Letteratura

Carofiglio e De Giovanni: il freddo e il caldo

Continua implacabile l’invasione del “giallo”, sia in soluzione cartacea, sia in immagini elettroniche, per quella fusione di cui ho parlato nella mia recente “Mappa per le arti in età digitale”. Nulla di nuovo sotto le stelle, invasioni del genere sono già avvenute nei secoli, si pensi all’epopea del genere cavalleresco, contro cui ha reagito il Don Chisciotte di Cervantes, o i feuilleton ottocenteschi, in parte accolti e in parte contrastati dal genio di Balzac. Ora chi ci salverà da questa inondazione? Un Cavazzoni, un Veronesi, un Benni? Ma al momento parliamo di due dei più consistenti eredi di Camilleri, senza dubbio il numero uno di questa pletora, cioè Gianrico Carofglio e Maurizio De Giovanni. Su entrambi mi sono già espresso tra il consenso e il dissenso, per esempio di Carofiglio ho stroncato, sull’”Immaginazione”, un suo troppo pretenziosi “il silenzio dell’onda”, mentre in seguito ho lodato nella medesima sede “L’estate fredda”, più vicina alla sua storia di magistrato, portato quindi alla cautela, al senso della misura, al rispetto delle procedure giuridiche. Il che trova conferma nella recente “Misura del tempo”, con titolo però un po’ troppo enfatico, anche se, a conti fatti, e riportato a un’accezione tecnica, di menzione dei tempi di un alibi, potrebbe apparire giustificato. Purtroppo c’è una componente da espungere mentalmente, in quanto, di nuovo, impostata su un moto passionale, che è quanto il circospetto Caroflglio dovrebbe evitare. E’ la lunga serie di capitoli riguardanti un amore dei tempi passati, Lorenza. La presenza di un protagonista femminile è un po’ il tallone d’Achille dei nostri giallisti, a cominciare dallo stesso Camilleri, con quelle insopportabili parentesi tra il commissario Montalbano e il suo “amor di terra lontana” che di tanto in tanto viene a guastare il piacere della sequenza dei fatti. Qui a dire il vero c’è una motivazione strumentale, in quanto Lorenza si ricorda di quella passione arrugginita quando l’ amato figlio, Jacopo, viene arrestato con l’accusa di aver sparato a un losco individuo, suo procacciatore di droga. Il protagonista, da buon samaritano che intende espiare la sua trascuranza verso quella lontana fiamma, accetta seppur restio il compito di assumere la difesa dell’accusato, e si impegna del suo meglio per tentare di scagionarlo, benché l’imputato risulti un troppo facile bersaglio per la giustizia. Jacopo infatti aveva litigato in presenza di testimoni con quel brutto figuro. Però, a suo scapito, c’erano due fatti sicuri, che subito arrestato dalla polizia, aveva ammesso di essere stato in visita a quel delinquente, ma lasciandolo in vita, e dunque manifestando una autentica sorpresa quando gliene viene comunicata la notizia del decesso. Inoltre la prova della presenza di polvere da sparo non dà esito positivo sulla sua pelle, mentre ne risulta impregnato un giubbotto indossato anche al presente. Il buon senso vorrebbe che un assassino, tanto avveduto da liberarsi di ogni traccia dello sparo sul proprio corpo, si guardi bene dall’andare in giro con un capo di abbigliamento recante allo scoperto i sentori della deflagrazione, cui riesce a dare oltretutto una spiegazione logica, in quanto impegnato nei giorni precedenti in esercizi di tiro a segno Su queste incongruenze insiste il nostro avvocato, ma la magistratura non molla la presa, e dunque il figlio della donna amata sarà condannato, in prima seduta, e anche in appello. Carofiglio, sempre prudente e circospetto, o appunto “freddo” nelle sue procedure, non vuole rendere la vita facile e di pronto successo al suo alter ego, si dovrà attendere a questo proposito la cassazione, e qui termino il mio resoconto per rispettare una norma elementare vigente a tutela delle buone regole del giallo.
Passo ora a esaminare un recente prodotto di De Giovanni, “Nozze”, appartenente alla fortunata serie dei Bastardi di Pizzofalcone, salutata da un buon successo nella versione televisiva, che voglio sperare si impadronisca pure di questa ennesima avventura. Se Carofiglio è freddo, De Giovanni è caldo, emotivo, passionale perfino troppo, qualche volta in eccesso, infatti mi è capitato di infliggergli un “pollice verso” a proposito del “Purgatorio dell’Angelo”, legato alla serie a mio avviso non felice affidata al commissario Ricciardi, mentre i Bastardi di Pizzofalcone costituiscono una allegra brigata, dove fra l’altro, dato il numero dei componenti e la molteplicità delle situazioni familiari, i sentimenti si compensano e si rendono sopportabili. C’è un filo che congiunge i due romanzi, il Nostro sembra attratto dagli anfratti della costa napoletana, luoghi ottimali per farvi trovare dei cadaveri, vittime di oscuri delitti. In questo caso si tratta di tale Francesca Valletta, creatura in apparenza portatrice di ogni virtù, e oltretutto in procinto di sposarsi, con un bravo giovane, frutto intatto anche se proveniente da una famiglia, i Sorbo, legata alla più tenebrosa camorra. La vittima viene trovata ignuda, mentre l’abito da sposa galleggia nell’acqua, e sul corpo, ucciso da una stilettata, ci sono pure gli altri oggetti simbolici che secondo la tradizione partenopea devono accompagnare il corredo della sposa, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu. De Giovanni ci prende per i fondelli lasciando in sospeso gli oscuri motivi che avrebbero spinto questa immacolata giovane a premere sul fidanzato per affrettare le nozze, in un ingrato mese di febbraio, mentre verrà fuori la più naturale motivazione, che lei è incinta e dunque bisogna affrettare la legittimazione del nascituro. Ma chi è il padre? C’è un cugino che sembra prestarsi a meraviglia a un simile ruolo, fino a farne anche un naturale sospetto dell’omicidio, provocato dal tradimento che la ragazza era in procinto di compiere a suo danno convolando a nozze con altro soggetto. Anche in questo caso mi fermo, per rispettare le regole del giallo, anche se devo ammettere che la soluzione è ingegnosa, consiste in uno sdoppiamento della presenza di un oggetto blu nel corredo obbligatorio di una maritanda. Ma il blu, sotto forma di un mazzo di fiori, era stato lasciato a casa della vittima, e dunque il nastro di quel colore che galleggia assieme al candido abito nuziale ha altra origine, questa la chiave, in linea con i clic intuitivi che caratterizzano le soluzioni dei grandi investigatori della tradizione. Una nota cromatica, una cupa vicenda sentimentale, dominano il racconto di De Giovanni, e non l’arido computo dei tempi di un alibi, cui invece si attiene il freddo Carofiglio.
Gianrico Carofiglip, La misura del tempo. Einaudi stile libero, pp. 281, euro 18. Maurizio De Giovanni, Nozze, Einaudi stile libero, pp. 261, euro 18,50.

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