Letteratura

Per Alida Valli

Un tentativo di furto in uno studio che mi serve da deposito di libri e da laboratorio per il mio ritorno alla pittura mi ha obbligato a rientrare in fretta e furia in una Bologna deserta, con tutto chiuso, a patire il caldo, e a tentare una misera consolazione aggrappandomi allo zapping televisivo, funestato dal fatto che i vari Commissari Cordier e Ispettori Barnaby insistono a riproporsi in repliche senza fine. Ma fra tanta noia, mi ha risollevato il morale la programmazione del classico di Hitchcock, “Il caso Paradine”, del 1947, già visto in passato, ma quando si tratta di capolavori, “repetita iuvant”, soprattutto quando un film è dominato dalla radiosa epifania di una grande attrice come Alida Valli. Ebbene, sì, lo confesso, mi sono innamorato di lei, del suo fascino freddo e misterioso, come nel film avviene all’avvocato che tenta di assumerne la difesa, impersonato da un giusto Gregory Peck, perché molto umano e titubante, e d’improvviso colpito dalla sindrome di cui io sono stato lontano e misero epigono. Alida Valli è stata di gran lunga, in tutto il secondo Novecento, la nostra attrice più forte, più dotata, capace di sfidare le dive più memorabili dell’intero cast internazionale. Naturalmente, avendo deciso di parlarne in questa mia solitaria rubrica, in cui diviene possibile confessare perfino un innamoramento così balordo e fuori tempo, sono andato a consultare l’enciclopedia portatile di cui tutti oggi disponiamo, wikipedia, apprendendo che per quella parte il produttore Selznick aveva pensato addirittura a Greta Garbo, trovandola però indisponibile per precedenti impegni. Perfetto, la nostra Valli merita di essere considerata a tutti gli effetti una degna erede della divina Garbo. Allo stesso modo per la parte dell’avvocato difensore il produttore Selznick aveva puntato in alto, pensando a Lawrence Olivier, ma anche il grande attore inglese era risultato impegnato altrove, il che è stata una fortuna, un attore marmoreo come lui avrebbe reso difficile il ruolo di trepido amante, assunto invece dal più dubbioso e incerto Peck. Ma lei è sublime, murata in una corazza di nobiltà, acquisita malgrado la bassa provenienza sociale, decisa a difendere coi denti la sua privacy, e l’amore disperato che l’aveva avvinta al giovane attendente del marito, parte sostenuta molto bene da Louis Jourdan. Nessun tremore, nessun dubbio in lei, ma un atteggiamento di sfida totale contro tutto e tutti, con la maschera della gran dama, conquistata attraverso anni di sacrificio alle costole di un marito anziano e cieco, tollerato come “pis aller”, con l’unico sollievo dell’avventura erotica col bell’attendente. In questo dramma si respira la stessa aria di mali estremi, di sorti sull’orlo del baratro che si trova nel capolavoro di Emily Bronte, “Cime tempestose”. La grande signora fissa i paletti per la propria difesa che il suo patrocinatore non dovrà superare: non coinvolgere, non gettare il sospetto sul giovane. Ma il difensore non può fare altro, inducendo il malcapitato, affranto dalla coscienza di aver tradito il suo signore, a commettere suicidio. Viene così meno l’ancora di salvezza, la via di fuga che la signora Paradine sperava di essersi costruita, non le resta che assumere un ruolo tragico, ammettere il delitto e andare impavida verso la forca.
La grandezza di Alida Valli si misura anche da questo destino, ripreso in altri film celebri, di non chiedere per sé grazia, perdono, compassione, ma di procedere solitaria, orgogliosa, fino al termine della notte. E’ quanto avviene in un altro capolavoro, “Il terzo uomo”, il film del regista Carol Reed, in cui a dire il vero compare un degno comprimario di lei, un Orson Welles che sa essere superbo campione del male assoluto, spingendosi fino a una morte spettacolare, da autentico dannato che trova nelle fogne il suo inferno. In questo caso la donna è indenne da colpe particolari, ma non vuole compensi, misericordia, comprensione, intraprende ancora una volta un orgoglioso viaggio verso il nulla che ne esalta la forza espressiva.
Nell’occasione non posso non menzionare un terzo capolavoro, “Senso” di Visconti, del 1954, che curiosamente ha tanti punti di contatto col Caso Paradine. Anche là c’è una dama di alta caratura, che però cede a un amore di bassa lega, da cui è spinta a commettere ogni possibile crimine. In questo caso, non c’è punizione per il personaggio interpretato dalla Valli, se non l’affondare nell’abiezione, nel pentimento per le orrende azioni cui si è data. Senza dubbio buoni studiosi di storia del cinema saprebbero menzionare tanti altri titoli di merito della nostra attrice, a me basta emettere questo curioso, solitario, risibile grido d’amore a distanza.

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