Letteratura

Andrea Inglese, una perfetta continuità tra poesia e prosa

Ricevo e commento ben volentieri “Un’autoantologia” compilata da Andrea Inglese, che è stato tra i protagonisti dell’edizione 2011 di RicercaBO. Molto interessante che un pre-titolo ne dichiari il contenuto, “Poesie e prose 1998-2016”. In genere, essendo stato promotore dei “laboratori di nuova scrittura” condotti sul finire del secolo scorso a Reggio Emilia (RicercaRE), poi reimpiantati proprio nella mia citta, Bologna, a partire dal 2006 in avanti (RicercaBO), mi sento in obbligo di valorizzarne le varie presenze. Cosa molto facile per le edizioni reggiane, in cui ci fu una straordinaria invasione della narrativa, fino a costituire il decennio che considero più ricco nell’intero panorama italiano del Novecento. Più incerti gli esiti del nostro ritorno in scena nel nuovo secolo, dove a livello di narrativa mi sembra che non si sia ancora coagulata una situazione netta. Ma la poesia, come del resto è quasi sempre avvenuto presso di noi, continua a dettare legge. Se, in RicercaBO, c’è stato un fenomeno chiaramente visibile, lo si deve a “Prosa in prosa”, anche se l’etichetta sembrerebbe indicare un passo indietro della poesia, fino a indossare i panni della rivale. Ma è una sottile mossa tattica, di sfida sorniona. Sta di fatto che Inglese, allora, era comparso indossando proprio i panni del prosatore, ma io avevo reperito in lui i tratti classici di una prosa che già in passato aveva adottato una navigazione intermedia, tra una poesia dichiarata e manifesta e una narrativa riposta invece sulle misure lunghe, magari dotata di trama. In sostanza, come conferma questa “autoantologia”, nel nostro Inglese c’è un percorso unico, dalla poesia alla prosa, che ignora tutte le possibili staccionate divisive, mentre si cimenta “sul serio” in entrambe le direzioni, a differenza dei colleghi, Giovenale e compagni, che quando visitano i lidi della prosa, lo fanno per finta, rivolgendole in sostanza uno sberleffo, menando i lettori in una trappola, ovvero abbandonandoli a metà, lasciandoli privi di qualche esito circostanziato. Il tratto fondamentale da riconoscere in Inglese è quello di una straordinaria densità semantica, basta dare un’occhiata alle sue poesie, composte di versi tutti più o meno della stessa lunghezza, tetragoni, compatti, sia nei confini esterni, sia soprattutto nei contenuti, che spaziano da un vocabolario di completa, ostentata materialità, corporalità, gestualità, in cui sono compresi tutti gli stati psichici e fisici riguardanti il sesso, la malattia, la sofferenza, ma sempre contrastati da riferimenti dotti, perfino burocratici. Qualche verifica ad apertura di pagina, come si usa dire in questi casi. Compare un dato tranquillo come un tramonto, che però risulta adagiato su “creste sedimentarie”. Uno sfarinarsi di “tronchi di ghiaia”, dato quanto mai materiale, viene però riportato a “segnaletiche”, e beninteso non mancano gli oggetti della civiltà urbana, indicati però con una “callida iunctura , venendo definiti “balene di quindici piani”. Forse il nostro poeta non si sente del tutto estraneo a “un funzionario in divisa” che porge “fogli da controfirmare”. E si sente anche “Come un astrologo azteco / coartato da incompiuta / nascita a lunga / deviazione cosmologica”. Questo procedere per chiasmi, tra volgarità e raffinatezza intellettuale, trova forse una delle sue più piene affermazioni nel proclamare il culto di “chirurgie angelicanti”.
Una simile pienezza e alta densità semantica riscontrabile già nei componimenti che si presentano come poesia consente un passaggio del tutto naturale alle prose, che in lui non corrispondono affatto alla pratica di un “pis aller”, diversamente rispetto ai suoi colleghi. In fondo, Inglese intende riallacciarsi al padre più autorizzato di questo genere, al Baudelaire dei “Petits poèmes en prose”, che nel sommo Charles non volevano certo indicare un mutamento di pedale, ma un proseguimento nella stessa tematica, solo affidandola ad altri mezzi, in definitiva più liberi, più sciolti, ma evitando con cura il nemico, ovvero la trama, il senso compiuto, intendendo invece fermarsi un momento prima, a cogliere, a infilzare nello spiedo stati di disagio, di sofferenza, di inquietudine. Baudelaire iscriveva tutte le sue prove nella categoria dello “spleen”, termine quasi intraducibile, o comunque dai mille significati cangianti, tanto che proprio per evitare di doverlo definire il poeta francese ricorreva a un vocabolo inglese, sia perché era alla moda, sia perché gli permetteva di non risolvere l’enigma. In definitiva, anche gli stati d’animo saggiati da Inglese potrebbero essere posti all’insegna di uno “spleen”, ugualmente sfuggente ed enigmatico, posto all’altezza dei nostri tempi.
Questo suo “fare sul serio”, nel coltivare il poema in prosa, lo distanzia risolutamente dalle pratiche dei colleghi, che invece procedono “per scherzo”, con spirito post-dadaista, o da Oulipo, alla maniera di Queneau e di Perec. Invece a Inglese bisogna attribuire la discendenza giusta e appropriata di questa forma d’arte, a partire dal gran padre Baudelaire e passando per un suo continuatore del Novecento come Francis Ponge, senza dimenticare qualche affinità, rimanendo sempre in terra di Francia, con l’”école du regard”. Non per nulla uno di questi poemetti si intitola “Quello che si vede”, e che ci sia un atteggiamento di primo grado, attaccato proprio alle possibilità del visivo-percettivo, lo dicono anche i sottotitoli di queste prose, che chiamano in aiuto tutta una nomenclatura presa in prestito proprio dalle arti visive: puntasecca, olio su tela, rotoli di feltro e tubi al neon, con la consapevolezza che nell’ambito stesso dell’arte ora si è pronti ad abbandonare una visività stretta per accogliere altre dimensioni e tecniche di registrazione. Compare quindi pure una prova affidata al magnetofono e alla proiezione super otto. Però, non è che Inglese venga meno del tutto a un compito sperimentale-eversivo, che non starà nel prendersi gioco di quanto enunciato in apparenza, ma nel condurre l’impresa con assorto, totalizzante impegno, così da darci reperti fitti, di grande peso specifico.
Andrea Inglese. Un’autoantologia autoriale”, Edizioni Dot Com Press, pp. 175, euro 15.

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