Arte

De Chirico:quando passato e futuro vengono a coincidere

Qualche giorno fa ho visitato alla GAM di Torino la mostra molto stimolante intitolata “Giorgio De Chirico. Ritorno al futuro”, ben curata da Lorenzo Canova e Riccardo Passoni. Come appare subito, il sottotitolo è ossimorico, o meglio, i due sostantivi che vi sono sbandierati si elidono fra loro, il “ritorno” allude a un passo indietro nella storia, mentre il “futuro” significa una spinta in direzione esattamente opposta. Ma questa negazione di un normale andamento del tempo è del tutto tipica di De Chirico, l’unico nostro artista che si è sottratto alla dialettica tra futurismo e passatismo, tra spirito avanguardistico e “mode rétro”. Ho già segnalato su questo blog che a fine aprile ero stato al Center for Italian Modern Art (CIMA) di New York a dire qualcosa del genere, cioè mentre artisti come Carrà e Severini, e perfino Picasso, oscilano tra i due stremi, solo De Chirico ha proseguito tetragono per la sua strada, fino alla fine. Ma allora come spiegare i mutamenti che pure ci sono lungo il suo percorso? In merito io innesco, fin dai primi ’70 del secolo scorso, una similitudine che mi è cara. Il nostro artista è un visitatore sistematico delle stanze del museo, con alterne fortune che non dipendono da lui, dal suo atteggiamento, coerente e continuamente ribadito, ma da quanto trova nelle varie sale, con i conseguenti riflessi sui nostri gusti. E dunque ai tempi della Metafisica gli arrise un grande successo perché visitava le stanze “giuste”, dell’arcaismo classico e del primo Rinascimento, ma poi, imperterrito, era passata a rivisitare le stanze “sbagliate”, condannate da certo gusto contemporaneo, quelle del barocco e del realismo- naturalismo. Infine, nell’ultima stanza aveva ritrovato se stesso, sentendosi stimolato a riproporsi, ma in termini conveniente a quegli anni, impegnati nei vari fenomeni detti del postmoderno, o della “mode rétro”, o del “retour á”, il che corrisponde proprio alla Neometafisica che la mostra torinese tematizza, e che a suo tempo era già stata rilevata da Calvesi, maestro di Canova. Io in proposito nel 1974 avevo organizzato presso il milanese Studio Marconi una mostra che si poneva sotto il mito dechirichiano, pur non esponendolo direttamente, ma riprendendo da lui il motivo della “ripetizione”, del ritornare a misurarsi coi fantasmi del museo, ma a patto di introdurvi un indice di “differenza”, giusto per segnalare che i “giri di pista” erano mutati, e che i nuovi arrivati stavano “doppiando” i prodotti del passato, come proprio De Chirico aveva fatto di se stesso. E’ stato inevitabile che nella visita mentalmente io paragonassi la mia selezione di mezzo secolo fa con questa ora condotta da curatori più giovani, rimarcando le coincidenze e invece le differenze. E dunque ho ritrovato quanti io stesso avevo esposto nel segno appunto di una “ripetizione differente”, pescandoli a dire il vero più che altro nella squadra stessa del gallerista che mi consentiva quella mostra, e dunque ecco gli Adami e Baj e Tadini e Paolini, ma anche Kounellis, che non mi erano sfuggiti. Al confronto devo ammettere che ero stato scarso nei riguardi di esiti paralleli da ritrovare presso la Pop romana, come invece opportunamente non ha mancato di rilevare la presente rassegna, ecco quindi Schifano, Angeli, Festa, Fioroni, e soprattutto i plastici Ceroli e Marotta, che invece io colpevolmente avevo trascurato. Poi ovviamente nella mia selezione mancavano quanti non avevano ancora messo a punto una loro propria “ripetizione differente”, e che invece avrebbero animato tutto quel brillante decennio, presente solo nei due “primi della classe”, Ontani e Salvo, gli unici che allora avevano già fatto i compiti giusti, mentre non potevo esporre né i “Nuovi nuovi” che sulla scorta di quei due alfieri avrei poi selezionata, né l’intera squadra degli Anacronisti, e neppure dei Transavanguardisti, tutti allora in fase di gestazione, più o meno avanzata. E non era neppure pronto Alessandro Mendini, che poco dopo, col suo studio Alchimia, sarebbe diventato un erede diretto di De Chirico, e un assoluto promotore del postmoderno. Ma in ogni caso devo ammettere che la cernita condotta in questa occasione appare sistematica, ricca di tanti altri artisti, alcuni anche dai nomi altisonanti, Melotti, Guttuso, Uncini, Rotella, Pistoletto, Parmiggiani. E naturalmente, all’altezza del ’74, non potevo certo allegare a sostegno della mia interpretazione il caso di De Dominicis, visto che appena due anni prima, alla Biennale di Venezia del ’72, lo avevo giocato come straordinario campione di audacie aperturiste. Ma poco dopo anche lui aveva percepito il richiamo dechirichiano, e quindi è stato giusto inserirlo in questa selezione, che conferma di quanto futuro fossero gravide le rivendicazioni del passato instancabilmente praticate dal genio della Metafisica, sempre pronto a prolungarla, a premetterle un “neo” colmo di affascinanti possibilità.
Giorgio De Chirico. Ritorno al futuro, a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni. Torino, GAM, fino al 25 agosto. Catalogo Gangemi-

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Letteratura

Minarelli: distici che superano ogni distanza

Mercoledì scorso 22 maggio, in una stanza della bolognese Sala Borsa, ho presentato il recente libro di Enzo Minarelli “Distici distanti”, pubblicato da Le lettere, che solo poco tempo fa aveva ospitato pure un mio saggio globale sul poeta di Cento, steso assieme al collega Pasquale Fameli. Eravamo tutti ancora sotto lo choc della morte di Nanni Balestrini, ma l’incontro non appariva incongruo e fuori tono, dato che Minarelli tra i vari autori della costellazione sperimentale è uno dei più vicini al laboratorio balestriniano. Se non altro proprio nella convinzione che sia ancora possibile praticare la poesia lineare, nonostante i legittimi atti di sabotaggio che l’intera tradizione delle avanguardie vecchie e nuove ha condotto nei suoi confronti. Del resto, lo stesso Minarelli non ha mai mancato di svolgere le sue forti pratiche eversive nei confronti del lineare, Non per niente proprio nel saggio che gli ho dedicato ho paragonato il suo percorso a un’imbarcazione che all’inizio solca il pelo dell’acqua, se ne sta in superficie, ma poi dà a se stessa un ordine di immersione e allora affonda negli spessori della materia verbale, affrontandone i vari aspetti, sonorità, gestualità, frammenti visivi. Non per nulla il nostro autore applica a se stesso la nozione di “polipoesia”, che a me piace molto, dato che vi scorgo all’interno la presenza, magari involontaria, di un polipo, e questa mi sembra proprio l’immagine più conveniente al Nostro, quella di un polipo, pronto a insinuare dovunque i suoi tentacoli lunghi, penetranti, fatti apposta per afferrare e magari riportare in superficie. D’altra parte, accanto a questo versante della provocazione più spinta, ci sta invece l’approdo a forme in apparenza classiche, anche sul versante metrico, come nel caso presente, posto sotto il segno di “distici”, cioè di formazioni regolarissime, nel numero di sillabe, e delle strofe che occupano come schiere di soldatini le pagine del volumetto. La cosa appare al primo sguardo, con una monotonia voluta, ossessiva, dove la divisione in anni non sta a indicare svolte tematiche o formali, ma corrisponde quasi alle “giornate di lavoro” di un frescante, diligente nel suo operare. Il che mi porta anche a un’altra similitudine, valida pure nel caso di Balestrini. In fondo, entrambi affrontano una “ingens silva”, una giungla quasi inestricabile, lussureggiante, ma proprio per porre rimedio a tanta esuberanza essi impugnano le cesoie di un giardiniere pronto a potare, a sagomare in modi perfino troppo regolari tanta incontenibile informalità.
Ma non dimentichiamo che subito dopo l’evocazione della misura canonica dei distici, da poeti dei vecchi tempi, o da geometri implacabili, compare il termine di “distanti”, a fare la differenza. Infatti potremmo dire che qualsivoglia comunicazione linguistica normale cura che tra i vari elementi, sostantivi, verbi, articoli, ci sia sempre la giusta distanza, né troppo né poco, una variazione di queste intercapedini provoca invece un inevitabile effetto di straniamento. Che può sussistere anche per un eccesso di vicinanza, ovvero attraverso la repressione totale dei collanti, portando le parole ad accostarsi “a secco”, come per un muro di mattoni che sdegnano la calce. Ritornando alle solite metafore marinare, in questo caso direi che è come quando la rete dei pescatori tira fuori dall’acqua un ammasso di pesci boccheggianti, costretti a un’orrida convivenza negli ultimi spasmi dell’agonia. O invece i “pesci” riportati a galla possono essere convenientemente distanziati, spaziati tra loro, ma forse la distanza è soprattutto quella che li separa a livello tematico, di significati, portando ad accostamenti insoliti, strampalati, assurdi, come appunto avviene in questi distici, che ci offrono ciascuno un bombardamento di nozioni catturate da ogni angolo della semantica. Il che beninteso non è affatto un qualcosa di inedito, anzi, è l’affidarsi a una pratica tra le più scontate in ambito avanguardistico, da quando Breton e i suoi compagni accostarono casualmente i due vocaboli, il “cadavre” e l’”exquis”, fermandosi subito a quel primo passo dichiarando che nessun accostamento avrebbe potuto risultare più nuovo, incredibile, stuzzichevole di quello ottenuto per puro frutto del caso. Sennonché, appunto, i Surrealisti si fermarono a quel primo passo, e in ciò sta tutto il senso delle prime avanguardie, paghe dei loro esiti qualitativi, mentre ai successori costretti a remare nei decenni dopo, come Balestrini e Minarelli, è toccato il compito ingrato, faticoso, spossante di estendere quegli atti sottraendoli dal privilegio della qualità per farne un incalzante prodotto della quantità, della ripetizione smisurata, insaziabile. Ricordiamo tutti che proprio Balestrini per farsi aiutare in questa ricerca smisurata di accostamenti casuali sfruttò un calcolatore. Minarelli, quel calcolatore se lo è tenuto nella testa e lo ha fatto frullare, ma con la medesima frequenza e intensità.
Enzo Minarelli, Distici distanti, Le lettere, pp. 179, euro 16,50.

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Arte

Una Biennale, nonostante, il Direttore, senza dubbio interessante

Che dire allora di questa 58ma Biennale d’arte di Venezia, e soprattutto del suo direttore, l’inglese Ralph Rugoff? Credo che si debbano mescolare giudizi positivi e negativi, questi secondi in numero decisamente superiore, a cominciare dal titolo stesso, “Possiate vivere in tempi interessanti”, che come minimo è un truismo, o una battuta di ironia, spero consapevole. Ci mancherebbe altro che si convocassero un’ottantina di artisti, con relative ingenti spese, solo nella speranza che in tutto ciò si possa trovare un qualcosa di interessante. Suppongo che anche Rugoff abbia sentito parlare della fortunata sindrome attuale riportabile alla formula del “glocalismo”, cioè di una comunanza di tecniche oggi finalmente raggiunta da tutti gli artisti del mondo, di cui però ognuno di loro fa un uso molto libero, e soprattutto rivolto a ritrovare le radici della propria tradizione. Ne viene un entusiasmante polistilismo, ricco di tante linee di tendenza. Un quadro così ampio e animato viene senza dubbio raccolto nella presente selezione, il che appunto sta tra i meriti di Rugoff, si aggiunga anche la registrazione che le donne artiste sono ormai in numero uguale, o addirittura superiore, alla fin qui schiacciante presenza maschile. Questa volta le artiste sono 42, su 79 presenze totali. Ma qui terminano le benemerenze da riconoscere al selezionatore, che in tanta abbondanza di aspetti avrebbe dovuto sentire il dovere di prendere per mano il visitatore e di presentargli un quadro leggibile, accostando fatti e fenomeni simili, Ma i “curators” si rifiutano a un compito del genere, che invece appare prioritario a un critico militante come lo scrivente, che per giunta ha fatto per tutta la sua carriera professione di fenomenologo degli stili. Col che si tocca la colpa principale dell’attuale gestione, che il presidente Baratta avrebbe dovuto impedire, la cancellazione di ogni tratto distintivo tra i due spazi di base, il Padiglione centrale ai Giardini e la lunga coda alle Corderie dell’Arsenale. Quando la Biennale era ben condotta, nel primo spazio si poneva qualche figura dominante, o fenomeno stilistico di punta, mentre si riservava il magnifico spazio delle Corderie a presenze più giovani e sperimentali. Sarò sempre un nostalgico dell’”Aperto” che fu tante volte la porta d’ingresso di giovani di talento destinati poi a crescere. Nel ’90, entrato tra i selezionatore di questo settore, ebbi il piacere di invitarvi addirittura il grande Jeff Koons, allora alle sue prime comparse. Purtroppo i “curators” hanno cancellato, dal 2.000 in poi, una simile distinzione, omogeneizzando i due spazi, ovvero lasciandoli alla confusione, a un susseguirsi di proposte, alcune delle quali già di grande notorietà, altre rispondenti al compito di individuare le nuove promesse. Una cancellazione di compiti che Rugoff ha aggravato con una decisione infausta, ovvero, ognuna di queste 79 partecipazioni è stata raddoppiata, con una comparsa in un luogo e una seconda nell’altro, il che senza dubbio ha permesso agli artisti di manifestare una loro legittima varietà di stili, ma confondendo completamente le idee al povero visitatore. Io stesso, che forse non sono proprio uno sprovveduto, ho stentato a riconoscere uno stesso protagonista nelle due comparse di cui ha goduto, Ne do subito un esempio, relativo a una artista cipriota, Haris Epaminonda, della scuderia di un eccellente gallerista nostrano, Massimo Minini, che ai Giardini presenta un lungo, aggraziato video, mentre alle Corderie sciorina una serie di oggettini raffinati, pieni di aura. Ma soprattutto, come tutti i “curators”, anche Rugoff ha disprezzato il mestiere di raccogliere le fila, di dirci quali tendenze sono oggi sulla piazza. Prima regola, spezzare i cambi, fare la grande marmellata assortita, ciascuno scelga a modo suo. Per esempio, ci si poteva porre il quesito se e in che modo torni in scena la vecchia signora, la pittura, di cui qua e là, ma dispersi ai quattro venti, ci sono validi testimoni, come il keniota Michael Armitage o la statunitense Nicole Eisenmann, e altri ancora, fino addirittura a una ripresa di modalità informali preseenti nell’etiope Mehretu. Forse meno facile sarebbe stato raggruppare la dilagante presenza di combinazioni oggettuali, tridimensionali, che funzionano un po’ come punti di aggregazione, e ce ne sono delle molto convincenti, come gli accumuli dell’iraniano Baghramian o del coreano Lee Bull, o del cinese Liu Wei. Belli anche i corpi scorticati e contorti della svizzera Carol Bove, o il lungo serpente del nigeriano Otobongo Nkanga, in effetti insignito di un premio. In questa stessa categoria sta anche lo statunitense Arthur Jafa, vincitore del Leon d’oro, coi suoi copertoni preziosamente istoriati. Magari secondo un normale “fair play” cui si ricorre nelle manifestazioni pubbliche appare di cattivo gusti aver assegnato agli USA sia il Leon d’oro per una prestazione individuale sia quello alla carriera, andato all’eclettico Jimmie Durham. Fra l’altro, a proposito dell’opportunità di piazzare nel Padiglione centrale una specie di corte d’onore, perché non aprire proprio con lui, e aggiungere nel riconoscimento l’anziana tedesca Rosemarie Trockel, invece di confonderla a contatto con quale giovane alle prime armi? Lo stesso si dica per un indiano ormai consacrato come Shilpa Gupta, o per l’argentino Tomàs Saraceno. E perfino una delle appena due apparizioni nostrane, Lara Favaretto, avrebbe meritato di vedere le sue membra sparse, ma sempre efficaci, raccolte in una antologica imponente. Rimanendo nell’ambito dell’oggettistica sono da segnalare almeno altre due presenze eccellenti, delle australiane Christine e Margaret Wertheim, tessitrici di merletti impastati di orrore, sprizzanti un senso tragico; e le acquasantiere elaborate dalla rumena Andrea Ursuta, ricavate da ossa del corpo umano.
Poi beninteso c’è l’invasione dei video, sempre più lunghi, laboriosi, in aperta competizione con prodotti filmici o televisivi, posti in stanze sempre più buie, e non si vede perché non debba intervenire un minimo criterio di protezione, rompendo quell’oscurità con qualche lucina, per evirare si andare a sedersi sulle ginocchia di visitatori entrati prima di noi. In questo settore che, lo ammetto, sarebbe impossibile raccogliere in uno spazio unico, si distinguono però gli esercizi da esperimento biologico di Ian Cheng, che ci fa assistere in diretta al formarsi di bacilli, come fossero coralli di nuova specie. E soprattutto un sensazionalismo apprezzabile sta nelle “macchine” della coppia cinese Sun Yuan e Peng Yu, con due lavori molto diversi, ai Giardini rilanciano l’idea di una pittura fatta a macchina con un pesante ingranaggio che traccia al suolo macchie informi. Nelle Corderie invece fanno fischiare nello spazio le frustate di un cavo sottile, sibilante. Poi, volendo, si poteva raccogliere una sezione dedicata alla fotografia, in cui talvolta persiste il bianco e nero che in Zanele Muholi si fa luttuoso, con acconciature pesanti, pronte per cerimonie funebri o per riti satanici. Mentre l’indiano Gauri Gill fotografa, sì, ma un gruppo etnico che ha nascosto i suoi lineamenti sotto maschere rituali. E tante altre sono le presenze senza dubbio intriganti, fascinose, o disgustose, certo è che il pubblico deve fare da sé, non riceve alcun suggerimento o guida o proposta interpretativa da parte del “curator”, compiaciuto di sé e del grande caos che ci propone, con l’unica preoccupazione di non aver sbagliato le mosse, di aver infilato nella calza i nomi giusti, che i colleghi della sua casta approverebbero.
58ma Biennale di Venezia, fino al 24 novembre.

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Arte

58ma Biennale, i padiglioni stranieri

Faccio eccezione alla mia solita regola che vorrebbe che al secondo posto degli inserti domenicali ci fosse un pezzo di critica letteraria mettendoci invece un ulteriore intervento sulla Biennale di Venezia, dedicato, questo, ai padiglioni stranieri. Tra i quali purtroppo, con eccesso di fair play che non molti Paesi ripeterebbero, collochiamo anche la partecipazione italiana. Tanta modestia e discrezione sarebbero magari anche giuste e corrette, sennonché ci andiamo a mettere nel posto più distante, dove i visitatori giungono stremati. Si era invocato da più parti che si ritornasse all’antico, al porre cioè la nostra presenza in un’ala del padiglione centrale ai Giardini, come era stato fino a un certo punto. Nulla di male nel sottrarre qualche parte di quello spazio primario all’insipienza del direttore di turno, che in genere non sa approfittarne per proporre una rassegna fondata su valori paradigmatici. Senza dubbio, ponendoci in quell’angolo remoto, beneficiamo di una notevole vastità di spazio, ma qui scatta la nostra insipienza, con ricorso a due modalità opposte: o lo stipiamo di presenze fino all’inverosimile, o le diradiamo, come succede questa volta, riducendole al numero di tre, che infatti appaiono rarefatte, disperse nel vuoto, dove a fatica si riescono a trovare le poche presenze di sostanza. Il curatore Milovan Farronato è da lodare per aver reso omaggio a Chiara Fumai, scomparsa molto giovane, col suo linguaggio di un graffitismo raffinato, nobilitato da simboli di elegante e misterioso misticismo. Infelice invece è la scelta caduta su Enrico David, confezionatore di una oggettistica che forse starebbe meglio nel padiglione che i Giardini dedicano all’artigianato veneziano. Giusta anche l’attenzione rivolta a Liliana Moro, protagonista fin dallo scorcio del secolo scorso, ma con opere di un eclettismo che a dire il vero personalmente non riesco a infilare in una linea di qualche coerenza.
Parlando degli altri padiglioni, intanto bisogna lamentare il loro numero eccessivo, ben 90, che ormai corrispondono a una specie di ONU a livello di arti visive, segno dell’importanza mondiale raggiunta dalla nostra Biennale, ma anche offerta pleonastica, tediosa, da cui però non si sa bene come difendersi. Non male l’assegnazione dei premi in questo ambito, anche se confesso di non essermi recato a verificare de visu il primo premio, assegnato alla Lituania, essendo stato informato che la performance in cui quella partecipazione si risolve viene attuata solo il sabato, invece io mi aggiravo in un diverso giorno feriale. Fosse dipeso da me, questo primo riconoscimento sarebbe andato al padiglione statunitense, genialmente animato da Martin Puryear, partito dal minimalismo, ma capace di catturare, entro forme salde e fortemente sintetiche, perfino oggetti del folclore, o ninnoli, amuleti, ma riportati su scala gigante. Ovviamente, secondo le regole di un fair play da me stesso invocato, avendo già assegnato agli USA i Leon d’oro per partecipazioni individuali, era sconveniente triplicare l’assegnazione. Giusta anche la menzione d’onore andata al Belgio, con la sua folla di arguti manichini, in cui una Commedia dell’arte dei nostri giorni viene corroborata da uno spirito Pop. Invece male i padiglioni dei Paesi dominanti, la Francia, con Laura Provost, si disperde in un faticoso percorso informe e confuso. La Gran Bretagna, con Cathy Wilkes, gioca una carta opposta, di estenuate eleganze domestiche e di arredi di interni, ma in modi anche qui dispersivi. La Germania con Natasha Happelmann, schiaccia una presenza quotidiana sotto il peso di massi, come rinnovando il mito di Sisifo. E anche il Giappone fa calare dell’alto dei pesanti meteoriti, chiamandoli uova cosmiche, quasi per seppelire sotto tanto peso le grazie di cui la sua tradizione è portatrice. Il Brasile confonde una partecipazione alla Biennale d’arte con quella alla sezione della danza, opprimendoci con le movenze pesanti di un corpo di ballo troppo incombente, gli Swinguerra. Forse qualcosa di buono bisogna andarlo a pescare nei padiglioni di Paesi meno titolati ma più onesti nel presentarsi, la Romania dove Dan Mihaltianu, distende al suolo una chiazza di liquido dai suadenti contorni ameboidi. E la Serbia, con Djordie Ozbof, si collega in qualche modo al filone di un rilancio della pittura che compare anche nelle sezioni centrali della Biennale, ma disperso ai quattro venti per l’indisposizione del direttore a raccoglierlo.

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Attualità

Dom. 19-5-19 (Pd-M5S)

Qualche giorno fa la “Repubblica” ha ospitato un’intervista a Giuliano Pisapia, personaggio che non amo e contro cui mi sono già espresso. Ritengo che il suo rifiuto a ricandidarsi come sindaco di Milano rispondesse soprattutto all’intento di smarcarsi da una influenza renziana, a costo di far perdere alla sinistra quel Comune, cosa di cui il nostro Pisapia si sarebbe compiaciuto per il grave colpo che avrebbe inferto appunto al renzismo. Non era affatto la decisione di abbandonare la politica, anzi, di muoversi in una platea nazionale, sempre nel segno dell’ostilità verso quello che al momento appariva ancora il dominatore del Pd, cercando di schieragli contro tutti gli oppositori. Poi è entrato in scena un antirenziano come lui, l’attuale segretario Zingaretti, e allora a quel punto Pisapia non ha avuto più difficoltà a entrare nelle file del Pd, vedendosi subito premiato con l’offerta di un posto di capolista alle prossime europee. Col che, sia ben chiaro, l’esito di questo percorso per me è positivo, non avrei dubbio a votare Pisapia se mi trovassi nel suo collegio. Ma tra le risposte date in quell’intervista figurava un assoluto diniego circa la possibilità che il Pd in futuro potesse andare a fare un governo con i Pentastellati. Questo fino a poco tempo fa sarebbe stato balsamo per le mie orecchie, da renziano come continuo ad essere avevo plaudito alla sua uscita di porta per bloccare i tentativi allora in corso di attuare una alleanza in quel senso. Ora però confesso che avrei qualche dubbio in materia, fatta nascere dall’almeno apparente divorzio in atto in questo momento tra Salvini, sempre più di destra, e un Di Maio, che assume toni da difensore della sinistra. Forse è solo propaganda elettorale, a tutela delle proprie percentuali di voto. Purtroppo temo che l’esito del voto non cambi troppo le cose, la Lega forse perderà qualcosa, ma resterà pur sempre al 30%, i pentastellati risaliranno, ma non oltre il 22%. Morale della favola, dopo le aspre dispute di questi giorni i due fronti potrebbero constatare la convenienza di rifare l’accordo, in quanto Salvini non ha molta voglia di rientrare sotto la tutela di Berlusconi, e Di Maio e compagni non hanno sponde di altra natura. Inoltre un presidente pavido come Mattarella non avrebbe alcuna ragione per aprire una crisi, se non a seguito di un chiamarsi fuori di una delle due parti. Non dimentichiamo che nel 2011 Napolitano poté mandare via dal governo Berlusconi per tacito assenso della vittima, che era spaventato per la crescita dello spread, rovinosa per i suoi interessi privati. Ma qui, se nessuno dei due contraenti del governo “rompe” l’alleanza, Mattarella non si può intromettere. Si delinea la macabra prospettiva che i due, riedizione di un Bonnie and Clyde, uniti in un abbraccio mortale, trascinino il nostro Paese nel baratro. Ma in questo caso il Pd si potrebbe fare avanti e fornire a Di Maio e compagni una sponda per un cambiamento di governo, considerando appunto i passi da loro compiuti negli ultimi tempi verso un certo sinistrismo. E’ per esempio lodevole il loro rifiuto delle autonomie regionali, in base al giusto convincimento che non ci siano regioni di serie A e altre di serie B. Inoltre mi pare che non siano loro i difensori ad oltranza di un altro sciagurato proponimento leghista consistente nella flat tax, e anche sul fronte immigrazione sembrano più aperturisti. Quanto alla questione della riforma pensionistica anti-Fornero, ho già detto altra volta che dovrebbero intervenire i sindacati in dimensione europea, dialogando coi loro omologhi dei vari Paesi per stabilire un’età pensionabile buona per tutti, e non a discrezione delle singole nazioni, autorizzate a fare la gara a chi abbassa di più i termini di un provvedimento, che certo in termini di populismo ottiene facili consensi. Ma starebbe nella serietà di una politica sindacale andare a vedere fin dove in questa direzione ci si può spingere senza compromettere il bilancio pubblico. Una volta constatati i possibili punti d un accordo, ovvero di un contratto sui generis, a quel punto potrebbero essere i Cinque stelle a scalciare via l’accordo con la Lega e ad aprire una crisi, di cui però esisterebbe già una soluzione possibile.

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Arte

Un autentico Leonardo, la Madonna Benois

In tanta disputa delle spoglie, sempre le solite, di Leonardo, per allestire mostre degne del centenario dalla sua morte, salta fuori un dipinto miracoloso, la Madonna Benois, cosiddetta dal nome degli ultimi fortunati possessori, prima che l’opera finisse all’Ermitage, da cui l’ha ottenuta in prestito una sede non eccelsa, la Pinacoteca comunale di Fabriano, che però, così, può dare scacco matto a tante suoi ben più illustri rivali nel mondo. In origine era un dipinto su tavola, di piccole proporzioni, cm 46 x 31, poi trasferito su tela, ma vale senz’altro per dare ragione a me e a una delle tesi che ho agitato inutilmente, secondo cui devono essere tolte da un’autografia leonardesca sia La Dama con l’ermellino, sia soprattutto la Belle Ferronnière, e restituite a chi forse ne fu davvero l’autore, il Boltraffio, considerato pittore di serie B, cui quindi, per un falso sillogismo, non potevano essere lasciati quei due indubbi capolavori. Quale, la ragione fondamentale che mi ha indotto ad affidare a una rivista ufficiale quel mio parere, ottenendo il pieno avallo del nostro miglior “modernista”, Antonio Pinelli, che di quel periodico è anche il direttore? Che in entrambi quei dipinti compare l’elemento condannato da Leonardo, la recinzione delle figure, il crudo tratto lineare che separa i corpi dall’atmosfera, laddove la massina scoperta del genio di Vinci, sia come artista sia come scienziato, sta nel fatto che siamo immersi nell’atmosfera, e questa cancella inesorabilmente i contorni. È la grande scoperta in cui si deve intravedere il tratto decisivo dell’età “moderna” (secondo i manuali, cioè tra fine Quattrocento e fine Ottocento), poi ripreso dai grandi protagonisti di quel periodo, da Rubens a Caravaggio a Rembrandt su su fino agli Impressionisti, e magari mettendoci dentro pure Medardo Rosso. Persistevano a ignorare l’esistenza di quel fluido corrosivo i cosiddetti “primitivi”, quanti erano venuti “prima di Raffaello”, compresi i quasi coetanei di Leonardo come il Botticelli e il Perugino, che avevano del tutto ignorato la presenza di quel gas corrosivo, trattando le figure come se fossero collocate sulla luna. E dalla presenza e incombenza di quel medium logorante sarebbero poi usciti tutti i contemporanei, o, come preferisco dire io, i postmoderni, dato che nell’universo così come oggi è concepito l’atmosfera appare appena un esiguo manicotto di cui ci si può e ci si deve liberare. Per ottenere questa cancellazione dei contorni Leonardo ricorre a corpi grassottelli, come si vede nelle braccine ben tornite, e soprattutto nelle gambette rotonde del divino pargolo, ma anche nelle fossette del volto della Madonna, il tutto favorito da una provvida oscurità che lambisce i corpi, li sfuma, ne rende illeggibili le linee di confine, con una medesima logica che dalle carni umane si diffonde ovunque, impone la sua legge anche ai drappeggi, alle maniche della Madonna e ad ogni altro indumento, il tutto mollemente, elasticamente affidato a un trattamento soffice, ampio, flessuoso. Fra l’altro, Leonardo qui fa già ampio uso dell’oscurità, un ingrediente temuto dai suoi compagni di via, di cui però si impadronirà ben presto il migliore degli allievi del Nostro, Raffaello, quando, pentito di aver eseguito la Madonna del Granduca secondo i precetti alla Perugino, la circonfuse con un fiume di tinte scure, accettando in pieno il testimone della staffetta “moderna” dall’anziano maestro, per affidarla, come già detto, ai Rubens e Rembrandt e via dicendo, consentendo di dividere l’intero corso dell’arte occidentale in un “prima” e in un “dopo” Raffaello, ma anche con la possibilità di andare a recuperare il “prima”, cioè di dar luogo ai vari episodi di preraffaelltismo, che sono stati anche una smentita rispetto alle grandi conquiste leonardesche.
Leonardo, Madonna Benois, Pinacoteca comunale di Fabriano, fino al 30 giugno.

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Letteratura

Janeczek: il cibo come misura della storia

Ho detto bene dei romanzi di Helena Janeczek ogni volta che mi è capitato di incontrarli, come è avvenuto per la prima volta con “Le rondini di Montecassino” di cui avevo affidato una recensione positiva a “Tuttolibri”, supplemento della “Stampa”, da cui poi sono stato allontanato per cause non ben precisate, e infine, parlando della “Ragazza con la Leica” alla sua uscita, nel 2017, ma costretto a valermi ormai di questa sede privata, lo avevo dichiarato degno di incassare tutti i premi in palio, come infatti era avvenuto l’anno dopo con la vittoria nello Strega. Ora sono in presenza di un prodotto più ambiguo, “Cibo”, che mi pare appartenere a un primo tempo, uscito infatti già nel 2002, quando la nostra autrice era già in pieno possesso della sensilità di muoversi sul filo di vite comuni, ma al momento le mancava l’astuzia di mandarle a sbattere contro eventi storici di grande peso, facendo saltar fuori faville da quello scontro tra i’epico e il banale. Però nell’attuale edizione l’opera ha avuto un trattamento supplementare, anche qui alla ricerca dell’evento drammatico che in prima istanza le era sfuggito, o meglio, si dovrebbe andare a verificare se già allora queste sue esistenze comuni erano messe alla prova col il dramma della caduta delle Twin Towers, e in particolare con la tragedia delle persone che per sfuggire alle fiamme si sono buttate giù dai piani più alti dei due grattacieli. Nel complesso questa lunga cronistoria mi ricorda un classico del teatro, e poi del cinema, il francese “ Le Bal”, poi divenuto, in una eccellente trasposizione cinematografica del nostro Scola, “Ballando ballando”, altra tensione e temperatura rispetto all’odierna, frivola “Ballando sotto le stelle”. Infatti sia nell’originale francese sia nella ripresa filmica nostrana si trattava di ripercorrere la tragica storia del periodo tra fine anni Trenta al dopoguerra, con una recitazione senza parole, affidata soltanto a scene di danza via via ispirate ai balli delle mode successive. Così pure in questo brogliaccio della Janeczek alcune protagoniste femminili passano gli anni, e affrontano i drammi esistenziali delle loro vite attraverso i vari cedimenti, o resistenze, alle lusinghe del cibo, in una tensione continua tra bulimia e anoressia, che trova anche un riscontro in vicende sessuali, o nella loro assenza. Una cronaca che rischia di impaludarsi in un certa piattezza e monotonia, per quanto in buona misura prevista e voluta, però con alcuni picchi, come quando la protagonista principale partecipa al funerale del padre, con un relativo accompagnamento di riti funebri, tra cui non mancano i pasti e le bevute. E poi, come già detto, la Janeczek supera la staccionata che si era imposta al primo uscire del romanzo, ne estende i limiti, andando alla ricerca di elementi drammatici che servano proprio a insaporire il cibo che ci viene servito, e dunque, dopo una attenta ricognizione di quanto avvenuta alla caduta delle Due Torri, si spinge in avanti, fino a un altro evento di non minore portata quale il fallimento della grande Banca Lehmann Brothers. Tutto questo pur sempre “ballando ballando”, pardon, mangiando mangiando, come avviene un certi giochi di prestigio che obbligano a compiere movimenti arrischiati ma mantenendo in equilibrio un qualche oggetto senza farlo cadere. Siamo in presenza, insomma, di una specie di scommessa, a narrare a tutto tondo ma senza scostarsi dal motivo di fondo del cibo, e in buona misura la Nostra ce la fa ancora una volta, ma speriamo che, più che pensare al recupero di vecchi manoscritti, si sia ormai accinta a impostare nuove storie, e soprattutto abbia individuato il nocciolo tragico attorno a cui coagularle.
Helena Janeczek, Cibo. Guanda, pp. 284, euro 17.

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Attualità

Dom. 12-5-19 (fascismo)

L’argomento del giorno potrebbe essere l’indubbio rigurgito di velleità di fascismo, il cui apice è stato dato dalla pretesa della casa editrice Altaforte di partecipare al Salone del libro di Torino. Ma in merito direi che basterebbe una attenta e rigorosa applicazione delle leggi antifasciste che già esistono, emesse da Scelba e ribadite da Mancino. Dove ci siano atti che si richiamino a una evidente ripresa di riti fascisti, come per esempio tentativi di rilancio del saluto col braccio teso, o comunque esplicite volontà revansciste, è giusto intervenire reprimendo. Bisogna però stare attenti a non applicare un erroneo sillogismo, che tutto quanto è stato fatto nel famigerato ventennio sia per questa sola ragione condannabile. Io stesso con altri mi sono impegnato a realizzare per il Comune di Milano la mostra “Annitrenta”, nel 1984, con straordinario successo, di recente replicato da una mostra molto simile gestita da Germano Celant per la Fondazione Prada. Il fascismo, se fu implacabile sul piano politico, facendo vittime, da Matteotti ai Fratelli Rosselli, e imponendo il confino e tante altre angherie ai suoi oppositori, sul pano culturale “lasciò fare”, il che avvenne per vari motivi. Per la presenza, al fianco del Duce, di un’amante del tutto con lui solidale quanto a idee politiche, ma certo non priva di talento critico, Margherita Sarfatti, cui si dovette l’operazione positiva del cosiddetto Novecento. Inoltre dalla prima ora fino all’ultimo Mussolini ebbe a fianco il genio esplosivo di Marinetti e del Futurismo. Insomma, intellettuali, scrittori, artisti molte volte, nel ventennio si distinsero non certo per una ribellione al fascismo, ma per la pretesa di esserne considerati come i “veri” testimoni e garanti. E poi è stato ampiamente rivalutato l’intero capitolo dell’architettura sotto il regime, fino al concepimento dell’impresa dell’EUR, con alcuni capolavori che si fece in tempo a realizzare. Insomma, è giusto, necessario essere implacabili nel reprimere ogni rigurgito di fascismo, considerandolo indebito e dannoso, ma ci si deve guardare dall’estendere la medesima condanna su tanti episodi culturali che avvennero nel corso di quegli anni, ma con motivazioni proprie, originali e significative. Nulla di simile venne dalle dittature del tutto negative di Hitler e di Stalin, sotto cui la repressione della libertà e creatività dell’arte e della letteratura fu totale.

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Arte

Stella: una gioiosa invasione dello spazio

Domenica scorsa 28 aprile avevo preannunciato una mia visita che si sarebbe svolta nei giorni precedenti a New York per una mia partecipazione a un incontro al Center for Italian Modern Art (CIMA), su cui fornivo una specie di preventivo. Forse domenica prossima ne darò pure un consuntivo, ma intanto il primo impulso è di raccontare che cosa ho visto nella Grande Mela, seppure limitandomi a una visita ai luoghi consacrati dall’uso. Niente da dire sui due massimi MOMA e Metropolitan, che non deludono mai le aspettative, male invece il Guggenheim, semichiuso in attesa di non so quale evento, e pure il Whitney, ma con la giustificazione di essere in attesa della Biennale che avrebbe aperto qualche giorno dopo. L’averla mancata è stata senza dubbio una grave perdita nel mio giro d’ispezione. Erano aperti solo l’ultimo piano, con una mostra abbastanza scontata dei grandi estensori di bolle cromatiche di larga stazza, sul tipo dei Morris Louis e Kenneth Noland, tra cui però c’era anche un Frank Stella prima maniera, che sarà l’eroe di questa mia cronaca. Infatti me lo sono ritrovato con ben altro formato e superiore grinta quando ho compiuto l’inevitabile pellegrinaggio nelle gallerie di Chelsea, dove in genere ho constatato uno spettacolo abbastanza deprimente, di ritorno alla pittura ma in modi modesti, disimpegnati, quasi folclorici, con ammicchi verso esiti fiabeschi, da arte naif o giù di lì, insomma un tipico momento di stanca, di crisi, che coglie di tanto in tanto perfino il “caput mundi”, quale malgrado tutto continua ad essere New York. Con un’unica eccezione, data proprio da Stella, che presso la Galleria Boesky ha portato all’estremo limite l’esuberante espansione cui si è dato sul filo degli ultimi decenni. Nella rassegna storica al Whitney se ne stava stretto stretto, col suo reticolo geometrico, pur già riccamente policromo, ma del tutto racchiuso sul piano, proprio a costituire una stella, “nomen omen”. Poi si sa che in seguito è andato a distribuire le sue forme nello spazio, esattamente come farebbe una brava massaia che, prima, stende col mattarello la pasta sul tagliere in strati ridotti, poi li ritaglia con una rotella, quindi li dischiude, gli fa prendere aria, volume, spessore. Fuor di metafora, Stella è venuto ricavandone delle matasse sempre più in rilievo, libere di snodarsi nello spazio, di intrigarlo coi loro gonfiori, ma nel rispetto di una fattura a base pittorica. Poi dalla pasta cromatica è passato a materiali ben più plastici, il vetroresina, da cui ora ricava circonvoluzioni maestose, che scoppiano nello spazio come degli airbag, e pare quasi di udirne lo schiocco. Sembrano degli aerostati, che forse veleggerebbero liberi nello spazio, se a trattenerli non ci fossero dei robusti ancoraggi a strutture metalliche, incaricate di reggerli, perché nonostante il loro aspetto di nuvole in libertà credo che viceversa abbiano un notevole peso. D’altra parte le strutture metalliche soggiacenti mi pare che diano anche a quegli aerostati il bene di una possibile mobilità, così da poter scorrere nello spazio. Inoltre non è detto che assumano sempre una morfologia del gonfio, dello sfeoroidale. In altri casi si stringono, si allungano, come nastri, in ogni caso policromi, o addirittura come fuochi artificiali, però “fermati” quasi con colpo di bacchetta magica. Il fatto stesso di parlare per loro di gonfie nuvole o di nastri allungati e quasi tentacolari ne rivela pure l’appartenenza alla famiglia delle forme aniconiche, o diciamo pure, con termine antiquato e improprio, dedite all’astrazione. Col che esse ingaggiano un duello con le forme accentuatamente iconiche di cui è capace l’artista statunitense che oggi è forse l’unico a potergli essere opposto. Jeff Koons, ma con la differenza contenuta proprio in queste ultime parole. Se il primo, Stella, ci dà fettuccine fluenti, o frittelle, di quelle piene di vuoto al loro interno, l’altro arrostisce sul suo industrioso barbecue dei porcellini, magari d’india, o dei fiori e frutti esotici. Chi resta indietro, superato in questa gara agli estremi dei due massimi contendenti, al momento è Oldenburg, con le sue statue che sono rimaste, come voleva la stagione Pop, a volare troppo basso. Invano, nei suoi ultimi lavori, hanno tentato anch’esse di nobilitarsi, di assumere cadenze preziose e ornamentali. Ma Oldenburg, da valido interprete del mondo Pop, veniva dalle immagini del bisogno, del necessario, mentre i nostri due si librano incondizionati nell’attuale universo del superfluo, dell’eccessivo, sia che questo si esprima in paccottiglia da supermarket ispirata agli esiti più bizzarri del kitsch (Koons). o invece già si imbarchi per avventure spaziali, per paesaggi incantati quali forse appariranno all’umanità quando finalmente potrà avventurarsi in viaggi spaziali, e del resto già oggi è possibile godere della visione di fastosi spettacoli pirotecnici, di incantate aurore boreali.
Frank Stella. Recent Works, Marianne Boesky Gallery, fino al 22 giugno.

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