Arte

Ghiglia, un protagonista del primo Novecento

Attualmente Giuliano Matteucci è il miglior conoscitore del fenomeno dei Macchiaioli, da lui controllato da molti punti di vista: come collezionista e gallerista, il che gli consente di possederne molti capolavori, come mercante, con l’aiuto di luoghi espositivi sia nella sua città, Viareggio, sia a Cortina d’Ampezzo, dove dispone di due sedi dette delle “Muse”, sia anche, infine, come valido studioso, cui si deve fra l’altro un eccellente catalogo ragionato di uno dei protagonisti di quel gruppo, Silvestro Lega. La sua attenzione lo induce ad allargare l’interesse e a spingerlo anche oltre i confini cronologici dei Macchiaioli propriamente detti, fino a sostenerne dei prolungamenti o proiezioni in avanti, tra cui soprattutto Oscar Ghiglia, artista nato una generazione o due dopo i padri fondatori (1876-19459), quindi venuto a colludere con l’ondata dei protagonisti del primo Novecento. Da tempo Matteucci era pronto a trasmettere ad altri questa sua conoscenza e stima per Ghiglia, tanto che nell’ormai lontano 1974 ne aveva suggerito una mostra a un collega di Bologna, Paolo Stivani, simile a lui per vari aspetti e tentato di aprire a sua volta una galleria nella città petroniana. In quell’occasione fui invitato a stendere una introduzione in catalogo, e così, il mio apprezzamento per l’artista toscano è ormai di vecchia data, di quasi mezzo secolo fa. Ora Matteucci, che si è dotato a Viareggio di un Centro o Fondazione, con il valido aiuto di figlie e generi, ripropone l’artista in una ampia retrospettiva, fornendomi quindi uno stimolo per un muovo intervento.
Si tratta di un artista appartenente a quella fascia, abbastanza trascurata, che in stretta collaborazione con mia moglie Alessandra Borgogelli ho raccolto all’insegna di un espressionismo nostrano, anche se sparso in mille centri, come è nel destino delle nostre cose. Ma forse il termine più calzante è quello di sintetismo. Ghiglia intese bene come il secolo nuovo pretendesse che la pittura si “cagliasse”, si rapprendesse, stringendo le deliziose annotazioni sparse degli Impressionisti di ogni parte del mondo Occidentale, di cui, questo un altro dei miei chiodi fissi, i Macchiaioli furono esponenti di prima fila. In tal modo, e proprio in nome della sintesi, Ghiglia è andato a coprire il settore da mettere all’insegna di un espressionismo, o di un “fauvisme” nostrani, autoctoni, senza dubbio “provinciali” nei modi e nei temi, ma non meno efficaci di altri più titolati che sono appartenuti a piazze straniere più considerate. Del resto, in questo procedere sintetico, per masse, accorpando le figure, nutrendole di densi impasti cromatici, Ghiglia era fedele alla lezione che aveva fatto a tempo a ricevere dal grande Fattori, frequentandone, nei primi anni del Novecento, la Scuola del nudo, e dunque si verifica in lui un tramando, anche se il subentrante fu sempre restio ad ammettere la filiazione, temeva che, se pubblicamente dichiarata, gli togliesse uno spazio di manovra e di riconoscimento. Ma a fare la differenza bastava la diversità dei temi, infatti il giovane adepto preferiva muoversi negli interni, in stanze ingombre di oggetti, pronti a gonfiarsi, a farsi panciuti proprio per il premere della materia, unificando nel trattamento sia le cose inanimate, sia le chiome, vesti, volti, degli abitanti di quei luoghi, il tutto come un vasaio, un vetraio, un confezionatore di giare o di orci pronti a risuonare se percossi al tatto, da qualcuno che ancora ne voglia mettere a prova la solidità. Infatti Il dato visivo, in Ghiglia, è strettamente imparentato a una sorta di prova tattile, si sente il bisogno di percuotere con le nocche quei muri solidi, spessi e risuonanti come ceramiche.
Se Fattori rappresentava il passato del nostro artista, fu pure accanto a lui, nella stessa Viareggio, una presenza carica di futuro, quella di Amedeo Modigliani, più giovane di otto anni. Vale la pena di insistere su una simile affinità, perché ne ricaviamo la prova che il grande Amedeo non se ne andò a Parigi del tutto nudo e crudo, ma al contrario già dotato, anche lui, di una solida capacità di stesure cromatiche, oltretutto già in buon grado sintetiche, tanto che non ebbe troppo bisogno di imparare la lezione da Cézanne e dai Cubisti, essendo già vaccinato in quella direzione. La differenza, tra chi era restato, come Ghiglia, tra le mura domestiche, e lo spavaldo espatriato, fu data dall’’incontro che Modigliani ebbe con Brancusi e con la sua raffinata stilizzazione, da cui trasse slancio per le figure che andava concependo, venendo anche indotto acondurre un viaggio a ritroso nel tempo, o nello spazio, verso le maschere negre, o verso i tipi estenuati dei Manieristi toscani. Nulla di tutto ciò in Ghiglia, appartenente, per dirla con Boccioni, a “quelli che restano”, ma coerente, tenace nel suo sintetismo, nella sua tessitura di spazi colmi, saturi, duri come tante formelle uscite da un forno, e pronte a essere incastrate assieme, a comporre un macro-mosaico.
Ghiglia. Classico e moderno, a cura del Centro Matteucci, Viareggio, fino al 4 novembre.

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