Letteratura

Larocchi tra rugiada e cristalli

Nell’ultimo RicercaBO (3-4 novembre 2017) è comparsa una poetessa, Marica Larocchi, che ha rappresentato la sua arte nel modo migliore e più essenziale. A dire il vero, non è comparsa per niente, per ragioni di salute, ma c’è stato chi, molto bene, ha letto per lei alcuni poemetti inediti della raccolta “Nel paese dei totem”, che del resto ha fatto seguito a un volumetto, “Di rugiada e cristalli” in cui si sono manifestate le stesse virtù. Che consistono in una efficace congiunzione tra espressioni di cruda materialità, anche corporale, e invece squisiti riferimenti all’area nobile della parola. Una mirabile congiunzione di questa natura si incontra subito in due versetti di apertura: “Poca spuma di sangue si è rappresa /agli angoli dell’ultima parola”, dove i due riferimenti si alleggeriscono a vicenda, ma anche si danno concretezza, tangibilità. E la navigazione continua sempre su questa rotta bipartita, un colpo al cerchio, uno alla botte, come quando si parla di un risveglio “…di metafore estinte”. Buone le annotazioni di paesaggio, quando si parla della “…cute metallica dei laghi” (il freddo è nota costante di questi versi), su cui peraltro scorrono “tristi scafi grevi d’esiliati”, con un immediata crescita che ne fa delle “… fragili carcasse abbandonate / sulla battigia tra la morte e il sonno”. Insomma, è tutto un gioco sapiente tra la concretezza di sensazioni e impressioni immediate, e invece l’innalzamento a quote metaforiche. Eccellente per esempio questo verso: “Liquida come fiume è la mia voce”. Poi questo stesso senso di liquido scorrimento fa comparire degli “affluenti”, subito trascesi nella loro consistenza naturale in quanto fatti divenire delle parole “che un tuono iroso stempera nel mare”. Non ci meraviglieremo di apprendere che “Ci sono cavità nella memoria”, il dato materiale-esistenziale sempre presente, cui fa subito seguito un innalzamento lirico: “abitate da fluidi sortilegi”. Infine un’altra visione di comune esperienza, “A galla tra meduse e bacche marce” che viene immediatamente inquietata, sconvolta, messa in stato d’allarme, in quanto vi “…oscillano rottami di galassie”.

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Attualità

Dom. 10-12-17 (Giavazzi)

Il solito liberista a oltranza del “Corriere della sera”, Francesco Giavazzi, ha colpito ancora, svolgendo la solita tiritera di condanna di tutti gli interventi statali. Per esempio, il ministro Calenda male ha fatto a richiamarsi al golden share di difesa di una azienda strategica come Telecom dall’aggressione francese. Se si tratta di aziende private, si accomodino, vengano a fare la loro spesa dalle nostre parti, noi abbiamo sempre e solo da guadagnarci, tutto pur di non far intervenire i dannati carrozzoni statali. Non importa elencare le aziende che abbiamo privatizzato, e che in genere hanno avuto tutte esiti negativi, si pensi appunto a Telecom, e a Ilva, e Alitalia ecc. Non si vede perché ci teniamo ancora Trenitalia, anche se pare che la concorrente Italo non se la passi troppo bene, ma in questi casi scatta la formula: si dia tempo al tempo. Non si vede perché ci teniamo ancora le Poste, invece di farne uno spezzatino da vendere sul mercato, e quale obbrobrio è l’esistenza della Cassa Depositi e Prestiti, forse che non rende un sapore simile alla famigerata IRI, di cui ci siamo liberati con tanta fatica, e con tanti guai conseguenti?. Anche nei salvataggi che il governo ha ordito a favore delle banche quanto di sbagliato c’è stato. Un liberista è guidato da una stella polare, ha per certo che il sistema privato, alla fine, vince sempre, basta ispirarsi all’immortale “laissez faire”, il mercato privato sa rimediare a se stesso, basta dargli tempo. Solo gli interventi della mano pubblica sono disastrosi, bloccano i processi, e naturalmente scaricano poi le tasse sui cittadini. Non si vede perché ci teniamo ancora il rammollito sistema universitario, non c’è forse la Bocconi a offrire un luminoso esempio al positivo? Le sue rette sono assai superiori a quelle richieste dalle università pubbliche? Ma è proprio questa la selezione che i vuole, largo al censo. Per i poveracci si potrà pur sempre istituire qualche borsa di studio, tanto per non dare l’impressione che intere classi sociali siano escluse a priori.

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Arte

Una passeggiata a Chelsea

Più che nella visita ai musei deputati, il rito di un breve soggiorno nella Grande Mela, per gli amanti dell’arte, si deve consumare recandosi nel blocco di strade di Chelsea, grosso moto dalla 20ma alla 25ma street, e nel tratto terminale quasi affacciato sullo Hudson River. Si può mettere piede in decine di gallerie, fuori da una dentro all’altra, con la scoperta di tanti artisti vecchi e nuovi. Nella settimana scorsa di cui ho già detto ho iniziato questo sacro percorso alla 22ma, presso la Galleria DC Moore, che ospita, non in mostra ma nel retro, un’opera di una mia vecchia amicizia, Bob Kushner, il numero uno del Pattern Painting tanto caro a Holly Solomon, e pure uno dei pochi eventi che gli USA hanno potuto contrapporre al “richiamo all’ordine” che nei medesimi anni ’70 ha contrassegnato, in misura più significativa, il nostro Vecchio Continente. A riscoprire le immagini clorofilliane, i felici erbari di Kushner è stata oltretutto un’amica di quei tempi, Anna Canepa, allora prezioso trait-d’union tra noi, intendo anche Alinovi e Daolio, e la cara Holly, convincendomi anche a inserire Bob nelle performances di quella primissima Internazionale del ’77, ora ritornata in edizione facsimile. Quante memorie, e quanta voglia di rilanciare quelle vecchie imprese| Naturalmente nessuna visita è singola, in quel mare magnum. E infatti, lì accanto, ecco Matthews Marks, che presenta il freddo e compassato artista inglese Gary Hume, visto anche in una Biennale di Venezia a dominare il suo padiglione. Ma ci sono pure una serie di “disegnini” carichi di umore e di invenzione realizzati da Nayland Blake, che fu ospite d’onore nei miei “Anninovanta”, nell’ormai lontano 1991. Magari, da Lehmann Maupin, ci sta pure una scappellata di tutto rispetto alla coppia Gilbert & George, che continuano ad amministrare con eleganza e decoro una fase post-comportamentale, mascherando le loro sagome dietro barbe gigantesche, intrecciate come pesanti velli d’oro, come fastose tappezzerie.
Da quella street abbastanza centrale si può decidere di fare marcia indietro o in avanti. Retrocedendo sulla 21ma, incontriamo da Barbara Gladstone una delle imprese più significative e audaci, dovute a un artista a noi ben noto, lo svizzero Thomas Hirschorn, votato all’eccesso, come ha dimostrato, in una Biennale di qualche anno fa, stipando il padiglione del suo Paese di ogni specie di trash, fino all’inverosimile. Ora in definitiva cerca di uscire da tanto ingolfamento con una misura singolare, ovvero trasferisce quei materiali su una piattaforma informatica, traducendoli in una ridda di pixel, ma poi applicando ad alcuni di loro un ingrandimento che ne fa come delle mattonelle. Applica cioè un procedimento di “de-pixelation”, che ridà fiato, distensione, allentamento, a quel “tutto pieno” altrimenti fin troppo ingolfato. Paula Cooper ci presenta Cecil Brown che al momento non nutre affatto preoccupazioni del genere, anzi si dedica a coltivare proprio un “tutto pieno” degno della vecchia stagione dell’Espressionismo astratto, avvertendolo come l’obbligo di redigere un diario incalzante, parossistico: “A Day! Help! Help! Another Day!”.
Da lì si può avanzare sulla 24ma (la 23 mi risulta sterile), dove Luhring Augustine ci offre una visione, se non sbaglio, inedita del nostro Pistoletto, che ritorna alle sue origini, di quando incollava sagome fotografiche su superfici specchianti. Solo che a lungo ci ha abituato ad appendere a quei suoi muri trasparenti poche immagini per volta, qui invece ci prospetta lunghi scaffali oberati di oggetti, quasi a sfida delle sfilate di “buone cose di cattivo gusto” che sono care allo statunitense Haim Steinbach, o ai pallottolieri di medicine elaborati da Damian Hirst. Ma compiamo uno sforzo ancora, fino alla 25ma, dove alla Flag Art Foundation (obbligo di salire fino al nono piano), ritroviamo tutta la magia di Ashley Bickerton, uno dei protagonisti della mostra-rivelazione tenutasi da Ileana Sonnabend nel 1886, con l’apparizione dei “novissimi” di un’intera stagione, i Koons, e Steinbach, e Halley, e il giovanissmo Wim Delvoye, e appunto Bickerton, che allora presentava le sue boe, i suoi gavitelli, cui ancora si attacca, ma rendendoli festosi, addobbati come per una processione sacra. E tra le molte frecce al suo arco c’è pure il ricorso a un iperrealismo minuzioso, esasperato, nel nome di un polistilismo pieno di risorse. Statico, ma nell’eleganza di raffinate soluzioni grafiche, è l’iconismo di Donald Baecler, esposto da Cheim & Read, sempre nella 25ma. Forse non vale la pena andare oltre.

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Letteratura

Il poemetto in prosa di Voltolini

Da qualche tempo vengo denunciando i rischi di un indulgere in eccesso alla cosiddetta autonarrazione, il che porta i nostri narratori a stendere lunghi brogliacci pieni delle vicende proprie e altrui, di genitori, fratelli, amici, e affollati curricula sovraccarichi di mille prove, disgrazie, patimenti. Ultimo campione di queste operazioni alquanto asfittiche, Giorgio Falco con la sua “Ipotesi di una sconfitta”, dove la sconfitta potrebbe proprio consistere in una mancata capacità di abbreviare i tempi e i modi di questa confessione. A rimedio di un simile procedere inflazionato ho lodato le vie brev adottate sia dalle “Nughette” di Loenardo Canella sia il “Promemoria” di Bajani. Ora si aggiunge anche Dario Voltolini col suo “Pacific Palisades”, smilzo volumetto in cui sta racchiuso un materiale autobiografico, almeno all’apparenza, che altri averbbe potuto avere la tentazione di diluire fino a misure estreme. Invece vi si procede in modi parchi ed essenziali, appunto in nome di uno sfoltimento utile, che non lascia cadere nulla dell’aspetto casuale, esistenziale, di cose, episodi, eventi, tutti appesi al gusto dell’attimo, dell’epifania occasionale. Forse, in un confronto con i due casi precedenti, a Voltolini si potrebbe muovere il rimprovero di apparire malgrado tutto ancora troppo “normale”, ovvero alquanto diluito, lungo nella gittata delle sue riflessioni, e soprattutto egli appare alquanto riluttante a valersi di quei contrasti, tra il marginale e l’importante, il sacro e il profano, di cui invece danno prove più incalzanti i suoi “competitors”, su questo fronte di una scrittura volutamente brachilogica. Naturalmente si para in prospettiva il continente ben noto del poemetto in prosa, di cui ormai abbiamo imparato a conoscere le varie possibilità è misure. E’ una miscela i cui ingredienti, come in una ricetta culinaria, possono entrare in varia misura. Nel caso di Voltolini, evidentemente la componente prosa è del tutto predominante e lascia scarso margine alla sua controparte, la poesia, che del resto è un ospite pericoloso e che bisogna contenere, amministrare in dosi giuste, evitando che pretenda di pesare troppo nell’equilibrio complessivo del componimento.
Dario Voltolini, Pacific Palisades, Einaudi, pp. 78, euro 10.

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Attualità

Dom. 3-12-17 (tanti capi)

C’è un’assoluta dissimetria tra il fronte del centro-destra e quelle del centro-sinistra. Il primo è fatto di componenti consistenti, con storie e leadership abbastanza chiare e marcate, e percentuali di pronostici anch’esse ben accertate. Magari resta il dubbio se alla fine queste varie componenti, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, riusciranno davvero a saldarsi, ma molti lo danno per sicuro, almeno a livello di collegi elettorali. A sinistra invece per un verso c’è il blocco ufficiale Pd che mantiene una forza chiara e accertata, attorno al 25-26%, in barba ai malevoli e disfattisti, mentre le formazioni alla sua sinistra risultano del tutto provvisorie e instabili, come un mercato aperto che attira condottieri in cerca di fortuna. Si pensi a Pisapia e ai suoi sforzi industriosi, anche se sempre posti nel segno dell’ambiguità. Ora si aggiunge anche il caso di Grasso, e per fortuna che Prodi in genere si è tenuto defilato. Per non parlare dei tanti altri capi e capetti già scesi in campo a seguito delle varie uscite successive dal corpo ufficiale del Pd. Ciò determina una situazione di disagio e di inferiorità, da questa parte del fronte, del resto sono ben scarse le possibilità che le varie schegge impazzite alla fine accettino, magari, gli sforzi di Fassino e accolgano un appello unitario. Pare proprio che il PD, in sede elettorale, sia condannato a fare da sé, senza apporti sicuri dalla sua sinistra. Ma mi è già capitato di osservare che, nel segreto della cabina elettorale, questo potrebbe determinare un’attrazione positiva di tante forze così malamente catturate, e all’ultimo minuto, da leader improvvisati, Proprio la sostanziale omogeneità del blocco centrale del partito ufficiale della sinistra potrebbe esercitare un ruolo non marginale di attrazione.
Tra i due litiganti non credo assolutamente che ci sia spazio per una vittoria pentastellata, Di Maio, con tutta la sua sicumera, di sicuro non riuscirà a farsi dare l’incarico di costituire il governo dal Presidente Mattarella. E appare furbo il gesto di rinuncia pronunciato da Di Battista, anche se tutti “fingono” di accettare le buone ragioni della cura della paternità. In realtà Di Battista, insofferente di un ruolo vicario, aspetta che il più fortunato concorrente vada a sbattere per proporsi lui stesso alla prossima occasione.

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