Arte

Richter: una marcia dall’ordine al caos

Anche in questa domenica pre-natalizia lo spunto per immettere nel blog un pezzo d’arte mi viene da Artribune che annuncia una mostra di Gerhard Richter (1932) al Kunstforum di Vienna, dedicata ai suoi paesaggi, con ben 130 opere presenti. Il mio incontro, virtuale, non di persona, con questo artista è avvenuto nel 1974, quando allo Studio Marconi di Milano ho realizzate la mostra “La ripetizione differente”, cui l’artista tedesco si prestava molto bene per un suo dittico in cui inizialmente partiva dalla riproduzione di un classico di Tiziano, una “Annunciazione”, ma poi, attraverso trasformazioni successive, ne otteneva una serie di macchie disordinate e informi, come succede per esempio, a livello acustico, col passaparola, quando ci trasmettiamo l’un l’altro una frase che parte intatta ma poi si slabbra, diviene una sequenza di suoni senza senso. In definitiva Richter è sempre rimasto fedele a questo modo di procedere, da una realtà fissata in presa diretta, come avviene con una foto normale, a una sua metamorfosi via via più spinta, come se la compagine iniziale fin troppo leggibile e ordinata venisse via via scomposta, ripassata con una specie di rastrello, o, supposto che fosse stata ripresa anche con vernici, queste fossero scivolate in giù, quasi lacrimando. Insomma, da un ordine troppo ben confezionato, secondo parametri ordinari, si procede verso una pittoresca caotizzazione dell’immagine. Qualcosa di simile si può ritrovare anche in altri casi, anzi, se ne può ricavare addirittura una divisione radicale tra quanti, dopo la rivoluzione del ’68, hanno accettato l’imperativo di abbandonare la pittura ricorrendo appunto alla foto, e dunque accogliendo uno dei precetti su cui ha insistito Joseph Kosuth. Ma appunto, si dà la divaricazione, tra chi a un compito del genere si presta facendo uso di quello che viene anche detto “sharp focus”, cercando cioè di conseguire un margine di originalità attraverso un approccio al reale di lucida, fredda, esasperata aderenza. Penso in particolare ai quattro tedeschi che vengono considerati allievi della coppia Bernt und Hilla Becher, Thomas Struth e le sue visite a musei condotte con assoluta freddezza e compostezza, Thomas Ruff coi suoi ritratti più veri del vero, Andreas Gursky con le sue folle brulicanti, come polipai verminosi, Candida Hofer con le sue rassegne di interminabili scaffalature trovate in archivi e biblioteche. A questa compagnia si potrebbero aggiungere pure i referti del canadese Jeff Wall, con le sue scene di soffocante angustia domestica, forse però con qualche adito a possibili interpretazioni allegoriche. Ma in definitiva la mia preferenza va a chi tenta di fuggire da questa prigione un’immagine troppo cruda e ferma, forse qualcuno in proposito ricorda l’omaggio che ho dedicato qualche domenica fa a Cindy Sherman, che riscatta il riporto troppo meticoloso consentito dal riporto fotografico caricando di vesti e ornamenti in eccesso il modello, la persona posta davanti all’obiettivo. E un massimo di caricamento, così da rendere drammatico il riporto fotografico, lo abbiamo anche in David La Chapelle. Invece, come detto sopra, la via scelta da Richter per ottenere comunque effetti appartenenti alla medesima categoria di un esodo dal conformismo è quella di strapazzare i referti ottenuti con la “camera”, come se l’immersione nella bacinella dello sviluppo non fosse andata nel modo giusto. gli strati di colori fossero scivolati in giù, dando luogo a marezzature, a effetti paludosi che ovviamente non sono negli originali. Ovviamente se al tradizionale procedimento fotochimico l’artista tedesco sostituisce la tecnica elettronica fondata sui pixel, queste deformazioni si ottengono ancor più facilmente. Si conferma comunque un viaggio industrioso tra due terminali, partenza da visioni che non potrebbero essere più conformi, irreprensibili, anonime, da dilettante del mestiere, ma da lì si procede verso effetti di un pittoricismo quasi preterintenzionale, ottenuto facendo ricorso al caso.
Gerhard Richter, Paesaggi. Vienna, Kunstforum, fino al 14 febbraio.

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Letteratura

Fusé, giuste “direzioni”, “attese” mantenute

Una lieta sorpresa mi è venuta dal romanzo di Adelio Fusé, “Le direzioni dell’attesa”, oltretutto uscito da una casa editrice, quale la Manni, a me molto cara, ma anche severa nelle sue regole, per cui non mi è consentito intervenire con una recensione favorevole a quest’opera proprio nelle colonne della rivista “l’Immaginazione”, tra i frutti più importanti di questa Casa, dove sarebbe apparsa come “pollice recto”. Nelle domeniche scorse, per riempire questa casella dedicata alla narrativa, avevo dovuto bordeggiare trattando i romanzi usciti come compiti obbligati da scrittrici in carriera, Donatella Di Pietrantonio e Silvia Avallone, che per rimanere sull’onda del successo conseguito si sentono obbligate a uscire con regolarità periodica, fornendo delle combinazioni più o meno ingegnose delle loro trame, purtroppo legate a sfondi della nostra provincia, quindi di basso profilo, senza saltar fuori da un inevitabile e sempre ritornante clima di neorealismo, assolutamente non gratificabile con un secondo grado di “neo”, di innovazione nell’inseguire la realtà più drammatica e contradditoria dei nostri giorni. Non so nulla di Fusé, né ho letto l’unico romanzo da lui pubblicato, ma noto con piacere che usciamo da questa routine di casa nostra per avventure più raffinate cui si dedica un protagonista, tale Walter, dotato di una buona carica intellettuale, e lo stesso si può dire a proposito della donna che gli è al fianco, Alina, entrambi impegnati in un continuo vagabondaggio, con mete che hanno il sapore delle cose vissute, sperimentate di persona, anche nelle loro contradizioni. Come è il caso di una Parigi che non vale solo per i fin troppo noti monumenti di superficie, ma si impone per un suo volto “nero”, sotterraneo, delle fogne. E avvincente, spericolata, con esiti tra il ripugnante e l’esilarante, è la frequentazione cui si dà questa coppia di alberghi di bassa estrazione, dotati di stanze non troppo confortevoli, gestiti da una squadra vivace di portieri di notte, di proprietari e tenutarie di assai basso profilo. Interessante anche l’impasto tra i riferimenti dotti, di alta cultura, di cui la coppia è capace, e una molto concreta pratica dei valori materiali della vita, il sesso e il cibo. Dalle stelle alle stalle, potrebbe essere un facile slogan da applicare al loro caso, Ma soprattutto vale il proverbiale incontrarsi e dirsi addio, infatti si tratta di un legame sempre sul punto di sciogliersi, salvo poi a ritrovarsi, per vie impensate e in luoghi mutati. Infatti il vagabondaggio è il dato più presente e incalzante, in tutta questa vicenda, intricata e labirintica, tanto che per seguirla ci si dovrebbe munire di un quaderno per registrarvi i vari spostamenti. Ss c’è un rimprovero da fare, questo riguarda il carattere un po’ ermetico del titolo, “Le direzioni dell’attesa”, anche se il plurale del primo vocabolo potrebbe risultare adeguato, infatti sono tante le direzioni del continuo pellegrinare di Walter, che ben presto lascia Parigi per varie località del Portogallo. A questo proposito c’è da notare quanto questa nazione risulti cara ai nostri narratori più sofisticati che intendano sottrarsi a un piccolo cabotaggio locale, si pensi ai casi di Antonio Tabucchi, e anche di Romana Petri. Ma la permanenza lusitana è appena una parentesi, forse perché, volendo ricordare l’altro termine che compare nel binomio del titolo, il protagonista è sempre in “attesa” di qualche rivelazione, e la va a cercare di lá dal mare, frequentando il Marocco, Casablanca, Tangeri, Marrakesh, portandosi sempre dietro ogni volta, come una lumaca, un preciso bagaglio di ricordi, e appare sempre pronto a sintonizzarsi sui valori, materiali e spirituali, delle località visitate. Forse, volendo tentare di ricavare una conclusione, è un’attesa che non termina, il che tuttavia funziona da fattore positivo, a vantaggio dell’inquietudine e della mobilità intellettuale del protagonista, il che forse spiega anche il plurale, delle “direzioni”, che non si stanca di sperimentare, ben attento a evadere da una routine chiusa nei ristretti orizzonti di un neorealimso di ritorno.
Adelio Fusé, Le direzioni dell’attesa, Manni, pp. 340, euro 20.

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Attualità

Dom. 20-12-20 (Mazzara)

Siamo in presenza di un “paticciaccio brutto di Mazzara dal Vallo”, suscettibile di varie interpretazioni, relative ai viaggio improvvisato di due nostri leader, Conte e Di Maio, alla corte di Haftar. Per fortuna l’ipotesi che i due avessero voluto sfruttare l’evento positivo della liberazione dei nostri pescatori per ricavarne un riscontro propagandistico cede a una ben più triste verità, si è trattato di un volgare ricatto esercitato dal generale Haftar per ottenere una legittimazione dalle maggiori autorità del nostro Paese, che per fortuna pende più a favore di Sarraz. Haftar è un criminale di guerra, se ci fosse ancora qualcosa di simile a un processo di Norimberga, egli vi dovrebbe essere esposto, visto il modo violento con cui ha aggredito l’altra metà del suo Paese, ma facendo male i suoi conti e non riuscendo a conquistarla attraverso un blitz militare, La sua offensiva si è incancrenita alle porte di Tripoli. Ma forse la soluzione giusta sarebbe quella suggerita da un ex-direttore dell’Eni, di consacrare la spaccatura del Paese in due stati distinti, Tripolitania contro Cirenaica. Ritornando al ricatto esercitato da Haftar, ci si può chiedere se proprio dovevano andarci entrambi, i nostri alti rappresentanti, non bastava la sola presenza di uno di loro, e dunque del ministro degli esteri, il più deputato a un simile compito? E ancora, forse che non abbiamo già pagato un prezzo politico sufficiente, e dunque non siamo esentati dal completarlo pure col rilascio di alcuni colpevolissimi scafisti?
Sull’onda di questo “pasticciaccio” risaliamo a uno ben più grave e irrisolto, l’uccisione di Regeni. Qui mi sono permesso di far rilevare a suo tempo l’insufficienza dei nostri sevizi segreti, toccava a loro ricostruire i fatti, scoprire per quale imputazione il nostro ragazzo è stato torturato e ucciso, e chi ha proceduto a questa esecuzione. Non potevamo certo dichiarare guerra all’Egitto, bisognava solo pretendere la rimozione di chi si era macchiato di tanta colpa, magari da compiere alla chetichella, ma era pur sempre un modo di renderci giustizia. Ora però siamo di fronte al caso Saki, e qui bisogna intervenire con la massima durezza, minacciando davvero il ritiro del nostro ambasciatore. Nel caso precedente, era un difficile intervento a posteriori, ora invece si tratta di reclamare un gesto del tutto possibile e in una situazione drammaticamente in atto.
Ma il vero problema che ci angoscia è quello del contagio, su cui voglio ancora insistere, bisogna essere pronti a una sollevazione di massa per rivendicare i nostri diritti. Non ci si faccia illusioni, il vaccino avrà effetti molto lenti, si dovrà attendere la prossima estate o l’autunno per ottenere la cosiddetta immunità di gregge, bisogna dunque evitare che gli inesorabili ministri Franceschini e Speranza perpetuino i loro sadici ordini di chiusura, il primo di musei, cinema, teatri, il secondo di scuole, ristoranti eccetera. Bisogna guardare bene in faccia le minacce con cui ci ricattano, la questione dei tamponi è enigmatica, con quali criteri si fanno e in che numero? Per i malintenzionati, come sono i due ministri sopra nominati, si fa in un momento a rialzare il numero dei contagiati semplicemente ordinando di fare più tamponi, ma a chi, e appunto con quali criteri? Quanto ai decessi, non mi stancherò mai dire che il dato è truccato, finché non ci viene detto quanti sono, nel medesimo giorno, i morti per ragioni naturali, e in quale rapporto statistico con le morti avvenute nei medesimi giorni negli anni passati. Bisogna evitare il giochetto sadico di riversare nel numero dei morti per covid quelli che se ne sono andati per altre malattie. O quanto meno il confine tra i due dati è molto incerto e ambiguo, basta una spintarella per incrementare i deceduti da mettere sul conto del contagio, col risultato incredibile che l’Italia viene a trovarsi ai primi posti in questa macabra classifica.

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Arte

Rodin e Arp: un’accoppiata male assortita

La Fondazione Beyeler di Basilea è forse il principale ente espositivo di tutta la Svizzera. Ho salutato spesso con entusiasmo, anche senza visitarle, le mostre eccellenti fatte in passato, come per esempio quella dedicata ai periodi blu e rosa di Picasso. Non mi pare invece che sia un’idea indovinata quella attuale di associare in un vasto omaggio due scultori di stagioni ben diverse, Auguste Rodin e Hans Arp. Naturalmente so di questa esposizione solo attraverso la segnalazione ricevuta da Artribune, quindi dispongo di una documentazione non certo completa, di una mostra in cui compaiono, mi dice il comunicato stampa, ben 110 opere dei due. Ma li conosco bene per tante altre visitazioni, e miei relativi commenti. Perché si tratta di un accoppiamento improprio? Perché Rodin (1840-1917) è sostanzialmente, e fino in fondo, un figurativo, capace di riassumere in sé tutti gli aspetti, ardui per il linguaggio plastico, di movimenti che vanno dal Romanticismo al Naturalismo all’Impressionismo, il tutto anche con qualche sensibilità che già annuncia l’Espressionismo, stagione che del resto Rodin, di vita abbastanza lunga, ha potuto sperimentare di persona. Si aggiunga che tutti questi aspetti multiformi, ma ben fusi al fuoco di un’unica fiamma, sono stati da lui conditi con un generoso impegno celebrativo di portata pubblica. Al punto che in genere è molto frequente trovare un qualche museo o luogo istituzionale pronto a inalberare uno dei suoi gruppi tra lo storico e l’evocativo, come per esempio “I Borghesi di Calais” o “Il pensatore”. Si aggiunga, per completarne gli attributi, che non gli è mancata neppure la capacità di rilanciare motivi di specie museale e revivalista, basti pensare al suo omaggi a Dante. Per cui, se si volesse davvero trovarne degli equivalenti nel Novecento, sarebbe meglio rivolgerci a talenti ugualmente inclusivi e celebrativi come sono stati Henry Moore e il nostro Arturo Martini, o, a mezza strada, un Constantin Meunier. Hans Arp invece (1886-1966) ha sempre accuratamente evitato di essere figurativo, scegliendo in gioventù di militare nelle file del Dadaismo, nella forma più provocatoria dell’assunzione di “oggetti trovati”, secondo una libera casualità. Credo che il suo capolavoro assoluto, in questa direzione, sia la “Trousse d’un Da”, che gareggia con le migliori assunzioni di cui era capace Schwitters. Ma poi Arp ha ripiegato, non diciamo verso l’astrattismo, termine incerto e ambiguo che sarebbe da accantonare, bensì verso il concretismo, volto a produrre degli organismi autonomi, svincolati il più possibile da riferimenti al mondo esterno, che sono invece quei legami cui Rodin non ha mani rinunciato. Magari, se il concretismo di radice mondrianesca puntava a una geometria di solidi squadrai, angolosi, Arp, quasi che il suo Dadasimo inziale avesse fatto a tempo a fondersi con un Surrealismo organicista, amava arrotondare e rendere ondulate le sue concrezioni, ma rimanendo ben attento che in quelle loro oscillazioni non andassero mai ad assumere forme tali da ricordare da vicino il mondo delle figure. Anche a costo di ripetersi, di ingenerare una certa monotonia, in quel suo emettere come delle pulsazioni, uscite fuori da un maxi-tubetto, sempre pronto a far sgorgare una sostanza subito pronta a solidificarsi, quasi per adattarsi meglio all’ambiente esterno, ma sempre mantenendo ben netti i confini tra le invenzioni di una morfologia autonoma e gli aspetti, magari in apparenza concorrenziali, offerti dalla natura.
Auguste Rodin e Hans Arp, a cura di Raphael Bouvier, Basilea, Fondazione Beyeler, fino al 26 maggio.

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Letteratura

Avallone: un gioco combinatorio che mostra la corda

Continua la mia bocciatura verso narratori che pure vivono a Bologna, ma che non riescano a esercitare su di me una sufficiente “captatio benevolentiae” per attirare un parere favorevole (di cui del resto sono perfettamente in grado di infischiarsene, data la mia presente nullità). Il più censurato da me è Marcello Fois, che del resto, siamo sinceri, da Bologna è renitente a ricavare qualche frutto, preferendo saccheggiare la sua nativa Sardegna. Nei confronti dei Wu Ming sono altalenante, Paolo Nori mi irrita per il suo compiacimento a trattare il vuoto spinto. Forse i gialli di Lucarelli, quando appunto ambientati in una Felsina corrucciata e invernale, qualche simpatia me la attirano. E poi, beninteso, c’è il consenso quasi sempre rinnovato per la felice pattuglia dei tempi di RicercaRe, Brizzi, Vinci, Verasani. Silvia Avallone appartiene alla prima categoria, degli sfruttatori abusivi della città in cui, a quanto pare, risiede, e dove produce i suoi romanzoni, quasi una serie combinatoria, dove in genere compaiono gli stessi motivi, ma con arrangiamenti variabili. Male il suo esordio con “Acciaio”, di due ragazzine condannate a vivere in un triste ambiente proletario, da ricordare gli sfondi pauperisti giù cari a Pasolini e Testori. Invece nella seconda opera, “Marina Bellezza”, si era avuto l’inserimento di un aspetto nuovo, una di queste creature “fiori del fango”, appunto la Bellezza eponima, aveva fatto carriera, come lo si può fare ai nostri giorni, diventando cantante di grido, così da creare un divario di fortuna col ragazzo del cuore, cui in definitiva, in quell’opera, ne era anche affidato il salvataggio, per il suo legame abbastanza autentico con a un Piemonte rustico e selvaggio. Infatti una ragione che potrebbe costituire il lato valido della Nostra non sta nei soggiorni bolognesi, con relative frequentazioni universitarie, in cui tenta di rubare la battuta a Silvia Ballestra, mancando però totalmente della sua leggerezza di mano. In realtà l’intero suo repertorio sta in sospensione tra i legami per un verso con Biella, e in genere col Piemonte, e per un altro verso con una località molto più a Sud, forse la Piombino degli inizi. E ritornano le due fanciulle, anche questa volta legate da un’amicizia tanto forte da dare il titolo all’intera impresa. Una delle due, Elisa, è di basso profilo, sbalzata fuori da una Biella intesa proprio come “natio borgo selvaggio”, costretta ad ambientarsi in un paese più caldo e accogliente. Là si incontra con Beatrice, che viene fuori pari pari da Marina Bellezza. O meglio, mentre Elisa si attiene al suo modesto profilo. l’altra, quasi per miracolo, per colpo di bacchetta magica, senza che l’autrice spieghi bene in quale modo, e senza che neppure l’amica del cuore se ne accorga, diventa una diva dello spettacolo, sale nel cielo del successo mediatico, quasi scordandosi della compagna di un tempo, con cui ha condiviso anni quasi di bohème appunto a Bologna, dove fra l’altro le ha rubato il fidanzato. Chissà, la nostra Avallone avrebbe potuto slanciarsi fuori dalle acque basse di un neorealismo più o meno rinnovato, attingere alle rive del mistero, del giallo. Infatti ovviamente i media si interrogano sulla misteriosa scomparsa di quella diva dell’ultima ora. Se la Avallone se avesse letto per esempio “Allegoria di novembre”, del grande Palazzeschi, avrebbe avuto la giusta imbeccata per fare il salto di categoria, per passare nel regno del mistero. Invece, dopo il periodo di latitanza, Beatrice si fa viva di nuovo, come se niente fosse successo, e dà all’amica ritrovata un appuntamento con cui si ritorna al clima casereccio e provinciale di partenza. Le due si rivedono, tutto come prima, la nostra coppia è pronta a ripartire per qualche nuova avventura, ma dal sapore risaputo e ripetitivo.
Silvia Avallone, Un’amicizia, Rizzoli, pp. 454, euro 19.

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Attualità

Dom. 12-12-20 (Arcuri)

Siamo in piena pandemiologia di conduttori di talk show, che inseguono da vicino i virologi, sfruttandoli, facendosi rimorchiare da loro per strappare una fetta di audience. Dovendo fare una graduatoria, ritengo che la peggiore sia la Gruber, che viceversa si crede divenuta una potenza e si permette di essere forte contro chi reputa stia in basso nel favore pubblico. Qualche giorno fa ha trattato in modo ignominioso Maria Elena Boschi, al punto che, se io fossi stato in lei, me ne sarei andato sbattendo la porta. Questo perché la nostra Gruber aveva ritenuto che Renzi, con le sue critiche a Conte, avesse toccato il fondo dell’abisso, e naturalmente i suoi commensali fedeli le davano ragione. Invece il giorno dopo in molti, compresi pezzi autorevoli del Pd, hanno riconosciuto che le critiche di Renzi al premier per il suo malo approccio al piano per il Recovey Fund fossero giustificate e opportune. Quanto tolgo alla Gruber, sono pronto a concederlo alla Annunziata, che mi pare capace di maggiore indipendenza di giudizio. Domenica scorsa, per esempio, ha messo in croce Arcuri cercando di avere da lui assicurazioni circa l’arrivo in Italia del vaccino e la sua distribuzione, e qualche risposta l’ha avuta, ma con quale credibilità da parte di chi ha commissionato milioni di banchi a rotelle, poi facendosi paladino della chiusura delle scuole? E ora si appresta a ripetere errori del genere ordinando milioni di siringhe a caro prezzo, e ovviamente in ritardo. E non pare che neppure si sia preoccupato di far arrivare i giusti impianti frigoriferi per la conservazione del vaccino. Inoltre mi pare profilarsi un rischio enorme, proprio dalle sue parole, che cioè ci si voglia tenere a bagno Maria, in stato di dipendenza, fin quando l’ultimo degli Italiani non sia stato vaccinato, cioè fino al prossimo settembre. Ma sappiamo bene che uno degli interrogativi drammatici del momento è perché mai abbiamo ogni giorno un numero di decessi che non ha uguali in ogni altro Paese europeo. La risposta non può essere perché siamo un Paese di anziani, credo che questa sia la comune sorte di ogni nazione avanzata nell’economia e nel progresso, dove non si muore di fame o di malattie in infanzia o nella prima adolescenza. E allora? Se qualcuno per caso mi legge, conosce la mia risposta, è perché noi storniamo dal numero quotidiano delle morti normali una quota da imputare al capitolo covid, tanto, chi sta a distinguere? Il bello, o il brutto è che una risposta del genere l’ha emessa una fonte ben più autorizzata di me, intervenendo nella trasmissione dell’Annunziata, Agostino Miozzo, addirittura membro del comitato tecnico scientifico (a proposito, quanti sono i comitati, gli organi deputati e riconosciuti a intervenire in queste faccende? Chi è in grado di farne una lista e di indicare le persone autorizzate?). Lui stesso ha ammesso che non stiamo a guardare troppo per il sottile, che qualche morto ci scappa, da un computo all’altro. Io mi ero già permesso di dire che dovrebbero dirci, giorno per giorno, qual è il numero di deceduti per cause naturali, e in che rapporto statistico si pone coi deceduti nello stesso giorno in anni precedenti. Ho già detto più volte che sono pronto a scommettere sul verificarsi di un travaso, che cioè, oggi, questo numero dei morti naturali è inferiore alla media statistica, perché va a ingrossare quell’altro quoziente, tanto per tenerci sotto scacco, e per la maggiore gloria di una persistenza del contagio, la grande risorsa su cui conta Speranza per tenersi a galla. Ora gli si apre una prospettiva interessante, che il suo regno si estenda incontrastato appunto finché l’ultimo di noi non sarà vaccinato, cioè a lume di naso per tutto l’anno prossimo.

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Arte

I “selfie” molto inventvi di Cindy Sherman

Ormai la principale fonte di informazione per queste mie noterelle d’arte è la rubrica quotidiana di Artribune, che reca immagini di mostre in corso, o puramente virtuali, così non si incorre più nell’ìpocrisia di fingere visite che non avvengono. Una recente di queste provvide informazioni era rivolta a una mostra di Cindy Sherman che (forse) si sarebbe tenuta alla sua galleria di appartenenza a New York, la Metro Pictures, galleria che nei decenni mi è stata molto favorevole, quando ho organizzato Anni Novanta, quindi Officina America, in vari centri dell’Emilia Romagna. Ho un grato ricordo delle signore che gestivano quello spazio, ora non so bene che fine hanno fatto, ma certo puntano sempre su Cindy Sherman, un astro del ricorso alla fotografia, da quando la supremazia di questo mezzo si è imposta, di conserva coll’estendersi del “concettuale”. Il pregio di Cindy è stato sempre quello di non arrestarsi a un uso banale di quel mezzo, in un rapporto diretto, ma ha proceduto sempre a una trasformazione dell’oggetto da riprendere, che poi il più delle volte è la sua stessa identità, ma sottoposta a ogni specie di metamorfosi. In tal modo la vedo molto vicina a un altro campione del ricorso al mezzo fotografico, a un altro statunitense, David La Chapelle, però con una fondamentale diversità tra loro, in quanto David interviene più che altro sugli esterni, rendendoli fantasmagorici, a forza di addossare loro cariche enormi di kitsch, di artificialità forzata, volutamente eccessiva, onirica. Naturalmente in questi ambienti futuribili egli pone anche dei protagonisti umani, resi come degli astronauti del tutto in linea con quelle metamorfosi, ma insomma la presenza umana nel suo caso è alquanto in subordine. Invece Cindy insiste solo sulla modalità del ritratto, ma caricando la persona, il più delle volte lei stessa, di un analogo carico di eccessi, di trasformazioni, come succede proprio nelle tre immagini-campione che trovo nell’articolo riportato da Artribune. Ovvio il gioco dal femminile al maschile, in una operazione di transgender, ma più ancora nel far portare a quelle sue identità degli abiti pregni di cattivo gusto, maglioni irresistibili nelle loro trame, chiassosi al massimo. Del resto, le sue icone falsamente autobiografiche non tardano a sdoppiarsi, alcune di esse incombono con presenza addirittura assillante, altre invece si sfocano, diventano come delle ombre, delle larve, al pari di quelle che i suicidi, secondo la ben nota invenzione mitologica, appendono agli alberi. Oltre al riferimento obbligato al La Chapelle, con cui Cindy condivide anche certi sfondi ambientali, improntati a una natura impazzita, di cieli tempestosi, gonfi di possibili precipitazioni, fuori dall’ambito della foto ci stanno altri riferimenti. Quelle metamorfosi che l’artista impone, ma solo in immagine, al proprio “selfie” ricordano da vicino gli interventi chirurgici che la francese Orlan infligge al suo fisico, con labbra gonfiate a canotto, occhi pesti e deliranti. Ma ci può stare anche un riferimento, più pacato e composto, alla serie di magnifici ritratti che David Hockney dedica ai propri conoscenti, e anche in quel caso i dati somatici e fisionomici, di origine naturale, gareggiano con la squisitezza di abiti, di maglioni, di jeanseria, magari dozzinale, ma incalzante con la stessa immediatezza che potrebbe derivare da una presenza reale di tutti quegli elementi. Si tratta insomma, da parte di questi artisti, di un balletto trascinante imbastito attorno alla realtà dei nostri giorni, strattonata, spinta fuori dai gangheri della normalità, avviata a farsi bruciante spettacolo.

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Letteratura

Di Pietrantonio, il vantaggio di un'”arminuta” permanente

L’industria libraria, attiva più che mai, a correzione di quanti predicano il tramonto del cartaceo, spinge i narratori di successo a uscir fuori con nuovi prodotti con ritmo almeno biennale. Io dal mio cantuccio appartato mi diverto a valutare le nuove imprese stabilendo gli eventuali passi in avanti o indietro rispetto alle opere precedenti. Per esempio, domenica scorsa, a proposito dell’”Altra donna” della Comencini, ho parlato o di un sostanziale “surplace” o di un passo indietro nella ovvietà. Qualcosa del genere lo dirò anche, la prossima domenica, rispetto alla recente uscita della Avallone. Viceversa nel caso di Donatella Di Pietrantonio e del suo “Borgo Sud” noto un passo in avanti, rispetto al precedente “Arminuta” cui avevo assegnato un voto molto basso, nonostante la sua vittoria al Campiello. In quel caso la nostra autrice sfruttava una tradizione meridionale, forse esistente, non mi permetto certo di mettere in questione usi e costumi di quelle parti, ma pretendo solo di valutarne la maggiore o minore efficienza in termini di esito narrativo. Questa consuetudine starebbe nel dare in affido un ultimo nato, in famiglie troppo numerose ma di scarso censo, a famiglie benestanti, e desiderose di aumentare la loro figliolanza. Col che si produce una inevitabile differenza, tra la creatura che in tal modo cresce in un regine di abbondanza, e i parenti naturali, che restano abbarbicati alla proverbiale miseria del nostro Sud. Ma poi, la famiglia benefattrice si pente di quell’atto di generosità, restituisce il prestito, e dunque la fanciulla diviene appunto l”arminuta”, la restituita, costretta a ritrovare disagi e ristrettezze cui non era più abitata. Basti pensare che quella meschina, rientrata nei panni che le spettano per nascita, deve dividere il letto con una sorella che orina di frequente, e in genere si trova in totale disagio in un quadro di miseria ritrovata. Nel nuovo romanzo, invece, molto saggiamente un contrasto del genere assume un carattere più accettabile. In definitiva si tratta di una divisione per ragioni caratteriali di due sorelle legate per la pelle, di cui però una è saggia e avveduta, tanto da fare buoni studi, andando a vivere addirittura a Grenoble, in qualità di docente universitaria, mentre l’altra, Adriana, resta in preda a una natura selvaggia, ribelle. Ma sappiamo bene che le regole della narrazione privilegiano appunto i caratteri forti, quelli che hanno il mondo in gran dispitto, del resto la nostra narratrice, divenuta saggia e avveduta, lo sa bene anche lei, al punto da non dare neppure un nome, alla sorella brava, al braccio corretto della legge, delegandola solo a fare da testimone. In prima fila ci stanno i gesti inconsulti e squilibrati di Adriana, che torna a casa con un figlio, Vincenzo, di cui a lungo non si conosce la paternità, poi a stento, dalle sue labbra cucite, si verrà a sapere che il padre è una testa persa come lei, anzi, ancor di più, un individuo abbrutito nell’alcol e nel vizio. In sintesi, se il romanzo precedente era spaccato in due tempi, il paradiso artificiale che aveva accolto la ragazza favorita dal destino, ma seguito dal brutale ritorno a una realtà miserabile, qui invece si dà un bilanciamento tra le due realtà, che non si spaccano a metà, almeno in senso cronologico, in quanto le due principali protagonista, una nel suo silenzio, l’altra nella sua aggressività, quasi si conformano a un “incontrarsi e dirsi addio”, con rimbalzi ben chiaroscurati tra la realtà decorosa di una Grenoble universitaria e il Borgo Sud, eponimo della vicenda, posto alla periferia di Pescara, che funziona un po’ come il corner, o l’angolo di riserva entro cui le due contendenti si rifugiano al termine di qualche match della loro infinita disputa. Ma ammettiamolo, un altro vantaggio della prova attuale sta pure nella buona caratterizzazione di comprimari, genitori della coppia, parenti, amici, e c’è perfino una nota di “giallo”, dato che Adriana cade dalla terrazza da cui stava stendendo della biancheria. Incidente, tentativo di suicidio, o omicidio vero e proprio da parte di un altro essere selvaggio come lei?
Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi, pp. 160, euro 18.

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Attualità

Dom. 6-12-20 (DPCM)

Di fronte all’ultimo DPCM, appena emesso, ci sono delle regole accettabili, come per esempio l’imposizione del cosiddetto coprifuoco a partire dalle 22 e fino al mattino. Le principali cause di contagio sono le movidas, gli assembramenti di giovani che all’esterno sbevazzano e fanno festa. Ma perché non fissare allo stesso limite pure l’attività dei ristoranti? Imporne la chiusura alle 18 è uno di quei provvedimenti insensati che dobbiamo al sadismo di Speranza. Io mi ero rallegrato quando se n’era andato dal Pd per eccesso di estremismo, degno di tempi di paleo-marxismo, ma ce lo siamo ritrovati in posizione di comando, quando il ministero della salute, non ancora imperversando il contagio, appariva minore e trascurabile. Ora invece fa di tutto per darsi importanza, per prolungare lo stato di emergenza che gli dà tanta visibilità. Gli fa compagnia il ministro Franceschini, che non si fa minimamente carico proprio delle istituzioni poste sotto la sua tutela, musei, mostre, cinema, teatri, per i quali un coro unanime fa presente come non siano affatto cause di contagio, se si rispettano le norme di sicurezza. E’ stata pure notata la mancata segnalazione, da parte di Conte, di quanto viene riservato a questa categoria di enti, alla faccia di chi continua a proclamare che siamo un Paese fondato su un primato della cultura. Evidentemente Conte ritiene che quella dei musei e affini sia una “entité negligeable” di cui non vale neppure parlare, “ça va sans dire” che se se devono stare chiusi. Altra cosa assurda è mantenere, unici in Europa, il divieto della scuola in presenza. Il tutto rinviato al 7 gennaio, ma se Speranza resta, troverà di sicuro il modo di prolungare la quarantena, tanto utile alla sua immagine. Infine, la questione dei decessi giornalieri. Facendo lo zapping tra le varie reti, devo prendere atto che nessuno degli interlocutori ha uno scatto di rivolta, fino a porre un quesito: quanti sono, nel giorno preso in esame, i decessi dovuti a cause naturali? E questi sono in media con quanto ci dicono le statistiche rispetto alla mortalità negli stessi giorni degli anni passati? Sarei pronto a fare una grossa scommessa, sicuro di vincerla, che i nostri bravi monatti, capeggiati da Speranza, riversano nel numero dei decessi da covid buona parte di quanti se ne sono andati a causa di normali malattie. Ma bisogna pur spaventarci, tenerci sotto uno stato di terrore, visto che nessuno reagisce a una conduzione del genere e chiede di andare a vedere.

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Letteratura

Crisina Comencini: un gioco troppo ben ordito

Di Cristina Comencini mi ero occupato per la sua penultima uscita, “Da soli”, 2018, mi pare con un pollice sull’”Immaginazione”, non troppo in su, anzi con una inclinazione a scendere. Parlavo di un ritorno a una sorta di “commedia all’italiana”, senza dubbio trascinato alquanto da un riscontro col padre, il regista cinematografico Luigi, che di quella stagione del nostro cinema era stato uno dei sicuri protagonisti, ma con abbondante sfoggio di fantasia e incursioni in settori diversi del tempo e dello spa

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