Arte

Gormley dal pieno al vuoto

Il fiorentino Forte del Belvedere conferma la bella tradizione di fornire il miglior palcoscenico ai maggiori scultori internazionali consentendogli di accamparsi e di dilagare sulle magnifiche terrazze affacciate sulla città del Giglio. Ad aprire questa rassegna d’onore fu l’inglese Henri Moore, che aveva strappato, nel Novecento, al francese Rodin il merito di inserire la sua monumentale presenza sulle soglie dei maggiori musei del mondo. Ora, a conferma dell’eccellenza che si riconosce alla scultura inglese, l’onore tocca a Antony Gormley (1960), che però, si potrebbe dire, contrasta l’approccio dinamico di Moore, dove le sembianze antropomorfe vengono immediatamente dilatate e metamorfosate, in quanto invece il più giovane seguace, almeno in partenza, resta più fedele alla nostra sagoma, anzi, parte da una specie di suo calco tridimensionale, e dunque sembra schierarsi sul fronte di un “richiamo all’ordine”, cosa da farlo accostare alla linea dei nostri Arturo Martini e Marino Marini, con grande distanza rispetto alla squadra dei suoi “competitors” sul suolo bitannico, come i vari Tony Cragg e Anish Kapoor, che di osservare un rispetto verso il nostro copro proprio non si preoccupano. Ma è anche vero che più di recente ancora sono intervenuti altri inglesi più rispettosi del nostro aspetto esteriore, salvo a colarlo in metalli o cristalli o altri materiali di tecnologia avanzata, sottoponendolo insomma a prove estreme e stranianti. Il che del resto, a ben vedere, succede anche con Gormley, infatti quei suoi corpi ottusi hanno pure l’aria di divise o corazze indossate da esseri solo mentitamente umani, pronti invece ad affrontare avventure spaziali, a farsi cioè cosmonauti. Ma intanto, pur con addosso il gravame di quelle tute, cercano di allenarsi, o di tenersi in forma. Così avviene alle sagome distribuite da Gormley sulle terrazze del sito prestigioso, che si pongono in fila indiane, e intanto variano le pose, si chinano, o si drizzano, o si mettono a cavalcioni su muretti e cinte divisorie, proprio come se fossero in palestra, oppure, come un’armata di invasori da altri pianeti, eseguissero manovre quasi di sapore militare, o rispettando invece un rituale mistico. D’altronde, l’artista sa bene che con la sua proposta primaria, così ostentatamente antropomorfa e simil-naturalistica, rischia un po’ troppo il richiamo all’ordine, e allora è pronto a mutare registro, a dichiarare che quelle anatomie così gonfie, così compiaciute di sé, così conformi, sono appena un’apparenza, bisogna andare a vedere che cosa c’è sotto quelle divise ingombranti, quasi mettendole alla prova con uno scandaglio di raggi X. E allora si scopre che al loro interno quei pesanti simulacri rivelano una struttura ligia ai dettami più severi del cosiddetto, in terra anglosassone, modernismo, risultano cioè composti di cubetti, o di sbarre filiformi. In altre parole, come nei film di fantascienza, viene smontato e denunciato l’inganno, credevamo di avere al fianco dei nostri simili, e invece scopriamo che quelle sagome sono di alieni, montati pezzo a pezzo in qualche lontano e arcano laboratorio, e dunque al loro interno non ci sono caldi muscoli, sangue generoso, bensì uno spettacolo di pistoni e laminati, proprio come si conviene alla popolazione di automi da cui, secondo la narrazione fantascientifica, saremmo minacciati. In un certo senso, è come se Gormley ci proponesse l’esaltazione di una immagine confortante e solidale della nostra umanità, e nello stesso tempo una sorta di antidoto, di contrario. Dal pieno al vuoto, andata e ritorno, ma comunque resta la buona e salda tessitura di forme plastiche nello spazio, che è quanto il Forte del Belvedere richiede ed è fatto per esaltare.
Antony Gormley, Human, a cura di A. Natalini e S. Risaliti, Firenze, Forte del Belvedere, fino al 27 settembre.

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