Letteratura

Missiroli: fedeltà o infedeltà?

La Casa editrice Einaudi mi ha usato la gentilezza di mandarmi i volumi di Paolo Colagrande e di Alice Cappagli, forse intuendo che sarebbero risultati accetti alle mie corde, come infatti è stato, consentendomi di dedicare a entrambi note molto favorevoli su questo blog. Non mi ha inviato invece la successiva “Fedeltà” di Marco Missiroli, forse anche in questo caso intuendo che sarebbe mancato il mio favore a quest’opera, come infatti è, anche se, vista l’ attenzione con cui è stata accolta, non ho mancato di procurarmela a mie spese. E’ opera incerta e confusa, sicuramente non superiore alla media di altri prodotti che hanno invaso il mercato in questi ultimi tempi. Forse anche in questo caso può valere la formula lanciata da Vittorio Spinazzola di un New Italian Realism, o di un neo-neorealismo, come preferisco dire io. Siamo cioè in presenza di uno spaccato di vita come oggi si svolge nelle comunità urbane, poste nel pieno di una società consumista, con tutti i suoi riti, compreso pure quello di una libertà sessuale per cui le coppie si fanno e si disfano, in un panorama “aperto” e molto tollerante, il che, sia ben chiaro, è decisamente un bene, l’ accettazione di uno dei presupposti stessi della nostra civiltà, che a ragione si può definire post-freudiana. Per cui proprio non si capisce che cosa sia saltato in mente al narratore di intitolare queste sue “ambages”, non “pulcherrimae”, ma certamente molto consuete, all’insegna della “Fedeltà”. Ci stava bene pure l’esatto opposto, ovvero un elogio della “infedeltà”, come condizione imprescindibile di vita al giorno d’oggi. In definitiva, il romanzo consiste proprio nel presentarci delle coppie che marciano ciascuna verso un momento di crisi, col maschio, ma anche la femmina, pronti ad accogliere l’attrazione di partner diversi, salvo magari a rientrare sui propri passi, ma, in sostanza, non per l’imporsi di ferree convinzioni morali, che nel nostro universo non hanno più un forte diritto di cittadinanza, ma solo per adempiere a scelte abitudinarie, di comodo, di assuefazione. La coppia numero uno è data da Carlo Pentecoste e dalla moglie Margherita, la cui convivenza è subito picconata da un evento fortuito. Il marito, docente di scuola, per le migliori intenzioni entra nella toilette riservata alle donne per portare soccorso a una giovane alunna, Sofia, dal che nasce però un intreccio, una relazione. D’altra parte Margherita a sua volta si lascia affascinare dalle dita sapienti di un massaggiatore, tale Andrea, che sa sfiorare abilmente i suoi punti sessualmente nevralgici invitandola a prolungare quei momenti di piacere, Ma , forse per allungare il brodo, o al positivo, per accrescere una fedeltà documentaria nel rendere uno spaccato del nostro oggi, il narratore non si nega nulla, appiccica al seduttore Andrea una improbabile coda che lo vede anche cedere a tentazioni omosessuali, con l’aggiunta di una partecipazione alle scommesse che si fanno circa i selvaggi duelli tra cani. Lo schema generale della vicenda si può anche ricondurre a una sorta di “ronde de l’amour”, ma contrastata dal ritmo avverso riportabile alla formula dell’”incontrarsi e dirsi addio”. Infatti Sofia, la giovane che si pone all’inizio della serie determinando la prima rottura di una sana vita coniugale, non è che stia al gioco, che accetti di rimanere al fianco dell’involontario seduttore Carlo, ma al contrario fugge lontano da lui, rientrando in un ambiente riminese, che sarebbe il suo terreno di partenza, dove ovviamente ci sono altri interessi affettivi ad attenderla. Forse i momenti più persuasivi in questa “ronde” sono quelli in cui la vicenda si “riposa” , affidata alla saggezza di genitori, di madri tolleranti, capaci di lottare contro la malattia, di comprendere e perdonare figli, figlie, generi nelle loro dispersioni, nei passi falsi. Il tutto senza picchi di vivacità, in un tessuto che si diffonde piatto, cercando di animarsi con il ricorso a un periodico “changez la femme”.
Marco Missiroli, Fedeltà. Einaudi, pp. 224, euro 19.

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Attualità

Dom. 3-3-19 (crisi?)

La situazione politica italiana è molto confusa, e si rischia che neanche le prossime elezioni europee portino un chiarimento. Quasi di sicuro il M5S ne uscirà ridotto al 20% o giù di lui, come indicano i pronostici emessi da Pagnoncelli, ma anche la Lega è prossima a segnare il pieno dei suoi voti, che non dovrebbero andare molto oltre un 32%. Purtroppo però la somma risultante darebbe pur sempre la maggioranza ai giallo-verdi, che potrebbero arroccarsi in una posizione del genere resistendovi ad oltranza. La scelta risolutiva sembra nelle mani di Salvini, forse chiamato a decidere se per lui sia meglio rimanere all’interno di quel patto sciagurato, che però gli consente di ricattare e comunque di mantenere sotto controllo l’alleato ormai divenuto più debole, o se invece la coesistenza diventi impossibile, con rivolta proprio degli ambienti dell’Italia Settentrionale che mordono il freno e non tollerano l’immobilismo negli affari economici tipico di Di Maio e compagni. Certo, Salvini, uscendo dal governo e provocando nuove elezioni, sa di potersi rifugiare nella provvida trincea del centrodestra, che oltretutto riuscirebbe a controllare. Insomma, forse si porrà per lui il quesito, meglio sopportare i limiti che gli pongono i Pentastellati, o quelli che gli verrebbero da Berlusconi, nel caso di un suo rientro nell’unione di centro-destra? Certo, se i nostri affari economici andassero peggiorando, come è del tutto probabile, si potrebbe giungere alla crisi di governo, purtroppo non c’è nulla da sperare da parte del presidente Mattarella, il principale responsabile di questo pessimo stato delle cose, e assolutamente incapace di una mossa azzardata quale fu quella compiuta da Napolitano quando mandò a casa Berlusconi dando l’incarico del governo a Monti. Mattarella non è tipo da mandare a casa nessuno, se non ci è proprio tirato per i cappelli. E dunque, nubi, incertezze, navigazione a rilento, tra mille ostacoli.

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Arte

La marcia di Ontani dal povero al ricco

Massimo De Carlo oggi è forse il terzo grande tra le gallerie d’arte milanesi, assieme alla Fondazione Marconi e a Lia Rumma. Ma per rafforzare questo suo ruolo ha compreso che doveva abbandonare il coraggioso fortilizio che aveva occupato in zona Lambrate, nella speranza di trascinarsi dietro altre gallerie e di costituirvi un fitto polo milanese. Visto che questo non è avvenuto, ora ha invertito la rotta ed è andato a occupare un prestigioso spazio nel pieno centro, un’ala del Palazzo Belgioioso, accanto al mitico ristorante Boeucc e all’ancor più mitica residenza di Alessandro Manzoni. Per celebrare adeguatamente questo nuovo inizio De Carlo ha chiamato Luigi Ontani, un artista che ora va decisamente per la maggiore, e che così si può vantare della distanza da lui superata in circa mezzo secolo, breve in termini spaziali ma enorme quanto a prestigio. Infatti aveva esordito nel 1970 ad appena un centinaio di metri di distanza, nel Centro S. Fedele gestito dai gesuiti, con la sapiente regia di Padre Eugenio Bruno, purtroppo scomparso qualche tempo fa. Ed era toccato proprio a me tenere a battesimo l’artista, nato a poca distanza da Bologna, in una sua prima audace fuoriuscita, dove già si manifestavano alcuni degli aspetti che poi ne avrebbero retto tutta la carriera. Questi, allora, si potevano stringere nella formula del “povero ma bello”, dove il primo termine stava a sancire una accettazione della svolta sessantottesca, ben espressa dall’Arte povera. E cioè, la si smetta di fare ricorso a materiali e tecniche delle belle arti, ma si adottino materiali di recupero, magari provenienti dalla strada. Il “povero” però, nell’esercizio di Ontani, era subito chiamato a fregiarsi di un appellativo opposto, di un “bello” ritrovato dall’interno stesso di quella poetica, così da costituirne un capovolgimento totale, un ribaltone. Luigi, con acuta intelligenza, si era rivolto all’utilizzo di materiali del tutto cheap, ai limiti col trash, quali i cartoni plissettati e le imbottiture di gommapiuma, con i loro terribili colori rosa e azzurri, che a quei tempi si usavano, ma giusto per imballare le spedizioni. Eppure Luigi ne aveva inteso tutto il potenziale “ricco”, bastava ritagliarne trance, spessori, frammenti, con le forbici sapienti di uno stilista di lusso, ed ecco operato il miracolo, gli oggetti risultanti acquistavano nobiltà, fascino, seppure volutamente mantenuti in bilico col kitsch, sospesi tra il buono e il cattivo gusto, in gara reciproca. Un altro dei mezzi “poveri”, sessantotteschi che l’artista fu pronto ad assumere stava nel ricorso alla foto, però anch’essa rivolta a celebrare un rovesciamento, spostandosi da una regjstrazione del “qui e ora” verso un viaggio a ritroso nel tempo, permettendo al protagonista di farsi fotografare calato nei panni dei personaggi di dipinti storici, o di appartenenti al mondo esotico. Era insomma una sistematica coltivazione dell’ alibi, dell’essere altrove. Nel corso degli anni doveva avvenire quasi obbligatoriamente che il povero delle origini fosse sostituito da un materiale nobile e ricco come la ceramica, nelle sue forme più sofisticate, abbellite da un ricorso al colore. E anche il narcisismo che da sempre è stata una molla ispiratrice del nostro artista, ma in fuga da se stesso, si è compiaciuto di giochi più complessi, pur senza mai rinnegare una prima filiazione da quanto nasceva spontaneamente dal suo stesso cognome, portatore di quell’ontano che nella lingua aristocratica del latino diviene un “alnus”, subito congiunto, come è detto nel titolo di una di queste favolose ceramiche, a un inevitabile ”Alieno”. E c’è pure la confessione del “Narcis” di fondo che si manifesta in ciascuna di queste apparizioni, pronto a moltiplicarsi con effetto di “eco”, come viene subito specificato. Inoltre la metamorfosi in pianta si accompagna sempre e di nuovo alla fuga, all’evasione, come indica un altri titolo, “PalmAltrove”. E beninteso non manca un omaggio al nume fondatore del luogo in cui le opere vengono ospitate, ecco dunque un medaglione volto a celebrare “Albericus Belgioiosiae” con l’aggiunta di un “Auroborus”, con allusione all’effetto di continuo “ouroboros” che presiede a tutte queste sintesi, opere che si acciambellano su se stesse, come sacri pitoni in letargo, dove le lussureggianti screziature della ceramica valgono a rafforzare gli splendori delle pelli, pronte a snodarsi per mettere in evidenza la maculatura, la policromia delle superfici. Magnifici pendagli, addobbi, stemmi nobiliari per confermare la sacralità del luogo. Ma non viene mai meno del tutto un utile ricordo delle occasioni cheap, kitsch, quotidiane da cui tutte quelle superfetazioni trovano la loro nascita.
Luigi Ontani, Albericus Belgioiosiae Auroborus, Milano, Galleria Massimo De Carlo, fino al 16 marzo.

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Letteratura

Covacich, il vero batte il verosimile

Mauro Covacich è un assiduo lavoratore della penna, si sarebbe detto in altri tempi, oggi si dovrà dire del computer, già pronto a pubblicare una nuova opera a breve distanza dalla “Città interiore”, di appena due anni fa. Il suo “Di chi è questo cuore” appena uscito è sempre più lontano dall’oggetto che con qualche rispondenza si può dire “romanzo”, mentre costituisce un coraggioso passo integrale in direzione di quella che oggi si chiama “autofiction”, o magari se si ha il coraggio di far uso di un termine antiquato, autobiografia. Rispetto a cui il testo precedente costituiva ancora un tappa di avvicinamento, dove le confessioni stese in prima persona si accompagnavano a brani riferiti a personaggi mitici della città del cuore, Trieste, magari neppure visti da vicino, di persona, dalla voce narrante. Ora invece l’autore gioca a carte scoperte, con nomi in chiaro, perfino della sua attuale compagna, Susanna Tartaro, risalendo addirittura al padre di lei, Achille, di cui non è neppure oscurata la sua appartenenza alla categoria dei critici e storici della nostra letteratura. Ma, buttati via tutti gli schermi protettivi, Covacich si sa valere di valide chiavi per assicurare efficacia al prodotto risultante, cominciando subito con l’accordarsi un vivace saltabeccare da un’occasione all’altra, nel che trova i vantaggi del mestiere di giornalista che oggi accompagna validamente a quello di vero e proprio narratore, chiamato a mettere in piedi storie verosimili. Ora sfrutta invece l’enorme forza del vero, del visto, del sentito e sperimentato coi propri occhi, con la consapevolezza che pure nell’ambito di questi frammenti di verità può risiedere una forza drammatica, anche se magari abbassata nei toni. Non sono più insomma le “Anomalie” da cui era partita la sua carriera, sono fatti e fatterelli perfino troppo normali, ma raccolti con un’attenzione allo stato attuale dei costumi e della società condotta a tutto campo, a tutto giro, senza tabù e zone protette,, evitando in ogni caso l’enfasi, il cedimento ai buoni sentimenti. A cominciare da se stesso, e da quella menzione di un cuore contenuta nel titolo che farebbe scandalo se non si precisasse subito che è quello stesso dell’autore sottoposto, come oggi avviene quasi ad ognuno di noi, a un qualche intervento diagnostico. E c’è pure almeno un punto in cui il narratore indossa le vesti del detective, accostandosi a un fatto tragico, la caduta dall’alto di un giovane, non si sa se perché vittima di uno sciagurato atto di bullismo compiuto dai compagni, o da sue intenzioni suicide, o da un mero incidente. In altri momenti, o da parte di altri narratori, quest’episodio meriterebbe un’attenzione puntuale e monografica, ma non così nel presente esercizio, il cui conduttore si lascia ben volentieri trascinare da uno spunto all’altro. Non occorre un grande sforzo per spingere la nostra realtà quotidiana a farsi romanzesca, ci pensa da sola a provocare un tale effetto. Basta indagare su una madre anziana che invece di fare la calza “chiatta” con le amiche, e poi c’è tutto il capitolo dell’intervento a favore degli animali domestici, con riti curiosi, come quello dei bravi proprietari che ne raccolgono gli escrementi in sacchetti di plastica procedendo poi a cercare un cassonetto per disfarsi di quel carico. C’è da frequentare il cosmo dei diseredati, con le loro varie misure per concedersi momenti d’estasi con bevande di basso conio. Proprio perché Covacich in questa sua prestazione non intende affatto nascondersi, non manca di affrontare il capitolo delle interviste e presentazioni dei suoi libri che è costretto a concedere, rimbalzando da una località all’altra, e anche da un pranzo o una cena, coi relativi cerimoniali. Insomma, l’autore appare molto simile proprio a uno di quei diseredati di cui reca testimonianza, abituati a frugare nei bidoni del pattume per cercarvi qualche oggetto degno di interesse. Anche lui fruga nella infinita piattezza e banalità dei nostri giorni sperando di poterne estrare qualche gioiello splendente, qualche pepita aurea. Il rischio, diciamolo pure, è che un’impresa del genere possa essere tacciata con l’epiteto che ci siamo abituati a scagliare contro Emio Cecchi e i suoi “Pesci rossi”, ma in merito posso anticipare che ho appena steso un capitolo di una mia storia della narrativa italiana del primo Novecento in cui non ho certo salvato la Sor’Emilia, dato lo stato parsimonioso dei suoi raccontini, mentre sono stato largo di elogi verso le scintillanti epifanie scovate da Bruno Barilli e da Gianna Manzini. Ebbene, questo Covacich è in parte un loro erede, col vantaggio che ora trova a sua disposizione una sterminata distesa di “pesci rossi”, una pastura abbondante, quasi inesauribile.
Mauro Covacich, Di chi è questo cuore, La nave di Teseo, pp. 246, euro 17.

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Attualità

Dom. 24-2-2019 (Conte)

Il “Corriere della sera” di oggi ospita un colloquio con Giuseppe Conte dove il premier fa una patetica dichiarazione che il suo governo non cadrà. Lui è l’ultima persona a poter fornire garanzie in questo senso, è solo un fragile vaso di coccio tra due vasi di ferro. Tutti i pronostici, compreso quello emesso dall’agenzia di “rating” Fitch, preconizza che dopo le elezioni europee andremo a nostra volta a nuove elezioni politiche. Evento che, a mio avviso, avrebbe dovuto scattare esattamente un annoi fa, risparmiandoci tutti i guai prodotti dalla gestione gialloverde del potere, Mi pare che si avvicini l’esito cui saremmo giunti appunto un anno fa se non fossimo stati trattenuti da un pavido presidente della Repubblica, timoroso delle difficoltà che certo avrebbe dovuto affrontare se avesse messo in cantiere lo scioglimento di un Parlamento appena eletto. Nel frattempo, la Lega ha aumentato nei sondaggi, e anche nelle elezioni già avvenute, la sua quota di consensi, mentre perfino un Berlusconi redivivo si sta impegnando con ritrovata energia a fare la sua parte, e dunque, con l’aggiunta della ruota di scorta dei Fratelli d’Italia della Meloni, questo tripartito dovrebbe essere molto vicino a godere di una maggioranza, col che rientreremmo in una corretta vicenda di alternanza, tra destra e sinistra, come si addice ai paesi di buona tradizione democratica. Continua invece l’abitudine deplorevole di farsi scherno del Pd, imputandogli a guaio la lotta vivace tra i diversi contendenti alle primarie. Il bello è che quei tanti commentatori pronti a prendersi beffe della discorde pluralità dei candidati in campo, sono gli stessi che a suo tempo hanno accusato Renzi di essere troppo tirannico, troppo portato a una conduzione monografica del potere. Su di lui purtroppo si è abbattuta la tegola delle accuse rivolte ai suoi genitori. Se egli è davvero convinto della loro innocenza, ha ragione nel difenderne la causa e minacciare ritorsioni, diversamente avrebbe fatto meglio a trincerarsi dietro il detto pur giusto che le colpe dei padri non ricadono sui figli. Fatto curioso, era da considerarsi del tutto pretestuosa l’accusa che gli venne rivolta di averci messo troppo la sua faccia, al momento del referendum costituzionale, ma in quel caso non poteva affatto nascondersi, lo avrebbero chiamato comunque in causa, in fondo il vero fine dei contrari alla riforma era proprio di sbarazzarsi di lui. Questa volta invece, trattandosi di una questione privata, egli poteva tenersi nell’ombra, trincerandosi dietro un magnanimo atto di fiducia nell’indipendenza della magistratura.

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Arte

Thomas Struth tra ordine e disordine

Temo di essermi già espresso altre volte in termini non troppo positivi a favore del MAST, voluto da Isabella Seragnoli, senza dubbio straordinaria benefattrice nel contesto bolognese, ed è pure positiva in partenza l’iniziativa di edificare un centro dedicato all’arte contemporanea, oltretutto in zona periferica, contraddicendo la stupida pretesa di portare tutto nel centro della città. Purtroppo l’edificio è stato progettato in stile “moderno”, nel senso specifico proprio del Movimento moderno, cioè in ossequio alle rigide norme del Bauhaus di Gropius. Inoltre la volontà di ospitarvi manifestazioni d’arte rivolte a fare il pelo al mondo dell’industria non ha certo ammorbidito quell’assunzione originaria. Ciò non toglie che, pur in un ambiente troppo freddo e specchiante, dove si rischia ad ogni passo di andare a sbattere contro quale parete vitrea trasparente, o di incespicare in gradini elevati appena a un palmo dal suolo ma comunque insidiosi, talvolta, pur nel rispetto del tema, si possano vedere cose valide. Come è ora, con una bella mostra dedicata a Thomas Struth (1954), forse il più influente nel gruppuscolo di artisti tedeschi allievi di Bernd e Hilla Becher, di cui hanno accolto in pieno l’insegnamento di fare a meno della pittura a vantaggio della fotografia, eseguita in modi il più possibile rigidi, senza nulla concedere ad effetti “mossi”. I suoi compagni di avventura si chiamano Thomas Ruff, Andreas Gurski, Candida Hofer, ma fra tutti è proprio Struth il più fermo e impavido, mentre gli altri, forse anche per sottrarsi al suo abbraccio, tentano qualche giro di valzer. E dunque, freddo il tema, un inoltrarsi nel mondo della tecnologia più avanzata, in una selva di tubi, tubicini, apparecchi robotici, quasi il presagio di un futuro che viene annunciato come imminente e inesorabile. E allora? Ma ecco compiersi il miracolo. Struth parte all’inizio come perfetto adepto al servizio di un mondo del genere, almeno con una mano, ma è come se con l’altra scompigliasse quella trama fin troppo ordinata, introducendo indizi, fattori, tracce di inquietudine, o diciamolo pure di caos, di disordine. Come se con la mano sinistra l’artista agisse da sabotatore, staccando le spine, curando che i cavi si imbroglino tra loro, fino addirittura a prendere come modello il nemico, l’aborrita natura, con il suo rigoglio di forme spontanee che non seguono schemi rettilinei ma che se ne vanno per traverso. Insomma, quello specchio delle nostre brame fin troppo irreggimentato e a senso unico si mette invece a trasmettere immagini sconvolte, arruffate. Come detto, il caos, il disordine entrano, seppure in punta di piedi, in quel mondo che pretenderebbe di essere fin troppo pettinato, conforme a canoni geometrici. In fondo, se diamo un’occhiata al titolo della mostra, vi compare proprio l’antagonista, il nemico che la tecnologia vorrebbe dominare, cancellare, vi si parla proprio di “Nature”. L’antagonismo rispetto ad essa, chissà perché, viene affidato al termine di “Politics”, ma di questi non c’è segno, in un universo semmai troppo in ordine, a meno che proprio l’attentato messo in atto dall’artista contro il mondo dell’artificio non equivalga a un gesto di insurrezione “politica”.
Thomas Struth, Nature and Politics, a cura di Urs Stahel. Bologna, MAST, fino al 22 aprile.

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Letteratura

Cappagli, piacevoli bisticci in famiglia

Ricevo di nuovo un libro dalla Einaudi, di Alice Cappagli, “Niente caffè per Spinoza”, così come in precedenza mi era arrivata “La vita dispari” di Paolo Colagrande, e ne sono ben lieto, tanto più che di nuovo mi è possibile esprimere anche su questo secondo arrivato un giudizio del tutto positivo, per giunta motivato da ragioni di natura diversa. Ovvero i due prodotti non si assomigliano affatto, ma pescano in acque tra loro distanti. Nella Cappagli non si rintraccia certo l’ironia fredda, quasi metafisica, come nell’opera di Colagrande. Al contrario, almeno in partenza, la protagonista di questo romanzo, di nome Maria Vittoria, è ben decisa a “volare basso”, quasi intimando a se stessa la prescrizione che nel film “Un eroe per caso” Dustin Hoffman pronuncia continuamente verso il figlio. Del resto, di che cosa si dovrebbe inorgoglire, questa modesta esistenza che soffre dei tipici mali del nostro tempo, cattivo esito di un matrimonio, disoccupazione, liti in famiglia, insomma difficoltà ad ogni livello. Da cui però la salva l’intervento provvidenziale di un’amica che le fa ottenere un posto di badante presso un anziano professore di filosofia in disarmo. E qui comincia il bello, dato che la configurazione di questo personaggio è condotta in modo addirittura geniale. Questo anziano, semicieco, ne combina di tutti i colori, da bambolone cui si vede ridotto, che fa malestri in cucina, se lasciato a gestire da solo la sua ghiottoneria, con la pretesa, magari, di cuocersi un riso ma versandosi addosso l’acqua bollente e così producendosi dolorose scottature. Maria Vittoria è stata reclutata non come domestica “tutto fare”, ma secondo la regola d’ingaggio dovrebbe prestarsi come lettrice per il povero ex-docente, che non può più contare sui suoi occhi, e qui si introduce un tema esilarante, in quanto il raffinato professore chiede all’inserviente di andargli a pescare di volta in volta, nel massimo disordine della sua biblioteca, un certo testo filosofico, una delle cui massime sarebbe adatta a commentare la situazione che il professore stesso, la sua famiglia, ivi compresa anche l’assistente, stanno vivendo. Vengono quindi pescate al proposito o meno frasi sentenziose soprattutto di Epitetto, ma anche di Aristotele, Agostino, Pascal, Bergson, in un ardito e piacevole bisticcio continuo con le basse pratiche che si consumano in quello sgangherato ménage. Del resto, il titolo la dice lunga, chiamando in causa Spinoza, ma subito contrastato, menomato da un caffè, cioè di una minima prestazione domestica, che non arriva, per i pasticci che i due conduttori del gioco combinano, volenti o nolenti. E’ una coppia ben assortita, pur nella sua voluta e calcolata diversità, di fronte a cui devono cedere i comprimari: una figlia del professore troppo preoccupata di sue questioni personali, e dunque perpetuamente assente; una cognata che tenta di impadronirsi della situazione per comandare su tutti, ma che viene colpita dalla legge del taglione, lei così abile e adatta agli inghippi dell’esistenza, viceversa è la prima ad andarsene, vittima di una malattia. Si aggiunga anche un’altra mossa opportuna dell’autrice, che non lascia troppo spago alla sua creatura “bassa”, non le permette di sviluppare a fondo una relazione pur promettente con un uomo baldo e simpatico. Devono rimanere in lizza, a combattersi, comprendersi, in definitiva stimarsi, da un lato il Professore, dalle sue altezze, ma compromesse dalla malattia, e dall’altro l’umile “badante”, Un contrasto che produce scintille di ironia, di humour, tali da ricordare un modo molto simile di procedere per piccole scosse quale è proprio del narratore Domenico Starnone. Su cui, come è ben noto, si è scatenata la pretesa di assegnargli l’esecuzione del romanzo “L’amica geniale”, da cui tuttavia è totalmente assente proprio la dimensione dell’ironia, qui invece, come nelle opere di Starnone, scoppiettante, ben dosata, fino allo spegnersi inevitabile di chi ne è la fonte, il Professore, con tutto il carico della sua sapienza e dei suoi limiti fisici.
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, Einaudi, pp. 273, euro 17,50.

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Attualità

Dom. 17-2-19 (Abruzzo)

Sulle elezioni svoltesi domenica scorsa nella regione Abruzzo il verdetto è unanime, la differenza di consensi emersa tra la Lega e i Cinque stelle suona una campana a morto per la loro alleanza di governo, ben difficilmente questa si manterrà dopo le elezioni europee della prossima estate, i gialloverdi forse non festeggeranno assieme neppure il ferragosto. Purtroppo questa unanimità di referti si guarda bene dal fare un passo indietro, lasciando solo al mio ronzio di insetto trascurabile il compito di ribadire quanto da tempo mi affanno a proclamare, l’enorme errore del presidente Mattarella di non averci fatto andare a nuove elezioni, procedendo invece a rabberciare una alleanza che appariva disastrosa già sulla carta, per evitare l’imbarazzo che senza dubbio gli avrebbe procurato l’indire una nuova tornata eletoorale, ma che era cosa del tutto ammissibile, come ora conferma per l’ennesima volta un nostro vicino quale la Spagna. Se nuove elezioni ci fossero state, come era legittimo pretendere, avremmo avuto subito un governo di Lega più Forza Italia più Fratelli d’Italia, come ci arriveremo, ma con un anno di ritardo, il che ha consentito alla disastrosa alleanza concessa da Mattarella di distruggere risorse e di infliggere gravi colpi alla nostra stabilità.
Chi mi legge (ma forse non c’è più nessuno) sa bene quanto avverso io sia a Di Maio e alla sua banda, il che però non mi esime dal riconoscere due punti a suo favore. Sono del tutto d’accordo, e già l’ho detto in passato, sul suo tentativo di far reggere l’Alitalia, la compagnia di bandiera, su nostre forze autonome. I servizi essenziali di trasporto e comunicazione (come dell’assistenza medica e della scuola) devono rimanere nelle mani dello stato. E trovo anche nel giusto l’impegno dei Pentastellati di bloccare la pretesa delle autonomie regionali. Non si possono privilegiare le ricche regioni del Nord a danno di quelle disastrate del Sud, le autonomie da concedere, o da rifiutare, devono essere le stesse da un capo all’altro del Paese, se non si vogliono alimentare mosse secessioniste. Vedo con piacere che anche il mio punto di riferimento costante, Matteo Renzi, si è pronunciato oggi proprio in questo senso, contro la Regione Emilia Romagna, colpevole di un “tu quoque”, anche tu allineata con le regioni destrorse nel voler ottenere uno statuto speciale.

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Attualità

ORLAN e il “fattaccio brutto” di venerdì scorso

Forse domenica scorsa 3 febbraio qualcuno tra i miei pochi lettori si attendeva di veder comparire un mio commento sul “fattaccio brutto” accaduto nella sera del venerdì precedente nel corso dell’evento dedicato alla performer francese ORLAN, quando io, a circa metà dell’incontro, venendo meno ai miei doveri di ospitante, me ne sono andato in malo modo abbandonando la sala, con la quasi unanime disapprovazione di tutti i presenti. Ora la settimana intercorsa mi ha consentito di “elaborare il lutto”, come si usa dire, e quindi di poter fornire la mia versione, spero la più oggettiva possibile. In fondo, si è trattato di un equivoco, causato anche dalla mancanza di incontri diretti tra l’artista e me, dovuti ai suoi continui spostamenti dalla sede sua solita di Parigi, per cui abbiamo dialogato solo da lontano, e ci siamo incontrati “de visu” solo la sera prima. ORLAN ha creduto di essere invitata a tenere una sua propria conferenza, arricchita da momenti performativi svolti in presa diretta, da qui la sua ansiosa richiesta che ci fosse un traduttore professionale, per rendere conto al nostro pubblico, per lo più ignaro della lingua francese, di ogni sua parola. Io invece intendevo svolgere come sempre un dialogo con lei, volto anche a precisare come la sua presenza alle “Settimane” si inserisse nel quadro generale, con quali intenti e in quali modi. Avevamo concordato una lunga lista di immagini del suo percorso, purtroppo tutte statiche, prive di sequenze in movimento, e dunque ritenevo che fosse facile per me illustrarle al nostro pubblico, facendone un riassunto per lei e ovviamente dandole il diritto di aggiungere ogni utile informazione ulteriore. Lei invece intendeva gestire in proprio la serata, accrescendo la statica successione delle immagini con corposi e perfino violenti interventi diretti, delegando me al ruolo di passivo traduttore, cosa per cui sicuramente ero inadatto. Né da parte sua c’era comprensione per i miei sforzi di seguirla con le mie senza dubbio stentate traduzioni, per esempio quando io ho presentato la sua invenzione-tipo, di una monaca col seno scoperto pronta a brandire una croce, ho parlato di “profanation”, lei invece mi ha subito corretto dicendo che semmai era una “de-sacralisation”. C’era un pubblico di maestrine dell’Italo-francese pronte anche loro a bollare ogni mio errore di traduzione, e nel complesso a considerarmi come un disturbatore, come una presenza incongrua e inopportuna. Il momento di rottura è avvenuto quando sullo schermo è apparso uno dei suoi “mésu-rage”, dove ho creduto che fosse facile illustrare la crasi tra la misura e la “rabbia” espressa dal “rage” francese, mentre ORLAN, che sempre si era rifiutata a una tranquilla posizione seduta accanto a me ma voleva dominare in piedi la platea, si è messa a ululare, in una manifestazione fin troppo accesa di “rage”, che sembrava essere anche rivolta contro la mia inadeguatezza. A quel punto ho abbandonato la nave, comprendendo che io nulla potevo fare per dirigerne, o almeno pilotarne il corso, me ne sono andato dalla sala tra i fischi del pubblico. Non so se ci sarà un avvenire per questi incontri in cui. esaurita la serie di perfomer italiani, dovrei continuare a insistere su presenze straniere, che per fortuna, trattandosi di personalità anglofone, in ogni caso richiederebbero la partecipazione di un traduttore completamente esperto. Ma chissà, un Bob Kushner, anche per ricordare una nostra amica come Holly Solomon, e il Pattern Painting di cui è stata sostenitrice. O un concerto sgangherato e folle di Charlemagne Palestine…

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Letteratura

Murakami, un secondo tempo interlocutorio

Ovviamente mi sono precipitato ad acquistare la seconda puntata della trilogia “L’assassinio del commendatore” concepita dallo scrittore giapponese Murakami Haruki, ma devo dire che l’ho trovata abbastanza interlocutoria, fatta quasi per “allungare il brodo”, però con la cura di rimandare a un terzo momento la soluzione dell’enigma di base, concernente proprio quell’omicidio annunciato nel titolo, e a suo tempo rappresentato in un enigmatico dipinto dall’artista Amada Masaiko, quando si era trovato a vivere, nella Vienna ormai in preda ai furori del nazismo, un truce quanto misterioso fatto di sangue. Se non sbaglio, in questa puntata intermedia non ci sono nuove “entrees”, ma taluni personaggi già visti nel primo tempo vengono senza dubbio messi a fuoco con maggiore precisione, pur sempre in quell’affascinante, ma anche ingannevole “mix” tra un precisionismo minuzioso e invece abili inserimenti di atmosfere di sospetto, di minaccia, di incubo. Assume maggior consistenza in primo luogo Menshiki, l’enigmatico vicino di casa del protagonista, il quale se ne sta installato in una dimora di Masaiko, l’autore del dipinto in oggetto. Menshiki, possessore di una ingente fortuna, non si sa bene come acquisita, si è potuto permettere una principesca dimora nei pressi della residenza di chi ci parla in prima persona, e forse ricordiamo che si era rivolto a lui per chiedergli un ritratto, suo e di una fanciulla, Marie, che vive in un’altra dimora, sempre in quelle vicinanze. Domina su tutto una trama di paternità sospette, come del resto è comune all’intero ambito dell’attuale narrativa, dove compaiono le famiglie “aperte”, con donne dalle relazioni multiple, con possibili sospetti sulla autentica paternità dei figli che ne nascono. Infatti questo misterioso vicino crede di essere il padre di una deliziosa adolescente, Marie, ufficialmente figlia di un altro residente, in quel borgo animato da tante creature e fantasmi. Marie dunque viene per posare dal nostro ritrattista ufficiale, accompagnata da una zia in funzione di badante, tale Shoko, sfiorita zitella ma ancora disponibile a stringere relazioni, come avviene proprio nei confronti di Menshiki. Altro elemento apprezzabile della vicenda, la comparsa di un vecchio amico del protagonista, figlio del grande pittore, che per parte sua è orami invecchiato, relegato in un ospizio. Come sappiamo, Murakami è sempre pronto a scantonare da una dimensione di gretto e minuzioso realismo, che non salta nessun dettaglio per quanto riguarda il cibo, le cene, i lunch, i breakfast, o anche gli incontri sessuali. Gli appetiti sensoriali e sessuali vengono abbondantemente soddisfatti. Ma da questa dimensione volutamente mantenuta piatta, raso-terra, si staccano delle incursioni nei regni dello spiritismo, che lo scrittore tenta di mantenere in sospeso tra il sì e il no, tra una decisa concessione allo spiritico o invece qualche cauto ritorno alla realtà comune. Proprio quando il nostro eroe è in visita presso l’anziano pittore, da cui non può più venire la luce sulle ragioni di quel lontano dipinto, compare la proiezione proprio del commendatore, posta in bilico tra un fantasma concettuale e qualche residuo legame con una realtà materiale. Sta di fatto che, quasi preso per mano dal fantasma volonteroso, il narrante intraprende un lungo cammino per cunicoli misteriosi, fino a ritrovarsi recluso nella cripta che costituisce un po’ la scena madre di tutta la storia, una tomba da cui ancora una volta lo salva il vicino Menshiki. E c’è anche un altro viaggio in territori sconosciuti, che riguarda il personaggio fresco e positivo di Marie. Come si sa, Murakami tiene sempre un occhio rivolto alle trame dei maggiori autori del nostro Occidente, pronto a fare dotti riferimenti a Dostoevskij, a Kafka, a Proust. Non mi pare invece che tra questi autori venga mai menzionato Oscar Wilde, ma certo l’arcana scomparsa e riapparizione di Marie corrisponde da vicino ai “quattro passi nel delirio” che una sua coetanea compie in un delizioso racconto di Oscar Wilde, in quanto sequestrata dal “Fantasma di Canterville”. Qui le carte di ogni gioco sono sempre imbrogliate, lo scrittore nasconde eventuali tracce di ripetizioni e concomitanze, del resto i percorsi si incrociano, in quanto risulterà che Marie, nella sua apparente fuga, si era rifugiata proprio presso l’inquilino numero uno del mistero, Menshiki, permettendoci così, al suo seguito, di effettuare una accurata ricognizione nel suo enorme immobile, pieno di tante stanze. Ma al solito non scopriamo alcun mistero in esse, almeno non in misura esplicita. La penombra è abilmente mantenuta ovunque, in alternanza al troppo di luce cruda gettato su ogni dettaglio marginale, quasi per distrarci. Tra i personaggi che in questa seconda puntata balzano in primo piano, più che l’anziano pittore cui si deve l’aver eseguito il ritratto “matriciale”, conta il figlio, che è il tramite tra lui e il protagonista numero uno, il quale oltretutto gli porta notizie della moglie, di Yuzu, che, come ricorderà ogni lettore della prima puntata, lo aveva abbandonato, a favore di un diverso partner. Ora l’amico lo avvisa che l’ex-moglie è incinta, e qui di nuovo scatta uno di quei misteriosi rapporti virtuali, “concettuali”, a distanza, infatti viene insinuato che il fecondatore potrebbe essere stato il protagonista stesso, in una notte in cui ha sognato una relazione sessuale con la moglie del passato. Diciamo pure che un altro tratto di queste peregrinazioni sta in una loro circolarità, per cui nulla esce mai definitivamente di scena, ma i personaggi rimbalzano, rigettati a recitare di nuovo alla ribalta. Vedremo con quali ingredienti e attrazioni l’autore riuscirà a rimpolpare a sufficienza l’ultimo atto del suo trittico.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore. Libro secondo, Einaudi, pp. 434, euro 20.

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