Letteratura

Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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