Letteratura

Carofiglio e De Giovanni: il freddo e il caldo

Continua implacabile l’invasione del “giallo”, sia in soluzione cartacea, sia in immagini elettroniche, per quella fusione di cui ho parlato nella mia recente “Mappa per le arti in età digitale”. Nulla di nuovo sotto le stelle, invasioni del genere sono già avvenute nei secoli, si pensi all’epopea del genere cavalleresco, contro cui ha reagito il Don Chisciotte di Cervantes, o i feuilleton ottocenteschi, in parte accolti e in parte contrastati dal genio di Balzac. Ora chi ci salverà da questa inondazione? Un Cavazzoni, un Veronesi, un Benni? Ma al momento parliamo di due dei più consistenti eredi di Camilleri, senza dubbio il numero uno di questa pletora, cioè Gianrico Carofglio e Maurizio De Giovanni. Su entrambi mi sono già espresso tra il consenso e il dissenso, per esempio di Carofiglio ho stroncato, sull’”Immaginazione”, un suo troppo pretenziosi “il silenzio dell’onda”, mentre in seguito ho lodato nella medesima sede “L’estate fredda”, più vicina alla sua storia di magistrato, portato quindi alla cautela, al senso della misura, al rispetto delle procedure giuridiche. Il che trova conferma nella recente “Misura del tempo”, con titolo però un po’ troppo enfatico, anche se, a conti fatti, e riportato a un’accezione tecnica, di menzione dei tempi di un alibi, potrebbe apparire giustificato. Purtroppo c’è una componente da espungere mentalmente, in quanto, di nuovo, impostata su un moto passionale, che è quanto il circospetto Caroflglio dovrebbe evitare. E’ la lunga serie di capitoli riguardanti un amore dei tempi passati, Lorenza. La presenza di un protagonista femminile è un po’ il tallone d’Achille dei nostri giallisti, a cominciare dallo stesso Camilleri, con quelle insopportabili parentesi tra il commissario Montalbano e il suo “amor di terra lontana” che di tanto in tanto viene a guastare il piacere della sequenza dei fatti. Qui a dire il vero c’è una motivazione strumentale, in quanto Lorenza si ricorda di quella passione arrugginita quando l’ amato figlio, Jacopo, viene arrestato con l’accusa di aver sparato a un losco individuo, suo procacciatore di droga. Il protagonista, da buon samaritano che intende espiare la sua trascuranza verso quella lontana fiamma, accetta seppur restio il compito di assumere la difesa dell’accusato, e si impegna del suo meglio per tentare di scagionarlo, benché l’imputato risulti un troppo facile bersaglio per la giustizia. Jacopo infatti aveva litigato in presenza di testimoni con quel brutto figuro. Però, a suo scapito, c’erano due fatti sicuri, che subito arrestato dalla polizia, aveva ammesso di essere stato in visita a quel delinquente, ma lasciandolo in vita, e dunque manifestando una autentica sorpresa quando gliene viene comunicata la notizia del decesso. Inoltre la prova della presenza di polvere da sparo non dà esito positivo sulla sua pelle, mentre ne risulta impregnato un giubbotto indossato anche al presente. Il buon senso vorrebbe che un assassino, tanto avveduto da liberarsi di ogni traccia dello sparo sul proprio corpo, si guardi bene dall’andare in giro con un capo di abbigliamento recante allo scoperto i sentori della deflagrazione, cui riesce a dare oltretutto una spiegazione logica, in quanto impegnato nei giorni precedenti in esercizi di tiro a segno Su queste incongruenze insiste il nostro avvocato, ma la magistratura non molla la presa, e dunque il figlio della donna amata sarà condannato, in prima seduta, e anche in appello. Carofiglio, sempre prudente e circospetto, o appunto “freddo” nelle sue procedure, non vuole rendere la vita facile e di pronto successo al suo alter ego, si dovrà attendere a questo proposito la cassazione, e qui termino il mio resoconto per rispettare una norma elementare vigente a tutela delle buone regole del giallo.
Passo ora a esaminare un recente prodotto di De Giovanni, “Nozze”, appartenente alla fortunata serie dei Bastardi di Pizzofalcone, salutata da un buon successo nella versione televisiva, che voglio sperare si impadronisca pure di questa ennesima avventura. Se Carofiglio è freddo, De Giovanni è caldo, emotivo, passionale perfino troppo, qualche volta in eccesso, infatti mi è capitato di infliggergli un “pollice verso” a proposito del “Purgatorio dell’Angelo”, legato alla serie a mio avviso non felice affidata al commissario Ricciardi, mentre i Bastardi di Pizzofalcone costituiscono una allegra brigata, dove fra l’altro, dato il numero dei componenti e la molteplicità delle situazioni familiari, i sentimenti si compensano e si rendono sopportabili. C’è un filo che congiunge i due romanzi, il Nostro sembra attratto dagli anfratti della costa napoletana, luoghi ottimali per farvi trovare dei cadaveri, vittime di oscuri delitti. In questo caso si tratta di tale Francesca Valletta, creatura in apparenza portatrice di ogni virtù, e oltretutto in procinto di sposarsi, con un bravo giovane, frutto intatto anche se proveniente da una famiglia, i Sorbo, legata alla più tenebrosa camorra. La vittima viene trovata ignuda, mentre l’abito da sposa galleggia nell’acqua, e sul corpo, ucciso da una stilettata, ci sono pure gli altri oggetti simbolici che secondo la tradizione partenopea devono accompagnare il corredo della sposa, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu. De Giovanni ci prende per i fondelli lasciando in sospeso gli oscuri motivi che avrebbero spinto questa immacolata giovane a premere sul fidanzato per affrettare le nozze, in un ingrato mese di febbraio, mentre verrà fuori la più naturale motivazione, che lei è incinta e dunque bisogna affrettare la legittimazione del nascituro. Ma chi è il padre? C’è un cugino che sembra prestarsi a meraviglia a un simile ruolo, fino a farne anche un naturale sospetto dell’omicidio, provocato dal tradimento che la ragazza era in procinto di compiere a suo danno convolando a nozze con altro soggetto. Anche in questo caso mi fermo, per rispettare le regole del giallo, anche se devo ammettere che la soluzione è ingegnosa, consiste in uno sdoppiamento della presenza di un oggetto blu nel corredo obbligatorio di una maritanda. Ma il blu, sotto forma di un mazzo di fiori, era stato lasciato a casa della vittima, e dunque il nastro di quel colore che galleggia assieme al candido abito nuziale ha altra origine, questa la chiave, in linea con i clic intuitivi che caratterizzano le soluzioni dei grandi investigatori della tradizione. Una nota cromatica, una cupa vicenda sentimentale, dominano il racconto di De Giovanni, e non l’arido computo dei tempi di un alibi, cui invece si attiene il freddo Carofiglio.
Gianrico Carofiglip, La misura del tempo. Einaudi stile libero, pp. 281, euro 18. Maurizio De Giovanni, Nozze, Einaudi stile libero, pp. 261, euro 18,50.

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Dom. 29-12-19 (bipartitismo)

Il “Corriere della sera” di lunedì scorso, se non sbaglio, ha pubblicato un editoriale del suo migliore commentatore politico, Paolo Mieli, che aveva il coraggio di affermare che, malgrado le apparenze, bene o male si è ricostituito nel nostro Paese un bipartitismo, quello che era stato infranto dalla sciagurata risoluzione di Mattarella di mandare al governo due forze opposte, Lega e Pentastellati, pur di evitare l’imbarazzo di portarci a nuove elezioni, Questa invece, mi è capitato più volte di dirlo, era la soluzione legittima, come del resto dimostra il fatto che vi hanno ricorso senza indugio Paesi come la Spagna, l’Austria, Israele, e stava per farlo perfino la Germania. Oggi il Pd, se si sommano le scaglie uscite, da Leu ai renziani a Calenda, raggranella all’incirca un 28%, che è poi la sua massima portata a regime, e non appare molto lontana dal 32% della Lega. I Cinque Stelle da soli valgono come la somma di Fratelli d’Italia e di FI, e dunque le due fette della torta non sono poi così lontane tra loro. Ora tutto lascia pensare che l’attuale maggioranza giallo-rossa tenga botta, con l’aiuto del referendum sul taglio dei parlamentari che allontana lo spettro di nuove elezioni, e dunque, come mi sono permesso di osservare nei miei due domenicali precedenti, “la barca va”, nonostante i continui rabbuffi di tanti malpancisti. Fra l’altro, non si capisce perché mai Zingaretti non promuova il recupero di LEU, cioè di gente che n’è andata in quanto non sopportava l’egemonia di Renzi, ma ora il cliente ingrato, facendo autogoal, ha tolto il disturbo. Coltivo una remota speranza che Renzi si penta del suo gesto inconcludente e ritorni alla vecchia casa, di cui era stato a suo tempo un risoluto dominatore. Insomma, l’allegra brigata potrebbe ricomporsi, semmai c’è da temere di più sul fronte dei Pentastellati che si stanno sbriciolando, come del resto un comune buon senso faceva presagire, secondo il vizio che prima o poi colpisce, dovunque e in ogni tempo, le soluzioni qualunquiste, di chi dice di non essere di destra né di sinistra. Bisogna invece scegliere tra i due lati della medaglia, questa in definitiva una morale che sembra riaffermarsi, lanciando una ammonizione anche verso le Sardine, che si decidano da che parte stare.

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Attualità

De’ Foscherari, uno e due

Non so se il pubblico bolognese che numeroso alcuni giorni fa si assiepava nell’atrio del MAMbo per celebrare il più di mezzo secolo di esistenza della Galleria De’ Foscherari, la più importante nella vita artistica nostrana del secondo Novecento, ha ben capito che gli eventi erano due. Uno di questi, è una antologia dei vari artisti che in quel lungo periodo sono stati presentati dalla Galleria, nelle varie sedi occupate, e purtroppo, diciamolo pure, è un’esposizione inadeguata, fatta per sommi capi, seppur eccellenti, questo per una vecchia colpa dell’ex-sindaco Vitali che ha liquidato la GAM, in zona Fiera, ampia a sufficienza tanto da poter ospitare il permanente e il temporaneo. Mentre l’attuale sede non ce la fa, sia perché non si è provveduto a tramezzare l’enorme volume al pianterreno, ora occupato dalla bella mostra di Cesare Pietroiusti, sia perché il primo piano si trascina dietro la collezione Morandi. Bastava aspettare che Pietroiusti terminasse il suo tempo, dando alla storia della De’ Foscherari l’intero pianterreno, e si sarebbe avuto un volto esauriente della sua fitta attività, facendo uscire anche un relativo catalogo. Invece in quella occasione, e senza dubbio la cosa era dichiarata, si celebrava piuttosto il Notiziario che i cataloghi della Galleria avevano ospitato poco dopo la sua nascita, a partire dal 1965, questi interamente ad opera della coppia Pietro Bonfiglioli-Vittorio Boarini, con quest’ultimo ancora sano e vegeto a officiare il rito del ricordo, ma così, inevitabilmente, portato a dare l’impressione che fossero stati lui e il suo socio a ispirare le varie scelte della Galleria. Così invece non è stato, queste di volta in volta erano dovute al fondatore Franco Bartoli, con l’assistenza di Concetto Pozzati, cui poi è subentrato Pasquale Ribuffo. Quanto al duo Bonfiglioli-Boarini, fu loro compito aggiungere ogni volta un Notiziario in cui facevano sfoggio del loro pesante ideologismo, a colpi di marxismo, paleo o neo, e di Scuola di Francoforte, molte volte senza un chiaro collegamento con le mostre stesse. Per carità, si tratta di due operatori eccellenti, Boarini ha solidi titoli di merito in ambito cinematografico, Bonfiglioli è stato un eccellente critico letterario, con contributi di prima forza a Pascoli e Montale, di cui io stesso, nella mia pratica letteraria, mi sono valso. Ma quanto a sensibilità artistica, credo che ne avessero, e la cosa si ripete per il sopravvissuto dei due, alquanto scarsa, come del resto comprova il fatto che, in campo visivo, abbiano esercitato quasi esclusivamente in quella sede. Forse se qualcuno si è spinto a leggere il risvolto del catalogo pubblicato nell’occasione, interamente dedicato ai Notiziari, può avere osservato una cosa curiosa, vi si legge che era stato Renato Barilli ad accendere le polveri, devo questa leale dichiarazione ai due eredi dei padri fondatori, Bernardo Bartoli e Francesco Ribuffo, che ringrazio sentitamente, mentre Boarini ha pensato bene di omettere quella mia iniziale testimonianza, che si può leggere nel secondo dei mie volumetti “Informale oggetto comportamento” (Feltrinelli), dove funziona proprio da piena, esplicita premessa all’arrivo del comportamento, che andavo ad analizzare sul versante californiano, parlando della libera ed estrosa Funk Art, in opposizione alla fin troppo solida e squadrata arte newyorkese quale espressa dal Minimalismo. Poi, certo, l’arrivo dei due, catafratti nel loro ideologismo, mi ha intimato un “fatti più in là” onde poter dominare sovrani, a snocciolare i loro dogmi paleo o neo-marxisti. Intendiamoci, i loro interventi di quegli anni sono da considerare meglio che l’”arte di comune”, come ebbi a dirla io polemicamente sulla rivista del “Mulino”, partendo lancia in resta contro Franco Solmi e il suo “nazional-surrealismo”, così ebbe a definirlo Achille Perilli, ahimé con l’appoggio di un intellettuale di prima forza quale Renato Zangheri, troppo sensibile al richiamo di alcuni coetanei che si chiamavano Dino Boschi e Leonardo Cremonini, quest’ultimo allora in auge a Parigi, e se si vuole col merito di aver sostituito a Guttuso un più versatile e godibile Matta. Fin qui, poteva esserci qualche solidarietà tra me e i due ideologi, che certo mantenevano più alto volo, ma non giunsero mai a stigmatizzare apertamente l’operato di Solmi e le sue Biennali d’arte contemporanea, lasciandomi da solo a sostenere la causa delle avanguardie in suolo bolognese, magari all’ombra del nato frattanto Gruppo 63, e in effetti, proprio nel ’70, mi riuscì di fare (“Gennaio 70”) una mostra molto innovativa, sperimentando addirittura per la prima volta su suolo bolognese (Museo civico), o forse addirittura nel mondo, la videoarte, ma con l’appoggio non certo di Solmi o di Bonfiglioli, bensì dell’erede spirituale di Gnudi, Andrea Emiliani, e col soccorso di Maurizio Calvesi, e soprattutto di Tommaso Trini, in fondo l’alter ego di Germano Celant nella creazione dell’Arte povera, anche se poi quest’ultimo si è preso sotto controllo l’intero movimento spodestando ogni altro pretendente. E dunque, avviso ai naviganti, non confondano tra loro i due eventi, restino assieme a me in attesa di una mostra come si deve dell’intero svolgimento delle scelte della De’ Foscherari, comprese per esempio due mostre che allora presentai (anche in questo caso si veda il secondo volumetto Feltrinelli), quella dello spagnolo Edoardo Arroyo, estremamente coraggiosa perché vi presentava un soggetto dipinto in quattro stili diversi, aprendo la strada al citazionismo, ovvero a quella che poi avrei chiamato la “Ripetizione differente”. E in tema di Pop Art presentai anche il numero uno di quella tendenza in Francia, Hervé Télémaque. Di tutto questo invano si cercherebbe testimonianza nei pesanti codicilli del duo Boarini-Bonfiglioli.
Il Notiziario della Galleria De’ Foscherari, 1965-1989, a cura di V. Boarini, autoedizione.

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Letteratura

Una diabolica “panne”

Ancora una volta mi valgo della saggezza aristotelica, capace di darci una trattazione unitaria dell’epica e del teatro, cui oggi evidentemente corrispondono i generi della narrativa e del cinema, congiungendoli in un’ unica rete di peculiarità. Ovvero, piuttosto che andare a caccia di qualche romanzo, parlo di un film visto qualche giorno fa alla tv, un capolavoro di Ettore Scola, a sua volta un talento da mettere sullo stesso piano di Fellini, Antonioni, Ferreri. Si tratta de “La più bella serata della mia vita”, del 1972, ricavato dalla novella “La panne” del grande autore svizzero Friedrich Dürrenmatt, con un’interpretazione superba, neanche dirlo, di Alberto Sordi. Scola, poco dopo, nell’82, ci avrebbe dato un’altra straordinaria versione da un testo francese, “Ballando ballando”. Qui incontriamo un Sordi ovviamente nel pieno esercizio di tutte le sue virtù, ovvero dei vizi italici, codardo, presuntuoso, affarista fino al crimine, infatti via via che si confessa apprenderemo che in definitiva ha fatto morire con mezzi subdoli il suo principale ereditandone le ricchezze, e ora ci appare intento a trasportare in Svizzera un bel pacchetto di banconote, avvalendosi di una poderosa Maserati. Ma intanto, unisci l’utile al dilettevole, viene attratto da una amazzone in moto, misteriosa nel suo abbigliamento ricoperto di cuoio scuro, figura enigmatica che il nostro anti-eroe si dà a inseguire. Ecco però che viene bloccato dalla misteriosa “panne”, annunciata dal titolo originale del racconto. Nulla da temere, interviene prontamente un compiacente carro agricolo che trascina la vettura nel parcheggio di un confortevole castello, dotato di tutti i possibili conforti, dove lo accoglie una cerimoniosa e nobiliare accolita con tutti gli onori possibili, offrendogli una cena di gala da sfidare il miglior chef. Però si ricade in un copione abbastanza scontato dalle trame gialle, quei signori impeccabili in realtà sono una corte di giudici ora in pensione che attendono gli ospiti come fanno i ragni con le loro prede, per imbastire ai loro danni un processo, rivedendone tutte le magagne e infine giungendo a un implacabile verdetto di condanna a morte. Il nostro Sordi (Alfredo Rossi nel film) non capisce se si fa sul serio o sul faceto, passa una notte da incubo, di cattivi sogni, anche per la pesantezza del cibo ingerito, ma al mattino può tirare un respiro di sollievo, è stata tutta una burla, è stato intrattenuto in un resort di alto bordo, il processo era solo una aggiunta a un trattamento di favore, che però deve essere pagato ad alto prezzo. Del resto, il mattino è radioso, e l’auto, riparata, lo attende ai piedi della scalinata del castello. Tutto bene? No, fin troppo, il nostro faccendiere riparte allegro e disinvolto, ma calca un po’ troppo sull’acceleratore, e del resto ricompare l’angelo-diavolo tentatore, la fanciulla catafratta nella tuta nera. Sordi-Bianchi la insegue, ma esagera nella velocità, perde il controllo del veicolo, sprofonda nell’abisso. Non so se Scola in questo finale si sia ispirato a un episodio di “Quattro passi nel delirio”, di pochi anni prima, dove l’episodio con regia di Fellini adombra qualcosa di simile. In questo caso è un attore di grande successo, interpretato da Terence Stamp, che viene convinto a recarsi a Cinecittà con la promessa che gli daranno una fiammante Ferrari. Salito subito su questo mezzo, l’attore si sbizzarrisce in una sfrenata corsa in un paesaggio notturno illuminato a sprazzi dai fari dell’auto. Finché il folle pilota non tenta di varcare un ponte crollato, ma non vi riesce, un cavo ne mozza la testa, con cui il diavolo, sotto specie di una mefistofelica fanciulla dotata di un sorriso beffardo, si trastulla ammiccando verso di noi. Al confronto, Sordi- Bianchi si limita a sprofondare nel nulla.

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Attualità

Dom. 22-12-19 (la barca va 2)

Oggi non ho molto di nuovo da aggiungere, mi devo limitare a una specie di “surplace” da ciclista. Un fatto nuovo sarebbe che è stato ammesso il referendum per abolire il taglio dei parlamentari, e dunque ci si chiede se ne potrebbe venire la spinta a promuovere la crisi di governo per andare a nuove elezioni mantenendo l’attuale alto numero di parlamentari. Ma che sicurezza avrebbero i parlamentari dei partiti più deboli negli attuali pronostici, Cinque Stelle e Italia viva, a mantenere gli attuali numeri, non correrebbero il rischio di essere decimati comunque? Poi c’è il quesito Gregoretti, mandare a processo o no Salvini per aver impedito durante alcuni giorni lo sbarco degli immigrati dalla nave Giorgetti? Ma come reagirebbero gli elettori, se fosse messo a processo? Non sarebbe un incentivo, in vista delle regionali di gennaio, a votare in suo favore? Un altro fatto dominante è l’orientamento dello Stato a intervenire nel casi Alitalia, ex-Ilva, Banca popolare di Bari. C’è la minaccia dell’UE di vietare interventi statali, ma in merito ho già detto, come si può ammettere che l’UE si attenga a una mentalità liberista-liberale degna di altri tempi? Pare che sia per tutelare il mercato, cioè la possibilità che imprese private si facciano avanti per esercitare loro eventuali diritti di acquisto. Ma se, come nei casi sopra elencati, nessuno si è detto disponibile a promuovere acquisti, come negare all’ente pubblico la possibilità di intervenire a tutela dei lavoratori e dei risparmiatori? In sostanza, mi sento di ribadire quel “la barca va” pronunciato domenica scorsa.

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Arte

De Nittis e la “macchietta” in senso positivo

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara ci regala una delle sue solite mostre, oneste e pulite, su un protagonista dell’arte dell’Ottocento, questa volta tocca a Giuseppe De Nittis (1846-1884), la cui visione mi porta a rialzarne alquanto le quotazioni, a patto di non schiacciarle su Parigi, come se solo grazie al suo trasferimento sulle rive della Senna l’artista pugliese avesse ricevuto l’illuminazione. Invece già in patria, tra Napoli e Firenze, aveva dimostrato di possedere solide virtù che poi, per sua e nostra fortuna, non avrebbe più smarrito. Quindi bene fa la mostra ferrarese a porre in primo piano il dipinto “La traversata degli’Appennini”, di un artista appena ventenne che vi dispiega già alcune delle sue virtù principali cui poi non verrà quasi mai meno. Queste sono, intanto, di costruire il dipinto su fasce orizzontali, con impaccio a praticare l’”alzato”, da cui segue quasi automaticamente il non essere portato a figure poste in verticale a incombere sul primo piano. De Nittis è forte quando può collocare nelle sue opera delle distese schiumose, fangose, polverose. In questo suo dipinto-prologo funzionano bene i solchi che le carrozze scavano nella mota del suolo, quasi scalfendola. In proposito potrei recuperare una distinzione che ebbi già a fare occupandomi dei Macchiaioli, da me sempre considerati quali Impressionisti a tutti gli effetti, non tributari dei cugini francese, ma con l’obbligo di fare una distinzione basilare tra i praticanti di una macchia larga, costruttiva, quali erano i più anziani del gruppo, Fattori, Lega, Banti, da mettere in stretto rapporto con i loro corrispondenti parigini, i grandi Manet e Degas. Poi, a partire dal 1835, ci fu il passaggio alla “macchietta”, auspice Telemaco Signorini, del tutto degno di figurare accanto a Monet, Sisley e compagni. Nel ricorso al diminutivo, sia chiaro, non c’è stato in me un intento svalutativo, al contrario, accorciando la portata del tocco Signorini dava ai suoi dipinti un impulso, un’accentuazione, una vibrazione straordinari, il che va ripetuto anche per De Nittis, che infatti, dopo quell’omaggio ai nostrani Appennini, ha continuato a macchiettare delle tavolette, tutte per il lungo, rabbrividenti sotto quelle incursioni leggere e volatili, si trattasse di lembi di mare a stretto contatto con lidi sabbiosi, o muri gessosi, o fazzoletti di cielo. Quando invece la terra non si gonfiasse per i fenomeni vulcanici, ma con la lava pronta, anche in questo caso, a scendere a valle, a stendere una sua manteca sul suolo. Ebbene, questa sua lieve, magica capacità di macchiettare le visioni il Nostro se la porta poi a Parigi, dove non ha bisogno di farsi ispirare da Monet e compagni, in quanto già per conto suo è maestro nell’inseguire le rive lungo la Senna, o nel cogliere squarci di verde in qualche giardino pubblico, per non parlare di un fenomeno che gli riesce benissimo, le strade innevate, soprattutto se sul candido strato nevoso vanno a picchiettare le orme dei pedoni, come tracce di piccioni zampettanti. Insomma, De Nittis è da dirsi quasi votato a un informale avanti lettera, senza un riferimento al movimento dei nostri giorni, cioè a un informale da lui praticato per dote naturale e istintiva, che si porta dietro anche nelle puntate londinesi, basta che su tutto si distenda la componente appunto informale della nebbia, mentre, nel dipinto più celebre della serie, “Wetsminster”, la presenza delle sagome degli spettatori chini a contemplare il Tamigi da un ponte sembra appiccicata a posteriori, come per collage o decalcomania. In effetti non ho che da ripetere quanto già detto all’inizio, quando De Nittis ci vuole dare figure tutte intere, magari rivaleggiando con Manet, o con Boldini, diventa incerto e confuso, o meglio, sembra che le sagome occupino uno spazio indebito, prive di sostanza, contornate dalle solite distese informi o informali, come sostanze gassose che penetrano all’interno di quei corpi, dando loro un palpito di vita. Ma meglio che l’occhio del pittore sorprenda da lontano le macchiette di reduci da qualche impresa mondana, partita di caccia o sosta sui campi di corse, bene insomma finché la componente umana si stringe in macchiette alacri, pungenti, magari affidate anche all’acquerello. Quando invece, come avviene in “Colazione in giardino”, madre e figlio, inseguendo Degas o Manet, pretendono di imporsi, di nuovo si ha l’impressione di sagome aggiunte dal di fuori, mentre per fortuna scintillano, mandano pungenti bagliori le stoviglie, col compito di disgregare le immagini umane troppo piene e troppo statiche. La mostra, dicevo, è onesta e ben condotta, interessante il continuo raffronto che vi si conduce tra i responsi del pennello e quelli della fotografia, un rapporto che allora si concludeva a favore dei primi, vividi, efficaci, brillantemente policromi, mentre le foto se ne stanno cupe, prigioniere di un chiaroscuro quasi lugubre. Altra osservazione, nel corso della visita ho deplorato i poveri custodi costretti ad aprire e chiudere le porte per consentire ai visitatori il passaggio da un’ala all’altra della mostra. Quanto sarebbe stato meglio se si fosse fatto a regola d’arte quel corridoio con apertura automatica delle porte, di nessun oltraggio alla magnificenza dell’edificio, essendo affacciato sul retro. Ma a Ferrara comanda un nuovo Este, seppure in sedicesimo, il granduca Sgarbi.
De Nittis e la rivoluzione dello sguardo, a cura di M.L.Pacelli, B. Guidi, H. Pinet, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 13 aprile.

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Letteratura

Tosca, in linea con l’avanguardia simbolista

Mi riesce opportuno stendere oggi un pezzo simmetrico a quello che esattamente un anno fa avevo dedicato al rito della Scala di aprire la stagione il 7 dicembre dando un’opera di grande impegno. Allora la scelta era caduta sull’”Attila” di Verdi, in proposito mi ero permesso, pur mancando quasi del tutto di conoscenze in campo musicale, di esprimere un giudizio pesantemente negativo su molti degli aspetti sia dell’opera in sé sia del modo come era stata accolta dal pubblico. Quest’anno la scelta è caduta sulla “Tosca” di Puccini, al cui proposito il mio giudizio si rovescia simmetricamente. Riassumo i vari punti su cui allora si era basato il mio parere fortemente negativo. Non si apre una stagione con un atto filologico, o archeologico, di recupero di un infelice melodramma giovanile di un autore, anche se poi destinato a grande successo. Insopportabile in particolar modo mi era apparso il linguaggio del libretto, un italiano cruschevole, indigesto, contrario per esempio al grandioso sforzo manzoniano di educarci a un italiano nazionale corretto e di uso comune, anche se col torto di andare a pescarlo nelle vie di Firenze. Nel complesso, Verdi mi sembra corrispondere, seppure a ben più alto livello, a quanto nella pittura, falsamente detta “romantica”, si trova in Hayez, e molto meno in Manzoni stesso. Del resto, proprio in quell’occasione dichiaravo una mia senza dubbio limitata e criticabile impostazione che mi induce ad apprezzare l’opera fino a Mozart e a Rossini, passando poi con una specie di salto con l’asta fino a Puccini, che come data di nascita corrisponde in pieno ai miei amati Simbolisti dei vari fronti, pittura con Previati e Segantini, per restare all’Italia, e letteratura con Pascoli e D’Annunzio. E tanto per cominciare, eccellente il libretto di Giacosa e Illica, di buona prosaicità, in linea con una parlata di tutti i giorni, cui la musica pucciniana aderisce alla perfezione, in totale concordia. E anche il dramma in sé è pieno di attualità, anche se non si capisce perché lo si voglia porre sotto il segno della gelosia, evocando lo spettro shakespeariano dell’Otello. Il ventaglio che in un primo momento suscita senza dubbio risentimenti di gelosia in Tosca, scompare in seguito quasi del tutto, mentre lei appare come una autentica campionessa di una specie di “me too” dei nostri giorni, fedele al suo Cavaradossi, che a sua volta corrisponde proprio a un perseguitato dai poteri forti sempre esistiti, con obbligo che qualcuno lo nasconda ai tentativi della polizia di impadronirsi di lui. Sempre nel segno dell’attualità è pure il comportamento del bieco Scarpia che vorrebbe approfittare del suo potere per costringere cedergli, come docile preda, la bella donna, ricattandola con la promessa di fornire un salvacondotto per il suo amato. E comprensibile, naturale, spontanea è la reazione della donna che giunge a uccidere il corruttore, facendo forza alla sua istintiva innocenza e nobiltà d’animo. A questo punto del copione, se proprio si vuole, il melodramma si concede delle vie trasversali che un qualche romanzo dei tempi si sarebbe vietato per un minimo di rispetto ai canoni della verosimiglianza. Come può Tosca uccidere il potente tiranno, e perfino vantarsene col famoso “davanti a lui tremava tutta Roma”, e uscire indenne dal covo del nemico? Una partigiana, trascinata nella camera di tortura dei repubblichini, mai avrebbe potuto sperare di farla franca, ed è pure del tutto ingenua la speranza che il salvacondotto strappato a Scarpia non venga immediatamente annullato. Vana dunque è la pretesa di Tosca di salvarsi da Castel S. Angelo assieme al beneamato. Ma, tornando ai valori musicali, pur nella mia crassa ignoranza fin da piccolo sentivo mio padre lodare le virtù del “coro muto della Butterfly”, qui ci siamo, l’alba vissuta da Cavaradossi nel carcere è un grandioso “coro muto”, in cui lo sperimentale Puccini inserisce quasi dei ready-made, il suono delle campane e la canzoncina di un pastorello, Sono inserti degni davvero dello spirito delle avanguardie per cui gli innovatori musicali, da Debussy a Stravinskij, hanno manifestato la loro adesione a Puccini. C’è poi la solita, forse inevitabile incongruenza, per cui la parte femminile, Tosca in questo caso, può essere conferita solo a una soprano, e questa deve essere bene in carne, fino alle dimensioni della donna cannone, un regola cui non sfugge Anna Netrebko, che pure dicono bravissima in quel ruolo. Ma certo esiste una contradizione con la parte di leggiadria e di bellezza che il copione le assegna. Sfuggiva a questo contrasto la Callas, ma perché si era sottoposta a un gravosa cura dimagrante che forse non aveva mancato di incidere sulla sua salute psichica.

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Attualità

Dom. 15-12-19 (la barca va)

E’ inutile che oggi io perda tempo a commentare la vittoria di Boris Johnson alle elezioni inglesi e la sconfitta di Corbyn, che quest’ultimo, col suo estremismo, fosse una iattura per la causa del laburismo lo aveva già previsto Hugh Blair. Sarebbe come se le sorti del Pd fossero nelle mani di LEU o giù di lì. Invece, per parlare di casa nostra, alla faccia di tutti i malpancisti, annidati soprattutto nelle colonne della Repubblica, tra cui si distinguono l’opinionista quotidiano Stefano Folli, oppure gli ospiti serali nel salotto della Gruber, la barca va. Sarà che davvero a ricompattare la maggioranza parlamentare dei giallo-rossi agisce lo spettro dello scioglimento delle camere e dell’andata alle urne, con inevitabile vittoria di Salvini e compagni. Ma questo è un validissimo, stringente argomento di politica reale, bisogna evitare finché si può che il Paese corra dei rischi che potrebbero essere mortali, al diavolo le sconsiderate osservazioni dei radical-scic, questa volta il termine si può usare davvero a proposito, che democrazia vuol dire dare la parola al popolo, eccetera. E voglio sperare che, seppure sempre sotto la spada di Damocle di un ricorso nocivo alle urne, questa maggioranza, pur tenuta assieme con gli spilli, regga a lungo, ci conceda davvero di portare a termine l’intera legislatura. Del resto, se al corpo del Pd si vanno ad aggiungere i vari fuoriusciti, di Renzi, di Calenda, del Leu eccetera, si raggiuge quella quota del 27 o 28% che è fisiologica per il partito ufficiale della sinistra, e che non è poi a distanza abissale dalle cifre di cui viene accreditata la Lega. Un passo alla volta, forse ce la facciamo ad arrivare alla sospirata meta del termine naturale della legislatura.

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Arte

Interpretazioni conformiste di Canova

Nei giorni scorsi ho visitato ben tre mostre dedicate a Canova, a Roma e a Milano, registrando l’enorme piacere di essere cancellato nelle pur enormi biblio che accompagnano i relativi cataloghi. Ma questo fa parte della “damnatio memoriae” cui ormai sono condannato, da vero e proprio “dead man writing”. Il guaio è che a questo modo si cancella pure una interpretazione che tenta di tenere Canova in gioco nell’ambito del “contemporaneo”, o del pre-postmoderno, come preferisco dire, consegnandolo invece mani e piedi legati all’insulsa categoria del bello, che invece è quanto proprio il contemporaneo nega con tutte le sue forze, o recupera, ma solo per vie traverse, di cui proprio Canova è maestro. Delle tre, la più ampia è la mostra romana, come è giusto che sia, in quanto Canova, dal Veneto, pur certo senza troncare i legami con la sua Possagno dove rientrava a ricaricarsi, era divenuto in sostanza cittadino di Roma. Ma ahimé, questa ampia rassegna è proprio posta all’insegna insulsa e controproducente che fa di lui un settatore di una “eterna bellezza”, come suona il titolo dell’esposizione. Oppure sì, il Nostro non disprezzava certo il bello, ma vi arrivava con un complesso giro mentale, che è proprio una delle vie in cui la nostra età recupera l’antico, concependolo come un enorme deposito di stereotipi, da citare sul registro del “tale e quale”, a questo modo anticipando l’operazione del “ready made” di Duchamp, e anche di De Chirico, l’altro grande del nostro tempo che sono solito leggere allo stesso modo. Bisogna però distinguere, quando Canova lavora nel suo studio, magari proprio a Possagno, abbozza col pollice delle statuine frementi, ardenti di un espressionismo avanti lettera, Ma poi affida a una squadra di collaboratori il compito di ingigantirle col pantografo, facendo attenzione a non mettervi palpiti di vita, che non si confanno a questa bellezza da riesumare. Già qui troviamo un indizio della incalzante contemporaneità dello scultore veneto, in quanto al giorno d’oggi nessuno affronta il marmo con lo scalpello, alla maniera di Michelangelo, ma si limita a far riempire degli stampi di materia plastica, di vetroresina o altro. Ci sono però altri tangibili segni di questa contemporaneità canoviana, sempre che si vada a frugare tra le righe, Per esempio, quando disegna, i corpi gli si allungano, fino alla deformazione, anche per questo verso immettendo tracce di espressionismo. E poi c’è l’occulto rifiuto della terza dimensione, in quanto egli partecipa, con Füssli, Blake, Goya, David, a una seppur confusa intuizione che nel nostro mondo, percorso dalla immensa velocità della luce, la profondità deve cedere il posto a uno schiacciamento. E infatti, quando egli ci dà dei gruppi, da Ercole e Lica a Creugante e Demosseno, fa in modo che i protagonisti, nonostante una indubbia volumetria, tendano a incastrarsi l’uno nell’altro. In sostanza, egli è già un praticante della categoria del tutto contemporanea, o postmoderna, della “flatness”. Ce ne dovremo ricordare quando a Milano andremo a misurare la distanza che separa il nostro artista da quella sorta di imitatore e sanguisuga che fu Thorvaldsen,
Ma vado di fretta, per non dare a questo pezzo la lunghezza di un saggio, avendolo già fatto altrove. Veniamo a Milano, Galleria d’arte moderna di via Palestro, dove troviamo un corpo superbo di ritratti, che senza dubbio sono “volti ideali”, come dice il titolo della rassegna, soprattutto per la preponderante schiera di immagini muliebri, dove senza dubbio Canova è prigioniero di stereotipi, ma li rinnova appiccicando a questi volti conformi delle chiome superbamente arricciate, come grovigli di serpenti. Oppure le stringe tra bende, come fossero già creature defunte. Qui, sia detto tra parentesi, si consuma il più grave delitto nei miei confronti, dato che un curatore co-firmatario, assieme alla corretta padrona da casa Zatti, tale Omar Cucciniello, a me del tutto sconosciuto, come io lo sono per lui, imbocca la via della “citazione”, ma ne dà merito a tutti i critici dei nostri giorni, tacendo il mio nome, mentre evoca una mostra da me condotta, ”La ripetizione differente”, nel 1974, dove fra l’altro c’era proprio un’opera di Giulio Paolini, riportata anche in questo catalogo, che ne dimostrava l’eredità da Canova.
Ma veniamo all’ultimo atto, in sé meritorio, perché senza dubbio è opportuno che si vada a stabilire un raffronto tra il maestro di Possagno e il successivo imitatore e competitore danese Thorvaldsen, Qui purtroppo è già un crimine aver dato la regia dell’esposizione a Fernando Mazzocca, munendolo anche di una sorta di “licenza di uccidere”, Infatti Mazzocca, mi è capitato più volte di dirlo per sue esibizioni in quella sede e altrove, è il “killer” di tutto il nostro migliore Ottocento, di cui capisce solo quel momento centrale e in definitiva nocivo, che fu rappresentato da Francesco Hayez, traditore dell’insegnamento canoviano a favore di un realismo, ma leccato, oleografico, da cui tutto il nostro migliore secondo Ottocento dovette affrancarsi a fatica. Ma veniamo al tema, al confronto tra i due scultori, dove si scorge, seppure per minimi segni, che il Danese non comprese nulla di quei sottili accorgimenti in cui risiede la grandezza canoviana. In lui sparisce il delizioso ritmo binario che porta le figure a far eco e specchio l’una dell’altra. E sparisce soprattutto la “flatness”, nei bassorilievi, che in lui si fanno altorilievi, bozze gonfie e sporgenti, invece di avere la levità epidermica di quelli del maestro e rivale. Ma soprattutto l’indizio migliore, a favore della mia linea interpretativa, sta in alcun versioni della Ebe, che Canova dota davvero di inserti “ready made”, di ampolle prese ”tali e quali” dal reale, ricche di una doratura che vuole contrastare col biancore del marmo. Ovviamente Thorvaldsen non capisce tanta finezza, tanto ardimento, immobilizza le immagini nell’omogeneità di un’unica materia, compatta e azzerante.
Canova, eterna bellezza, a cura di G. Pavanello. Roma, Palazzo Braschi, cat. Silvana editoriale: I volti ideali, a cura di P. Zatti e O. Cucciniello. Milano, Galleria d’arte moderna, cat. Electa; C. e Thorvaldsen, a cura di S. Grandesso e F. Mazzocca, Milano, Gallerie d’Italia, cat Skira. Tutte le mostre chiudono il 15 marzo.

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Letteratura

Breve resoconto su RicercaBO 2019

E’ doveroso che io fornisca un rapido commento della due giorni della settimana scorsa dedicata al Ricercabo 2019. In cui senza dubbio l’evento clou è stato la ricomparsa in scena di Giuseppe Caliceti, che fu già, accanto a Nanni Balestrini e a me, l’animatore dei fortunati incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, città che poi ci espulse per scarso rendimento di pubblico, da cui un trasferimento a Bologna, anzi, in un primo tempo, nel Comune limitrofo di San Lazzaro di Savena, da cui siamo stati nuovamente cacciati via, ma così insediandoci finalmente proprio nel cuore di Bologna. Quest’anno eravamo nella Sala Tassinari, di comodo accesso dal cortile principale del Municipio, generosamente offerta da Comune petroniano, e con il solito appoggio finanziario sia della Fondazione del Monte, sia di Boart, il che però non ci concede di organizzare pure quegli eventi in cui, nella serie a San Lazzaro, offrivamo alla sera, in dimensione spettacolare. proprio uno dei protagonisti della serie reggiana. Ebbene, il coraggioso “ritorno” di Caliceti ci suggerisce di fare altrettanto nelle prossime occasioni, cioè di richiamare uno dei nostri eroi, a leggerci qualche testo di nuova elaborazione. Come sono proprio questi “Canti emiliani” che Caliceti è venuto a leggerci, con voce sapiente che sapeva alternare i toni, passando da momenti fieri e minacciosi di pubblico impegno ad altri sussurranti, quasi sottovoce, di tuffi nel privato. Il tutto in una felice ripresa di un grande modello, i “Cantos” di Ezra Pound. E Caliceti ci ha pure offerto una deliziosa selezione di filastrocche infantili, da dirsi “Conte”, precisa l’autore, che ne fa raccolta nella sua qualità di maestro di scuola. Siamo nel complesso a un prodotto perfettamente sospeso tra prosa e poesia. Il che potrebbe essere ripetuto anche nel caso di Bruno Benuzzi, molto noto come artista, e invece a una prima uscita pubblica in qualità di autore letterario, di brevi prose contro cui potrebbe pararsi lo spettro della “prosa d’arte”, di un bozzettismo di breve respiro, sennonché Benuzzi sa applicare. alle sue passeggiate sulle sponde del mare o nel cuore dei boschi uno sguardo lenticolare, capace di sorprendere un formicolio di vite misteriose, brulicanti, al pari dei ghirigori tracciati nei suoi dipinti. Insistendo su questa via della prosa, bisogna ammettere il nostro fallimento quanto a capacità di richiamare esordienti desiderosi di mettersi alla prova, tanto che, al solito, dobbiamo rivolgerci alla collaborazione di Mario Ugo Marchetti, nella sua qualità di presidente del Premio Calvino, che ci suggerisce un certo numero di giovani da mettere alla prova, prima che affrontino un destino editoriale. I quattro giunti a noi col biglietto di presentazione di Marchetti confermano per fortuna il carattere di “nuove scritture” che presiede ai nostri lavori, infatti non cadono nelle due insidie oggi dominanti, il “giallo”, e l’autonarrazione. Il primo a presentarsi, Gennaro Serio, si fa beffe al contrario proprio degli investigatori più rinomati, mettendoli sotto accusa anche per le loro scarse o reticenti doti sessuali. Li sottopone insomma al filtro di un espressionismo acre e dissacrante, magari non bene appoggiato a una lettura ugualmente provocante. Questo infatti un capitolo che si è aperto, tra chi ha saputo leggere in modo appropriato i propri testi, e chi invece o ne ha dato una esecuzione piatta e deludente, o addirittura l’ha affidata ad altre voci, meritandosi le rampogne di Caliceti, per parte sua, come detto prima, ottimo performer di se stesso. Come pure lo è stato Sergio la Chiusa, con un brano tratto da un suo romanzo in fieri, dove indaga, con persuadenti toni insinuanti, su figure enigmatiche di suoi sosia o replicanti, che a me sono apparsi come una squisita rievocazione di fantasmi russi, tra Gogol e Dostoevskij. Invece, di nuovo, lettura piatta e monotona di Giulio Nardo, che con la voce non è riuscito a rendere un pur interessante dualismo del suo brano tra un primo piano di vita banale, quasi di gusto Pop, e al contrario uno sfondo ricavato da personaggi della mitologia, peraltro riscritti anch’essi in chiave degradata. Infine, lettura del tutto soddisfacente di una “Lettera al fratello” di Roberto Peretto, ma affidata, dall’anziano autore, alla sapienza performativa della figlia, il che ha provocato le rimostranze di Caliceti. Da notare un eccellente indicatore che ci viene dall’ informatica. Si sa che alcuni computer hanno un programma che sottolinea in rosso le parole non rispondenti a un lessico normale. Ebbene, il testo di Peretto, proiettato come ci è arrivato attraverso una email, si è presentato tutto fiorito di segnalazioni in rosso, a riprova del suo carattere sperimentale e provocatorio.
Purtroppo tra i sei della prosa non siamo riusciti a selezionare nessuna voce femminile, in stridente contrasto con una corretta esigenza dei nostri tempi, e anche in poesia i colletti rosa sono stati soltanto due, ma si è avuta comunque una esauriente distribuzione tra quattro possibili livelli. Giorgio Maria Cornelio ha rappresentato una linea alta, affidata a vocaboli scelti fuori dalle righe, di quelli che, come detto sopra, la convenzione informatica tenderebbe a sottolineare in rosso per dichiararne l’inesistenza nel buon uso quotidiano. Ma c’è di più, io ho fatto riferimento a un mio ritorno all’infanzia, dovuto alla tarda età raggiunta di ultraottantenne, il che mi porta a consumare i prodotti televisivi del tardo pomeriggio o della pima sera. Tra questi, c’è uno stimolante quiz nell’”Eredità”, consistente nel presentare alla decifrazione dei concorrenti un parolone pescato da desueti vocabolari della nostra lingua. Ebbene, di questi ircocervi sono costellati i versi di Cornelio, che inoltre supera la barriera divisiva tra letteratura e pittura dotando i suoi versetti di un corredo di immagini. Un’altra via è documentata da Niccolò Furri, consistente nell’affidare sia la concezione sia l’esecuzione dei versi alla voce anonima di un robot, e anche in questo caso non manca la correlazione con schemi grafici. Furri è arrivato con presentazione di Marco Giovenale, forse tentato dall’ipotesi di far rientrare una soluzione del genere nel capitolo, tra i più interessanti esplorati da questa nuova serie di RicercaBO, della cosiddetta “prosa in prosa”, modalità perfetta per sfuggire a entrambi i continenti e per collocarsi in una terra di nessuno. Ma la voce maggioritaria, anche quest’anno, è data da una poesia che ama abbassarsi, contaminarsi con la prosa, quasi con accenti di ritrovato crepuscolarismo, Questo si può dire nei casi di Carlo Selan, Andrea Donaera, atteso anche per le sue prove di narrativa, e Veronica Tinnirello, che fa di ogni suo verso un equivalente di una performance, colma di riferimenti alla più rude, fisica realtà quotidiana. Infine, con Diletta D’Angelo, c’è pure una testimonianza a favore di una via di mezzo, di un onesto poetichese memore di accenti post-ermetici, e del resto giustificato dalla nobile tradizione dei canzonieri di poetesse d’altri tempi, intente a elargire le loro pene d’amore, o comunque i loro dilemmi esistenziali.

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