Arte

Tobey, la grande voce del Pacifico

Purtroppo, dopo mesi di travagliata sopravvivenza a singhiozzo, ora l’”Unità” ha cessato definitivamente la sua pubblicazione, e dunque giro al mio blog la presente recensione che avrebbe dovuto uscire oggi stesso sulle colonne di quel giornale. Da ora in poi per esprimere una voce in arte, una voce che emetto da più di sessant’anni, dal 1956 in cui uscii sul primo numero del “Verri” per recensire la Biennale di Venezia di quell’anno, non mi resta che questa sede flebile, quasi autistica, con l’unico vantaggio che non dovrò più rispettare i limiti in battute che qualsiasi collaborazione giornalistica impone.
Tra i vari eventi collaterali alla Biennale 2017, a dire il vero eccessivi di numero, spicca quello fornito dalla Collezione Peggy Guggenheim, che al solito adempie al ruolo utilissimo di portarci i maggiori protagonisti dell’arte statunitense, sfruttando lo stretto rapporto esistente col ramo maggiore del Guggenheim di New York. Questa volta possiamo ammirare Mark Tobey (1890-1976), che può essere considerato il rivale, l’antistrofe rispetto al numero uno della Scuola di New York, Jackson Pollock. Abbiamo la tendenza a premiare questo volto dell’ avanguardia nordamericana, assieme ai suoi numerosi, eccellenti confratelli, dimenticando, perdendo di vista il parente lontano, che ha militato sull’altra Costa degli USA, a Ovest, sulla frontiera californiana, da cui era, ed è tuttora facile guardare ancora più a Ovest, dialogare col Giappone. Ma a voler ricostruire l’intero percorso di Tobey, come è permesso da questa ampia antologia, bisogna riconoscere che in un certo senso egli era nato troppo presto, doveva “perdere” una ventina d’anni di troppo, nella sua carriera, per portarsi in prossimità dello scoppiare del secondo conflitto mondiale, foriero di sconvolgenti tempeste in tutti i sensi. Infatti Tobey era partito da onesto pittore dedito al regionalismo, cioè a cantare il paesaggio americano, forte di solenni e massicci caseggiati, sulle orme di Edward Hopper. Ma poi, proprio una delle tante presenze che non mancava di fare a New York gli rivelò le “mille luci” di cui la capitale dell’Est va fiera, e da quel momento il nostro artista capovolse forme e colori, fu conquistato dalla sottile, diramata, scoppiettante architettura dei neon, volle farsene l’inesauribile, instancabile cantore. E dunque, i suoi dipinti divennero un ricamo di “luci filanti”, come, una volta tanto, indica giustamente il sottotitolo della mostra. Si potrebbe anche passare dal macro al micro, parlare cioè di un artista che si ispira alle infinite volute emananti dal fumo di una sigaretta, se queste stampano i loro ghirigori nel vuoto, nelle tenebre, tracciando maglie tremule. Si trattò insomma di una marcia di segno opposto rispetto a quella dei colleghi dell’Est. Questi guardavano al Surrealismo europeo, di Mirò e di Masson, e preferivano procedere “nero su bianco”. Invece Tobey, residente a lungo a Seattle, preferiva ispirarsi agli esercizi calligrafici di cui si vantava la cultura giapponese, nel quadro di una filosofia e religione di specie Zen, per cui il segno diveniva un motivo di meditazione. Potremmo mettere in conto anche la ben nota predisposizione alle scosse telluriche gravante sulla California, sempre in attesa del “big one”, della scossa ultima per violenza. E dunque, appaiono davvero legittimi, felici certi titoli che la produzione di Tobey ci offre, come “Fuga dalla staticità”, “Andirivieni”, “Momenti in movimento”. Con effetti anche di ordine cromatico, infatti nella tavolozza del nostro artista prevale senza dubbio l’”andare in bianco”, come per offrire un negativo di lastre fotografiche, ma egli era consapevole dei rischi di una certa monotonia di risultati, quindi tentava delle varianti, per esempio inondando di giallo le sue visioni, o praticando delle “Incrinature rosse”, come se appunto a uno squarcio sismico della terra ne saltassero fuori gli interni umori maligni. Ma era sempre pronto a intervenire il rimedio, il tuffo nella contemplazione mistica, di sapore Zen, il rifugiarsi in una sottile trama di scrittura arcana, come un infinito esercizio di pazienza, come compilare a mano una stuoia, un merletto, un ricamo dagli infiniti risvolti.
Mark Tobey, Luce filante, a cura di Debra Bricker Balken. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, fino al 17 settembre. Cat. Skira.

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