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Dom. 6-10-19 (suicidi)

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a due suicidi, non “assistiti” ma del tutto volontari. Il primo di questi, le dimissioni di Salvini e della Lega, è stato nel mio giudizio un evento del tutto positivo, addirittura insperato, come premessa per rendere possibile di andare verso una diversa maggioranza di governo, il giallo-rosso in sostituzione del disastroso giallo-verde, Se qualcuno mi ha letto, avrà notato la mia paura che la Lega non mollasse la presa e così ci trascinasse nel baratro, come poteva accadere nel film “Niagara”, con un salvataggio operato in extremis. Ma per fortuna quel ritiro dalla scena ci ha salvato, ha aperto lo spazio per il cambio di maggioranza, come ho auspicato, tra l’incredulità generale, in una riunione del Pd bolognese di via Murri, anche perché mi si obiettava che il “mio” Renzi si era dichiarato del tutto contrario al compiersi di quel matrimonio. Ho tirato un sospiro di sollievo quando, poco dopo, Renzi stesso ha cambiato passo e a sua volta ha auspicato il compiersi di quella alleanza, tanto che, peccando di presunzione, avevo pensato di godere di un magico collegamento telepatico col leader, in realtà da me mai conosciuto, e mi ero permesso di smentire che lui volesse andarsene dal partito. Invece su questo punto ho avuto poco dopo una crudele smentita, ma questo è appunto il secondo suicidio cui accennavo sopra, in tal caso del tutto infausto e deprecabile, a mio avviso. Io avevo sperato in un Renzi che, proprio in virtù del potere di trascinamento esercitato dentro il Pd, in barba alle perplessità di Zingaretti e compagni, si avviasse gradualmente a riconquistare il partito, che dopotutto per ben due volte alle primarie si era pronunciato a suo favore, Ma in realtà Renzi aveva già deciso di andarsene, come dicevano tutti gli infiniti avversari che si sono sempre accaniti contro di lui. Lo aveva già deciso quando aveva ritirato la candidatura di Minniti a correre sotto le sue insegne per la carica di segretario. Purtroppo con la creazione di uno “partitino” senza dubbio Renzi acquista un potere immediato di controllo e supervisione sulla nuova maggioranza, ma è qualcosa di fastidioso, come giustamente gli rimprovera il nuovo leader Conte, con minaccia dalle polveri scariche, in quanto se il ritiro della manciata di parlamentari di Italia viva provocasse la caduta del governo, con nuove elezioni, quell’esigua pattuglia verrebbe cancellata, e sarebbe anche il modo sicuro di dare partita vinta a Salvini. Non solo, ma essendosi ritagliato appunto un “partitino”, Renzi si condanna a venir meno a un requisito della grande riforma da lui tentata, operazione straordinaria di cui spero gli sarà reso merito a livello di storia. Si sa che lui, in quel pacchetto di riforme, pretendeva che la nomina del presidente del consiglio seguisse l’iter ottimo adottato per i Comuni, facendo di lui il Sindaco di tutta Italia, ovvero ricorrendo a un sistema maggioritario con ballottaggio finale. Ora invece Renzi è costretto a battersi per un proporzionale puro, e anche con una alta soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. E’ insomma una mina posta lungo un percorso normalizzante che consenta anche a noi di avere un bipartitismo regolare e funzionante. Italia viva è una zeppa, un ostacolo messo negli ingranaggi di una simile possibilità.

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Dom. 29-9-19 (Greta)

Naturalmente devo riconoscere che l’entusiasmo con cui milioni di giovani hanno accolto, venerdì scorso, la chiamata a manifestare contro le emissioni dannose è stato beneaugurante, anche per la fantasia dimostrata nell’accompagnare la manifestazione con un gran numero di arguti “tatzebao”. Però ci vogliono alcuni “distinguo”. Tanto per cominciare, bastava collocare le manifestazioni in una domenica, e si sarebbe evitato il sospetto che la fitta partecipazione delle scolaresche corrispondesse in realtà a una sorta di “fughino” autorizzato (noto di passaggio che la nostra lingua, come in tanti altri casi, non ha ancora conseguito una unità di vocabolo per designare un fenomeno del genere, detto altrove “bigiare”, fare tela, ecc.). Inoltre divido la questione in due componenti. A livello scientifico, resta da dimostrare che l’indubbio riscaldamento del pianeta, dipenda davvero dalle emissioni di CO2. Ricordo che il migliore dei nostri meteorologi televisivi, Bernacca, ammoniva che prima di parlare di mutamenti catastrofici nel clima bisogna guardare i tempi lunghi, e non basarsi su segmenti ridotti. Basti pensare che solo qualche tempo fa si denunciava come catastrofica la comparsa delle alghe nell’Adriatico, mettendola in conto dell’inquinamento industriale, poi si è scoperto che il fenomeno era già comparso a metà Ottocento, quando la pianura padana era ancora quasi immune da impianti industriali. E in ogni caso bisogna evitare un rifiuto fanatico di ogni ricorso ai combustibili, è quasi comica la decisone della pasionaria balzata all’onore delle cronache, Greta Thunberg, di recarsi negli USA con un battello a vela, esempio di quella che viene stigmatizzata come “decrescita felice”. Il viaggio di Greta è stato un esempio di carattere aristocratico, concesso solo a “happy few”, ovvero a personaggi come lei balzati agli onori delle cronache, immaginiamoci che cosa accadrebbe a milioni di utilizzatori di voli aerei per ragioni di lavoro e di ricongiungimento con parenti. Mi viene in mente quel momento dei primi anni ’70 in cui per una crisi momentanea dell’afflusso degli idrocarburi, annunciata anche in quel caso come catastrofica, ci eravamo messi ad andare in bici o addirittura a cavallo.
Ciò detto, è vero che le emissioni di anidride carbonica sono dannose, se non proprio per la salute del pianeta, per la nostra di abitatori di città, meglio evitarle, eliminare il ricorso a sostanze fossili, carbone, petrolio. E ci sarebbe già l’antidoto, l’utilizzo sistematico del vero motore primario della nostra civiltà attuale, l’energia elettrica, un ammiratore di McLuhan come sono io non si tira certo indietro, su questo fronte. E dunque inneggio all’avanzare del cosiddetto ibrido nelle auto, mi chiedo solo perché non si riesca a eliminare quella quota parte che resta affidata a una ricarica degli accumulatori di elettricità con ricorso ai soliti idrocarburi. Però, anche su questa strada bisogna guardarsi da una pretesa dei “verdi”, che cioè l’accantonamento delle sostanze fossili possa avvenire solo ad opera delle cosiddette energie rinnovabili, come pale eoliche, pannelli solari e così via. Mi pare che anche qui la solidità dei numeri ci dice che solo una piccola percentuale delle nostre esigenze potrebbe essere coperta da queste fonti alternative, solo forti quantità di energia elettrica potrebbero soddisfarle. Ma queste, se non ottenute con centrali a conduzione petrolifera, dovranno essere affidate alle centrali termonucleari, come del resto avviene regolarmente attorno a noi, in Francia, Austria, Germania, con la beffa che noi proclamiamo sdegnosamente di essere denuclearizzati, ma poi siamo costretti ad acquistare ingenti risorse elettriche prodotte proprio dalle centrali nucleari esistenti ai nostri confini. E dunque, è giusto fare i conti con un futuro energetico “pulito”, ma senza stravolgere i dati reali e senza darsi a una politica dello struzzo, che nasconde la testa entro comodi pregiudizi.

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Rubens, Madonna della cesta

Questa domenica la mia ormai solita visita virtuale va a Firenze, Palazzo Pitti, Sala di Giove, dove ha ritrovato il posto di cui già godeva la tela di Pietro Paolo Rubens, “La Madonna della cesta”, dopo essere passata attraverso un congruo restauro. E’ un dipinto di modeste proporzioni, se si pensa alle misure enormi che il pittore fiammingo era solito ricoprire, ma c’è dentro l’essenza del suo stile, che è anche una delle più alte e tipiche espressioni del barocco, nella sua anima più propria. Domina cioè nello stile rubensiamo un fare rotondeggiante, in un impulso ad abbracciare le varie componenti delle opere, quasi che per ottenere un fine del genere il pittore “pompasse” dentro le sue creature dell’aria, come si farebbe proprio in quelle che vengono dette precisamente “camere d’aria”. Naturalmente un trattamento del genere vale soprattutto per le protagoniste al femminile, e fa tutt’uno col tipo di bellezza muliebre in cui l’artista si è fissato, fino quasi a ricavarne uno stereotipo, magari pure con qualche rispondenza ai dati antropometrici delle donne della sua terra. Figure prosperose, con corpi bianchicci, ma soffusi di rossore, proprio a ribadire tanta prosperità di carni, eccedente, trasbordante. Nulla di simile presso di noi, se si eccettua il caso di Tiziano, l’unico che quanto a immagini muliebri prosperose aveva preannunciare gli effetti poi raggiunti da quel suo erede. Se si vuole, esiste una prova “e contrario”, basti pensare al continuatore forse più fedele e degno che Rubens ebbe, a Jacob Jordaens, caratterizzato proprio dal verificarsi del fenomeno opposto, di uno sgonfiamento delle carni, tanto che i corpi nudi nei suoi dipinti danno luogo a pieghe, a rientranze, come succede proprio quando l’aria se ne va da un involucro. Naturalmente questo senso barocco del gonfiare le carni Rubens ha avuto tante occasioni di metterlo in atto, ben più maestose rispetto alla presente teletta, che però risponde in pieno a questi caratteri, anche se protagonisti del gonfiore biancheggiante sono soprattutto i due pargoli, il Gesù Bambino e il Giovannino, uniti nel dar luogo a una candida massa, su cui del resto si china la Madonna, anch’essa caratterizzata dal candore emanante da un’ampia scollatura e da un volto pallido. Le due figure ai lati chinano le teste per entrare in questo concerto dominato dalle linee curve, e anche, diciamolo pure, per adattarsi alle misure ridotte del dipinto. Inutile dire che la cesta eponima dell’opera impone decisamente il suo motivo strutturale, detta la legge dell’intera composizione, ben aiutata da quell’ammasso di oggetti quasi indecifrabili che si accumulano nell’angolo di destra, che sono quasi le camere d’aria per il momento sgonfie, ma pronte a ricevere anch’esse l’opportuno pompaggio e quindi a innalzarsi come palloni leggeri e vorticanti.

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Dom. 22-9-19 (scisma Renzi)

Inutile dire che sono sconvolto per la fuoriuscita di Renzi dal Pd. Il mio “renzismo” a oltranza aveva resistito anche quando egli si era opposto alla possibile convergenza tra Pd e M5S, come mi era stato rinfacciato in una riunione nella sezione Pd di Bologna, Via Murri, in cui io aveva decisamente caldeggiato questa soluzione, però nello stesso tempo confermando un mio “renzismo” quasi a prescindere. Infatti a quell’obiezione avevo potuto controbattuto che un anno fa era più che giusto opporsi a un legame del genere, quando i Pentastellati avevano il doppio dei nostri seggi in Parlamento e ci riempivano di contumelie, saremmo stati noi uno stuoino ai loro piedi, come di recente erano divenuti loro stessi nei confronti della Lega. Mi ero ringalluzzito quando, magicamente, Renzi poco dopo era divenuto il principale sostenitore, tra i Pd, di quella medesima soluzione, e con molta presunzione avevo pensato di essere legato a lui, pur non avendolo mai incontrato di persona, da un vincolo quasi di telepatia. E con molta presunzione avevo creduto di leggere nel suo futuro, che a mio avviso doveva essere di graduale riconquista del Pd, cosa che, col tempo, gli sarebbe stata possibile. Ora invece non vedo alcuna prospettiva positiva, dopo la sua scissione, che mi pare un gesto dettato solo da spirito di vendetta, di rancore, per quanto senza dubbio dentro il Pd gli hanno fatto patire. Ma un buon politico deve sapere accantonare questi personalismi, questi umori atrabiliari e passionali. Così non è stato, e ora non vedo alcuna buona possibilità per questo gruppuscolo, che non è neppure riuscito a portarsi dietro la totalità dei renziani del suo seguito. Non credo all’astuzia di aver lasciato dentro al partito una minoranza di fedeli a fare da ponte, verso quali esiti? Purtroppo devo addirittura augurare il fallimento di questa mossa azzardata e irragionevole. Se nascesse una consistente formazione di centro-sinistra, o di centro, sarebbe una spaccatura insanabile del fronte di una socialdemocrazia finalmente unita, nel nostro Paese, sarebbe la fine di un bipolarismo fisiologico. Non si potrebbe neppure imboccare la via, cara al Renzi d’antan, di andare verso un sistema elettorale a due turni e col ballottaggio finale. Insomma, si è trattato di un’operazione in cui non si intravedono risvolti positivi, comunque la si giudichi. Purtroppo per me exit Renzi, una speranza si chiude.

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Dom. 15-9-19 (ancora Renzi)

Lilli Gruber ha ripreso i suoi appuntamenti serali dell’otto e mezzo sotto il segno di un enorme “heri dicebamus”, come se cioè in questo agosto in cui se ne è stata in vacanza non fosse successo nulla, pronta a richiamare in scena i medesimi “soliti noti”. Tra questi c’è pure Domenico De Masi, che almeno ha il vanto di aver bacchettato, qualche sera fa, i tanti “malpancisti” che anche tra i pensosi opinionisti della sinistra sono capaci di mandar giù la novità del governo giallo-rosso, non ne comprendono l’urgenza, per la necessità di fermare il pericolo Salvini, simile a un minaccioso e incalzante “Hannibal ad portas”. C’è chi addirittura dichiara che meglio sarebbe stato andare a nuove elezioni, che, forse, chissà, non avrebbero avuto l’esito paventato da molti, di un’inevitabile vittoria del Mussolini in sedicesimo. Tra loro, si distingue quella sorta di botolo ringhioso che è il De Amicis, direttore dell’Huffington Post. Contro tutti questi dubbiosi e renitenti, De Masi ha invitato a metterci almeno un po’ di entusiasmo, di calore nel sostenere un passo senza dubbio difficile ma necessario. Però, subito dopo questi suoi opportuni fervorini, Masi è rientrato nella guardia stretta del sinistrismo ufficiale, indirizzando i suoi immancabili strali contro Renzi, colpevole di essersi messo di traverso, quando i bravi Pd si industriavano ad aprire all’alleanza con i Cinque Stelle. Come se un anno fa le condizioni di quel possibile patto non fossero state proibitive, con il Pentastellati portatori del doppio dei nostri parlamentari, e intenti da tanto tempo a rovesciarci addosso tonnellate di merda. Ma appena i rapporti di forza sono mutati, un politico di razza come Renzi ha colto la palla al balzo ed è stato pronto a proclamare che sì, ora il matrimonio si poteva fare. Questa sua abile mossa beninteso non ha calmato l’antirenzismo incallito, che subito si è gettato a cercare il pelo nell’uovo, ovvero le motivazioni astute che non potevano non aver ispirato l’odiato peronaggio. Renzi lo avrebbe fatto solo per prendere tempo, per prepararsi con comodo all’uscita dal Pd con la sua pattuglia di fedeli. O io non capisco nulla di politica, cosa senza dubbio possibile, e si è interrotto quel filo di telepatia a distanza che mi lega al politico toscano, oppure posso far valere la mia opinione, che non ci pensa per nulla ad andarsene, a fare un partitino, sul modello dei Richetti e Calenda, che se ne sono andati per impulsi non raccomandabili, il primo perché frustrato nei suoi desideri di successo, di scalata al potere, il secondo perché prigioniero dell’immagine di fanciullo baciato dalla fortuna, dalle fate, avviate a un superbo destino di gloria. Il fine di Renzi, c’è da giurarlo, sta nel riprendersi la segreteria del Pd quando sarà i il momento buono, attendendo paziente nell’ombra che si riaffacci il suo momento, Se questo non è il suo comportamento, a lui non andrà mai più il mio consenso.

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Dom. 8-9-19 (graduatoria)

Ora che il varo del governo giallo-rosso, da me tanto auspicato, è avvenuto, mi permetto, pur nella mia totale irrilevanza, di stendere una graduatoria dei meriti e dei demeriti di quanti vi hanno contribuito. Al primo posto dei valori positivi ci sta senza dubbio Giuseppe Conte, venuto crescendo nel tempo, dallo stadio di re travicello, di burattino fino a quello di promettente e risolutivo capo di stato. Egli si è studiato con pazienza i suoi due burattinai, ne ha scorto i punti deboli, mietendo consensi alle loro spalle, forse anche sfruttando, nelle relazioni internazionali, una buona conoscenza dell’inglese che gli ha permesso di dialogare in diretta con pezzi grossi come Trump e Merkel, ottenendone la simpatia. Meriti diretti, aver chiuso decisamente il forno in direzione di Salvini costringendolo alla resa, e anche di essere riuscito a fare, a incarico quasi avvenuto, il più bel discorso ascoltato in tutta questa congiuntura, in cui ogni altro invece si è distinto per toni cauti, reticenti, mezze misure. In particolare hanno brillato per scarso entusiasmo i numerosi commentatori politici dei vari salotti televisivi, quasi una sorta di coro muto della Butterfly, per paura di esporsi troppo. Al secondo posto viene Grillo, dimostratosi capace di intenti costruttivi, mentre lo avevamo conosciuto solo come uno sferzante distruttore di ogni certezza. A lui si deve il riconoscimento delle capacità di Conte, fino a proporlo come nuova guida dei Cinque Stelle, a detrimento dei soliti noti. Poi viene il mio preferito, nel fronte Pd, Renzi, che con il pronto fiuto che deve caratterizzare un politico di valore ha capito che era ora di invertire la tendenza e di aprire alla formazione fin lì considerata avversa. E beninteso in questa apertura è stato accompagnato da Franceschini, distintosi come il migliore, più sollecito e attivo nell’aprire il nuovo forno e nel renderlo agibile. Mentre in definitiva un mediocre punteggio va riservato a Zingaretti, costretto a modificare di continuo la sua linea, da un’iniziale avversione all’apertura del fronte, forse con il segreto, nocivo intento di andare a nuove elezioni, disastrose per noi, ma col vantaggio di distruggere le truppe parlamentari del competitor, dell’odiato Renzi. Poi è venuta la vana pretesa di ottenere segni di distacco dal precedente governo, con il rifiuto verso Conte, poi costretto a rimangiarselo, e così via, di cedimento in cedimento, ma infine, riconosciamolo, con un capacità di incassare i colpi, di far buon viso a cattiva fortuna, tanto da presentarsi alla fine con un faccione contento, sorridente, beneaugurante. Votazione bassa per un Presidente Mattarella, che era stata troppo concessivo accordando ben un’ottantina di giorni allo scellerato congiungimento Lega-Pentastellati, e poi invece incalzato i nuovi pretendenti, avviati verso un difficile matrimonio, a concludere in pochi giorni, quasi che questa volta, quasi per compiacere Salvini, fosse in lui la voglia di forzare i tempi e di andare davvero a nuove elezioni. Poi, ad accordo concluso, sono venuti da lui soltanto dei referti freddi, neutri, distaccati. Infine il voto più basso, anzi del tutto negativo, va a Di Maio, che ha difeso con le unghie le sue varie poltrone. In definitiva, era davvero allettato da quella poltrona di premier che Salvini gli offriva, una volta accortosi del passo falso compiuto, con l’impossibilità di strappare nuove elezioni. Se non ci fosse stato di mezzo l’atto di ferma ostilità e preclusione compiuto lucidamente da Conte, forse il matrimonio scellerato Salvini-Di Maio si sarebbe ricomposto. Quest’ultimo ha resistito impavido alla scomunica che pure gli è venuto dal mentore Grillo, ha pronunciato un discorso in cui ha rifiutato qualsivoglia cenno di critica o di abiura agli atti del precedente governo, non ha per nulla esortato i suoi a votare sulla piattaforma Rousseau a favore della nuova combinazione, ha insidiato fino all’ultimo la nascita stessa del governo. Mercoledì scorso ho lanciato un grido d’allarme, riconoscendo di quanto pericolo potenziale fosse latore Di Maio, quasi portatore di un esplosivo pronto a scoppiare con potere lacerante, esortando quindi a dargli un qualche riconoscimento. Forse meglio assegnargli il ruolo di vice-ministro piuttosto che un ministero così importante come quello degli Esteri, a cui egli appare del tutto inadeguato. Ma forse si pensa che in un Paese come il nostro, di scarso potere oltre le frontiere, i Ministeri di carattere economico abbiano più importanza, Particolarmente odiosa la pretesa, sempre ribadita da Di Maio, di essere alla testa di una formazione in equilibrio indifferente tra destra e sinistra. Mi auguro che il Pd riesca a farlo ricredere, con l’aiuto delle sapienti mediazioni di Conte, e che in definitiva appena possibile Di Maio sparisca del tutto dalla nostra scena politica.

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Lunediade 2-9-19 (ancora Di Maio)

Purtroppo mi sento costretto a far seguire a ruota un lunediale, al domenicale di ieri abbastanza ottimista, perché vedo che Zingaretti e tutto il Pd stanno commettendo l’erore fatale che può mandare a catafascio tutta l’impresa. Esisteva già da tempo sulla piazza la trovata di abolire i due vice del governo, ma è altrettanto chiaro che questo a Di Maio non basta, in un momento di sconfessione generale del suo ruolo lui invece lo vuole vedere riaffermato. Per fortuna speriamo che un abile conduttore come Conte questo lo abbia capito, e già si prepara dichiarando, come ha fatto ieri, di considerarsi super partes, non diretta espressione dei Pentatellati. E dunque c’è spazio per le due guardie d’onore al suo fianco, che d’altra parte non saranno più plenipotenziari, come avveniva nel governo precedente. Ora Conte è cresciuto e quindi può tenere a freno i due piantoni, pur accettando che gli siano messi accanto, Un abile trattativista come Renzi questo lo ha capito, e anche lui, ieri, in una intervista, ha ammesso che proprio non ci sarebbe nulla di male a dare a Di Maio questo blasone da lui ansiosamente richiesto. Speriamo che Conte riesca a tranquillizzarlo su questo punto, prima che arrivi il responso Rousseau, se no Di Maio ha tutto il potere di farne uscire una risposta negativa al matrimonio in pectore, con gravi conseguenze a un tranquillo realizzarsi dell’unione.

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La lunga vita del Premio Michetti

Nessuno ha notato un fatto spiacevole, che i premi d’arte, un tempo numerosissimi in tutta la Penisola, ora sono quasi tutti cessati, a differenza di quelli letterari che invece si moltiplicano. Spicca pertanto il Premio Michetti che raggiunge il bel numero di una sua 70ma edizione, forte di due fattori, prima di tutto dell’esistenza di un ampio museo dedicato proprio al grande artista abruzzese, e di un Presidente della relativa Fondazione, Carlo Tatasciore, che non è precisamente un esperto d’arte, ma questo gli permette di rivolgere al settore uno sguardo libero da pregiudizi. Inoltre è un brillante filosofo che tiene a battesimo una delle tante manifestazioni, queste sì numerose e in crescita, che nelle nostre varie località ora si tengono a favore di questa super-disciplina. Mi onoro di essere stato invitato poco tempo fa alla “Filosofia al Mare”” che Tatasciore organizza annualmente, e gli devo essere grato per avermi fatto capire, coi suoi scritti illuminati, l’importanza del filosofo Shelling, spingendomi a concepire una puntata dedicata a chi, come lui, e Kant, e Schopenhauer, hanno costituito un’ ”alba del contemporaneo”, mia prossina fatica critica. E beninteso gli devo essere grato per avermi invitato, l’anno scorso, a curare la precedente puntata del Michetti. Il quale ovviamente cambia ogni anno coloro che vengono chiamati a organizzarlo, con piacevole varietà di nomi e di temi. Questa volta il compito è spettato a un duo, a Claudio Cerritelli. critico militante di lunga storia, e ad Anna Imposinato, che viene dal polo museale di Napoli e ha pure lei una valida militanza alla spalle. Tema comune, uno di massima attualità, “Attraversamenti tra arte e fotografia”, che oggi si declina in una infinità di modi. Non riesco a valutare la maggior parte degli invitati, che sono quasi una sessantina, venti di più di quanti io ne avessi convocati la volta scorsa, e anche con una varietà generazionale, mentre io mi ero attenuto a giovani pur già emersi. Ma a questo modo mi riesce possibile rendere omaggio a figure cui già in passato anche a me era capitato di rivolgere la mia attenzione. Li passo in rassegna in ordine alfabetico, cominciando da Adriano Altamira, che della fotografia, di fitti album di immagini rapite da ogni possibile contesto, si è fatto il suo multiforme scudo d’Achille. Poi viene Anna Valeria Borsari, con le sue minuziose ricognizioni su dettagli marginali, ma richiamati in primo piano. Di Silvia Camporesi mi ero occupato nella rassegna video che teniamo ogni anno a Bologna, mentre non sono mai riuscito a “fermare” in una qualche istantanea il sempre fuggitivo e metamorfico Giuliano Giuman. Quanto a Paolo Mussat Sartor, maestoso fotografo dell’Arte povera, non ha mai avuto bisogno di un modesto riconoscimento da parte mia. Di Pietro Mussini mi sono occupato per le sue ingegnose luminarie sul filo della più avanzata elettronica, e frequentandolo anche ai tempi di quando era, in qualità di funzionario del Comune di Reggio Emilia, attivo organizzatore di mostre. Elisa Sighicelli, di nuovo, era entrata nel mio raggio selettivo per i suoi video ammessi alla nostra rassegna annuale al Dipartimento delle arti. Claudio Palmieri rientra in quelle scelte solitarie, orgogliosamente controcorrente, in cui si cimenta il grande gallerista Fabio Sargentini, infine Fausta Squatriti è anch’essa un monumento che si erge come un’isola misteriosa, pure lei da me poco frequentata. Per finire, si potrà ricorrere a una battuta usata dai critici cinematografici che, dopo aver menzionato gli attori di prima fila, se la cavano con un generico “bene tutti gli altri”. E arrivederci al prossimo appuntamento annuale.
Attraversamenti tra arte e fotografia, a cura di Anna Imponente e Claudio Cerritelli. 70° Premio Michetti, Francavilla a Mare, cat. Manfredi.

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Dom. 1-9-19 (Di Maio)

Il “lieto fine” sulla via del condendo governo giallo-rosso, cui mi richiamavo appena qualche giorno fa, è prorogato ma, ritengo, niente affatto abolito. E’ successo che proprio Di Maio, da me lodato seppure a leva denti, si è messo di traverso, ma lo si può capire, o meglio lo avrebbe dovuto capire un fine negoziatore quale non è di sicuro lo schematico e rigido Zingaretti, magari a questo punto esentato dal sospetto di voler far fallire la trattativa. Compendiamolo, il povero Di Maio, che si sente scaricato dal mentore Grillo, e scavalcato da colui che fino a poco tempo fa sembrava solo un giocattolo, un burattino nelle sue mani, Giuseppe Conte, ora invece eretto a statista di prima forza con largo consenso internazionale. E nulla ormai lo può fermare, è bastato l’irrigidimento proprio di Di Maio, con minaccia di far fallire la trattativa, per vedere le borse scendere, lo spread salire, e nei sondaggi, non raggiunti dalla paura di una scomparsa di Conte, i Cinque stelle, proprio nel suo nome, hanno fatto un balzo in su di dieci punti. Dunque, Conte ha vinto, ma allora bisogna pure aver pietà dei vinti, è ridicolo che il Pd pretenda da parte di Di Maio una sconfessione della sua precedente attività di governo, è chiaro che lui punta i piedi, come un bambino a cui si vuole strappare di mano l’aquilone, e lo può fare perché ha ancora una forza non trascurabile in famiglia, un gruppo di fedelissimi pronti a fare quadrato attorno a lui, anche in difesa dei propri interessi. E poi c’è nell’aria la piattaforma Rousseau, cui è più che opportuno che i grillini si presentino dimostrando che non arretrano di una sola virgola rispetto al loro programma, chi li potrà bocciare? E dunque, si dia a Di Maio il sospirato posto di vice-premier, ormai di sostanza ben diversa da quella di un anno fa. Allora lui e Salvini erano i controllori del burattino Conte, del tutto nelle loro mani, ora il rapporto si è capovolto, è lui che conta, e dunque può fare il generoso, dispensare all’ex-protettore un posto onorifico, ormai destituito di un valore effettivo ma capace di recarne invece uno simbolico. Ovvero, ci vuole pure qualcuno che rappresenti il vecchio nucleo dei pentastellati, magari subito da controbilanciare con una nomina paritetica sul fronte Pd. Tanto, ormai a governare davvero, con abile capacità al compromesso, c’è lui, lo statista balzato fuori all’improvviso, quasi un nuovo Aldo Moro. E i Pd, se sono saggi, non stiano a pretendere impossibili sconfessioni, pentimenti, ma lavorino in silenzio, come si sta facendo, per stendere punti programmatici davvero consistenti. Su quel tavolo, al riparo da proclami speciosi, si potranno fare le varie concessioni reciproche che saranno inevitabili, così come nei matrimoni sta ai parenti trattare per la dote da dare ai novelli sposi.

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Lieto fine

Naturalmente esprimo il mio giubilo per come si è conclusa la trattativa per far nascere il governo giallo-rosso, almeno fino a questo momento, e devo anche ammettere di essere stato troppo pessimista nei miei interventi precedenti, indirizzando pesanti dubbi sui vari gestori della trattativa. A cominciare dal Segretario Pd, Zingaretti, che certo è partito da posizioni di rigetto, senza escludere il sottofondo di voler rintuzzare l’offensiva del rivale Renzi e di riprendersi per intero il controllo del Partito, ma poi è lasciato influenzare dalle ragioni di buon senso agitate da tanti vicino o lontano da lui, fino ad accettare l’incontro con i Pentastellati e da far cadere perfino la riserva su Conte. Ma chi mi sembrava il più ostile alla trattativa e l’osso più duro da mandar giù, Di Maio, alla fine devo ammettere che si è comportato bene. Ovvero, mi ha fatto morire in partenza, quando ha tenuto a ribadire che i Cinque Stelle sono al di fuori della dialettica tra destra e sinistra, se ne stanno orgogliosamente nel mezzo. Pretesa insostenibile, a mio avviso, come dire che si può evitare di starsene nel campo magnetico, o in quello sessuale tra il maschile e il femminile. Temevo che agitasse lo spettro della piattaforma Rousseau, ribadendo che il M5S non si poteva pronunciare senza il ricorso a quel responso, e dunque chiedendo a Mattarella una sospensiva. Invece, oltre a non richiamarsi a quel dubbio riscontro, Di Maio ha brillantemente sputtanato Salvini, nel suo rumoroso accusare gli avversari di essere solo dei cacciatori di poltrone, rivelando, quanto del resto già si sapeva dalla stampa, che proprio a lui Di Maio, per rifare la pace, aveva offerto la maggiore poltrona possibile. In quel momento della verità, con molta dignità Di Maio ha ricordato che dunque per ben due volte egli ha rinunciato al posto di premier, quando era nato il pateracchio del governo gialloverde, e ora di nuovo, al ripresentarsi di quella medesima offerta, nel maldestro tentativo messo in campo da Salvini di rimediare alla bestialità in cui è incorso ritenendo sicuro il ricorso a nuove elezioni. E dunque, viva Conte, a lui, come vuole la costituzione, i pieni poteri per dipanare la matassa e distribuire i ruoli. In proposito direi che è stato provvidenziale il messaggio in cui il capo morale del movimento, Grillo, ha dichiarato compito primario di fermare i barbari, come Salvini, e di “elevare” al soglio pontificio il bravo Conte. Nell’ultima sua esternazione Grillo invece l’ha fatta fuori dal vaso, con quella pretesa di dare la precedenza ai tecnici rispetto ai politici. Ma di sicuro, nella trattativa che si apre da oggi, i contraenti del nuovo matrimonio non faranno un uso capitale di quel suo ultimo fervorino, meglio che il Gran Capo compia la sua ascesa al cielo degli “elevati”, come sembrava dire in una precedente esternazione. Ora di sicuro la navigazione non sarà facile, ma più di quella precedente, per conciliare i due contraenti, Lega e Cinque Stelle, che in comune avevano solo il versante antisistema, ma indirizzato su fronti opposti, mentre c’è senza dubbio una omogeneità di elettorato tra i due novi soci I Cinque Stelle, alle elezioni dell’anno scorso, si sono ingrossati portando via al Pd, come al suono di un flauto magico, tutti i giovani della sinistra, che certo non sono andati a ingrossare la Lega, questa invece si è valsa, soprattutto nel recente incremento delle Europee, di un saccheggio sistematico ai danni di Forza Italia. E dunque, viva il bipartitismo ritrovato, da una parte ora ci sta di nuovo una destra variegata, e dall’altra una sinistra che può riprendere a dialogare e a superare i tanti punti di attrito.

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