Attualità

L'”Imperio” di De Roberto, opera alquanto inconcludente

In questi giorni si parla molto dell’”Imperio” di Federico De Roberto (1861-1927), terza tappa della trilogia stesa dall’autore napoletano, che ha al suo centro, e come indiscutibile capolavoro, l’opera di mezzo, “I viceré”, mentre quest’ultima, se viene rievocata da un certo letargo, è soprattutto per merito di un’ampia introduzione stesa da Gabriele Pedullà, che già si era distinto curando una raccolta di racconti del De Roberto, e insomma aggiungendo il suo nome a un carniere già ricco di tanti felici interventi diretti su momenti e personaggi della nostra letteratura, da Machiavelli a Fenoglio, per non parlare del suo giovanile opus magnum, addirittura un “Atlante della letteratura italiana”, cui si deve pure aggiungere una sua bella attività di narratore in proprio. Purtroppo il De Roberto, se poteva vantare una apprezzabile fedeltà all’impegno sul reale che era stata propria della grande stagione verista meridionale, si era fatto scavalcare dai tempi, non avvertendo quei palpiti di innovazione che già scuotevano le opere dei suoi coetanei, Svevo, D’Annunzio, Pirandello. Ma certo, è pregevole la cura, quasi da cronista, da giornalista dell’epoca con cui in questo romanzo vengono ricostruite le vicende del nostro Parlamento, in una congiuntura caratterizzata soprattutto dal trasformismo, dal connubio tra destra e sinistra. Strano però il titolo dato all’opera, sarebbe stato più azzeccato porla sotto l’etichetta del “potere”, invece di ricorrere a un vocabolo arcaico. Ma bisogna riconoscere che, proprio nel nome del rispetto a un metodo sicuro, l’autore si procura due testimoni che gli permettano di introdursi in Montecitorio. Sono questi l’eroe numero uno della sagra dei “Viceré”, Consalvo Uzeda di Francalanza, e invece un personaggio più modesto, tale Federico Ranaldi, di estrazione sociale inferiore, che infatti non si può permettere di sedere tra i deputati, gli spetta un ruolo minore, di appoggio alle roboanti e clamorose prestazioni dell’Uzeda. Qui sta un limite del romanzo, infatti il De Roberto non è riuscito a differenziare abbastanza i due protagonisti, al di là delle indubbie diversità di casta e di storia personale, tra di loro c’è scarsa differenza di potenziale. D’altra parte i due sono “cavalli di Troia” per consentire al narratore di darci una gremita vicenda di incontri e scontri parlamentari, scopriamo attraverso le agguerrite note del prefatore che per quei tempi un filone del genere non era una novità, ma trovava molto seguito. Questo comunque il merito principale del racconto, farci assistere alle manovre parlamentari, a come queste avvenivano, come si concepivano i discorsi, con relative emozioni, attese spasmodiche, ricerca di consensi. La vicenda pubblica assorbe quasi per intero i due personaggi, lasciando loro ben poco margine per il privato, tanto più che, anche se escono dalla severa aula parlamentare, è per incontrarsi e tramare nei caffè e ristoranti, o per fondare dei giornali, il cui primo fine è, di nuovo, di servire come armi d’aggressione nelle mischie parlamentari. Diciamo pure che una simile cronaca capillare conquista buone dosi di attualità, scopriamo che ancora oggi il dibattito politico, come ci è testimoniato da mezzi ben più potenti dei giornali, se pensiamo alla selva dei “social”, non pare proprio che si svolga in modi molto diversi. Di particolare attualità risulta essere anche l’attentato di cui Consalvo resta vittima, da parte di un balordo, per sua fortuna senza troppe conseguenze, ma trattato proprio come un episodio che si potrebbe ripetere in qualsiasi momento anche ai nostri giorni. Da notare anche un’amara riflessione fatta da Ranaldi, che assistendo dalla galleria del pubblico a una delle contese logorroiche che si disputano in basso nell’anfiteatro, si appoggia a una colonna, scoprendo che è non già di solido marmo, bensì solo di legno ricoperto da cartone, La cosa ci ricorda la cinica osservazione del Gattopardo secondo cui da noi tutto cambia, ma al fine di non cambiare nulla. E dunque, quella scintillante sceneggiata parlamentare è solo fatta di fragile, inconsistente cartone, il che prelude al pentimento di entrambi i protagonisti, anche in questo caso condotto in modi troppo simmetrici, col loro relativo ritorno ai paesi d’origine. Conviene osservare che questa fuga da Roma ladrona sarà un motivo ricorrente, nella nostra narrativa meridionalista a venire, ne offriranno varianti Anton Giulio Borgese nel suo Rubé, e perfino Vitaliano Brancati con i suoi eroi prigionieri della sicilitudine. Dopo aver visto i due personaggi così immersi e affascinati dalla vita pubblica, ce ne sembra troppo repentino il pentimento, che induce uno di loro, il Ranaldi, fino a meditare il suicidio. Ma di nuovo c’è un deficit di invenzione nel De Roberto, dato che per entrambi come via di fuga e di salvataggio si affaccia solo il concepimento improvviso di un amore per qualche bella fanciulla, una via d’uscita che per la gran parte del romanzo avevano rifiutato, quando ancora speravano di prendersi una qualche fetta di “imperio”, o meglio, di potere. Che il romanzo sia rimasto incompiuto, è stata di nuovo una uscita di sicurezza per l’autore, non si sa bene quale diversa soluzione avrebbe potuto escogitare, oltre a quella di lasciare che i due protagonisti scornati e delusi si rifugiassero nel conforto di teneri amori.
Federico De Roberto, l’imperio, commento e cura di Gabriele Pedullà, Garzanti, pp. 512.

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