Arte

Vincenzo Vela in sintesi

Ho il torto di non aver mai visitato il museo che Ligornetto, nel Canton Ticino, ha costituito in onore del suo figlio migliore, Vincenzo Vela. Ora sono giustificato a compiere il pellegrinaggio solo in forma virtuale, dati i vari impedimenti imposti dal contagio, del resto in un’occasione solenne quale il bicentenario dalla nascita dell’artista (1820-1891). Il quale senza dubbio è stato il nostro miglior scultore tra il Canova, e soprattutto il suo allievo Lorenzo Bartolini in su, verso la fine dell’Ottocento. Vela non è stato toccato dal neoclassicismo canoviano, che però, come tento io stesso disperatamente di proporre, è da vedere nel modo giusto, quale portatore della ferrea decisione di chiudere i conti con il naturalismo “moderno”, di cui il Bernini è stato il supremo rappresentante. E dunque, Canova è andato a pescare nel patrimonio degli arcaismi, fino a soluzioni quattrocentesche, così aprendo la strada a Nazareni e Puristi, come sul versante pittorico ha saputo fare il suo omologo sul versante pittorico, David. Basti ricordare in proposito che il Canova, in veste di cantore di valori prosaici e domestici, è l’autore di una “Maddalena penitente”, in contrappeso a tutte le versioni imperiali delle Paoline e simili. A “questo” Canova il Bartolini ha fatto splendido seguito con le sue fanciulle timide, o con certe immagini di una maternità tenera, sorpresa in vesti domestiche, passando poi l’asticciola della staffetta proprio al nostro Vela. Una simile affermazione può sorprendere, in quanto l’artista ticinese, ma di carriera interamente nostrana, è noto soprattutto per lo “Spartaco” animato da uno “spirto guerrier”, per dirla col Foscolo. Non conviene però rivolgere tutti gli sguardi a quell’opera, che certo è stato il modo di Vela di partecipare a un romanticismo tematico, però, per sua fortuna, asciutto, scabro, scevro dai lenocini di quel grande corruttore del gusto nostrano che è stato Hayez, nella pittura. Ma la grandezza del Nostro sta proprio in un’ampiezza di mosse, che gli hanno consentito di toccare in modi elastici, o diciamo, nei termini propri della sua arte, duttili e malleabili, tanti temi. Anche lui, da buon allievo del Bartolini, ha saputo trattare temi domestici, si pensi alla “Contessina d’Adda col cane”, mirabile proprio per l’aperura, l’elasticità delle soluzioni plastiche. E in genere nella ritrattistica cimiteriale in cui, per obbligo di genere e di mestiere, il Vela ha profuso le sue doti, se l’è sempre cavata magnificamente dotando gli effigiati di panni aderenti, con un giusto equilibrio tra il prosaico e il solenne. Penso a un ritratto dedicato a Tommaso Grossi, visibile a Brera. Preciso, calzante, anche il volto prestato a Cavour, e poi la monumentale presenza di Gioacchino Murat, alla Certosa di Bologna, anche in questo caso con perfetto equilibrio tra l’aderenza alla divisa, alamari, bottoni, onorificenze, e invece l’attitudine colloquiale impressa al volto, come se la persona potesse scendere dal piedistallo e venire a parlare in mezzo a noi. Così come in uno splendido karaoke Vela, dopo aver preso il testimone da Bartolini, lo ha poi consegnato a Giuseppe Grandi, nato circa un ventennio dopo, consentendogli di rivaleggiare con lui nel Monumento per le Cinque giornate di Milano, ancora più avanzato nella scioltezza del linguaggio, come era naturale in un compagno di via degli Scapigliati. Vela ha poi chiuso nel modo migliore la sua carriera con l’altorilievo dedicato alle “Vittime del lavoro”, cioè agli operai morti nello scavo del S. Gottardo, dove ha ritrovato la solennità dello Spartaco, ma portato a una dimensione più minuta, più diffusa, epidermica, se si vuole, ma nel senso valido della parola, come attenzione ai volti rugosi, solcati da pieghe, da protuberanze pelifere dei rudi lavoratori. A questo modo si è compita la grande trasmissione, a favore di scultori eredi delle sue doti di aderenza al reale, e nello stesso tempo di irrequieta mobilità, quali furono il Troubetzkoy, umile ma eroico nel suo impressionismo plastico, e soprattutto Leonardo Bistolfi. Si noti che non metto nella lista d’onore Medardo Rosso, a mio avviso tropo sfatto, troppo rinunciatario rispetto a certe virtù tradizionali della scultura, A mio avviso è stato un abbaglio del grade Boccioni l’aver puntato a secco sull’autore di volti sfatti, in piena dissoluzione, invece che sul Bistofli, a sua volta valido e convincente omologo di Previati, cui, come è ben noto, Il numero uno dei Futuristi ha attinto per molti aspetti.

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