Letteratura

Hammamet: manca una ricostruzione storica

Naturalmente mi sono fiondato a vedere “Hammamet”, il film di Gianni Amelio dedicato agli anni di esilio consumati da Bettino Craxi ad Hammamet, fino alla morte. Bettino è stato un mio idolo, di strenuo sostenitore della causa della socialdemocrazia, subendo anche per questa mia fede l’ostracismo dei colleghi del Gruppo 63, in genere più spostati a sinistra. Una fede che ho potuto rinnovare nel culto di Romano Prodi e di Matteo Renzi, che in modi vari e con esiti purtroppo non sempre felici, si sono susseguiti a staffetta per quella strada. Credo di aver affidato a questo mio diario segreto il resoconto di una mia visita che qualche anno fa mi è capitato di fare alla tomba di Bettino. Ero ad Hammamet per un convegno letterario, scoprendo che quella località tunisina è come una Rimini africana, con alla periferia una selva di grandi hotel, quasi come enormi tartarughe insabbiate nell’arenile, a notevole distanza dal nucleo abitativo, dove mi ha portato un taxi, alla ricerca della tomba dell’esule. Trovata a fatica, in una striscia riservata agli occidentali, accanto a una ben più ampia fetta di tombe riservate agli abitanti di fede maomettana. E non è stato per nulla facile trovarla, data la sua modestia, di tomba terragna, con la sola nota distintiva di una accurata imbiancatura, segno di lutto e di rispetto, nulla più, niente di quella ostentazione di lusso e di vanagloria che le torme dei prevenuti avversari di Bettino gli hanno attribuito. Ma veniamo al film su cui ho concepito molti dubbi. In fondo Amelio si è comportato con qualche ipocrisia, evitando di confrontarsi col personaggio pubblico, inserendo solo qualche cenno su due punti cui invece è affidata la possibilità di rivalutarne l’opera: il fatto che desse atto “apertis verbis” del mal costume di tutti i partiti di allora di rubare dai bilanci delle aziende pubbliche e private, soprattutto per coprire le spese elettorali, compreso il PCI che si faceva foraggiare dall’URSS finché questa è esistita. Inoltre valida resta pure la prova di forza data contro gli USA quando avevano preteso, nell’aeroporto di Sigonella, di impadronirsi del terrorista che si era reso colpevole dell’uccisione di un cittadino nordamericano. Ma siccome il delitto era avvenuto su una nave battente la nostra bandiera, dovevamo tutelare il diritto e la dignità di esserne noi i giudici. Ricordo che allora anche i giornali della sinistra estrema, come “Il manifesto”, gli resero l’onore delle armi, ora invece contestato da quell’insopportabile mestatore che risponde al nome di Travaglio, e che anche ieri sera ha sottoposto il ricordo del leader del PSI a un linciaggio sfacciato. Anche questo brillante episodio è stato ricordato dal pavido Amelio un po’ di straforo, affidato a una ricostruzione condotta per mezzo di miseri soldatini da un nipote al seguito del leader maximo, sulla spiaggia tunisina. Per il resto, ampio spazio al privato, sottoponendo Pierfrancesco Favino a un tour de force, a indentificarsi con Bettino, a reggere la contraffazione come una pesante maschera, che in definitiva lo immobilizza, lo appesantisce, anche se si deve ammettere che in tal modo l’attore conduce una prova estrema di dedizione, di sacrificio di sé. Insomma, troppa privacy, troppo vissuto personale, per quanto riguarda il protagonista, seguito con esasperante vicinanza nei suoi tic, negli appetiti gastronomici, negli scatti di collera, o viceversa nei tratti di residua umanità. Il tutto sotto il premere della mala salute, dell’incombere del senso della fine imminente. A contrasto con tanta eccessiva fisicità Amelio ha fatto ricorso a una serie di figure simboliche in cui ha concentrato l’ambito del premere di motivi esterni. Tra tutti, è misteriosa e del tutto sbagliata la presenza di un giovane preteso figlio di un austero funzionario del partito, che alla fine si apprenderà essere stato addirittura colpevole della morte del genitore, buttato giù da una finestra, e ormai chiuso nella follia. Forse la regia di Amelio ha assegnato a questo personaggio fittizio il compito di punire, in Bettino e in ogni altro uomo politico, la macchia originaria, il fatto di essersi resi artefici di colpe, prevaricazioni, violenze. Troppo simbolica è pure la visita che a un certo punto il leone in gabbia riceve da parte di un esponente dell’universo DC, tipica espressione degli ambigui rapporti intrattenuti con lui, di rivalità e di complicità. Peggio di tutto aver scelto, nella senza dubbio avvenente Claudia Gerini, una specie di concentrato di tutte le amanti avute da Bettino nel corso della sua esistenza. Non parliamo poi del finale, in cui compare un dialogo col padre, all’ombra della Madonnina, quasi un ricalco dal “Posto delle fragole” del grande regista svedese Bergman. Abbastanza fuori luogo pure l’incursione in un capitolo infantile in cui il prode Bettino compare già nella veste di protestatario ribaldo, meritandosi una punizione nel collegio religioso in cui trascorre la sua difficile pubertà, già pronto a conati di rivolta, affidati a una fionda con cui il ragazzino ribelle rompe le vetrate dell’edificio che lo ospita. Insomma, fuga da compiti di seria ricostruzione storica, rifugio in una privacy che diviene perfino ingombrante, soffocante, e che non serve molto, o per nulla, a una rivalutazione dell’uomo politico, se non nel senso di dedicare una prece alla sua monumentale uscita di scena.

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