Arte

Mattiacci: un gong che risuona felice e poderoso

Sono ben lieto che a Eliseo Mattiacci (1940) sia andato il massimo onore da decretare a uno, non diciamo scultore, termine ormai improprio, ma piuttosto, artista plastico tridimensionale, di disporre una bella rassegna di sue opere sul luogo più maestoso del mondo, la terrazza del Forte del Belvedere, da dove si domina l’intero panorama di Firenze e dei colli circostanti. Eliseo mi aveva conquistato fin da quando lo avevo visto la prima volta, credo che questo avvenisse alla mostra “Lo spazio dell’immagine”, Foligno 1967, dove si affermava il principio che da quel momento in poi l’avventura plastica avrebbe dovuto andare alla conquista dell’ambiente, ma sussisteva il dubbio se quest’impresa fosse da condurre con le forme del vecchio repertorio euclideo, a base di linee ortogonali e di parallelepipedi, o se invece si dovesse già riconoscere il nuovo soggetto messo in luce dalla scienza e dalla tecnologia dei nostri giorni, lo spazio percorso dalle onde elettromagnetiche. Mattiacci presentava un volgare tubo di plastica, di quelli fatti per ospitare al loro interno lo scorrere di fluidi, o di altri cavi. La provenienza dell’oggetto era di un banale carattere merceologico, si trattava di un prodotto commerciale come tanti altri, ma di natura elastica, così da potersi muovere secondo un ritmo sinuoso, originando occhielli, volute, quasi inverando quella che era stata una intuizione di Boccioni quando ci aveva dato il suo migliore dipinto, intitolato proprio “Elasticità”. In fondo, quella intuizione originaria del numero uno del Futurismo aveva già trovato un seguito nel ricorso ai tubi di neon, se usati anch’essi nei modi attorti come, un decennio prima, la genialità di Lucio Fontana aveva osato mettere in atto. Eliseo, oltre a raccogliere quella eredità, dava luogo anche alla variante tipica del secondo Novecento, quella di procedere a un ingrossamento, a una materializzazione delle intuizioni di partenza. Il che consente anche di legarlo, oltre che a Fontana, a quel suo gemello che era stato Fausto Melotti anche lui intento a sollecitare, anzi a solleticare lo spazio con aguzze punte metalliche. Il riferimento a Melotti, nel caso di Mattiacci, funziona anche a proposito della sonorità, una dimensione mancante nel repertorio di Fontana, mentre invece del tutto caro agli altri due, ma con la solita differenza che contraddistingue la prima dalla seconda metà del secolo, che quanto in Fausto è leggero, minuto, aereo, nel suo successore diventa grave, per non dire greve, reso monumentale. In definitiva, è azzeccato che la mostra intera si intitoli a un sonoro “Gong”, anche se questo suono a dire il vero echeggia solo in modo sommesso, in una delle stanze interne del Forte, accanto al dispiegarsi di un tubo maestoso, intrigante, come un serpente calato dallo spazio cosmico. Accanto, c’è proprio una batteria di strumenti a percussione, a eseguire il compito assunto. Attorno a questi due pezzi dominanti c’è una serie dei bei disegni in cui Eliseo usa depositare gli avanzi della sua laboriosa officina: cumuli di segatura metallica, di sfridi, di avanzi sfuggiti al laboratorio di un dio Vulcano dei nostri giorni. Dal cuore della visione del nostro artista, esposto nei sacelli interni, ci si può poi espandere nei giardini, spalti, terrazzamenti esterni, che sembrano ospitare una pioggia di meteoriti, di corpi astrali calati dalle stelle, inevitabilmente caratterizzati da un andamento circolare, risultante dall’attrito incontrato nel cadere dall’alto, che leviga, arrotonda, determinando anche qualche vuoto centrale. Questo vuoto, questo buco sembra anche il punto in cui introdurre un dito enorme per far ruotare quei cerchi al fine di creare uno spettacolo acrobatico gigantesco, come è tutto quanto si addice a questo artista, venuto dal regno gulliveriano di Brobdignanc. A dire il vero, se la sua preferenza, in accordo con la tecnologia dominante dei nostri anni è improntata al curvo e al flesso, Mattiacci non manca anche di valersi di lunghe sbarre metalliche, ma intendendole come bracci di una bilancia, anche in questo caso per effettuare pesate cosmiche, o per tentare equilibri precari. Nelle prime manifestazioni che conduceva nello stanzone apprestato da Fabio Sargentini nel Piazzale Flaminio, il Nostro osava avventurarsi su quegli oscillanti binari a bordo di una pesante motocicletta. Un’altra tipologia a lui cara è quella di vaste superfici sferiche che funzionano da collettori dell’energia solare per poi diffonderla attorno a sé. Siamo insomma a una partita arrischiata, ma anche tenuta in attento equilibro tra forze centrifughe e centripete, in un balletto che si consuma in tanti episodi, quasi si potrebbe dirli cespugli di un giardino delle meraviglie, o di un museo astronomico, da andare a scoprire un poco alla volta.
Eliseo Mattiacci, Gong, a cura di Sergio Risaliti. Firenze, Forte di Belvedere, fino al 14 ottobre.

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