Arte

De Nittis e la “macchietta” in senso positivo

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara ci regala una delle sue solite mostre, oneste e pulite, su un protagonista dell’arte dell’Ottocento, questa volta tocca a Giuseppe De Nittis (1846-1884), la cui visione mi porta a rialzarne alquanto le quotazioni, a patto di non schiacciarle su Parigi, come se solo grazie al suo trasferimento sulle rive della Senna l’artista pugliese avesse ricevuto l’illuminazione. Invece già in patria, tra Napoli e Firenze, aveva dimostrato di possedere solide virtù che poi, per sua e nostra fortuna, non avrebbe più smarrito. Quindi bene fa la mostra ferrarese a porre in primo piano il dipinto “La traversata degli’Appennini”, di un artista appena ventenne che vi dispiega già alcune delle sue virtù principali cui poi non verrà quasi mai meno. Queste sono, intanto, di costruire il dipinto su fasce orizzontali, con impaccio a praticare l’”alzato”, da cui segue quasi automaticamente il non essere portato a figure poste in verticale a incombere sul primo piano. De Nittis è forte quando può collocare nelle sue opera delle distese schiumose, fangose, polverose. In questo suo dipinto-prologo funzionano bene i solchi che le carrozze scavano nella mota del suolo, quasi scalfendola. In proposito potrei recuperare una distinzione che ebbi già a fare occupandomi dei Macchiaioli, da me sempre considerati quali Impressionisti a tutti gli effetti, non tributari dei cugini francese, ma con l’obbligo di fare una distinzione basilare tra i praticanti di una macchia larga, costruttiva, quali erano i più anziani del gruppo, Fattori, Lega, Banti, da mettere in stretto rapporto con i loro corrispondenti parigini, i grandi Manet e Degas. Poi, a partire dal 1835, ci fu il passaggio alla “macchietta”, auspice Telemaco Signorini, del tutto degno di figurare accanto a Monet, Sisley e compagni. Nel ricorso al diminutivo, sia chiaro, non c’è stato in me un intento svalutativo, al contrario, accorciando la portata del tocco Signorini dava ai suoi dipinti un impulso, un’accentuazione, una vibrazione straordinari, il che va ripetuto anche per De Nittis, che infatti, dopo quell’omaggio ai nostrani Appennini, ha continuato a macchiettare delle tavolette, tutte per il lungo, rabbrividenti sotto quelle incursioni leggere e volatili, si trattasse di lembi di mare a stretto contatto con lidi sabbiosi, o muri gessosi, o fazzoletti di cielo. Quando invece la terra non si gonfiasse per i fenomeni vulcanici, ma con la lava pronta, anche in questo caso, a scendere a valle, a stendere una sua manteca sul suolo. Ebbene, questa sua lieve, magica capacità di macchiettare le visioni il Nostro se la porta poi a Parigi, dove non ha bisogno di farsi ispirare da Monet e compagni, in quanto già per conto suo è maestro nell’inseguire le rive lungo la Senna, o nel cogliere squarci di verde in qualche giardino pubblico, per non parlare di un fenomeno che gli riesce benissimo, le strade innevate, soprattutto se sul candido strato nevoso vanno a picchiettare le orme dei pedoni, come tracce di piccioni zampettanti. Insomma, De Nittis è da dirsi quasi votato a un informale avanti lettera, senza un riferimento al movimento dei nostri giorni, cioè a un informale da lui praticato per dote naturale e istintiva, che si porta dietro anche nelle puntate londinesi, basta che su tutto si distenda la componente appunto informale della nebbia, mentre, nel dipinto più celebre della serie, “Wetsminster”, la presenza delle sagome degli spettatori chini a contemplare il Tamigi da un ponte sembra appiccicata a posteriori, come per collage o decalcomania. In effetti non ho che da ripetere quanto già detto all’inizio, quando De Nittis ci vuole dare figure tutte intere, magari rivaleggiando con Manet, o con Boldini, diventa incerto e confuso, o meglio, sembra che le sagome occupino uno spazio indebito, prive di sostanza, contornate dalle solite distese informi o informali, come sostanze gassose che penetrano all’interno di quei corpi, dando loro un palpito di vita. Ma meglio che l’occhio del pittore sorprenda da lontano le macchiette di reduci da qualche impresa mondana, partita di caccia o sosta sui campi di corse, bene insomma finché la componente umana si stringe in macchiette alacri, pungenti, magari affidate anche all’acquerello. Quando invece, come avviene in “Colazione in giardino”, madre e figlio, inseguendo Degas o Manet, pretendono di imporsi, di nuovo si ha l’impressione di sagome aggiunte dal di fuori, mentre per fortuna scintillano, mandano pungenti bagliori le stoviglie, col compito di disgregare le immagini umane troppo piene e troppo statiche. La mostra, dicevo, è onesta e ben condotta, interessante il continuo raffronto che vi si conduce tra i responsi del pennello e quelli della fotografia, un rapporto che allora si concludeva a favore dei primi, vividi, efficaci, brillantemente policromi, mentre le foto se ne stanno cupe, prigioniere di un chiaroscuro quasi lugubre. Altra osservazione, nel corso della visita ho deplorato i poveri custodi costretti ad aprire e chiudere le porte per consentire ai visitatori il passaggio da un’ala all’altra della mostra. Quanto sarebbe stato meglio se si fosse fatto a regola d’arte quel corridoio con apertura automatica delle porte, di nessun oltraggio alla magnificenza dell’edificio, essendo affacciato sul retro. Ma a Ferrara comanda un nuovo Este, seppure in sedicesimo, il granduca Sgarbi.
De Nittis e la rivoluzione dello sguardo, a cura di M.L.Pacelli, B. Guidi, H. Pinet, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 13 aprile.

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