsa dagli annali di una modernità destinata a trionfare nel Seicento e nelle sue varie anime barocche, tra naturalismo e classicismo, di cui invece, come appena detto, il genio raffaellesco è il magnifico anticipatore. Da qui, non nascondiamocelo, il declino delle fortune michelangiolesche nei tempi del trionfo del moderno, con la necessità di essere riscoperto solo sul finire del Settecento, da artisti come Fuseli e Blake, in piena rivolta proprio contro un raffaellismo divenuto obbligatorio, imposto a forza da Sir Josuah Reynolds e da tutte le accademie dell’Occidente. Tornando ai cartoni, magnifico è vedere come l’autore sa adeguarsi alle varie esigenze del racconto, con meravigliose specchiature d’acqua se gli apostoli vanno in barca, o invece con un gestire maestoso, ben sostenuto dai viluppi di abiti, se gli episodi si consumano in interni, ampi, spaziosi, accoglienti. Certamente i poveri artigiani del passaggio agli arazzi dovettero fare fatiche erculee per ridurre in superficie e in un gioco lineare tutte quelle superbe, impeccabili, ostentate volumetrie.

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Letteratura

Delillo, un silenzio toppo affrettato

Nel 2008 avevo recensito sull’”Immaginazione” “L’uomo che cade” dello scrittore statunitense Don Delillo. affrontando un ragionamento impegnativo circa due componenti di ogni narrazione, la parte di vicinanza al vero, al quotidiano, ma l’obbligo di farvi entrare anche una dose “mitica”, di eventi eccezionali. Insomma, il rapporto tra storia, nell’occasione ricordavo che la parola viene dalla radice “id”, di un vedere, quasi di sapore cronachistico, e invece il carattere filosofico che spetta alla poesia, autorizzata, anzi, obbligata a inserire motivi di trama, anche con possibilità, o addirittura obbligo di sfiorare l’inverosimile. Questa diarchia ritorna nell’attuale prova di Delillo appena tradotta in italiano, ma, direi, a un livello inferiore, come rivela già il formato minuscolo del libro. Sembra quasi di essere in presenza di un abbozzo, su cui lo scrittore potrebbe ritornare per uno sfruttamento più accurato della materia. Al solito, Delillo si dimostra molto abile e disinvolto nel riportare un quotidiano “cazzeggio”, di una coppia, Jim Kripps e Tessa Berens, che da Parigi rientrano in volo nella Grande Mela, loro residenza, concedendosi un posto in prima classe, e abbiamo un accurato e divertente diario delle mangiate e bevute che si possono fare in quelle particolari condizioni di volo. I due giungono addirittura a concedersi un accoppiamento rapido nella toilette dell’aereo. Lui è in ansia perché arrivando a New York non vuole perdere di assistere alla finale del Super Bowl, il calcio americano adorato da quelle parti. Fin qui, appunto, uno scorrere di prosa quotidiana, compiaciuta della sua volgarità e banalità. Ma l’evento “mitico” è in agguato, in una versione a dire il vero non certo inedita e fuori del comune, trattandosi di un improvviso black out di tutti gli strumenti informativi legati all’elettronica. L’aereo ne è vittima, vedendosi costretto a un atterraggio di fortuna, in cui Jim resta anche ferito alla testa. Insomma, brutto finale di corsa, obbligo di rimediare chiedendo ospitalità a un’altra coppia, e comunque inseguiti, perseguitati dal buio di tutti gli schermi, di tutti gli impianti, compresi quelli di riscaldamento. Da una situazione di civiltà fin troppo avanzata ci troviamo all’improvviso regrediti a uno stato quasi di barbarie, da uomini e donne delle caverne. Evento in sé molto realistico e probabile, con relativa acutizzazione degli istinti animali, sessuali. Si sa che quando una simile cesura colpì proprio gli USA, le coppie si misero a fornicare e ne venne un picco di nascite oltre le medie statistiche. Nel romanzo precedente Delillo trovava una opportuna componente “mitica” in un evento reale, quale l’attentato alle Due Torri. Qui l’evento “mitico” è costituito dall’ improvviso black out, e dal silenzio di tomba che a un tratto si impone, accompagnato da un buio totale. Già tante altre volte si è pensato di mettere in atto una soluzione del genere, il che impone a chi voglia ancora farvi ricorso di darcene una trattazione più ampia e circostanziata, come non avviene in questa sorta di abbozzo a cui per il momento il nostro autore si ferma.
Don Delillo, Il silenzio, Einaudi, pp. 102, euro 14.

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Attualità

Dom. 14-2-21 (Cicerone)

Credo che, per la legge del taglione, si debba rivolgere contro Beppe Grillo la frase ciceroniana da lui scagliata contro Matteo Renzi, “Quo usque tandem abutere, Beppe, patientia nostra?”, cioè fino a quando continuerai a fare l’oracolo, il conduttore di una jacquerie, di una rivolta qualunquista e sgangherata, invece di rientrare nel tuo mestiere di comico, che sai fare così bene? Come la storia del pifferaio, hai guidato una schiera di sprovveduti a conquistare il Palazzo, per fortuna in vie pacifiche ma con il medesimo intento eversivo che ha mosso di recente i partigiani di Trump all’aggressione del Capitolium. Hai sfruttato la quasi normale avversione della gente normale verso le istituzioni, invece di convincerla della loro necessità. Hai predicato che si dovevano svuotare le sedi deputate come vili scatolette di cibo, portando una massa di spostati ad occupare il potere. Per fortuna in qualche prossima elezione di loro non rimarranno tracce consistenti, il fenomeno, come tutti i fatti improvvisi e occasionali, si dissolverà nel nulla. Meno male, però, che qualche lume di intelligenza politica non ti manca, ma nel segno della contraddizione repentina. Per esempio, hai capito che un anno fa non era proprio il caso di andare a nuove elezioni, che avrebbero consegnato il nostro Paese a Salvini e a tutta la destra retriva. Per un momento ti sei trovato d’accordo con Renzi, anche lui pronto a fermare il gesto suicida dell’improvvido Zingaretti, che predicava invece la necessità di andare alle elezioni, soprattutto per far fuori il nido di deputati ribelli stretti attorno all’odiato Renzi. Ma poi, di recente, contro di lui hai scagliato l’invettiva ciceroniana, non solo, ma hai pure ribadito il “Conte o morte” che era la piattitudine, il lasciar correre, l’impelagarsi nell’immobilismo assoluto. Salvo poi, con l’ennesima giravolta, cercare di persuadere il tuo popolo ad accettare un’improvvisa conversione a favore di Draghi, naturalmente, condendo il cambiamento di rotta con una parvenza, una pennellata di attualità, come se fosse nella vocazione dei tuoi Pentastellati farsi carico di quella transizione verde e ambientale di cui non si sono preoccupati nei due anni in cui sono stati al governo. Del resto, quelle tue recenti parole d’ordine sono solo un orecchiare temi alla moda, tutti da verificare. Abbiamo ancora bisogno che le fabbriche di auto sfornino i loro prodotti, e che magari l’lIva continui a produrre acciaio. E poi, perché parlare di un ponte o tunnel di congiungimento tra Calabria e Sicilia come se fosse una barzelletta tutta da ridere? Forse che i nostri vicini non sono riusciti addirittura a fare un tunnel sotto la Manica? Noi del resto siano stati capaci, a suo tempo, di creare una rete rispettabile di autostrade, e ora non andiamo poi male del tutto con l’alta velocità. Inoltre, affrontiamo il problema, è davvero possibile abbandonare i combustibili fossili a favore dell’elettricità producendola solo con le cosiddette fonti rinnovabili, o invece per averne un quantitativo sufficiente è necessario ricorrere a centrali termonucleari? Non vedo l’ora che tu abbandoni il piffero incantatore, o che riprenda a usarlo, come senza dubbio sai fare, sui palcoscenici teatrali.

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Arte

Murillo, punto di svolta

Al solito prendo spunto pe queste mie riflessioni da Artribune, che qualche giorno fa recava la notizia che sotto una tela famosa di Estebàn Murillo si nascondono tracce di un suo precedente lavoro, come del resto tante volte capitava in passato. Naturalmente la notizia non mi tocca, data la mia mancanza di interesse per dati di filologia spicciola, mi dà però il destro di parlare di una figura-chiave del Seicento, non solo spagnolo. Intanto, parto da uno dei miei amati riscontri sulle date di nascita. Quella di Murillo è il 1618 (muore nel 1682), quindi si pone a un ventennio esatto dai due che gli vengono assegnati come maestri, Zurbaràn (1598) e Velàzquez (15999). Un simile salto cronologico non può mancare di avere i suoi effetti, infatti Murillo salta fuori dal cavaraggismo, di cui i suoi presunti padri erano senza dubbio dei pilastri. Ma un fatto del genere vale per tutto il panorama internazionale, tocca anche altri che pure nel caravaggismo o simili erano stati dentro, per esempio, da noi, il Guercino, e per rimanere alla Spagna l’artista detto lo Spagnoletto per antonomasia, Jusepe Ribera. Verso la metà di quel secolo pieno di fatti l’astro del caravaggismo sta declinando, mentre riacquistano terreno i Carracci, nella versione non già di Ludovico, che in fondo costeggia a prudente distanza la navigazione del Merisi, bensì di Annibale, con la sua apertura al classicismo, a una nobiltà di forma, il che gli diede, come ben noto, un grande successo presso i benpensanti e tradizionalisti del momento, ma era stata poi la premessa di una sua svalutazione nei tempi successivi, fino al momento in cui le coraggiose Biennali di Bologna volute da Cesare Gnudi avevano osato rilanciarlo, assieme a Guido Reni, ancor più spostato di lui verso esiti melliflui, quasi da rasentare il kitsch. Ebbene, questa è proprio la svolta di Murillo, in pieno disaccordo rispetto ai suoi presunti maestri. Infatti proprio il dipinto in questione sembra un santino devozionale, tanto è intinto di sacralità perfino untuosa e sdolcinata. E un smile referto si può ripetere per gran parte della produzione di questo artista, ma accanto ad essa ce n’è pure una di pittura di genere, dove, voltando lo sguardo, il pittore affronta scene di ragazzi di strada, intenti a imprese minori e poco raccomandabili, fino a venire ripresi mentre si spidocchiano le chiome. Si potrebbe dire che anche il cavaraggismo amava le scene di genere, ma le trattava in grande, e con accenti drammatici, con grande sbattimento di luci. Mentre la novità di Murillo sta nell’adottare dei formati minori, almeno in spirito, dando la precedenza a un gusto del racconto sciolto e spregiudicato come dato di fondo. A questo modo egli apre una pista che sarà poi raccolta da Luca Giordano e da tanti altri, lasciando agli ultimi eredi del Merisi, come Mattia Preti, lo stanco desino di calcare la mano per effetti di tenebrismo. Un’ondata di misure ridotte, e soprattutto presentate in chiaro, inonda la pittura europea, con tanti riscontri, che vanno dall’inglese Hogarth ai francesi Watteau, Boucher, Fragonard, cui non mancano di partecipare anche gli italiani sul tipo del Crespi e di Pietro Longhi, giungendo a presentare un autentico campione della categoria quale il Cerruti, che oltretutto si permette di riguadagnare formati in grande, quasi a dichiarare che gli esercizi in piccolo hanno esaurito i loro vantaggi. Ebbene, se di tutte queste nuove prospettive ( riportabili al barocchetto? Al rococò?) si vuole trovare un punto di svolta, è proprio al Murillo che ci si deve rivolgere.

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Letteratura

Canella, il buon sapore delle sue Nughette

Devo un convinto omaggio a Leonardo Canella, autore ferrarese che da tempo segue la mia attività indirizzandole espressioni di consenso che giungono anche a fargli sostenere l’arduo e ingrato compito di divenire presentatore dei miei libri. In definitiva, al di là della differenza di anni, c’è parallelismo nelle nostre carriere, in quanto pure Leonardo è partito dalla critica d’arte, rivolgendosi in primis a difendere le sorti dell’Informale, soprattutto nella versione bolognese dell’Ultimo naturalismo cara a Francesco Arcangeli, con studi approfonditi dedicati a presenze di quel clima quali Mandelli e Mario Nanni, di conserva con un mio allievo, di quei tempi, pure lui profondo sostenitore di quei fatti, quale Roberto Pasini. Poi, di nuovo un parallelismo, dato che anche Leonardo ha voluto passare dalla teoria all’azione, cimentandosi in prove di pittura, ma con graduale passaggio, quasi sull’onda dei graffitisti statunitensi non per nulla detti anche “writers”. Vale a dire, che stendeva sul foglio esili tracce grafiche non troppo sicure di sé. A quel punto credo di aver esercitato su di lui un qualche influsso spingendolo a nutrire quegli esili tracciati con riscontri in prosa, il che però è un passo da me mai compiuto. Egli ha inaugurato una felice dimensione intermedia, affidandosi a prose minute ed estemporanee, cui ha trovato un termine di estrema efficacia, chiamandole “Nughette”, un modo di mettersi in coda, postremo tra l’alto senno di un Catullo e di un Petrarca, quasi come un “non sum dignus”, e dunque ricorro a un diminutivo. Che però a me piace molto, ci sento il suono delle ruchette, quelle deliziose erbe amarognole che stanno così bene nell’insalata. In definitiva, Canella va a raccogliere le sue ruchette nell’orto di casa, prelevando quanto gli capita a tiro, ben attento a non fare selezioni di merito, entri nella raccolta quanto viene a tiro, cibi, detriti, ricordi, spunti culturali, appunti di lettura. Insomma, il classico “pot pourri”, che del resto lui non avrebbe nessuna difficoltà a nominarlo alla buona, come si fa nel parlare quotidiano, “purpurì”. Ne viene insomma un canzoniere volutamente in tono minore, anzi, compiaciutamente minimo, che pero, come vuole la tradizione petrarchesca, esige una sua Laura, Qui compare una vezzosa Polly, buona ad ogni uso, un po’ come la proverbiale Signorina Richmond di Nanni Balestrini. Non ho mancato di dare a Leonardo quel poco che è in mio potere invitandolo a RicercaBO, dove è stato accolto con un buon successo, da partecipanti che se ne intendono, quando sentono voci muove levarsi, anche se da distese di rifiuti. In particolare, tra i successi incoronati da Ricercabo c’è stato senza dubbio il fenomeno detto “Prosa in prosa”, che proprio come queste nughette si pone in bilico tra prosa e poesia, e dunque non a caso uno dei principali esponenti di quell’impresa, Andrea Inglese, si è assunto il compito di stendere una postfazione per questa nuova raccolta, cui tante altre potranno seguire man mano che il nostro ortolano-giardiniere continuerà nel compito di cogliere fior da fiore, ma commisto anche a escrementi e ad altri elementi di ogni possibile origine.

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Attualità

Dom. 7-2-21 (Draghi)

Proseguo sulla falsariga del domenicale scorso. (In realtà, ormai sono piuttosto dei “sabatali”, li metto in rete il giorno prima) in cui riconoscevo il merito di Mattarella di aver dato al Presidente Fico il compito di verificare se era ancora possibile dar luogo a un Conte ter. Per fortuna, quando il martedì Fico è andato a riferire, merito di Mattarella è stato di aver considerato chiusa quella possibilità, che pure aveva vedovi e orfani inconsolabili, procedendo a due atti, entrambi risoluti e di buon livello. Primo, fugare per sempre l’ipotesi di andare a nuove elezioni, argomentando con un precisionismo tecnico a lui insolito i vari aspetti che rendevano impraticabile una simile soluzione. Risulta incredibile che da qualche parte, non cogliendo un simile risoluto diniego, si sia continuato a ripetere il monotono ritornello di andare a nuove elezioni, come se una eventualità del genere non fosse proprio nelle mani di chi, Mattarella, l’aveva appena negata. In secondo luogo, Mattarella ha invitato ad assumere l’incarico di governo la persona che in sostanza era sulla bocca di tutti, Mario Draghi, ma come ipotesi da verificare. Ovviamente, nel fare quel nome, Mattarella aveva preventivamente verificato una sua accettazione, anche se sub condicione. Detto tutto il bene possibile di queste varie decisioni del nostro Presidente, non ritiro affatto le accuse che gli avevo rivolto a suo tempo, di essere stato lui il colpevole della nascita dell’ircocervo del governo giallo-verde, e della conseguente crescita di Salvini e della Lega, a proporzioni che non rispondevano affatto a quel 17% di consenso ricevuto nel voto popolare. Salvini deve tutto a Mattarella. Se il presidente ci avesse mandato a votare di nuovo, cosa del tutto possibile in quanto allora non c’era nell’aria nessuna minaccia di contagio, avremmo avuto un onesto governo di centro-destra a guida Berlusconi, che avrebbe potuto tenere alla catena il bestione Salvini.
Detto ciò, devo confermare tutto il mio apprezzamento rivolto a Renzi, l’unica vera testa pensante della sinistra, nonostante le stupide, insulse scariche di odio che gli riversa la “vil razza d’annata” dei commentatori politici. Solo dalla bocca di qualcuno, Casini, Ambrosini, ho sentito uno schietto riconoscimenti dei meriti renziani. Si devono approvare le sue mosse in questo turbolento periodo, il giudizio negativo su un eventuale connubio Pd-Pentastellati, quando era chiaro il loro carattere di gruppo improvvisato, di puro qualunquismo. Questo però non ha esentato Renzi dall’indicare ai suoi la necessità di fare quell’ingrato matrimonio per fermare la presa del potere da parte di Salvini, cresciuto oltremodo per colpa di Mattarella. Ricordiamo che in quel momento il segretario Pd Zingaretti voleva andare al voto, cosa disastrosa per il suo stesso partito, solo per la volontà di far fuori il corpo estraneo e ribelle del gruppo di deputati di fede renziana. In quel momento fu saggio turarsi il naso e fare la difficoltosa alleanza con gli irrequieti e inconsistenti Pentastellati. In seguito, Renzi ha avuto modo di valutare quanto inconsistente fosse l’azione di Conte, bravo nel cerchiobottismo, nel bloccare i vari dossier, se fossero tali da mettere in crisi il suo ruolo, gradito dagli alleati solo per amore di quieto vivere. Da qui la rottura renziana, più che giustificata, anche per la stolida insistenza dell’altro blocco a non volergli concedere niente. Del resto, Renzi doveva aver fatto in privato le opportune consultazioni, dato che pur nel mezzo delle invettive che gli scagliavano contro, aveva detto. state tranquilli, non si va a nuove elezioni i e tra pochi giorni avremo una soluzione d alto profilo. Il cosiddetto “demolition man” in realtà è stato lui stesso demolito quando ha tentato una delle più nobili e lungimiranti imprese della nostra storia, la riforma costituzionale con l’abolizione dell’insulsa bjcamerale. Quasi tutti hanno dimenticato un altro suo merito, è lui che ha portato Mattarella al Quirinale. Tutti riempiono di lodi quell’inquilino, e intanto incrudeliscono, con la loro irritante mediocrità, contro chi sa vedere da lontano, costi quel che costi.

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Schuyff, un buon esempio di street art

La solita visita a immagini solo virtuali oggi mi porta molto vicino a casa mia, tanto che, se l’opera di cui vado a parlare già esistesse, potrei andare a vederla di persona, ma, se non sbaglio, al momento è solo un progetto, però efficace, che oltretutto mi permette di riassumere le molte cose che in varie occasioni mi è avvenuto di dire a proposito della questione cruciale della street art (o wall painting, o muralismo, eccetera). Lo spunto è dato da una intera parete di un edificio in zona Navile che dovrebbe essere ricoperta da un’ ottima scacchiera a quadrati policromi, progettata da Peter Schuyff, artista olandese di nascita (1958), ma formatosi a New York, dove rappresenta una delle migliori modalità di far sopravvivere la pittura. Riassumo in breve le puntate precedenti. Sono un convinto sostenitore della necessità del recupero dell’ornamento, che nella nostra temperie dei secondo Novecento e oltre (vogliamo dire di postmoderno inoltrato?) cessa di essere un delitto, come voleva il clima primo-novecentesco dominato dal macchinismo e derivati, per divenire invece un prodotto d’obbligo, da inserire nel paniere dei consumi come necessità primaria. Ma da adibire soprattutto nelle periferie, per sollevarle dal loro degrado e stato di incuria, mentre al contrario bisogna tutelare gli edifici storici da quella stupida contaminazione praticata dagli stenterelli, che li insudiciano con sgorbi, con atti pretestuosi di insopportabile e gratuito narcisismo. Però, si faccia attenzione al fatto che questo generale rilancio deve riguardare interventi ornamentali, portati quindi a diffidare di un figurativismo sfacciato, aneddotico, magari di derivazione surrealista. Devono essere invece interventi magri, stilizzati, attenti a evitare inutili espressioni volumetriche. Venendo alla brillante scacchiera progettata da Schuyff, vi trovo in versione ottimale tutte queste componenti, il che però dovrebbe indurre tutti, e l’artista in primo luogo, a lasciar cadere un richiamo a Morandi. Le tele di Morandi sono esattamente il contrario di quanto ci vuole per queste occorrenze decorative, si presentano in piccoli formati, densi, golosi delle loro tinte deliziosamente incentrate su gamme ristrette. Bisogna evitare che un richiamo a Morandi diventi una specie di obbligo per quanti, pur con tutte le carte in regola, vengano a lavorare nella nostra città. Si noti che nell’indicare questi vari requisiti per validi interventi parietali sono rigoroso, nutro dei dubbi perfino nel caso del misterioso Bansky, che più che altro trasferisce delle illustrazioni degne di giornali illustrati appunto sulle pareti senza avvertire il bisogno di ridimensionarle. Tornando a interventi che siano davvero di carattere ornamentale, ci vorrebbe una giuria di esperti per decidere chi e con quali progetti possa accedere a un compito del genere, anche se mi rendo ben conto di quanto sia difficile imporre una regola del genere. Ma ho lodato quanto fatto in passato dalla coppia Musso-Naldi, capaci di saper selezionare proposte valide, che ovviamente devono passare per il gradimento degli abitanti nell’edificio interessato a quella decorazione. Più facile decidere nel caso di edifici pubblici, scuole, ospedali, centri civici. E beninteso questa necessità decorativa deve espletarsi sia in senso parietale, di occupazione di superfici, sia in senso plastico, con monumenti da elevare, poniamo, nelle rotonde del traffico. Il che aprirebbe infinite possibilità di lavoro per tutti i professionisti dell’arte.

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