Arte

Isgrò e Botta al Maxxi

Isgrò e Botta al Maxxi

In genere sono sempre stato favorevole ai lavori di Isgrò in quanto rispondevano a uno dei precetti del ’68, quello di rimettere in circolo le parole, dopo che la rivoluzione di Gutenberg aveva provocato una rigida separazione tra le parole e le immagini. Questa svolta era stato uno dei cardini della rivoluzione del ’68, da cui l’arte concettuale, con casi eminenti negli USA, si pensi a Kosuth, a Barry, a Weiner, ma anche in  Europa avevamo avuto un Ben Vautier. Il nostro artista, poi, si distingueva per la ripetizione ossessiva con cui attuava il suo gesto del cancellare, nel che ci ricordava un altro statunitense, On Kawara, col suo ossessivo telegramma quotidiano, I am still alive, io ne ho visto una mostra al Guggenheim di New York che riempiva tutte le pareti del museo con questi monotoni referti. Infine, c’era pure da prendere atto del gesto tipico del nostro Isgrò, la cancellazione, quella lingua nera che invadeva ogni parola lasciandone libere solo alcune a emergere, come relitti di un naufragio generale. Però la stessa ostinazione con cui il nostro artista ripeteva i suoi gesti mi aveva distolto dal prestargli una particolare attenzione. Ora invece egli è in grado di rilanciarla nella grande installazione al Maxxi, certo con  l’aiuto di Mario Botta, cui credo si debba l’invenzione di quella enorme gabbia che racchiude le scritte di Isgrò. Del resto anche queste mutano veste, assumono un carattere ieratico, come di tavole della legge, di un  Mosè che intima il suo decalogo pur non rinunciando al rito della cancellazione ma privandolo di un carattere ludico o dadaista troppo scoperto e invece conferendogli un  tono serioso, austero, religioso. Se i tempi non lo consentissero, si potrebbe dire che Isgrò ha presagito l’attuale immane conflitto che oggi divide i seguaci delle due religioni di discendenza biblica assumendo un carattere di lutto per sancire la solennità dell’occ

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