Letteratura

Fascino, ma con trucco, della narrativa di King

Ancora una volta sono stato trascinato alla lettura avida, incessante dell’ultimo edificio eretto da quel narratore infaticabile che è Stephen King, su cui mi ero già inrattenuto non molte domeniche fa a proposito di due sue precedenti imprese, sempre con diagnosi tra l’ammirato e un qualche senso di delusione, per le soluzioni finali, che non possono mancare di rivelare il trucco, l’inganno, come è inevitabile quando si fa ricorso alla fantascienza. Ma forse è nel DNA della narrativa, se intende essere popolare, dover far ricorso a qualche marchingegno, a qualche motivo di trama alquanto grossolano, tale da recare offesa a una piatta verosimiglianza. Forse che un effetto del genere non è capitato anche a grandi narratori al di sopra di ogni sospetto come Balcac, Dickens, Dostoevsij? Occorre andare a vedere il rapportomesso in atto tra quanto segue tutto sommato le buon regole di una qualche verosimiglianza e invece quanto pertiene all’intervento di un “deus ex machina”, di un qualche asso nella manica. Un rapporto che non è stato tra i più felici, proprio nei due romanzi esaminati tempo fa. Se si parla delle “Bellezze addormentate”, mirabile era l’invenzione di quell’epidemia inedita che coglieva appunto le belle donne avvolgendone in una soffice matassa e sottraendole alla nostra scena. Ma poi, diciamolo pure, King non sapeva che farsene di quei tanti bozzoli quasi di bambagia, destinati a gremire un aldilà difficile da manovrare, Quanto all’”Outsider”, per rifarmi a un romanzo successivo, forse in quell’occasione l’autore ha preteso un po’ troppo di sollecitare gli interventi arcani della telepatia e di altre forze incognite legate in qualche modo allo spiritismo. Queste ci sono, eccome, anche nel nuovo nato, ma abbastanza bilanciate da una dote che King possiede a meraviglia, la capacità di muoversi nell’enorme corpo degli “States” andando a frugarei negli angoli più remoti e sprovvisti di un qualche fascino. Una virtù che condivide con quella di un regista del suo calibro che gli può essere associato, Hitchcock, col che accenno subito al fenomeno ineludibile e fondamentale del “feed back” continuo, tra la narrazione cartacea e la sua consorella filmica. Il che in definitiva sta alla base delle creazioni di King, con puntuale psasaggio dall’uno all’altro versante dell’invenzione narratologica. Dunque, anche in questo caso si parte da un angolo remoto e marginale degli States, che suppongo perfino molti lettori statunitensi non avevano mai sentito nominare in precedenza, ammesso che esso esiste davvero, sarebbe una sperduta loclità nel South Carolina, Du Pray, villaggio di poche anime, in cui, per puro caso, goiunge un giovanotto dai pronti riflessi, tale Tim Jamieson, accettando di risiedervi per qualche tempo e si svolgervi un’attività di poliziotto, di rincalzo, mal pagato, ai margini della società. Ma, come ogni lettore intuisce prontamente, sarà lui il buono e bravo della situazione, l’’angelo custode chiamato a salvare gli innocenti, tribolati e insidiati. Come è proprio la condizione del vero protagonista, Luke Ellis, un dodicenne che è un enfant prodige, desinato a una carriera prodigiosa nelle scienze matematiche, e forse pure dotato di poteri extrasensoriali, su cui beninteso l’autore non può precisare troppo, dato che questa è proprio l’area “out of bounds”, dove si tengono giochi, affari, misteri negati ai comuni mortali. Ma c’è una società segreta che intende sfruttare i fanciulli provvisti di queste doti, e ne fa razzia sistematica, andando a sottrarli alle famiglie dove vivono tranquillamente, non evitando di sopprimere in malo modo i genitori. In merito si dà un evidente “feed back” col film, con protagonista uno straordinario Robert Redford, “I tre giorni del condor”. Il nucleo centrale del romanzo è dedicato al lungo soggiorno cui Luke, assieme a una schiera di infelici coetanei come lui superdotati, è costretto a trascorrere in un luogo concentrazionario, in un carcere ispirato a tutti i più avanzati criteri tecnologici, ai più raffinati, sadici, ma anche sottili, perversi strumenti di tortura che valgono per condizionare corpi e menti degli infelici prigionieri. Sono pagine e pagine colme di orrori, ma sapientemente tenuti a freno. In definitiva i carcerieri fanno al tradizioinale sistema detto del bastone e della carota, pronti a infiggere colpi crudeli, ma anche concedere premi di consolazione sotto forma di pranzetti abbastanza raffinati e di altri conforti. Gli adolescenti sequestrati si agitano in questa sorta di castello ariostesco a porte chiuse, su cui peraltro incombe il presentimento che, tutto sommato, la sosta in quella Prima Casa, in quell’anticamera di quanto li attenderà a un passo successivo, sia ancora sopportabile. Alla base dell’operazione, naturalmente, ci sta un’organizzazione non priva di buoni intendimenti, una sorta di CIA o di altro ente intergovernativo, deciso a sfruttare i poteri eccezionali di quei ragazzini dirigendoli a far morire in incidenti stradali o aerei taluni personaggi negativi, che potrebbero essere fatali per le sorti dell’umanità. Insomma, quelle nequizie, quelle prevaricazioni condotte sui poveri fanciulli sono a fin di bene, ma rispondono anche al detto che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. In sostanza, quei genietti in nuce vengono spremuti come limoni per ricavarne certi effetti mortali che riescono a esercitare per via telepatica, dopodiché vengono gettati via nella spazzatura. Unica speranza di salvezza, tentare la fuga, nel che King rientra nella pratica di virtù normali, di buona verosimiglianza narrativa, pronto a sfruttare la mirabile eredità che in materia del genere, fughe avventurose nei boschi, passaggi di frotuna, attraversamenti di bracci d’acqua, gli cosente la ricca tradizione statunitense, da Mark Twain a Jack London allo stesso Hemigwaiìy, senza trascurare i passi di uguale natura provenienti da certi cugini inglesi come Kipling. La sequenza che vede Luke fuggire, in modi del tutto naturali, fin troppo, appena scavando un buco in una siepe, e poi arrampicandosi su vagoni di treno, e finendo proprio in quel buco remoto che è Du Pray, ci prende, ci conquista per la sua lucida sequenza. Tutto a posto, un passo dopo l’altro, fino a ritrovare il bravo poliziotto che se ne sta quasi in attesa di quel fuggitivo per proteggerlo dalla caccia spietata che la squadra dei carcerieri intraprende subito, avvalendosi di mezzi straordinari. In quella remota landa si svolgerà una sparatoria in cui King ritrova tutte il ben noto repertorio che si conviene al filone dei western, che del resto non è neppure disprezzato, sempre a stare all’ industriosa coabitazione delle due vie della narrativa contemporanee, dai film di Tarantino. Già abbiamo detto della corrispondenza tra questa impresa cartacea e i “Tre giorni del condor”. Anche qui, alla fine di tutto, quando Luke è definitivamente in salvo e la banda dei “cattivi “ risulta sgominata, compare il deus ex machina, il committente finale, il capobanda, che si presenta, come vuole il “bon ton” attuale, esteso fino a Satana, in panni dimessi, in blue jeans, e perfino con un nome del tutto anonimo, William Smith, pronto però a fare la morale. Non si illudano i buoni di aver vinto, anzi, non sanno che involontariamente hanno danneggiato una macchina mondiale intenta a fare il bene comune, pur attraverso forme di orribile malvagità. Ma il finale vede un divorzio, nel film il “missus dominicus”, che per qualche servizio segreto più o meno ufficiale interviene per far comprendere al personaggio interpretato da Redford l’inutilità della sua rivolta, a fargli comprendere che prima o poi egli è destinato a perire, a restare pure lui vittima di quegli stessi meccanismi che ha preteso di violare. King è più magnanimo, i predicozzi del quasi anonimo Smith, ovvero dell’Istituto, in tutta la sua imponderabile maestosità, vengono respinti, sventati, rimandati al mittente, dalla fragile ma tenace “congiura degli innocenti”. I buoni per il momento vincono sul cattivo, ma fino a quando l’’intraprendente narratore sarà disposto a lascargli le briglie sciolte sul collo?
Stephen King, L’istituto, Sperling & Kupfer, pp. 563, euro 21,90.

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