Letteratura

L'”altra” poesia

Sulla “Lettura” di domenica 9 agosto Paolo Di Stefano ha dedicato una doppia pagina a fare il punto sulla situazione attuale della poesia nel nostro Paese, traendone un responso positivo, “Evviva!, la poesia è viva”, e l’operazione è senza dubbio meritoria, anche confortata da cifre con cui si dimostra che in definitiva le raccolte pubblicate da case importanti o specializzate malgrado tutto se la cavano, strappando copie vendute non del tutto inferiori rispetto alla pur schiacciante supremazia della narrativa. Ma, al di là di questo merito, cominciano i dolori quando il critico ufficiale del “Corriere”, versato in narrativa, e lui stesso buon narratore, entra nel merito di questo genere e dei suoi migliori esponenti dei nostri giorni. Infatti nella pagina di destra compare una elencazione di nomi presunti validi scanditi sul ritmo di cinque generazioni, dagli attuali ottantenni o giù di lì, fino ai più recenti protagonisti di questa vicenda. Ebbene, man mano che ci si allontana da nomi storici, le citazioni si fanno via via più incomplete e lacunose, concludendo con un vero e proprio ostracismo per quanto riguarda le ultime leve. E’ vero che Di Stefano potrebbe accusare di tanta incomprensione qualche anonimo suo collaboratore, però è lui che firma e che dunque assume la responsabilità finale di questo grave torto ai lavori in corso. Con cui, diciamolo pure, rinasce la vecchia frontiera tra il cosiddetto establishment e i valori delle neoavanguardie passate e presenti, ovvero si consuma l’esclusione della nobile causa degli sperimentalismi, che invece tanto efficace è proprio sul fronte della poesia, la quale, data la sua agilità di mosse, sta già da tempo saggiando il superamento del cartaceo per avventurarsi sulle ampie strade dell’informatica. Ovvero, i poeti, fin dai tempi del Futurismo e del Dadaismo, hanno avvertito i limiti della parola stampata tentando di registrare effetti fonici o addirittura gestuali. In altre parole, la poesia oggi vive nei siti o nei blog più che negli smilzi opuscoli dell’editoria, e vive benissimo, anche perché i poeti di tutto il mondo sono uniti tra loro attraverso quello che un grande pioniere come Adriano Spatola aveva chiamato “Tam tam”. Insomma, se lo scontro tra il conformismo e i valori avanzati langue sul fronte caldo della narrativa, tanto che ben quattro autori usciti dai roventi incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, quali Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia hanno potuto riportare il maggior premio nostrano, lo Strega, tale scontro rinasce nell’ambito della ricerca poetica, come dimostrano le gravose omissioni di questa doppia pagina, compiute invocando la benedizione del nemico numero uno di tutte le cause della sperimentazione, Alfonso Belardinelli. E dire che a suo tempo, anni Novanta, proprio Di Stefano è stato l’abile cronista, sulle pagine del “Corriere”, dell’ardita emersione di Ammaniti e compagni ai danni dei narratori precedentemente affermati. Ma non si è reso conto, o ha voluto omettere, che quelle loro mosse, come di navi pesanti, come vuole la strategia navale, erano state precedute dalle ardite incursioni del Gruppo 93 in poesia, consapevolmente erede del Gruppo 63 e dei Novissimi, per esplicita ammissione del capofila di questi, Alfredo Giuliani, deciso ad assicurare la liaison. Fatto salvo l’inevitabile fenomeno che i nuovi arrivati spingevano la ricerca ancora più avanti sulle vie di una diffusione smaterializzata e aerea (tanto che lo scrivente li definiva figli del Dio Eolo, mentre i Novissimi lo erano stati di un freddo Dio Nettuno). Ma invano, in queste liste, cercheremmo il trio di Napoli, Bajno-Cepollaro-Voce, oltretutto meritevole di aver amministrato per qualche tempo una rivista aggressiva quale “Baldus”. E prima ancora di loro sarebbe stato necessario menzionare Tommaso Ottonieri, forse il vero apripista su questi nuovi panorami, con tante corrispondenze nella penisola, a Roma, Genova, Bologna… E non è finita, questa vicenda di un’autentica sperimentazione, cui la poesia è così costitutivamente votata, forse proprio in virtù del corpo leggero di cui è dotata, vive in pieno anche ora. Da RicercaRE questo crogiuolo interessato a promuovere la causa del nuovo è passato a Bologna, mutando di poco l’etichetta, RicercaBO, e ancora una volta la poesia ha fatto da staffetta, si è potuto avvistare un fenomeno sorprendente, venuto a rimescolare le carte in tavola e a indicare orizzonti imprevedibili grazie a una forma di ibridazione. Infatti uno degli avvenimenti più sorprendenti degli ultimi anni, di cui invano si cercherebbe una minima traccia in queste plumbee liste, è passato sotto il nome in apparenza contraddittorio di “Prosa in prosa”, ad opera di (citiamoli a risarcimento della loro cancellazione da parte di un organo che si pretende ufficiale) Bortolotti, Broggi, Giovenale, Inglese, Raos, Zaffarano. Si tratta di un ardito tentativo si avvicinare i due continenti, prosa e poesia, portando la prima a interrompere sul più bello le sue sequenze, e l’altra a scongiurare ogni tentazione di facile lirismo. Come dire che le ferite si rimarginano, che i sessi si ricongiungono, che si va verso una androginia della creazione letteraria, adattissima a valersi dei nuovi mezzi elettronici, in previsione di un definitivo superamento della Galassia Gutenberg. Per tornare alla famigerata doppia pagina della “Lettura”, in un trafiletto laterale si invoca la nascita di un premio nazionale dedicato alla povera ancella, ma sarebbe un guaio se questo cadesse nelle mani dei “soliti noti”, cioè di una squadra di pompieri, magari capeggiati dal super-pompiere Berardinelli, mossi dalla preoccupazione prioritaria di spegnere ogni fuoco innovatore.

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