Letteratura

Balestrini: rileggere “Vogliamo tutto”

Il 19 giugno scorso si è tenuto a Roma, Teatro Argentina, un gremito incontro per ricordare Nanni Balestrini, molto bene organizzato da Maria Teresa Carbone. Io ho avuto la ventura di parlare per primo, sia per la mia lunga amicizia con Nanni, sia per rispetto dell’ordine alfabetico. Vi ho svolto la mia consueta tesi, di un autore di ferrea coerenza in tutti i settori da lui frequentati, poesia, narrativa, organizzazione culturale, politica. Dopo di me, anche in questo caso per rispetto a un’anzianità di servizio, ha preso la parola Romano Luperini, che molto opportunamente ha portato l’attenzione su un aspetto specifico della produzione di Nanni, la narrativa, dichiarando a ragione che le si dovrebbe prestare più attenzione. Forse a indurre Luperini a questa sua affermazione ha agito la presenza di un personaggio eccezionale, Alfonso Natella, il protagonista proprio del principale prodotto narrativo balestriniano, il “Vogliamo tutto” del 1971. Natella evidentemente era compiaciuto dell’attenzione che così attirava su di sé da parte di tutti i presenti. E a completare l’importanza del momento veniva subito dopo l’intervento, se non sbaglio, di Paolo Virno, che in quegli anni era la voce di Potere operaio, nel cui nome si muoveva l’operaio al centro della vicenda del romanzo, e anche l’adesione politica di Nanni stesso, quell’opzione che poi lo avrebbe compromesso agli occhi delle forze dell’ordine inducendolo a una fuga in Francia, e nei modi, ricordati proprio da Virno, di un avventuroso passaggio della frontiera effettuato addirittura con gli sci attraverso un valico delle Alpi. Francamente nelle mie ricognizioni sull’attività narrativa di Balestrini, non mi sono mai soffermato proprio su “Vogliamo tutto”, o su prove simili che poi sono seguite in un fitto numero che comprende “I furiosi”, “Sandokan”, “L’editore”. Ho sempre preferito altri componimenti, come “La violenza illustrata”, e soprattutto “Tristano”, più centrali alla mia ipotesi di fondo, di uno scrittore che non lavora mai in proprio, ma sempre ritagliando storie, brani, spunti altrui, valendosi di un brillante intervento collagistico, fino agli esiti ultimi affidati alla possibilità combinatoria offerta dalla stampa digitale, capace di pubblicare storie variate all’infinito, e così trasmettendo anche a livello narrativo il metodo “aperto” e casuale inaugurato per la poesia fin dal lontano 1961, quando Nanni si era valso di un calcolatore dell’epoca. Ma in definitiva a prima vista anche questi romanzi ”lunghi” e con protagonisti che parlano in prima persona, possono essere fatti rientrare nel metro solito, ovvero Nanni non ruba la battuta alle sue creature, ma si insinua in loro, come una “cimice”, ne registra il libero flusso di pensieri e parole. Proviamo però a seguire la stimolazione che ci viene da Luperini, e dunque a esaminare con più attenzione questo prodotto, scavalcando anche l’aspetto più palese e scoperto, cioè la dichiarazione ideologica emessa da questo operaio in totale dissidenza con tutte le forme di lavoro quale si svolgeva, e si svolge tuttora, in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi regime, di statalismo rigido, come in Russia e in Cina, o in regime di neocapitalismo, o di socialismo democratico affidato a una timida e incerta copertura di welfare. Se si vuole, è quella estremistica proclamazione ideologica che proprio a un socialdemocratico come me riusciva di disturbo e mi faceva temere che Balestrini, in quel caso, cadesse nel reato stigmatizzato da Elio Vittorini, e cioè si prestasse, col suo anti-eroe, a “suonare il piffero alla rivoluzione”. Ma appunto, c’è un estremismo inconcludente, privo di sbocco, nella confessione di questo Alfonso, come di un malato che sa bene che non troverà mai riposo in alcun letto. Per lui ci vorrebbe una società utopica capace di eliminare totalmente la fatica del lavoro, da cui derivano tutti i guai, gli ostacoli, le sopraffazioni che il lungo sproloquio a ruota libera di questa vittima designata ci snocciola, perfino con compiacimento per la sua consapevolezza di non poter giungere ad alcun esito positivo. E allora, diciamo la parola, attraverso questa distruzione metodica, questa sfida universale ad ogni possibilità di un porto, di una qualche soluzione, il tono si fa molto simile a quello di un grande in assoluto della narrativa novecentesca, Ferdinad Céline. In definitiva, Alfonso raggiunge il nichilismo spropositato, inguaribile, cronico del protagonista dei due capolavori celiniani, il “Voyage au bout de la nuit” e il “Mort á crèdit”. Anche col relativo esito di uno zero assoluto, di un anarchismo totale, privo di compensi, e quindi, come purtroppo capitò proprio a Céline, aperto anche alle svolte più pericolose. Ma rimaniamo per il momento sul piano stilistico, riconoscendo che a questo modo Nanni raggiunge una specie di primato sui compagni di squadra. Al confronto di questo suo procedere con passo sicuro, metodico le prove di Sanguineti e di Porta, gli unici che potevano fargli concorrenza, appaiono più provvisorie e discontinue, cosa di cui gli autori stessi si sono accorti, in definitiva cessando dal prodursi anche in prosa e rinchiudendosi nell’esercizio, certo magistrale, della poesia. Del resto, c’è una qualche affinità tra questa notte buia in cui Alfonso dichiara di essere immerso senza uscita, e l’onirismo in definitiva anch’esso errabondo e sconclusionato del “Capriccio italiano” sanguinetiano. E si potrebbe anche correre in avanti, arrivare a Gianni Celati e al suo giovanotto un po’ giù di testa che si confida a noi in una lunga sequenza di passi falsi, smarrimenti, equivoci, anche in quel caso senza uscita. E dunque, ha ragione Luperini, riapriamo i conti sul Balestrini narratore accordandogli molto di più, e soprattutto con motivazioni più vaste, di quanto non si sia fatto fin qui, anche da parte mia.

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