Letteratura

Valeria Parrella di nuovo a un capezzale

Seguo da tempo con approvazione le opere di Valeria Parrella, che ho ascritto alle file di una “nuova napoletudine”, distinguendole per esempio da chi, come Donatella Di Pietro, con la sua “Arminuta”, ritorna implacabilmente a ricalcare le vicende di ordinario degrado che quasi fuori del tempo covano nei “bassi” della città campana, Anche le protagoniste della Parrella vivono in quegli ambienti, ma non sottostanno al ricatto degli stereotipi letterari, sono persone dei nostri tempi che lottano per acquisire un giusto grado di cultura, tentando di darsi a professioni dignitose, come l’insegnamento, anche se costrette alle trafile asfissianti di concorsi gremiti, di supplenze in luoghi lontani, avendo anche a che fare con genitori non sempre tolleranti e comprensivi. Lo stesso di dica anche per quanto riguarda la vita affettiva e sessuale, in cui queste figure femminili si mostrano all’altezza dei nostri tempi, pronte a intessere avventure o a lasciare che si interrompano, per passare a nuove esperienze. Se si vuole, sono anche esercizi che, pur non sapendo io nulla della biografia di questa scrittrice, ritengo largamente improntati a quella che ora si chiama “autofiction”. Ma su cui incombe il rischio di appiattirsi in esiti non provvisti di un sufficiente grado di dramma, di tensione, a livello di trama. Si sa bene però che la nostra Parrella in questa direzione ha fatto centro almeno una volta con “Lo spazio bianco”, in cui il modesto profilo di una ragazza dei nostri giorni è stato chiamato a seguire con ansia i tentativi di un figlio nato prematuro di balzar fuori da uno stato di sospensione tra la vita e la morte. Quell’evento ha calamitato il vissuto della protagonista, conferendogli palpito, tensione, emozione, fino al punto di rischiare ci collocarsi come prova insuperabile. Purtroppo di alcuni narratori si dice che non ce la fanno ad andare oltre un qualche loro straordinario exploit, c’è stato chi è arrivato a dare un simile giudizio “tranchant” perfino per il Moravia degli “Indifferenti”. Ma per suo conforto la Parrella mi sembra rinnovare quel clima denso e drammatico con la sua ultima uscita, “Almerina”, anche se lo fa, come è opportuno, non certo fornendoci una banale replica del romanzo di successo, anzi, riuscendo a mutare tutti i dati messi in campo. Intanto, colei che narra, di nome Elisabetta Maiorana, conferma la sua appartenenza a una categoria che la salva dal degrado, quella di insegnante, seppure non certo ad alto livello, infatti è docente in un carcere giovanile, quello di Nisida, nei pressi di Napoli, la città che sembra destinata ad attrarre su di sé tutte le possibili vicende di degrado. Al posto del figlio prematuro, in questo caso ci sta la portatrice del titolo, Almarina, povera ragazza immigrata dalla Romania, vittima di soprusi paterni, di difficoltà di ogni genere, che l’hanno costretta a delinquere, da qui la sua reclusione nel carcere minorile. E la professoressa la assiste, come già in precedenza era avvenuto da parte della madre ansiosa al letto del figlioletto nato prematuro. Naturalmente muta radicalmente il tipo di assistenza che in questa occasione conviene fornire alla vittima. La docente, che la sente come una propria creatura, la deve proteggere dal bullismo dei compagni di sventura, e cercare di procurarle un po’ di sollievo, ottenendo per esempio che le venga affidata per un soggiorno esterno in periodo natalizio. Sono senza dubbio pagine felici quando la madre putativa avvia la sua protetta ad apprezzare il conforto di impianti igienici, e anche di cosmetici, di cure, di vesti come si deve, a cui la povera orfanella è del tutto disabituata. Purtroppo però la burocrazia ha le sue leggi implacabili, e dunque quell’affido non può prolungarsi, anche perché la protettrice è rimasta vedova e dunque non può candidarsi a una adozione formale. La vicenda si chiude amaramente, con l’obbligo di relegare Almarina in una casa protetta, forse meglio del carcere, ma ugualmente costrittiva. In fondo, a fare un bilancio, questa storia ha termine su tinte più tristi, rispetto all’esito positivo del neonato felicemente uscito dal coma. Lo spazio bianco in questo caso si trasforma in un buco nero.
Valeria Parrella, Almarina, Einaudi, pp. 123, euro 17.

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Attualità

Dom. 7-4-19 (CGIL)

Confesso che mi trovo a ripetermi, forse valida ragione di più per far cessare questi miei inutili vagiti. Mi voglio riferire all’incontro tra il nuovo segretario del Pd e il nuovo responsabile della CGIL, che senza dubbio era giusto fare, ma è anche evidente che non sono stati affrontati temi decisivi, tanto è vero che il Pd ha ripreso a calare nei sondaggi, a svantaggio del concorrente immediato, i Pentastellati. Mi è capitato di osservare che la grande occasione mancata dei nostri sindacati di sinistra è stata di non fare una politica di respiro europeo, cercando di stringere un patto di solidarietà con i sindacati di uguale colore, almeno finché al governo di importanti Paesi c’erano partiti socialdemocratici, come la Germania, la Spagna, e in fondo anche la Francia di Macron. Uno di questi temi su cui urgeva raggiungere un’intesa sovra-nazionale stava nell’età del pensionamento. Per carità, è giusto che un sindacato di sinistra sia favorevole a concedere ai lavoratori un pensionamento quanto più possibile “basso”, al limite si potrebbero pure abbracciare concezioni di socialismo utopistico, di quelle che profetizzano la fine del lavoro, da affidare ai robot, con la classe operaia che va in paradiso dandosi a incrementare a dismisura il tempo libero. Ma si sa che più si abbassa l’età dell’andare in pensione, più aumentano i costi, con rischio di dissestare l’economia dei vari Paesi. E dunque, perché non fissare un limite comune, che evidentemente sarebbe più facile sostenere, senza concedere a disinvolti tentativi di abbassarlo a puri scopi elettorali, come stanno facendo concordi i giallo-verdi? E sempre per rivangare tra i mei passati appunti, perché un partito europeo dei sindacati non è intervenuto nel fissare paletti doganali per le imprese che vanno a produrre all’estero, in Paesi dove la mano d’opera costa assai meno che da noi? Solo fissando una quota di compenso, per prodotti fabbricati a costi agevolati del lavoro, è possibile proteggere le possibilità di occupazione per la nostra classe operaia. Infine, che cosa hanno fatto i nostri sindacati, CGIL in testa, per tutelare il lavoro degli immigrati, per proteggerli dal caporalato, dallo sfruttamento indecoroso della mano d’opera a prezzi di schiavismo? E se non sbaglio non c’è stato alcun impegno a fare un impiego razionale degli immigrati, trovando per loro utili occasioni di occupazione, in quelle attività che la nostra classe operaia rifiuta? Sarebbe quello il primo passo verso una possibile integrazione. Questi gli aspetti per cui i sindacati di sinistra dovrebbero battersi, il che forse consentirebbe anche un miglioramento nei sondaggi relativi al Pd, loro inevitabile compagno di destini.

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Arte

Ingres tra il neoclassico e il romantico

La mostra che il Palazzo Reale di Milano dedica a Ingres attesta, purtroppo, l’attuale moda di allestire rassegne dedicate ai grandi nomi dell’arte, ma in fretta e furia, non mirando certo a una campionatura perfetta delle loro opere, bensì al mettere in piedi alla meglio un’antologia appena passabile, nutrita di tanti comprimari, e soprattutto di opere grafiche, più facili da procurarsi e da trasportare. Purtroppo sono mostre non concepite da pensosi comitati critici, bensì da editori che le finanziano soprattutto al fine di venderne i cataloghi, massicci, imponenti, costosi. In questa gara editoriale è entrata in lizza di recente la Marsilio, venendo quindi a far cessare il quasi-monopolio che in passato era nelle mani di Silvana Editoriale e di Skira, accompagnate dal Sole 24ore. La prima ora si è fatta da parte, mentre le altre due sono sfidate appunto da Marsilio, che almeno in questa occasione non commette, come già nel caso del Verrocchio, l’improprietà di porre in copertina un’opera non presente nell’esposizione. Qui campeggia l’immagine dell’Imperatore, che Ingres (1780-1867) esegue poco più che ventenne, subentrando a colui che in quel momento era ancora il cantore ufficiale delle glorie del Bonaparte, Jacques-Louis David, Quello fu anche il modo attraverso cui il giovane pupillo scavalcò la corte degli allievi quasi coetanei del fondatore del Neoclassicismo, i vari Gros, Gérard, Fabre, Girodet, che in effetti qui sono presenti con qualche dipinto a testa. Ma certo su tutti domina quella sorta di bambolotto maestoso, che sembra voler essere “più vero del vero”, come per entrare in un Musée Grevin. Un bambolotto, un manichino cui l’artista si compiace di far indossare vesti, impugnare simboli del potere, ornarsi di monili e decorazioni a iosa, ricorrendo a un “fermo immagine” da cui lo stesso David avrebbe preferito distogliersi per conferire più movimento al suo eroe. Ma questo fu il compito, il destino dell’allievo venuto due generazioni dopo il maestro, irrigidire, rendere le forme ancor più ceree, magari fino a farle scivolare verso esiti spettrali. Infatti il pupillo non aveva tardato a comprendere che ormai era passata la fase eroica del Neoclassicismo, che bisognava lanciare occhiate di interesse verso temi ed episodi tipici dell’universo “romanzo”, medievale, da cui proveniva anche una accezione corretta dell’etichetta fatale che stava per impadronirsi del campo, ovvero il Romanticismo. A Ingres riuscì un capolavoro di abilità, mantenere la fermezza di forme, la lucentezza smaltata dei colori, come gli aveva insegnato David, ma spingendo però quei mezzi a illustrare temi ed eroi provenienti da ambiti più fantastici, allucinati, o appunto romantici. Attesta questo suo abile compromesso il dipinto forse più importante qui in mostra, “Il sogno di Ossian”, dove Ingres riesce nel compromesso, di far apparire i fantasmi dell’onirismo romantico, quasi mettendosi sulla scia di un Füssli o di un Blake, ma nello stesso tempo provvedendo a renderli candidi, come sottoposti a un procedimento di ibernazione. Aprire sì ai fantasmi, ai sussulti dell’irrazionale, ma “con juicio”, con mosse felpate e circospette. Che comunque provvedevano ad allargare l’area spettante ai rigori del Neoclassicismo, fino a sfidare gli analoghi passi nella leggenda di cui erano capaci, in Germania, i cosiddetti Nazareni, o in Italia la squadra che poi si sarebbe detta dei Puristi. Se si vuole, si possono coprire tutti questi vagiti di innovazione evocando lo spettro del “ritorno a prima di Raffaello”, del Preraffaellitismo, che solo un mezzo secolo dopo sarebbe giunto, in Inghilterra, a consacrare questa precisa volontà di fermare il corso della storia, di fare macchine indietro, scongiurando i demoni del pittoricismo barocco e barocchetto, quegli stessi demoni cui invece artisti francesi di poco posteriori al nostro, Géricault e Delacroix, avrebbero dato ampio sfogo. Si sa bene che per tutta la prima metà dell’Ottocento in una Francia che, nonostante le disfatte napoleoniche, manteneva una leadership soprattutto in arte, i due fronti condussero una strenua battaglia, da un lato Ingres, con la sua bacchetta magica che interveniva a bloccare i fervori di vita, quasi a tradurli, si direbbe oggi, in prodotti artificiali, in poliuretani, in resine sintetiche, e invece all’opposto gli scatenati Géricault e soprattutto Delacroix, che liberavano i venti dell’impulso pittorico dall’otre di un Dio Eolo lasciandoli irrompere, fino a condurre verso l’esito estremo dell’Impressionismo. Mentre Ingres, semmai, si faceva erede dei rimbrotti che un suo precursore quale Blake aveva lanciato verso Rubens e Rembrandt, accusandoli senza mezze parole di dipingere “con la merda”. Lui personalmente, arroccato nella fortezza romana di Villa Medici, agiva da freno, tentando di mantenere intatta la lezione davidiana.
Di questa sua abile politica di uno “stop and go”, di dare il via libera a certi fermenti, ma per arrestarli subito alle prime mosse, ci sono scarsi documenti, nella mostra milanese. Pochi esempi che comunque introducono alle varie serie in cui questa ambiguità ingresiana seppe tradursi, come quando andò a frequentare il tema esotico, orientaleggiante, delle odalische sorprese, con la mente e non certo con gli occhi del testimone, in qualche harem del Medio Oriente, ma subito bloccate in una perfezione algida di forme, di nudi fin troppo levigati, impermeabili alla carezza degli agenti atmosferici. Laddove, quando il rivale Delacroix faceva irruzione su scenari della medesima specie, dava fuoco alle polveri del pittoricismo più ardito. E c’è pure, in mostra, qualche traccia delle evasioni che Ingres, sempre in cauta apertura sul medioevo, intese dedicare alla tematica “trobadour”, con scenette in cui Paolo e Francesca si presentano trattati come pupi, come sagome ritagliate da qualche predella quattrocentesca.
Ho già detto del ricorso a sontuosi accompagnamenti di comprimari cui mostre di questo tipo si danno per arrotondare il peculio, qui però è senza dubbio opportuno lo sguardo rivolto a un predecessore di Ingres, e risoluto concorrente di David, quale fu il nostro Andrea Appiani. Spiccano su tutto le incisioni che per fortuna furono ricavate dall’enorme fregio che l’artista lombardo aveva eseguito nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale proprio per onorare l’ingresso di Napoleone in Milano nel 1800. Quella lunga “striscia”, dove le imprese miliari vengono trattate come un fregio degno dell’arte romana, ma meglio giù usare il derivato, e parlare di una voluta barbarie, deformazione, schiacciamento di sapore romanico. Sono la migliore dimostrazione di quella volontà di andare oltre il clima surgelato del Neoclassicsimo che animò pure le molte imprese ingresiane rivolte in questo senso.
Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone, a cura di S. Guégan e F. Viguier-Dutheil. Milano, Palazzo Reale, fino al 23 giugno. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Hawking e le sue risposte

L’altro giorno per sopportare la noia di un viaggio in treno ho acquistato il saggio di Stephen Hawking, “Le mie risposte alle grandi domande”. Dico subito che la mia competenza in materia fisico-matematica è ben scarsa, quindi non saprei rispondere al quesito manzoniano se quella del ben noto studioso sia stata “vera gloria”, di sicuro gli si deve riconoscere una non comune forza d’animo nell’aver sopportato la grave malattia da cui era afflitto, riuscendo a svolgere malgrado tutto una vita coniugale e professionale di ottimo livello. Quanto alle risposte che egli ci fornisce nel libro in questione, una mi convince senz’altro, relativa a un interrogativo molto ingenuo di chi si chiede che cosa esisteva prima della nascita dell’universo. Se non sbaglio la sua risposta è che il tempo stesso è nato con l’atto istitutivo della nostra realtà, ovvero con lo scatenarsi del “big bang”, cui ormai nessuno nega legittimità e verosimiglianza. Non mi pare che l’autore risponda con uguale chiarezza a un interrogativo opposto, che cosa c’è al di là del tempo e dello spazio? Dove, come si ferma l’infinito espandersi dell’universo, tanto più che la stessa teoria dell’esplosione iniziale ci dice pure che i frammenti di quella bomba primordiale si stanno allontanando tra loro a raggiera? Dobbiamo quindi misurarci con la nozione di uno spazio-tempo che si prolungano all’infinito? Ma qui ci viene in aiuto la genialità di Einstein, ribadita ad ogni passo dallo stesso Hawking, che come sappiamo ha pure introdotto l’esistenza delle onde gravitazionali, per effetto delle quali lo spazio-tempo “curva”, rientra in se stesso, secondo il paradosso per cui una astronave capace di procedere alla velocità della luce non si perderebbe negli abissi dell’universo, ma prima o poi ritornerebbe sui propri passi. Insomma, non è pensabile un andare oltre quanto esiste nel nostro universo, allo stesso modo che non ha senso chiedersi che cosa ci fosse “prima”. Anche se devo ammettere che una simile concezione, favorevole a un inizio e a una fine, suona a vantaggio di una tesi creazionista, salta fuori cioè la possibilità di introdurre un Dio creatore dal nulla, una cosa che per un ateo come me non risulta molto allettante.
Naturalmente Hawking può amministrare tranquillamente un’estensione temporale di milioni o miliardi di anni che spiegherebbero l’evoluzione della vita sul nostro pianeta, sia vegetale che animale, senza escludere la possibilità che su qualche altra particella del cosmo possano esistere altre forme di vita, anche se con modalità diverse da quelle qui realizzate, e dunque anche con l’invito implicito, da far valere per prossimi tentativi di esplorazione su altri pianeti, di impedire l’ingresso tra di noi di simili eventuali forme di esistenze aliene, che potrebbero risultare del tutto nocive alle nostre. Ma un problema che Hawking non affronta per nulla è quello della nostra stessa comparsa sul pianeta. E’ vero che in merito c’è l’ipotesi darwiniana di lunghi tempi di evoluzione, prima di vedere raggrumarsi sulla terra qualcosa di simile alla intelligenza dell’”homo sapiens”. Ma possibile che, se scrutiamo il pur limitato tempo suscettibile di indagine, pochi millenni, e non certo milioni di anni, non riusciamo a scorgere nessuna traccia di un avvicinamento della condizione animale alla nostra umana? Dobbiamo avere fiducia nell’effetto lento dello sgocciolare dei millenni, o invece dobbiamo invocare, ancora una volta se da atei non crediamo in una creazione divina, al compiersi di qualche catastrofe? Francamento quella progressione illimitata predicata dal darwinismo mi sembra puzzare di positivismo ottocentesco, qualcosa che fa a pugni con le nostre attuali convinzioni “quantiche”, in cui crede il nostro stesso Hawking. Inoltre diciamo pure che attorno a questa comparsa dell’”homo sapiens” si è verificato un miracolo genetico, pensiamo a quale rischio si sarebbe incorso se sulla terra fossero sopravvissute forme antiquate di intelligenza, bloccate a uno stadio evolutivo intermedio, tra lo stato avanzato di qualche primate e invece un “homo erectus” già portatore di una scintilla mentale. Quale disastro sociale, etico, antropologico se oggi fossimo circondati da esistenze rimaste ferme a qualche grado di evoluzione inferiore, quasi come degli automi o dei robot, ma dotati di vita, di organi sensoriali, eppure provvisti di doti mentali ferme al livello di esseri inferiori. Quale invito a rilanciare, a sfruttare forme di schiavismo. Invece, ecco il miracolo genetico, le diversità tra le diverse famiglie umane si fermano a questioni di superficie, di pelle, di taglio degli occhi, ma non risulta tra loro nessuna inferiorità costitutiva e irrimediabile, se si eccettuano le comprensibili limitazioni provocate da fattori climatici e ambientali. Sappiamo bene che i neri ci battono per predisposizioni atletiche, o per doti nella recitazione, nelle performances musicali, i gialli sono più abili di noi nello sfruttamento dei procedimenti informatici, e così via. Anche per questo verso il darwinismo pare offrire spiegazioni insufficienti, non si constatano tappe intermedie verso la corsa a realizzare quel capolavoro unico sulla Terra che è la comparsa dell’”homo sapiens” o quanto meno, se quelle tappe ci sono state, per fortuna ora sono scomparse senza lasciare qualche sopravvivenza.

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Attualità

Dom. 31-3-19 (governo)

I nostri due principali quotidiani titolano oggi, il “Corriere”, “Lega-M5S, ora è alta tensione, e la “Repubblica”, con quegli enormi caratteri a scatola portati dalla nuova direzione, “Governo, prove di divorzio”. E’ insomma l’ovvio, consensuale riconoscimento di quanto sia stata scellerata la composizione dell’attuale governo. Il bello, o il brutto è che nessuno si azzarda a mettere sotto processo il responsabile di questo dannoso pateracchio, il presidente della repubblica Mattarella, che lo ha fatto per evitare le grane che gli avrebbe procurato un più onesto proposito di portarci a nuove elezioni. Purtroppo non si vede come il malo connubio possa cessare, le elezioni di cui ora siamo tutti in attesa riguardano l’Europa, e dunque quale ne sia l’esito, i due contraenti del matrimonio contro natura potranno chiamarsene fuori, anche perché un eventuale divorzio porrebbe a entrambi più guai che vantaggi. I Pentastellati in definitiva potrebbero sperare di riguadagnare qualche punto, visto che ora si sono messi di caccia a contrastare le mosse vincenti della controparte, inoltre può darsi che il loro relativo successo nell’aver varato il reddito di cittadinanza riporti a loro il voto dei giovani, in ogni caso non hanno alternativa, all’aggrapparsi al corpo della Lega, come un pugile suonato che tenta solo di prolungare il suo rimanere in piedi nel ring. Quanto a Salvini, egli non potrà andare oltre quel 30 e passa % di cui già dispone, e poi, perché rinunciare alla comoda possibilità di mettere alle strette l’attuale alleato, visto che gli riesce così bene di ricattarlo? Morale della favola, nulla lascia sperare che dopo le elezioni si renda inevitabile una caduta del governo, questo potrà rimanere in piedi a fare danni, col tacito consenso del timido Mattarella, che non ha certo la stoffa di un Napolitano, e che dunque non assumerà mai la responsabilità di mandare a casa i due partner di cui lui stesso ha benedetto a suo tempo le nozze. E dunque, i gialloverdi potranno continuare nella loro opera sistematica di dissesto inflitto a tutti i nostri parametri, fino a esiti catastrofici.

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Arte

La pittura di Antonello, calda del sole mediterraneo

Il Palazzo Reale di Milano non ha voluto rinunciare all’occasione di trasferire nelle proprie stanze la mostra che il Palazzo Abatellis di Palermo ha dedicato poco fa al massimo pittore della Trinacria, Antonello da Messina (1430-1479), anche se ci si può chiedere se sia stato giusto far viaggiare una volta in più il capolavoro di Antonello, l’”Annunciata”, dopo che non molto tempo fa era apparso in una più ampia mostra romana presso le Scuderie del Quirinale, e perfino, per ragioni non troppo giustificate, in una sede dedita al contemporaneo quale il MART di Rovereto. Ma insomma ecco ora 19 dipinti del maestro siciliano visibili appunto in Palazzo Reale, dove se ne stanno inseriti in nicchie e tabernacoli quasi come reliquie, accompagnati da una selva di pannelli didattici, forse anche per rimediare alla pochezza intrinseca delle opere, utili comunque, quelle scritte, se non altro per apprendere la grande circostanza mancata per cui Antonello in vita non giunse mai nella città ambrosiana, nonostante che avesse tentato di chiamarvelo il duca Galeazzo Maria Sforza, quasi anticipando di quasi un decennio un analogo invito che poi un suo parente, Ludovico il Moro, avrebbe rivolto a Leonardo, questa volta con esito positivo. Invece, circa all’altezza del 1476, Antonello rispose a cotanto invito che al momento si trovava in Venezia impegnato nella grande pala di San Cassiano, terminata la quale, forse si sarebbe poi recato in Lombardia. Ma la morte di entrambi, l’illustre committente e il grande esecutore, rese impossibile quel rendez-vous, e dunque non sappiamo quale esito la presenza del grande Siciliano avrebbe potuto avere sui pittori lombardi come il Foppa, se fosse riuscito a trasmettere nelle loro vene secche e aride un po’ degli umori vitali che irroravano i suoi dipinti.
Questo infatti è il miracolo insito nella personalità di Antonello, l’essersi distaccato dalla “seconda maniera”, per dirla col Vasari, di artisti che, dal Mantegna fino al Botticelli, al Perugino, al Ghirlandaio, dipingevano in modi asciutti e senza un guizzo di carnalità vitale, mentre lui ce la faceva, così correndo in avanti, aprendo la strada, per stare all’ambito veneziano in cui era andato a concludere la sua esistenza, in direzione di Giorgione, trascinandosi dietro lo stesso Giovanni Bellini e infondendo anche in lui un po’ dei suoi palpiti vitali. Il Vasari trova una spiegazione a questo “miracolo” nel fatto che Antonello, avendo saputo del segreto scoperto nelle Fiandre da Jan van Eyck, consistente in una precoce adozione del colore ad olio, aveva intrapreso un avventuroso viaggio per recarsi presso di lui e carpirgli il segreto. In realtà sappiamo che quel viaggio non avvenne e che Antonello si poté impadronire della tecnica a olio avendone visto qualche campione alla corte di Napoli. Ma il punto critico fondamentale è che i Fiamminghi, pur inventori di quel modo “moderno” di dipingere, morbido, pastoso, non ne seppero o non ne vollero approfittare. Se mettiamo a riscontro i ritratti compiuti da Hans Memling, perfetto coetaneo del Nostro, con quelli da lui eseguiti, constatiamo una differenza insormontabile. I volti di Memling sono chiusi in una perfezione algida, intatta, in una maschera perfetta ma mortuaria che ne imprigiona anche i sentimenti, mentre i volti di Antonello, al contrario, in genere sono soffusi dalle traccia di un sentimento cordiale, quasi da una volontà di partecipare alla contemplazione dei riguardanti, in uno scambio cordiale si umori. O in altre parole Antonello seppe approfittare di quel nuovo ritrovato tecnico del colore ad olio assai più di quanto ne fossero capaci i Fiamminghi inventori. Forse bisogna mettere in conto un fattore climatico, come se il calore mediterraneo della Sicilia avesse fornito al suo figlio quel coefficiente in più per riscaldare le immagini, per conferire loro un palpito, una animazione, il che mana totalmente nelle immagini dei lontani colleghi del Nord, e in definitiva li ha pure immobilizzati entro quel secolo, impedendo loro di entrare nella terza maniera teorizzata dal Vasari. Da Antonello, l’ho appena detto sopra, vengono Giorgione e Tiziano, o magari anche il Lotto, mentre i paesi del Nord dovranno patire una vigilia di un secolo attendendo l’arrivo di Rubens per una riaccensione dei toni e della pennellata. A Milano, come in ogni altra occasione precedente, sono assenti la Crocefissione grande di Anversa e il capolavoro assoluto di Antonello, il San Sebastiano di Dresda, in cui perfino il Santo pur sottoposto al martirio se ne sta disponibile, affettuoso, aperto al dialogo. Ma ci sono almeno una decina di ritratti, in genere disposti anch’essi al colloquio, alla partecipazione, come è anche nella Madonna dell’Annunciazione, una semplice, affettuosa popolana, immersa in una quotidianità superbamente bloccata da un colpo di bacchetta magica, con mani mirabilmente morbide, affusolate, quasi da tentare di stringerle in mutua, commossa solidarietà. Anche per questo verso Antonello si protende in avanti, verso effetti già degni di Leonardo. Presso la Lega anseatica del Nord il clima gelido non permetteva una analoga maturazione di affetti, di stati d’animo.
Antonello da Messina, a cura di G.C.Villa, Milano, Palazzo Reale, fino al 2 giugno, cat. Skira.

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Letteratura

Gamberale, abbandonare in asso

Ho davanti a me l’appena uscito romanzo di Chiara Gamberale, “L’isola dell’abbandono”, che però non reca consistenti novità rispetto a un precedente “Adesso” (2015) che avevo ritenuto degno di un mio pollice, non troppo positivo, affidato all’unica uscita cartacea che al momento mi resta, sull’”Immaginazione”, mentre affido questa replica alla rubrica minima del mio blog. Forse il dato più curioso e interessante è la spiegazione che ci viene data dell’espressione “lasciare in asso”, che si riferirebbe all’abbandono patito da Arianna, abbandonata sull’isola di Naxos dall’ingrato Teseo, su cui già l’Ariosto aveva dedicato versi memorabili. Anche in questo caso la protagonista, che, come tutto il mondo “bene” in cui si aggira l’umanità frequentata dalla Gamberale trascorre una vacanza estiva a Naxos, o in qualche isola limitrofa, viene appunto “abbandonata in asso” da un amante del momento, un focoso, ma anche crudele Francesco, che forse proprio per la proverbiale ragione che la donna si innamora in misura particolare di chi la tratta più brutalmente, non viene mai dimenticato, nonostante i vari abbandoni da lui perpetrati. Del resto, tutta la narrativa della Gamberale è dedicata a un libero e disinvolto “incontrarsi e dirsi addio”, ovvero all’etica della famiglia quanto mai aperta, corrispondente anche a una specie di “ronde de l’amour”, o di un “changez la dame”, però precisando subito che in un simile ambito di comportamenti disinvolti, “á la page”, in genere la discriminazione maschio-femmina, e l’inferiorità di quest’ultima, è superata, e i due sessi, magari anche con sempre più frequente inclusione pure del terzo sesso, combattono ad armi pari. E dunque l’abbandonata si consola ben presto con un successivo amante, salvo poi a permettersi di “piantare in asso” anche quest’ultimo, rifugiandosi tra le braccia dell’immancabile psicoanalista, pronto poi a divenire il nuovo amante in carica. Il tutto condotto in toni fatui, disimpegnati, tentando di evitare il versamento di lacrime e sangue, anzi, adottando un ritmo leggero, paragonabile a un “rave”, come è detto a un certo punto. Infatti, visto che la protagonista guadagna il suo pane come disegnatrice di libri per l’infanzia, il tutto si potrebbe tradurre in una graphic novel, o in un cartone animato, di quelli che sa comporre il grande artista sudafricano Kentridge. Pare infatti di vedere sfilare i diversi personaggi in parata, magari accompagnati da rumori, suoni, ritmi, passi di danza. Trovo una curiosa vicinanza, proprio in questo ritmo di periodici mutamenti dei partner affettivi, in un romanzo steso da Silvana Grasso e da me recensito su queste colonne, “La domenica vestivi di rosso”, anch’esso dominato da un ritmo indiavolato di “changez l’homme”. Solo che a vantaggio della Grasso ci sta la capacità di condire questi giri di walzer con buone dosi di crudeltà, di dramma, di tragedia, intanto facendo della protagonista non un campione di bell’aspetto e di un confortevole tenore di vita, bensì la portatrice di un handicap fin dalla nascita, il che ne fa una “diversa”, mentre la protagonista della Gamberale è troppo simile a una media statistica di figure usualmente circolanti. Inoltre i partner immessi nella trama dalla Grasso sono a loro volta capaci di perfidie, di sadismi che invece, nelle pagine della Gamberale, trovano una eco più flebile, semmai concentrata nel solo “macho” Stefano, mentre gli altri, al pari della protagonista, sono anch’essi troppo banali, slavati, privi di nerbo. Di fronte a prodotti così “scorri via”, di ordinaria amministrazione, c’è da chiedersi se non sia meglio cercare qualche soluzione più robusta, ricca di qualche scatto di violenza, nella pur dilagante invasione dei “gialli”.
Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli, pp. 216, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 24-3-19 (quotidiani)

Oggi mi guardo bene dal pronunciarmi sul vistoso argomento del momento fornito dalla “via della seta” e dalle diverse valutazioni che se ne danno, mentre preferisco accennare a un problema di cui io stesso sono testimone. Pare impossibile, in un momento come questo dove tutta la cronaca viene esposta a un commento immediato sotto la luce dei “social”, come di un enorme lente di ingrandimento cui nulla sembra sfuggire. Ma al contrario ci vengono nascosti con destrezza certi fatti clamorosi, forse perché sarebbe imbarazzante entrare nel dettaglio, cercare di fornirne una qualche spiegazione. Mi riferisco per esempio a taluni sorprendenti cambiamenti nella direzione di grandi quotidiani, passati sotto un totale silenzio. Qualche tempo fa alla direzione del “Fatto quotidiano” Antonio Padellaro è stato scalzato a vantaggio di Travaglio, ma nessuno ci ha detto perché questo sia avvenuto, anche se nelle stanze segrete beninteso tutti i ben informati lo sanno, ma preferiscono non dirlo in pubblico. Un quotidiano più importante come “La repubblica” ha cambiato ben due volte la direzione, e anche in questo caso il silenzio circa le ragioni è stato assordante. Una lunga direzione di Ezio Mauro a un tratto è stata sostituita da quella di Mario Calabresi, appena tre anni fa, cui ha fatto seguito quasi immediato una recente a favore di Carlo Verdelli. Forse in questo caso una spiegazione potrebbe essere fornita da una errata riforma grafica avvenuta sotto la direzione di Calabresi, anche se forse non a causa sua, per cui si sono sovvertiti i criteri di buon senso, rimpicciolendo fino ai limiti dell’illeggibilità i titoli degli articoli. Se questa è una delle ragioni del siluramento di Calabresi, ma chissà quale sia l’argomento giusto da adottare, si spiega il totale cambiamento di stile impresso dal direttore Verdelli, che ora adotta titoli a caratteri di scatola, mai visti in quel quotidiano, e ovviamente anche nel suo rivale, il “Corriere della sera”. E’ un modo di reagire a un calo delle vendite tentando di produrre una sorta di rumore a livello grafico per attirare l’interesse di utenti sempre più distratti? Infatti alla base di tutto c’è la crisi del cartaceo, per cui temo che la tiratura, anche dei nostri due maggiori quotidiani, sia in caduta libera, al punto che non si pubblicano più i dati relativi. Sull’onda di queste riflessioni insisto in un esame comparato dei due nostri massimi organi. Il Corriere vince per l’inserimento quotidiano di una eccellente vignetta stesa da Gianelli, forse non particolarmente elegante a livello grafico, ma sempre puntuale, estrosa, indovinata a livello tematico. “La repubblica” reagisce malamente ricorrendo ad Altan, che senza dubbio è più inventivo a livello grafico, ma molte volte difficile di comprensione, affidato a una intelligenza snob, pretenziosa e rarefatta. Il quotidiano romano si prende una rivincita grazie all’”amaca” di Michele Serra, che in genere ha toni giusti, di apprezzabile impegno politico e sociale, mentre il corrispondente trafiletto giornaliero di Massimo Gramellini sul Corriere appare più leggero, sfizioso, nutrito di quisquiglie. Se il confronto si estende ai due supplementi domenicali, darei la vittoria alla “Lettura” del Corriere, più ricca e ampia, se non altro per la buna idea di aprire ogni numero con la riproduzione di un’opera d’arte in copertina, cosa di cui io stesso sono stato un beneficiario circa un anno fa, ricavandone la possibilità di far conoscere a un vasto pubblico il mio ritorno a un’attività pittorica. Il Robinson del giornale concorrente non ha avuto quest’idea, e in genere mi sembra ridotto nel numero delle pagine, ha però una eccellente rubrica a cura di Domenico Gnoli, consistente in una intervista in cui il redattore approfondisce un dialogo con qualche esponente del mondo culturale, e anche in questo caso non mi posso lamentare, essendo stato chiamato in causa in una di queste puntate. E dunque, su questo fronte dovrei giungere almeno personalmente a decretare un risultato di parità.

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Arte

Il Verrocchio, vero maestro di Leonardo

La mostra del Verrocchio al Palazzo Strozzi di Firenze pone subito un quesito oggi assai diffuso: fino a che punto un museo che organizza una mostra monografica su un artista ha il diritto di pretendere che altri musei gli prestino opere considerate fondamentali per rispondere a quello scopo? Nel caso, il dipinto in cui proverbialmente è avvenuto il discepolato di Leonardo presso il Verrocchio è “Il battesimo di Cristo”, ma il direttore degli Uffizi, Elke Schmidt, si è guardato bene dal concedere il trasferimento di quel capolavoro seppure a poche centinaia di metri di distanza, anche per la buona ragione che ha appena finito di riunire i Leonardo degli Uffizi in un’unica sala, e quel dipinto fa parte di un sacro terzetto. Ma, difronte a un veto, motivato o no che sia, la mostra allo Strozzi non si poteva permettere di mettere nella copertina del catalogo proprio l’opera incriminata, il che si configura quasi come una frode ai danni del visitatore. Io stesso ho percorso almeno due volte le sale alla ricerca disperata della tavola mancante, chiedendomi se per caso mi fosse nascosta alla vista da quei drappelli di altri visitatori che fanno siepe attorno quadri più importanti impedendone la visione. Ma nonostante questa assenza, il rapporto tra il Verrocchio maestro (1435-1483) e Leonardo allievo (1452-1519) viene fuori molto bene dalla mostra, grazie al fatto che Andrea aveva accolto in larga parte la lezione proveniente da un suo quasi coetaneo, Desiderio da Settignano (1430-1464), coi suoi magnifici bassorilievi dedicati a teneri profili femminili, inseriti in leggiadri ovali, immagini di tenerezza, grazia, morbidezza, di cui il Verrocchio è stato buon erede, riportandoli in toto al piano. Di suo egli ci ha aggiunto pure delle capigliature dorate, ariose, deliziosamente arricciate, ovvero viene da lui un insegnamento di cui poi Leonardo si sarebbe fatto vanto, quell’ammonimento a far scherzare appunto i capelli all’aria, invece che tenerli racchiusi in masse compatte. E sempre da quella fonte gli è venuto pure il ricorso a mani lunghe, affusolate, distese lungo il corpo. A questo punto c’è da chiedersi se il famoso giudizio emesso dal Vasari non sia stata una perfidia, un atto in più dell’animosità che l’Aretino nutriva verso il Verrocchio, come del resto contro tutti gli esponenti della seconda maniera, soprattutto i nati attorno agli anni ’40-’50 del ‘400, ed aveva perfettamente ragione, da grande fenomenologo degli stili, come mi permetto di chiamarlo io per onorare la disciplina che ho insegnato per qualche decennio. Come si sa, ancora più duro l’Aretino era stato nei confronti del Perugino, accusandolo di valersi di stampi precostituiti per ripetere le immagini che gli venivano richieste con insistenza. E in genere egli non ha amato certo i Botticelli, e Ghirlandaio e Pintoricchio, che quindi la mostra fiorentina forse si poteva risparmiare di esporre in fitta schiera. Se fosse stato costretto a porsi alla loro scuola, Leonardo avrebbe recalcitrato con ben maggiore violenza di quanto non doveva fare verso il maestro riconosciuto, e anzi, ci possiamo chiedere se appunto non sia stata una perfidia, una vendetta ulteriore del Vasari ai danni del Verrocchio, quella pretesa che si sarebbe sentito sconfitto dalla maggiore maestria attestata dall’allievo. Forse Leonardo, nel concepire il famoso angelo di sinistra, così dolce, tenue, morbido, è stato davvero un allievo fedele. E la diceria vasariana secondo cui il Verrocchio si sarebbe sentito vinto, superato, al punto dal cessare di dipingere per darsi solo alla scultura, è appunto una immotivata cattiveria. Caso mai, il giovane di grande avvenire, doveva sentirsi sconcertato da certi dati di paesaggio presenti nelle tavola in cui pure inseriva il suo linguaggio già così “sfumato”: quelle orribili fronde di una palma, come un ventaglio agitato a sferzare l’aria, quelle rocce così squadrate e massicce. Mentre i lontani, ammettiamolo, hanno già una loro leggera trasparenza azzurrina. Probabilmente il Verrocchio nei suoi ultimi anni interruppe l’esercizio della pittura non perché si sentisse superato dall’allievo, ma perché si dedicò alla più redditizia pratica della scultura, con il lungo soggiorno a Venezia per modellare la statua di Bartolomeo Colleoni, in cui ovviamente doveva lasciar cadere le forme deboli e aggraziate provenienti da Desiderio per “fare la faccia feroce”. Ma era un obbligo del tema, perfino la famiglia dei Della Robbia, come si vede da un loro pezzo presente in mostra, in casi del genere aggrottava i volti, seppellendoli sotto maestosi cimieri. Del resto, all’occasione, anche lo stesso Leonardo sapeva coltivare dei foschi e minacciosi cipigli. Pescando dentro l’ampio repertorio consentito dalla mostra allo Strozzi, vale la pena di fare due riscontri che vanno in direzioni opposte. Il Verrocchio ebbe al fianco un collaboratore, Francesco di Simone Ferrucci, che calcava sui corpi dando loro più aggetto, più forza. Ma c’era anche Bartolomeo della Gatta, quasi coetaneo di Leonardo, che forse, in un cenacolo, popolato di figure molto realistiche, gli ha dato qualche suggerimento di cui il Vinci si potrebbe essere ricordato nella sua massima impresa milanese.
Verrocchio il maestro di Leonardo, a cura di F. Caglioti e A. De Marchi, Firenze, Palazzi Strozzi, fino al 14 luglio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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