Letteratura

Marco Bellocchio, due tempi contrastanti

Ho già osservato altre volte che non accetto un confine di genere, non ritengo cioè che un cultore come me di narratologia si debba arrestare rispettoso davanti ai prodotti cinematografici considerandoli alieni. Del resto, ne sono stato sempre un buon consumatore. E dunque, non ho mancato di andare a vedere qualche film presentato al festival di Venezia, fra cui “Sangue del mio sangue”, regia di Marco Bellocchio, magari superando un certo disagio, esiste infatti un fossato, tra me e il clan dei Bellocchio, profondo soprattutto se si tratta di Piergiorgio, inesausto militante, assieme al socio Berardinelli, del fronte anti-avanguardia in cui invece io ho sempre militato. E anche rispetto alla filmografia di Marco ho spesso nutrito dubbi o addirittura ripulse, Il che stava per ripetersi quando ho visionato il primo tempo del film in oggetto, quasi pronto ad associarlo nel “pollice verso” a quanto, domenica scorsa, lamentavo a proposito dell’ultima fatica di Vassalli, mi sembrava cioè di essere in presenza di un centone di luoghi comuni senza capo né coda. Siamo trasportati in qualche tempo oscuro dove in un convento di Bobbio ci si accanisce contro una suora, accusata di essere invasa da Satana e di aver costretto al suicidio un amante. Si cerca di strapparle la confessione del ruolo perverso intrattenuto verso il povero giovane da lei sedotto, in modo che questo sia liberato dal peccato mortale del suicidio e quindi possa essere sepolto in terra consacrata. A sostenere questa causa giunge il fratello della vittima, parte sostenuta dal figlio del regista, Piergiorgio, figura incerta, mal disegnata, incapace di imporsi in tutti i sensi, di lottare con le unghie contro le perversioni del clero, e anzi portato a prendere visione senza reagire di fronte alle efferate torture che la gerarchia ecclesiastica sa condurre sulle povere vittime del pregiudizio (è lecito andar giù a tavoletta in proposito, tanto, perfino i vari Papa di recente hanno chiesto scusa per gli efferati delitti condotti dai loro tristi predecessori). Così debole sia nel sostenere la causa del fratello al fine di dargli degna sepoltura, o nel liberare la donna da lui amata alle indicibili torture cui è sottoposta, nel frattempo il nostro italo Amleto trova il tempo di sverginare due damigelle che hanno il torto, o il piacere, di ospitarlo nella loro dimora. Insomma, il tutto si svolge nel segno della incertezza e mancanza di fini, con un atto finale che segna il culmine dell’orrore, facendoci assistere alla chiusura della monaca perversa in una cella, murata viva.
Confesso che stavo quasi per andarmene, disgustato, pronto alla condanna, ma per fortuna sono rimasto anche nel secondo tempo, dove la musica è cambiata, dando luogo invece a uno spettacolo gradevole e accettabile, facendo tornare i conti. Merito anche del fatto che ora il mattatore è un grande Herlizka, del tutto degno di ricevere la targa Volpi come miglior attore, se questa non fosse andata, in modo del tutto giustificato, a Valeria Golino per un altro film. Il convento, luogo di nefandezze ai tempi dell’Inquisizione, è ormai un rudere, che però alletta il medesimo Piergiorgio Belloccio, ora ritornante in veste di imbroglione che si dice mandato dalla Regione per acquistarlo sgombrandolo da eventuali inquilini. Oltre a una coppia di vecchi e stanchi custodi, nelle sue stanze si cela proprio Herlizka, nella parte di un notabile che ha voluto negarsi al mondo, e soprattutto alla moglie, ma da quella cella mantiene i rapporti con gli abitanti del paesello, da autentico capomafia, ottenendone il rispetto, procedendo a uscite serali con convocazioni dei concittadini più influenti, di cui è maestro in frodi fiscali e in mille altri accorgimenti ai danni delle autorità. Questo vegliardo riesce perfino ad accedere a internet, attraverso cui non esita a mettere a nudo il carattere losco di quella specie di gogoliano “ispettore generale” piovuto tra capo e collo. Le sortite del nostro cavaliere invisibile, o vampiro benefattore, sono veramente divertenti, estrose, bizzarre il giusto, fra l’altro in una di quelle scorrerie gli riesce di ammirare la freschezza di una gioventù di passaggio, il vecchione fiuta l’afrore di carni, il richiamo sessuale che emana da quei giovani corpi, affascinato si dà a seguirli, cadendo però vittima del suo tardivo e impotente trasporto amoroso. Ma, diciamolo pure, in definitiva il nostro saggio vegliardo muore sul campo del valore, tutto proteso in un residuo slancio di vita. Stavo per uscire soddisfatto da questo finale in definitiva triste ma inevitabile e anche confortante, di un essere umano che muore al servizio dell’amore. Ma ho potuto assistere anche a un ritorno al primo tempo, e anche su questo il regista riesce a fornire una conclusione degna ed edificante. Infatti dopo un lungo lasso di tempo la curia di quel lontano tempo e rituale, col vescovo in testa, ritorna alla sepolta viva, scoprendo che per miracolo essa ha resistito alle enormi privazioni subìte. Viene fatta cadere la parete della clausura, ma in luogo di uno spettacolo di infinita deiezione e miseria della carne martoriata ne esce uno splendido nudo femminile. Anche in questo caso, e in uno scenario pur negativo al massimo, la vita celebra un appagante momento di trionfo.

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