Arte

Lassnig e Kippenberger a Bolzano

Lassnig e Kippenberger: il ritorno della pittura
Bolzano è una città bella, piena di fascino, per i fiumi che la cingono, per il microclima che regna sulle sue alture dove coesistono in modo miracoloso la vigna, il castagneto e le piantagioni di mele. E ha pure un museo d’arte contemporanea, un Museion per antonomasia, un cubo trasparente affacciato sulle acque di uno di quei fiumi, il (la?) Talavera, con pareti su cui, nelle notti estive, vengono proiettati in dimensione macroscopica dei video d’artista, come le enormi vetrate di una chiesa gotica rinata ai nostri giorni. In questo momento il Museion festeggia un decennio dalla sua inaugurazione, sotto la guida di Letizia Ragaglia, una “emergente”, fra l’altro chiamata, in una recente Biennale di Venezia, a far parte del comitato incaricato di assegnare i Leoni d’oro. Per celebrare nel modo giusto la ricorrenza decennale Museion presenta due artisti provenienti dal mondo tedesco, legati entrambi, ma per vie diverse, al rilancio della pittura cui si assiste in questi anni. Si tratta di Maria Lassnig, austriaca (1919-2014) e dell’assai più giovane, ma di ben più breve esistenza, Martin Kippenberg, tedesco (1953-1997). La prima ha costituito quasi un ponte di passaggio tra il grande Espressionismo storico, quasi un retaggio, un DNA del mondo austro-tedesco, da Kokoschka agli esponenti del “Ponte”, in attesa che arrivassero, un mezzo secolo dopo, i “Nuovi selvaggi”, sul tipo di Baselitz, Immendorf e altri. Si usa anche collegare questa artista al Surrealismo, ma credo che non sia una pista valida. La Lassnig lavora direttamente sul corpo umano, e in particolare sul volto, a cui sembra applicare un “doppio” di gomma, elastico, mobile, onde poterlo tirare, indurlo ad assumere maschere, di stupore, o di terrore, tutto un repertorio di smorfie, perfino di caricature, si potrebbe dire. Questo impegno deformante è d’altra parte alleggerito da una predilezione a favore di tinte chiare, gioiose e giocose, come per una festa di carnevale, magari anche con la possibilità di indietreggiare fino a ricordare le mascher ingegnose del belga Ensor. Da lei si potrebbe fare un pass, non indietro, ma in avanti, ricordando quanto ci stanno proponendo certi artisti inglesi, non il plumbeo, troppo muscoloso e affaticato Lucian Freud, e neppure il misterioso e profondo Bacon, ma la più mobile, irrequieta e in definitiva “superficiale” Chantal Joffe, anche lei intenta a sostituire ai lineamenti carnali dei volti delle contraffazioni plastiche pronte a subire strappi, tensioni, spostamenti. Esattamente come la Lassnig ha condotto con estremo virtuosismo lungo tutta la sua carriera.
Se lei ha costituito un preludio ai “Neuen Wilden”, Martin Kippenberger ne è stato un continuatore, allo stesso modo di una squadra di suoi coetanei, anch’essi intenti a rilanciare soluzioni di specie espressionista, penso a nomi magari al momento un po’ entrati in un fascio d’ombra , come Adamski, Middendorf, i due Ohelen. In qualche misura Kippenberger ha cercato di non lasciarsi incastrare da una ortodossia, seppure tutta nel segno della protesta e della violenza, tipica dell’Espressionismo vecchio e nuovo. Infatti ha “rotto le dighe”, ha sconquassato la figura umana, scomponendola, facendola a pezzetti, sciabolandola con fendenti che talora assumono anche un andamento di ordine astratto. Oppure è passato a una violenza esplicita, atroce, sottoponendo le sembianze umane a crudeli metamorfosi, trasformandole in animali, topi e rane, e andando a crocifiggerli, il che tempo fa fece scandalo, in una Bolzano troppo timorata e conservatrice, fino alla immediata destituzione della direttrice di allora. Oggi i tempi sono più maturi, e dunque a Kippenberger si può permettere di fare sfoggio di tutto il repertorio di atrocità, di scomposizioni, di prove di forza cui assoggetta la figura umana, fino quasi a cancellarla, salvo subito a farla riapparire, come un prestigiatore che cancella la presenza di cose e persone, ma poi le richiama subito in scena, con maggiore vivacità e incombenza di prima, in un teatro sempre vario e imprevedibile.
Martin Kippenberger e Maria Lassnig, Body Check, a cura di Veit Loers, Bolzano, Museion, fino al 6 maggio.
(18-2-18)

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