Arte

Chiari, la musica come alfa e omega

Ricevo dall’editore Prearo il volume “Musica Madre”, dedicato a Giuseppe Chiari, il che mi fornisce una ottima occasione per rendere un rapido omaggio a questo straordinario protagonista delle neoavanguardie, per tutta la metà del secolo scorso (1926-2007). Tutti sanno bene che egli è stato uno dei maggiori e più coerenti eredi di John Cage, cioè di colui che, come una potente graffa, ha “compiegato” tra loro le due metà del secolo. Basta scorrere il curriculum di Chiari per vederlo presente a tutti i migliori appuntamenti dagli anni ’60 in su: Fluxus, con accanto Charlotte Moorman, e per l’Italia, il fiorentino Gruppo 70, le comparse su “Marcatré”, la rivista che fu l’alter ego del “Verri”. Presente fra l’altro al mitico incontro palermitano del ’63, dedicato alla musica d’avanguardia, capace di partorire a latere il nostro Gruppo 63, e così via. Scorrendo le pagine di questa monografia, si distinguono con tutta evidenza i tre gruppi di interventi con cui Chiari svolse il suo esercizio allargato, transfuga, eversivo dell’arte detta della musica, portandola a tracimare da ogni possibile argine. Viene prima di tutto l’aggressione addirittura fisica portata agli strumenti tipici di quella musa, a cominciare dal pianoforte, preso a martellate, distrutto dalle fondamenta. O, in alternativa, si aveva il suo sostare in muto, quasi impotente raccoglimento davanti allo strumento, a simulare una mancanza, o una vana attesa di ispirazione, ben sapendo che questa non sarebbe arrivata, o caso mai sarebbe stata bloccata sul nascere. Si sa che poi nei secoli la musica aveva saputo trasferirsi dall’uso di strumenti acustici alle annotazioni grafiche, praticando un deciso salto dimensionale. Già le prime avanguardie avevano ampliato e rinnovato i vari sistemi di annotazione, ma ovviamente anche in questo ambito occorreva dare fuoco alle polveri, cioè condurre ogni possibile offesa alla sacralità della trascrizione musicale, costellando il foglio di macchie, di sgorbi, di interventi incongrui, quasi inseguendo la medesima libertà che da tempo si erano date le arti visive, fino magari a fare concorrenza alle cancellature di Isgrò, ma senza il metodo regolare, quasi burocratico, di questo compagno di via. Infatti la prima molla ispiratrice di tutto il lavoro compositivo di Chiari è stato il fare sfoggio della massima libertà, o anarchia, o sregolatezza, o di un sistematico “rompete le righe”, in tutti i sensi, anche letterali. Oppure no, dopo aver tanto manovrato con il pennarello, o con sgorbi e cancellature, un ordine se lo è dato, il nostro distruttore, assumendo una scrittura a lettere maiuscole, curando una volta tanto la leggibilità dei versetti che andava compitando. Questo fu quando assunse la divisa del “concettuale”, occorreva cioè che il “significante” si neutralizzasse il più possibile, si facesse trasparente, per permettere di leggere certe massime, certi versetti, come di una Bibbia rinnovata, il cui fine principale era di predicare l’infinita estensibilità del continente musica, assieme alla sua facilità. In questo si dava una stretta rispondenza tra il Nostro e Ben Vautier, col suo motto-base secondo cui “l’art est facil”. Si vadano a leggere, questi versetti, stesi con la diligenza di uno scolaretto, su foglietti con i margini traforati, come di bloc notes pronti per essere staccati dalla matrice. Basta andare a leggere i primi di questi versetti per intenderne tutta la portata, l’intento di fare della musica un’esperienza alla portata di tutti: “Poi la musica brutta diverrà bella un giorno, improvvisamente”, oppure: “La musica non è un oggetto filosofico è un oggetto quotidiano reale”.
Voglio chiudere questo breve, senza dubbio insufficiente elogio alla memoria di Chiari ricordando un mio incontro diretto con la sua inesauribile fucina. O meglio, no, a un certo punto egli si era reso conto di aver superato ogni paletto, bruciato ogni limite, e dunque si era messo a praticare una specie di ora zero, di vuoto assoluto, lasciando ai presenti il piacere e dovere di animarlo. Mi ricordo una sua prestazione alla Galleria Duemila di Bologna, che per tutti gli anni ’60 e ’70 è stata nella città felsinea la trincea più avanzata della sperimentazione. Chiari si è messo al tavolo rivolgendosi al pubblico e chiedendogli che volesse animare quel vuoto, quel silenzio ponendogli ogni possibile domanda. Era come invertire la direzione degli strumenti musicali, affidarli agli ascoltatori, intimando che ormai fossero loro stessi a emettere rumori, suoni, provocazioni.
Giuseppe Chiari, Musica Madre, a cura di G. Bonomo, C. Cerritelli, G. De Simone, T. Trini, G. Verzotti. Prearo editore, pp. 221, euro 40.

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