Arte

Jan Van Eyck e la “seconda maniera” del Vasari

Le difficoltà di andarsene in giro a visitare mostre, dovute a mie ragioni personali e all’incombere dei veti da contagio, mi incitano ad approfittare sempre più di visite virtuali con l’aiuto della rete, come quelle che ora, complice una segnalazione di Artribune dello scorso 20 settembre, mi consente di affrontare un capolavoro del fiammingo Jan Van Eyck quale il Polittico di Gand, detto anche dell’Agnello mistico. L’occasione è valida per affrontare una vecchia questione storiografica, i rapporti tra i Toscani e i Fiamminghi, suppergiù coetanei. Il nostro artista è vissuto dal 1390 al 1441, suppergiù come i suoi paritetici dell’altra sponda quali il Beato Angelico e Paolo Uccello, fino a Masaccio. L’approccio tradizionale crede un po’ troppo ai vincoli nascenti da contatti diretti, che senza dubbio ci furono, Gli artisti di quei tempi, pur coi loro mezzi disagiati, viaggiavano molto e si guardavano tra loro, ma non oltre un certo grado. Ben più importante è un fattore che in genere i troppo affezionati ai criteri consueti della filologia trascurano, i forti legami per corrispondenti situazioni di carattere strutturale, materiale, di economia, di sviluppo sociale. Ebbene, l’indubbia corrispondenza tra i Fiamminghi capeggiati da Jan, più che dal misterioso fratello, più anziano ma di incerto ruolo, fu dovuta prima di tutto, ci insegnerebbe Lucien Goldmann, a una omologia di livelli appunto materiali, o sprechiamo pure un termine oggi abusato come quello di tecnologia. Nelle due regioni, per quanto distanti tra loro, si ebbe una eccezionale fioritura dei commerci, col relativo apparato di strumenti di contabilità, di calcolo, capaci appunto di sollecitare al massimo le invenzioni di carattere virtuale, a cominciare dalla prospettiva, per la quale si dovrebbe rinunciare all’abusato termine di Rinascimento, in quanto proprio la perfezione di ordine mercantile consentì a entrambe quelle squadre di mettere a punto un sistema rappresentativo di rigore matematico quale non esisteva nell’antica arte greco-romana. Un pratico e teorico come il nostro Alberti, punta d’attacco di quella generazione, lanciò il modello della sua “camera”, un antefatto della macchina fotografica. I Fiamminghi realizzarono qualcosa di assai simile che, venendo al Polittico in questione, governa i fazzoletti di pittura che si aprono tra gli squarci di un sistema di ante e sportelli, il quale invece resta ancora di estrazione medievale, gotica. Ma c’è già una notevole maestria nell’impiantare, almeno nei tratti di paesaggio aperto, delle linee di fuga, capaci di infilzare, di graduare i corpi nello spazio. E c’è un delizioso precisionismo nel delineare i volti, che però si assiepano, in contraddizione con gli stessi criteri dell’apertura spaziale. E’ una contraddizione comune a tutti gli operatori di quel momento, che nell’industriosa classificazione data un abbondante secolo dopo dal Vasari verranno assegnati alla seconda maniera, caratterizzata proprio dal fatto che le figure umane, pur già in cospetto di una profondità spaziale, hanno timore di andare ad occuparla e preferiscono assieparsi in primo piano, a farvi barriera, a stringersi in mutua protezione. C’è quasi una dialettica, tra il serrare i ranghi, e invece l’avvertire già la tentazione di quegli orizzonti che si aprono, si distendono, ma restando per larga parte incogniti. Oppure è possibile andare ad occuparli, ma a squadre che si sostengono a vicenda, si fanno forza nell’affrontare l’ignoto. Dovremo aspettare, come ci rivela il Vasari nella scansione precisa dei suoi proemi, la terza maniera, capeggiata da Leonardo, per assistere a una invasione sistematica dei lontani. Tutti gli artisti di questa generazione già sanno tracciare progetti per andare ad occuparli, ma per il momento non ce la fanno, si tengono a riva, così come si comportano pure i loro coetanei navigatori, che bordeggiano lungo le coste. Ci vorrà un Cristoforo Colombo, coetaneo di Leonardo, per avere il coraggio di inoltrarsi nel mare profondo.

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