Letteratura

Erri De Luca, quasi una partita di scherma

Chi legge queste mie note avrà constatato che ho mutato giudizio su Erri De Luca. Molte volte mi era capitato di dir male di certi suoi romanzi improntati a una vecchia ”napoletudine”, mentre, a partire dal “Gioco dell’oca”, mi sembra che abbia inaugurato un andamento assai più vivace ed apprezzabile. Potrebbe apparire un suo cedere all’autonarrazione, il rifugio di tanti peccatori di oggi, ma in realtà si tratta di qualcosa di diverso, di accedere a una forma dialogica ricca di nobili ascendenti, però rinnovata “quanto basta”. In quell’opera appena nominata si trattava di una disputa con un figlio mai nato, che ovviamente aveva mille ragioni per difendere i suoi diritti contro gli egoismi e i fallimenti del mancato genitore. Ora la formula risulta perfezionata in “Impossibile”, appena uscito, dove semmai l’unica cosa che non torna, ovvero che non capisco bene, è la ragione del titolo. Ma mi è cara già la partenza del libello, che potrebbe essere un caso di autobiografia, con alcune vicinanze a mie esperienze del genere. Come il protagonista che qui parla in prima persona, anche a me piace (piaceva, quando le gambe mi reggevano) fare lunghe camminate, e proprio nel gruppo dolomitico del Fanes, anch’io sono salito sulla cima della Varella, anche se non ho mai percorso la cengia del Bandiarac, ammesso che questa esista davvero, ma non ho ragione di dubitarne, dato che fin qui l’autore mi sembra rispettare una verità documentaria. E per giunta, come lui, anch’io avevo l’abitudine di andarmene in completa solitudine. Ma nel fatto in questione il nostro escursionista solitario si vede a un tratto preceduto da un compagno sconosciuto, che però cade, precipita nel vuoto trovando la morte. Si tratta di un incidente, o invece è stato lui stesso a dargli una spinta per procurarne la morte? Infatti avrebbe riconosciuto in quell’altro gitante un ex-amico, ma poi divenuto delatore nei confronti del protagonista, che aveva appartenuto a un gruppo rivoluzionario nei tragici anni ’70 del brigatismo e di altri fenomeni eversivi. Un aspetto positivo di questa fase di De Luca è che non rinnega un suo passato, e anche presente, ideologico, di contestatore a oltranza, però lo trasferisce sul piano della memoria, pur non rigettandolo. Ma la quintessenza del racconto sta in un lungo interrogatorio cui un magistrato inquirente lo sottopone, sospettando che egli abbia compiuto un delitto volontario, vendicandosi di quel delatore di altre stagioni. C’è una stimolante varietà di caratteri tipografici, infatti il verbale dell’interrogatorio è composto come uno scartafaccio burocratico battuto a macchina, mentre viene intervallato da brani in corsivo che corrispondono a un cantuccio sentimentale ìn cui l’accusato dialoga con un “Ammoremio”, suo stretto legame sentimentale. L’interrogazione segue modelli illustri, si pensa addirittura al duello verbale che costituisce il nucleo centrale del “Delitto e castigo” dostoevskijano, tanta è l’astuzia con cui l’inquirente cerca di scalzare e mettere in crisi le affermazioni dell’interrogato, che dal canto suo continua a sostenere la propria innocenza, di chi non ha riconosciuto quel viandante e nulla ha fatto ai suoi danni, Le schermaglie dall’una e dall’altra parte sono sottili, ben condotte, a colpi alterni, con l’abilità di lasciare perplesso e dubbioso anche il lettore, posto di fronte a un dilemma quasi pirandelliano di non riuscire a stabilire da che parte stia la “verità”. IL magistrato non scherza, pur dietro l’apparente eleganza di mosse, tanto che arriva a far incarcerare il malcapitato, con arresto precauzionale per non permettergli di inquinare le prove. E dunque si apre anche una parentesi dedicata alla vita carceraria e alle sue miserie, in cui l’autore può inserire certe passate esperienze di quando davvero in qualità di estremista ha saggiato la vita del prigioniero. Fino alla fine si estende l’elegante fioretto di battaglie giuridiche, con fasi alterne, quasi ci fosse un quadrante che evidenzia i colpi messi a segno pro e contro, ma infine il solerte magistrato, non prima di aver tentato qualche ultima insidia, si dà per vinto, il presunto reo viene restituito alla libertà, e dunque Il crimine dichiarato “impossibile”. Ma è proprio così, oppure l’autore ci lascia volontariamente nel dubbio?
Erri De Luca, Impossibile, Feltrinelli, pp. 125, euro 13.

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