Attualità

Lieto fine

Naturalmente esprimo il mio giubilo per come si è conclusa la trattativa per far nascere il governo giallo-rosso, almeno fino a questo momento, e devo anche ammettere di essere stato troppo pessimista nei miei interventi precedenti, indirizzando pesanti dubbi sui vari gestori della trattativa. A cominciare dal Segretario Pd, Zingaretti, che certo è partito da posizioni di rigetto, senza escludere il sottofondo di voler rintuzzare l’offensiva del rivale Renzi e di riprendersi per intero il controllo del Partito, ma poi è lasciato influenzare dalle ragioni di buon senso agitate da tanti vicino o lontano da lui, fino ad accettare l’incontro con i Pentastellati e da far cadere perfino la riserva su Conte. Ma chi mi sembrava il più ostile alla trattativa e l’osso più duro da mandar giù, Di Maio, alla fine devo ammettere che si è comportato bene. Ovvero, mi ha fatto morire in partenza, quando ha tenuto a ribadire che i Cinque Stelle sono al di fuori della dialettica tra destra e sinistra, se ne stanno orgogliosamente nel mezzo. Pretesa insostenibile, a mio avviso, come dire che si può evitare di starsene nel campo magnetico, o in quello sessuale tra il maschile e il femminile. Temevo che agitasse lo spettro della piattaforma Rousseau, ribadendo che il M5S non si poteva pronunciare senza il ricorso a quel responso, e dunque chiedendo a Mattarella una sospensiva. Invece, oltre a non richiamarsi a quel dubbio riscontro, Di Maio ha brillantemente sputtanato Salvini, nel suo rumoroso accusare gli avversari di essere solo dei cacciatori di poltrone, rivelando, quanto del resto già si sapeva dalla stampa, che proprio a lui Di Maio, per rifare la pace, aveva offerto la maggiore poltrona possibile. In quel momento della verità, con molta dignità Di Maio ha ricordato che dunque per ben due volte egli ha rinunciato al posto di premier, quando era nato il pateracchio del governo gialloverde, e ora di nuovo, al ripresentarsi di quella medesima offerta, nel maldestro tentativo messo in campo da Salvini di rimediare alla bestialità in cui è incorso ritenendo sicuro il ricorso a nuove elezioni. E dunque, viva Conte, a lui, come vuole la costituzione, i pieni poteri per dipanare la matassa e distribuire i ruoli. In proposito direi che è stato provvidenziale il messaggio in cui il capo morale del movimento, Grillo, ha dichiarato compito primario di fermare i barbari, come Salvini, e di “elevare” al soglio pontificio il bravo Conte. Nell’ultima sua esternazione Grillo invece l’ha fatta fuori dal vaso, con quella pretesa di dare la precedenza ai tecnici rispetto ai politici. Ma di sicuro, nella trattativa che si apre da oggi, i contraenti del nuovo matrimonio non faranno un uso capitale di quel suo ultimo fervorino, meglio che il Gran Capo compia la sua ascesa al cielo degli “elevati”, come sembrava dire in una precedente esternazione. Ora di sicuro la navigazione non sarà facile, ma più di quella precedente, per conciliare i due contraenti, Lega e Cinque Stelle, che in comune avevano solo il versante antisistema, ma indirizzato su fronti opposti, mentre c’è senza dubbio una omogeneità di elettorato tra i due novi soci I Cinque Stelle, alle elezioni dell’anno scorso, si sono ingrossati portando via al Pd, come al suono di un flauto magico, tutti i giovani della sinistra, che certo non sono andati a ingrossare la Lega, questa invece si è valsa, soprattutto nel recente incremento delle Europee, di un saccheggio sistematico ai danni di Forza Italia. E dunque, viva il bipartitismo ritrovato, da una parte ora ci sta di nuovo una destra variegata, e dall’altra una sinistra che può riprendere a dialogare e a superare i tanti punti di attrito.

Standard
Attualità

Lunediale 26-8-19 (Conte)

Ora il gioco si è fatto chiaro e secco: Conte sì o Conte no. A suo favore ci stanno molti fattori: è stato il più risoluto nel chiudere verso Salvini, con una requisitoria confermata anche negli ultimi giorni, e dunque i Cinque stelle non possono riaprire quel forno nel momento in cui puntano decisi su Conte. D’altra parte è loro diritto chiedere di avere il premier, visto che si ragiona in base ai rapporti di forza usciti dalle elezioni del marzo 2018, dove avevano riportato un terzo dei voti. Se si disconoscesse quell’esito, si darebbe ragione a Salvini che invoca il rispetto degli attuali sondaggi. Inoltre Conte, fra tutti i membri del passato governo, è il meno colpevole di adesione ideologica ai Pentastellati. Ben peggio sarebbe se fosse Di Maio stesso a pretendere il premierato. Una buona variante avrebbe potuto essere Fico, ma lui si è tirato fuori, ben sapendo di avere la totale ostilità proprio di Di Maio. Inoltre, ritornando a Conte, su di lui c’è il pieno assenso di Grillo, e anche di molti autorevoli esponenti dell’UE, Insistere sul rifiuto di quella candidatura, tanto ovvia e opportuna, sarebbe solo lo scellerato proposito di Zingaretti di far crollare tutto solo per mandare a casa qualche deputato di fede renziana e per assicurarsi il dominio su un Pd, ma trascinato nella polvere, escluso per decenni dalla possibilità di mettere piede nel governo. Speriamo che i pontieri facciano ragionare il Segretario, fargli capire quale errore commetterebbe nel voler insistere sul rifiuto verso Conte. Quanto a Mattarella, uno che ha atteso per un’ottantina di giorni che Lega e Pentasyellati giungessero all’abominevole matrimonio, non può ora divenire l’inflessibile difensore della fretta. Se mercoledì fosse chiara la rottura tra i due promessi sposi, sarebbe forse lecito che il Presidente mettesse in cantiere il ricorso alle urne, ma se ci fosse ancora un margine per la trattativa, dovrebbe concedere un supplemento di tempo, altrimenti, al pari di Zingaretti, sarebbe colpevole di aver voluto consegnare il Paese a un dittatore in sedicesimo, che nuove elezioni insedierebbero per lungo tempo.

Standard
Arte

Fameli: un’indagine ben condotta

Tra i giovani critici di nuova generazione spicca Pasquale Fameli (1986), con un ragguardevole curriculum accademico alle spalle, svolto presso l’attuale Dipartimento delle arti dell’Università di Bologna (dottorato e post, specializzazione, in attesa di titoli ulteriori). Come tutti, ha un’intensa attività di presentazioni e articoli on line, ma non disdegna affatto il cartaceo, inteso come approdo a punti fermi, dove il mondo precario dell’attualità viene affrontato sia con scrupolo filologico sia con riporto a un solido contesto teorico. Così, già nel ‘13 ci ha dato “Il corpo risonante”, titolo forse un po’ ermetico, ma consistente in sostanza in una rigorosa disanima della presenza del gesto e del suono in tutto il secolo scorso e oltre. Prendendo atto di tanta precisione, io stesso sono stato ben lieto di associarlo a taluni miei saggi, l’uno dedicato al grande campione della poesia visiva e sonora nostrana del secondo dopoguerra, Arrigo Lora Totino, quindi in seguito un altro dedicato a Enzo Minarelli e alla sua “polipoesia”. Infine, oggi ci ha dato “Esperienza come forma”, con un sottotitolo all’insegna della precisione filologica che gli è propria, e a compenso di un titolo che, com’è giusto, suona più estroso e accattivante. Si parte da un ampio riferimento al fenomeno che senza dubbio ha caratterizzato più di ogni altro gli ultimi anni del ‘900 e l’ingresso nel nuovo secolo, l’Arte povera, ma senza dare a Germano Celant il ruolo di asso pigliatutto. Infatti, in linea con la mia stessa posizione, Fameli non trascura tanti comprimari di quella fase, definendoli, con la sua bella capacità di forgiare etichette, “poveristi eretici”, come per esempio Eliseo Mattiacci, di cui, a riprova di questa voluta eterodossia rispetto al poverismo ufficiale, colloca in copertina una immagine dei suoi tubi attorti, pronti a invischiare lo spazio. E aggiunge pure altri, come Paolo Icaro, Claudio Cintoli, Nagasawa, Germano OIlivotto, spingendo la sua attenta ricognizione anche su Bologna, sua città di residenza e formazione, e dunque dedicando una calzante attenzione allo Studio Bentivoglio, tra Bendini e Calzolari, ma, di nuovo, con attenzione a figure non collimanti col Gotha ufficiale, come Mario Nanni. Proprio per questa precisa volontà di non essere prigioniero di stereotipi ufficiali, Fameli non manca di porre l’accento sulla importante comparsa in scena di Piero Gilardi, più avanzato, rispetto allo stesso Celant, quando nel ’69 comprese che il Minimalismo era ormai superato e che bisognava allacciarsi, semmai, all’Antiform con cui il capofila Bob Morris aveva rovesciato come un guanto le tesi fin lì sostenute. E fu proprio Gilardi a predicare un ritorno alle emozioni e al sensualismo parlando di un’arte “microemotiva”, in parallelo con la mia nozione, presa a fischi dai critici caudatari di Celant, del ritorno a un Informale “freddo”. In merito devo ricordare un mio intervento della primavera del ’67, in cui organizzai, alla corte ospitale di Amalfi e sotto la generosa protezione di Marcello Rumma, un incontro a nome dell’Associazione Internazionale Critici d’Arte (AICA), ahimè attualmente andata in rovina nella sezione italiana, incontro dedicato proprio alla fase nuova che si andava aprendo. Invitati da me a relazionare sullo stato dei lavori erano Calvesi e Menna, già profondi cultori della critica del tempo, e c’era pure un giovane Celant, alle sue prime uscite ufficiali. Il mio intervento è ora leggibile nel secondo dei due volumetti Felrinelli in cui sono raccolti i miei scritti di quegli anni. Purtroppo, uscito un momento per motivi organizzativi, mi sono perso quanto ebbe a dire proprio Celant, il che mi avrebbe permesso di constatare a che punto era allora la sua marcia verso il poverismo e il distacco da un Minimalismo rigido e coriaceo, che fu il primo volto dell’Arte povera, in attesa di riscaldarsi al fuoco “micoremotivo” suscitato proprio da Morris, con Gilardi a ruota, e con un pieno consenso pure di mia moglie Alessandra Borgogelli, se è lecito inserire casi di famiglia in questa materia. Due anni dopo, su mio consiglio, Rumma accettò di accordare a Celant il privilegio di far uscire allo scoperto, proprio ad Amalfi, la sua Arte povera, frattanto cresciuta, e tutti salirono sul carro del vincitore, mentre io ne discesi per mantenere la mia ampiezza d’orizzonte. Che ora trova pieno riscontro nell’abbraccio a 360 gradi fornito da Fameli a tutto quel nodo di ragioni, che non devono essere ridotte a un breviario.
Pasquale Fameli, Esperienza come forma. Le poetiche del Comportamento in Italia negli anni Settanta, Bononia University Press, pp. 227, euro 24.

Standard
Letteratura

Durastanti: un affascinante gioco dell’oca

In merito alla cinquina di quest’anno al Premio Strega, mi ero già espresso “antemarcia”, e alla luce del sole, ovvero in uno scritto uscito a stampa sull’”Immaginazione”, a favore di Scurati e del suo “Mussolini”, considerandolo destinato quasi per ufficio a riportare il primo premio. Invece mi sono espresso negativamente in questa sede, temo del tutto privata e priva di riscontri, sul secondo e terzo arrivati, su una Benedetta Cibrario, gessosa, rachitica, che nelle sue ricognizioni storiche riesce a non centrare i grandi obiettivi che pure le si offrivano, Mazzini a Londra, Cavour e Vittorio Emanuele II a Torino, limitandosi a casi minori e trascurabili. E pure Marco Missiroli mi è apparso un affannato narratore degli intrighi della “famiglia aperta” dei nostri giorni, in cui sa muoversi invece con grande sicurezza la Romana Petri dei “Pranzi di famiglia”, non per nulla da me premiata con un “pollice recto” di prossima uscita. Forse un giorno mi occuperò dell’ultima arrivata, Nadia Terranova, ma ora voglio dedicare un pieno consenso a Claudia Durastanti, di cui confesso di non aver letto niente fino ad oggi, ma la sua “Straniera” è convincente, ci avverto un’aria consonante con le mie amate testimoni di RicercaRE, Rossana Campo e Simona Vinci. Molto utile lo schema assunto in quest’opera, che è di farla consistere come in tante figurine o stazioni di un enorme gioco dell’oca, con cui l’autrice si affranca da una precisa sequenza cronologica, ma passeggia in su e in giù negli anni di vita della protagonista, e anche nei vari luoghi da lei frequentati, con una campionatura di incredibile larghezza. Infatti di volta in volta il personaggio che dice io in prima persona si trova a vivere in qualche natio borgo selvaggio del nostro profondo Sud, tra miseria e degrado, cui seguono improvvisi allargamenti d’orizzonte che ci portano nella Grande Mela o a Londra., E la categoria fondamentale dello “straniamento” accompagna ogni membro di questa affascinante scorribanda, si tratti del mutismo da cui sono affetti i genitori della protagonista, o di stati di alterazione dovuti al ricorso alla droga, o a innamoramenti improvvisi e precari. Traggo dal testo una definizione di grande efficacia di un simile perenne stato di distanza dalla normalità, secondo cui essere straniero è come “un colpo di pistola che ci siamo sparati di persona” (p. 179). In definitiva, concedendosi un simile statuto di costante nomadismo, la Durastanti raggiunge un vantaggio proprio rispetto alle due scrittrici sopra da me evocate, che al confronto appaiono condannate a condizioni più sedentarie, la Vinci a muoversi, seppure con ampio sguardo, nella “bassa” emiliana, la Campo in una Parigi entro cui si arresta il suo libertinaggio, mentre la loro allieva, inconsapevole, non dichiarata, forse neppure da loro accettata, si muove con assoluta scioltezza, come un cavallo che sa saltare con grazia e leggerezza i vari ostacoli, o come un giocatore di “shangai” che sa estrarre i vari bastoncini senza farne crollare il cumulo.
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 285, euro 18.

Standard
Attualità

Dom. 25-8-19 (tra suocera e nuora)

Un possibile governo giallo-rosso sta procedendo, per dirla in termini marinareschi, avanti adagio, quasi indietro, con tre nemici principali, che sono in ordine il Presidente Mattarella e i due leader dei partiti invitati al matrimonio, Zingaretti e Di Maio. Il Presidente, a una delle più difficili trattative mai conosciute dalla nostra Repubblica, ha assegnato appena un giorno e mezzo di incontri, con una breve estensione di pochi giorni ulteriori, lui che invece, per consentire che si formasse il pateracchio Lega-Pentastellati aveva atteso la bellezza di un’ottantina di giorni, meritando di essere qualificato, in queste mie pagine clandestine, come il contadino che attende pazientemente che il toro svogliato monti alla fine la vacca anche lei riluttante. Ora, come un duro maestro di scuola, lui che ha tollerato solo con qualche timido rabbuffo tante violazioni della costituzione da parte del riottoso coinquilino al governo, un Salvini, aiutato senza ritegno a dare la scalata al potere, minaccia gli scolaretti negligenti e svogliati intimandogli che dopo questa minima sopportazione del chiasso in classe farebbe scattare la mannaia, darebbe cioè il tanto sospirato premio a Salvini, di andare proprio a quelle elezioni anticipate nei cui confronti, appena un anno e mezzo fa, era stato così riluttante, quando invece era proprio il caso di farle. Il secondo colpevole è Zingaretti, che preferisce infliggere a se stesso e all’intero Pd una sorta di harakiri, cioè di andare ad elezioni in cui potrebbe sperare solo in un modesto e inconcludente incremento di qualche punticino, ma gli sarebbe possibile far fuori gli odiati deputati renziani, che d’altra parte hanno cominciato a lasciare il Matteo giusto per schierarsi col nuovo segretario, si pensi a Gentiloni e a Zanda, Quanto alla esternazione di Renzi, mi meraviglia che tanti titolati opinionisti non abbiano capito che è stato il classico ricorso allo stratagemma di parlare a nuora perché suocera intenda. Evidentemente Renzi non ha voluto aggredire lo stesso Zingaretti con l’accusa di silurare un possibile compromesso, preferendo attenuare l’accusa e rivolgenrsi alla persona attualmente più vicina al Segretario, e dunque concorde nel rendere difficile il matrimonio. Infatti una prima condizione per giungervi, che mi sembra imprescindibile, è di riconoscere il diritto ai Pentastellati di esprimere il capo del governo, visto che si ragiona sulla base dei numeri delle ultime elezioni politiche, e dunque i Pentastellati hanno un bel gruzzolo di vantaggio. Se loro vogliono Conte, dicevo già io stesso ancora prima della sua ottima prestazione di aperta denuncia contro Salvini, perché non concederglielo? In fondo, egli è sempre stato il meno compromesso in tutte le mosse del governo precedente, e l’unico chiaro accusatore contro il capo della Lega, su questo punto ha ragione Grillo nell’osservare che non c’è nessuna ragione di sacrificarlo, meglio lui che premiare un Di Maio, che viceversa è il terzo a remare contro, anche lui vittima di una sindrome di auto-castrazione per rispondere a umori negativi. Proprio non gli va a genio di stringere un patto di alleanza con gli odiati Pd, e alle sue spalle il solidale Di Battista gli soffia sul collo, in cuor suo il capo pentastellato preferirebbe continuare con la Lega, trangugiando i soliti amari bocconi, ma tutto gli sembra meglio piuttosto che andare a nozze con un partner odiato, nel che, ahimé, trova il segreto consenso della controparte Zingaretti. Dio salvi il nostro Paese da questa congiura, non già di innocenti, ma di colpevoli, che verranno condannati dalla storia se porteranno a conclusione il loro crimine. Ma la storia interviene tardi, quando non c’è più null

Standard
Arte

Le rivoluzioni di un trentennio

Sono ben lieto che il Comune di Rimini abbia ripreso a ospitare grandi mostre di attualità, valendosi non tanto del Museo della città quanto del maestoso Castel Sismondo, rilanciato dall’assessore alla cultura uscente, l’ottimo Massimo Pulini, ideatore fra l’altro di un appuntamento di grande risonanza, le Biennali del disegno, che spero continuino anche col suo successore e con l’aiuto della sua erede Annamaria Bernucci. Ma pare che il merito di questa ripresa spetti soprattutto all’attuale sindaco, che ha affidato a Luca Beatrice il compito di tracciare una sintesi di un trentennio di eventi, in ambito nazionale, ed ecco queste “Revolutions”, poste a cavallo e a integrazione di molte rassegne a suo tempo condotte da me e collaboratori, correttamente ricordate dall’attuale dominatore della scena. Queste iniziative partivano dalla casa madre, la GAM di Bologna, ma col generoso intervento economico della Regione Emilia Romagna, ora invece assai più stitica nei confronti di grandi manifestazioni culturali d’arte. Rimini era stata una sede privilegiata di quelle rassegne, anche per merito di un abile dirigente allora in pieno esercizio, Renzo Semprini. Potemmo così condurre, con “Anniottanta”, una rassegna, anche a livello internazionale, che tutti hanno considerato quale perfetta sintesi degli anni di una sorta di “richiamo all’ordine”, con la presenza completa dei vari membri dei movimenti che qui in Italia avevano caratterizzato quella situazione, i miei Nuovi-nuovi, gli Anacronisti di Calvesi e compagni, la Transavanguardia di Bonito Oliva. il Magico primario di Flavio Caroli. Giustamente Luca Beatrice si è lasciato alle spalle quel resoconto di anni ormai affidati alla storia per tuffarsi in avanti. Forse l’unico rimprovero che gli posso fare è di aver dimenticato un appuntamento che proprio a Rimini mi ero affrettato a mettere in cantiere, proprio nel 1988, cioè alle soglie dei decenni presi in esame da Beatrice, intitolato “Ordine e disordine”, che fra l’altro ebbe il coraggio di far aprire per un momento il Teatro Galli, poi ricaduto in letargo fino a una recente rinascita. E già in quella mostra constatavo la fine dell’epoca del “rétro”, del recupero del museo, mentre le “Revolutions” giustamente evocate da Beatrice riprendevano il loro ritmo, ripresentandosi fra l’altro con un ritorno al Minimalismo, infatti spiccavano i Fiorentini antesignani di quella ripresa, quali Antonio Catelani e Daniela De Lorenzo. Poi ci furono anche gli Anninovanta con una delle sedi sempre a Rimini, infine mi risolsi a lasciar cadere l’unità troppo lunga del decennio per passare alla misura più breve del biennio, dedicandolo ad ambiti regionalisti, ed ecco quindi, nel ’97, “Officina Italia”, dove a Bologna avemmo il merito di ospitare già una sorprendente prestazione di Maurizio Cattelan ai suoi inizi, credo per merito di Dede Auregli e di Roberto Daolio. L’artista già allora giocava di ingrandimenti straordinari, di sfide alle regole del buon senso, infatti fece installare un enorme calcetto lungo una decina di metri dove due squadre si disputavano la partita. Ma non voglio insistere ad ostentare i mei meriti pregressi, peraltro riconosciuti da Beatrice. Devo dire comunque che molti dei protagonisti di questa brillante sintesi non erano stati da noi trascurati, nella puntata del ’97, come per esempio Chiara Dynis, Premiata Ditta, Bruno Zanichelli, Massino Barzagli, Monica Carocci, Vittorio Corsini, Enrico de Paris, Luca Vitone, nonché i magnifici frutti bolognesi rappresentati da Eva Marisaldi e dal duo Cuoghi Corsello. Ma Beatrice, davvero utilmente, recupera sulla sua arca di Noé altri da me trascurati, come Amedeo Martegani, Gian Marco Montesano, Luca Caccioni, Liliana Moro, Vedova Mazzei, altri ancora, completando un vivido affresco, pieno di “rumore e furia”, rifacendo i conti con un passato recente e riempiendo vuoti e lacune di chi in precedenza si era avventurato in quelle acque. E c’è pure un ottimo regesto che scandisce le date anche degli eventi di carattere socio-politico dell’intero trentennio ormai alle nostra spalle.
Revolutions 1989-2019. L’arte del mondo nuovo 30 anni dopo, a cura di Luca Beatrice. Rimini, Castel Sismondo, fino al 25 agosto.

Standard
Letteratura

Una “grazia ricevuta” da Nino Manfredi

Anche questa volta mi valgo del diritto, più volte teorizzato e praticato, di parlare di un film quando non ci sia un’opera letteraria su carta a stimolarmi, Nel riposo estivo mi è capitato di rivedere un capolavoro di Nino Manfredi, “Per grazia ricevuta”, del 1971, dove il grande attore comico è stato anche il regista di se stesso. Ritengo Manfredi il nostro comico numero due, appena dopo Alberto Sordi, ma come il collega anche lui in pieno possesso dell’arte di mescolare il comico col tragico, e con la capacità di fornire ritratti profondi della nostra società, superando i limiti della cosiddetta “commedia all’italiana”, o dandone delle prestazioni capaci di riscattarla. Il film di Manfredi si pone a mezza strada nei confronti di opere eccellenti in questo senso fornite da Sordi, quali “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, 1968, regia Scola, “Bello, onesto, emigrato Australia ecc:”, del medesimo 1971, regia Zampa, infine, nel 1974, il film assolutamente centrale, di cui lo stesso Sordi assume la regia, “Finché c’è guerra c’è speranza”. Ritornando al film di Manfredi, che in fondo corrisponde all’eccellente autobiografia fornitaci di recente dal grande Almodovar, si parte da un bambinetto di scarsa fortuna, un orfanello tirato su da una zia che gli inculca un paralizzante rispetto della religione, mentre lei stessa si concede larghe scappatelle nascondendo in armadio un qualche amante di turno, della cui presenza il fanciullo ha qualche confusa percezione, il che lo fa già vivere tra due mondi, uno di bassa e volgare realtà e uno di apertura ad eventi arcani. E così in lui si alternano due psicologie, quella della devozione e dell’ossequio a principi comuni, che però coesiste con un temperamento ribelle. Una simile alternanza trova l’esito più aperto nel dilemma se cedere alle attrazioni del sesso, o se invece rifuggirne con orrore e senso di colpa. Il ragazzino ritiene di aver commesso un peccato mortale perché di nascosto gli è capitato di sorprendere i deretani di contadine intente ai lavori del campi, ma si vergogna di confessare questo peccato, pur alla viglia di ricevere la prima comunione. Da qui un contegno tipico di questa situazione dilemmatica, egli respinge l’ostia, ma poi, costretto ad assumerla, si sente in una colpa inespiabile, il che lo induce a punirsi gettandosi da una rupe, Qui scatta la prima “grazia ricevuta”, la superstizione in cui vivono gli abitanti di quel natio borgo selvaggio ritiene che una santa protettrice gli abbia fatto la grazia, e dunque questa prima sezione del film si chiude con una rumorosa processione di ringraziamento. Finalmente compare Manfredi in carne ed ossa, in quella sua duplice natura, ben diversa da quella del suo rivale Sordi, fatta cioè di duplicità contenuta, tra una condotta arrendevole e mansueta e invece una riserva di rifiuto, di opposizione. Cresciuto negli anni, il protagonista, Benedetto Parisi, obbedendo al versante timido e devoto della sua doppia psicologia, va a vivere addirittura in convento, ma poi scatta il versante di irresistibile rivolta, e dunque egli se ne va per le vie del mondo, fino a concepire un amore rigeneratore per una giovane donna, impersonata da Delia Boccardo, ottima nel capire la doppia sorte di quel suo innamorato, sempre sospeso tra il dichiararsi, il tentare di possederla, e invece un ritrarsi, preso da una insuperabile irresolutezza e indecisione esistenziale. In sostanza, Benedetto avrebbe bisogno di avere al suo fianco dei forti mentori, come è proprio il padre della donna amata, interpretato da un bravissimo Lionel Stander, magistrale nel rispondere al ruolo del libertino, dell’ateo convinto, pieno di disprezzo per il legame matrimoniale cui tuttavia in passato ha ceduto, sposando una megera, anche in questo caso ben interpretata da Paola Borboni, che è un concentrato di bigotteria unita a uno spirito borghese di sordido attaccamento ai beni materiali. I due fidanzati giungono fino al punto di recarsi all’altare per sposarsi, ma Benedetto di nuovo ha uno scarto, come un animale recalcitrante, fugge via, non è capace, non si sente degno di assumere un ruolo deciso nella comune esistenza, da qui un secondo impulso al suicidio, e il film si apre proprio quando in un’operazione chirurgica si tenta si salvare l’infelice vittima di se stesso. Ma di nuovo interviene la “grazia”, Benedetto si salva, con disperazione della suocera in pectore, che detesta quel buono a nulla, quel renitente a ogni impegno concreto, mentre viceversa la donna del cuore, degna del padre, frattanto deceduto, lo assiste, gli sta a fianco, e dunque il film si chiude quando il protagonista socchiude gli occhi, ammicca alle lusinghe della vita, con il suo tipico sguardo sospeso, tra accettazione e cauta riserva. Visto che siamo in tema, un’altra magnifica recita di Manfredi si ha nel film in cui Sordi, alias il cognato, cerca di ritrovarlo in Africa, e finalmente lo scopre, inserito in un ruolo incredibile di stregone di una tribù di indigeni. Qui di nuovo il dilemma del protagonista, cedere, rientrare nella vita borghese, o invece accettare fino in fondo quel nuovo destino che lo pone alla testa di una comunità alternativa? Manfredi sa giocare con flessibilità, sottigliezza, maestria un simile ruolo dubbio e perplesso, fino a una scelta del tutto coerente, il rifiuto di rientrare nella nostra cosiddetta società civile.

Standard
Attualità

Dom. 18-8-19 (boccino)

Sembrerebbe profilarsi all’orizzonte la soluzione da me sostenuta tante volte, di un accordo tra Pd e M5S, ma ci sono ancora parecchi ostacoli su questa via. Intanto, la possibilità di una ricucitura tra Lega e Pentastellati, basterebbe che i primi rinunciassero a presentare una mozione di sfiducia al premier Conte. Il boccino in prima battuta martedì 20 pv sarà nelle sue mani, se lui si limitasse a pronunciare dichiarazioni, ovviamente di legittima difesa delle sue mosse, avremmo il proseguimento della marcia mortale del battello verso le cascate del Niagara. Se invece lui si presenta al Quirinale e dà le dimissioni, allora la parola passa davvero a Mattarella, non vedo come si possa sostituire addirittura il premier del governo, per esempio con Di Maio, senza aprire una crisi formale. Se il boccino viene finalmente a finire nelle mani del Presidente, qui possono nascere grossi guai. Io personalmente non ho alcuna fiducia in lui. ho più volte sostenuto che egli è stato il massimo colpevole nell’aver consentito la nascita dello scellerato governo che ci ha retto per un anno, pur di non affrontare i grattacapi che gli sarebbero stati causati dall’indire, allora, nuove elezioni. Ora, a mio avviso, se Conte si recasse da lui per rassegnare le dimissioni, ma bocciato solo da una minoranza parlamentare delle destre riunite, Mattarella avrebbe il dovere di rimandarlo alle Camere per vedere se attorno a lui si coagula una nuova maggioranza. Purtroppo temo che gli venga voglia di ricorrere alla pessima carta del governo tecnico o del Presidente, con nomi insostenibili, tra cui il pur in sé ottimo Cassese, o Contarelli, o, pessima fra tutti, l’attuale presidente del Senato, Casellati, che ovviamente, in quota Berlusconi, farebbe di tutto per portarci al più presto a nuove elezioni. Insomma, il grande pericolo costituito da questo Presidente, uno dei peggiori della nostra storia, è proprio di far nascere quel governicchio che giustamente sia i Pentastellati che il Pd dichiarano di voler evitare. Se nascesse un simile fatuo governo, sarebbe davvero l’anticamera per andare al più presto al voto, la peggiore iattura che gli anti-salviniani dovrebbero temere come la peste, anche se criteri di decenza li obbligano a dichiarare che non temono la prova elettorale. Forse Zingaretti vi sarebbe tentato, ma per la meschina voglia di far fuori i deputati di fede renziana. Quanto all’avversione dichiarata da Calenda all’andare la matrimonio tra le due forze, sono solo le querule rimostranze di un enfant gaté, irresoluto a tutto. Allo stesso modo di Pisapia, che però, almeno lui, pare si sia messo tranquillo, pago del seggio in Europa. C’è una sola strada della speranza davanti a noi, che Pd e Pentastellati firmino un contratto ben composto, tale che permetta loro di pilotare la barca per i residui quattro anni dell’attuale legislatura. Ma il cammino è irto di mine, di ostacoli.

Standard
Arte

Caravaggio e Gentileschi, un mistero da sciogliere

E’ questo, nell’arte come in ogni altro settore, un momento di confusione estrema, propiziato dai vari mezzi di larga presa e diffusione. Si fa tanto rumore attorno a Leonardo, ma si evita di prendere in esame una mia asserzione che due suoi famosi ritratti, la “Dama con l’ermellino” e “La Belle Ferronière”, gli devono essere tolti per essere restituiti al Boltraffio. Lo stesso avviene attorno al Caravaggio, in cui nessuno si preoccupa del più grande mistero che ancora grava sul suo primo tempo, sugli anni ‘90, fino al momento in cui redasse per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo le due prime versioni del martirio di San Pietro e di San Paolo. Ci si fa scudo della insostenibile tesi di Roberto Longhi per cui il Caravaggio sarebbe stato erede dell’arte lombarda del Cinquecento, dei vari Savoldo e Romanino e Moretto da Brescia. Ma ci si chiede, come mai, andato via lui, la pittura lombarda è decaduta, non si è levato nessuno di pari potenza, forse che con abile destrezza il Merisi si era portato via tutta quella sapienza andando a impiantarla Roma? Dove invece, attraverso una serie di capolavori davvero mozzafiato, quali i Musici, il Bacchino malato, la Buona ventura, su su fino appunto alla prima redazione della “Caduta di San Paolo”, egli ha dispiegato una maniera “chiarista”, con colori smaltati, improntati a un realismo da dirsi “magico”, incantato, luminoso all’estremo. Da dove viene quella meravigliosa fucina, da chi influenzata e suggerita? Ma vengo alla visita virtuale di oggi, che mi porta alla Pinacoteca civica di Fabriano, dove si può ammirare una mostra dal titolo finalmente giusto, “La luce e i silenzi”, una perfetta endiadi valida in pieno per il primo Caravaggio romano, che ebbe accanto un perfetto compagno, per non dire allievo, in Orazio Gentileschi. A dire il vero, è proprio lui il titolare diretto della mostra in questione, autorizzata dalle sue molte deambulazioni una cui meta furono anche le Marche. Comunque, pur più anziano del Merisi (1563-1639), il Gentileschi fu pressoché l’unico a stargli a fianco in quella magnifica maniera, di colori smaltati, appunto pregni di luce e di silenzio, e dunque una stessa indagine dovrebbe riguardare entrambi questi protagonisti. Con la differenza che poi, come dicevo, a partire dal secondo momento documentato nella Cappella Cerasi, quando ha sostituito le prime versioni dei due martìri con altri dipinti, il Caravaggio ha sterzato, ha ingranato la sua maniera scura, drammatica, tragica, mentre il Gentileschi, allontanatosi da lui, ha continuato per tutta la sua pur movimentata carriera a valersi di quelle forme piene, solide, intatte, circonfuse di luce, ignorando del tutto lo stile “lacrime e sangue” del suo ormai scomparso trascinatore degli anni romani. Anzi, semmai, il Gentileschi è andato rassodando sempre più le carni, già presentendo che la vera musa ispiratrice del Seicento sarebbe stato il classicismo, più che la notte tempestosa dei caravaggeschi. Si ammirino capolavori quali “Suonatrice di Liuto”, “Il battesimo di Cristo”, “Santa Cecilia e i Santi Tiburzio e Valeriano”, con figure sempre più solide e ferme, man mano che Orazio si allontanava dal fuoco del Merisi grazie ai suoi pellegrinaggi nelle Marche, il che giustifica l’attuale mostra, e poi addirittura a Parigi, dove gli è stato possibile incontrare un caravaggesco “magico” come lui nella persona di Georges De la Tour, per finire poi a Londra, dove però nulla era pronto per raccogliere il suo messaggio forte e chiaro. Un guaio delle visite virtuali, come quelle che io sempre più spesso vengo compiendo, è che non ci si può procurare subito il catalogo relativo, dove sarei proprio desideroso di leggere se e come una delle curatrici, Anna Maria Ambrosoli, che viene fuori dal mio stesso bolognese Dipartimento delle arti visive, affronta il grande nodo storiografico cui ho accennato. Ma, disceso a valle da Cortina che ora mi ospita, avrò modo di leggere le sue senza dubbio circostanziate analisi, chissà che non contengano la giusta via per risolvere uno dei maggiori enigmi della storiografia seicentesca, cui certo non rispondono tutti i caravaggisti più o meno autorizzati che attorno a noi stanno facendo tanto rumore, assordante quanto vacuo.
La luce e i silenzi. Orazio Gentileschi e la pittura caravaggesca nelle Marche, a cura di A.M. Ambrosini e A. Delpriori, Fabriano, Pinacoteca civica, fino all’8 dicembre.

Standard
Letteratura

Le prime prove di Romana Petri

Sono stato molto colpevole in passato nei confronti di Romana Petri, di cui ho snobbato, è la parola giusta, i primi romanzi da lei stesi negli anni ’90, cui poi ha fatto seguito una numerosa produzione approdata ora a “Pranzi di famiglia”, che finalmente ha ricevuto la mia meritata attenzione fino a dedicarle un “pollice recto” sull’”Immaginazione”, che però uscirà, dati i tempi lunghi del cartaceo, dopo questo mio intervento estemporaneo che, cercando di rimediare alle passate mancanze, e anche in preparazione di una sua comparsa qui a Cortina, in uno dei pomeriggi da me organizzati al Grand Hotel Savoia, rivolgo ad alcune sue prime prove, stanate fuori dalla mia biblioteca. Fra l’altro, mi sono accorto che possedevano generose dediche da parte sua, cui non ho risposto in alcun modo. Invece proprio il primo di questi romanzi, “Il ritratto del disarmo”, Rizzoli, 1991, mi doveva persuadere, per la comparsa di un personaggio molto interessante, tale Pillo, proprio “in disarmo” rispetto alle ordinarie sollecitazioni della vita normale: figura di intellettuale in preda a masochismo, a autismo, dedito a lunghe meditazioni, a mutamenti di alloggio e luogo, ma alla maniera del malato che si gira nel letto senza trovare pace. Anche perché accanto gli è una moglie pure lei poco normale, tale Oliviera, spigolosa, scarsamente sexy, e c’è pure una terza persona, Marsilia, però anche lei restia a entrare nei panni dell’amante in carica. Insomma, si tratta di un romanzo con parecchi caratteri di sperimentalismo, erede addirittura dei personaggi solipsisti di un Federigo Tozzi. Più rispondenti a canoni tradizionali del romanzesco allo stato puro altre due prove di quegli anni, che forse, da me sfiorate superficialmente, mi avevano tenuto lontano dalla loro autrice. Eppure già vi entrano alcuni dei motivi che poi l’hanno accompagnata fino all’ultimo prodotto, in definitiva il più maturo e riuscito. Già in queste prime apparizioni dominano le questioni di famiglia, tra una madre che se ne va troppo presto e fratelli e sorelle allacciati da problemi angosciosi di convivenza. Ma andiamo a vedere alcuni di questi esiti, come per esempio “Il baleniere delle montagne”, di nuovo Rizzoli, 1993, il più “romanzesco” fra tutti, situato in un’isola che credo inesistente, Flores, ma già con opzione, forse, per confessione della narratrice stessa, proveniente da Tabucchi, ispirata a riti e miti di un universo spagnolesco o lusitano, dove a dire il vero una figura maschile c’è nella persona di un avo che ha dovuto rinunciare al ruolo di baleniere per andare a rifugiarsi sulle montagne. Ma un nipote ne eredita l’audacia e lo spirito di avventura, però rivolgendoli a una attività folclorica come quella del torero, ma male gliene incoglie perché finisce incornato, e dunque l’intero romanzo è una veglia funebre della madre, Vera Monica, che alla fine decide di darsi a un rito cannibalesco, o sacrale, come per una orrida eucaristia, cibandosi delle stesse membra del figlio perduto. Più normale l’ambiente ove si svolge il terzo racconto di cui qui intendo fare menzione, “Alle case Venie”, Marsilio, 1997. Siamo negli anni drammatici tra la caduta del regime fascista e l’incrudelire delle forze tedesche occupanti, con l’aiuto dei cosiddetti repubblichini, contro cui reagiscono le popolazioni di un’Umbria paesana, contadina. In questo caso l’industre Petri pare ispirarsi all’epica partigiana di Fenoglio, e prorompe il tema dei rapporti fraterni, domina infatti la figura della sorella maggiore, Alina, che fa quasi da tutrice e madre in seconda al fratello Aliseo, il quale con ardore adolescenziale si tuffa nelle azioni partigiane finendo barbaramente ucciso da un traditore della causa resistenziale. E dunque anche qui si profila una veglia funebre, ma con l’inserimento di un ulteriore motivo, nelle vicende di famiglia entra pure un animale, in questo caso il cane dal nome di un essere umano, Arduino, e a dire il vero non si sa se la saggia Alina dedichi un omaggio funebre più accorato al fratello o al fedele animale domestico.
Del resto, venendo ad anni più recenti, questo possibile attaccamento all’amico fedele dell’uomo viene tematizzato nel “Mio cane del Klondike”, Neri Pozza, 2017, monumento eretto a ricordo di un animale forte, mostruoso, selvaggio, in cui si concentra tutta la hybris che la Nostra accumula nei suoi romanzi. Infine, nel penultimo “Figli dello stesso padre”, Longanesi, 2013, siamo davvero nel cuore del dramma famigliare, dell’incontro-scontro tra due fratelli nati da madri diverse, anche se a legarli c’è l’esistenza di un genitore in comune. Siano ormai a un passo proprio da “Pranzi di famiglia”, in cui si concentrano tutti i dissapori, i drammi, le ostilità che si annidano in ogni nucleo domestico, come di belve che però si concedono una tregua quando a sera vanno tutte a bere la stessa acqua. Qui i momenti di disarmo temporaneo sono appunto i “Pranzi di famiglia” in cui la Petri porta a provvisorio equilibrio le tensioni e ostilità che è venuta dipanando nella sua lunga produzione.

Standard