Letteratura

Paolo Nori, che dispiacere questa prosa sconclusionata

Sono notoriamente alquanto avverso a una “Felsina narratrix”, con stroncature rivolte a Marcello Fois, alla Silvia Avallone, accoglienza non sempre favorevole al collettivo Wuming, giudizio altalenante rivolto a Carlo Lucarelli. Mentre ovviamente seguo con adesione i passi di Simona Vinci e di Grazia Verasani, intervenute ai felici incontri di RicercaRE ed entrate nell’antologia dei “Narrative invaders”, campione aureo di quella fortunata stagione. Un tale< destino propizio dovrebbe riguardare anche Paolo Nori, non per nulla intervenuto a quei raduni, entrato in quella rassegna, da me gratificato con un “pollice recto” a una delle sue prime prove, “Bassotuba non c’è”. Ma poi mi sono via via distaccato dalle sue cose successive, in quanto mi è sembrato adottare un comportamento strafottente, troppo propenso a irridere ogni sacro dogma, il che beninteso è più che giusto, è perfino un sacrosanto compito per chiunque si voglia iscrivere nelle file della sperimentazione, ma bisogna che il fuoco dato alle polveri sia davvero scattante e non sembri invece, come nel suo caso, cavato fuori in modi stentati, programmati. Insomma, non c’è una fiammella che si accende, ma il sapore di qualcosa di programmato, come nella morra cinese in cui il primo compito è di fare sempre la mossa che l’avversario, qui il lettore, non si aspetta. Nori, per adeguarsi a chi conduce un gioco simile al suo, dovrebbe studiare da vicino protagonisti come Stefano Benni, per stare in un ambito bolognese, o Francesco Piccolo, dove le polveri esplodono col giusto scatto. Nell’ultima sua fatica, “Che dispiacere”, Nori sfida addirittura le regole del “giallo”, il che sarebbe senza dubbio utile. Se oggi esiste uno stanco “main stream”, è proprio quello dato dalla schiera dei giallisti che coltivano sia il cartaceo che il televisivo, quindi qualche sberleffo lanciato contro di loro ci starebbe bene. Nori dichiara di aver preso le misure giuste, consultando due campioni di quel filone, come l’altro felsineo Lucarelli e Sandrone Dazieri, per avere da loro le giuste imbeccate. Non so come siano andate le cose, ma a mio avviso quei due corretti mestieranti del filone avrebbero dovuto ammonire il Nostro, fargli una qualche ramanzina, “così non si fa”, oppure dirgli, alla maniera di Gino Bartali, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Naturalmente, in questa finta adesione alle regole del mestiere, Nori ci sbatte subito in prima pagina un cadavere, ma poi se ne scorda, o ci ritorno quasi casualmente, credendo appunto che faccia fino prendere a calci in faccia, o per il fondoschiena, le regole del mestiere, diluendo la trama in una serie di personaggi dalla effimera presenza, tanto da aver sentito il bisogno di darcene una lista. Personaggi che si confondono tra loro, quasi giocando a chi fa il ruolo del colpevole o invece quello del detective industrioso, si fa per dire, perché le rispettive condotte sono piene di errori, di buchi, di omissioni. Nori a sua difesa potrebbe accampare il ricorso a una lingua, che però segue lo stesso ritmo altalenante, tra correttezza e invece voci dialettali, influssi di un parlato diretto. Si sa che il nostro autore è uno studioso e traduttore della grande narrativa russa, forse qualche traccia di Gogol si può anche ricavare, ma forse meglio fare riferimento a un campione assoluto in tecniche omissive, del saltare di palo in frasca, come il Laurence Sterne di “Tristram Sandy”, Ma se questo è un possibile riferimento, diciamo che Nori ne è un erede in sedicesimo, dispersivo e inconcludente. Paolo Nori, Che dispiacere. Salani, pp. 241, euro 16.

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Attualità

Dom. 19-7-20 (Giuseppi)

Come tutti, ho pronosticato lunga vita in qualità di premier al nostro “Giuseppi”, però deve evitare di uscir fuori dal suo ruolo di furbo mediatore tra eccessi opposti. Invece negli ultimi giorni l’ha fatto almeno in due occasioni, mi sembra lunedì scorso in cui ha rilasciato al “Fatto quotidiano” una dichiarazione recisa di revoca del mandato ai Benetton, per poi vedersi costretto a rimangiarsi tanta perentorietà accedendo a vie più moderate consigliate dai soci di governo, con successo di una raggiante De Micheli che è apparsa la vera trionfatrice in questo nodo. Poi c’è stata l’altra dichiarazione ugualmente ultimativa di voler prolungare lo stato di emergenza per il contagio fino al prossimo dicembre. Qui è toccato a un più prudente ministro Speranza fissare l’asticella al limite ben più ragionevole del 31 luglio. In particolare, se si prorogasse oltre questa data ormai prossima l’obbligo di mantenere le distanze previste, sarebbe un disastro, per la scuola e per tutte le manifestazioni culturali, sportive, associative, con grave danno per i rispettivi settori. Tutto questo, l’ho detto ormai fino alla noia, per la non accettazione del criterio elementare del termo scanner. Chi non è in stato febbrile, ha diritto di accedere in qualsiasi luogo, pubblico e privato, al chiuso o all’aperto, e anche di sedersi vicino a chi come lui o lei al momento non riveli uno stato di febbre, Se poi si tratta di un positivo asintomatico, che conta? Vorrà dire che contagerà un qualche vicino cui a sua volta sarà negato l’accesso. Ritorno anche su un altro mio chiodo fisso, che si dovrebbe indagare sull’assoluta anomalia cui l’Italia è andata soggetta, risentendo del contagio in maniera smisurata, rispetto ad altri Paesi europei. E’ questa solo una leggenda metropolitana, dato che poi il morbo si è esteso dovunque? No, la cosa resta sancita, siamo noi i primi, assieme alla Spagna, a recitare questa parte e a chiedere in nome di questa nostra disgrazia sovvenzioni particolari dall’UE, quindi in qualche modo chiediamo una “patente”, al modo del personaggio pirandelliano che voleva riconosciuto il suo ruolo di iettatore. Noi in qualche modo vogliamo che ci venga riconosciuto il ruolo di essere stati “grandi malati”, e di ricevere di conseguenza un trattamento di favore, cioè appunto una patente. Ma perché lo siamo stati, da cosa è dipeso questo non invidiabile privilegio? Purtroppo viene fuori una pennellata in più a scapito di un’Italietta fatta solo di pizzaioli e di mandolinari, che ora chiedono l’elemosina ai compassati e severi Paesi del Nord, andati soggetti al contagio in misure meno pesanti, forse perché non sovrastati da petulanti virologi, incapaci di prevedere e consigliare a tempo opportuno.

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Arte

Tanti auguri a Giuliano Gori

Tra pochi giorni Giuliano Gori compirà novant’anni e certamente pioveranno su di lui auguri fervidi e sinceri da tutte le parti, come giusto contraccambio della generosa amicizia che egli ha prodigato a piene mani, da un ruolo di numero uno per le arti visive in Toscana. Io in particolare mi sento legato a lui da riconoscenza e direi anche da affetto, per la considerazione che ha sempre dimostrato nei miei confronti. Fu una grande emozione quando, agli inizi degli ’80, insediato nel ruolo di direttore dell’Istituto bolognese di Storia dell’arte, ricevetti la visita del suo “missus dominicus”, ìl critico israeliano Amnon Barzel, che a nome suo mi invitava a visitare il Parco di Celle, nei pressi di Pistoia. In una collina di cui era proprietario Gori aveva iniziato a installare una serie di maestose sculture all’aperto. Non tardai certo a recarmi in devoto pellegrinaggio in quel luogo d’incanto, fornendo anche la mia penna per celebrarlo, ogni volta che me ne venisse fatta richiesta. Fin dalla prima ora vi si potevano ammirare le opere di artisti di grande fama internazionale, come un labirinto di Bob Morris, e l’intervento di uno scultore, Dani Karavan, particolarmente grato al padrone di casa, oltre a eccellenti presenze di autori nostrani perfettamente in linea con le mie scelte, come un occhio da Ciclope immane, giacente in una forra, trafitto da un giavellotto, grandiosa prova “citazionista” dei coniugi Anne e Patrick Poirier, mentre da uno stagno si elevava una “arpa birmana” di Fausto Melotti. L’esempio era così imponente e suggestivo, da indurmi a tentarne una imitazione in altro luogo, nel forlivese, presso il Comune di S. Sofia, lungo il corso del fiume Bidente. In quel primo momento Gori con la sua numerosa famiglia risiedeva nella villa nobiliare che del parco e terreno agricolo limitrofi era la giusta reggia, ma in seguito, con gesto inaudito, obbligò i suoi a uscir fuori da quella augusta dimora per accamparsi nel modesto appartamento del custode, dato che le stanze maestose del sito padronale dovevano ospitare anche loro delle opere d’arte, ma destinate a decorare le pareti. Nasceva così un doppio museo, all’aperto e al chiuso. Intanto, a poca distanza, a Prato, veniva creato il Centro Pecci, su cui Gori ha sempre steso, con discrezione e tatto, una preziosa influenza. Ma tante altre sono state le sue iniziative, tra cui va ricordato il padiglione di Emodialisi eretto presso l’Ospedale di Pistoia, un modello straordinario, perché Gori lo volle nobilitato dall’inserimento di capolavori di arte ambientale, tra cui l’irrinunciabile Morris, ma anche Buren, Lewitt, e pure presenze nostrane, in quanto uno dei meriti di questo raffinato erede della grande tradizione medicea è di non essere soggetto alle imposizioni internazionali. E dunque. in quel padiglione ospedaliero, accanto ai divi internazionali comparivano pure validi campioni nostrani, come Nagasawa ormai divenuto nostro cittadino, e Parmiggiani, e c’era pure Ruffi, uno dei tre rappresentanti della Scuola di Pistoia, per quanto esposta al rischio di venire sottovalutata come troppo provinciale. Del resto, un altro di quel terzetto, Roberto Barni, svetta nell’aia di Celle, e in una sala interna c’è pure Buscioni. Del resto, a completare lo spirito innovativo del Padiglione nell’ospedale pistoiese, va pure ricordato l’esperimento di evitare il bianco neutro e sterile delle pareti, tinteggiandole invece a colori delicati, tali da instillare gioia di vivere nei degenti. Quanto al centro Pecci, mi sono trovato di nuovo in piena armonia con Gori, e con uno dei suoi figli, nel tentare di porre alla sua direzione l’amico Fabio Cavallucci, che mi era stato accanto nella creazione del Parco del Bidente. Purtroppo l’amministrazione locale non ha rinnovato il contratto a questo operatore, ma evidentemente il nucleo centrale dell’impero di Gori consiste pur sempre in quella Tenuta di Celle che si allarga anno dopo anno, popolandosi di capolavori. Non dubito che il creatore di questo paradiso ambientale abbia già dato sagge disposizioni perché la crescita aumenti anche dopo una sua eventuale scomparsa fisica.

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Letteratura

Scola, la Terrazza come microcosmo

Ancora una volta mi valgo dell’equipollenza da me sempre dichiarata tra la narrazione affidata al cartaceo e quella che un tempo veniva posta su pellicola, e ora sempre più su un supporto digitale. Qualche giorno fa, passeggiando tra le reti, mi è capitato di rivedere “La terrazza” di Ettore Scola, con alcune riflessioni conseguenti. Scola è forse il quarto grande tra i nostri registi, anche se di lui come di altri ci siamo largamente dimenticati, pure in questo momento in cui le varie reti vivono di riproposte, e in particolare alla Rai costerebbe poco avviare una serie di commemorazioni dedicate ai grandi protagonisti del nostro cinema. Ma piove sul bagnato, si sta facendo perfino troppo per l’Albertone nazionale, cosa che a dire il vero non mi dispiace affatto, dato che. come tanti altri, sono disposto a considerarlo il nostro miglior attore del secondo Novecento. Ma perfino di Fellini non mi pare che si sia condotta una programmazione sistematica dell’intero suo repertorio. Un grande come Michelangelo Antonioni è del tutto dimenticato, assieme all’attrice, Lucia Bosé, che aveva nobilitato le sue prime uscite, anche per lei, morta di recente, non c’è stato nessun particolare ricordo, Questa amnesia colpevole riguarda pure il terzo grande tra i nostri registi, Marco Ferreri, e anche in questo caso non si è approfittato della scomparsa di uno dei suoi attori preferiti, Michel Piccoli, per dedicargli una rivisitazione di qualche ampiezza, mi pare che sia stato riproposto solo un pur indubbio capolavoro quale “Dillinger è morto”. Ma tornando a Scola, lascio perdere una buona metà della sua produzione, quando senza dubbio indulgeva a tentazioni da “commedia all’italiana”, ma la serie che inizia proprio con “La terrazza”, e continua con “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando” e culmina con “La famiglia”, è degna di tutto rispetto e ammirazione, per la capacità di condurre una approfondita analisi esistenziale dell’umanità di quei giorni, peraltro non molto diversi dai nostri. Si aggiunge la capacità di scegliere attori e attrici di grande livello, dando luogo a memorabili duetti, che sfruttano al meglio le loro capacità intrinseche. Certamente questo Scola ha un modello, il capolavoro felliniano della “Dolce vita”, ma sa offrirne abili, convincenti varianti, anche dotate del bene di una specie di proliferazione, come mettere una lente d’ingrandimento sulle crisi coniugali, i patemi, i dilemmi di cui Fellini era andato alla scoperta. E dunque incontriamo un Mastroianni come sempre sornione, portato a sfumare, a cercare di evitare i drammi; un Tognazzi anche lui conciliante, moderatore, un Gassman isterico, che come un cavallo imbizzarrito reagisce al morso, al freno, vuole “rompere”, ma nello stesso tempo non osa. E poi c’è un Trentignant convincentemente isterico, che conosce molto bene l’arte di rendersi insopportabile, infine la vittima designata, un Serge Reggiani passo passo costretto al suicidio. Accanto alla recita dei protagonisti al maschile, altrettanto eccellente quella delle donne, ognuna di loro intonata alla sua indole, una Milena Vikotic dolce e remissiva (ma attenzione, perché nel caso lei sa mettere fuori gli artigli e diventare possessiva), una Sandrelli tenera, fresca, quasi infantile, una Gravina e una Colli che invece sono ciniche e mature quanto conviene. Ottimo anche il rapporto tra il pubblico e il privato, con una scelta perentoria a favore di quest’ultima dimensione, che è anche il segno di una cultura di sinistra ormai decisa a mettere in pensione i miti d’altri tempi. Qui compaiono di persona i leader del Pci, di cui il personaggio interpretato da Gassman è un esponente, ma non per nulla in un intervento pubblico egli si fa sicuro, convincente sostenitore delle ragioni incalzanti del privato. Questi vari duetti e siparietti avvengono necessariamente extra moenia, tra le mura di appartamenti privati, ma la terrazza del titolo è il collettore comune, e anche il luogo in cui le tensioni e i conflitti conoscono una tregua momentanea. I convitati seguono la padrona di casa dimenticando per i piaceri della tavola le dispute del momento, o se si vuole prestandosi a un enorme atto di ipocrisia collettiva.

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Attualità

Dom. 12-7-20 (Gabanelli)

Sono come tanti un ammiratore di Milena Gabanelli, che oltretutto, a sua detta, è stata in passato una mia allieva al bolognese corso DAMS, tuttavia talvolta mi sembra che ecceda nel complicare oltre il giusto i casi affrontati. Questo è successo lunedì scorso 6 luglio, in una delle ultime puntate del “Data room”, ospitato dal telegiornale di Mentana, in cui appunto ha complicato le cose parlando di diversi ceppi del virus, diversamente dalla tesi che ce ne sarebbe stato uno solo partito da Wuhan, e questi virus più pericolosi sarebbero giunti tra di noi già all’inizio dell’anno o prima ancora, provenienti dalla Germania. Io sarò una mente limitata, ma sono affezionato a certe evidenze, come il fatto che il coronavirus ha avuto il suo luogo d’origine in Wuhan, data la travolgente irruenza con cui vi si è manifestato, propagandosi da lì attraverso voli aerei e altri mezzi di trasporto, prima del lockdown praticato dalle autorità cinesi. Aggiungo che ritengo molto verosimile che una tale monogenesi si spieghi come una fuoriuscita del morbo da laboratori di Wuhan in cui si coltivavano i virus del precedente Sars, non certo allo scopo di una guerra batteriologica, ma solo per ragioni sperimentali. Noi avevamo preso subito dei provvedimenti, facendo un ricorso sistematico al termo scanner, ma in modo stupidamente indiscriminato, applicandolo ad ogni arrivo, di treno o di aereo, da qualsivoglia località. Poi invece abbiamo fatto ricorso ai tamponi nei confronti di nostri connazionali provenienti dalla località cinese, organizzando addirittura dei voli riservati a loro. Questa era la via giusta, ma il buon senso, di cui io tento di dare prova in queste mie inutili riflessioni, avrebbe voluto che controllassimo appunto i voli provenienti con scalo, per esempio, a Francoforte, principale hub europeo, o da altri terminal equivalenti. Dalla Germania, per riprendere le tesi Gabanelli, non è arrivato un germe sconosciuto, ma solo viaggiatori cinesi che non sono atterrati direttamente a Fiumicino o alla Malpensa. Solo se si ammette questa nostra stupida imprevidenza, da mettere in conto agli errori dei virologi, si riesce a comprendere perché noi siamo stati il primo Paese europeo devastato dall’invasione del contagio. Non ci sono ragioni, geografiche, ambientali, antropologiche, per spiegare quell’invasione, se non attribuendola a nostri errori di condotta. Non dimentichiamo che eravamo apparsi come un Paese deplorabile, da onorare con luminarie, ma anche sotto sotto col nascosto pensiero che da mandolinari come noi non c’era da aspettarsi altro. E in effetti almeno nei primi tempi siamo stati noi a infettare i Paesi vicini, che non per nulla ci vietavano l’accesso. Forse, a parziale ammenda di questa nostra iniziale cecità, si potrebbe dire che quell’invasione così devastante è stata provvidenziale perché ci ha portato a prendere certi provvedimenti di contenimento prima degli altri Stati, così da diventare un modello di efficienza. Ma certo, se poi il virus si è diffuso negli altri Paesi europei, con buona pace della Gabanelli ciò non è dipeso dalla Germania, e non c’è stato nessun ceppo più violento. Ora speriamo che sia una fake news quella del morbo che potrebbe provenire dal Kazakistan. Quanto poi alla pretesa del nostro premier Conte di prolungare lo stato di emergenza per tutto l’anno, pare proprio che sia un tentativo per rafforzare la sua leadership, per metterla al riparo da attacchi altrui. Confermo la mia fiducia nella validità del termo scanner per bloccare i portatori di uno stato febbrile denunciante un grado di positività. Ora sì che si può applicare questo strumento quasi a scala universale, rendendo possibili i contatti. E non ascoltiamo i virologi, troppo interessati, al pari di Conte, a prolungare oltre il giusto lo stato di emergenza.

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Arte

Migliori: un tragico spettacolo “son et lumière”

Grande rentrée sabato scorso 27 giugno per il mondo dell’arte bolognese che si è radunato in buon numero per visitare una mostra allestita nell’ex-chiesa di S. Mattia, usualmente gestita dalla soprintendenza statale, ma in questa occasione data in gestione al MAMbo, presente col Presidente dei Musei comunali Roberto Grandi e col Direttore Lorenzo Balbi. Doppia ricorrenza, infatti da un lato si è trattato dell’ennesima celebrazione della tragedia di Ustica 1980, di quell’aereo Itavia colmo di innocenti passeggeri abbattuto, pare ormai acquisito, da qualche aereo della Nato che intendeva abbattere un aereo libico confuso con l’innocuo volo civile. Bologna ha fatto di tutto per ricordare quella tragedia, ricostruendo i pezzi del velivolo recuperati uno ad uno in fondo al mare e raccogliendoli in un museo apposito, che ha già avuto l’omaggio di un grande artista come il francese Christian Boltanski. Ora si aggiunge quello che reca al dramma l’ultranovantenne Nino Migliori, e dunque è anche una festa a lui dedicata, alla sua creatività incessante. Infatti pur dall’alto di una carriera ricca di innovazioni e di svolte, Migliori riesce ad andare oltre se stesso, e intanto ad occupare una sede che sicuramente non è facile, trattandosi di una chiesa sconsacrata di enorme volume. Io stesso avevo tentato di convincere degli amici artisti a esporvi, ma questi si erano ritratti, data la difficoltà di occupare quell’antro enorme. E in definitiva questa medesima difficolta poteva porsi anche a Migliori, abituato a ricognizioni da vicino dei suoi soggetti, fossero statue celebri del passato o volti di amici. Io stesso ho posato per lui, illuminato dal fuoco fatuo di un cerino che sfrigolava nel vuoto e nel buio, con una durata a tempo limitato, del tutto precaria. Invece in questa occasione Migliori ha capito che doveva agire in grande, infatti ha collocato nello smisurato spazio del S. Mattia, quasi emulo del milanese Hangar Pirelli, una serie di schermi, sette per la precisione, di grande superficie, riuscendo così ad animare convenientemente il grande vuoto. E anche le immagini proiettate non saltano fuori dalla luce effimera, manuale, artigianale di un fiammifero, ma sono colte investendo con forte impatto, con dilagante fiotto luminoso i reperti di quella tragedia, che opportunamente viene ribattezzata, ed p anche il titolo della mostra, con la premessa di una “esse”, “Stragedia”, quasi abbreviazione di un “extra”, come appunto è fuori scala l’illuminazione cui l’artista ricorre, valendosi di una aggressione ottica che ricorda lo schianto, la lacerazione prodotti dal missile omicida. O è anche come se i relitti affiorassero attraverso una perlustrazione condotta con un batiscafo capace di squarciare le tenebre del fondo marino, conferendo presenza, immanenza spaventosa alle lamiere contorte, come si trattasse di relitti di naufragi di altre epoche. I dati visivi sono accompagnati anche da una colonna sonora, il tutto dura circa un quarto d’ora, dato che una simile intensità di illuminazione e di scandaglio non possono protrarsi a lungo. In definitiva si ritrova la provvisorietà, la scadenza immanente quali potrebbero essere consentire dall’artigianale, domestica, confortante luce di un cerino.
Nino Migliori, Stragedia, a cura di Lorenzo Balbi. Bologna, ex-San Mattia, fino al 27 settembre.

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Letteratura

Verasani: una convincete indagne sul mondo al femminile

Ho chiesto e ottenuto di ricevere dalla casa editrice Marsilio l’ultimo prodotto di Grazia Verasani, “Come la pioggia sul cellofan”. E’ una scrittrice che per me ha il bollino di autenticità che sono ben lieto di rilasciare a tutti i frequentatori di RicercaRe, anche se lei vi è giunta quasi al termine di quella fortunata stagione. Ma poi l’ho rivisitata quasi in ognuna delle sue numerose uscite, che a mio giudizio entrano negli aspetti positivi di una “Felsina narratrix” di cui invece boccio tanti altri prodotti, magari più reclamizzati dei suoi. A cominciare da Carlo Lucarelli, che certo è il capofila dei giallisti di casa nostra, e a livello di abilità nel confezionare gli intrighi polizieschi forse è più ingegnoso della Nostra. Del resto gli ho dedicato un abbastanza convinto “pollice recto” sull’”Immaginazione” a proposito del suo “Inverno nero”, non mancando però di rimarcare con meraviglia quella sua decisione di andare a situare le sue vicende in una Bologna d’”antan”, a mezza via tra il recupero citazionista, storico, alla maniera dei Wu Ming, e invece l’impatto diretto sulla realtà dei nostri giorni. Mi piace invece che la Verasani non abbia tentazioni di questo genere, la sua è una Bologna del nostro tempo, con i drammi, le inquietudini, i lati oscuri cui tutti partecipiamo. La sua detective di riferimento, Giorgia Cantini, frequenta le vie, i vicoli, i bar, i ristoranti che sono familiari a ciascuno di noi, Caso mai, per non tacere di certi suoi limiti, anche nelle sue storie c’è quel lato insopportabile delle vicende sentimentali cui sembra proprio che i giallisti, a cominciare dal numero uno Montalbano, non possano rinunciare- Qui se c’è una componente stonata e insopportabile è proprio l’andirivieni sentimental-erotico tra la nostra Giorgia e il commissario Bruni. E forse sarebbe anche ora che l’autrice liberi la sua portavoce dal ricordo ossessivo della sorella suicida, anche se ovviamente è d’obbligo rispettare quanto, sul piano degli affetti sgorga da una riserva autobiografica, seppure convenientemente modificata. Infine, diciamolo pure, anche il meccanismo del “giallo” non brilla per perspicuità e verosimiglianza. Ma allora? La forza della Verasani sta nel rivolgere una risoluta attenzione alla condizione femminile, il che emerge quando la Cantini, nella sua indagine, entra in contatto con giovani esistenze precarie, abitanti in case dozzinali, sempre sul piede di andarsene a cercare una sistemazione altrove. Per questo verso ritroviamo una vicinanza con altre protagoniste della felice stagione reggiana, Rossana Campo, con il suo lungo dialogare “tra donne sole”; Simona Vinci, oltretutto quasi ascrivibile al contingente bolognese, anche lei fortissima in analisi esistenziali dedicate all’universo femminile. E in definitiva, è una creazione giusta, appezzabile, quella dell’eroina della vicenda, una tale Adele Fossan, con la sua prorompente volgarità nel vestire, nel ricorrere a cosmetici pacchiani, nel cercare affannosamente una via di scampo, di sopravvivenza. Magari, rientra nel versante meno autentico il fatto che la trama pretenda di sdoppiare questa figura di convincente volgarità avvicinandole una specie di alter ego, fatto apposta per confondere le idee al lettore. Ma finché la nostra Verasani si attiene alla concretezza e tangibilità di valori esistenziali, corporali, sensibili, sensuali e magari anche sessuali, le cose funzionano, i conti tornano.
Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio, pp. 175, euro 15.

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Attualità

Dom. 5-7-20 (desistenza 2)

Forse è lecito accantonare il dramma del coronavirus, anche se i “nuovi monatti” si impegnano allo spasimo per frenare, per impedire il ritorno alla normalità, ma sembra che finalmente la cittadinanza sia “vaccinata” contro il loro interessato terrorismo. Si affaccia di nuovo la questione delle votazioni regionali, il che ci riporta pari pari alla problematica già conosciuta nell’inverno scorso, al momento di quando noi emiliani eravamo andati alle urne, conclusosi per fortuna con l’ottimo successo di Bonaccini. Ora lo squalo Salvini si agita di nuovo, intravede la possibilità, molto probabile, che lo scontro del prossimo settembre si risolva a suo vantaggio, con un bel bottino di presidenze strappato agli avversari del governo giallo-rosso. Ma tranquilli, anche se a lui le cose andassero bene, non riuscirebbe a portarci alle elezioni, come non ce l’avrebbe fatta neppure se avesse vinto in Emilia Romagna. Si potrà sempre dire che un conto è la sorte del Paese, regolata da elezioni politiche generali, un altro l’esito di elezioni pur sempre locali. Inoltre, c’è anche di mezzo il referendum che sicuramente porterà alla riduzione dei membri del parlamento, con un laborioso processo di rifacimento dei collegi, roba lunga mesi. E ritengo molto improbabile che entro questa estate si riesca davvero a far nascere una nuova legge elettorale. Ciò detto, sarebbe comunque abbastanza debilitante il fatto che il centro-destra alle prossime regionali si portasse a casa un bel bottino, e dunque sono ragionevoli gli appelli, soprattutto del segretario del Pd Zingaretti, di non andare separati a quelle prove. Ma è anche difficile concordare su candidati unici, e dunque, di nuovo, non resta che raccomandare il ricorso alla desistenza. I Cinque stelle, che sanno bene quanto siano deboli nelle prove di carattere locale, se anche non vogliono rinunciare al rito di presentare candidati propri in ogni regione, facciano capire tra le righe che non ci credono troppo, che una rinuncia, una astensione, o una confluenza alla chetichella nelle liste dell’alleato non proprio amato, sarebbero opportune. Lo stesso va detto per l’Iv di Renzi. Se proprio non vuole rinunciare a porre nelle Puglie una candidatura Scalfarotto per legittima opposizione a Emiliano, accompagni quel gesto virtuale con un suggerimento “sottobanco” di non prendere la cosa troppo sul serio. E poi, come ho già detto più volte, proprio a Renzi si para innanzi lo spettro di una legge elettorale con sbarramento fissato al 5% dei suffragi. Come rimediare a questa strozzatura? Mi sembra che un sistema di voto non proporzionale ma per collegi non porti alcun giovamento a questa lista che non decolla, se non attraverso un accordo col vicino di casa, col Pd, termine a mio avviso di una confluenza che ritengo inevitabile e salutare per tutti.

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Orazio Borgianni, genio no, ma talento sì

Finalmente si possono visitare le mostre, non più da lontano. Ne ho approfittato per andare a vedere l’Orazio Borgianni allestito a Roma, Palazzo Barberini, ma restano tuttavia inutili divieti che ho potuto aggirare per la gentilezza dell’addetta stampa Maria Bonmassar, incontrando addirittura il curatore della mostra, Gianni Papi, il che mi ha fatto sentire a disagio, data la mia scarsa competenza in materia, Ed ero pure sovrastato da un’ottima recensione dedicata a questo artista dal migliore dei nostri “modernisti”, Antonio Pinelli, mio lontano compagno d’infanzia di cui ho assistito alla crescita negli anni, dall’alto di una notorietà acquisita prima di lui, poi le parti si sono invertite, e io sto calando senza fine mentre lui brilla alto sull’orizzonte. Ma questo prologo in definitiva è una “captatio benevolentiae” per scusare un mio giudizio non grandioso, infatti comincerei col contestare il sottotitolo dato alla mostra, mi sembra eccessivo definire il Borgianni un “genio”, caso mai lo direi solo un “ingegno”, ma certo vale quanto segue, certo fu un “inquieto”, e visse in quella straordinaria stagione romana del primo Seicento, all’ombra del Caravaggio: Ma che dire dei molti talenti che furono assieme a lui a movimentare quegli anni, un Gentileschi, un Serodine, un Saraceni, per non parlare dei venuti dopo di lui, i Vouet, i Lanfranco, e ci sta pure il Cagnacci, magari poteva meritare una comparsa anche il Guercino. Fra cotanto senno, manca al Borgianni un andamento stilistico chiaramente riconoscibile e coerente, anche se ebbe l’ammirazione del Longhi, ma si sa bene che personalmente, mentre ammiro Longhi per tanti contributi eccellenti, non lo ritengo del tutto accettabile per quanto riguarda proprio il dossier caravaggesco. Del resto il mio amico Alfredo Giuliani , poeta e critico letterario, diceva che ogni grande critico ha il diritto di concedersi qualche “minore”. Un titolo di grandezza indubbia del nostro artista sta nei ritratti, quelli immaginari dedicati a personaggi mitici dell’antichità, vedi Eraclito, o a se stesso, nei due autoritratti che si dedica, genere se non sbaglio non troppo frequentato dai suoi confratelli. Dunque, c’è in lui una indubbia eccellenza quando si misura da vicino, nei primi piani, ma poi ha la tendenza ad arretrare per dar luogo a visioni gremite di presenze, magari ognuna di esse colta dal vivo, avvolta in vaporose chiome, con un giusto chiaroscuro, non necessariamente di stretta discendenza caravaggesca. Forse il capolavoro è la “Sacra famiglia con S. Elisabetta e S. Giovannino”, in cui la culla del pargolo è un portento di policromia, fatto come di tanti ritagli ognuno dei quali pretende di spiccare con una propria autonomia, il che del resto corrisponde a quel saltar fuori di prepotenza da un muro di ombre che connota, qui è altrove, i vari personaggi, quando sono ripresi da lontano. Un dato biografico che ribadisce la difficile collocazione dell’artista è la morte abbastanza precoce, nel 1616, a pochi anni di distanza dalla in definitiva per lui disturbante presenza del Caravaggio. Non sappiamo cioè per quale strada avrebbe continuato, se avrebbe partecipato anche lui a quella sterzata verso una pittura classicheggiante di cui furono protagonisti alcune illustri autori dell’epoca, dallo Spagnoletto al Guercino al Vouet. La sua insomma è una presenza sfrangiata, policroma, sfaccettata che vale ad arricchire una grande stagione fondamentalmente polifonica, con un solo sicuro direttore d’orchestra, il Merisi.
Orazio Borgianni, a cura di Gianni Papi. Roma, Palazzo Barberini, fino al 30 novembre, catalogo Skira.

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Letteratura

Piccolo, un felice ritorno a “Momenti trascurabili”

Mi rallegra molto ritrovare il Francesco Piccolo che ho amato soprattutto ai suoi inizi, quando si presentò ai memorabili incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. E già allora egli andava alla pesca estrosa di “Momenti trascurabili”, un binomio illustre, già esaltato nei racconti di Antonio Tabucchi, che vi aggiungeva un “senza importanza” ma così li dirottava verso un passato triste e malinconico, degno delle “madeleines” proustiane. Niente di simile da parte del Nostro, che va proprio a raccogliere piccoli e apparentemente insignificanti fatterelli che ci si presentano nella vita di tutti i giorni, portandoci a fare scommesse, a scegliere una strada piuttosto che un’altra, a fare una specie di “morra cinese”, cercando di escogitare la mossa più opportuna. La prima puntata di questi giochi ameni stava nei mini-racconti, apologhi, aneddoti da sbrigare in poche parole, come “Storie di primogeniti e figli unici”. Qui il dilemma consisteva nel chiedersi perché i genitori imponessero al primogenito di accompagnare il fratellino ma stando dalla parte della strada esposta al traffico. Prova d’amore o invece di scarsa stima verso il più grande dei due? Poi c’era il dilemma al bar, quando il barista ci chiede se vogliamo lo spruzzo di cacao nel cappuccino o no, e l’altro dramma quando lasciamo la casa di amici ma non sappiamo come si apre il cancello esterno, e tante altre deliziose amenità di questo tipo. Poi Piccolo ha voluto crescere, anche perché ha ottenuto un successo nei media, divenendo sceneggiatore di film, di programmi televisivi, e dunque ecco le prove pensose che a me non sono molto piaciute, proprio nella misura che i dibattiti coscienziali si allungavano, diventavano drammatici, toccavano i massimi problemi. Vedi opere come “La separazione del maschio”, “L’animale che mi porto dentro”. Ora per fortuna il Nostro è ritornato ai suoi mini-drammi “trascurabili”, liquidabili in poche battute, e lo si vede già dalla stessa esiguità dei blocchetti a stampa, diradati sulla pagina bianca, ma tutti capaci di andare a segno, come freccette, come cartucce non a sparate a vuoto. Tanto leggere, queste riflessioni, che non si osa neppure menzionarle, per non appesantirle, per non togliergli l’invidiabile leggerezza, quel loro scoccare a sorpresa. Ne menziono una fra tutte, come il rimpianto di non aver mai avuto occasione di valersi dello stereotipo “combinato disposto”. In proposito mi viene in mente quanto detto da un suo anticipatore, Cecare Zavattini, che in una delle sue prime opere all’insegna del comico confessa: “sento che tra poco mi scappa di dire Vercingetorige”. Naturalmente in questo continuo gioco d’azzardo ci sono imprese più complesse, come per esempio la capacità, di cui l’Autore si vanta, di saper nascondere il proprio bicchiere nei ricevimenti, in modo che nessun altro lo usi. E poi ci sono i tabù autoimposti, anche se insensati, come quello di non cercare le donne al di fuori del proprio quartiere. Ma nulla da fare, queste punture, ognuno se le deve andare a infiggere in una lettura diretta. Altrimenti, se si ritarda un attimo nella fruizione, perdono il sapore, la fragranza, la sorpresa.
Francesco Piccolo, Momenti trascurabili, Einaudi, pp. 127, euro 13.

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