Letteratura

Murakami tra realtà e irrealtà

Intervengo per la seconda volta su un’opera dello scrittore giapponese Murakami Haruki, dopo aver commentato in questo sito il “Kafka sulla spiaggia”. Ora è la volta de” L’assassinio del commendatore”, ma forse faccio male a parlare subito, in quanto l’autore ci avverte che questa è solo la prima parte di una trilogia, e dunque, sarebbe più corretto pronunciarsi solo dopo che l’impresa si sia sviluppata in toto. I vuoti, i dubbi, le incertezze che andrò a registrare, e a mettere anche sul conto di un giudizio finale, potrebbero trovare soddisfacenti risposte in corso d’opera. Resta ovviamente la conferma di certe virtù già comparse nel capolavoro precedente, che si potrebbero riassumere, ricorrendo alle sempre utili categorie fornite da Vittorio Spinazzola, in una perfetta combinazione tra “new realism” e “new epic”, ovviamente da non accompagnare col riferimento alla produzione italiana, in cui si stenta a trovare qualche frutto similare di una simile coabitazione. Per un verso, gli eroi di Murakami scorrono su un piano di assoluta prosaicità e volgarità. L’attuale protagonista, che è un buon grafico-disegnatore, ha una vita sessuale “come ce ne sono tante”, il che prevede che la moglie a un certo momento lo metta alla porta, avviandolo a un nomadismo in definitiva assunto con piacere, rallegrato da una perfetta catena di viaggi, di soste in ristoranti e alloggi che forniscono, a un eventuale turista, una perfetta guida di come comportarsi in suolo nipponco, dove fermarsi per mangiare, dormire, magari anche concedersi qualche avventura sessuale lungo il cammino. Infine un collega e amico gli offre un “buen retiro”, che sarebbe la villa in campagna dove risiedeva il padre, ora afflitto dai mali della vecchiaia e internato in un ricovero. Ma nel suo passato era stato un importante e stimato pittore, con un decisivo soggiorno a Vienna, dove aveva assistito a un delitto orrendo, forse già in chiave di repressione antisemita, da cui aveva ricavato un dipinto impressionante. Vi si vedeva un “commendatore”, o comunque un personaggio di spicco, che veniva ucciso a colpi di spada da una specie di samurai, con violento spargimento di sangue, e alla presenza di un enigmatico testimone. Ebbene, questo dipinto fatale è presente nella dimora in cui Yuzu va a soggiornare, inquietandone i sonni. Ma ci sono altri buchi neri, interrogativi, uscite laterali che si inseriscono nella trama impedendole di scorrere in orizzontale. Infatti Yuzu ha un vicino, figura misteriosa, che non si sa bene come abbia si sia costituito un solido patrimonio, certo è che è stato in grado di innalzare una villa poderosa. Ora l’enigmatico vicino di casa avanza al nostro artista una richiesta, accompagnata da congrua retrobuzione, irrinunciabile, di fargli il ritratto, posando per lui ma a condizioni molto specifiche. Qui si dà una curiosa concomitanza con un racconto del nostro Alessandro Baricco, “Gwin”, tanto da doversi chiedere se ci sia stata qualche interferenza tra i due. Fatto sta che anche il protagonista di quel racconto è un ritrattista “concettuale”, fa posare le persone ma per ricavarne solo una descrizione verbale. Anche il ritratto che Yuzu conduce del misterioso vicino ha tratti irreali, magici, che però sono poca cosa rispetto a un trillo di una campanella che viene a tormentare i suoi sonni notturni. I due si alleeranno nell’andare a indagare sulle origini di quel suono misterioso, il che li porterà a scoprire una cavità sotterranea. Infatti la narrazione del nostro Murakami si caratterizza, come già detto, dall’aprirsi di “enclaves”, grotte, pertugi, nel tempo e nello spazio. In questo caso poi l’autore non si esime dal dare consistenza al ritratto misterioso dovuto all’anziano proprietario della casa, quasi che si dotasse della celebre vernice del Dottor Lambicchi, da cui era deliziata la nostra infanzia, quando leggevamo “Il corriere dei piccoli”. Ovvero, da quel quadro salta fuori proprio il “commendatore”, con evidente riferimento al Don Giovanni di Mozart. Insomma, il “convitato di pietra” si materializza, ma in formato ridotto, infliggendo un colpo mortale alla verosimiglianza del racconto, ovvero dalla dimensione di un neorealismo balziamo in piena phantasy. E ci sono tanti altri eventi arcani a scuotere la vicenda, che l’autore giapponese non lascia mai scorrere su un unico piano, ma movimenta con continui salti di ogni tipo, dal presente al passato, dal reality al phantasy, come si diceva. E’ una mescolanza che senza dubbio ci affascina, ma che talvolta non appare ben amministrata, lasciandoci increduli e sospettosi. Diamogli però il tempo giusto per risolvere, o quanto meno attenuare, nei passaggi successivi, questi dubbi e interrogativi che al momento inducono a tenere alquanto sospeso il giudizio.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore, Libro primo, Idee che affiorano, Einaudi, pp. 418, euro 20.

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Attualità

dom. 28-10-18 (Pd

Il Pd è affondato in una serie di “mea culpa”, di fervorini sterili in cui si invocano mutamenti di tono, di condotta, mentre in politica contano le “cose” che ci si deve proporre di fare, a correzione di errori che ci sono stati, e proprio i punti che hanno dato il successo alla coalizione gialloverde ci dicono dove e in che modo si deve agire, per parare i loro colpi. Purtroppo uno dei punti dolenti non è nelle mani dei partiti italiani, deve intervenire l’EU, infatti è inutile, è risibile che si fissi, seppur legittimamente, per ogni Paese aderente i limiti del deficit da rispettare, se prima non si decide, tutti assieme, una questione strategica, a quale età consentire il pensionamento dei lavoratori. Non si possono lasciare le mani libere ai singoli stati in una materia del genere, pretendendo che però rispettino i criteri di spesa. Questo lo deve fare l’autorità comune europea, altrimenti i singoli Paesi subiscono il ricatto populista del ritornare alla età pensionabile che la Fornero ha innalzato, non per capriccio ma per porre rimedio a un precedente momento in cui la nostra economia versava in cattivo stato. E ci stiamo ritornando, se si lascia al governo la possibilità di rimettere il limite del pensionamento ai 62 anni. E’ ovvio che il “popolo” plauda a una proposta del genere, e voti in suo favore, se non interviene una imposizione europea, che fissi proprio un limite uguale per tutti, come condizione “sine qua” non per rimanere in Europa.
L’altro punto in cui il Pd deve rimediare al passato sta nell’aprire vaste possibilità di lavoro ai giovani, ben al di là dell’insufficiente Job’s Act, e beninteso scartando con sdegno l’ipotesi assistenzialista su cui pure i Pentastellati “ci marciano”, attirando a sé quasi per intero il voto giovanile. Bisogna trovare i modi di aprire concorsi, assunzioni, anche a costo di sforare i limiti di spesa, invece che per dare sussidi agli sfaticati e abbassare l’età dell’andare in pensione, che invece sono i due assi di briscola dell’alleanza di governo.
Infine, la questione immigrati, dove il Pd, come forza di governo, ha sbagliato non certo nell’assicurare l’accoglienza di quanti sono stati affidati alle carrette del mare, ma nel distribuirli poi sul nostro suolo senza procurare loro una sistematica possibilità di lavoro, di inserimento nella società. Prendiamo atto di due fallimenti, della politica di Minniti verso la Libia, troppo malmessa per fornire una sponda di accoglimento degli aspiranti all’immigrazione in condizioni sopportabili. Non so che mai riuscirà a fare la conferenza–monstre prevista nei prossimi giorni. E inappellabili sembra pure la risoluzione degli altri Paesi a prendersi ciascuno una quota di immigrati, anzi, pretendono addirittura di riportarci quelli che di straforo siano riusciti a varcare i confini. Quindi, teniamoceli, cercando di ricavarne un impiego razionale, e facendoci pagare dall’Europa il disturbo, allo stesso prezzo che viene concesso alla Turchia per chiudere la rotta da Est a Ovest. Noi possiamo chiudere quella da Sud a Nord, ma alle stesse condizioni, ed è quanto possiamo e dobbiamo pretendere con voce ferma dall’UE.

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Arte

Una mostra molto completa, forse troppo, sui Macchiaioli

Anche oggi, come in altre occasioni, conduco una visita virtuale alla mostra sui Macchiaioli che la Galleria d’Arte Moderna di Torino aprirà, del resto tra pochi giorni. È un tema già tante volte percorso, così da dovermi chiedere se valesse la pena di riaprire quella porta che io stesso ho varcato in numerose occasioni, ma mi induce a una risposta affermativa l’ampiezza con cui quel fenomeno è indagato nella presente mostra, forse perfino in eccesso, e anche l’opportunità di ribadire alcune affermazioni che mi stanno a cuore. Come, tanto per cominciare, la proclamazione dell’unità dell’Impressionismo in tutta la cultura occidentale, di cui i Macchiaioli sono stati validi campioni. Per questa ragione mi ero molto compiaciuto quando il tempio dell’Impressionismo “alla francese”, cioè il parigino Musée d’Orsay, aveva osato porsi la domanda: “Les Macchiaioli. Impressionistes italiens?”, nel 2013, seppure con un precauzionale punto interrogativo. Io ero andato proprio in quell’occasione, se non in quella sede, in quanto la mostra, “noblesse oblige”, era stata dirottata nella sede minore dell’Orangérie, a proclamare che occorreva assolutamente togliere il punto interrogativo, dare alla frase una risposta positiva, a patto di sbloccare preventivamente quell’ “ismo” fondamentale da una usucapione a senso unico a favore del solo e solito Monet, come, ahimè, è avvenuto presso di noi ad opera di Marco Goldin, che ci ha inflitto non so quante mostre tutte poste nel sacro culto dell’autore delle Ninfee. Io invece, in una mia conferenza, ero andato ad apportare dei distinguo. Per esempio, chi è riluttante ad ammettere i nostri Macchiaioli nell’albo buono degli Impressionisti patentati, a cominciare dal massimo Roberto Longhi, colpevole di numerosi reati in questa direzione, comincia col muovere come capo di imputazione ai danni di Fattori e Lega e Cabianca l’aver indugiato troppo nel quadro storico. Ma, osservavo subito io, forse che lo stesso non si può dire anche di Degas, con il suo famoso dipinto delle donne spartane intente a esercizi ginnici? Del resto si sa bene che il grande Edgar era un convinto “italinisant”, frequentatore dei nostri musei. E anche il collega Manet, se non è mai venuto dalle nostre parti, però al Louvre si è assorbito buone dosi di Velàzquez e Goya. E dunque, in un esame completo del fenomeno macchiaiolo come questo che si tiene a Torino ci stanno bene i riferimenti retrospettivi ai Puristi come Mussini e Pollastrini, che certo non avrebbero sollevato censure da parte del formidabile duo Degas-Manet. Solo il Longhi poté infierire su quello che gli appariva come un insopportabile ritardo della pittura italiana rispetto ai cugini d’oltralpe, commettendo l’errore di non guardare le date di nascita, che infatti ci inducono a una conseguenza generale: i nati tra la fine dei ’20 e i primi dei ’30 dell’Ottocento non avevano affatto compiuto un divorzio dal quadro storico, quindi è giusto ammettere nell’albo d’oro le tele rivolte in questa direzione da Fattori, Lega, Cabianca. Caso mai, un discrimine si compie solo a partire dalla metà dei ’30, dopodiché diventa quasi obbligatorio lasciar cadere il soggetto storico e calarsi per intero nel vedutismo, come fa proprio Telemaco Signorini, eccellente campione di un nostro impressionismo quasi allo stato puro, da paragonare con i migliori esiti, se non proprio di Monet, almeno di Sisley. E dietro di lui viene la perfetta squadra degli Abbati e Sernesi, sulla cui linea del resto si attestano rapidamente anche i già ricordati Fattori e Lega e Cabianca, con l’aggiunta di Banti. Oltretutto, la “macchia” possiede perfino un impulso anticipatorio, ovvero si stabilisce il cortocircuito “novantico”, per cui se per un verso si guarda alle geniali tarsie dei quattrocentisti, per un altro ci si lancia in avanti ad anticipare certe soluzioni di “à plat” degne di quel transfuga dall’ortodossa impressionista che fu Gauguin, una strada su cui il troppo frantumato e rabbrividente Monet non poteva certo procedere. Su questo exploit tornese potrebbe piovere il commento di “troppa grazia, S. Antonio”, ovvero in un pur legittimo e apprezzabile intento di allargare le maglie si è finito per mettere troppa carne al fuoco, per esempio, che ci fa Fontanesi, in questa rassegna? O meglio, intendiamoci, se insistiamo a perorare la causa di un impressionismo che varca le frontiere, certo al vedutista reggiano-piemontese si addice del tutto una collocazione in questa schiera, ma il suo fare a “salice piangente”, è quanto ci possa essere di più lontano dalla strategia della “macchia”. Se è lecito, e addirittura doveroso, predicare a favore della causa di un impressionismo unificato, però bisogna anche ammettere che ci furono tante vie per giungere a quell’esito, e quelle seguite da Fontanesi furono sue proprie, come del resto anche quelle della Scuola di Rivara, con in testa Carlo Pittara e il suo solido realismo, per cui anche questa sezione è forse alquanto fuori luogo. Ma in questa materia vale il motto “melius abundare quam deficere”, come succede ampiamente nella mostra torinese che si sta per aprire.
I macchiaioli. Arte italiana verso la modernità, a cura di C. Acidini e V. Bertone, Torino, Galleria d’Arte Moderna e contemporanea, fino al 24 marzo. Cat. 24 ore cultura.

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Letteratura

Tamaro, un giusto canto d’amore

Non ho mai mancato di dichiarare un certo interesse, e talora anche una cauta adesione alle opere via via stese da Susanna Tamaro, a cominciare da quella che l’ha intronizzato, il “Va’ dove ti porta il cuore”. Un atteggiamento alquanto curioso, da parte di un critico considerato “cattivo”, tanto che, voglio sperare, è solo questa la ragione che mi ha espulso da tutte le sedi a stampa della repubblica delle lettere, con la sola eccezione della rivista “L’immaginazione”. O invece è una mia totale imperizia e mancanza di capacità critiche? Certo è che, invece di allearmi al coro di deplorazioni con cui è stata accolta la Tamaro, e proprio a cominciare da quel suo primo successo, io ho continuato a chiosarla benevolmente, soprattutto in favore del penultimo “Illmitz”, per cui mi sono permesso di osservare che la scrittrice in quel caso ha opportunamente rovesciato il punto di vista, non facendo più parlare una nonna, bensì un giovane, magari proprio il o la nipote che la nonna aveva tentato di raggiungere col suo flebile lamento. Meglio insomma un asse diretto, la parola ai giovani, immersi in uno stato di bisogno, di disagio, sia psichico che materiale, mentre i parenti, soprattutto i genitori, si mostrano lontani e indifferenti, e non si salvano neppure le nonne, così da smentire il quadretto idillico suggerito dal successo iniziale. Tutto ciò affidato anche a motivi di narrazione, a deambulazioni, casi di vita, come vogliono le regole del “plot”. Ora invece, in questo “Il tuo sguardo illumina il mondo”, la Tamaro accorcia ancor più le distanze, ci parla in prima persona, si cala nei panni dell’”autofiction”, quasi stendendo pagine di diario. Anzi, la nonna non solo è lontana ma rientra nel capo d’accusa lanciato in genere contro tutti i parenti, ance se poi tra le righe la scrittrice deve riconoscere che è stata proprio l’ava in apparenza lontana e indifferente ad avere la buona idea di farla partecipare al concorso per il Centro Sperimentale di Cinematografia, da cui è partito il cursus honorum della Nostra. Che comunque qui punta a dialogare alla pari con un partner, con il poeta Pierluigi Cappello, che ammetto di non conoscere, di non aver mai letto, ma poco importa, dato che questo monologo si rivolge a una persona che giace in un letto d’ospedale, immobilizzato in carrozzella, e del resto non è un canto d’amore fisico, di un qualche rapporto sessuale consumato. La narratrice dichiara un abbastanza palese rapporto di omosessualità con una vigile governante-badante che le è al fianco, e le permette di tuffarsi in deliziose riflessioni a contatto col mondo vegetale e animale. Sono proprio le sensazioni ed emozioni suscitate da questi rapporti a costituire il meglio di una confessione, emessa da chi dichiara di partecipare a un “apprendistato entomologico”. Forse potrei invitare la Tamaro ad andare a leggersi i saggi che Maurice Maeterlink, nella fase tarda della sua carriera, e chiusi i capitoli della poesia e del teatro, ha dedicato al mondo degli insetti, formiche, api, termiti. E’ questo il versante del cosmo che suscita nella scrittrice le migliori metafore, come quella di paragonarsi ai canarini che i minatori di un tempo si portavano al fondo delle miniere in quanto quelle bestiole erano le prime ad avvertire quando l’aria diveniva irrespirabile per lo sprigionarsi di gas, interrompendo il canto. Fuor di metafora, ad allarmarci sono i gas, i miasmi che emanano da tutta la nostra presente civiltà, piena di prodotti artificiali, lontani dalla genuinità di ciò che è semplice e naturale. A differenza dei minatori di un tempo, la Nostra, beninteso, non è tenuta a sprofondarsi nel sottosuolo, ma certo basta frugare in superficie i segreti dei boschi, dei ceppi che magari sembrano morti, ma svolgono ancora malgrado tutto un “irresistibile nursering”, ospitando il nido di qualche minuto e indifeso animaletto. Un’altra efficace metafora è quella secondo cui. per simpatia verso il poeta cui va la sua triste elegia, anche lei è come si ponesse in una “sedia a rotelle interiore”, un po’ come succede, in una bella novella di Mauro Covacich, a quel triste amante che si fascia gli occhi con una benda per condividere la cecità della sua beneamata. In fondo, lo stesso “amor di terra lontana”, l’infelice poeta Cappello, corrisponde al canarino piazzato nel bel mezzo del nostro ginepraio, a denunciare i pericoli di asfissia che ne emanano.
Susanna Tamaro, Il tuo sguardo illumina il mondo, Solferino, pp. 205, euro 15.

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Attualità

Dom. 21-10-18 (Leopolda)

Non partecipo alla Leopolda, e del resto, chi mai ascolta la mia vocina sommessa, lanciata nel vuoto? Comunque, mi permetto di riassumere quanto voglio sperare che venga detto in questa occasione, che è anche la sintesi di tanti miei precedenti interventi, volti a parare i guai da cui è scaturito il consenso popolare tributato a Lega e M5S.
Primo, pensioni, revisione legge Fornero. Trovo madornale che la UE non abbia proceduto per prima cosa a fissare un’età pensionabile uguale per tutti gli Stati membri. E’ inutile predicare il rispetto di certi parametri economici se poi si permette di mandare all’aria i rispettivi bilanci con date diverse di pensionamento. E’ chiaro che il popolo plaude all’idea che si vada in pensione a 62 anni invece che a 66, ma ci vuole appunto una regola perentoria per impedire l’arbitrarietà di decisioni in questo ambito cruciale:
Secondo. Assenza di lavoro giovanile, ragion per cui la grande massa degli elettori dai 18 anni fino ai 30 e oltre hanno votato M5S. Bisogna che lo Stato, seguendo l’esempio decisivo del new deal roosveltiano, intervenga con massicce assunzioni. Io domenica scorsa ho indicato un limitatissimo intervento, di assegnare tante quote per cattedre universitarie quanti sono gli idoneati promossi nei concorsi nazionali. Roba da poco, cui il MBC dovrebbe aggiungere ben più abbondanti assunzioni, in accordo con Comuni e Regioni. Più in genere, diamo uno sbocco alla riforma universitaria del tre più due, che attualmente non serve a nulla, in quanto dopo il triennio non è prevista alcuna possibilità di assunzione, nelle scuole, negli ospedali, nella tutela del territorio e dell’ambiente. Tutto ciò, ovviamente per respingere la sterile linea assistenzialista del reddito di cittadinanza, che è la promessa di dare soldi in tasca perpetuando uno stato di disoccupazione generalizzata.
Terzo, e più difficile, questione immigrati. Sono cadute alcune ipotesi, come quella di distribuirli tra i vari Paesi, che non li vogliono. O di cercare la collaborazione della Libia, per farle impedire le partenze e trattenere in luoghi appositi gli aspiranti all’immigrazione via mare. Diciamo pure che la politica tentata da Minniti in merito è senza sbocco. L’unico esempio è dato da quanto l’UE ha fatto verso la Turchia, dandole una cospicua sovvenzione per farle trattenere gli immigrato, e così chiudendo l’esodo verso l’Occidente. I Paesi di quell’area si sono tutelati, l’unica sarebbe di fare lo stesso con noi, di farci divenire il luogo di accoglienza degli immigrati, e di una loro redistribuzione, ma sensata, a ragion veduta, come di un enorme ufficio di collocazione. Invece li lasciamo evadere dai nostri centri di accoglienza, a errare per le nostre strade, il che ha allarmato la popolazione e l’ha portata ad aderire in massa al discorso xenofobo di Salvini.

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Arte

Vale sempre la pena di rivedere Carrà

Confesso che sono stato alquanto indeciso se riesaminare i casi fin troppo noti della carriera di Carlo Carrà, ora presentati quasi al completo in una mostra al Palazzo reale di Milano, oppure se trascurarli, come una delle troppe repliche che i nostri musei dedicano a personaggi resi obsoleti per un numero eccessivo di visite, si pensi, poniamo, a Mirò, Magritte, Chagall, fino magari al pur grande Modigliani. Ma in definitiva Carrà non è scivolato nell’elenco di questi nomi alquanto logorati, e bisogna riconoscere che almeno fino al 1930 ha scandito le tappe essenziali della nostra arte, magari a lungo con un ruolo di luogotenente, accanto a Boccioni, negli anni ruggenti del Futurismo milanese, ma col compito di ammorbidire, graduare, “tonalizzare”, laddove il compagno più ardito urlava coi suoi colorismi sfacciati, mentre il nostro Carrà era quello che andava più vicino al Cubismo ben temperato soprattutto di Braque, meritandosi fin da quel momento il consenso di Roberto Longhi, che non gli sarebbe più mancato. Poi, al momento della grande crisi della prima ondata del Futurismo, Carrà è stato il primo a uscire allo scoperto, già nel ’15, quando invece Boccioni ancora tergiversava e non sapeva bene dove andare a parare. Invece il Nostro fece il passo più ardito della sua carriera, mettendo anche da parte il suo fare morbido e ben levigato, tuffandosi vertiginosamente indietro nel tempo, fino a resuscitare soluzioni di un arcaismo barbarico, stampate nel vuoto. Ecco così le proposte volutamente sgangherate della ”Carrozzella”, dei “Romantici”, del “Fiasco”, con cui tendeva la mano ai cugini fiorentini di “Lacerba” rispolverando anche lui soluzioni di un atavismo quasi contadino. Ma forse non gli era adatto un ruolo di capofila, e così si lasciò attrarre, attorno al’16, dall’esempio di De Chirico, che procedeva inesorabile nel suo compito di risuscitare i fantasmi del museo, ma ricorrendo a una tavolozza estrema, volutamente stonata, da “pittore d’insegne”, il che gli valse l’ostracismo di Longhi. Invece, se anche Carrà sotto l’influenza di De Chirico sentì l’obbligo di risalire un po’ la china e di portarsi a frequentare immagini quasi classiche, rotondeggianti, di severa plasticità, lo fece pur sempre curando una pulizia di tavolozza, il che appunto gli confermò l’appoggio di Longhi, e in questa Metafisica dai toni sobri e puliti si portò dietro pure Giorgio Morandi, in tacito, elegante contrappunto rispetto alle soluzioni estreme care a De Chirico. Tanto è vero che poi sia Carrà che Morandi se ne allontanarono, lasciando che il socio temporaneo procedesse da solo nel suo cammino di risvegliare i morti, ma con baci pungenti, velenosi, dissacranti, il che peraltro gli avrebbe permesso di risalire a galla periodicamente, sul filo dei decenni. Invece Carrà fece un passo indietro, fino a soluzioni di un verticalismo estenuato quasi da dirsi gotico, e venne quel capolavoro assoluto che sono le “Figlie di Loth”, stranamente non presente in mostra. Ma il suo robusto plasticismo, sempre alleato a un altrettanto sicuro tonalismo, faceva di lui un membro che avrebbe potuto entrare nella pattuglia del “Novecento” della Sarfatti, degno di essere messo alla testa di quel gruppo, forse addirittura meglio di un Sironi, per esempio. E forse anche meglio del compagno Morandi, che lo aveva seguito sulla medesima strada di cauto allontanamento dalle soluzioni più clamorose della Metafisica dechirichiana. Col vantaggio, rispetto al Bolognese, che Carrà non disprezzava certo il tema di figura, e anzi sapeva erigere dei feticci corposi, voluminosi, a sfida proprio di Sironi e degli altri del Novecento, e pur essendo di origini spiccatamente terragne, riusciva perfino a trattare il mare, ma visto come una specie di livida lavagna, cui affidare la sorte di imbarcazioni fragili, pronte a tracciarvi un solco. E così via, fino almeno alla soglia del ’30 il cammino di questo maestro è continuato sicuro, pur con debite e opportune svolte e cambiamenti di pedale. Ma purtroppo il ’30 è stato quasi un limite proibito, per gran parte dei Maestri del primo Novecento, e non solo per gli Italiani, il referto vale anche per gli stranieri più reputati, caduti quasi tutti nella maniera di se stessi, in una reputazione neppure troppo “differente”, e sono proprio le mostre da evitare, anche per non oscurare i loro passati anni di gloria. Dopo il ’30 Carrà è regredito, fino a soluzioni tardo-ottocentesche, quasi sul tipo di quelle dei Macchiaioli, in una produzione accanita, ma ormai priva di una vera necessità, intenta a fare la eco di sé, tuffandosi in soluzioni più tradizionali e risapute.
Carlo Carrà a cura di Maria Cristina Bandiera, Milano, Palazzo reale, fino al 3 febbraio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Christian Raimo: una “perfetta” mediocrità

Il recente romanzo di Christian Raimo, “La parte migliore”, rientra perfettamente nell’ambito di quello che Spinazzola chiamerebbe un Italian New Realism, e io un realismo con due “neo”, per distinguerlo da quello infausto di altre stagioni, Ma purtroppo nell’epiteto di “perfetto” che gli attribuisco sta il veleno, la narrazione si adatta a un simile verdetto in modi freddi e plumbei, invano vi si cercherebbe quel tratto di ironia divertita che risultava, fin dal titolo, in una prova precedente, “Tranquillo prof la richiamo”, dove protagonista era un docente ma tipicamente “imbranato”, un inetto della più bella specie, che però proprio per questa evidente sua mancanza si faceva perdonare dagli allievi, pronti anzi ad adottarlo, a fargli da sponda, a coprirlo in tutti i limiti conseguenti a un simile stato di disagio psichico. Qui invece i protagonisti sono del tutto mediani, mediocri, perfettamente rispondenti alle qualifiche, ai guai e torti che gli spettano, secondo il manuale di un vivere quotidiano, nel segno dell’attuale società che certo è in preda a “nuove povertà”, ma non senza che una residua presenza di stato assistenziale faccia una sua parte. Vediamo le varie “dramatis personae”, cominciando da Laura, una giovane non ancora maggiorenne cui le capita il guaio più prevedibile, ai nostri giorni, anche a livello di statistica, di scoprirsi cioè incinta, senza sapere bene neppure come, quando, ad opera di chi la cosa sia successa, ma anche in questo caso potremmo replicare il titolo dell’opera precedente, “Tranquilla, Laura, ci pensa lo stato sociale a risolverti il caso”. E c’è una madre, Leda, anch’essa perfettamente in regola con le statistiche attuali, cioè divisa dal marito, provvista di un nuovo compagno, occupata in un lavoro decoroso che se non le dà un pieno agio e tranquiliità economica, non la lascia neppure nelle strette del bisogno, una eventualità che il codice dei nostri giorni in genere non ammette. Dovrà occuparsi, tra un impegno e l’altro del suo lavoro, a risolvere i casi della figlia. Che del resto non resta accasciata sotto il colpo del destino, come avveniva una volta alle povere giovani che si scoprivano messe incinta loro malgrado, con le tristi soluzioni di dover ricorrere a delle mammane, o addirittura di abbandonare il figlio della colpa in qualche cassonetto. Il che, beninteso, ci dicono le cronache, succede ancora oggi, ma non è di bon ton occuparsene, oppure appunto vuol dire indietreggiare a soluzioni di vecchio e datato patetismo di altri tempi. Ora anzi l’adolescente incinta si può permettere una vita di tutto agio, non mancando di frequentare festicciole, con relative possibilità di sballo. Del resto, non è neppure del tutto assente il padre di lei, anche se abbandonato dalla moglie, e portatore di una colpa non ben precisata, per cui si è autoinflitto la punizione di stare lontano dalla figlia, ma non completamente, infatti mantiene, o tenta di riallacciare, con lei un dialogo, affidato a lettere fin troppo concettuali, ben scritte. Ma si sa, i poveri diavoli di questa scena neo-neorealista non sono degli ignoranti analfabeti, hanno pur fatto qualche studio e qualche buona lettura, Probabilmente Raimo si è avveduto di quanto fosse piatto e privo di sussulti l’andamento di questa sua narrazione, e allora ha voluto inserivi un motivo drammatico, catastrofico. Infatti sui tre membri di questo menage incombe un “vautour”, un avvoltoio, la scomparsa in tenera età di un rispettivamente figlio e fratello. Adriano, il cui ricordo incombe su di loro quasi ad ogni passi, e forse costituisce appunto “la parte migliore” della loro esistenza, anche se sommersa, virtuale, ma ossessiva, rimbalzante quasi per via onirica. Forse però era meglio che questa presenza assillante rimanesse confinata nei limiti della mediocrità che incombe sull’intera prova, meglio pensare che a sopprimere Adriano fosse stata una malattia, o un incidente d’auto. Invece, inopinatamente, e quasi in fase finale, l’autore ha deciso di dare a questa morte remota una dimensione eccezionale, ma in modi inverosimili, impropri. La famigliola, quando era ancora felicemente unita, ha avuto la visita di un parente peccaminoso, addirittura con simpatie brigatiste, portatore di una rivoltella che ha lasciato sul tavolo, consentendo a Adriano di impadronirsene e di usarla contro di sé, in un suicidio come gesto gratuito e immotivato. Evento tragico che troppo tarda a scoccare, fuori tempo massimo, anche se pretende di far avvertire la sua presenza a ritroso sull’intera vicenda.
Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi, pp. 205, euro 18,50.

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Attualità

dom. 14-10-18 (idoneazioni)

Faccio tacere una volta tanto la mia “vox clamantis in deserto” rivolta a denunciare il misfatto del Presidente Mattarella che ha regalato il Paese al duo di malfattori Salvini-Di Maio, nonostante che avessero del tutto proclamato il piano criminoso di portarci sull’orlo della bancarotta. Affronto invece un tema più in linea con la mia vecchia professione di docente universitario, anche se ai mie tempi non esisteva la modalità dell’idoneazione nazionale dei candidati a qualche avanzamento nei posti di insegnamento. Ora si deve acquisire una specie di abilitazione ai due ruoli di ordinario e di associato, con prove affidate a commissioni che lavorano on line, con l’obbligo di mettere poi in rete i rispettivi verdetti. Non ci sono limiti di posti, il che consente a queste commissioni di largheggiare nelle promozioni. Infatti, fino a questo livello, il sistema funziona bene, le commissioni si riuniscono abbastanza presto, e la messe degli idonei è larga. Ma poi i promossi devono affrontare delle colonne caudine, in quanto l’idoneità raggiunta è solo un primo passo, devono poi trovare qualche dipartimento dei vari Atenei che sia disposto a chiamarli, avendo nella sua dote la relativa quota di assunzione. La cosa è abbastanza facile quando si tratta dell’avanzamento di persone già incardinate, di ricercatori che sono stati promossi al rango di associati, e di questi ultimi dichiarati ordinari. Ma diventa invece difficile per chi è fuori dal sistema, e dunque esige una quota intera. Molti dunque degli idoneati restano fuori, sono costretti a lunghe attese, con l’ansia che i termini di validità del titolo raggiunto possano scadere. Sarebbe molto semplice ovviare a questo stato di cose, con un provvedimento che per giunta andrebbe del tutto nel senso di dare lavoro ai giovani e di evitare la fuga dei cervelli, che sono finalità proclamate a piene lettere da tutti i governi, compreso il precedente, quindi una volta tanto la mia non è un’accusa all’attuale governo gialloverde. Basterebbe mettere a disposizione una quota, che non ritengo molto rilevante, tale che ci fosse un posto per ogni idoneato, a prescindere dalle disponibilità esistenti presso i singoli dipartimenti e atenei. A questo modo l’assunzione sarebbe assicurata, si tratterebbe solo di aspettare il proprio turno, ma con l’animo tranquillo, sapendo che prima o poi questo arriverebbe. Non credo che la spesa per istituire un provvedimento del genere sarebbe eccessiva, d’altra parte esso andrebbe in una direzione del tutto giusta, in linea con i vari proclami annunciati, che però restano il più delle volte soltanto delle proclamazioni emesse a vuoto.

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Arte

Un’opera fondamentale di Bruce Elder

Ricevo un poderoso saggio dello studioso canadese Bruce, Elder, “Cubism and Futurism”, di ben 667 pagine, che conferma la straordinaria sintonia di pensiero esistente tra me e lui, risultante attraverso varie vie, anche a dimostrazione di una sua altrettanto limpida e rara onestà intellettuale che lo porta a riconoscere i miei contributi, invece di trascurarli, come fanno tanti altri al suo posto. Tanto per cominciare, questo saggio fondamentale reca nel quarto di copertina una mia frase in cui riassumo i punti di concordia tra le nostre due navigazioni, non ostacolate dalla barriera linguistica. Purtroppo poco di mio è tradotto in inglese, tra cui però quello che anche per me risulta essere un saggio di primaria importanza, “The Science of Culture and the Phenomenology of Styles”, apparso in inglese presso la McGill University Press di Montreal, Canada, e da lui ampiamente citato, ma in altri casi non ha evitato di tradurre nella sua lingua qualche brano importante dal mio italiano. E ci sono stati anche gli incontri diretti, due pienamente riusciti, un terzo invece “mancato”, con mio grave danno. A stringerci in una specie di patto d’acciaio è il comune riconoscimento dell’importanza da assegnare al suo concittadino Marhall McLuhan, che fu a lungo il faro universitario di Toronto, nelle cui file anche Elder ha militato fino a poco tempo fa, prima di andare in pensione. E proprio un incontro in vicinanza dei cento anni dalla nascita del grande McLuhan, tenutosi a Bologna a cura di un infaticabile studioso, “eroe dei due mondi”, Paolo Granata, mi aveva permesso di cominciare a constatare di persona la sintonia esistente con Elder. Poi, lui stesso avrebbe dovuto dirigere il mio “pannel” in un convegno-monstre che proprio Toronto ha voluto organizzare per celebrare come si deve il suo grande figlio, ma l’intento di strafare ha rovinato quell’occasione, a cui sono stati invitati troppi studiosi, mossi soprattutto dall’aspirazione di piazzare qualche “paper” per rimpinguare i loro cv con qualche titolo in più. Ma proprio una simile abbondanza di testi ha affondato quell’imbarcazione indecisa, come succede quando una zattera è presa d’assalto da una folla tumultuante, fino al punto che gli atti non ne sono mai usciti. Io, per la scarsa notorietà del mio stato di servizio in onore dell’eroe di quel convegno, ero stato relegato in una delle tante sedute poste in parallelo, a strapparsi il pubblico tra loro. Ma se Elder avesse potuto tenere le redini di quella in cui comparivo e di cui avrebbe dovuto essere il direttore, forse sarebbe riuscito a far affluire un po’ di attenzione sul mio “paper”. Invece una indisposizione temporanea lo sottrasse a quel ruolo, condannando il mio intervento a cadere nel vuoto, dato che pretendeva di volare un po’ troppo “alto” rispetto al basso livello generale dei concorrenti, che si limitavano a celebrare in McLuhan il risaputo sostenitore dei mass media, della Tv e di tanti altri gadgets similari, mentre io, in linea col mio appoggio trentennale, cercavo di dargli piena dignità filosofica, fino a farne un erede del pensiero di Kant e della sua rivoluzione epistemologica, la conoscenza come sintesi a priori tra la componente soggettiva e la presenza dell’informe massa plastica del reale. Infine, un incontro pienamente soddisfacente tra di noi è avvenuto qualche anno dopo, quando sono andato proprio alla sua Università a Toronto, Ryerson, a parlare delle esperienze di videoarte che conduco dal 2006 a Bologna, e che sono del tutto corrispondenti alle ricerche di cinema d’avanguardia di cui Elder è instancabile fabbricatore, come ha dato prova in quell’occasione. Questa nostra sintonia si stabilisce sui seguenti punti: entrambi concordiamo che sul finire del ‘700 è avvenuta una grande svolta, filosofica, epistemologica, tecnologica, ha vacillato l’edificio della scienza “moderna”, di Galileo e Newton, sostituita dai primi timidi esperimenti nel settore dell’elettromagnetismo condotti, tra gli altri, dagli scienziati italiani Galvani e Volta, con la sintesi a priori kantiana a fare da inconsapevole sfondo teorico. I nostri manuali porrebbero in quel momento il passaggio dal moderno al contemporaneo, un termine, quest’ultimo, inesistente nella cultura anglosassone, tanto che io, per rispetto verso di essa, suggerisco di sostituirlo estendendo a dismisura il termine e concetto del postmoderno. Ebbene, Elder è dei pochi, o forse l’unico al mondo, che accoglie in pieno e fa suo questo suggerimento. E ancora, venendo proprio ai due “ismi” evocati nel titolo di questa sua opera enorme, egli riconosce assieme a me i limiti del primo, che certamente ragiona secondo una concezione “aperta” dell’universo, del tutto estranea alla geometria euclidea, ma ha poi il torto di arredare questo spazio in-finito con elementi cubici, come dice proprio l’etichetta con cui è stato battezzato, col che esso rende omaggio al dio macchina. A questo, all’auto da corsa “più bella della Nike di Samotracia”, andava senza dubbio, almeno in partenza, l’’ossequio dei cugini Futuristi, però essi si sono ben presto sintonizzati sull’effetto cinematico, hanno ben compreso che la nuova concezione dell’universo lo voleva posto in movimento. Questa vocazione innovativa viene indagata in pagine e pagine dell’ampia esposizione data da Elder, con una sottigliezza e precisione ineguagliabili, per cui non tento neppure, in questo breve referto, di condurne un qualche riassunto.
Bruce Elder, Cubism and Futurism, Wilfred Laurier Univ. Press, pp. 667.

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Letteratura

De Carlo tra banalità e interventi dall’alto

A Andrea De Carlo non sono mai riuscito a negare un consenso di massima, nel recensire quasi tutti i romanzi usciti dalla sua industre officina, pur riconoscendone i limiti, pronti però a mutarsi anche in punti di forza. Come per esempio quello di valersi di una prosa “scorri via”, senza nessuna pretesa di complicazioni stilistiche, limpida e trasparente come acqua di rubinetto. Ma anche un inesausto sostenitore di una narrativa dotata del bene della leggibilità, Massimo Bontempelli, aveva predicato a suo tempo l’opportunità di costruirla “a pareti lisce”, proprio come quelle erette dal nostro infaticabile narratore, senza pieghe o anfratti cui attaccarsi nello scalarle. E ancora, forse che questa sua inesausta intraprendenza ad abbozzare sempre nuove trame, appoggiate appunto a questa dote o colpa di inespressività, non sembra ricordare il nostro maggior esponente di attitudini del genere, Albero Moravia? Ecco di nuovo un autore cui è andata la mia “lunga fedeltà”, pronta a confermarsi anche di fronte a prodotti magari zoppicanti, nella fretta di innalzare i suoi castelli di carta. Infine, mi aveva pure piacevolmente colpito l’opera prima di De Carlo, quel “Treno di panna” dell’81, in cui, in mezzo a un panorama di prove incerte e confuse, seguite al crollo delle azioni del nostro Gruppo 63, peraltro mai troppo brillanti in ambito di narrativa, avevo ravvisato la presenza di una lucidità, oggettività di scrittura, quasi da riallacciarsi al nouveau roman francese. Era insomma, come se il giovane autore venisse a proclamare un suo “les choses sont jà”, ovvero una perfetta trascrizione della nostra più banale, vile, prosaica realtà quotidiana, Anche se poi, a illuminare tanta apparente banalità e trasparenza, veniva quasi sempre ad accendersi un lampo, a balenare una scintilla di misticismo, una intenzione di riscatto malgrado tutto. Ora sono davanti a questo recente prodotto, “Una di Luna”, al solito di totale piattezza descrittiva. Questa volta il tema dominante è addirittura una sorta di estesa “prova del cuoco” che vede al centro un grande chef, Achille Malventi, con relativi umorosi tic, manie di grandezza, incapacità negli affari che ne segnano la rovina, portando al fallimento il raffinato ristorante che pretendeva di gestire a Venezia. Malventi è un tiranno domestico che regna su moglie e figlia, ma quest’ultima, Margherita, pur non mancando di amarlo e ammirarlo, ha un suo fondo di resistenza indomita. Il clou della vicenda, e anche la fonte di maggiore divertimento per il lettore, è quando il famoso chef, però decaduto, viene invitato a Milano, ospite d’onore in una delle tante trasmissioni televisive di cui è costellato proprio il nostro panorama quotidiano. Sono pagine che scivolano via perfette, tra finti onori tributati alla grandezza appannata del vecchio chef, e invece la volgarità dello scenario, dei mezzi cui la troupe televisiva ricorre per risparmiare, o per ricavare dall’evento gli effetti pubblicitari ripromessi. La figlia Margherita assiste a questo balletto comico divertita come noi, prendendosi però delle pause, delle evasioni, che d’altra parte la portano a infilarsi nelle acque ugualmente mediocri di un supermarket. L’umore atrabiliare di Achille trova il maggior exploit quando, a risarcimento del tempo che gli viene fatto perdere, è invitato a cenare in un super-hotel sottoposto agli arbitri di uno chef ovviamente anche lui super-stellato. Ma a questo punto L’autore innesca, come fa quasi ogni volta, la via d’uscita, infatti tra i vicini di tavola dei due c’è l’arcana presenza di un signore che si dichiara mago di professione, personaggio dall’identità del tutto misteriosa, ma affascinante. Forse De Carlo non sa di aver costruito in questo caso un eroe del tutto simile alla creazione più squisita e ugualmente misteriosa della coppia Fruttero-Lucentini, colui che da loro fu presentato come “L’amante senza fissa dimora”. Una definizione del genere si attaglia alla perfezione a questo misterioso Jules, presenza salvifica che si pone alle costole di Margherita, procurandole il riscatto da una relazione al solito piatta, conforme alla più usuale precettistica della coppia in crisi, che la legherebbe a un tale Luca, Eppure, nonostante il grado mediocre di quella relazione, essa era stata cementata da un evento del tutto eccezionale, infatti quado i due giovani ai primi approcci si erano appartati in un angolo di un’isola della laguna veneta, su di loro era sceso dall’alto addirittura un meteorite. A dire il vero quel segno di mistica prelazione sarebbe stato più conveniente a battezzare l’unione con cui si chiude la storia, tra Margherita e la presenza incognita, forse di un dio in temporanea discesa dal cielo, consistente nel maturo Jules. Al solito, doppio canone interpretativo, è un finale di totale, quasi nauseante prevedibilità, oppure no, è la discesa dall’alto di un deus ex machina, seppure in debiti panni attuali?
Andrea De Carlo, Una di Luna, La nave di Teseo, pp. 268, euro 18.

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