Letteratura

Candidature allo Strega

A conferma della mia pochezza e della scarsa stima in cui sono tenuto, non mi hanno mai chiamato a far parte degli ”Amici della domenica”, come mi pare che ancora siano detti i votanti per il Premio Strega, né del resto ho mai fatto parte di alcuna giuria di premi letteraria. Però mi guardo bene dall’accedere alla sindrome della volpe che si giustifica per l’uva che non riesce a raggiungere dichiarandola “nondum matura”. Fuor di metafora, invece di disprezzare il Premio Strega, ne seguo da lontano le vicende, considerandolo il migliore nei nostri patii lidi, tanto più che negli ultimi anni ha laureato molti narratori cui va il mio plauso, come Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia, e anche altri, pregevoli anche se a me non particolarmente cari. Per la prossima premiazione ho sotto gli occhi una pagina del “Corriere” che elenca ben 54 candidature, con relativi sponsor, numero spropositato, ma in definitiva mi potrei rallegrare proprio di essere “fuori”, e così non sottoposto all’onere massacrante di leggere altrettanti romanzi. Disgraziate le case editrici che avranno l’obbligo di spedire tante copie dei loro prodotti a decine di indirizzi. Comunque, proprio per non comportarmi da ipocrita volpe di fronte al frutto non raggiungibile, entro in campo per trinciare un qualche mio giudizio, magari ribadendo quel poco che riesco ancora a esprimere nero su bianco grazie all’appoggio che mi viene dall’”Immaginazione”, coi miei due “pollici” in su o in giù. Nel penultimo numero uscito ho espresso due pollici voltati in su proprio per due candidati, uno dei quali è Sandro Veronesi, col suo “Colibrì”, senza dubbio un buon prodotto, cui io stesso ho dato un forte gradimento nella mia recensione. Eppure non mi pare che valga la pensa stravolgere certe consuetudini, non so bene se mai lo Strega abbia replicato nelle sue assegnazioni, in ogni caso il ricorrere a una soluzione del genere mi sembra quasi come dichiarare una mancanza, un senso di vuoto, mentre al contrario l’alto numero dei partecipanti sta a significare perfino un “troppo pieno”, in contraddizione con la ben nota crisi del cartaceo che oggi ci affligge. Quindi, nonostante la stima che senza dubbio Veronesi merita per questa sua prova, e le molte altre precedenti ugualmente degne, consiglierei di non affidarsi a un gesto così poco redditizio e propizio. Mentre, scorrendo proprio la lista dei candidati, scorgo ai primi posti un nome degnissimo, Silvia Ballestra, con un titolo rivelativo, “La nuova stagione”, che io stesso ho lodato in un “pollice” a fianco di quello elargito al “Colibrì” di Veronesi, rallegrandomi proprio per il fatto che la scrittrice marchigiana con questa sua ultima prova si è rilanciata, dopo una serie di apparizioni un po’ fuori tono, o rassegnate a ricalcare vecchie piste, a ritornare sui luoghi di passati successi. I quali comunque esistono, e mi pare che non siano mai stati riconosciuti adeguatamente. Penso a capolavori quali “La guerra degli Antò” o “Compleanno dell’iguana”, con cui, agli inizi dei ’90, si è aperta la stagione eccezionale di RicercaRE, di cui appunto sono andati a dama, insigniti cioè dello Strega, i molti menzionati sopra. E dunque, perché non premiare chi è alle origini di quella fortunata serie? Oltretutto sarebbe anche una giusta via per dare la palma a una voce femminile, di sempre rara presenza nell’elenco dello Strega, credo che si debba andare molto indietro negli anni per trovarne una. Mi si potrebbe obiettare che in lista c’è pure Valeria Parrella, col suo “Almarina”, su cui ho dato da qualche parte un giudizio abbastanza positivo, del resto anche il suo patrocinante, Nicola Lagioia, fa parte della lista gloriosa degli emersi a Reggio Emilia. Ma si scopre che questo romanzo era già uscito prima della proclamazione dell’anno scorso, e dunque si riscontrano ragioni di inopportunità simili a quella che dovrebbe impedire di votare Veronesi, seppure per altre ragioni. Sconsiglio poi vivamente Gian Arturo Ferrari, che mi sembra appartenere alla categoria di chi, forte di solide posizioni di apparato, cerca di trasformarle in titoli spendibili sul mercato del successo letterario. Ho detto altre volte che, mentre un tempo i potenti, a cominciare dallo stesso Lorenzo il Magnifico, cercavano di acquisire titoli di gloria praticando la poesia, oggi lo fanno nell’ambito della narrativa, più spendibile a livello pubblico.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

Dom. 8-3-20 (virus 3)

Siamo ancora immersi nel “pasticciaccio brutto” del corona virus, per cui dovrei ripetere quanto già detto nei domenicali precedenti. Comunque, riassumendo, o si dimostra che in Italia, in Lombardia, si è impiantato un ceppo autonomo di quel virus, ma non si capirebbe chi ce lo ha fatto piovere addosso, il destino, una contraria congiunzione di astri? O questa possibilità non esiste, il virus ha preso massiccia origine a Wuhan e dintorni, e allora siamo stati noi a non gestirne bene gli arrivi dalle nostre parti, a differenza degli altri Paesi del mondo intero, con eccezione della Corea, ma per ovvie ragioni di vicinanza con la fonte prima dell’infezione. E dunque, è colpevole l’intera sfornata dei nostri pseudo-tecnici, a cominciare dal vacuo, occhi spenti, linguaggio involuto e incomprensibile, Borrelli, responsabile della protezione civile. Noi dovevamo procedere alla ricerca dei provenienti dalla Cina obbligandoli alla quarantena protettiva. Chiudendo invece in sacche i constatati casi positivi, come è avvenuto a Lodi e dintorni, e ora addirittura in un’intera regione, la Lombardia, abbiamo trasformato questi luoghi in delle specie di navi da crociera, di quelle da cui soprattutto gli italiani hanno il divieto assoluto di scendere, ma con l’effetto di contagiare tutti gli altri imbarcati, costretti a una vicinanza forzata. Oppure, altro fattore rovinoso, come ha detto col buon senso che lo distingue il conduttore domenicale di “questa non è la Rai”, Massimo Giletti, abbiamo ecceduto nei controlli, nell’applicazione dei tamponi. Ricordiamoci del detto “chi cerca trova”, o di una possibile variante del “cherchez la femme”, che diventa “cercate con pervicacia i portatori di questo virus”, anche per cenni minimi, senza riuscire a distinguere tra loro e la banale influenza stagionale. Quanto ai morti, siamo all’umor nero, in quanto ce ne snocciolano i numeri, ma accompagnandoli per lo più dall’avviso che sono anziani e vittime di gravi patologie. Dunque, qual è l’influsso del corona virus, in quale percentuale entra nell’esito infausto? Per favore, dateci i numeri statistici della mortalità dei mesi invernali, quale si è verificata negli anni passati. Solo una eventuale eccedenza potrebbe divenire la spia di un preciso influsso del virus. Ci siamo consolati con l’assurda pretesa di non essere stati i malaugurati affossatori di noi stessi, ma al contrario i bravi e prudenti primi della classe, che hanno fatto i compiti col rigore che ci voleva. Ma gli altri non ci hanno seguiti, la malattia oltre frontiera non si è estesa a macchia d’olio. Dovunque sono pronti ad additarci come colpevoli, rifiutando la nostra presenza, e perfino quella dei nostri prodotti alimentari. Eravamo già gli ultimi della classe per sviluppo economico, ora lo siamo per scarsità di igiene, per attitudine alla malattia, divenuti una misera congrega di untori che ogni paese civile allontana con sdegno da sé. Qualcuno, a posteriori, dovrà pagare per un esito così disastroso.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

Una eccellente antologia degli scritti di Aurier

Lodo senza riserve la decisione presa da tre miei ex-allievi, in ordine alfabetico Elisa Baldini, Gian Luca Tusini e Giuseppe Virelli, di curare un’antologia degli “Scritti d’arte 1889-1892” del francese Albert Aurier, fermi a quella data per la precoce morte dell’autore, che fu anche poeta, creatore per conto suo. Conoscevo bene il celebre manifesto che egli aveva desunto dall’esame dei dipinti rivoluzionari di Paul Gauguin, una carta dottrinale del Simbolismo, o, per dirla più da vicino agli aspetti visivi, dell’Art Nouveau e delle altre etichette confluenti. Presso di noi si parlò soprattutto di Liberty. In definitiva l’occuparmi a fondo di quell’incontro di sigle è stato il mio primo impegno storiografico, svolto nei lontani anni Sessanta. Ma mi era sfuggita, o non vi avevo pensato abbastanza, la “Prefazione” con cui Aurier aveva aperto un’antologia di se stesso curata con le proprie mani, dove giustamente se la prende col metodo fin lì dominante della critica di impostazione positivista, che vede concentrata negli interventi della triade triade Taine, Sainte-Beuve, Hennequin. Confesso che quella lettura mi ha reso cogitabondo, mi sono chiesto cioè se per caso il metodo da me tanto conclamato di materialismo storico culturale o tecnologico non possa offrire il fianco ad accuse similari, ma per fortuna mi sono risposto di no. Il limite pesante di quei tre storiografi è stato di rimanere vittime del determinismo, il male oscuro che ha macchiato la loro impostazione, cioè la tendenza a riportare il complesso al semplice, anzi, all’elementare, a un piano zero di cause basse, fisiche che influiscono su tutti gli sforzi di svincolarsene, per cui il livello delle idee, delle invenzioni innovatrici, resta invischiato entro quel letto di procuste. Secondo le loro concezioni, non ci si libera dai condizionamenti succhiati addirittura col latte materno. Resta tipica in tal senso la riflessione che Sainte-Beuve indirizza ai danni di Baudelaire, ne riassumo il senso, senza andarne a citare pari pari le parole: “figlio mio, devi aver ben sofferto da piccolo, per diventare così acido verso tua madre!”. Una balordaggine, una negazione che il talento emergente riesca a fiutare l’aria attorno a sé e a cogliere i lieviti di novità che vi si affacciano, come in effetti fu nel grande Baudelaire, capace di presagire tutte le novità psicologiche ed epistemologiche che avrebbero costituito l’anima del contemporaneo (anche se lui non conoscevo quel termine e si batteva per un “moderno”, comunque ben diverso da quello positivista, legato alla strategia di “un passo per volta”, negando la possibilità di coraggiosi balzi in avanti). Invece la mia metodologia, auspici i numi tutelari di McLuhan e Goldmann, predica la parità tra i vari livelli, ovvero le idee, nell’arte e nelle scienze, non vengono “dopo”, nascono alla pari delle svolte tecnologiche, sorreggendosi reciprocamente. E dunque, per venire all’esempio primario su cui indaga Aurier, magari per qualche anno Gauguin resta “condizionato”, imbrigliato nel fare analitico, pesantemente mimetico, che eredita dai fratelli maggiori Impressionisti, ma poi, seppure a fatica, spicca il volo, passa da un fare faticosamente analitico alla sintesi, come gli riconosce appunto il suo intrepido commentatore. E un medesimo criterio si comunica anche all’idealismo, per cui i vari Gustave Moreau e Arnold Boecklin avevano solo compiuto una sostituzione tematica, abbandonando i soggetti bassi e volgari a vantaggo di temi alti, ma trattandoli col medesimo passo analitico e perfetto mimetismo, per cui in definitiva non c’era molta differenza rispetto a un volgare Spaccapietre dipinto dal loro rivale Courbet. E dunque, bisognava accorciare il tiro, parlare di “ideismo”. Ma perché quella stretta, quel prevalere di un passo sintetico? Qui viene meno l’aiuto di Aurier, che in definitiva si limita all’avvistamento, a dichiarare che è così perché è così, e di questo gli va dato grande merito, infatti il critico militante deve fiutare l’aria attorno a sé, cogliere a volo la novità, che non deriva da quanto già esisteva ma cambia le carte in tavola. Qui però bisogna entrare in una navigazione più ampia di quanto non fosse alla portata del nostro Aurier, f la sintesi appare già sul finire del Settecento, col giudizio sintetico a priori affermato da Kant, in cui forse c’è la eco di una intuizione del campo elettromagnetico, la nuova realtà tecnologica che sconfiggerà il fare mimetico-analitico in cui aveva sostato quasi tutta l’arte ottocentesca. Anche se poi, come fu nel destino dell’intero Simbolismo, il giovane testimone di quella nuova modalità di pensare e di agire rimase sospeso tra terra e cielo, intuì che le istanze soggettive dovevano svincolarsi dall’asservimento ai dati fisiologici, affermare un loro impulso autonomo, come sarebbe accaduto di lì a poco con Freud, ma era inutile che quella giusta esigenza di soggettività guardasse verso l’alto, verso le stelle, meglio scavare in basso, aprire le porte all’Inconscio e simili. Per questo verso il soggettivismo, e lo stesso simbolismo predicati da Aurier, rimasero prigionieri di una rivoluzione mancata, bloccata a metà della sua parabola. Si aggiunga che era pure giusto mettere nel mazzo delle facoltà innovative il dovere di fare posto alla decorazione, anche se al momento, e nei decenni successivi, la tecnologia dominante delle macchine avrebbe preteso di soffocare quei vagiti. Dovremo quindi attendere i nostri tempi, addirittura il postmoderno, per avere la liberazione dal dominio dell’industrialismo pesante e per vedere riaffacciarsi quella esigenza di concedere via libera all’ornamento. Ma nonostante certi inevitabili limiti, la riflessione di Aurier permane valida, apre le porte al nuovo; e del resto, anche se solo su Gauguin riuscì a esprimersi al meglio, anche i giudizi su altri artisti, benché meno consentanei alla sua impostazione, sono acuti e ben centrati. Si leggono utilmente le pagine dedicate a Pissarro, Renoir, Monet, Van Gogh, Carrière, e si deve approvare l’abominio scagliato contro Meissonnier, in definitiva un pittore ligio ai precetti del passato regime, schiavo di un descrittivismo asfittico.
Gabriel Albert Aurier, Scritti d’arte 1889-1892, Mimesis, pp. 218, euro 20.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

Canepa: una mancata tempesta

Mi fa piacere che Emanuela Canepa, alla sua seconda prova, “Insegnami la tempesta”, dopo “L’animale femmina” con cui nel 2018 aveva riportato il Premio Calvino per opere inedite, stia avendo un buon riscontro, ne ho visto apparire varie recensioni di tono positivo. Nel quadro del fertile scambio tra quel Premio e RicercaBO, assicurato dal presidente del Calvino, Mario Ugo Marchetti, la Canepa quell’anno era venuta al nostro incontro a leggere un brano della sua opera prima, ma, data la complessità di trama, era proprio un tipico caso in cui una lettura parziale non riusciva farci capire di che cosa di preciso si trattasse, comunque appariva già l’incongruenza del titolo, in quanto spiccavano in primo piano due presenze maschili, intuitivamente legate tra loro da un rapporto omosessuale. In seguito, uscito a stampa il romanzo, ne avevo potuto effettuare una lettura completa, e addirittura dedicarle una recensione, su invito dell’amico Marchetti, affidata all’”Indice”, ma nella sua versione on line, che a me appare, al pari di ogni altra destinazione del genere, come una sorta di bottiglia affidata al mare, chissà se mai riemergerà e qualcuno la raccoglierà. Comunque, avevo scorto che una presenza femminile c’era, balda, giovanile, pronta a contestare la prepotenza dell’”animale maschio”, che si era spinto fino al delitto. Di fronte a questa nuova prova, comincio col notare l’assoluta inadeguatezza del titolo, “Insegnami la tempesta”. Ma di quale tempesta si parla? Non ce ne sono i presupposti, perché scompare quel rapporto pugnace uomo-donna che vivacizzava il romanzo precedente, qui ci si trova tra “Donne sole”, quasi per dirla ricalcando Pavese, col tentativo della scrittrice di agitare le acque, ma a fatica. Che cosa ci può essere di più convenzionale e risaputo quanto una madre, Emma, imperiosa, decisa a comandare a bacchetta sulla figlia Matilde, a controllarne perfino la vita sentimentale, a vessarla in ogni modo, fino a provocare in lei una inevitabile ribellione? Infatti Matildea un certo punto non sopporta la prigionia morale cui la condanna la madre, fugge, ripara in un convento, dove incontriamo una figura del tutto simile a Emma, una Irene anche lei donna imperiosa, abituata a comandare, che poi, però, non si sa bene perché, compie il gran rifiuto, e nel modo più ferreo, andando a rinchiudersi in un convento di clausura, in un monastero di Clarisse, quasi come una Monaca di Monza, ma del tutto volontaria, forse però mossa dall’intento di continuare a dominare, seppure entro quella situazione disagiata. Ma perché la ragazza è fuggita, basta a spiegarne l’atto la pretesa di sottrarsi alla perversa dominazione materna? Confesso che per un momento ho pensato, anzi, sperato che ci fosse anche qui lo zampino di una presenza maschile. Infatti accanto a Emma c’è pure la figura di un secondo marito, Fausto, che dunque è nel ruolo di patrigno nei confronti della giovane e sofferente Matilde. Forse egli ha tentato di abusare di lei, consumando un atto, che peraltro non sarebbe propriamente parlando un incesto? Ma no, anzi, questo Fausto è l’unico a comprendere davvero la figlia adottiva, a mostrare verso di lei sentimenti di gentilezza e affezione. E dunque, nulla da fare, non c’è tempesta, ma bonaccia di sentimenti, routine psicologica. Mi pare proprio che la nostra Canepa abbia sbagliato a questo suo secondo appuntamento, speriamo che si rifaccia in prossime occasioni.
Emanuela Canepa, Insegnami la tempesta. Einaudi, pp. 240, euro 17,50.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

Dom. 1-3-20 (ancora virus)

Siamo in presenza di un”pasticciaccio brutto”, rispetto a cui quello narrato da Gadda è roba da ridere. Non si sa bene se siamo stati, in Europa, i primi della classe o invece gli ultimi, pronti a pratiche autolesionistiche, a infliggerci da soli il ruolo di untori, roba da far chiudere le frontiere a chiunque provenga dall’Italia. Confesso che ho visionato le mappe dei Paesi confinanti quasi desideroso di vedervi fiorire i bollini rossi, indici del diffondersi del contagio, ma così non è stato, o comunque in genere viene subito detto che i vari casi accertati hanno pur sempre una derivazione da qualche arrivo dal nostro Paese. All’inizio ci eravamo comportati bene, trovo per esempio che sia stato giusto sospendere i voli da e per la Cina, e anche sottoporre a quarantena (che poi è solo un paio di settimane) quanti venivano recuperati da Wuhan o da altri luoghi sicuramente esposti al contagio, mandandoli a sostare alla Cecchignola o in altre strutture pubbliche. Si sarebbe dovuto continuare per questa via, credo che fosse possibile risalire a chi fosse venuto da quelle sponde attraverso l’unico mezzo possibile, il volo areo. Le compagnie mantengono per qualche tempo le liste dei loro viaggiatori? Se questo non avviene, suppongo che sarebbe stato comunque possibile avere un elenco di chi fosse giunto a noi da quei paraggi, magari sfruttando anche l’interesse stesso di questi trasvolatori a sottoporsi a un’indagine. Si doveva insomma agire “ad hominem”, anche nei casi di Lodi, Codogno e paraggi. Nessuno pensa che da noi sia esistito un centro di diffusione autonoma del virus, e dunque anche da quelle parti il problema era di risalire alla fonte, di scoprire chi, provenendo dalla Cina, fosse stato l’involontario latore del contagio. Invece si è preferito agire all’ingrosso, erigendo barriere di contenimento, e così lasciando che all’interno delle zone bloccate il contagio si espandesse liberamente. Non solo, ma toccava a noi estendere il controllo su chi fosse in partenza per l’estero, se risultasse aver avuto contatti con persone provenienti dalla Cina. E c’è pure il sospetto che molte volte si siano assunti parametri troppo rigidi, incapaci di fare la differenza tra casi di banale influenza e invece di sicura infezione da Corona virus. Tragicomici poi gli elenchi dei deceduti, quasi sempre preceduti da osservazioni che in ogni caso si è trattato di anziani già vittime di varie gravi patologie: Ma allora, nel loro decesso c’è stato un intervento del virus oppure no? E non sarebbe meglio mettere a confronto il numero delle vittime per presunto contagio con quello di decessi mediamente delle statistico ai nostri giorni? Come mi è capitato di osservare, lo stesso criterio dovrebbe funzionare anche per Wuhan e dintorni, in cui una mortalità di due migliaia di soggetti, in una popolazione di dieci milioni di abitanti, potrebbe risultare un dato non enorme o fuori misura. Procedendo in questi modi inconsulti, ci siamo tirati addosso la peste, la qualifica di untori ufficiali, di Paese da terzo mondo, da cui ci vorranno mesi o anni per rimediare e risollevarci. Si sentono bollettini disastrosi per quanto riguarda il turismo, uno dei nostri beni-rifugio, dove fioccano le disdette, che ormai investono in pieno il periodo pasquale e già lambiscono perfino le ferie estive. Certo, oggi, nel mezzo della tempesta, le bocce devono rimanere ferme, ma in seguito sarà inevitabile andare alla ricerca dei colpevoli, e solo tra politici e tecnici, i giornali altro non hanno fatto che il loro inevitabile mestiere di portavoce, magari col megafono, dell’inevitabile inflazione mediologica. Ma il capo della protezione civile, un reticente e confuso Angelo Borrelli, potrà rimanere al suo posto? Chi ce lo ha messo, e per quali suoi pregi e titoli pregressi? E si salverà dal dubbio lo stesso capo del governo, l’abile, furbetto Conte, sempre sospeso tra il dire e il non dire? Certo è che per effetto congiunto di tanti errori e passi falsi ci siamo tirati addosso un macchia di vaste proporzioni, un virus ben più micidiale rispetto a quello contro cui si è preteso di sparare a colpi di cannone.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

La Tour, una candela che trasina verso l’alto

Finalmente una mostra giusta, al Palazzo Reale di Milano, dedicata a Georges de La Tour (1593-1652), in cui lo scarso numero di dipinti sicuri eseguiti dall’artista (una quindicina) si giustifica con il numero ridotto di opere componenti il suo catalogo, fra l’altro insidiato da repliche, non si sa se per mano stessa del pittore o di seguaci attratti dal successo che in vita non gli mancò, anche se in seguito era calato il silenzio su di lui. Ne era stato riscosso solo nel 1934 per un primo rilancio in Francia, cui aveva fatto seguito nell’immediato dopoguerra una mostra milanese officiata da Roberto Longhi, dove il soggetto principale era il Caravaggio, anche lui, nonostante la sua poderosa stazza, rimasto vittima di un offuscamento plurisecolare. I capolavori di sicura autografia del La Tour, in mostra, sono accompagnati da altre tele di spiriti affini, almeno a livello tematico, mentre le pareti, rimaste forzatamente vuote, scandiscono frasi di critici che cui si deve la riscoperta dell’artista (Voss, Thuillier, il nostro stesso Longhi). Il tema dominante nel Francese, come si sa bene, è il luminismo notturno, il che giustifica che gli vengano subito accostati i motivi affini del fiammingo Gherardo delle Notti e di altri ancora. Ma quel soggetto, in lui, è di una forza trascinante, a differenza dell’utilizzo rivolto a ottenere facili effettismi di cui possono essere accusati altri “notturnisti” dell’epoca, pur come lui di derivazione caravaggesca. Le candele del La Tour innalzano la loro luce in tesa, perfetta verticale, dando a tutta la scena una forza ascensionale, e così imponendo come prioritario il motivo di un asse verticale che si impadronisce anche delle figure, le trascina con sé. In altre parole, l’artista francese non conosce la disposizione orizzontale o trasversale. Anche se ci dà scene di genere alquanto affollate (“La rissa tra musici mendicanti”), si può stare sicuri che queste allineano protagonisti tutti “stanti” in perfetta verticale, come se ognuno di loro avesse infilato un manico di scopa o fosse stato “impalato”. Il dominio di quella fiamma lucida, incandescente, svettante si porta dietro una seconda conseguenza, implica che quella fonte luminosa vada a verificare a corto raggio uno spettacolo, non solo di volti, ma più ancora di tessuti, consistenti in vesti, tonache, calzoni, da quant’altro poteva entrare nella moda dell’epoca, senza filtri schizzinosi tra l’alto e il basso dei ceti sociali. Infatti proprio questa ricognizione di stoffe condotta con un lume a corto raggio porta l’artista a deliziarsi soprattutto di farla strofinare su tele rozze, di abiti sdruciti, più di mendicanti o comunque di personaggi appartenenti al quarto stato, che di signori di rango elevato. Probabilmente, se il nostro Burri avesse condotto una ricognizione su questo suo antenato, vi avrebbe riconosciuto un anticipatore della messa in evidenza delle ruvide, slabbrate, sdrucite tele di sacco da lui stesso esibite. In almeno una tela, “Giovane che soffia su un tizzone”, il La Tour inserisce un supplemento, rispetto alla limpida luce di candela, facendo brandire al ragazzo un tizzone ardente, come fonte di una illuminazione supplementare, e in definitiva già per se stessa derivante proprio dalla combustione potenzialmente annunciata, ma non realizzata, dal lume di candela, come se quella fiamma fosse subito pronta a provocare incendi attorno a sé. Già si è detto dell’ottimo accompagnamento didattico di cui questa mostra gode, affidato a proiezioni parietali di massime memorabili espresse dagli storici dell’arte cui va il merito di aver riscattato l’artista da un lungo oblio. Tra questi ausili informativi, ci sta pure un’intervista–video affidata a Pierre Rosenberg, anche a nome di quanti, al Louvre, fra cui il già ricordato Thuillier, hanno contribuito al rilancio di questa figura dimenticata. Bisogna però guardarsi dal calcare troppo la mano, come in qualche misura succede all’intervistato d’eccellenza, non si può arrivare a dire che il La Tour sia stato il maggiore pittore del Seicento francese, così come, fatte le debite proporzioni e applicando al giudizio una specie di pantografo, non si può arrivare a dare un giudizio parimenti categorico neppure sul Caravaggio. Per ritornare in territorio transalpino, dove mettiamo l’immensa presenza di Nicolas Poussin? E in Italia, la scuola dei Carracci, col Reni, il Guercino, il Domenichino? Mentre Longhi, presso di noi, lavorava alacremente, e giustamente, per il rilancio del Merisi, nella stessa sede di Bologna, dalla cui cattedra universitaria se ne era appena andato, un suo collega di altra scuola, Cesare Gnudi, promuoveva appunto il riscatto dei Carracci e compagni, incontrando un riconoscimento a mezza strada, un po’ a denti stretti, da parte dello stesso rinnovatore delle fortune del Caravaggio. E anche, di riflesso, di quelle dello stesso La Tour, ragione per cui gli Italiani, e i Lombardi in particolare, si possono rallegrare per questo suo rilancio.
Georges de La Tour, a cura di F. Cappelletti e T.C. Salomon, Milano, Palazzo Reale, fino al 7 giugno, Cat. Skira.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

Nove e Pazzi: percorso unico dalla poesia alla prosa

Ho ricevuto nei giorni scorsi il volumetto di liriche di Aldo Nove, “Poemetti della sera”, mentre in un incontro diretto a Ferrara, a proposito di un mio minuscolo saggio, “Una mappa per le arti in epoca digitale”, ho avuto con diretta consegna a mano una robusta antologia in cui l’amico Roberto Pazzi ha concentrato quasi per intero la sua produzione in poesia, “Un giorno senza sera”. Sono due autori molto diversi tra loro, ma trovo che li congiunge molto utilmente il fatto di essere entrambi cultori del genere breve appunto della poesia assieme all’altro “lungo” della narrativa. Le due componenti, lungi dall’ostacolarsi, agiscono in provvida concomitanza, o almeno così risulta a un lettore come me, che muove da una congenita diffidenza verso il genere poesia, di cui teme la caduta nel limbo o inferno del cosiddetto “poetichese”, così come pure per altre attività può esistere una analoga accusa di degenerazione. Molti dei miei colleghi che si occupano d’arte scrivono in “critichese”, e quanti frequentano le rive della filosofia scivolano nel “filosofese”, in cui, per non far nomi, eccelle Massimo Cacciari. Che cos’è il “poetichese”, che dà pure luogo alla “vergogna della poesia”? Il far ricorso a un lessico prezioso, cruschevole, ermetizzante. E il trovarsi pure, lo si voglia o no, coinvolti nelle questioni di una qualche metrica, anche se indubbiamente alleggerite dall’adozione, nella contemporaneità, del verso libero. Invece chi ha consuetudine anche con la prosa, se si cimenta pure nell’altro genere, lo fa avvalendosi di un linguaggio prosastico, comune, e anche di una sintassi molto fluida, dominata dalla paratassi, ovvero restano aperti i cancelli per una conversione da uno stato all’altro, senza nette cesure. Una situazione del genere si può allargare a tanti altri casi di simultanea frequentazione dei due lidi. Parlando proprio con Pazzi, ricordavo il caso notevolissimo di Moravia, autore di poesie fatte di tanti versetti sciolti, scarni, allungati come vermi. E ci starebbe pure il caso di Nanni Balestrini, pronto ad applicare a una pretestuosa “testa d turco”, trovata in una anonima signorina Richmond, una serie smisurata di apposizioni, a ruota libera, tirate fuori a colpi di dadi. E’ un criterio di libera casualità che poi Balestrini ha saputo applicare anche “in grande”, in componimenti narrativi pronti a diramarsi in infinite varianti. Questo esempio vale subito nel caso di Nove, anche lui portato a lunghe verificazioni, come fossero litanie, dedicate alla propria madre, o alla madre di tutti, alla Madonna. Infatti, mentre il metodo di Balestrini è inesorabile e pesca solo nel casuale, Nove invece incrocia il sacro col profano, componendo lunghe preghiere laiche, e magari invitando il pubblico presente a salmodiare assieme a lui i versetti di quelle litanie apotropaiche, forse suscettibili di procurare giorni di indulgenza, comunque non prive di potere consolatorio.
Si sa che Nove tiene un piede nella narrazione, ma con esiti alquanto rari. In Pazzi invece il narratore, rispetto al poeta, è ben più nutrito, egli vanta, se ben ricordo, non meno di una ventina di romanzi, che credo di aver recensito per lo meno in buona parte. E dunque, nel suo caso, anche quando assume la veste del lirico, si aggiunge pure immancabilmente il profilarsi di una “storia”, di uno spunto che basterebbe poco per allargare. Lo dice del resto lui stesso, ottimo commentatore di sé, che dai versetti snocciolati quasi d’impulso vede delinearsi i personaggi dei suoi romanzi, Cesare, Cleopatra, Napoleone, gli zar russi. Ovvero, c’è un percorso continuo che dall’esercizio breve porta verso il lungo. Prendiamo del resto il titolo stesso di questa antologia, “Un giorno senza sera”. Non potrebbe essere lo spunto per il dramma di un’umanità non più beneficata dal provvido arrivo delle tenebre serali, costretta a vivere sotto un’illuminazione inesorabile, come si fa per strappare la confessioni a qualche carcerato? Trovo esemplare in particolar modo il poemetto, “La mosca di Gravina”, riportato nel quarto di copertina della presente antologia. Vi scorgo adombrato un soggetto giù trattato da un regista dello horror di cui al momento non ricordo il nome, che mette in scena uno scienziato in anticipo sui nostri giorni, tentato addirittura dal progetto di trasportare lontano da sé il proprio corpo, pronto per tale scopo a chiudersi in una cabina ermetica. Ma non si accorge, il disgraziato, che assieme a lui è pure entrata una mosca, e così non può evitare che il suo corpo, trasmesso a distanza, salti fuori con la testa del vile insetto. Ebbene, uno spunto del genere mi pare pure insito nella lirica del nostro Pazzi, che per raggiungere una lontana donna amata pretende di mutarsi volontariamente in una mosca, e chiede alla donna di ospitarlo dentro di sé. Forse sfugge al nostro poeta che in tal modo rasenta una lirica eccezionale del Metafisico inglese per eccellenza John Donne, autore di un elogio dedicato a una zanzara che prima succhia il sangue di lui, poi quello della donna amata, e dunque in quell’essere vile avviene il coito, la congiunzione dei due sangui. Termino con un piccolo omaggio a me stesso, tornando a menzionare il libriccino di cui ho parlato in apertura, e che mi ha consentito di ricevere il dono poetico di Pazzi. In esso dichiaro che al giorno d’oggi tutte le creazioni, visive o letterarie che siano, confluiscono nel mezzo digitale, resta però un’unica differenza, appunto tra il fare breve e invece l’allungare il prodotto. I migliori operatori letterari, come Pazzi e Nove, sanno passare agilmente dall’una all’altra dimensione.
Aldo Nove, Poemetti della sera. Einaudi, pp. 88, euro 10,50: Roberto Pazzi, Un giorno senza sera, La nave di Teseo, pp. 293, euro 18.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

Dom. 23-2-20 (corona)

L’argomento del giorno non può non essere l’eventuale epidemia di Corona. Metto di proposito il termine minimizzante di “eventuale”, dato che fin qui il fenomeno è stato di limitatissima diffusione. Trovo infelice il fatto che un competente, Fabrizio Pregliasco, convocato venerdì scorso nel salotto della Gruber, abbia osato far balenare lo spettro della Spagnola, con i suoi milioni di vittime. Al momento siamo in presenza, fuori dalla Cina, di un numero ridottissimo di casi, e comunque tutti con matrice da chi sia provenuto da quel Paese, e siccome lo si lascia solo per via aerea, piuttosto che sbarrare scuole, negozi, eccetera ci sarebbe da fare una ricerca oculata di chi negli ultimi mesi sia venuto di là, e condurre solo su di lui i debiti accertamenti. Del resto, nella Cina stessa l’epidemia è stata ben lungi dal diffondersi a macchia d’olio. Considerato che nei primi tempi di incubazione il regime aveva tentato di tacere, condannando al silenzio un primo medico che aveva lanciato l’allarme, risulta che il tutto resta concentrato nell’infermi di Huhan e spazi limitrofi, dove peraltro impazza con numeri non altissimi, Che sono mai un migliaio di morti in una comunità di ben dieci milioni di abitanti? In che misura eccedono rispetto ai dati statistici di una normale mortalità? Ma che cosa è avvenuto in quella sede per provocare un disastro così concentrato, che sembra oltretutto aver preso l’avvio in un luogo ben preciso, il locale mercato del pesce? Che cosa hanno mangiato i bravi abitanti della città dannata? Hanno bevuto sangue di pipistrelli, o di serpenti, che sarebbero stati i colpevoli del passaggio dagli animali agli esseri umani? Insomma, credo che indagini ravvicinate e condotte a tappeto in un’area così ben delimitata dovrebbero dare risultati apprezzabili. Se addirittura non si debba ricorrere alla spiegazione di una fuoriuscita di virus tenuti in vita, dai tempi della SARS, non certo per concepire una improbabile guerra batteriologica, ma anche solo per un giusto impulso scientifico di trovare gli opportuni vaccini. Una fuga di un virus alimentato a forti dosaggi spiegherebbe l’incrudelire dell’infezione in un territorio così ristretto. In conclusione, si adottino pure provvedimenti di salvaguardia, ma “con juicio”, per dirla con Manzoni, grande cantore di un’epidemia virale con cui quella attuale per fortuna ha ben pochi tratti in comune. E sempre sfruttando l’esempio manzoniano, stiamo ben attenti a creare una categoria di untori, guardandoci soprattutto dal colpevolizzare le colonie cinesi tranquillamente residenti e attive presso di noi da lungo tempo.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

Cerith Wyn Evans, una festa di luci

Sono ben lieto di aver visitato, seppure a pochi giorni dalla conclusione, la straordinaria mostra dell’inglese Cerith Wyn Evans (1958), del tutto degna del magnifico spazio milanese Hangar Pirelli Bicocca, credo sicuramente il più ampio in Italia, e forse nel mondo, se parliamo di un volume unico e compatto, mentre certo in estensione planimetrica lo battono per esempio le Corderie dell’Arsenale di cui si vale la Biennale di Venezia. Sappiamo bene che questo blocco mastodontico conserva nel suo ventre di balena le spettacolari torri erette a suo tempo da Anselm Kiefer, ma in genere i curatori di turno hanno saputo affiancarle con opere di uguale articolazione e spettacolarità. Del resto mi è già capitato di parlare di tante altre di quelle imprese eccellenti. Tra cui appunto, ora, l’accendersi dei grovigli di neon con cui l’artista inglese ha animato in toto quell’antro gigantesco, come un gigante che riprende, su scala macroscopica, quel giochetto ben noto consistente nel far vorticare nel buio una sigaretta accesa, che semina una stria di fuoco lungo il suo percorso, capace di resistere per un momento nella nostra pupilla. Qui a dire il vero un analogo gironzolare, ma in grande, delle tracce luminose se ne sta ben fermo grazie al numero incredibile di tubicini al neon che si intrecciano, si sovrappongono, fanno nodo, fornendo uno spettacolo nello stesso tempo fragile, effimero, eppure resistente, nell’occhio dello stupito e affascinato visitatore, Motivo ispiratore, i movimenti di una danza giapponese, ma liberati dall’ingombro dei corpi per risolversi in pura forza cinetica, Per intitolare questa sua prestazione Cerith ruba il titolo da una delle ultime imprese di Duchamp, “… the Illuminating Gas”, ma senza voler contestare per nulla il ruolo di insuperabile apripista di tutte le innovazioni spettante all’artista francese, forse gli mancò sempre un valido senso dello spettacolo, se si eccettua quella selva di corde con cui invase, al suo arrivo negli USA, un’intera stanza per festeggiare da par suo una ricorrenza del Surrealismo. Qui, più che portar via a Duchamp l’asticella di una staffetta, Cerith semmai sembra collegarsi ai neon di Lucio Fontana, che erano stati proprio tra gli animatori di quella spelonca, per di più infittendone il ritmo, la frenesia delle sferzate con cui sciabolare il vuoto, animarlo, renderlo vibrante. Ma oserei anche andare più indietro, evocare lo spirito magno del Tintoretto, il fiero oppositore del genio di Tiziano, quest’ultimo sempre intento a tappare gli spazi stendendovi le sue manteche tonali, l’altro invece a svuotarli, a trafiggerli con aguzzi fasci lineari. Parlando di lui in un mio saggio, mi era avvenuto di dire che il Tintoretto avrebbe fatto miracoli se già allora al posto dei tracciati disegnati avesse potuto disporre di una selva di tubicini al neon.
Il meglio della mostra sta nel corpo centrale dello Hangar, con quel mirabolante accendersi di fasci luminosi, nodi felici, gioiosa e gloriosa selva artificiale degna della nostra età tecnologica. Si deve aggiungere che all’ingresso Cerith ci accoglie con un “introibo” meno spettacolare, con alcune colonne svettanti in rigorosa verticale, e beninteso rese luminescenti, roba da ricordare un suo connazionale, Lawrence d’Arabia e i suo “Sette pilastri della saggezza”. Fuori dall’antro, l’artista ci fornisce, per così dire, come dei programmi di coda, consistenti in una lunga scritta, sempre affidata ai neon, quasi un omaggio a Joseph Kosuth, e qualche tentativo di aggiungere agli splendidi dati visivi quelli sonori, attraverso una serie di tamburelli risonanti. E sì, ci sono pure alcune piante con giochi d’ombra, ma, come già detto, il miglior lussureggiare della vegetazione è reso dalla danza fantastica dei neon all’interno.
Cerith Wyn Evans, “…the illuminating gas”, a cura di Roberta Tenconi e Vicente Todoli, Milano, Pirelli Hangar Bicocca. fino al 23 febbraio.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

Un romanzo che talvolta supera “le dosi consigliate”

Continua ad affermarsi una valida comparsa di testi narrativi che evitano di sfruttare l’abusata moda del “giallo” e non mirano neppure a sfociare in qualche prodotto televisivo. Dopo aver dedicato la domenica scorsa un elogio alla Sottili, ora posso dire bene, seppure con dubbi e riserve, di un altro romanzo, “Non superare le dosi consigliate”, di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, le cui poche apparizioni anteriori a questa recente giustificano una mia completa ignoranza su di lei. A mettermi sulle sue tracce ha provveduto una pur minuscola recensione di un’ottima intenditrice quale Silvia Ballestra. Volendo trovare un genere entro cui classificare questa prova, potremmo evocare l’elegia, o la geremiade, cioè un lamento, una protesta contro i colpi del fato, di un’avversa fortuna, di un’umanità maligna e pregiudizievole. Roba che trova il suo capolavoro assoluto nell’”Elegia di Madonna Fiammetta”, in cui il genio narrativo del Boccaccio ha profuso le sue doti migliori. Per rispettare le regole di questa forma di narrazione, bisogna stare dentro al tema, non uscirne, ma nello stesso tempo trovare al suo interno una materia sufficiente per riempire il componimento. In linea di massima sarebbe pure questo il caso, in quanto la protagonista, tale Matilde, inutile stare a chiedersi se ci sia qualche riscontro con la biografia dell’autrice, denuncia il male che l’ha afflitta, una grassezza eccessiva, una bulimia sfrenata, con relativa assunzione di tutti i prodotti in cui si esplica l’offerta alimentare dei nostri giorni, accompagnata da uno straripante assedio pubblicitario. E quando la nostra scrittrice sta al tema, tutto procede bene, le sue confessioni, o lamenti tristemente elegiaci, o in vena di inarrestabili geremiadi, sono convincenti, ottimi sintomi di un male dei nostri tempi. Ma in qualche misura è pure possibile rivolgere contro la protagonista quanto lei stessa ci dice nel titolo, seppure pensando di rimanere all’interno di una prescrizione di ordine dietetico o farmaceutico, “non superare le dosi consigliate”. E’ quanto invece l’autrice non fa, ma a livello globale di strategia narrativa, infatti spesso e volentieri accantona questo aspetto riconoscibile e valido, di una fame incontenibile, insaziabile, con relativo aumento del peso fino a proporzioni mostruose, per gettare occhiate attorno a sé, o anche a se stessa, ma secondo un percorso a strappi, a singhiozzi, tra il dire e il non dire, con accuse, attacchi improvvisi e inopinati, ma prontamente seguiti da ritirate, da smentite. Forse è inevitabile che il rifarsi dalla prima infanzia, alla ricerca delle tracce iniziali di bulimia implichi di necessità il portare sul banco degli accusati la propria famiglia, ma già qui comincia un procedimento a base di atti d’accusa subito seguiti da ritrattazioni, La madre, quale giudizio darne, è la prima colpevole a sfiduciare Matilde, a stigmatizzare in misura atroce la sua grassezza, o invece no, tutto sommato è stata amorevole, pronta alla comprensione? E il padre, un mostro di indifferenza, o invece una creatura sensibile, del tutto degna di ricevere l’affetto della figlia? C’è poi tutto un ballare su e giù a livello sociale ed economico. Il padre è stato persona di successo, o invece ha trascinato la famiglia a condizioni fallimentari? La stessa avidità della protagonista ha dovuto saziarsi tante volte non più che di un pane povero, da sottoproletariato. E c’è pure un andare su e giù quanto a doti intellettuali della protagonista e sue eventuali affermazioni di ordine professionale. E’ una “minus habens” quanto a talento, oggetto di scherno da parte delle compagne, e, come detto, perfino dei genitori, o al contrario è piena di meriti che le consentono una brillante carriera negli USA? Insomma la narrazione sbanda, apre spiragli in troppe direzioni, anche se non dobbiamo dimenticare la massina pirandelliana secondo cui “la vita non conclude”. Ma in definitiva la nostra Matilde supera in troppi casi “le doti consigliate”, anche secondo il saggio proposito formulato a suo vantaggio. Per fortuna l’andamenti narrativo si riscatta ogni volta che torna a risuonare la sconsolata elegia per la grassezza molesta, con tutti i disturbanti fattori somatici che l’accompagnano.
Costanza Rizzacasa D’Orsogna, Non superare le dosi consigliate, Guanda, pp. 249, euro 18.

Pin It

Commenti

commenti

Standard