Arte

Charles Pollock, stessi geni di Jackson, ma non genio

La veneziana Peggy Guggenheim Collection, nella sede di Ca’ Venier, ci invita a una retrospettiva di Charles Pollock, 1902-1986, molto utile perché vi apprendiamo cose forse non di pubblico dominio. Charles era il primogenito di cinque fratelli tra cui il celeberrimo Jackson, venuto dieci anni dopo, è ovviamente il più celebre e ben noto. Ma purtroppo i “geni”, intesi come il plurale di “gene”, non hanno nulla a che fare col genio, e dunque i due Pollock di geni in comune, nel primo senso, ne avevano tanti, a cominciare dalla fisionomia. In mostra infatti e in catalogo compare una foto di Charles, eseguita durante un suo soggiorno romano, a otto anni dalla scomparsa del fratello, in cui sembra quasi di vedere quest’ultimo redivivo, solo con lineamenti più fermi e sicuri di sé, laddove il cucciolo di famiglia ci è sempre apparso tormentato, crucciato. Ma di genio Charles ne ebbe poco, anche se le rispettive vite si svolsero in un sostanziale parallelismo, anzi, forse toccò al maggiore prendere per mano il minore e fargli compiere i passi principali delle rispettive carriere, ma dobbiamo insistere sul solito tasto. Dove il percorso di Charles rivela buona volontà, diligenza di esecuzione, pulizia mentale, l’altro invece abbatte le dighe, procede con zampate furiose. Prima tappa comune, l’incontro con Thomas Hart Benton, il rappresentante del regionalismo statunitense, del tutto immune dai lieviti provenienti dalle avanguardie europee, intento a tracciare la cronaca di tanti fatterelli locali, con alacre spirito aneddotico. Ma appunto Charles sgrana ancor più le figure, le spacchetta, per così dire, mentre Jackson le spinge a un abbraccio, a una fusione reciproca. Poi ancora, spostandosi verso Est e marciando su New York, entrambi, negli anni Trenta, incontrano la benemerita Works Progess Administration lanciata dal presidente Roosvelt, una grande iniziativa rientrante nel new deal, nei rimedi promossi contro la disoccupazione in ogni settore, che per l’arte prevedeva il finanziamento di grandi murali, sulla scorta del muralismo messicano. Un progetto illuminato, di cui si dovrebbe ricordare il nostro ministro Franceschini, invece che impegnarsi in pedanti operazioni burocratiche di ridistribuzione di titoli tra le varie pinacoteche italiane. Ancora una volta i due insieme avevano apprezzato il grande esempio di Orozco, ma al solito Charles scioglieva, distendeva, quanto invece il fratello più dinamico aggrovigliava, stringeva in nodi unitari. Ma soprattutto, quest’ultimo riuscì ad abbeverarsi alla lezione più incalzante e trascinante degli artisti europei, al surrealismo di Masson, Mirò, Ernst, volto già a fare le prime prove in direzione di una gestualità risentita, e ci stava anche l’influsso del Picasso più barbarico e aggressivo. Invece, se Charles guardava verso l’Europa, era semmai per rubare le mosse pur sempre pausate e calligrafiche dell’”Ecole française”, diciamo tra Bissière, Singier e altre cose simili. Insomma, egli non confluì in una evidente Scuola di New York, non ne ebbe mai la tessera ad honorem, e anzi, in qualche misura ne rifuggì, sentendosi attratto da soluzioni più pacate quali venivano proprio coltivate al di qua dell’Atlantico. Nella sua esistenza, sicuramente più saggia e meglio amministrata rispetto al fratello, che non per nulla sarebbe scomparso immaturamente, Charles soggiornò a lungo sia a Roma sia a Parigi, dove addirittura spense i suoi giorni, e dunque condusse una specie di inversione delle parti, mentre cioè da noi, ad anni Cinquanta inoltrati, giungeva, sconvolgente e provocatoria, la lezione di Jackson, assieme quella degli altri rappresentanti della Scuola di New York, lui aderì, nell’Urbe, alle mosse più sciolte e tranquille di un Dorazio, o comunque di un astrattismo molto regolare, a maglie larghe, ben lontano, per esempio, dall’inserimento delle materie brute che da parte di Alberto Burri erano impiegate per mettere in crisi certe gabbie geometriche altrimenti troppo tranquille, come lo erano in quello yankee in fuga dai furori patrii, forse perché da lui avvertiti come arrischiati ed estremisti in eccesso. Tanto che, semmai, egli si poteva riconciliare con la madre patria quando anche sulla scena di New York, spentisi i sussulti della stagione dell’Espressionsmo astratto, il panorama si distendeva in una nuova astrazione, come promossa per esempio da Morris Louis. Che era quasi un modo a posteriori, circa un ventennio dopo, di prendere le distanze da quel fratello a lui accomunato da tanti “geni”, ma distanziato dall’aver portato la croce di un “genio” scomodo e incontenibile.
Charles Pollock, a cura di Philip Rylands, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, fino al 14 settembre, cat. Marsilio.

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