Arte

Ma l’angoscia non c’entra

Proprio non mi riesce di dare un giudizio positivo alla mostra “L’età dell’angoscia. Da Commodo a Diocleziano. 180-305 d.C.”, ai Musei Capitolini di Roma, nonostante l’indubbio valore di una squadra di competenti curatori. Tanto per cominciare, perché prendere quest’etichetta di una “età dell’angoscia”, visto che subito essa viene giustamente contestata? A emetterla fu il Dodds, nell’ormai lontano 1965, che a sua volta l’aveva presa dal grande poeta Auden. Intanto però, come sempre i curatori avvertono, ma procedendo poi imperterriti nella mala assunzione, il termine inglese di “anxiety” è meno tragico di quello di angoscia, e dunque la traduzione è impropria. E poi, è sbagliato connotare interi periodi storici con tratti di una psicologia seppure allargata al di là di uno spicciolo individualismo ed estesa a valenze collettive. Sempre i curatori, che predicano bene ma razzolano male, fanno riferimento a un ben più corretto concetto formulato dal Riegl di “kunstwollen”, come una scelta collettiva di un’intera epoca che fa i conti col proprio tempo, da cui viene anche la conseguenza che queste scelte pubbliche hanno ciascuna le sue buone ragioni di essere effettuata, inutile, sbagliato, pretendere di giudicarle, di dargli i voti. Come si sa, soprattutto dal terzo secolo dopo Cristo in avanti vengono meno i caratteri della classicità greco- romana, si perdono il senso della prospettiva, la verosimiglianza della rappresentazione e così via. Diciamo subito che caratteri del genere si sono ripresentati nel corso dell’arte contemporanea, tra Otto e Novecento, e dunque, condannare quelle perdite di normalità, quelle incipienti deformazioni espressioniste, equivale anticipare un giudizio sui nostri stessi tempi, come del resto per decenni sono stati abituati a fare tutti i benpensanti, pronti a inveire contro l’imbarbarimento dei nostri costumi, sulla falsariga appunto di quanto era avvenuto allora. Ma la via giusta è quella di mostrare come certi fenomeni stilistici siano strettamente correlati ai mutamenti della cultura materiale. Questa è la carta vincente, come io stesso mi sono permesso di indicare in un mio saggio di qualche anno fa, presso Bollati Boringhieri. A partire dal secondo, terzo secolo, l’impero romano “laborat de mole sua”, ha ingurgitato troppi territori, che cominciano a disconnettersi tra loro, ovvero le vie cessano di portare a Roma, le forme, invece che correlarsi tra loro, si incistano, prendono fissa dimora in certe collocazioni dello spazio e lì si allargano. Allo stesso modo gli imperatori si autoproclamano in ogni parte dell’enorme territorio, e magari per tutta la loro effimera durata non riescono a raggiungere l’Urbe. Se poi ci si chiede quale sia il rapporto col nostro mondo contemporanea, questo lo si scorge, però giocando di rovescio. Ovvero, anche in tutta la contemporaneità le distanze non vengono più misurate correttamente, scompare cioè la prospettiva, ma perché diventa troppo facile coprirle, bruciarle, si pensi alla immensa velocità della luce. In altre parole, le deformazioni, le astrazioni eccetera di cui dà prova l’arte romana dal terzo secolo in su costituiscono quasi un laboratorio in cui si possono verificare le analoghe, anzi, omologhe variazioni stilistiche da cui è interessata la nostra arte.
Per inseguire da vicino una fondamentale tematica del genere la mostra in questione è mal tagliata, infatti, scegliendo come data terminale il 305 d.C. si arresta sul più bello, quando cioè diviene più evidente la coscienza di questo universo allargato e ormai incommensurabile, non riportabile a un unico centro. In quel momento Diocleziano effettua la sua grande riforma, cerca di fondare quella nuova sfuggente realtà su quattro centri, e non più su un’unica Roma, troppo remota. E’ la coraggiosa dichiarazione di policentrismo nota come tetrarchia. Se poi questa laboriosa formula non regge, è perché ormai l’unicità dell’impero non è più recuperabile, arrivano i regni barbarici, ciascuno a suo modo.
Ebbene, proprio se guardiamo le immagini dei tetrarchi cogliamo il compiersi di questi lampanti mutamenti stilistici. La sfilata di sacre immagini di imperatori, da Commodo a Caracalla a Elogabalo, che ci vengo serviti in una prima sezione della mostra, poco dicono, davanti alle effigi ufficiali del capi di stato i canoni della classicità si mantengono, con tentativi di individualizzazione di volti, barbe, capigliature, ma poi tutto questo precisionismo va perdendosi, e quando si arriva ai tetrarchi, siamo in presenza di fantocci, di bambolotti tutti della medesima stazza e medesima espressioni, l’arte si generalizza, i volti sembrano tirati col compasso, gli occhi si allargano. Sembra già di vedere una sfilata di forme modellate dagli scultori dei nostri tempi, le epoche si danno la mano al di là dei millenni, e non si parli di angoscia, bensì di scrupolosa assunzione di responsabilità. Gli artisti interpretano le strutture, le modalità di vita, di trasporto, di comunicazione dei propri tempi, anche se ciò comporta il dover infrangere certi canoni che ormai non funzionano più. Questa la lezione che ci poteva giungere dalla presente mostra, solo che avesse avuto più coraggio e si fosse spinta un po’ più avanti negli anni.
L’età dell’angoscia
Roma, Musei Capitolini, fino al 4 ottobre 2015, cat. Mondo Mostre.

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