Letteratura

De Carlo tra banalità e interventi dall’alto

A Andrea De Carlo non sono mai riuscito a negare un consenso di massima, nel recensire quasi tutti i romanzi usciti dalla sua industre officina, pur riconoscendone i limiti, pronti però a mutarsi anche in punti di forza. Come per esempio quello di valersi di una prosa “scorri via”, senza nessuna pretesa di complicazioni stilistiche, limpida e trasparente come acqua di rubinetto. Ma anche un inesausto sostenitore di una narrativa dotata del bene della leggibilità, Massimo Bontempelli, aveva predicato a suo tempo l’opportunità di costruirla “a pareti lisce”, proprio come quelle erette dal nostro infaticabile narratore, senza pieghe o anfratti cui attaccarsi nello scalarle. E ancora, forse che questa sua inesausta intraprendenza ad abbozzare sempre nuove trame, appoggiate appunto a questa dote o colpa di inespressività, non sembra ricordare il nostro maggior esponente di attitudini del genere, Albero Moravia? Ecco di nuovo un autore cui è andata la mia “lunga fedeltà”, pronta a confermarsi anche di fronte a prodotti magari zoppicanti, nella fretta di innalzare i suoi castelli di carta. Infine, mi aveva pure piacevolmente colpito l’opera prima di De Carlo, quel “Treno di panna” dell’81, in cui, in mezzo a un panorama di prove incerte e confuse, seguite al crollo delle azioni del nostro Gruppo 63, peraltro mai troppo brillanti in ambito di narrativa, avevo ravvisato la presenza di una lucidità, oggettività di scrittura, quasi da riallacciarsi al nouveau roman francese. Era insomma, come se il giovane autore venisse a proclamare un suo “les choses sont jà”, ovvero una perfetta trascrizione della nostra più banale, vile, prosaica realtà quotidiana, Anche se poi, a illuminare tanta apparente banalità e trasparenza, veniva quasi sempre ad accendersi un lampo, a balenare una scintilla di misticismo, una intenzione di riscatto malgrado tutto. Ora sono davanti a questo recente prodotto, “Una di Luna”, al solito di totale piattezza descrittiva. Questa volta il tema dominante è addirittura una sorta di estesa “prova del cuoco” che vede al centro un grande chef, Achille Malventi, con relativi umorosi tic, manie di grandezza, incapacità negli affari che ne segnano la rovina, portando al fallimento il raffinato ristorante che pretendeva di gestire a Venezia. Malventi è un tiranno domestico che regna su moglie e figlia, ma quest’ultima, Margherita, pur non mancando di amarlo e ammirarlo, ha un suo fondo di resistenza indomita. Il clou della vicenda, e anche la fonte di maggiore divertimento per il lettore, è quando il famoso chef, però decaduto, viene invitato a Milano, ospite d’onore in una delle tante trasmissioni televisive di cui è costellato proprio il nostro panorama quotidiano. Sono pagine che scivolano via perfette, tra finti onori tributati alla grandezza appannata del vecchio chef, e invece la volgarità dello scenario, dei mezzi cui la troupe televisiva ricorre per risparmiare, o per ricavare dall’evento gli effetti pubblicitari ripromessi. La figlia Margherita assiste a questo balletto comico divertita come noi, prendendosi però delle pause, delle evasioni, che d’altra parte la portano a infilarsi nelle acque ugualmente mediocri di un supermarket. L’umore atrabiliare di Achille trova il maggior exploit quando, a risarcimento del tempo che gli viene fatto perdere, è invitato a cenare in un super-hotel sottoposto agli arbitri di uno chef ovviamente anche lui super-stellato. Ma a questo punto L’autore innesca, come fa quasi ogni volta, la via d’uscita, infatti tra i vicini di tavola dei due c’è l’arcana presenza di un signore che si dichiara mago di professione, personaggio dall’identità del tutto misteriosa, ma affascinante. Forse De Carlo non sa di aver costruito in questo caso un eroe del tutto simile alla creazione più squisita e ugualmente misteriosa della coppia Fruttero-Lucentini, colui che da loro fu presentato come “L’amante senza fissa dimora”. Una definizione del genere si attaglia alla perfezione a questo misterioso Jules, presenza salvifica che si pone alle costole di Margherita, procurandole il riscatto da una relazione al solito piatta, conforme alla più usuale precettistica della coppia in crisi, che la legherebbe a un tale Luca, Eppure, nonostante il grado mediocre di quella relazione, essa era stata cementata da un evento del tutto eccezionale, infatti quado i due giovani ai primi approcci si erano appartati in un angolo di un’isola della laguna veneta, su di loro era sceso dall’alto addirittura un meteorite. A dire il vero quel segno di mistica prelazione sarebbe stato più conveniente a battezzare l’unione con cui si chiude la storia, tra Margherita e la presenza incognita, forse di un dio in temporanea discesa dal cielo, consistente nel maturo Jules. Al solito, doppio canone interpretativo, è un finale di totale, quasi nauseante prevedibilità, oppure no, è la discesa dall’alto di un deus ex machina, seppure in debiti panni attuali?
Andrea De Carlo, Una di Luna, La nave di Teseo, pp. 268, euro 18.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 7-10-18 (new deal)

Qualche giorno fa il salotto di Lilli Gruber ha visto lo scontro tra Renzi e Padellaro, in cui il primo ha rivendicato i meriti del suo governo, mentre Padellaro, nel suo volto di vendicatore dell’affronto che gli è stato fatto di venire licenziato dalla direzione dell’”Unità”, e dunque divenuto un oppositore d’obbligo del renzismo, con la conseguenza di appoggiare la rivolta dei Cinque Stelle, gli obiettava, non senza ragione, come si debba spiegare il crollo delle azioni del Pd, se davvero avesse condotto le cose in modo debito. Io nei miei inutili appunti ho già risposto a suo tempo, quando ammonivo che bisognava seguire il grande esempio offerto dal “new deal” di Roosvelt al momento della grande crisi del ’29. C’è poco da dire, di fronte a queste catastrofi, è la comunità, il governo, lo stato che deve intervenire, ad assicurare lavoro, di fronte all’incapacità, o alla non volontà dei privati, dei borghesi, dei capitalisti, di farlo, in quel momento. Invece Renzi ha creduto un po’ troppo nei “capitani coraggiosi” della nostra industria, che tali non sono, e che hanno approfittato degli sgravi fiscali offerti dal Job’s Act, procedendo poi al licenziamento, o alla non-assunzione di lavoratori, non appena questi sono cessati. L’alternativa era che fossero direttamente lo stato, il governo a creare occasioni di lavoro per i giovani, che sono coloro il cui voto in massima parte è andato a favore dei Pentastellati facendo inclinare del tutto la bilancia da quella parte. Beninteso, il provvedimento giusto non è certo il reddito di cittadinanza, atto sciagurato che favorisce la pigrizia dei giovani, consentendogli di prolungare a loro piacere la condizione di inattività. Per esempio, l’ex-ministro Franceschini, invece di fare l’inutile riforma dei direttori di museo chiamati solo in nome del consumismo, per strappare più ingressi, avrebbe dovuto chiedere fondi per far entrare nelle file dei beni culturali migliaia di nuovi adepti. E così si dica per ogni settore, il paramedico, l’assistenziale in genere, la tutela del verde e dell’ambiente.
L’altro errore è stato quello di imporre qua e là, alle diverse comunità, l’obbligo di accogliere una quota di immigrati, senza nel contempo obbligarli a compiere qualche lavoro utile alla comunità, retribuito secondo le norme vigenti. Lo spostamento massiccio di voti a favore della Lega non è stato tanto la protesta verso i salvataggi, quanto verso questa coabitazione forzata imposta senza contropartite. Se il Pd si ripromettesse di rimediare a queste due gravi deficienze della sua passata gestione, forse otterrebbe qualche grado maggiore di consenso alle prossime tornate elettorali.

Pin It
Standard