Arte

Viel: la vita è un flusso di scrittura

Diego Sileo, alla guida del Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano, sta realizzando una serie di mostre monografiche dedicate ad artisti oggi sulla cinquantina che costituiscono l’asse portante della nostra attuale ricerca. Sono già sfilati Luca Vitone ed Eva Marisaldi, si prepara in pista Luisa Lambri, ora è il turno di Cesare Viel (1964). Se si volesse trovare un’etichetta per definirli, si potrebbe ricorrere a un generico “post”, parlare cioè di una situazione di post-concettuale. Io ricorro anche allo schema triadico di Hegel, seppure applicato alla buona, per cui si è avuta una “tesi”, l’ondata innovativa del ’68, una “antitesi”, tutta la situazione di rivisitazione del passato e del museo degli anni ’70, tra Nuovi-nuovi, Anacronisti, Transavanguardia, poi una specie di sintesi finale, con ritorno a forme d’avanguardia, ma alleggerite con quote di estro, e un approdo finale, appunto, al rilancio del “concettuale”, il cui strumento primario è stato il ricorso alla scrittura, la più aliena alle vie tradizionali di praticare l’arte. Ebbene, ci siamo, il nostro Viel è soprattutto un ardito praticante di varie modalità di scritture, ma per capire tutta la differenza tra lui e un “concettuale” di prima generazione basta recarsi a poca distanza, nella Galleria di Lia Rumma, che in questo momento ospita il Signore incontrastato del ricorso a forme verbali, Joseph Kosuth, ma redatte con caratteri impeccabili, e per lo più affidati a un neon opalescente, biancheggiante su uno sfondo di tenebre. Viel, naturalmente, ha capito subito che doveva prendere le distanze da questo uso del materiale verbale condotto in modi asettici e rigorosamente “mentali”, e dunque fin dai suoi inizi si è affidato a messaggini redatti magari anche con scrittura corsiva, e soprattutto stesi su foglietti multicolori, una gioiosa arlecchinata, anche per la disinvoltura con cui vengono presentati. Li raccoglie, li tesaurizza, e poi li getta all’aria affidandoli al caso, a una libera caduta, Se si vuole, è anche un modo di frequentare la casella della Narrative Art, nata pur sempre a ridosso del sessantottismo, ma purché la narrazione sia affidata il più possibile alla privacy. Del resto, basta riportare alcune frasi che sanciscono tutte queste procedure: “Io sono mio/mi gioco fino in fondo”, con un invito a seguirlo sulla stessa strada: “Facciamo fluire via le nostre frasi”. Accanto alle iscrizioni, non mancano i disegnini, le icone, ma purché siano anch’essi tracciati con piena evidenza, registrati a filo di penna o di matita. Qualche volta Viel realizza dei “pacchetti” di questi suoi affettuosi “memento”, racchiudendoli in box, quasi in passeggini allestiti per quel bambino che egli ritrova al termine di un regresso nel proprio vissuto. Questo il suo esercizio prevalente, pienamente convincente, ma ci sono anche possibilità alternative, magari, a ben vedere, intonate a quella medesima ricerca sentimentale, come lo spettacolo che ci accoglie nel parterre del PAC, un apparente strato di terriccio, in cui però sono sepolti dei tesori, proprio di quel filone di segreti di famiglia, vale a dire gli oggetti di cui faceva uso il padre. Ma soprattutto, e siamo al cuore della presente mostra, l’artista si vale di un sistema ingegnoso, dove le strisce colorate non servono più per accogliere delle frasi, ma valgono per se stesse, come trance di un tessuto multicolore, ritagliate a maglie larghe, e depositate al suolo, al modo in cui i giocatori alla roulette potrebbero deporre le loro fiches sulle caselle del tavolo, Quanto a lui, l’artista, il demiurgo, ovviamente si pone nel ruolo del croupier, che con un rastrello può maneggiare quegli stralci, quei lembi policromi, ma non per portarli via, per azzerarli, anzi, per dare loro un massimo di visibilità, e così allargare la capacità di racconto, di diario, che sta sempre tra il pubblico e il privato, riscattando con la sua sensibilità cromatica i rigori astrattivi cui si attiene il capostipite di questa famiglia, l’austero, oracolare Kosuth.
Cesare Viel, Più nessuno da nessuna parte, a cura diDiego Sileo. Milano, PAC, fibo al primo dicembre. Cat. Silvana Editoriale.

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