Arte

La pittura di Antonello, calda del sole mediterraneo

Il Palazzo Reale di Milano non ha voluto rinunciare all’occasione di trasferire nelle proprie stanze la mostra che il Palazzo Abatellis di Palermo ha dedicato poco fa al massimo pittore della Trinacria, Antonello da Messina (1430-1479), anche se ci si può chiedere se sia stato giusto far viaggiare una volta in più il capolavoro di Antonello, l’”Annunciata”, dopo che non molto tempo fa era apparso in una più ampia mostra romana presso le Scuderie del Quirinale, e perfino, per ragioni non troppo giustificate, in una sede dedita al contemporaneo quale il MART di Rovereto. Ma insomma ecco ora 19 dipinti del maestro siciliano visibili appunto in Palazzo Reale, dove se ne stanno inseriti in nicchie e tabernacoli quasi come reliquie, accompagnati da una selva di pannelli didattici, forse anche per rimediare alla pochezza intrinseca delle opere, utili comunque, quelle scritte, se non altro per apprendere la grande circostanza mancata per cui Antonello in vita non giunse mai nella città ambrosiana, nonostante che avesse tentato di chiamarvelo il duca Galeazzo Maria Sforza, quasi anticipando di quasi un decennio un analogo invito che poi un suo parente, Ludovico il Moro, avrebbe rivolto a Leonardo, questa volta con esito positivo. Invece, circa all’altezza del 1476, Antonello rispose a cotanto invito che al momento si trovava in Venezia impegnato nella grande pala di San Cassiano, terminata la quale, forse si sarebbe poi recato in Lombardia. Ma la morte di entrambi, l’illustre committente e il grande esecutore, rese impossibile quel rendez-vous, e dunque non sappiamo quale esito la presenza del grande Siciliano avrebbe potuto avere sui pittori lombardi come il Foppa, se fosse riuscito a trasmettere nelle loro vene secche e aride un po’ degli umori vitali che irroravano i suoi dipinti.
Questo infatti è il miracolo insito nella personalità di Antonello, l’essersi distaccato dalla “seconda maniera”, per dirla col Vasari, di artisti che, dal Mantegna fino al Botticelli, al Perugino, al Ghirlandaio, dipingevano in modi asciutti e senza un guizzo di carnalità vitale, mentre lui ce la faceva, così correndo in avanti, aprendo la strada, per stare all’ambito veneziano in cui era andato a concludere la sua esistenza, in direzione di Giorgione, trascinandosi dietro lo stesso Giovanni Bellini e infondendo anche in lui un po’ dei suoi palpiti vitali. Il Vasari trova una spiegazione a questo “miracolo” nel fatto che Antonello, avendo saputo del segreto scoperto nelle Fiandre da Jan van Eyck, consistente in una precoce adozione del colore ad olio, aveva intrapreso un avventuroso viaggio per recarsi presso di lui e carpirgli il segreto. In realtà sappiamo che quel viaggio non avvenne e che Antonello si poté impadronire della tecnica a olio avendone visto qualche campione alla corte di Napoli. Ma il punto critico fondamentale è che i Fiamminghi, pur inventori di quel modo “moderno” di dipingere, morbido, pastoso, non ne seppero o non ne vollero approfittare. Se mettiamo a riscontro i ritratti compiuti da Hans Memling, perfetto coetaneo del Nostro, con quelli da lui eseguiti, constatiamo una differenza insormontabile. I volti di Memling sono chiusi in una perfezione algida, intatta, in una maschera perfetta ma mortuaria che ne imprigiona anche i sentimenti, mentre i volti di Antonello, al contrario, in genere sono soffusi dalle traccia di un sentimento cordiale, quasi da una volontà di partecipare alla contemplazione dei riguardanti, in uno scambio cordiale si umori. O in altre parole Antonello seppe approfittare di quel nuovo ritrovato tecnico del colore ad olio assai più di quanto ne fossero capaci i Fiamminghi inventori. Forse bisogna mettere in conto un fattore climatico, come se il calore mediterraneo della Sicilia avesse fornito al suo figlio quel coefficiente in più per riscaldare le immagini, per conferire loro un palpito, una animazione, il che mana totalmente nelle immagini dei lontani colleghi del Nord, e in definitiva li ha pure immobilizzati entro quel secolo, impedendo loro di entrare nella terza maniera teorizzata dal Vasari. Da Antonello, l’ho appena detto sopra, vengono Giorgione e Tiziano, o magari anche il Lotto, mentre i paesi del Nord dovranno patire una vigilia di un secolo attendendo l’arrivo di Rubens per una riaccensione dei toni e della pennellata. A Milano, come in ogni altra occasione precedente, sono assenti la Crocefissione grande di Anversa e il capolavoro assoluto di Antonello, il San Sebastiano di Dresda, in cui perfino il Santo pur sottoposto al martirio se ne sta disponibile, affettuoso, aperto al dialogo. Ma ci sono almeno una decina di ritratti, in genere disposti anch’essi al colloquio, alla partecipazione, come è anche nella Madonna dell’Annunciazione, una semplice, affettuosa popolana, immersa in una quotidianità superbamente bloccata da un colpo di bacchetta magica, con mani mirabilmente morbide, affusolate, quasi da tentare di stringerle in mutua, commossa solidarietà. Anche per questo verso Antonello si protende in avanti, verso effetti già degni di Leonardo. Presso la Lega anseatica del Nord il clima gelido non permetteva una analoga maturazione di affetti, di stati d’animo.
Antonello da Messina, a cura di G.C.Villa, Milano, Palazzo Reale, fino al 2 giugno, cat. Skira.

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