Letteratura

Un dialogo impari Tra Ammaniti e Avallone

La “Lettura” di domenica scorsa 26 gennaio offre come piatto forte un dialogo tra Nicola Ammaniti e Silvia Avallone. O meglio, più che un dialogo alla pari, è un’intervista che la giovane autrice (1984) indirizzo allo scrittore più anziano di lei di un ventennio (1966). In realtà, è un incontro impari, a senso unico, dove la giovane intervistatrice dichiara la sua ammirazione per l’autore più maturo, e ne ha ben donde, infatti a mio avviso Ammaniti è il numero uno di quella squadra poderosa che abbiamo avuto la fortuna di ospitare negli incontri anni Novanta a RicercaRE, Reggio Emilia, quelli connotati dalla formula lanciata dal duo Cesari-Repetti di “gioventù cannibale”. Il loro merito, e di Ammaniti in particolare, è stato di rilanciare la componente che sembrava vitanda, in una narrativa di ambizioni sperimentali, legata a un recupero della trama, del plot o dell’intrigo, o come altro si voglia dire. Tanto che i “puri” assertori delle avanguardie vecchie e nuove, sul tipo di Angelo Guglielmi, sono stati molto reticenti nel seguirci in quell’impresa, e in particolare proprio su quell’esponente di punta hanno sempre presentato un “pollice verso”. Invece per capire fino in fondo Ammaniti, bisogna forse prendere le mosse dal titolo di uno dei suoi capolavori, “Come Dio comanda”. Infatti il nostro narratore non ha snobbato il ruolo di “deus ex machina” nei confronti dei suoi svolgimenti, ha inserito una istanza superiore, inesorabile come una “ananke” greca, che si inserisce perfettamente nel panorama della nostra realtà quotidiana, con le sue miserie, squallori, passi falsi, e li manovra, implacabile, verso la catastrofe, verso un finale grandioso, dando fuoco alle polveri, talvolta anche in senso reale, Di questo superbo, inesorabile, sequenziale narratore sono stato più volte l’estasiato e convinto esegeta, nutrendo qualche dubbio sui suoi ultimi passi. Come quelli rappresentati da “Anna”, e devo dire che mi turba il suo attuale passaggio a riversare il racconto sul supporto digitale, anche se in linea di massima una variante del genere rientra in pieno nella mia teoria, che dichiara, nel nome di Aristotele, l’equivalenza poetica del raccontare in terza o in prima persona, del romanzo e del cinema, ammettendo inoltre che anche questo oggi debba rifluire nella tecnica digitale. Rivio in proposito a un mio recente opuscolo, “Una mappa per le arti nell’epoca digitale”.
La Avallone, ben consapevole della distanza di valore tra i suoi propri exploit e quelli dell’intervistato, lo gratifica di un entusiasmo di cui però non si trovano tracce nei suoi tre romanzi. Il primo, ”Accaio”, è stato oggetto di una mia stroncatura perché ricadeva in soluzioni da vecchio neorealismo, alla maniera di Pasolini o di Testori, senza alcuna traccia delle vie innovative del suo interlocutore. Forse qualcosa di meglio compariva nel secondo romanzo, “Marina bellezza”, personaggio più in linea coi nostri tempi, più disinibito e libero. Ma la terza uscita, e più recente, “Da dove la vita è perfetta”, è ricaduta in uno stanco quadro sociologico di disavventure legate alla maternità, accettata o no. Insomma, mentre Ammaniti è il fulgido rappresentante di una fase eroica, sul finire del secolo precedente e oltre, della nostra narrativa, non riconosco un merito del genere alla Avallone, che infatti mi sono guardato bene dal chiamare all’iniziativa in cui ho tentato di dare un seguito agli incontri reggiani, RicercaBO, a parte il fatto che lei stessa avrebbe rifiutato sdegnosamente di parteciparvi. Ma a ognuno i suoi metri di giudizio.

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Attualità

Dom. 1-2-20 (corona)

E’ impossibile che anch’io, pur nel mio piccolo, rinunci ad affrontare l’enorme questione legata a Corona virus, anche se sarebbe come ricalcare il noto esempio di S. Agostino in meditazione sulla natura di Dio, accusato, da un angelo, di pretendere di misurare l’oceano con un misero cucchiaino. Tanto più che nulla c’è da eccepire sulle misure prese dal nostro Paese per fronteggiare quel male oscuro, misure corrette, solo l’insopportabile propagandista che è Salvini ha tentato di sfruttare pure quest’occasione. Anche la Cina si sta comportando in modo irreprensibile, tranne forse una iniziale reticenza ad ammettere la presenza dell’epidemia. Ma è ammirevole la prontezza con cuo procede a erigere un nuovo ospedale nella città minacciata. Tuttavia, passata l’emergenza, qualche domanda dovremo pur farcela, non sarà del tutto un caso che ben due epidemie abbiano colpito la stessa area, prima la Sars, nel 2003-2004, ora, anche se a quasi vent’anni di distanza, il Corona virus. C’è un nesso tra questi due tragici eventi? Qualcosa del genere non è accaduto in altre aree pur immensamente abitate, non in India, non in Brasile e terre limitrofe del continente Sudamericano. C’è l’Ebola, endemica nell’Africa suhsahariana, che però nulla ha a che fare con il flagello cinese. Ma proprio per quello africano si può imputare una scarsità di igiene delle popolazioni, e magari pure la loro cattiva nutrizione, i fenomeni periodici di disastrosa siccità. Qualcosa del genere si deve ripetere per il continente cinese? Mancanza di igiene dei milioni di popolazione? Un cibarsi di animali, per lo più mangiati crudi? O addirittura una ipotesi atroce, che cioè nei laboratori di quelle città siano stati conservati i virus del precedente flagello per studiarli meglio, e che ce ne sia stata una fuga, che cioè il contagio non sia avvenuto per cause naturali bensì artificiali, che insomma ci sia di mezzo la mano dell’uomo. In ogni caso, per fugare dalle nostre parti ogni traccia di ingiustificata psicosi, penso che tutti dovremmo imitare il gesto proclamato dal Sindaco Sala di Milano, andare a pranzo nei prossimi giorni in qualche ristorante cinese.

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Attualità

Lunediade 27-1-20

Ora che si ha l’esito di massima delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria, posso procedere alla mia, marginale, valutazione personale affidandola a un Lunediade, come già altre volte quando il voto decisivo avveniva di domenica. Non deve stupire la vittoria di Binaccini, pochi ne dubitavano, ma è anche vero che la Lega si è avvicinata ed è divenuta competitiva. Bonaccini ha approfittato di quale punto in più, rispetto a quanto ricevuto dai partiti in lista sotto il suo cappello, proveniente, senza dubbio, da elementi Cinque Stelle, e forse, ma temo molto pochi, dalle Sardine, fenomeno che resta confuso e in buona misura illeggibile. Vorrei che qualche esperto dei flussi elettorali fosse in grado di dirci quanti di loro sono andati davvero a votare. Io personalmente, nel mio seggio, non ho visto facce giovanili. In sostanza, hanno ragione i commentatori che osservano come il voto di ieri abbia rimesso in piedi il bipartitismo, tenuto conto della sconfitta palese dei Pentastellati, con quella loro stolta decisione, assunta in Emilia Romagna, di non rifugiarsi in una provvida desistenza, ma adottando il proposito masochista di farsi misurare, e di rendere così evidente la loro attuale pochezza, forse tra le ragioni del passato indietro di Di Maio, non si sa bene fino a quale punto colpevole di voler costretto i suoi compagni a misurarsi con una lista distinta da quella di Bonaccini. Ma ovviamente tutto bene per il governo, a proposito del quale avevo già intonato il “resistere resistere resistere”. A favorire la vittoria di Bonaccini c’è stato proprio il suo abile sganciarsi dall’agone nazionale e governativo, giocando fino in fondo la carta del localismo. Mi pare che il governo possa al momento dormire tranquillo, Conte da tempo si è autonomizzato rispetto al fronte Pentastellato, assumento un abile ruolo di arbitro equidistante, nessuno, tra i Pd, si può fare avanti per disputargli quel ruolo, e tanto meno dal suo gruppo interno. Corre la balorda ipotesi che a quel ruolo concepisca qualche ambizione Renzi, ma non si vede bene con quale appoggio. Forse lo poteva fare se non avesse compiuto il gesto suicida di andarsene dal Pd, relegandosi nella marginalità. D’altra parte, inutile rivendicare l’utilità di un sistema elettoorale maggioritaria. Finché esisteranno i Cinque stelle e l’Italia Viva, questo da loro non verrebbe mai accettato, mentre non si vede bene perché Leu e compagni non chiedano di rientrare nel PD, accolti con giubilo da Zingaretti e compagni, ora che se n’è andato il cattivo e temuto Renzi che li aveva messi in fuga. Inoltre, se appunto si impone un proporzionale con lo sbarramento al 5% i partitini della sinistra non possono sperare salvezza se non rientrando nella casa comune.

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Arte

Sottsass Jr alla Fondazione Cirulli

Sono tornato a visitare la Fondazione Cirulli, come già altre volte in passato, avendovi un interessante colloquio col gestore, Massimo, che si vanta di attenersi a un criterio di trasversalità, da autentico e ispirato raccoglitore di ogni ben di Dio, dovunque lo trovi, in collezioni, archivi, depositi magari dimenticati. Molto meglio seguire questo percorso curioso e aperto piuttosto che darsi a una specie di monocultura, come fa invece un’altra Fondazione bolognese, il MAST, che ci affligge con insistenti ricognizioni sul tema di industria e fotografia. E anche nella scelta del luogo di cui servirsi le due Fondazioni hanno proceduto al contrario, il MAST ha commissionato un padiglione nato già vecchio, ispirato ai canoni del Movimento moderno quando questo è defunto già da quasi un secolo. Invece Cirulli anche in questo ha colto l’occasione, si è lasciato sedurre dallo stabilimento progettato a suo tempo da un grande designer bolognese, Dino Gavina, che ha costruito una sorta di biplano, anche lui secondo i canoni del modernismo, ma la cosa era perdonabile, a metà del secolo passato, e dunque nell’attuale riuso che ne propone la Fondazione Cirulli si può proprio cogliere un buon esempio di recupero tempestivo di un bene che si andava logorando. Proprio in nome di questa trasversalità costituiva ora in quello spazio si può vedere un campione di un atteggiamento del genere, nella persona dell’architetto Ettore Sottsass, cui segue sempre la precisazione che si tratta di una versione Junior del ceppo familiare, in quanto è esistito il senior, un brillante architetto tra le due guerre che si era formato sulle forme del secessionismo viennese di cui dava varianti molto efficaci. Il figlio certamente ai suoi inizi si è abbeverato ai canoni del Movimento moderno, soprattutto quando disegnava le macchine da scrivere per la Olivetti, rimaste famose, ma già imbevute di colori, come ben sappiamo, avendole avute nei nostri anni giovanili, con quei verdi pisello o azzurri indaco, destinati a divenire l’emblema del postmoderno sul finire del secolo scorso, di cui Sottsass è stato un superbo campione, in gara col competitor Alessandro Mendini, in una sfida epocale tra i due laboratori, Memphis per il primo, Alchimia per il secondo. Una grande mostra londinese al Victoria and Albert Museum di qualche anno fa li ha celebrati entrambi, e con loro ha riconosciuto i titoli di gloria in tale ambito del nostro Paese. Come ogni architetto che si rispetti, entrambi hanno goduto della capacità di passare dal piccolo al grande, dall’oggetto domestico all’edificio imponente. E proprio in questo caso la Fondazione Cirulli, per il nostro Sottsass, va a pescare in un tema solo in apparenza minore, il disegno di tessuti, dove ovviamente Sottsass sapeva profondere il suo talento sempre vario e scapricciato, passando da contesti geometrici di sapore optical ad altri invece piacevolmente animati, come vedere una folla di palloncini che si innalzano in cielo, o una selva di lampade che reclinano i loro globi come fiori sugli steli. Oppure compaiono anche delle specie di nastri, in cui si intuisce la possibilità che il Nostro divenisse anche progettista di forme di pasta asciutta, chissà, forse lo ha fatto davvero. Ad ogni modo, quale messe incantata di suggerimenti per stilisti della moda, in anticipo su quanto nel variare delle stagioni questi ci offrono! Una mostra che intendo realizzare sarebbe proprio rivolta a indagare i possibili rapporti tra arte e moda, e il mettere a confronto campionari di tessuto con le prove su superficie di pittori e designers sarebbe il modo migliore per condurla. Sempre in nome della trasversalità Cirulli annuncia un’altra impresa, che andrà a interessare il secondo corpo del biplano, esponendovi una serie di manifesti per mostre programmate dalla Signora dei nostri musei, Palma Bucarelli. Anche in questo caso una scoperta al di fuori delle regole che ci giunge inaspettata, impensata.
Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, San Lazzaro di Savena.

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Letteratura

Una brillante collaborazione tra l’Italia e il Canada

Ricevo il n. 30/31 della rivista “Parole” (non trovo il carattere con cui dovrebbe essere indicata la lettera “o” secondo la grafia del Saussure). La storia di questo periodico è molto interessante, è stato fondato nel 1985 da Luciano Nanni, cui ho l’onore di aver affidato, negli ormai lontani anni ’70, l’insegnamento di estetica al corso DAMS, dove ha dato ottima prova di sé, riportando più volte la menzione di miglior docente tra tutti. Senza dubbio ha impresso al suo insegnamento, rispetto alla mia precedente conduzione, una svolta accentuata verso interessi logico-linguistici, di cui il termine adottato come sigla della sua creatura è un segno evidente. Ma poi, andato in pensione, Nanni ha cambiato pelle, lasciando cadere gli interessi teorici per darsi alla pratica dell’arte, ideando una tecnica particolare di sfruttamento degli effetti del gelo e della brina sui vetri, adottando per queste sue prove il vocabolo di “criografie”. E per meglio ribadire una simile metamorfosi ha adottato lo pseudonimo di Nanni Menetti. C’è in questo una qualche analogia col mio stesso percorso, dato che, andato in pensione, anch’io mi sono immerso in esercizi pittorici, senza però tralasciare la greppia della teoria, fedele all’immagine dell’Asino di Buridano che ho sempre dato, incerto da quale greppia alimentarsi. Data l’avvenuta trasformazione, Nanni Menetti ha lasciato la direzione di “Parole” affidandola a Antonio Bisaccia, docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari, il quale ha realizzato un interessante e inedito ponte transoceanico collegando la rivista, non genericamente all’America del Nord, ma con scelta esclusiva rivolta alla città di Toronto, e così ottenendo una cogestione tra studiosi italiani e colleghi canadesi. Di ciò l’attuale fascicolo è una buona risultante, essendo aperto da un ampio saggio di John Picchione, uno dei migliori italianisti non solo del Canada ma più in generale del Nord America, ben noto sia per gli studi sulla nostra neo-avanguardia, con particolare riferimento ad Antonio Porta, e anche sulla questione generale di come distinguere tra il “modernismo”, il termine che a mio avviso impropriamente i colleghi nordamericani hanno identificato con le avanguardie storiche, e il postmoderno. Recensendo un contributo di Picchione a una simile tematica, ho lodato molto le sue osservazioni critiche relative alla difficoltà di dare confini certi a quel “post”, dato che tanti dei caratteri che dovrebbero assicurarne la specificità si ritrovano già nel “modernismo” degli inizi di secolo. Questa volta Picchione si presenta con una lettura molto analitica della poesia di Guido Gozzano, di cui mette in luce molto bene i vari tratti che lo distinguono dai poeti precedenti, come la grande coppia Pascoli-D’Annunzio, che si erano limitati, come diceva un nostro comune maestro, Luciano Anceschi, a andare “verso” il Novecento senza superare una barriera residua. A dire il vero anche il verdetto finale di Picchione sul caso di Gozzano mi sembra che resti ancora alquanto sospeso, come se quel diaframma non fosse caduto del tutto. Questo matrimonio transoceanico è attestato soprattutto da un saggio, come sempre acuto e ultra-informato, di Bruce Elder, già docente all’Università Ryerson di Toronto, con tante affinità tra Bisaccia e me stesso, al punto che in una sua opera capitale di due anni fa, “Cubism and Futurism”, ci ha concesso l’onore di riportare sul retro alcune nostre frasi, considerandole in piena sintonia col suo pensiero. Che, come il mio, sposta indietro la nascita del postmoderno, e ne fa una cosa sola con l’affermarsi dell’elettromagnetismo, dalle prime intuizioni dei nostri Galvani e Volta su su agli sudi precisi di Maxwell, fino a pervenire alla maturazione completa dovuta a Einstein, e con tanti comprimari lungo questa strada illuminante. Il tutto sotto gli auspici del numero uno di Toronto, Marshall McLuhan, nostro comune mentore. Ci sono poi altri saggi, anche dello stesso Bisaccia, che esaminano l’approdo inevitabile di tutte le arti nel digitale, su cui in parte concordo, ma vorrei anche segnalare un mio recente contributo (“Una mappa delle arti nell’epoca digitale”, Marietti) che naturalmente nessuno di questi interlocutori potenziali ha ancora ricevuto, e dunque non potevo certo sperare di ricevere in merito i loro pareri. Elder e Bisaccia hanno in comune la peculiarità di essere versati prima di tutto nelle arti visive, Elder è addirittura un produttore in proprio di videoarte, o comunque di apporti cinematografici al settore. Questo li porta a ritenere che il digitale abbia ormai vinto la partita, il che è senza dubbio conforme al responso dei nostri tempi, ma con ciò non viene cancellato un fattore di cui si deve continuare ad avvertire la presenza, il fattore trama, o “dieghesis”, o intreccio. Vale a dire, tra i vari esiti della registrazione elettronica o digitale ci sono i componimenti brevi, che in effetti vengono acquisiti dal circuito artistico, li si vede nelle gallerie d’arte, nei musei, nelle Biennali eccetera, dove conta la valorizzazione dei dati sensoriali, al di fuori di una qualche narrazione. Ma le sale cinematografiche, e soprattutto i canali televisivi, ci riversano fiumi di prodotti “lunghi”, la cui durata è di almeno un’ora e più, affidati anch’essi al digitale, ma eredi proprio di quelle componenti che Aristotele fissava nella sua “Poetica” attribuendole, da un lato, al poema epico, antenato della narrativa, dall’altro alla commedia e tragedia, da cui viene l’intera attuale produzione di portata “lunga”. Nessuno va in una sala cinematografica per vedere i prodotti del nostro Elder come video-maker, mentre non avrebbero difficoltà a venire programmati in qualche galleria o museo d’arte. A ciascuno il suo, pur in una comune innegabile confluenza nel digitale.
Parole, nn. 30/31, Editore Mimesis, pp. 474, euro 22.

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Attualità

Dom. 26-1-20 (Salvini martire)

Logica vorrebbe che per stendere il mio solito Domenicale sul versante politico attendessi il responso delle urne per le elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Lo farò ricorrendo a un lunediale. Ora vorrei esprimere tutta la mia riprovazione per lo stolto cicaleggio dei pur più rinomati opinionisti politici intervenuti nei vari frivoli e inconsistenti salotti televisivi, che hanno dichiarato incomprensibile il balletto per dritto e per rovescio andato in scena a proposito del rinvio a giudizio o meno di Salvini. Per stolta prevenzione ancora una volta si è distinto l’opinionista di “Repubblica”, Stefano Folli, che a quanto pare ha un fatto personale contro il Pd, arrivando a titolare uno di questi suoi contributi faziosi “Un autogoal del Pd”. Questo ci sarebbe stato, se si fosse proceduto lungo la strada auspicata proprio da Salvini, di avviarlo a una specie di martirio, assai redditizio in chiave propagandistica. Tutto chiaro, i suoi soldali dovevano spingerlo allo pseudo-sacrificio, gli avversari impedirgli di giocare quella carta. Se il pubblico non ha capito un gioco così elementare, come hanno chiosato gli inutili commentatori, peggio per lui, vuol dire che è proprio “popolo bue”, come del resto dimostra l’ampiezza nei sondaggi che ancora viene accordata al capo della Lega, che continua imperterrito ad agitare il fantasma dei poveri migranti. Tutt’al più, si potrebbe osservare in merito che meglio era per la sinistra non sollevare per nulla questo caso, o comunque prosciogliere Salvini, proprio per non dargli la palma del martirio, e anche per non imbarazzare i compagni di strada, concordi nel salvarlo nel caso Diciotti, e reticenti, o silenziosi, nel caso più recente. Purtroppo in merito vale pur sempre il proverbiale “chi tace consente”, in questo ha ragione Salvini quando proclama che la maggioranza di allora era d’accordo con lui, quindi meglio metterci una pietra sopra.
Quanto alla partita domenicale, mi sembra che da tutte le componenti del governo giallo-rosso si è gettato acqua sul fuoco, non c’è nessun automatismo tra una eventuale sconfitta della sinistra nella nostra Regione e l’obbligo di salire al Colle per rassegnare le dimissioni. Per questo verso Bonaccini è stato astuto nello smarcarsi da questioni generali e di attaccarsi al fattore del buon governo regionale da lui effettuato. Purtroppo le Sardine, fenomeno giovanilista e qualunquista di dubbie finalità, hanno contribuito a massimizzare il conflitto, come ha notato un astuto politico di lungo corso quale Casini, Uno scontro alla fiamma, un aut aut, era quanto Salvini si riprometteva di ottenere, e le Sardine glielo hanno concesso, poi magari non vanno neanche a votare, o chissà per chi votano.

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Arte

Deggiovanni, una utile rassegna sulla videoarte

Piero Deggiovanni (1957) insegna all’Accademia di belle arti di Bologna sia Arte contemporanea sia Storia e teoria dei nuovi media. Peccato che sia rimasto un diaframma a separare Accademie e Conservatori dalle Università, impedendo ai docenti delle une e delle altre istituzioni di scambiarsi i ruoli, in una sostanziale identificazione, nel quale caso sarebbe tanto utile che proprio il nostro protagonista potesse insegnare al Dipartimento delle arti dell’Università di Bologna. Fatto sta che è autore di una assai utile “Antologia critica della videoarte italiana 2010-2020”, quasi un vademecum per accompagnare quanto proprio il Dipartimento, prima detto delle arti visive, poi più largamente delle arti, ha fatto di conserva organizzando a partire dal 2006 un viedoart yearbook, che in effetti si è valso proprio di tanti suggerimenti di nomi provenienti dal nostro valido dirimpettaio. E lo potrà fare anche in futuro, utilizzando molti degli artisti che compaiono in questa rassegna, non ancora da noi invitati. Mentre c’è consenso su altri ancora, e in questi casi appaiono eccellenti l’analisi e il commento con cui Deggiovanni li introduce, cosa quasi da trasportare di pari peso se fossimo in grado di ampliare a nostra volta un’antologia dei nostri Yearbooks che si è fermata solo ai primi tre anni di esercizio, per mancanza di fondi per andare avanti. Ma prima di tutto il libro del nostro autore parte con un’ampia inquadratura teorica, che per me è un invito a nozze, in quanto si rifà proprio al mio maestro Luciano Anceschi, e al suo insegnamento di flessibilità, per cui i fenomeni artistici si constatano sul campo, non certo per derivazione, per deduzione da qualche principio dogmatico. Infatti la videoarte esiste in pieno, affolla di sé tutte le Biennali di questo mondo, il che si deve proprio al suo carattere principale di ibridazione, di allegra mescolanza dei generi. In merito Deggiovanni parla di una “videodiversità” che ovviamente consuona con la biodiversità di cui oggi si riempiono tutte le prediche dei verdi, degli ambientalisti. Suo primo compito, infatti, è quello di muovere contro i “negazionisti”, contro coloro che appunto armati di dogmi pretendono di desumerne l’inesistenza di questo soggetto, proprio perché spurio, mescolato, bastardo. Questi teorici schizzinosi sono i degni seguaci del Don Ferrante manzoniano, che con puntiglio ossessivo pretendeva di dimostrare l’inesistenza della peste, finché non ne rimase vittima egli stesso. Deggiovanni mi fa l’onore di ricordare i miei studi di retorica, dove nel rivendicare l’attualità di questa disciplina che si riteneva deceduta, vittima dei rigori della logica analitica e simili, ho sempre menzionato l’importanza di una sua parte costitutiva, la “actio”, la gestone diretta, con tutto il corpo, con l’ausilio di tutte le doti sensoriali, per appoggiare al meglio e rendere credibili le nostre tesi. Cosa di cui le dimostrazioni analitiche di specie matematica non hanno certo bisogno. La “actio” è l’antenata diretta della “performance”, cui a suo tempo ho reso omaggio attraverso le Settimane internazionali ad essa dedicate, roba vecchia ormai di mezzo secolo, e non le rifarei, in quanto non è che oggi le performances non esistano più, ma al novanta per cento vanno a confluire direttamente proprio nella videoarte, assai più frequentabile, capace di una diffusione universale, e con mezzi rapidi e di poca spesa. Accanto alle precise osservazioni di portata teorica, il volumetto di Deggiovanni si caratterizza per una serie di letture molto aderenti di alcuni dei protagonisti della videoarte italiana. Ho già detto che nelle nostre future ricognizioni faremo tesoro degli artisti qui esaminati, finora sfuggiti alle nostre selezioni, ma ho letto con piacere e adesione quanto viene detto di alcuni dei nostri protagonisti. Per esempio, di Elisabetta Di Sopra viene lodata la pietas corporale con cui vengono visitati gli approcci nella vita dei sentimenti, bello il video che ha il titolo ambiguo di “con-tatto”, dove l’atto fisico, una carezza di un maschio alla sua donna, viene condotto con garbo per mascherare il fatto che lui ha solo un moncherino per poter accarezzare la compagna. Debora Vrizzi, una virtuosa per tanti aspetti, ci ha deliziato a suo tempo per una prestazione dedicata ai nonni ottuagenari, dove lui, furbastro, si vanta di aver cornificato con garbo la compagna, che sta al gioco, non lo denuncia. Oggi si griderebbe allo scandalo per il fatto che la donna accetta di fare un passo indietro, vedi le assurde accuse mosse al povero Amadeus, ma a quei tempi usava così, e del resto c’è una gratificazione per la vittima, che al temine del video viene assunta in cielo. Ottima la caratterizzazione delle prestazioni fornite da Alberta Pellacani, in cui “… la distorsione ottica allunga, scioglie, impasta, stira e confonde edifici, vegetazioni, acque e persone”. C’è posto anche per le denunce in chiave sociologica condotte da Marcantonio Lunardi, che convoca alla sua corte, solidi, monumentali artigiani, quasi scesi dalle sculture dei portali delle chiese gotiche. E attenzione viene riservata anche a Devis Venturelli, di cui il nostro abile antologista ricorda le origini da architettura, ma i suoi video sono rivolti a celebrare quanto di effimero, di transeunte avviene oggi nelle vie urbane, una specie di festa dei cenci, dei materiali deperibili, buoni però per ricavarne un volubile balletto. Non per niente proprio a lui pochi mesi fa abbiamo dato il Premio Alinovi Daolio del 2020. Ma continua l’indagine del Nostro sulla “videodiversità”, passando a celebrare il duo Basmati, Coianz e Saguatti, per i quali viene applicato un termine di grande efficacia, trovando che essi, invece di darci immagini continue, si concedono momenti “interstiziali”, lavorano cioè frammentando, scomponendo e poi ricompattando. Mentre un altro prodotto di pura finzione ci viene da Rita Casdia, che col pollice compone nella plastilina una intera popolazione di folletti magici, invitandoci a entrare in una Lilliput dei nostri giorni.
Piero Deggiovanni, Antologia critica della videoarte italiana 2010-2020, Kaplan, pp. 249, euro 20.

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Letteratura

“Tolo tolo”: non sempre “repetita iuvant”

Dopo aver esaminato “Hammamet”, è logico che ora mi rivolga all’altro film che tiene banco, al centro dell’attenzione degli spettatori, il “Tolo tolo” con cui Checco Zalone sembra aver rinnovato il successo di “Quo vado”. Ma forse l’affollamento con cui è stato accolto il primo apparire di questo film è destinato a calare, mi sembra che dal pubblico esca un verdetto quasi unanime, non ci si diverte come nel film precedente. Il fatto è che Zalone fa uso di una comicità alquanto meccanica, e questa bagna le polveri, rischia di scattare con efficacia via più ridotta. Nei termini del massimo esperto di fenomeni del genere, il nostro Pirandello, Zalone non passa dal comico all’umorismo, non compare in lui un personaggio totale provvisto di un’ampia psicologia, come invece è stato nel caso di un Sordi, e anche di un Manfredi. Abbiamo visto spegnersi via via i fuochi d’artificio che inizialmente accompagnavano il primo apparire di altri “comici”, incapaci di inoltrarsi in seguito in più consistenti personaggi. Si pensi al trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ma qualche rischio del genere sovrasta anche Carlo Verdone, e perfino Totò, pur eccellente, ma finché rimaneva appunto nei panni del comico, del burattino, prigioniero della battuta, affidata per intero ai frizzi e lazzi. Si aggiunga, nel caso di quest’ultimo prodotto di Zalone, quanto viene stigmatizzato da un noto proverbio, “scherza coi fanti ma lascia stare i fanti”. Appunto nel fortunato “Quo vado” l’attore scherzava, con taluni nostri difetti, ma in definitiva veniali, come l’inguaribile attaccamento al “posto fisso”, al sessismo, alla nostra inciviltà nel capire i diversi, eccetera. Ma ora ha voluto fare il grande passo, cercare di ricavare effetti comici dalla massima disgrazia dei nostri giorni, il fenomeno migratorio. Devo dire che personalmente non l’ho data buona neppure a Benigni e alla sua pretesa di trasformare in occasione di comicità (“La vita è bella”) il male estremo dello sterminio degli ebrei nei lager. Del resto mi pare che Benigni, prudente nonostante le apparenze, ora si guardi bene dal ritentare le vie di quel gioco assurdo. Invece Zalone crede di potersi aggirare coi suoi riti e miti, di cittadino dei nostri giorni, prigioniero delle nostre consuetudini, dei gadget cui siamo consacrati, tra la totale privazione di questi beni che invece affligge i dannati della terra, ma il contrasto si fa stridente, il riso muore sulle labbra, e anche la vicenda sentimentale appare fragile, di quella brava fanciulla che il buonismo di fondo cerca di preservare da un inevitabile destino, di vendersi ai trafficanti per ottenere vantaggi per sé, per il figlioletto, per lo stesso protagonista. E miracoloso appare pure il lieto fine della vicenda, proprio col ragazzino che per tocco di bacchetta magica alla fine della vicenda trova il padre pronto ad accoglierlo. Stiamo a vedere, se il consenso a questo film nei prossimi giorni vada calando, per l’implacabile funzione che in casi del genere spetta a quello che un tempo si diceva “radio fante”, il passaggio del giudizio da spettatore a spettatore, ben più valido di ogni titolato commento critico.

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Attualità

Dom. 19-1-20 (Libia e Pd)

I maggiori problemi del momento li ho già esaminati, quindi non mi resta che ricorrere a un “repetita iuvant”. Questione Libia, di cui si discute proprio in questo momento a Berlino, mentre digito i miei appunti solitari. Ripeto che è stato un errore non mandare una nostra forza militare a seguito della richiesta di Serraz, capo legittimo della Tripolitania. Non lamentiamoci se poi egli ha fatto intervenire i Turchi per difendersi dall’aggressione, evidente, ingiustificato, di Haftar. Abbiamo truppe in luoghi di nessun nostro interesse strategico, come l’Afganistan, l’Iraq, le alture del Golan, con partecipazione decisa per compiacere gli USA o l’ONU, non le abbiamo mandate nell’unico scenario che invece per noi costituisce interessi vitali. Inoltre è comica, assurda, gratuita la pretesa che a Berlino si riesca ribadire l’unità libica. Haftar è un cliente incontentabile, a meno di non dargli una intera regione, Bengasi, la Cirenaica. Ovvero, come già diceva la saggezza dell’Ad dell’Eni, l’unica soluzione percorribile è quella federativa, due regioni, con salomonica divisione dell’accesso ai pozzi petroliferi, solo così si può sperare in una pace di qualche tenuta.
L’altra questione, di natura totalmente diversa, è il proposito del Pd di cambiare pelle, di rinnovarsi. Hanno ragione i commentatori che giudicano risibile, inconsistente una pretesa del genere. Il Pd deve prima di tutto porre rimedio ai due problemi che ne hanno determinato la sconfitta alle elezioni di due anni Fa. Primo, dare lavoro ai giovani, che infatti hanno abbandonato in massa il Pd passando ai Cinque Stelle o disertando le urne. E non si speri che ora le Sardine rimedino, è un fenomeno vago e capriccioso, in definitiva sempre in attesa che si risolva il problema di base. Ho detto non so quante volte che in merito bisogna seguire il modello del New Deal roosveltiano, cioè lo Stato deve creare posti di lavoro. Purtroppo il renziano Job’s Act ha dato troppa fiducia ai “capitani coraggiosi” della nostra industria, che tali non sono. Tocca alla comunità rimediare, mettendo sul piatto miliardi di euro. Per esempio, il ministro Franceschini, invece di fare la fatua riforma dei direttori di museo, avrebbe dovuto far partire un concorso per centinaia di posti di addetti alla conservazione dei beni culturali, magari ampliando la portata di questo ambito fino a includere tutti i centri civici della nazione, da dotare di personale per gestire biblioteche, emeroteche, attività culturali. Ho pur segnalato l’inutilità di una riforma universitaria che a quanti ottengono la laurea triennale non dà alcuno sbocco professionale obbligandoli per forza ad accedere al biennio magistrale. Invece questi triennalisti senza farli attendere si dovevano immettere sul mercato in ogni settore, anche in quello sanitario che ora a quanto pare manca di personale. Insomma, ci vorrebbe una vasta operazione di pubbliche spese per creare posti di lavoro, senza attendere le dubbie assunzioni da parte di imprese private.
L’altro fronte che ha portato alla sconfitta del Pd è quello dei migranti, non di averli accolti nei nostri porti, ma di averli rinchiusi in centri con l’invito tacito ad andarsene, o di averli imposti alle varie comunità. Bisognava invece istruirli, avviarli a quale utile attività lavorativa, seppure di basso livello, ma con regolare retribuzione. Se non si affrontano alle radici questi due drammatici problemi, tutto il resto è vacuo, impotente bla-bla.

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Van der Stokker e Moreschini: l’ornamento non è più un delitto

Le visite virtuali di questa domenica vanno a due artisti che peraltro ho frequentato de visu ed esposto in passato. Sono l’olandese Lily van der Stokker (1954) e il nostrano Alessandro Moreschini (1966). La prima è un punto di forza dell’ottima Galleria milanese Kaufmann Repetto, presso cui ammiro ad ogni loro uscita Gianni Caravaggio e Pierpaolo Campanini. Moreschini ora espone nella maestosa Rocca di Vignola. Sono entrambi legati a un aspetto di lunga portata nella mia storia, si deve risalire addirittura allo scarso favore con cui, da buon seguace del materialismo tecnologico, ho da sempre nutrito verso la fase legata alle macchine mosse dall’energia termica, pur riconoscendone l’inevitabilità, per esempio quando ci hanno dato un movimento di punta del Novecento quale il Cubismo, in cui Picasso e Compagni, ho detto fino alla noia, altro non hanno fatto se non mutarsi in carrozzieri delle cose comuni, oggetti, paesaggi, persone, seguiti a ruota dai nostri Futuristi, che però, con Marinetti e Boccioni, sono stati capaci di innestare pure una marcia in più, avendo intuito che c’era posto anche per le energie di origine elettromagnetica, dalla radio ai raggi x. Quel clima meccanomorfo, “hard”, duro al massimo, ha avuto uno dei suoi sfoci nel famigerato detto dell’architetto Loos, pronubo del Bauhaus di Gropius, secondo cui l’ornamento è un delitto, Ma prima, e anche subito dopo, c’erano state le fasi “soft” in cui l’ornamento al contrario era avvertito come un bisogno quasi fisiologico, vedi il Liberty, o il Simbolismo in genere, con cui ho fatto le mie prime prove di storico dell’arte, seguito a ruota dall’Art Déco. Poi, certo, una lunga assenza, fino agli anni ’70 e al loro ritorno a forme d’arte “deboli”, fra cui proprio la decorazione, rinata sotto l’etichetta del “Pattern Painting” nella squadra gestita a New York da Holly Solomon, con una consistente sponda tra i miei “Nuovi-nuovi”, in cui infatti ho sempre distinto con cura un versante di Aniconici. Oggi poi, se si pensa al fenomeno dominante incentrato sul “glocalismo”, rispunta da ogni parte il gusto per l’arabesco o per altre forme ornamentali, che sono così connaturate con la cultura visiva di aree estranee al nostro severo e dogmatico Occidente. Ora c’è pure in merito un’ampia rassegna alla Fondazione Magnani di Reggio Emilia, con un titolo appropriato che inneggia, sotto la guida di Claudio Franzoni e di Pierluca Nardoni, a un “Wonderful World”. Ma tornando ai due artisti qui segnalati, la brava olandese entrava già nella mia “Officina Europa” (1999) con i suoi delicati motivi floreali che, come bolle di sapone leggere e aeree, vanno a incistarsi sulle pareti, o avvolgono come dentro preziosi manicotti, il mobilio di qualche stanza. Con lei è proprio il rilancio di un florealismo alleato all’ambientalismo, una delle istanze dominanti dei nostri giorni. Quanto a Moreschini, ancora prima egli entrava nella mia Officina iniziale, quella del ‘97, dedicata a protagonisti italiani, quando a dire il vero questo rivolo di decorativismo appariva alquanto acerbo, quasi invisibile, ma l’artista bolognese ne ricavava come un pulviscolo, una preziosa limatura di ferro, di cui aspergeva abbondantemente gli utensili del nostro cosmo domestico, dotandoli quindi di una luminescenza, di un potere irradiante, che è poi l’operazione che continua a svolgere anche in questa sua comparsa a Vignola, in cui, in inconsapevole, suppongo, accordo con l’olandese “volante” frequenta anche lui con sicurezza una dimensione ambientale.

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