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De’ Foscherari, uno e due

Non so se il pubblico bolognese che numeroso alcuni giorni fa si assiepava nell’atrio del MAMbo per celebrare il più di mezzo secolo di esistenza della Galleria De’ Foscherari, la più importante nella vita artistica nostrana del secondo Novecento, ha ben capito che gli eventi erano due. Uno di questi, è una antologia dei vari artisti che in quel lungo periodo sono stati presentati dalla Galleria, nelle varie sedi occupate, e purtroppo, diciamolo pure, è un’esposizione inadeguata, fatta per sommi capi, seppur eccellenti, questo per una vecchia colpa dell’ex-sindaco Vitali che ha liquidato la GAM, in zona Fiera, ampia a sufficienza tanto da poter ospitare il permanente e il temporaneo. Mentre l’attuale sede non ce la fa, sia perché non si è provveduto a tramezzare l’enorme volume al pianterreno, ora occupato dalla bella mostra di Cesare Pietroiusti, sia perché il primo piano si trascina dietro la collezione Morandi. Bastava aspettare che Pietroiusti terminasse il suo tempo, dando alla storia della De’ Foscherari l’intero pianterreno, e si sarebbe avuto un volto esauriente della sua fitta attività, facendo uscire anche un relativo catalogo. Invece in quella occasione, e senza dubbio la cosa era dichiarata, si celebrava piuttosto il Notiziario che i cataloghi della Galleria avevano ospitato poco dopo la sua nascita, a partire dal 1965, questi interamente ad opera della coppia Pietro Bonfiglioli-Vittorio Boarini, con quest’ultimo ancora sano e vegeto a officiare il rito del ricordo, ma così, inevitabilmente, portato a dare l’impressione che fossero stati lui e il suo socio a ispirare le varie scelte della Galleria. Così invece non è stato, queste di volta in volta erano dovute al fondatore Franco Bartoli, con l’assistenza di Concetto Pozzati, cui poi è subentrato Pasquale Ribuffo. Quanto al duo Bonfiglioli-Boarini, fu loro compito aggiungere ogni volta un Notiziario in cui facevano sfoggio del loro pesante ideologismo, a colpi di marxismo, paleo o neo, e di Scuola di Francoforte, molte volte senza un chiaro collegamento con le mostre stesse. Per carità, si tratta di due operatori eccellenti, Boarini ha solidi titoli di merito in ambito cinematografico, Bonfiglioli è stato un eccellente critico letterario, con contributi di prima forza a Pascoli e Montale, di cui io stesso, nella mia pratica letteraria, mi sono valso. Ma quanto a sensibilità artistica, credo che ne avessero, e la cosa si ripete per il sopravvissuto dei due, alquanto scarsa, come del resto comprova il fatto che, in campo visivo, abbiano esercitato quasi esclusivamente in quella sede. Forse se qualcuno si è spinto a leggere il risvolto del catalogo pubblicato nell’occasione, interamente dedicato ai Notiziari, può avere osservato una cosa curiosa, vi si legge che era stato Renato Barilli ad accendere le polveri, devo questa leale dichiarazione ai due eredi dei padri fondatori, Bernardo Bartoli e Francesco Ribuffo, che ringrazio sentitamente, mentre Boarini ha pensato bene di omettere quella mia iniziale testimonianza, che si può leggere nel secondo dei mie volumetti “Informale oggetto comportamento” (Feltrinelli), dove funziona proprio da piena, esplicita premessa all’arrivo del comportamento, che andavo ad analizzare sul versante californiano, parlando della libera ed estrosa Funk Art, in opposizione alla fin troppo solida e squadrata arte newyorkese quale espressa dal Minimalismo. Poi, certo, l’arrivo dei due, catafratti nel loro ideologismo, mi ha intimato un “fatti più in là” onde poter dominare sovrani, a snocciolare i loro dogmi paleo o neo-marxisti. Intendiamoci, i loro interventi di quegli anni sono da considerare meglio che l’”arte di comune”, come ebbi a dirla io polemicamente sulla rivista del “Mulino”, partendo lancia in resta contro Franco Solmi e il suo “nazional-surrealismo”, così ebbe a definirlo Achille Perilli, ahimé con l’appoggio di un intellettuale di prima forza quale Renato Zangheri, troppo sensibile al richiamo di alcuni coetanei che si chiamavano Dino Boschi e Leonardo Cremonini, quest’ultimo allora in auge a Parigi, e se si vuole col merito di aver sostituito a Guttuso un più versatile e godibile Matta. Fin qui, poteva esserci qualche solidarietà tra me e i due ideologi, che certo mantenevano più alto volo, ma non giunsero mai a stigmatizzare apertamente l’operato di Solmi e le sue Biennali d’arte contemporanea, lasciandomi da solo a sostenere la causa delle avanguardie in suolo bolognese, magari all’ombra del nato frattanto Gruppo 63, e in effetti, proprio nel ’70, mi riuscì di fare (“Gennaio 70”) una mostra molto innovativa, sperimentando addirittura per la prima volta su suolo bolognese (Museo civico), o forse addirittura nel mondo, la videoarte, ma con l’appoggio non certo di Solmi o di Bonfiglioli, bensì dell’erede spirituale di Gnudi, Andrea Emiliani, e col soccorso di Maurizio Calvesi, e soprattutto di Tommaso Trini, in fondo l’alter ego di Germano Celant nella creazione dell’Arte povera, anche se poi quest’ultimo si è preso sotto controllo l’intero movimento spodestando ogni altro pretendente. E dunque, avviso ai naviganti, non confondano tra loro i due eventi, restino assieme a me in attesa di una mostra come si deve dell’intero svolgimento delle scelte della De’ Foscherari, comprese per esempio due mostre che allora presentai (anche in questo caso si veda il secondo volumetto Feltrinelli), quella dello spagnolo Edoardo Arroyo, estremamente coraggiosa perché vi presentava un soggetto dipinto in quattro stili diversi, aprendo la strada al citazionismo, ovvero a quella che poi avrei chiamato la “Ripetizione differente”. E in tema di Pop Art presentai anche il numero uno di quella tendenza in Francia, Hervé Télémaque. Di tutto questo invano si cercherebbe testimonianza nei pesanti codicilli del duo Boarini-Bonfiglioli.
Il Notiziario della Galleria De’ Foscherari, 1965-1989, a cura di V. Boarini, autoedizione.

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Dom. 22-12-19 (la barca va 2)

Oggi non ho molto di nuovo da aggiungere, mi devo limitare a una specie di “surplace” da ciclista. Un fatto nuovo sarebbe che è stato ammesso il referendum per abolire il taglio dei parlamentari, e dunque ci si chiede se ne potrebbe venire la spinta a promuovere la crisi di governo per andare a nuove elezioni mantenendo l’attuale alto numero di parlamentari. Ma che sicurezza avrebbero i parlamentari dei partiti più deboli negli attuali pronostici, Cinque Stelle e Italia viva, a mantenere gli attuali numeri, non correrebbero il rischio di essere decimati comunque? Poi c’è il quesito Gregoretti, mandare a processo o no Salvini per aver impedito durante alcuni giorni lo sbarco degli immigrati dalla nave Giorgetti? Ma come reagirebbero gli elettori, se fosse messo a processo? Non sarebbe un incentivo, in vista delle regionali di gennaio, a votare in suo favore? Un altro fatto dominante è l’orientamento dello Stato a intervenire nel casi Alitalia, ex-Ilva, Banca popolare di Bari. C’è la minaccia dell’UE di vietare interventi statali, ma in merito ho già detto, come si può ammettere che l’UE si attenga a una mentalità liberista-liberale degna di altri tempi? Pare che sia per tutelare il mercato, cioè la possibilità che imprese private si facciano avanti per esercitare loro eventuali diritti di acquisto. Ma se, come nei casi sopra elencati, nessuno si è detto disponibile a promuovere acquisti, come negare all’ente pubblico la possibilità di intervenire a tutela dei lavoratori e dei risparmiatori? In sostanza, mi sento di ribadire quel “la barca va” pronunciato domenica scorsa.

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Dom. 15-12-19 (la barca va)

E’ inutile che oggi io perda tempo a commentare la vittoria di Boris Johnson alle elezioni inglesi e la sconfitta di Corbyn, che quest’ultimo, col suo estremismo, fosse una iattura per la causa del laburismo lo aveva già previsto Hugh Blair. Sarebbe come se le sorti del Pd fossero nelle mani di LEU o giù di lì. Invece, per parlare di casa nostra, alla faccia di tutti i malpancisti, annidati soprattutto nelle colonne della Repubblica, tra cui si distinguono l’opinionista quotidiano Stefano Folli, oppure gli ospiti serali nel salotto della Gruber, la barca va. Sarà che davvero a ricompattare la maggioranza parlamentare dei giallo-rossi agisce lo spettro dello scioglimento delle camere e dell’andata alle urne, con inevitabile vittoria di Salvini e compagni. Ma questo è un validissimo, stringente argomento di politica reale, bisogna evitare finché si può che il Paese corra dei rischi che potrebbero essere mortali, al diavolo le sconsiderate osservazioni dei radical-scic, questa volta il termine si può usare davvero a proposito, che democrazia vuol dire dare la parola al popolo, eccetera. E voglio sperare che, seppure sempre sotto la spada di Damocle di un ricorso nocivo alle urne, questa maggioranza, pur tenuta assieme con gli spilli, regga a lungo, ci conceda davvero di portare a termine l’intera legislatura. Del resto, se al corpo del Pd si vanno ad aggiungere i vari fuoriusciti, di Renzi, di Calenda, del Leu eccetera, si raggiuge quella quota del 27 o 28% che è fisiologica per il partito ufficiale della sinistra, e che non è poi a distanza abissale dalle cifre di cui viene accreditata la Lega. Un passo alla volta, forse ce la facciamo ad arrivare alla sospirata meta del termine naturale della legislatura.

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Dom. 8-12-19 (Espresso)

Vedo con dispiacere il triste destino dell’”Espresso”, costretto a sopravvivere solo come inserto obbligatorio all’interno della nave ammiraglia di “Repubblica”, fra l’altro costretto a rinunciare a quasi tutte le rubriche culturali, considerando che queste sono già espletate fin troppo dal supplemento “Robinson”. E dunque, anche Germano Celant, subentrato a me circa un ventennio fa, dopo che io avevo tenuto la rubrica d’arte per un quarto di secolo, è stato cancellato. Ora quel fascicolo è ridotto a una specie di esorbitante monologo del direttore Marco Damilano, peraltro presente a giorni alterni in tutti i possibili salotti televisivi. E capofila nell’esprimere sfiducia, disprezzo, ironia sul tentativo giallo-rosso, come se questo non fosse motivato dal gigantesco impegno di sbarrare la strada a Matteo Salvini, a impedire che un destrorso della peggiore specie si impadronisca del potere in Italia, da Piccolo Mussolini in sedicesimo. Proprio per questa ragione in queste mie inutili paginette avevo rievocato qualche domenica fa il “resistere resistere resistere” brandito da Saverio Borrelli ai tempi di “Mani pulite”. Certo l’avventura giallo-rossa, non è facile, è una via stretta, con rischi di interruzione ad ogni passo, ma sarebbe dovere di ogni credente nei valori della sinistra proteggerla, come si farebbe con un essere gravemente malato, di cui però si sente l’obbligo di tutelare la sopravvivenza, costi quel che costi. Ci sono ancora gli scoop che un tempo hanno costituito la gloria dell’”Espresso”, ma quello sul “brutto pasticciaccio” dell’aver tentato di incassare una super-tangente dalla Russia non ha portato a nulla. Siamo tutti sicuri che quel tentativo ci sia stato, ma altrettanto del fatto che non si sia concluso, e comunque non ha tolto a Salvini neppure un voto da parte del suo elettorato. Ora ci si accanisce contro l’eroe caduto nel fango, l’altro Matteo, Renzi, e anche qui nessuno dubita che se si va a scavare, qualche aspetto negativo sussista, in quella partita di prestiti per l’acquisto di una villa di prestigio. Ma, di nuovo, il fine ultimo sembra essere quello di costringere l’odiato Renzi a togliere l’incomodo della sua presenza nella maggioranza, sempre sul filo del rasoio. Non parliamo poi delle firme di cui il settimanale si fa vanto, come un Massimo Cacciari che mi ricorda Bartali, col suo detto famoso, “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Quel Cacciari che osa l’inosabile, neppure un Kant redivivo, chiamato dalla Gruber, oserebbe dirsi “filosofo”, magari si limiterebbe a proclamarsi solo docente di filosofia, e non filosofo tout court, come fa invece con suprema impudenza il nostro Cacciari, mettendo in rilievo la parte peggiore di sé, quando, come mi è capitato di dire altra volta, di notte si trasforma in un Dottor Jekyll, scrivendo in un ridicolo “filosofese”, che fa rima col “poetichese” e “critichese” di altri esponenti sbagliati dei rispettivi settori. Da abile manovriero della politica vissuta giorno per giorno, come già detto, Caccari continua a sprigionare pessimismo, a diagnosticare crisi inevitabili, a emettere profezie di sventura. il che del resto trasuda da ogni colonna di questo ormai inutile e sconfortante supplemento.

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Dom. 1-12-19 (Iri)

Si usa sostenere che ai nostri giorni non ci sono più differenze tra destra e sinistra, ma invece una grossa e palese se ne prsenta, se parliamo delle crisi aziendali che si sono accese negli ultimi tempi. Per una destra, anche moderata, liberale, è un dogma che non si possono obbligare le aziende private a mantenere il personale se il mercato non consente di produrre ai ritmi soliti, e dunque in questo caso non si possono evitare i licenziamenti, magari col sottinteso che conservare in uno stato sciale un po’ di disoccupazione serve a far tenere basse le richieste dei lavoratori. Per la sinistra invece bisogna farsi carico dei disoccupati, sia con varie forme assistenziali, come le casse integrazione, magari sconsigliando solo quella forma di beneficienza a fondo perduto che è il reddito di cittadinanza, accettato dal Pd solo per poter andare al matrimonio con i Pentastellati, che in quel provvedimento hanno visto una propria ragione sostanziale di esistenza. Ma a monte di tutto questo un pensiero di sinistra non può rinunciare al principio delle nazionalizzazioni, cioè del fatto che deve essere l’intera comunità a farsi carico di certi sevizi fondamentali, costi quel che costi. In questo senso ragiona bene il ministro Stefano Patanuelli che di recente ha risollevato il fantasma dell’IRI, dell’Istituto Ricostruzione Industriale, a cui si deve il salvataggio del nostro Paese sia nella crisi Anni Venti, sia in quella del dopoguerra. Averlo smantellato è stato forse un torto, uno sbaglio, la cui colpa grava in larga parte su Romano Prodi, che trovatosi alla testa di quell’istituto, lo aveva considerato insostenibile, soprattutto in visita delle nuove regole europee, e ne aveva avviato lo smantellamento a favore del privato. Ma oggi i privati fuggono a gambe levate da quelle responsabilità, o ne fanno una conduzione molto dubbia, vedi i casi di Autostrade e dell’ex-Ilva, mentre lo Stato non si è comportato male in occasione della costruzione di una poderosa rete autostradale, negli anni Sessanta e oltre, e più di recente nel creare la rete ferroviaria dell’Alta Velocità. In un caso e nell’altro non sembra che si siano avute ruberie o inserimenti mafiosi di particolare entità, e dunque non sempre l’intervento pubblico equivale a un ingrossamento dei costi e a un intervento di mediazioni nocive. Pare che una norma UE proibisca proprio gli interventi statali, ma questo è per garantire una apertura a gare di appalto cui possano accedere anche i privati. Se questi non compaiono, o se le loro anteriori gestioni risultano inefficienti, la parola non può che ritornare all’ente pubblico, tenuto ad assicurare lo svolgimento di servizi essenziali per la comunità, con relativo assorbimento della mano d’opera. Naturalmente, finché si può, è opportuno cercare forme miste, dove accanto a risorse pubbliche entrino anche i privati. Pare che qualche speranza in questo senso si sia profilata per la questione ex-Ilva, in cui il magnate franco-indiano è tornato al tavolo delle trattative. Mentre una pista del genere, che pure sembrava promettente, pare si sia chiusa per Alitalia, col ritiro di Atlantia, che ci starebbe solo se le venisse confermata la gestione delle autostrade, ma compromessa dai recenti crolli di ponti. Una cosa comunque è sicura, in un modo o nell’altro l’ente pubblico deve fare fronte a queste esigenze, trovando le giuste vie di intervento.

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Domenicale 24-11-19 (desistere)

Nel domenicale scorso (17 novembre) avevo annunciato gli argomenti che, se possibile, avrei svolto nella riunione delle sezioni Pd previste il martedì dopo, 19. Così è stato, in un incontro, presso la sede di via Murri, molto affollato, con ampia serie di interventi, ma non direi sorretti da una particolare avvedutezza politica. Per esempio, il tema di base da me introdotto non è stato ripreso da nessuno. Riguardava la desistenza, cioè l’opportunità, o quasi necessità che il M5S non presentasse una sua lista alle nostre elezioni regionali. Ovviamente non dipendeva da noi ottenerlo, ma trovo alquanto dissennato che nessun altro, oltre al sottoscritto, accennasse all’importanza di quel fatto. Si sa che poi il non aver ottenuto quella desistenza è apparso come un fatto grave, compromettente per il buon esito della nostra lista. Purtroppo il risultato della votazione Rousseau ci è stato avverso, ma nell’occasione è più che opportuno esprimere tutta la diffidenza possibile su quel metodo, non in sé, andiamo ormai verso un’estensione dilagante del ricorso alle consultazioni informatiche, ma ci vorrebbe almeno la regola che eventuali referendum affidati a quella via dovessero considerarsi validi solo se ad accedervi ci si stata la maggioranza degli aventi diritto, Invece in questo caso, funesto per noi, pare che si sia espresso solo un quinto degli aventi diritto, un esito che quindi sarebbe da annullare. Curiosa anche una tesi che pure ha ricevuto il maggiore consenso da parte degli intervenuti, che per sostenere la candidatura Bonaccini non si debba insistere sui meriti pregressi della sua amministrazione, ma invece prospettare future mirabilia. A promettere la luna, in fasi elettorali, sono buoni tutti, mentre il metro più solido appare proprio quello di valutare quanto in concreto è già stato fatto. Un altro mio motivo è stato raccolto, cioè il timore di uno spareggio nel voto regionale tra le città e le campagne, dove le prime votano a sinistra e le altre a destra, come è già accaduto tra Milano e le province lombarde, o tra Londra e le zone rurali, a proposito della Brexit. Io in merito ho ricordato, con un po’ di spocchia da intellettuale, l’esempio classico dell’avvento del Cristianesimo ai tempi dell’impero romano, senza dubbio portatore di progresso, e invece il culto resistente, rivolto agli dei “falsi e bugiardi”, nei pagi, da cui anche il termine di paganesimo.
Oltre ad avere insistito sul desistere, io ho anche ricordato il resistere a oltranza, pronunciato a suo tempo dal magistrato Borrelli. Credo infatti che questa debba essere la trincea di contenimento, anche nel caso malaugurato che si perdessero le elezioni regionali. Non cedere, non andare alla crisi di governo, non rendere felici Salvini e compagni. Quanto alle Sardine, è lecito esprimere qualche nota dubitativa, Al populismo fa da correlato il giovanilismo, i giovani si prestano volentieri a queste parate gioiose e giocose, per spirito emulativo, come è avvenuto anche per la predicazione lanciata dalla Thunberg, ma poi che cosa resta? Non è affatto detto che queste pur belle e incoraggianti folle si mutino automaticamente in voti a nostro favore. Temo che tra i “millennials” prevalga l’astensione dal voto, mette in allarme quel loro altezzoso respingere il patronato di qualsivoglia partito, compreso il nostro. Purtroppo temo che sia in arrivo una nuova ondata di qualunquismo, o quanto meno forse non saremo noi a cogliere i frutti di quell’albero.

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Dom. 17-11-19 (desistenza)

Nel domenicale di oggi anticipo quanto direi nella riunione indetta dal Pd locale per il prossimo martedì 19 novembre, con al centro i problemi delle prossime elezioni nella nostra Regione, ammesso che a un pesce piccolo come me sia possibile prendere la parola. Del resto sarebbe la ripetizione di quanto giù affidavo al domenicale di due settimane fa, del 3 novembre. Purtroppo anche nella nostra Regione potrebbe accadere quanto si è verificato in Inghilterra, e anche in Lombardia, che cioè i grandi centri, come Londra e Milano, votano a sinistra, mentre il contado (si sarebbe detto una volta) è più portato a favore della Lega. Questo avviene, almeno a casa nostra, per la politica sbagliata di aver obbligato alcune località a prendersi quote di immigrati, senza preoccuparsi di dar loro un qualche sbocco lavorativo. E forse anche la tutela da parte delle forze dell’ordine può essere apparsa talora alquanto scarsa, che sono i motivi su cui la campagna elettorale di Salvini insiste. A Bologna non dovrebbero esserci problemi, come ha dimostrato la magnifica levata di scudi delle “sardine”, che però, per effettuarsi, richiede una concentrazione di consistenti folle giovanili, come non si verifica altrove. Ma in ogni caso ingranerei il motivo da me agitato in un altro domenicale, l’opportunità di “resistere” a oltranza, se anche ci fosse una sconfitta. Starebbe solo nel Pd ricavarne la triste conseguenza di imboccare la crisi di governo, che diversamente, anche se l’esito elettorale fosse per noi negativo, non potrebbe valere per il Presidente della Repubblica, non tenuto a rispettare i sondaggi di Pagnoncelli e compagni, e neanche i responsi di elezioni parziali. In ogni caso, meglio la vittoria, che sarebbe resa più facile da una desistenza del M5S. Proprio non si vede perché dovrebbe presentare presso di noi una propria lista, per rendere pubblica una sua inevitabile caduta di consensi? Naturalmente una rinuncia a entrare in lizza, col rischio di sottrarre voti al Pd, potrebbe trovare dei compensi, per esempio promettendo a esponenti Pentastellati qualche posto nella Giunta regionale, o anche nelle liste per il Consiglio, se c’è tra loro qualcuno cui non ripugna apparire sotto i nostri simboli. E poi ci si potrebbe impegnare a rendere il reciproco, cioè a non presentare liste nelle Regiini in cui i Cinque Stelle apparissero forza preponderante.

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Una sontuosa manifestazione del “triangolo” di Joseph Kosuth

Avevo già annunciato, parlando di Cesare Viel nel blog di domenica scorsa 3 novembre, che avrei approfittato della presenza in contemporanea di una mostra di Jseph Kosuth, nella Galleria di Lia Rumma, un vero e proprio miracolo, uno spazio che gareggia con le istituzioni pubbliche e tiene a contratto un gran numero di maestri di oggi, quasi sfidando le équipes più affollate dei nostri tempi, quali si riscontrano presso un Gagosian o un Perrotin. Tra tante presenze di valore, appunto, c’è pure il maestoso, ieratico Kosuth, cui si deve l’introduzione della scrittura tra i mezzi canonici di fare arte, accantonando, come insegnava la rivoluzione del ’68, l’usurato strumento del pennello e della pittura. La scrittura, fin dalle avanguardie storiche, era stata presente nella prassi artistica, ma come un modo di gettare un pittoresco disordine nella stanza ben ordinata dei caratteri tipografici. Kosuth invece la prendeva nei modi più conformi, desunti dalle pagine a stampa, per farne un uso tipicamente “concettuale”, ovvero per agire sulla nostra mente, mettendo tra parentesi l’aspetto materiale della grafia, il “significante”, a tutto vantaggio del “significato”, chiamato a far funzionare quasi allo stato puro le nostre “cellule grigie”. E questo uso insolito del materiale verbale era da lui prontamente associato ad altre due vie, così da costituire un rigoroso “triangolo”, che stavano nell’appendere alla parete l’oggetto stesso, oppure una sua foto, anche in questo caso ben attenta a non introdurre disturbanti caratteri sensuosi. Rispetto a queste tre vie canoniche, gli eredi come Viel, cioè i post-concettuali, si sono sentiti indotti a “riscaldare” il clima, ovvero a introdurre un po’ di aspetti più sensuosi, per esempio ricorrendo a scritture manuali, e soprattutto a sfondi cromatici, proprio per umanizzare, rendere più accattivante la maestosità che invece Kosuth ha continuato a imporre alle sue manifestazioni. In sostanza, egli si è limitato a introdurre un unico mutamento, affidando la scrittura alla luminosità opalescente e sfavillante del neon, come nelle insegne pubblicitarie, spiccanti su sfondi rigorosamente neri. Ma per carità, nessuna concessione a uno spirito Pop, alla volgarità delle insegne pubblicitarie. Infatti le frasi, magari sempre più lunghe e complesse, sono affidate a caratteri anch’essi solenni, sacralizzati. Per un verso è l’accoglimento della svolta impressa ai neon da Bruce Nauman, ma assolutamente lontana dal voler rendere conto di dati somatici, esistenziali. Il che sembra costituire una contraddizione, rispetto al titolo stesso di questa mostra in cui si invoca un “Existentioal Time”, ma ancora una volta risulta che il Signore impassibile di questo regno si rifugia nella impersonalità, andando a cercare queste testimonianze di specie esistenziale presso i grandi scrittori della storia, in una lista impressionante che va da Nietzsche a Joyce alla Stein. Si entra cioè in una sacra cripta, in un memoriale eretto per celebrare le più preziose testimonianze del genere umano. Una trasformazione analoga va a colpire gli altri due aspetti del sacro triangolo kosuthiano, che troviamo al primo e al secondo piano della Galleria. Il ricorso alla foto non riguarda più, come in origine, una banale sedia, o un orologio dozzinale, bensì un serpente sacro, acciambellato su se stesso, a evidenziare il mitico schema dell’Ouroboros, “dove è il mio principio c’è pure la mia fine”, avrebbe sentenziato Eliot (anche se in questo caso il riferimento va a Nabokov). E pure gli oggetti, convocati secondo il registro del ready made, del tale e quale, non sono a loro volta desunti da una quotidianità frusta e logora, bensì dai musei dove si conservano gli oggetti appartenuti a tanti eroi del nostro tempo, da Einstein a Duchamp a Virginia Woolf. Il tutto è immerso in gelido algore, in una sorta di freezer, come si conviene per consentire la custodia delle memorie, che non si corrompano, come è nell’intento del nostro artista. Va da sé che, viceversa, per distanziarsi, per trovare uno spazio autonomo di manovra, Viel, assieme ai suoi compagni di generazione, avverte la necessità di “riscaldare”, di riavvicinare alla vita di tutti i giorni quella olimpica e asettica virtuosità.
Joseph Kosuth, “Existential Time”. Milano, Galleria Lia Rumma.

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Dom. 10-11-19 (ILVA)

Mi pare che ormai si diffonda la consapevolezza di quanto sia stato errato cedere ai privati certe infrastrutture fondamentali alla vita economica del nostro, come di qualsiasi altro Paese. Il caso presente ovviamente è quello dell’ILVA, ma si aggiunge pure quello dell’Alitalia, e forse anche di Autostrade. E’ riusonato in queste ore un ammonimento del Presidente Boccia di Confindustria, non si possono obbligare le aziende private a mantenere dipendenti quando il mercato va male, il che è sacrosanto, i privati non possono diventare benefattori lavorando in perdita, ma proprio in questi casi deve intervenire la comunità nazionalizzando, questo è un tratto fondamentale che caratterizza la sinistra dalla destra. E dunque, inutile insistere per far recedere Arcelor Mittal dall’intento di uscita, hanno ragione quanti osservano che la mancata proroga di uno scudo protettivo è solo un pretesto, la vera ragione è che quella ditta per mantenere l’impegno vorrebbe poter licenziare la metà degli operai. Inutile andare per le vie legali, si perderebbero anni, di fronte a una situazione che invece chiede interventi urgenti. E allora, via a qualche forma di nazionalizzazione, magari attraverso la Cdp, o anche con formule di mezzadria, tra lo Stato e qualche privato, come si tenta di fare anche per Alitalia. Non si capisce perché la UE avrebbe posto il divieto a ricorrere ad aiuti di stato, Forse che la sua costituzione è fondata su un liberismo a oltranza, forse è una norma suggerita da un liberista della più bell’acqua come il nostro Giavazzi? Se uno Stato comunitario impiega i suoi soldi per sanare una industria fondamentale, purché rispetti le norme di deficit globale, come glielo si può impedire? E perché si interviene su questo aspetto, mentre si lascia libertà su certi fattori capaci di squilibrare, di creare la differenza, adottando criteri disparati per quanto riguarda l’età del pensionamento, la sanità, la scuola?
Però i guai relativi al nodo ILVA sono due, la conduzione, che deve essere effettuata malgrado tutto a un regime di piena occupazione, ma c’è pure la questione ambientale. Si sente dire che altrove, presso acciaierie di altre nazioni, il problema è stato risolto, prendendo provvedimenti per cui quegli impianti non sono più nocivi. Ma se interventi così salutari non esistono, restano due vie, o spostare l’impianto in un terreno innocuo, o applicare questa ricetta alle abitazioni circostanti, demolendo i quartieri posti in vicinanza delle acciaierie e trasferendo altrove gli abitanti. Ovviamente sono soluzioni onerose, ma non siamo alla ricerca di occasioni di lavoro, soprattutto per il Sud? E non sono questi proprio gli interventi per una politica green, ambientalista, che dovrebbero consentire alla UE di chiudere un occhio sui conti dei membri, concedendo sforamenti’ In ogni caso penso che da evitare sia la politica della decrescita felice, come sarebbe eliminare gli alti forni e sostituirli con un bel parco verde con tanti animaletti scorazzanti.

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Dom. 3-11-19 (resistere)

Per stigmatizzare con efficacia la situazione attuale credo che nulla valga meglio che ripetere lo slogan usato da Saverio Borrelli, al culmine di “Mani pulite”, “resistere resistere resistere”. In questo caso ovviamente lo si deve applicare al governo giallo-rosso, pur sempre sovrastato dal rischio che se cede, il Paese viene consegnato a quel Mussolini in sedicesimo, ma non per questo meno pericoloso, che è Matteo Salvini. E’ sconcertante sentire i “soliti” noti, convocati dalla Gruber e da altri salotti televisivi, ripetere scuotendo la testa che no, così non va, non c’è feeling tra i Cinque stelle e il Pd. Come se ci fosse stato quando si era effettuato il matrimonio ancora più assurdo e a freddo tra Lega e Pentastellati, origine di ogni nostro male, Ho già ripetuto non so quante volte che invece di elogiare il Presidente Mattarella dovremmo inveire contro di lui per aver provocato quella unione contro natura solo per evitare le grane che allora sarebbero state costituite da un sacrosanto andare a nuove elezioni, da cui sarebbe saltato fuori un governo di centro-destra, ma senza dare a Salvini un ruolo prioritario. Si temono i risultati avversi delle elezioni regionali, ma di quella nell’Umbria il buon senso ha portato a far valere la parzialità del responso, dato l’esiguo numero dei chiamati alle urne. Ora ci attende il responso ben più impegnativo della consultazione in Emilia Romagna. Dio non voglia che esso risulti negativo per il Pd, ma se anche così fosse, non ne verrebbe fuori la crisi automatica dell’attuale governo. O meglio, si ricreerebbe la situazione di qualche mese fa, in cui saremmo stati costretti a procedere col governo giallo-verde, a meno che “qualcuno” non provocasse la crisi. E anche dopo un eventuale insuccesso nelle prossime Regionali, se i membri del governo mantengono i nervi a posto, non succede nulla, Mattarella non ha assolutamente il potere di sciogliere il Parlamento, non mi risulta che sia al servizio dei sondaggi di Pagnoncelli. Ecco la ragione del ripetere anche oggi l’appello al “resistere” ad ogni costo. Certo, la carta di una alleanza organica tra i due partiti leader del governo non ha funzionato, in Umbra, potrebbe però funzionare un patto di desistenza, ovvero il M5S, che certo in Emilia non può fare molto, dovrebbe non presentare una propria lista e invitare i propri aderenti a votare per la lista Pd, al fine di non sottrarre voti a quest’ultimo, in un numero che, se anche esiguo, potrebbe però essere proprio la causa della perdita nel confronto con la Lega.

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