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Dom. 9-6-19) (repetita)

Ho tentato di far giungere a qualche personaggio influente del Pd la mia ipotesi di un contratto di governo tra Pd e M5S, ma senza ricevere alcun riscontro. Eppure continuo a pensare che questa sia l’unica via da percorrere per la salvezza del nostro Paese. A questo punto mi pare che i vari commentatori in cattedra si sono persuasi che Salvini non ha nessuna intenzione di far cadere il governo, hic optime manebimus, con i Pentastellati da usare come uno stuoino ai suoi piedi, afflitti dalla paura, loro sì, di andare a nuove elezioni che li decimerebbero, mandando a casa la maggior parte dei loro deputati. Salvini-Di Maio, allacciati in un mortale abbraccio, rischiano di trascinarci verso il default, insensibili ai vari motivi di crisi, e anzi intenti a peggiorare la situazione, ora anche con l’assurda invenzione dei mini-Bot, che ricordano tanto le AMlire con cui le truppe americane di liberazione-occupazione si facevano mantenere da noi nell’immediato dopoguerra. Una cosa che mi manda in bestia è che tutti continuano a lodare il presidente Mattarella, a dichiararlo unica nostra speranza, mentre a mio avviso, come ho detto tante volte, lui è all’inizio dei nostri guai, avendo permesso lo scellerato contratto Salvini-Di Maio, e anche ora se volesse potrebbe soffiare sul fuoco, costringere ad andare verso una salutare crisi di governo, e per giunta con la coscienza tranquilla che esiste una maggioranza alternativa, come del resto lui sapeva bene e lo sapevano perfino i commentatori dopo l’esito disastroso delle elezioni del 4 marzo. Ora invece tutto tace, nessuno osa accennare a questa possibile soluzione. Forse il Pd è contento dell’ipotesi di andare crescendo di qualche punticino, per parecchie tornate elettorali a venire, lasciando che attorno a noi imperversi la bufera.

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Dom. 2-6-19 (contratto)

Ritornando a un mio solito “domenicale”, dopo il “lunediale” dello scorso 27 maggio, non ho che da ribadire quanto vi dicevo. Ricapitolo e rilancio.
Primo, La cosa più infausta per il nostro Paese è che i Pentastellati, per paura di nuove elezioni che per loro sarebbero rovinose, si adattino a subire l’oltracotante legge del più forte imposta dal vincitore Salvini, il quale da parte sua, finché può avere la controparte ai suoi piedi, non ha alcun interesse a promuovere nuove elezioni, che lo obbligherebbero a rifare i conti con Berlusconi. Mi sembra una pia illusione quella della Meloni di potere andare a un governo a due con la Lega.
Secondo. In genere tutti dimenticano che le elezioni di domenica scorsa hanno senza dubbio un valore di monito, rivelano le intenzioni dell’elettorato, ora come ora, il che però dovrebbe scoraggiare tutte le parti a volere nuove elezioni. Si dimentica che al momento c’è in Parlamento una possibile maggioranza Cinque stelle più Pd. Ebbene, si giunga a un contratto tra loro, non capisco perché sia Calenda sia Pisapia lo condannino, e perché un abile commentatore come Paolo Mieli, uno dei pochi che mi sembra accennare a questa via d’uscita, ritenga che prima ci voglia un passaggio elettorale. Questo, come detto sopra, sarebbe rovinoso per i Cinque stelle, e darebbe forse qualche punticino in più al Pd, ma lasciandolo fuori dai giochi.
Terzo. Io non conto niente, ma certo devo ammettere con me stesso che così mi smentisco, qualche tempo fa avevo plaudito all’”uscita” di Renzi che aveva esortato il Pd a rifiutare un tentativo di alleanza con Di Maio e compagni. Ma in quel momento saremmo stati noi lo zerbino dei Cinque stelle, che si presentavano col doppio dei nostri voti, e che per tutta la campagna elettorale avevano rovesciato tonnellate di merda nei nostri confronti. Andando indietro, peserà in un giudizio storico il male che i Cinque stelle hanno fatto, a loro stessi e al Paese, quando hanno rifiutato un dialogo con Bersani.
Quarto. Questo a parer mio utile, e anzi necessario contratto andrebbe negoziato sotto banco, altro che in pubblico, come sembrano dire alcuni stolti commentatori, proprio per vedere se regge o no. Ma i presupposti ci sono, almeno su tre punti. Una posizione di sinistra deve respingere, finché si può, la flat tax, l’abolizione della progressività dei versamenti fiscali, che mi sembra essere uno dei pilastri di una sinistra, come e dove la si voglia trovare. Inoltre si eviterebbe l’incrudelire delle leggi di sicurezza, cavallo di battaglia salviniano. IE ancora, altro punto di possibile concordia, l’abolizione dei privilegi che le regioni del Nord, ormai quasi tutte a trazione leghista, vorrebbero acquisire a danno delle parti restanti del Paese. Sbaglia il governatore Bonaccini dell’Emilia Romagna, l’unico rimasto in questa non lodevole compagnia, a volersi mettere sulla stessa strada. La TAV non potrebbe più essere questione dirimente, dato che i Cinque stelle devono pur accettare il referendum a suo favore che è venuto dalle recenti elezioni proprio dalle zone coinvolte in questa operazione.
Quinto. Si dirà che, facendo un governo coi Cinque stelle, il Pd si assumerebbe la patata bollente di raddrizzare i conti sballati proprio dall’attuale governo, ma, diciamolo con Dante, “qui si parrà la (sua) nobilitate”. Sarebbe un’impresa che ci onorerebbe, nel lodevole tentativo di salvare il Paese.

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Lunediade, 27-5-19

Eccomi allora a commentare l’esito delle elezioni di ieri, di cui era già chiaro l’andamento in una delle tante tavole rotonde. Ho seguito, ma non troppo, quella tenuta da Enrico Mentana, il mio preferito tra i conduttori di telegiornali, che però deve stare attento a non eccedere in frizzi e lazzi. Ieri sera ha sconcertato alcuni dei suoi ospiti con certe battutine di spirito. Ospiti che peraltro hanno confermato il provincialismo di noi Italiani, o meglio, l’aveva già detto una volta per tutte il Guicciardini, il nostro viscerale attaccamento al “particulare”. Infatti i vari commenti dei sapientoni in scena hanno messo subito tra parentesi l’esito del voto a livello europeo, come se invece non ne fosse stato il fine primario, concentrandosi invece sui fatti di casa nostra, ma con una preterizione incredibile, non premettendo alle loro sottili disquisizioni che il loro era un esercizio puramente virtuale. Come ben sappiamo, il parlamento è quello che è, con una stragande maggioranza pentastellata, e una esigua pattuglia leghista, cui solo i timori del pavido Mattarella hanno consentito di prendere il comando. Ma certo, era senza dubbio lecito condurre una specie di proiezione, chiedersi cioè quale effetto nei prossimi mesi potrebbe venire dagli attuali risultati elettorali. Mi sembra evidente che la Lega non staccherà affatto il pedale, visto che fin qui è riuscita a fare dei maggioritari pentastellati non più che uno sgabello su cui erigersi. Che interesse avrebbe Salvini a rompere questa tela, per andare tutt’al più a una coabitazione con Berlusconi e la Meloni? Il problema invece si pone per Di Maio e compagni , che si vedono superati perfino dai fino a ieri da loro vituperato Pd. Zingaretti e compagni possono a loro volta tirare un respiro di sollievo in quanto, almeno, ce l’hanno fatta a riportarsi avanti rispetto agli avversari di ieri, ma anche loro, se si andasse a nuove elezioni, che vantaggio avrebbero, se non di portare a casa appena qualche punticino in più, ma dovendo assistere da lontano al trionfo della destra? E allora, ripeto l’ipotesi che mi sembra essere al momento l’unica sensata, a costo, senza dubbio, di rinnegare tante affermazioni affidate a questi miei soliloqui. Ora è tempo di stringere un contratto con Di Maio e compagni, da cui, al momento, scaturirebbe una consistente maggioranza parlamentare, quindi di governo, risparmiando a un riluttante Mattarella la grana di mandarci faticosamente a nuove elezioni, e agli attuali deputati Cinque stelle il rischio di andare a casa. L’obiezione sarebbe che a questo modo Zingaretti non si libererebbe dalla moltitudine di parlamentari di osservanza renziana, ma si sa come noi Italiani siamo sempre pronti a salire sul carro del vincitore, e del resto a suo onore Renzi fin qui si è comportato lealmente nei confronti del suo successore. Perfino Di Maio si salverebbe a questo modo dall’essere fagocitato dai suoi. l’unico forse a pagare un prezzo salato sarebbe il re travicello, il premier Conte, di cui come minimo il Pd, divenuto co-firmatario di un contratto ben diverso da quello precedente stretto tra Lega e Pentastellati, potrebbe richiedere la testa, la sostituzione.
Infine, dando finalmente uno sguardo alle elezioni a livello europeo, si può tirare un respiro di sollievo, le destre non sono passate in misura massiccia, le flessioni di popolari e socialdemocratici risultano compensate dalla crescita dei Verdi, che purtroppo non ci sono presso di noi, lasciando il Pd del tutto solo a decidere il proprio futuro.

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Dom. 19-5-19 (Pd-M5S)

Qualche giorno fa la “Repubblica” ha ospitato un’intervista a Giuliano Pisapia, personaggio che non amo e contro cui mi sono già espresso. Ritengo che il suo rifiuto a ricandidarsi come sindaco di Milano rispondesse soprattutto all’intento di smarcarsi da una influenza renziana, a costo di far perdere alla sinistra quel Comune, cosa di cui il nostro Pisapia si sarebbe compiaciuto per il grave colpo che avrebbe inferto appunto al renzismo. Non era affatto la decisione di abbandonare la politica, anzi, di muoversi in una platea nazionale, sempre nel segno dell’ostilità verso quello che al momento appariva ancora il dominatore del Pd, cercando di schieragli contro tutti gli oppositori. Poi è entrato in scena un antirenziano come lui, l’attuale segretario Zingaretti, e allora a quel punto Pisapia non ha avuto più difficoltà a entrare nelle file del Pd, vedendosi subito premiato con l’offerta di un posto di capolista alle prossime europee. Col che, sia ben chiaro, l’esito di questo percorso per me è positivo, non avrei dubbio a votare Pisapia se mi trovassi nel suo collegio. Ma tra le risposte date in quell’intervista figurava un assoluto diniego circa la possibilità che il Pd in futuro potesse andare a fare un governo con i Pentastellati. Questo fino a poco tempo fa sarebbe stato balsamo per le mie orecchie, da renziano come continuo ad essere avevo plaudito alla sua uscita di porta per bloccare i tentativi allora in corso di attuare una alleanza in quel senso. Ora però confesso che avrei qualche dubbio in materia, fatta nascere dall’almeno apparente divorzio in atto in questo momento tra Salvini, sempre più di destra, e un Di Maio, che assume toni da difensore della sinistra. Forse è solo propaganda elettorale, a tutela delle proprie percentuali di voto. Purtroppo temo che l’esito del voto non cambi troppo le cose, la Lega forse perderà qualcosa, ma resterà pur sempre al 30%, i pentastellati risaliranno, ma non oltre il 22%. Morale della favola, dopo le aspre dispute di questi giorni i due fronti potrebbero constatare la convenienza di rifare l’accordo, in quanto Salvini non ha molta voglia di rientrare sotto la tutela di Berlusconi, e Di Maio e compagni non hanno sponde di altra natura. Inoltre un presidente pavido come Mattarella non avrebbe alcuna ragione per aprire una crisi, se non a seguito di un chiamarsi fuori di una delle due parti. Non dimentichiamo che nel 2011 Napolitano poté mandare via dal governo Berlusconi per tacito assenso della vittima, che era spaventato per la crescita dello spread, rovinosa per i suoi interessi privati. Ma qui, se nessuno dei due contraenti del governo “rompe” l’alleanza, Mattarella non si può intromettere. Si delinea la macabra prospettiva che i due, riedizione di un Bonnie and Clyde, uniti in un abbraccio mortale, trascinino il nostro Paese nel baratro. Ma in questo caso il Pd si potrebbe fare avanti e fornire a Di Maio e compagni una sponda per un cambiamento di governo, considerando appunto i passi da loro compiuti negli ultimi tempi verso un certo sinistrismo. E’ per esempio lodevole il loro rifiuto delle autonomie regionali, in base al giusto convincimento che non ci siano regioni di serie A e altre di serie B. Inoltre mi pare che non siano loro i difensori ad oltranza di un altro sciagurato proponimento leghista consistente nella flat tax, e anche sul fronte immigrazione sembrano più aperturisti. Quanto alla questione della riforma pensionistica anti-Fornero, ho già detto altra volta che dovrebbero intervenire i sindacati in dimensione europea, dialogando coi loro omologhi dei vari Paesi per stabilire un’età pensionabile buona per tutti, e non a discrezione delle singole nazioni, autorizzate a fare la gara a chi abbassa di più i termini di un provvedimento, che certo in termini di populismo ottiene facili consensi. Ma starebbe nella serietà di una politica sindacale andare a vedere fin dove in questa direzione ci si può spingere senza compromettere il bilancio pubblico. Una volta constatati i possibili punti d un accordo, ovvero di un contratto sui generis, a quel punto potrebbero essere i Cinque stelle a scalciare via l’accordo con la Lega e ad aprire una crisi, di cui però esisterebbe già una soluzione possibile.

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Dom. 12-5-19 (fascismo)

L’argomento del giorno potrebbe essere l’indubbio rigurgito di velleità di fascismo, il cui apice è stato dato dalla pretesa della casa editrice Altaforte di partecipare al Salone del libro di Torino. Ma in merito direi che basterebbe una attenta e rigorosa applicazione delle leggi antifasciste che già esistono, emesse da Scelba e ribadite da Mancino. Dove ci siano atti che si richiamino a una evidente ripresa di riti fascisti, come per esempio tentativi di rilancio del saluto col braccio teso, o comunque esplicite volontà revansciste, è giusto intervenire reprimendo. Bisogna però stare attenti a non applicare un erroneo sillogismo, che tutto quanto è stato fatto nel famigerato ventennio sia per questa sola ragione condannabile. Io stesso con altri mi sono impegnato a realizzare per il Comune di Milano la mostra “Annitrenta”, nel 1984, con straordinario successo, di recente replicato da una mostra molto simile gestita da Germano Celant per la Fondazione Prada. Il fascismo, se fu implacabile sul piano politico, facendo vittime, da Matteotti ai Fratelli Rosselli, e imponendo il confino e tante altre angherie ai suoi oppositori, sul pano culturale “lasciò fare”, il che avvenne per vari motivi. Per la presenza, al fianco del Duce, di un’amante del tutto con lui solidale quanto a idee politiche, ma certo non priva di talento critico, Margherita Sarfatti, cui si dovette l’operazione positiva del cosiddetto Novecento. Inoltre dalla prima ora fino all’ultimo Mussolini ebbe a fianco il genio esplosivo di Marinetti e del Futurismo. Insomma, intellettuali, scrittori, artisti molte volte, nel ventennio si distinsero non certo per una ribellione al fascismo, ma per la pretesa di esserne considerati come i “veri” testimoni e garanti. E poi è stato ampiamente rivalutato l’intero capitolo dell’architettura sotto il regime, fino al concepimento dell’impresa dell’EUR, con alcuni capolavori che si fece in tempo a realizzare. Insomma, è giusto, necessario essere implacabili nel reprimere ogni rigurgito di fascismo, considerandolo indebito e dannoso, ma ci si deve guardare dall’estendere la medesima condanna su tanti episodi culturali che avvennero nel corso di quegli anni, ma con motivazioni proprie, originali e significative. Nulla di simile venne dalle dittature del tutto negative di Hitler e di Stalin, sotto cui la repressione della libertà e creatività dell’arte e della letteratura fu totale.

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Dom. 5-5-19 (ballottaggio)

L’evento positivo della settimana è la vittoria che il Partito Socialista di Pedro Sànchez ha ottenuto in Spagna, a riprova che la causa della socialdemocrazia non è affatto perduta, almeno in Europa, contrariamente a quanto sostengono tanti gufi di casa nostra. Però si ripropone pure il solito dramma. Il 28% conquistato dal leader spagnolo è ben lungi dall’assicurargli la capacità di governare il Paese, imponendogli l’obbligo di sottomettersi a estenuanti trattative con altri partiti nel tentativo di comporre una maggioranza stabile, o di presentarsi solitario in minoranza con l’ancor più faticoso problema di dover trovare di volta in volta i voti mancanti. Mi pare che si riproponga quanto da me già detto in passato, echeggiando del resto una tesi sostenuta pure dal mio beneamato Renzi: bisogna andare a un accordo entro l’UE che porti ad adottare in ogni Paese il sistema del ballottaggio in due turni, concedendo al vincitore un congruo premio di maggioranza che gli permetta davvero di governare sena continui compromessi, quelli cui siamo soggetti noi stessi per la sciagurata scelta di Mattarella di consegnare il Paese a una maggioranza eterogenea e raffazzonata. Questo dramma di una ricerca ansiosa di un governo stabile, se ci si vale di un sistema proporzionale, si presenta ormai ovunque, in Germania, in Austria, forse perfino in Gran Bretagna, una volta che riesca a saltare fuori dal pantano del Brexit. Unici Paesi che si salvano, nel nostro mondo occidentale, sono la Francia, erede della saggia riforma attuata da De Gaulle, di cui l’attuale beneficiario è Macron, e soprattutto gli USA, che da sempre hanno il sistema bipartitico, vince l’uno o l’altro dei due unici partiti che si danno battaglia. Con la speranza che chi perde oggi possa vincere domani. Anzi, è quasi una certezza, dato che, come proprio osservavo a proposito del conflitto ultimo tra Trump e la Clinton, repubblicani e democratici, non è quasi mai successo che l’uno dei due partiti vincesse per tre volte di seguito. E poi, sappiamo bene che in genere a moderare gli eccessi del partito vincitore c’è la quasi inevitabile vittoria di un ramo del parlamento di segno contrario, nelle elezioni di mid-term. Ovviamente, se anche in Europa si adottasse il sistema del ballottaggio, resterebbero organi parlamentari per frenare gli eventuali eccessi dell’altro fronte. Questa mi sembra tra le prime riforme che si dovrebbero imporre, se si voglia dare nuova vita alla UE.

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L'”Imperio” di De Roberto, opera alquanto inconcludente

In questi giorni si parla molto dell’”Imperio” di Federico De Roberto (1861-1927), terza tappa della trilogia stesa dall’autore napoletano, che ha al suo centro, e come indiscutibile capolavoro, l’opera di mezzo, “I viceré”, mentre quest’ultima, se viene rievocata da un certo letargo, è soprattutto per merito di un’ampia introduzione stesa da Gabriele Pedullà, che già si era distinto curando una raccolta di racconti del De Roberto, e insomma aggiungendo il suo nome a un carniere già ricco di tanti felici interventi diretti su momenti e personaggi della nostra letteratura, da Machiavelli a Fenoglio, per non parlare del suo giovanile opus magnum, addirittura un “Atlante della letteratura italiana”, cui si deve pure aggiungere una sua bella attività di narratore in proprio. Purtroppo il De Roberto, se poteva vantare una apprezzabile fedeltà all’impegno sul reale che era stata propria della grande stagione verista meridionale, si era fatto scavalcare dai tempi, non avvertendo quei palpiti di innovazione che già scuotevano le opere dei suoi coetanei, Svevo, D’Annunzio, Pirandello. Ma certo, è pregevole la cura, quasi da cronista, da giornalista dell’epoca con cui in questo romanzo vengono ricostruite le vicende del nostro Parlamento, in una congiuntura caratterizzata soprattutto dal trasformismo, dal connubio tra destra e sinistra. Strano però il titolo dato all’opera, sarebbe stato più azzeccato porla sotto l’etichetta del “potere”, invece di ricorrere a un vocabolo arcaico. Ma bisogna riconoscere che, proprio nel nome del rispetto a un metodo sicuro, l’autore si procura due testimoni che gli permettano di introdursi in Montecitorio. Sono questi l’eroe numero uno della sagra dei “Viceré”, Consalvo Uzeda di Francalanza, e invece un personaggio più modesto, tale Federico Ranaldi, di estrazione sociale inferiore, che infatti non si può permettere di sedere tra i deputati, gli spetta un ruolo minore, di appoggio alle roboanti e clamorose prestazioni dell’Uzeda. Qui sta un limite del romanzo, infatti il De Roberto non è riuscito a differenziare abbastanza i due protagonisti, al di là delle indubbie diversità di casta e di storia personale, tra di loro c’è scarsa differenza di potenziale. D’altra parte i due sono “cavalli di Troia” per consentire al narratore di darci una gremita vicenda di incontri e scontri parlamentari, scopriamo attraverso le agguerrite note del prefatore che per quei tempi un filone del genere non era una novità, ma trovava molto seguito. Questo comunque il merito principale del racconto, farci assistere alle manovre parlamentari, a come queste avvenivano, come si concepivano i discorsi, con relative emozioni, attese spasmodiche, ricerca di consensi. La vicenda pubblica assorbe quasi per intero i due personaggi, lasciando loro ben poco margine per il privato, tanto più che, anche se escono dalla severa aula parlamentare, è per incontrarsi e tramare nei caffè e ristoranti, o per fondare dei giornali, il cui primo fine è, di nuovo, di servire come armi d’aggressione nelle mischie parlamentari. Diciamo pure che una simile cronaca capillare conquista buone dosi di attualità, scopriamo che ancora oggi il dibattito politico, come ci è testimoniato da mezzi ben più potenti dei giornali, se pensiamo alla selva dei “social”, non pare proprio che si svolga in modi molto diversi. Di particolare attualità risulta essere anche l’attentato di cui Consalvo resta vittima, da parte di un balordo, per sua fortuna senza troppe conseguenze, ma trattato proprio come un episodio che si potrebbe ripetere in qualsiasi momento anche ai nostri giorni. Da notare anche un’amara riflessione fatta da Ranaldi, che assistendo dalla galleria del pubblico a una delle contese logorroiche che si disputano in basso nell’anfiteatro, si appoggia a una colonna, scoprendo che è non già di solido marmo, bensì solo di legno ricoperto da cartone, La cosa ci ricorda la cinica osservazione del Gattopardo secondo cui da noi tutto cambia, ma al fine di non cambiare nulla. E dunque, quella scintillante sceneggiata parlamentare è solo fatta di fragile, inconsistente cartone, il che prelude al pentimento di entrambi i protagonisti, anche in questo caso condotto in modi troppo simmetrici, col loro relativo ritorno ai paesi d’origine. Conviene osservare che questa fuga da Roma ladrona sarà un motivo ricorrente, nella nostra narrativa meridionalista a venire, ne offriranno varianti Anton Giulio Borgese nel suo Rubé, e perfino Vitaliano Brancati con i suoi eroi prigionieri della sicilitudine. Dopo aver visto i due personaggi così immersi e affascinati dalla vita pubblica, ce ne sembra troppo repentino il pentimento, che induce uno di loro, il Ranaldi, fino a meditare il suicidio. Ma di nuovo c’è un deficit di invenzione nel De Roberto, dato che per entrambi come via di fuga e di salvataggio si affaccia solo il concepimento improvviso di un amore per qualche bella fanciulla, una via d’uscita che per la gran parte del romanzo avevano rifiutato, quando ancora speravano di prendersi una qualche fetta di “imperio”, o meglio, di potere. Che il romanzo sia rimasto incompiuto, è stata di nuovo una uscita di sicurezza per l’autore, non si sa bene quale diversa soluzione avrebbe potuto escogitare, oltre a quella di lasciare che i due protagonisti scornati e delusi si rifugiassero nel conforto di teneri amori.
Federico De Roberto, l’imperio, commento e cura di Gabriele Pedullà, Garzanti, pp. 512.

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Dom. 28-4-19 (impossibilità di crisi)

Anticipo a questa domenica il pezzo che secondo abitudine avrei dovuto mettere nel blog la domenica prossima 28 aprile, in cui partirò da New York, arrivando a casa solo il lunedì dopo, 29 aprile. Non so quindi che cosa avverrà nei prossimi giorni, ma ben difficilmente ci potrà essere una crisi di governo, che non avrebbe lacuna possibilità di sbocco. Purtroppo il presidente Mattarella ci ha conciato per le feste, concependo per ignavia il matrimonio fuori natura tra due forze avverse. In questo momento non ci sarebbero maggioranze alternative in Parlamento. Fosse per Berlusconi, magari sarebbe possibile tentare di rilanciare un patto del Nazzareno col Pd, ma Salvini non lo accetterebbe mai e poi mai. D’altra parte una alleanza di centrodestra non raggiungerebbe i voti necessari. E anche sul versante del Pd, malgrado la situazione non florida, e i sondaggi che riprendono a calare, essendo cessata l’effimera luna di miele provocata dall’ascesa di Zingaretti, sembra esclusa la possibilità di rabberciare una qualche maggioranza con i Pentastellati. Dunque, almeno fino alle elezioni europee i due conviventi, anche se da separati in casa, dovranno continuare a convivere sotto il medesimo tetto, e anche dopo, non si vede in quale modo il sodalizio nefasto si possa interrompere, fino al trascinamento del nostro Paese nel disastro totale.

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Michele Serra: un ritiro condivisibile

Michele Serra è un autore ben noto, chi non legge ogni giorno la sua “Amaca” su “Repubblica”, condividendone i toni di un impegno giustamente iroso e scandalizzato che non fa sconti a nessuno, perorando una nobile causa di valori, diciamo così, sentitamente di sinistra? Qualche domenica fa mi è capitato di fare un confronto tra i nostri due maggiori quotidiani, dando proprio la palma all’”Amaca” di Serra nei confronti del suo dirimpettaio, sul “Corriere”, Massino Gramellini, che invece nelle sue noterelle quotidiane appare più frivolo e leggero. Si aggiunga, se qualcuno teme l’impegno eccessivo, che Serra, sull’”Espresso” sa pure coltivare il disimpegno più umoroso entrando in lizza con un altro contendente, Stefano Benni. Ma ecco la sorpresa, l’impegnato a tempo pieno affida a una sua controfigura, tale Attilio Campi, una mossa in senso del tutto contrario, si dichiara stanco, nauseato proprio da quel porsi sempre in prima fila, nel fronte, direbbero gli oppositori, del radical-chic, e mette in atto invece una fuga verso una vita primitiva e selvaggia, di ritorno alla natura, a una esistenza paga del poco, poco cibo, pochi conforti, in una rinuncia quasi di sapore francescano a tutti i privilegi che gli venivano dai precedenti impegni e successi personali. Un simile movimento di fuga non è certo insolito, già altri hanno deciso che bisognava giocare di rovescio, fuggire dallo scenario di una attualità sfolgorante, ma direi che nessuno è riuscito a realizzare questa marcia a ritroso nei modi convincenti quali ritroviamo proprio nell’’indietreggiamento attuato dal nostro autore. Penso per esempio a un Antonio Moresco, anche lui deciso a far ritirare sui monti una sua emanazione, ma senza resistere al richiamo di una “lucina”, come titolava un racconto di qualche tempo fa, e dunque la ricercata solitudine veniva interrotta da un misterioso richiamo, cui il candidato all’eremitaggio non riusciva a sottrarsi. Perfino un consumato umorista come Benni ci ha provato pure lui a ritirarsi sui monti, spogliandosi “Di tutte le ricchezze”, come titolava un suo racconto, il cui protagonista cercava di lasciar cadere la solita maschera del fustigatore dei vizi e costumi della nostra scena quotidiana, ma anche in quel caso, mi è capitato di commentare, l’autore si era portato dietro un po’ di bagaglio, era caduto nel solito vizio di sparare frecciate moraleggianti e critiche. Invece la forza di questo racconto svolto da Serra sta proprio nella misura integra, inflessibile secondo cui il progetto di rinuncia viene condotto, ovvero, per giocare anche in questo caso sul titolo, il narratore ci si è messo davvero d’impegno nell’inseguire e realizzare il progetto “Le cose che bruciano”. C’è quasi una imitazione del nichilismo estremo alla Beckett, d’altra parte evitando il carattere quasi teorematico con cui lo scrittore francese persegue la spoliazione di ogni suo avere. Qui il protagonista non si distacca del tutto da una certa quotidianità, il modo con cui si disfa di vecchio mobilio, di antiche memorie e ricordi è davvero condotto in modo metodico e nello stesso tempo efficace, ragionevole, senza ostentazione. D’altra parte sempre nel titolo è inclusa perfino una dose di ambiguità, infatti in quelle cose sottoposte a una metodica distruzione c’è pure un pacchetto di lettere, un epistolario tra la madre e una presenza maschile sconosciuta. Chissà, se il distruttore le leggesse, verrebbe a conoscere una verità “bruciante”, che la sua paternità risale a qualche amante della genitrice, meglio quindi fermarsi, procedere implacabilmente all’atto distruttivo, senza farsi attrarre troppo da eventuali residui legami con la famiglia, per esempio con una sorella che si compiace di una condotta simmetricamente opposta, si concede cioè ogni piacere, ogni licenza e tolleranza quali possono essere consentite dalla sua avvenenza fisica. Nulla insomma può impedire a questo candidato all’autodistruzione di proseguire con rigore, ma anche in modi verosimili, quasi per vie naturali, nel suo progetto nichilista, fino quasi a rendercelo accettabile, condivisibile.
Michele Serra, Le cose che bruciano, Feltrinelli, pp. 171, euro 15.

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