Arte

“Stati d’animo” tra il positivo e il negativo

Confesso di essere stato alquanto incerto se collocare la mostra “Stati d’animo”, ora al ferrarese Palazzo dei Diamanti, tra quei prodotti inutili e ripetitivi contro cui il duo Trione-Montanari ha tuonato in un pamphlet molto discusso, o se invece assolverla. A livello di contenuti stilistici, questa rassegna sfonda porte aperte, sia il Simbolismo sia il Futurismo, e soprattutto i rapporti dall’uno all’altro, sono stati studiati in tutti i sensi, esiste in proposito una imponente bibliografia, cui credo di aver recato qualche contributo io stesso. Però bisogna ammettere che a livello di spettacolo la presente rassegna risponde adeguatamente, a cominciare da un’ingegnosa invenzione per quanto concerne il corredo didattico, non affidato in esclusiva alla solita serie di pannelli a parete, ma anche a proiezioni sul pavimento che sfogliano, ad uso di visitatori pazienti, le pagine dei trattati di psicopatologia dell’epoca, addirittura in misura eccessiva, in quanto il problema principale degli artisti di allora fu di trovare le giuste vie per dare visibilità agli “stati d’animo” piuttosto che di affondare nella loro analisi. Ma è giusto e piacevole che a dominare le pareti sia, per così dire, il padrone di casa, Gaetano Previati, anche se la sua “ferraresità” non andò molto più in là del puro dato biografico, ed egli si recò a sviluppare il suo discorso innovativo a Milano. Ma certo è gradevole percorrere le tappe di un percorso per un verso molto coerente, per un altro caratterizzato da un dilatarsi, da un gonfiarsi successivo, come si gonfia una bolla d’aria, o quasi di sapone, che si ha paura di andare a toccare col rischio di vederla esplodere. C’è una sostanziale continuità, da quando Previati si fa erede degli Scapigliati, nel tracciare a tinte spumeggianti il dramma di Paolo e Francesca, alle incursioni così profetiche nei paradisi artificiali delle “Fumatrici di hascich”, accasciate, fantomatiche nel loro abbandonarsi con voluttà al vizio, fino alla manifestazione piena della “Maternità”, vasto telero che si espande gioioso sull’intera parete. Un altro bel vedere della mostra è pure dato dalla presenza di capolavori di Giovanni Segantini, anche se questi, in fondo, si chiudono in una loro preziosa, smaltata policromia, non aprendo a sviluppi successivi. Ci sono, seppure per rapidi cenni, tante altre presenze dovute. Forse non risulta abbastanza omaggiato il terzo grande della nostra pittura simbolista. Pellizza da Volpedo, che pure ha avuto il pregio di essere posto nella copertina del catalogo, con un dipinto, “Ricordi di un dolore”, senza dubbio delizioso e di grande sottigliezza, ma manchevole per almeno due versi ai fini stessi della mostra, in quanto dimostra come gli “stati d’animo” in oggetto fossero in definitiva molto domestici e sotto tono, e fosse ancora assente la componente sperimentale del divisionismo. Che è poi un difetto che si comunica alla discendenza futurista, su cui la mostra calca assai poco la mano, limitandola alle due salette che della suite di stanze dei Diamanti sono come una aggiunta minore e laterale, collegata attraverso un lungo corridoio. Vi domina Umberto Boccioni, proprio con l’eredità da Previati, manifestata attraverso il suo “Paolo e Francesca” che indica come, col primo Novecento, lo stile stia mutando, e la copia degli amanti ormai venga sciabolata, sagomata a colpi d’accetta. Del resto, è proprio con lui che “gli stati d’animo” trionfano, nei tre dipinti suggeriti dalla pur limitata occasione di una stazione ferroviaria, ma è anche un momento di somma audacia intuitiva, da parte del numero uno del Futurismo, nel fatale anno 1911, prima che il cammino suo e dei soci fosse attratto della lezione cubista, così poco confacente al loro procedere, mentre quei tre preziosi dipinti indicano quasi un salto con l’asta, la capacità misteriosa di andare a sintonizzarsi con l’Espressionismo astratto di Pollock, che arriverà solo nella seconda metà del Novecento. Invece l’asse Balla risulta poco sviluppto, per la ragione stessa che ridotto già in partenza era lo spazio assegnato al suo motore primo, a Pellizza e al suo divisionismo. E dunque Balla si deve accontentare di un dipinto, “Affetti” del 1910, alquanto tardivo, in cui l’artista dichiara però ancora una volta la sua partenza dal bianco e nero fotografico, ragione fondamentale del dualismo che lo ha reso sempre combattuto tra astrazione e iper-realismo. A conferma del ruolo privilegiato assegnato a Boccioni sta anche l’aver ottenuto dal MOMA un altro dipinto per intero dedicato a far esplodere uno stato d’animo, la “Risata”. Colpevole invece l’assenza, da questa sezione della mostra, di un proto-futurista come Romolo Romani, che di stati psichici si era nutrito davvero nelle caricature giovanili.
Stati d’animo, a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca e Maria Grazia Messina, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 10 giugno. Cat. Ferrara Arte.

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