Attualità

Dom. 15-8-20 ( Da Milano)

Vedo con molto dolore la decadenza dell’”Espresso”, ormai ridotto a inserto gratuito dentro “La repubblica”, che lo ha svuotato di quasi tutte le rubriche culturali, ormai assegnate all’inserto culturalmente più cospicuo “Robinson”. E pensare che un tempo quel settimanale, anche per i vari aspetti culturali, era prestigioso e seguito, io stesso ne ho approfittato collaborando, dal 1974 al 2000, alla rubrica dell’arte, da solo o avendo partner più importanti di me come Argan e Calvesi. Anche se proprio la rilevanza di quella rubrica, nel mio laborioso percorso, aveva fatto pendere la bilancia a favore del mio volto di critico d’arte, a detrimento di altri miei aspetti. Ma un brutto giorno sono stato licenziato, da un direttore puramente di transito, un tale Giulio Anselmi, poi andato a intristire alla direzione dell’Ansa. Mi era stato detto che potevo rimanere tranquillo, in quanto si trattava appunto di un direttore effimero, ma invece, forse proprio per contrastare a una simile diceria, Anselmi si mise a licenziare, facendo subito una vittima illustre in Antonio Gambino, co-fondatore del settimanale, compagno di strada di Eugenio Scalfari. E poi venne la mia liquidazione a favore di Germano Celant, senz’altro su comando di qualcuno, dato che io suggerii al nuovo capo di adottare anche in quel caso il ritmo quindicinale che già esisteva tra Eco e Scalfari. E lui non aveva affatto respinto una simile ipotesi, aveva solo chiesto due settimane per pensarci, il che a mio avviso voleva dire che doveva riferire a chi gli aveva dato ordine di liquidarmi a favore di Celant. Ho colto da qualcuno l’ipotesi che quell’imposizione venisse da Prada, di cui Celant era il braccio esecutivo a livello d‘arte, con minaccia di togliere la pubblicità al giornale se una tale richiesta non fosse stata esaudita. Negli ultimi tempi, ovviamente, il mio rammarico per l’espulsione si era attenuato, vista la riduzione progressiva che era stata inflitta alla presenza del magno Celant, per poi sparire del tutto. Ora l’”Espresso” è una specie di bollettino privato di Marco da Milano, in cui lui si estenua nella vana lamentela che la sinistra non c’è più, che le cose non vanno, alla maniera di Gino Bartali che diceva “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”. In ciò è spalleggiato dal collaboratore numero uno, da quel Massimo Cacciari che con estrema impudenza si qualifica “filosofo”. Come se invece non dovessimo ringraziare il cielo che ci ha dato l’unico governo possibile, a rimedio di guai ben maggiori. Questa alleanza giallo-rossa, dovuta alla chiaroveggenza di Grillo e Renzi, il diavolo e l’acqua santa, si stabiliscano i rispettivi ruoli come si vuole, comunque ha posto rimedio al male estremo di un pavido presidente della Repubblica che per paura di mandarci a nuove elezioni, due anni fa, aveva atteso con indebita pazienza che nascesse l’ircocervo giallo-verde, cosa, ho detto ripetutamente, da dovergli provocare una mozione di empeachment. Ora per fortuna, in barba ai predicozzi della coppia Cacciari-Da Milano, questo connubio, senza dubbio incerto, traballante, zoppicante, però procede. E si intravedono alcuni punti d’arrivo, come l’elezione del nuovo Presidente, speriamo meno acquiescente e incerto di Mattarella, e le politiche tra tre anni, in vista delle quali senza dubbio ci sarà da riflettere e discutere.

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